L’evento Wibo per l’“Italian Tech Week 2021”: le novità
Per l’edizione di quest’anno i suoi organizzatori hanno scelto Wibo come partner tecnologico che, per dare la possibilità al grande pubblico di partecipare all’evento, ha messo in palio 20 biglietti: 10 per il 23 settembre e 10 per il 24 settembre, quando sarà presente come ospite speciale Elon Musk. Le richieste di partecipazione sono state molto numerose. La conferenza, accessibile esclusivamente su invito è stata riservata principalmente a un’audience di professionisti del settore, per un totale di 500 posti.
Per l’assegnazione dei biglietti, dunque, la modalità scelta è stata quella del quiz: 16 domande in totale, divise in due momenti di gioco, 4 opzioni di risposta, il tutto a tema “Elon Musk”. Una modalità meritocratica di assegnazione dei biglietti, che ha premiato coloro che nei giorni precedenti al 9 settembre hanno seguito con attenzione i contenuti pubblicati sulla pagina IG e sito di Italian Tech e su La Repubblica. Le risposte alle domande erano, infatti, nascoste tra le pillole della serie online “Essere Elon Musk”, scritta da Pier Luigi Pisa.
A presentare l’evento di assegnazione dei biglietti c’era Riccardo Luna, noto volto di La Repubblica e tra i più influenti giornalisti tech italiani, che per una sera si è trasformato in conduttore del quiz, commentando le domande e premiando i vincitori.
I risultati
L’evento è stato un successo ee aspettative sono state ampiamente raggiunte. Il format è riuscito a creare un elevato livello di engagement per tutta la durata del quiz. Come racconta Tommaso Seita (co-founder & CEO di Wibo):
“Siamo felici che Wibo sia stato scelto dagli organizzatori dell’Italian Tech Week per dar la possibilità alla loro community di vincere i biglietti dell’evento. Un grazie particolare va a tutto il team di Wibo che ha lavorato durante l’evento per garantire il successo dello spettacolo e a Riccardo Luna per aver presentato il quiz”
Synesthesia e Wibo collaborano per trasformare eventi corporate in esperienze interattive uniche. Per saperne di più contattaci.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 35 min]
Emilio, nel tuo sito web parli di te come scrittore, narratore e giornalista. Forse sono tanti lati di una stessa medaglia? Cosa ti occupa di più in questo momento?
“La mia vita e la mia esperienza sono una declinazione continua e credo che sia proprio il segno dei tempi. Una volta avevamo lavori molto fissi per cui eravamo preparati fin da piccoli e li portavamo avanti fino alla fine. Oggi non solo siamo nell’epoca della singularity dove tutto cambia velocemente, ma siamo anche noi stessi a cambiare. Io continuo a “evolvermi” molto velocemente, assecondando quello che succede intorno a me.
Mi occupo di valorizzazione della bellezza e di strumenti di narrazione dell’identità. Sono consulente per i territori, con l’obiettivo di andare alla ricerca dei modi migliori per raccontare un’identità, perché quando hai qualcosa che ha valore, devi conoscerlo e raccontarlo prima a chi vive in quel luogo e poi offrirlo anche agli altri. Questa è narrazione, è un racconto di quello che sei e del valore che hai. Serve per creare un valore aggiunto, lavoro e benessere.
Mi sto poi occupando anche di una cooperativa di comunità a Sciacca, in provincia di Agrigento, dove sono il direttore creativo di un progetto che si chiama “Museo diffuso dei cinque sensi”. Sciacca è una cittadina di 40.000 abitanti, con un centro storico molto carino, ma poco valorizzato. La comunità locale ha deciso insieme di raccontarsi e di organizzarsi per accogliere un turismo di qualità. L’obiettivo è creare una forma di accoglienza “famigliare” e in amicizia con persone con cui condividere la propria identità. È un progetto molto grande, che sta crescendo.
Mi occupo, inoltre, di un programma televisivo che è andato in onda nel 2019 con 5 puntate che si chiama “Generazione bellezza” su Rai Tre. È andato molto bene, ci siamo poi bloccati per il Covid, ma adesso riprenderemo a girare e andremo in onda a dicembre”.
Effettivamente è tutto connesso e il filo conduttore è molto chiaro: la bellezza e la sostenibilità legate a questo progetto turistico. Mi viene in mente quella frase di Peppino Impastato che diceva: “Se insegnassimo alla gente la bellezza, gli daremmo un antidoto all’omertà, alla depressione”, a tutta una serie di condizioni negative. Perché è importante raccontare la bellezza? Si può insegnare la bellezza alle persone?
“La frase di Peppino Impastato porta a un tema che è quello della consapevolezza: non riuscirai mai a convincere qualcuno davvero dell’importanza della sostenibilità finchè non ne capisce il valore. Puoi imporgli quello che vuoi, ma finchè non lo capisce, il sacchetto della spazzatura, per esempio, lo butterà sempre fuori, sulla strada. Finché non c’è uno switch mentale, è inutile imporre un concetto con la forza o con multe e sanzioni. Tutto diventa diverso quando capisci il valore delle cose.
La bellezza è una specie di paradigma che mette insieme tutto. Parlo di un modo di essere belli non esteticamente, ma soprattutto dentro. È un modo di migliorare il nostro sistema di vita. È un modo di considerare tutto quello che ci circonda come un valore: dall’ambiente alle risorse materiali e immateriali. Nel momento in cui capisci il valore di questo contesto generale, di conseguenza aumenti la consapevolezza che porta poi all’azione. E quindi tu stesso diventi un autore.
Ecco perché è così importante la narrazione della bellezza secondo me. Per fare un esempio pratico pensiamo a quando gli italiani viaggiano all’estero e dicono “guarda questi che non hanno niente cosa hanno combinato, che bravi che sono a raccontarlo. Pensa noi cosa potremmo fare…”Perché non lo facciamo?”. Allora ecco il mio ruolo oggi è questo: “rispondiamo alla domanda”. Non lo facciamo perchè siamo viziati e siamo un popolo circondato dalla bellezza, quindi essa va da sé. Noi non dobbiamo sforzarci per trovarla, è tutto troppo facile. È come se vivessi accanto a un albero che dà frutti buonissimi. Allunghi la mano e mangi. Perchè devi impegnarti a fare qualcosa? Noi siamo più o meno sulla stessa linea, andiamo avanti per inerzia, ma oggi questo “accontentarsi” non basta più.
La narrazione della bellezza è la presa di consapevolezza del valore di quello che siamo, del patrimonio materiale e immateriale creato dall’uomo, del patrimonio naturale che non abbiamo fatto noi. Prendiamo consapevolezza di noi stessi, delle nostre skills, dei nostri talenti. Mettere insieme questi “saperi” e trasformarli in azione è la realizzazione della bellezza”.
Quindi la bellezza va narrata ancora di più rispetto al semplice mostrare i momenti in cui questa rischia di essere rovinata o denunciare situazioni di pericolo. Occorre far innamorare le persone di questa bellezza?
“Io ho lavorato per tantissimi anni con “Report”, un programma straordinario di denuncia. Dopo questo primo step di denuncia, però, deve esserci anche una fase di costruzione. Nel mio nuovo programma voglio raccontare “quelli che fanno”. Tutti diciamo sempre: “bisogna fare questo e quest’altro” poi però a muoversi davvero sono in pochi.
Per secoli, quando lavoravi, o puntavi al mero guadagno di denaro o agivi per il solo scopo di fare del bene. Le due cose raramente andavano bene insieme. Oggi invece sono stati realizzati tantissimi progetti ed è cresciuta la consapevolezza delle aziende dell’importanza di assumere un ruolo “morale” perché tutti facciamo parte sempre di più di una connessione globale.
Oggi, dunque, devi ragionare in termini di comunità. Se tu ti senti connesso con gli altri, inizi a lavorare meglio per te stesso e per gli altri. Quello che stiamo facendo a Sciacca è qualcosa di concreto. Faccio un esempio: siamo un territorio che ragiona per turismo. Il turismo è una straordinaria opportunità a livello aziendale perché protegge il territorio, deve preservarlo il meglio possibile, è un’economia diffusa e tendenzialmente antimafia, è contro le organizzazioni criminali collettive perché è capillare, difficile da controllare, pieno di iniziative veloci, di soldi che arrivano e sono subito reinvestiti.
La pandemia ha acceso la luce su un tessuto davvero debole e inefficiente. Abbiamo una “coperta piena di buchi”. I borghi, per esempio, sono il futuro ma devi imparare a strutturarli.
Se non c’è narrazione, se non c’è comunicazione, non ci sono infrastrutture, non c’è accoglienza, è molto difficile attrarre turisti e visitatori. Noi a Sciacca stiamo lavorando per un centro storico che è molto bello, considerato come un museo a cielo aperto, circondato, però, dalle tante “montagne di cemento” che contraddistinguono le nostra città.
Abbiamo radunato ceramisti e corallari per offrire un turismo esperienziale: vieni con noi e realizzi il tuo gioiello, imparando l’arte del corallo. Il corallo di Sciacca, inoltre, è integralmente sostenibile perché è fossile. Le strutture ricettive lavorano in gruppo, collettivamente. Abbiamo creato chat ad hoc dove ciascuno scrive le prenotazioni che ha e se non ha posto per tutti i clienti chiede aiuto agli altri albergatori. La comunità che si muove insieme così ci guadagna, potendo ospitare sempre più persone e in modo sempre più accogliente e di alta qualità.
I ristoratori raccontano il territorio e raccontano i contadini: le arance che assaggi a colazione, le possiamo spedire, per esempio, fino a Londra per tutto l’anno.
Questo meccanismo complessivo, anche in periodi di crisi come quello attuale, ti fa sentire parte di una comunità coesa. Per rispondere, quindi, alla tua domanda: la bellezza è la nostra identità. È tutto quello che siamo noi e abbiamo il dovere di proteggerla, facendola diventare qualcosa di concreto. Per me, il concetto di comunità in questo momento è estremamente moderno, lontano da qualsiasi stereotipo del passato ed è cooperazione, gestione della complessità: hai tanti soggetti diversi in gioco.
Oggi, quindi, l’impresa sociale è gestione della complessità”.
Mi vengono in mente altri progetti che negli anni passati sono stati fatti, per esempio negli anni ‘70 erano nate comunità attorno ai borghi che poi però nel tempo si sono un po’ perse. Avete già pensato a un modello di sostenibilità ma anche di replicabilità, in altri posti d’Italia, di questa attività che state portando avanti a Sciacca?
“Sì, è tutto pensato e concepito sia per essere ultra sostenibile, sia per essere totalmente scalabile. Abbiamo strutturato un percorso in quattro fasi fondato sulla comunità: awareness, engagement, empowerment e management. Le persone così diventano consapevoli innanzitutto del valore di quello che posseggono e che le circonda. È un percorso di comunità che si fa insieme: i singoli prendono consapevolezza di quello che hanno per poterlo condividere come comunità.
Poi c’è una forma di empowerment per cui si riesce a capire cosa fare e con quali strumenti. Il percorso non è top-down, ma neanche bottom-up. È un percorso peer-to-peer, tra pari. Ti organizzi e ti procuri gli strumenti necessari e ovviamente ricevi competenza. All’artigiano che non ha mai fatto turismo esperienziale occorre spiegare come fare.
Per questi motivi, abbiamo aperto 10 infopoint ospitati in 10 negozi (pub, locali, librerie) nel centro storico, che avranno a disposizione cartine geografiche e Google Nest Translator per poter dialogare in diverse lingue.
Poi c’è l’engagement: ti connetti agli altri e offri il tuo valore al mondo, imparando a gestire la complessità.
È un modello che passa innanzitutto attraverso il capire quanto è utile lavorare insieme in una concezione moderna, non di buonismo. Lavoriamo insieme perché serve a entrambi, siamo troppo fragili da soli.
In questo percorso di lavoro insieme, dove sta la sostenibilità? Rientra in una sostenibilità ambientale: i dispenser dentro le strutture ricettive, per esempio, hanno consentito di ridurre l’utilizzo delle saponette e di trasformarlo in sapone liquido. I dispenser sono fatti dal ceramista di Sciacca secondo un modello disegnato dalla struttura ricettiva stessa. Il sapone è fatto in Sicilia con prodotti naturali che valorizzano il territorio. E quindi con un QR code, inquadrando il dispenser, puoi acquistarlo, avendo a disposizione il catalogo dei prodotti sulla piattaforma.
Abbiamo realizzato un sito (www.museodiffusosciacca.it) che racconta quello che siamo e stiamo lavorando a una piattaforma, un marketplace, per creare anche un luogo dove tutta la comunità offre sé stessa e si racconta. Con il QR code quindi entri nella piattaforma e compri il dispenser, ma se vuoi puoi prenotare anche l’esperienza per andare tu stesso a disegnare il tuo dispenser. Così hai creato connessioni sociali tra l’artigiano e la struttura ricettiva e hai creato un nuovo intreccio di comunità. In questo modo la sostenibilità non è più solo quanto risparmiamo di sapone o di imballaggi, ma è anche il percorso che facciamo per arrivare al prodotto e alla soluzione finale.
Facciamo capire che ci guadagniamo tutti: il singolo risparmia, si alza il profilo qualitativo della struttura ricettiva, arrivano clienti che pagano di più perché sanno che ha valore quello che si sta offrendo. Tutto il percorso si estende poi agli altri. È una sostenibilità ambientale e anche economica, nel senso che stiamo creando un percorso che ha un futuro anche finanziario”.
La sostenibilità ambientale non può prescindere da quella economica. Sono esattamente come dicevi tu prima: interconnesse. Una cosa sostenibile ha sempre comunque bisogno di un apporto dall’esterno. Il vostro modello mi pare molto interessante perché concilia tutti questi aspetti: la sostenibilità economica, il km 0, il rispetto per il territorio, la bellezza e la valorizzazione delle eccellenze locali.
“Spesso sento dire “potremmo vivere della nostra bellezza”, ma poi questo accade solo in minima parte. Allora siccome io faccio inchieste, voglio capire perché c’è questo riscontro così piccolo nei fatti.
Ho scritto il libretto “Rifondata sulla bellezza”, dove, dopo 4 anni di studio, ogni elemento è analizzato per capire cosa non funziona (la narrazione, i cartelli stradali sbagliati, i musei che hanno delle narrazioni “da psicopatici” con parole incomprensibili ed etichette microscopiche).
Come fai a valorizzare un patrimonio culturale immenso come il nostro se poi l’unico strumento che utilizzi è un’etichetta illeggibile appiccicata su qualche muro qui e là? È impossibile. Ma per fortuna tutto questo sta cambiando. Mi è capitato un episodio emblematico: a Villa Adriano leggevo un cartello dove c’era scritto “questa bellissima sostruzione” e subito pensavo a un errore di battitura. Poi ho capito che l’ignorante ero io, perchè esiste la parola sostruzione, ma ho dovuto cercare su internet per capirlo.
Ma se sei il Paese con la più grande concentrazione di patrimonio culturale del mondo, dovrai lavorare su questo e risolvere simili problemi. Ecco la narrazione. Pensiamo alle nostre case. Perchè su AirBnB gli utenti/offerenti caricano foto brutte? Devi “vendere” la tua casa e fai una foto che nemmeno un bambino di tre anni con un telefono di media fascia farebbe così male. In realtà con una bella foto pubblicizzi meglio quello che hai.
Allora inizi a tutelare la casa bella, poi capisci che la casa non è bella solo dentro ma anche fuori e allora cominci a preoccuparti anche della facciata. Magari se siete in tre interessati a valorizzare quella zona, allora i risultati si conseguono prima e meglio. È un circolo virtuoso e così cominciano a cambiare le cose”.
Prima dicevi che stanno cambiando alcune cose: nei musei cominciano a esserci più temi come la gamification, cioè le logiche di gioco che conducono a interessarsi di qualcosa. Come vedi la possibilità effettivamente di uscire da questo circolo vizioso in cui è stata l’Italia fino a oggi e cominciare a vivere davvero della nostra bellezza?
“Io sono ultra ottimista. Secondo me non poteva andarci meglio. Siamo i privilegiati del mondo. Per quello che hanno fatto i nostri antenati e quello che si è creato nel nostro paese, abbiamo una “strada in discesa” davanti a noi.
Non è merito nostro, abbiamo una biodiversità culturale che è unica”.
Non ce ne rendiamo conto. Questo accade forse solo quando andiamo fuori a visitare altri Paesi.
“Esatto. La cosa incredibile è che nel momento in cui iniziamo a trasformarlo in valorizzazione tutto cambia. Citavi prima la gamification. Nel film tu sei spettatore, nel videogame tu sei l’attore protagonista, non c’è più uno storytelling ma c’è uno story doing. Sei tu che agisci da protagonista. Allora la tua interpretazione di un luogo è nuova. Non è solo il gaming in quanto tale, ma è proprio l’approccio che sta dietro il gaming. L’obiettivo è coinvolgere lo spettatore, coinvolgerti. Guarda cosa ha fatto il direttore degli Uffici Schmidt, ha coinvolto una influencer, Chiara Ferragni, e se n’è parlato per settimane sui social e non solo.
Quando è scoppiata la pandemia sono usciti dopo un paio di mesi siti di musei orgogliosi perché avevano messo online la visita virtuale. Ma solo nel 2020 si è arrivati a questo traguardo? Perché non lo hai fatto per dieci anni?
La pandemia è stata, quindi, una “botta” pazzesca che ha fatto saltare una quantità di calcificazioni “incrostate” nel vecchiume mentale diffuso.
Io sono stra ottimista perché la nostra biodiversità culturale oltreché enogastronomica (del cibo, della gastronomia, della lingua, del patrimonio di questa identità diffusa) è una ricchezza enorme. Tra quei paesini, uno accanto all’altro, dove noi pensiamo soprattutto alla rivalità hai la biodiversità e quindi in ogni luogo c’è qualcosa di nuovo.
Il sistema di Sciacca si può trasferire ovunque perché si fonda sulla valorizzazione dell’identità, qualunque essa sia. Noi non abbiamo tante cose belle che costituiscono la nostra identità e questo riguarda ogni posto d’Italia. Valorizzare quello che abbiamo, offrirlo al mondo, mantenendo un controllo sulla sostenibilità. È un rapporto molto equilibrato.
Andiamo alla ricerca degli strumenti giusti per gestire la complessità: devi sapere quanti soggetti coinvolgere e come. La cosa bella è che quanto tu attivi tutti, trovi soluzioni e idee completamente imprevedibili.
Faccio un esempio: abbiamo attivato delle esperienze con un’attenzione particolare all’accessibilità. Abbiamo fatto un colloquio con Stefano Tortorici che è il responsabile dell’Unione Ciechi di Sciacca ed è non vedente. Una volta mentre chiacchieravamo, lui mi chiese “ma tu sai guidare la barca?” Io risposi:“no” e lui: “domani allora ti insegno”. Al mattino arrivo, mi copre gli occhi con delle bende e mi insegna a guidare. Come fa lui a guidare? Mi dice: “Emilio, portaci verso Sud Ovest”, ma io non sapevo orientarmi e lui mi dice: “Dov’è il Sole? E il vento? E le voci del porto?”. Mi aveva fatto scoprire tutti gli elementi per orientarmi.
E oggi noi abbiamo, tra le nostre esperienze, la blind sailing experience, (ne abbiamo in totale 54 di esperienze che offriamo ai nostri turisti) in cui si insegna a guidare alle persone senza vedere. È come se ti insegnassero a usare i super poteri: super udito, super sensibilità ed è una grande emozione.
Chi allora, facendo turismo esperienziale, avrebbe mai potuto anche solo pensare una cosa del genere? Ma in realtà quando apri a tutti quanti, saltano fuori persone come Stefano che si inventano queste idee geniali. È anche un gioco e ci stiamo divertendo un sacco”.
Prima parlavamo di strumenti digitali, delle “nuove” tecnologie. Queste tecnologie, che poi sono quelle che noi come Synesthesia “dominiamo”, contribuiscono anche al supporto della sostenibilità? Vedi delle opportunità in questo? Come possono aiutare a emozionare e, nello storytelling, a trasmettere un messaggio in modo coinvolgente e diretto?
“Partiamo da Sciacca. Tutti realizzano molte piattaforme che poi riempiono di contenuti. Si fa il contenitore e poi si cercano i contenuti. Noi abbiamo fatto la scelta opposta e la nostra piattaforma è costruita sui nostri bisogni. Noi quindi non siamo concorrenziali con Booking o AirBnB.
Siamo unici perché raccontiamo il nostro territorio e diamo uno strumento per uscire nel mondo comprendendone il valore e la bellezza. In realtà stiamo connettendo le persone attraverso lo strumento digitale.
Il nostro percorso ha una potenzialità straordinaria, incalcolabile. Neanche la più grande corporazione del pianeta può avere le risorse per attivare tutto un territorio. Il territorio che si attiva, invece, connettendosi, sì.
Allora immaginiamo la quantità di esperienze possibili per esempio sul cibo. Noi abbiamo tutte le strutture ricettive che usano cibo locale. Lo fanno assaggiare e si trasformano così in “tester”. Allora tu assaggi l’arancia e poi ti chiedo “dove vivi? Nei sobborghi di Londra?”, allora alla sesta giornata di pioggia una cassetta di arance può tirare su il morale. C’è così una narrazione anche del territorio che diventa connessione e si esprime a livello digitale: prenoti le arance, l’olio, il miele, tutto quello che vuoi.
Noi insegniamo a fare la pasta, ma partiamo dal contadino, ti insegniamo a fare la cassata ma partiamo dal pastore. Nel momento in cui hai tutto il territorio che si valorizza ed è iperconnesso, come fai a tenerlo insieme? Ti servono gli strumenti digitali. Anche qui in realtà c’è una dinamica di gaming perchè cominci a costruirti la tua vacanza attraverso una pre experience di racconto che noi ti diamo e lì entrano in gioco le piattaforme gratuite. Abbiamo izi.Travel per i racconti dove puoi caricare i contenuti e diventa tutto interattivo. Noi siamo no-profit e i nostri guadagni vengono redistribuiti sul territorio.
Tutto questo costituisce la piattaforma digitale che valorizza il territorio stesso. Immagina questo modello che si realizza ovunque: per esempio nei 10 territori intorno a noi. Di colpo la stessa cosa non è concorrenziale, ma semplicemente si apre il bacino e hai un altri soggetti che offrono altri servizi dal karting, alle gite in kayak e molto altro.
Ecco che il digitale si trasforma in uno strumento per prendere consapevolezza del valore di quello che hai e per offrirlo al mondo fuori.
Diventa così anche un mezzo straordinario per la gestione della complessità. Siamo tanti (abbiamo 54 protocolli di intesa firmati) e abbiamo coinvolto anche la sovraintendenza ai beni culturali che ha firmato un protocollo con noi.
Quando arrivano fondi da un piccolo bando noi attiviamo gli artigiani e la soprintendenza arriva velocemente e decidiamo subito cosa fare: questa scalinata la rivestiamo in ceramica ed è fatto. Ci si mette molto meno tempo, tutti sono soddisfatti e una parte della città è migliorata. Questa è la sostenibilità del territorio.
L’esempio che facevi prima di Peppino Impastato è quotidiano. Lui diceva: “se non riesci a spiegare il valore, a farlo capire e sentire, metteranno sempre solo due tendine per abbellire e si illuderanno di aver migliorato il tutto”. Quando inizi a vedere davvero la bellezza, ammiri una scalinata piena di maioliche e ceramiche fatte dai tuoi artigiani ed è bellissimo! Viene anche a te voglia di fare un foto, anche se è casa tua e prima non l’avresti mai fatta.
Il digitale serve per tenere insieme tutti questi pezzi di comunità.
Io ho dato il mio contributo, ma la cosa davvero bella è che c’è una comunità vera dietro le spalle, che sta crescendo e il contributo di tutti non è retorica, ma è fondamentale. Ci sono due ragazze, Anna e Desirè, due neolaureate di 24 anni in valorizzazione dei beni culturali, che sono le colonne del progetto. Stanno investendo tutto perché credono nella possibilità di vivere nel loro territorio e che questa valorizzazione collettiva darà degli stipendi.
Quando sarà a regime noi prenderemo come cooperativa di comunità una percentuale sulla vendita che non va a Booking.com o ad altro, ma rimane sul territorio e dà lavoro a chi ci vive. Alla testa di tutto questo poi c’è una donna, Viviana Rizzuto, che è tornata dopo 15 anni di carriera come program manager per multinazionali di tutto il mondo, USA, Giappone, Svizzera. Tornata in Sicilia, Viviana applica le sue competenze sul territorio. Ecco perché abbiamo bisogno delle competenze.
Allora questa magia che si sta creando è perchè si stanno attirando sempre più persone. Tu parti e poi la cooperativa di comunità nasce da Viviana che mette insieme le persone e pensa a come poter valorizzare l’identità collettiva.
È la bellezza di competenze che si aggregano e che trasformano tutto questo in valore reale, sostenibile ma anche di visione.
Si vede l’entusiasmo e io mi sto divertendo molto. C’è una potenza anche emozionale dietro questo che smuove tutto. Per anni si sono combattuti tra ceramisti, per esempio, di località vicini. Io lavoro anche in Toscana e quando vai tra Pisa e Livorno la rivalità è fortissima. Invece quando si capisce il valore di questa dinamica, si vede che è una meraviglia quello che accade e le persone partecipano volentieri. Unisci così etico e utile, la competenza e gli approcci di un’azienda uniti ai valori di una famiglia.
Non facciamo i soldi per farli, ma dobbiamo avere quel confronto reale per funzionare bene. Tutte le nuove tecnologie combaciano con la creatività italiana e con la valorizzazione dell’identità. Ecco che questo diventa un progetto che ha molto da dire sulla sostenibilità e sul valore della bellezza”.
Emilio, rimarrei delle ore ad ascoltarti e mi auguro che in futuro anche come Synesthesia, con il nostro team, potremo avere occasioni per collaborare a questo progetto. Un’ultima domanda. Questo ottimismo proiettiamolo nel futuro. Proviamo a immaginare il mondo che sarà fra 10 anni. Come vedi queste evoluzioni di cui abbiamo parlato in un futuro lontano? Prima hai citato la “singularity” che rende molto difficile guardare nel futuro in questo periodo storico, cosa ne pensi?
“Io vedo un periodo veramente affascinante dove la conoscenza è uno strumento di valorizzazione di quello che siamo noi come persone e dell’identità.
È un’epoca in cui inventeremo continuamente ruoli, cambieremo. Non si tratta più di cercare un lavoro, ma di capire qual è il tuo ruolo in questo contesto, in quella rete incredibile di complessità.
I prossimi 10 anni serviranno sempre di più, secondo me, a riassettare il sistema in cui ci troviamo. Non abbiamo più nessuna certezza sul lavoro futuro. Oggi un ragazzino di 16 anni non sa nemmeno se ci sarà quel tipo di lavoro”.
Oggi molti ragazzi stanno facendo lavori che dieci anni fa neanche esistevano.
“Questo accadrà molto più velocemente ed è una grandissima opportunità perché se non hai riferimenti all’esterno, l’unico riferimento giusto sei tu. Oggi è l’epoca in cui essere sognatori è una garanzia di razionalità.
Io penso, quindi, che i prossimi dieci anni saranno straordinari soprattutto perchè siamo in Italia ed è incredibile il potenziale che abbiamo in termini di valore. Non parlo solo di turismo, ma anche di design, economia, bellezza. È tutto connesso in questo concetto di identità e di valore.
Io spero in decine, centinaia di “modelli Sciacca”, ovvero la comunità che si attiva e diventa un corpo coeso, competente e consapevole del proprio valore. Poi connettendosi come macro aree si crea un’offerta straordinaria e di valorizzazione non solo del territorio, ma anche di noi stessi. Io credo che sarà una corsa meravigliosa nel “diventare finalmente un cigno”.
Grazie infinite Emilio, in bocca al lupo e a presto.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Emilio Casalini!
Ascolta “Sostenibilità / Emilio Casalini [agosto 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
La tecnologia del QR Code nel Green Pass
Oggi, grazie all’impiego dei QR Code (Quick Response Code), abbiamo assistito a una notevole riduzione delle occasioni di contatto. Questi codici a barre a risposta rapida fanno ricorso alla tecnologia di AR per dare accesso a una quantità maggiore di informazioni attivate digitalmente a seguito della scansione con un apposito software (oggi integrato nella fotocamera di quasi tutti i dispositivi mobile).
Di fatto, i QR Code condensano una quantità più o meno grande di informazioni in un simbolo, caratterizzato da tre quadrati disposti negli angoli, che funzionano da punti di riferimento per il software di decodifica (che può così raddrizzare l’immagine e leggerne bit con un sistema per cui il bianco è 0, il nero è 1). Nel caso del QR Code presente nel Green Pass è stato inserito un elemento ulteriore: una procedura specifica per evitare contraffazioni.
L’applicazione che scansiona e “legge” il codice del Green Pass è rilasciata dal Ministero della Salute e utilizza la chiave pubblica del sigillo di firma per verificare la provenienza e l’integrità del dato. Il codice sorgente delle applicazioni usate per la lettura dei dati è open source e disponibile su Github.
Il QR Code presente nel Green Pass contiene le informazioni relative ai dati identificativi del soggetto (nome, cognome, data di nascita), il numero di dosi di vaccino ricevute, la tipologia e la data della vaccinazione. Pertanto, non vi sono ulteriori informazioni relative allo stato di salute o altri dati sensibili che entrerebbero in conflitto con la tutela europea dei dati personali.
“VerificaC19”: l’app per controllare il Green Pass
Dal 6 agosto sarà obbligatorio l’uso del Green Pass dai 12 anni in su per andare al ristorante, nei bar al chiuso, nei cinema, nelle palestre, per andare allo stadio e in molti altri luoghi aperti al pubblico. Solo coloro che erogano i servizi potranno verificare la validità della certificazione grazie all’applicazione “VerificaC19”, sviluppata dal Ministero della Salute in collaborazione con il Ministero per l’Innovazione Tecnologica.
L’app, utilizzabile anche in modalità offline, è conforme alla versione europea (diminuisce il numero di dati visualizzabili dall’operatore, per minimizzare le informazioni trattate). È possibile scaricare gratuitamente VerificaC19 sia dal Playstore di Google per dispositivi Android dalla versione 8, sia dall’AppStore di Apple con iOS versione 12.1 o superiore. Per avere maggiori informazioni sull’app è possibile consultare il seguente link del Governo.
Verso una maggiore tutela dei dati personali
L’utilizzo dei QR Code in numerosi ambiti della nostra quotidianità suggerisce come la tecnologia spesso fornisca gli strumenti più idonei e utili per affrontare le sfide quotidiane, anche in situazioni imprevedibili di emergenza sanitaria come quella dettata dall’attuale pandemia. Come abbiamo visto, i dati coinvolti durante l’attività di riconoscimento del Green Pass, in pieno accordo con la tutela europea dei dati personali, non riguarderanno i dati sensibili e non ci sarà alcun rischio per la nostra privacy.
Come avere il Green Pass sul tuo smartphone: ecco alcuni consigli pratici
In futuro, dunque, sarà sempre più utile avere a portata di smartphone il QR code del Green Pass. Esistono diverse soluzioni. Noi ve ne segnaliamo due: una per i dispositivi Apple e una per quelli Android. Su iPhone è possibile salvare il Green Pass digitale nel Wallet insieme a tanti altri documenti fondamentali per le attività quotidiane come carte di credito, bancomat, biglietti dei treni e molto altro. È, inoltre, possibile mostrare il Green Pass anche dal Wallet dell’Apple Watch senza neanche la necessità di utilizzare lo smartphone.
Per il “mondo” Android, una soluzione può essere l’app Stocard (disponibile anche per Apple) alla quale è possibile aggiungere il Green Pass.
Bastano poche semplici “mosse”:
- premere il “+”, selezionare la voce “carta generica”,
- verrà poi data la possibilità di accedere a una foto o alla fotocamera,
- si seleziona l’immagine di interesse,
- si viene indirizzati verso una schermata in cui, se si scrive il nome della card (Covid…) viene recuperata la dicitura “Certificazione verde Covid-19”.
In questo modo si potrà avere sempre a disposizione la documentazione necessaria senza bisogno di documenti cartacei o di una connessione a internet stabile. Un piccolo cambiamento che entrerà a far parte della nostra quotidianità per migliorare la sicurezza di tutti.
Ogni giorno, Synesthesia, grazie al lavoro di team esperti sviluppa applicazioni all’avanguardia per i propri clienti e per i propri partner. Scopri le nostre Creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 31 min]
Tetra Pak è una grande realtà attiva in numerosi settori, ma oggi ci concentreremo sulla sostenibilità.
“La sostenibilità è molto importante per Tetra Pak. Prendiamo in considerazione questo tema in tutti gli ambiti dell’azienda, a 360 gradi: dall’ambiente alle persone, qualsiasi cosa che abbia a che fare con la sostenibilità e ovviamente anche un modello di business sostenibile”.
Tetra Pak è un’azienda multinazionale che ha una rilevanza notevole in Italia e in particolare a Modena. Quanto conta l’integrazione con il tessuto sociale ed economico locale per un’azienda?
“Direi che è cruciale per diverse ragioni. Prima di tutto, il motivo per cui Tetra Pak Packaging Solutions ha sede a Modena è proprio la connessione con la realtà locale. Ci troviamo nella “motor valley” , la “patria dell’ingegneria”, dove Tetra Pak può trovare quelle competenze tecniche e ingegneristiche che sono i pilastri e le basi di partenza per la nostra azienda in Italia e nel resto del mondo.
Questa è la ragione per cui la connessione è così importante. Tutto sta nell’avere i legami con le aziende giuste, con i fornitori giusti, con le persone giuste, con le università e poi mettere insieme tutte le competenze necessarie per ricerca e sviluppo nel nostro campo legato alle soluzioni di confezionamento.
Ci sono poi anche altre ragioni per cui la connessione con il tessuto locale è così rilevante. Tetra Pak è una realtà davvero molto importante per l’Emilia-Romagna e per la città di Modena. Si tratta di un supporto reciproco. Da un lato, quindi, c’è la connessione con tutta la catena produttiva: Tetra Pak non è da sola, collabora con tanti fornitori, centri di ricerca, università. Dall’altro lato, questa azienda sta davvero contribuendo alla crescita positiva dell’ecosistema locale con iniziative nelle scuole, nella municipalità e in supporto alle persone in difficoltà. Direi, quindi, che questa connessione è davvero un “prendere e dare” in entrambe le direzioni e credo che funzioni piuttosto bene.
Faccio ancora un altro esempio: Modena è una piccola città, ma è in prima linea nell’ambito della sostenibilità: emissioni di CO2, la riduzione dell’inquinamento e altri temi come la sostenibilità nel settore alimentare e la riduzione degli sprechi. Diventa naturale muoversi “mano nella mano” e collaborare su questi temi, che per noi sono centrali nella nostra agenda”.
Questa partnership con il tessuto economico locale sembra davvero geniale.
“Credo che questo sia uno dei punti di forza della nostra azienda. Abbiamo molte sedi e lavoriamo in tutto il mondo e di conseguenza anche la nostra catena di fornitura o i rapporti di collaborazione vanno oltre i singoli Paesi. A ogni modo la connessione con l’economica locale, con le autorità locali è forte e penso che che sia forte ovunque in tutte le diverse zone in cui Tetra Pak è attiva nel mondo. Io ovviamente posso parlare per Modena, dove questa partnership è attiva da molto tempo. È una sorta di “matrimonio” felice”.
D’altra parte le cose funzionano al meglio solo quando i vantaggi sono gli effetti reciproci per tutti i soggetti coinvolti. Qui in Synesthesia crediamo che sia possibile vivere in armonia con la natura se ci sforziamo di contrastare l’impatto negativo che il genere umano ha avuto sulla biodiversità e agiamo in accordo con quanto stabilito nell’agenda per il 2030 per uno sviluppo sostenibile. Qual è la visione tua e della tua azienda in questo ambito? Quali sono le scelte che avete preso?
“Prima di tutto, posso senz’altro confermare che Tetra Pak crede fermamente che possiamo cambiare e vivere in armonia con l’ambiente che ci circonda. Questa è la ragione per cui riteniamo che una confezione sostenibile può fare la differenza.
Un packaging sostenibile, a livello generale, può contribuire a ridurre o a limitare i cambiamenti climatici, può aiutare ad affrontare molte altre questioni climatiche e a sfamare una popolazione in costante crescita. Le previsioni ci dicono che entro il 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9.7 miliardidi persone e questo significa che avremo bisogno di avere almeno il 70% in più di cibo. Dunque il confezionamento diventa fondamentale. La protezione degli alimenti è molto importante.
Un altro elemento che dobbiamo considerare è che ogni anno il 33%, più o meno, del cibo è sprecato e in questo ambito una confezione con un’alta performance gioca un ruolo cruciale nell’attuale sistema globale di distribuzione e vendita degli alimenti. In. tal senso il packaging di carta, per esempio, secondo noi rappresenta una soluzione molto interessante. Crediamo nella necessità di investire in questa economia circolare a basso consumo di CO2. Noi stiamo lavorando molto in questa direzione.
Cerco di riassumere un po’: ci sono cinque sfide chiave per un packaging alimentare sostenibile.
Prima di tutto, le materie prime e il loro reperimento. Per quanto riguarda il tema della riciclabilità, sono la produzione e la distribuzione che devono essere sostenibili perché l’uso e la distribuzione hanno un grande impatto sulle emissioni di CO2.
In secondo luogo, c’è la conservazione e il consumo dell’alimento. Se si pensa alla conservazione del cibo, questo punto è fondamentale: è utile per le persone e la popolazione. Nella misura in cui troviamo soluzioni di packaging che, per esempio, non necessitano di essere conservate in frigorifero o che conservano il cibo per molti mesi. Questo potrebbe davvero contribuire davvero a ridurre gli sprechi.
Lavoriamo poi anche molto sulla riciclabilità. Questa è la ragione che giustifica la stretta collaborazione con coloro che si occupano del riciclo dei materiali al fine di trovare la formula che renda le nostre confezioni utili. Stiamo lavorando con chi si occupa del riciclo per migliorare la produttività e l’efficienza dei processi di riciclo con nuovi investimenti, nuove attrezzature più efficienti.
Poi stiamo lavorando anche sulle materie prime e sui materiali lavorati per renderli più facili da riciclare.
Infine, un altro importante aspetto su cui siamo molto concentrati ha a che fare con la “fine della vita” del packaging. Al momento la nostra capacità nel riutilizzare o ridurre il completo spreco delle nostre confezioni non è ancora arrivato al punto in cui vorremmo.
C’è, quindi, un motivo preciso alla base della nostra ricerca così approfondita, degli investimenti e del grande sviluppo nel settore della rinnovabilità. Andiamo costantemente alla ricerca di una via per prolungare quanto più possibile la data di scadenza dei nostri packaging e poterli riutilizzare il più possibile. La nostra ambizione, dunque, è soprattutto quella di fornire packaging sostenibili per alimenti e ricercare e sviluppare nuove soluzioni. Il focus al momento è diretto proprio su nuove soluzioni di confezionamento riciclabili e nuovi materiali. Questo è il motivo per cui instauriamo partnership con numerosi produttori di carta, cerchiamo di ridurre l’utilizzo della plastica e di rimuovere possibilmente l’alluminio.
Non so quanto conoscete della composizione di un packaging di Tetra Pak, ma normalmente il 70% è costituito da carta, il 25% da plastica a base vegetale, il 5% da alluminio. Il nostro obiettivo, passo dopo passo, è di arrivare a una soluzione il più possibile realizzata interamente in carta. Teniamo a mente, in ogni caso, che dobbiamo conservare il cibo e quindi dobbiamo assicurarci che la luce e l’aria non alterino le proprietà degli alimenti”.
È molto interessante ascoltare queste cose. Il tuo background in disegno industriale quanto ti è stato utile nel momento in cui si devono risolvere i problemi che si presentano per l’azienda?
“Sicuramente ci vuole un bilanciamento. Ma posso dire che ci sono tante competenze che devono essere unite e quindi senz’altro il background aiuta, ma la parte più importante è quello che hai davvero imparato “sul campo”, perché quando si parla di sostenibilità, così come in molti altri ambiti direi, si parla di un mondo in continua evoluzione: ci sono sempre novità che “saltano fuori” molto velocemente in termini di nuove idee, nuove soluzioni e nuovi materiali. Devi essere in grado di intuire su cosa valga la pena investire e su cosa no.
C’è il rischio di perdersi e non concentrarsi su cosa deve essere fatto come primo passo ma è un mondo fantastico e il livello di innovazione e investimenti, non solo da parte di Tetra Pak, ma anche da parte di altre aziende, è sorprendente. Questo significa che c’è un reale interesse e c’è un futuro in cui tutti crediamo. Poi ovviamente si deve considerare l’aspetto economico, dobbiamo pensare ai nostri clienti e prendere in considerazione tutti quegli aspetti un po’ meno “divertenti”: quanto può investire un cliente? Come assicurarsi che ci sia un ritorno sull’investimento? A ogni modo, il focus, l’interesse generale sul tema della sostenibilità evidenzia realmente il fatto che l’industria è impegnata nel contribuire positivamente alla tutela dell’ambiente.
Tetra Pak ha un focus principale dedicato alla sostenibilità ambientale in agenda e questo è chiaro dagli investimenti che stiamo facendo nello sviluppo delle competenze, nelle partnership con aziende più esperte di noi, nelle materie prime, ma anche tutti gli investimenti che abbiamo nelle fonti sostenibili, nella riforestazione, nel rendere tutti i processi davvero sostenibili nel settore alimentare”.
C’è la necessità che gli stessi consumatori cambino le proprie abitudini e siano messi al corrente di come poter riutilizzare i packaging e come riciclarli correttamente?
“Abbiamo bisogno che i consumatori capiscano perché è importante e quali sono i benefici. Vogliamo che comprendano come riciclare nel modo corretto perché non è così scontato. Credo che sia nostro compito illustrare ai consumatori quali sono i benefici di lungo termine. Non possiamo pensare alla sostenibilità come a qualcosa che solo certe persone possono permettersi. Dobbiamo renderla accessibile per tutti. Questa è l’altra sfida che ci poniamo: come innovare, come introdurre soluzioni sostenibili che possano essere accessibili per tutti i consumatori e convenienti per i nostri clienti”.
“Prodotti sostenibili, ma anche innovativi da un punto di vista di funzionalità e performance”, prendiamo in prestito le sue stesse parole in una recente intervista per La Stampa. La sostenibilità dunque che passa anche attraverso l’innovazione, qual è il collegamento tra questi due ambiti per Tetra Pak?
“Farò un esempio molto pratico. I packaging di Tetra Pak sono realizzati per conservare il cibo e renderlo disponibile ovunque. Questo è il nostro obiettivo, la nostra mission.
Dobbiamo assicurarci che le nostre confezioni siano davvero in grado di preservare il cibo che contengono e a lungo: quindi una lunga vita sullo scaffale e senza conservanti aggiunti. Questo è il nostro primo impegno, la nostra priorità.
Quando passeremo dalla soluzione attuale a quella nuova, sarà importante non solo che il packaging sia interamente di carta e completamente riciclabile, ma anche che la conservazione del cibo contenuto possa durare per molti mesi, senza l’aggiunta di conservanti. Per questi motivi, dunque, dobbiamo sempre pensare all’innovazione come un principale facilitatore per realizzare nuove soluzioni, ma le nuove soluzioni, anche nell’ambito della sostenibilità, devono funzionare bene.
Innovazione e sostenibilità devono andare, quindi, di pari passo. La domanda è: “tu, come consumatore, compreresti una confezione che da un punto di vista ambientale è super, ma non ti garantisce il latte sano e salutare che vuoi dare alla tua famiglia?”. Penso che ovviamente la risposta sarebbe: no.
Questa quindi è la formula: l’innovazione è la chiave, l’innovazione è un nostro asset. Innoviamo continuamente, ma dobbiamo trovare soluzioni che performano davvero in tutti gli aspetti, in termini di conservazione degli alimenti, di riduzione degli sprechi di cibo e di sostenibilità e ovviamente con meno emissioni di CO2”. Tutto cambia e noi vogliamo avere soluzioni sempre migliori, non ci sono scuse. Occorre assicurarsi che quello che si sta fornendo incontri davvero le richieste dei consumatori, da quelli più esigenti che sono anche disposti a spendere un po’ di più per salvaguardare l’ambiente, a quelli meno esigenti (più attenti alle soluzioni più “a buon mercato”). Il tutto tenendo a mente che questo pianeta è di tutti e dobbiamo proteggerlo per noi stessi indipendentemente dalle possibilità che abbiamo in termini economici. Questo è ciò che abbiamo in mente ogni giorno”.
Il cambiamento dipende da noi e c’è equilibrio tra il cambiamento dell’individuo consumatore e quello che si realizza a livello di governo e di aziende. È un incontro tra i due mondi?
“Questo cambiamento deve iniziare dai governi, dalle aziende, dalle scuole ma poi è un viaggio che coinvolge tutti e a tutti i livelli. Credo che questo cambiamento non avverrà se non coinvolgiamo tutti nella catena di creazione del valore. Ovviamente è un processo graduale, non è qualcosa che avviene rapidamente, ma dobbiamo dare il buon esempio alle persone e poi supportare questo cambiamento con buone soluzioni e buone iniziative”.
Sostenibilità anche nella società. L’UNESCO ha dichiarato che la diversità culturale rappresenta una fonte indispensabile per ridurre la povertà e raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile. Abbiamo tutti il dovere di impegnarci in un dialogo culturale in modo che il mondo possa fiorire nella sua diversità. Secondo te, in quali aree dobbiamo ancora migliorare?
Prima di tutto direi che Tetra Pak è davvero un pioniere quando si parla di diversità culturale e di diversità in generale. Diversità e inclusione sono due importanti temi in Tetra Pak. Diversità vuol dire differenza in termini di età, background, esperienza, cultura, nazionalità, genere e questo è un ambito su cui Tetra Pak si è concentrata e ha lavorato molto. La diversità porta con sé molti vantaggi, differenti prospettive, modi i pensare e di affrontare il contesto innovativo nella ricerca e nello sviluppo.
La diversità aiuta davvero a esplorare, senza barriere che ostruiscono le diverse opinioni. È solo esplorando diverse opzioni, con una mente molto aperta, che alla fine avremo la possibilità di concentrarci sulla soluzione migliore. Si tratta di un processo molto impegnativo perché è più lungo e complesso rispetto a dire: “andiamo là, scegliamo noi la soluzione, è deciso, andiamo”. Richiede più sforzo perché si deve ascoltare, capire, aprirsi a differenti contesti, ma posso dire che nella mia esperienza, dopo quasi 21 anni in Tetra Pak, questa scelta ripaga tutti i sacrifici.
Vorrei aggiungere che insieme alla diversità culturale e la diversità in generale, c’è anche la questione sull’inclusione che in Tetra Pak è molto rilevante. L’inclusione è estremamente importante in un’azienda, non solo perché è giusto da un punto di vista umano, ma anche perché l’inclusione comporta numerosi vantaggi da un punto di vista aziendale.
Se c’è un ambiente di lavoro dove le persone si sentono coinvolte, apprezzate, dove possono lavorare bene insieme, un giusto ambiente insomma, va da sé, e ne abbiamo molti esempi, che la produttività aumenta e le idee fioriscono.
Questo, quindi, è un ambito su cui stiamo investendo molto e migliorando continuamente la nostra mentalità, perché anche per Tetra Pak il viaggio non è concluso, ci sono ancora tante questioni da affrontare sulla diversità e sull’inclusione”.
Sara, hai toccato così tante parole chiave e argomenti molto importanti per noi e su cui riflettere con attenzione. Dieci anni a partire da oggi, come ti immagini il futuro? La sostenibilità e l’innovazione rappresentano davvero le chiavi per costruire il futuro che desideriamo?
“Diciamo che io sono sempre stata un persona molto ottimista. Credo davvero nell’innovazione, credo davvero che attraverso la tecnologia e le persone riusciremo a costruire un futuro florido. Occorre mantenere l’attenzione, l’impegno, a livello di governi e di aziende nel ridurre sempre di più l’impatto ambientale. Le Nazioni Unite ci hanno dato un obiettivo ben preciso da raggiungere nel ventennio 2030-2050. Al fine di rendere i prossimi 10 anni davvero positivi e belli da vivere dobbiamo continuare a innovare in questa direzione, continuare a investire in soluzioni a basso impatto ambientale in termini di emissioni di CO2.
Dobbiamo investire nelle persone perchè, come dicevamo, è un cambiamento generale e le persone devono accogliere il cambiamento, comprendere le ragioni del perché è necessario. Quindi penso davvero che comprendere le ragioni del cambiamento, investire nell’innovazione, dare il buon esempio e mettere in pratica quanto si dice a parole ci darà, nei prossimi dieci anni, grandi vantaggi. Vedo un trend positivo in termini di riduzione delle emissioni di CO2 e di comportamenti collettivi. Penso davvero che le aziende come Tetra Pak giochino un ruolo di primo piano. Non è un passaggio che si realizza da solo. Dobbiamo unirci affinchè tutto questo accada. Un’unione a tutti i livelli: a livello mondiale e a livello locale. Spero davvero che questo accada per le future generazioni e anche per noi. Speriamo tra 10 anni di poter beneficiare di tutto questo”.
Ascoltando le tue parole mi sono sentita davvero ottimista anche io. Avere qualcuno in una posizione di leadership come te con tutte queste idee e con l’impegno in queste sfide, penso sia grandioso anche per noi.
“Dobbiamo fare in modo che tutto questo accada. Il mio ottimismo è realmente unito al fatto che vedo quante possibilità abbiamo a disposizione: la tecnologia è uno dei principali facilitatori, insieme al cervello e il cuore delle persone, con l’obiettivo finale di unirsi e far accadere il cambiamento”.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Sara De Simoni!
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[Guarda la versione completa dell’intervista – 24 min]
Professore, come si diventa Alessandro Barbero?
“Per una concatenazione di fattori in parte casuali, come tutto quello che ci succede nella vita, secondo me. Quando ci sono dei fattori che vanno a rivelare delle potenzialità o delle capacità che uno neanche sospettava di avere poi, pian piano, si viene instradati e alla fine si rimane incastrati nel ruolo che ci si è cuciti addosso. Io ero un ragazzino timidissimo e poi mi sono avviato a una carriera di studioso. Ho fatto lo studioso, ho scritto. Mi è capitato di scrivere un romanzo 25 anni fa, di vincere un grande premio e di diventare famoso per pochi giorni, come succede in quei casi, e poi di ritornare a essere uno studioso completamente sconosciuto al grande pubblico. Non c’era predestinazione. Durante gran parte della mia vita non mi è mai venuto in mente che una delle mie capacità dovesse essere quella di parlare in pubblico o di raccontare la storia al grande pubblico”.
Quindi i nuovi media e in qualche modo anche Internet hanno contribuito alla diffusione. Come è cominciato questo successo e come la fa sentire questa notorietà?
“È cominciata in realtà con un vecchio medium, cioè con la televisione. Il primo passo verso questa direzione è stato quando Piero Angela, dopo avermi chiesto qualche consulenza mi ha proposto di andare in trasmissione. Superquark è uno degli appuntamenti annuali fissi. È nata con le “Lezioni di Storia” da parte di Giuseppe Laterza prima all’Auditorium di Roma e poi nei teatri di tutta Italia. È nata, infine, con gli inviti al Festival di Sarzana, dove ho cominciato poi ad andare regolarmente. Internet è stato il moltiplicatore di ciò che stava accadendo, più ancora della televisione direi perché il grande pubblico segue Superquark, ma io in una puntata della trasmissione parlo per 5 minuti, poi viene qualcun altro. Le lezioni possono aver davanti anche 1000, 1200 persone in presenza come mi è capitato per esempio all’Auditorium Sinopoli a Roma. Io non produco niente per Internet. Sono completamente assente dai social. Ci sono delle pagine Facebook con il mio nome, ma le gestiscono altri. Ci sono delle raccolte di podcast miei, ma lo fanno altri.
Solitamente l’aggettivo “medievale” viene utilizzato per connotare negativamente qualcosa che non è “al passo con i tempi”. In realtà, penso che il medioevo come ogni epoca storica abbia avuto i suoi momenti di luce. Le andrebbe di raccontarci almeno tre scoperte tecnologiche che hanno cambiato la storia dell’uomo e che si sono verificate in questo periodo?
“Premetto che il medioevo è molto lungo. La stragrande maggioranza dei nostri antenati sono vissuti nel medioevo. Mi capita spesso di raccontare questa cosa a lezione. Immagina di trovarti davanti Giulio Cesare o Cicerone e di raccontargli la tua giornata in questo modo:
Oggi mi sono svegliato, mi sono vestito, mi sono sbottonato la camicia, mi sono messo gli occhiali, ho sfogliato un libro per un po’. Poi avevo degli impegni, sono uscito, sono andato a lezione all’Università, sono andato da un notaio per un contratto, sono andato in Comune (avevo una pratica anche lì). Poi sono anche un credente, e quindi sono andato a messa e ho fatto due chiacchiere con il parroco, sono tornato a casa; ho cucinato una pastasciutta e ci ho grattugiato un po’ di parmigiano sopra. Poi ho sfogliato un libro e ho fatto una partita a scacchi.
Ecco. Immagini di raccontare tutto questo a Giulio Cesare o Cicerone. Non capiranno una parola. Non sapranno niente di tutto quello che gli hai appena raccontato. Non sapranno neppure che cosa voglia dire sfogliare un libro, perché a quei tempi si srotolavano rotoli e rotoli di papiro. Non hanno idea di che cosa siano gli occhiali e di che cosa siano gli scacchi, che cosa voglia dire andare a lezione all’università, andare dal notaio. Se invece provi a raccontare tutto questo a un fiorentino ai tempi di Dante Alighieri capisce perfettamente tutto, compreso grattugiare il parmigiano sulla pastasciutta. Nel medioevo ovviamente non sanno che cosa voglia dire accendere un PC o preparare un caffè però sanno che cosa significa fare un assegno, fare un’assicurazione. Forse non c’è hardware, ma è tecnologia anche quella. Il libro con le sue pagine da sfogliare, che nasce alla fine dell’antichità e all’inizio del medioevo, è un salto di qualità tecnologico enorme, visto che tutt’ora il libro di carta è la tecnologia più efficace che noi abbiamo per conservare informazioni e testi. I nostri modi di vita moderni, i nostri paesi, i centri storici delle nostre città, le nazioni, le lingue che parliamo sono nati nel medioevo”.
La diffusione della cultura, può avvenire attraverso i mezzi più disparati. L’utilizzo di social, podcast e altri mezzi meno “tradizionali” per coinvolgere un pubblico più ampio può fare realmente la differenza secondo lei?
“L’evoluzione futura che ci sarà sicuramente è molto difficile da prevedere. Non dimentichiamo che nessuno scrittore di fantascienza aveva previsto e immaginato Internet. Gli scrittori di fantascienza di 50 anni fa credevano che saremmo andati in giro con automobili volanti e che avremmo passato il weekend su Marte, che avremmo mangiato cibo in pillole. Quanto a Internet, nessuno aveva immaginato una cosa del genere. Quello che posso dire è che attualmente nel campo della produzione culturale e della comunicazione della cultura a me sembra che Internet sia in una fase in cui sia più efficace come un immenso magazzino dove andare a trovare cose che non sono state pensate per la rete. Voglio dire che, in base alla mia esperienza personale, quando si tratta di contenuti culturali la meraviglia di Internet è che tu ritrovi in un istante qualunque canzone che vuoi sentire, un vecchio film degli anni ‘30, un vecchio manoscritto medievale della Biblioteca Nazionale di Parigi, un saggio per la tua ricerca. Anche in questo senso Internet rappresenta un grandioso moltiplicatore e potenziatore di contenuti non nati per Internet. Là dove andiamo a vedere le cose specifiche di Internet mi sembra di poter dire che lì non c’è ancora e non c’è stata ancora la creazione di contenuti culturali tipici. YouTube è grandioso perché ti mette a disposizione le cose prodotte al di fuori di questo contesto.
Vedere il video del gattino che fa le fusa non è proprio allo stesso livello che vedere un film diĖjzenštejn. A costo di sembrare spudoratamente snob, ma se parliamo di cultura non mi sembra che i vari social ne producano allo stesso livello con cui la rete conserva e ripropone ciò che è stato già prodotto prima. In futuro, certamente, nasceranno nuove forme d’arte e di cultura integralmente nate per Internet, ma siamo solo all’inizio”.
Professore, lei prima diceva che nessuno ha previsto Internet, nessuno ha previsto una rivoluzione di questo tipo. Effettivamente abbiamo vissuto una rivoluzione incredibile nel giro di poco tempo: dalla nascita dei PC fino ad arrivare alla connettività globale, agli smartphone e agli altri dispositivi mobili. Tutto ciò ha effettivamente impattato molto sulla nostra cultura. Questo probabilmente è qualcosa che probabilmente non abbiamo mai vissuto. Secondo lei c’è stata nella storia qualcosa di simile in cui l’umanità è passata dai cambiamenti come quelli che abbiamo vissuto oggi, oppure è una novità assoluta?
“L’umanità è sempre passata attraverso cambiamenti e ha sempre dimostrato di avere una grande capacità di adattarsi ai cambiamenti. Ci sono vari tipi di cambiamenti: sociali, politici, economici. Noi adesso stiamo parlando di un grandioso cambiamento tecnologico, che ci mette a disposizione tecnologie inimmaginabili fino a pochi anni fa, lasciando più o meno uguale tutto il resto (rapporti di potere nella società, gerarchie sociali). C’è chi costruisce nuove fortune sulla base delle nuove tecnologie, ma l’esistenza di Internet non ha cambiato il rapporto tra il disoccupato e il miliardario. Ha certamente creato qualche passatempo in più per il disoccupato per tenerlo tranquillo. Di quello che stiamo vivendo è l’aspetto prettamente tecnologico che colpisce. Direi che quelli che, verso la fine dell’Ottocento o inizio Novecento, hanno visto comparire l’automobile, il telefono, hanno visto scavare le metropolitane nelle viscere delle loro città, hanno visto i loro aeroplani staccarsi da terra, hanno assistito a un cambiamento tecnologico pazzesco. Un cambiamento diverso dal nostro perché più hardware che software. Noi non ci facciamo neppure più caso perché l’Umanità si abitua con una facilità incredibile ai nuovi giocattoli che ha a disposizione”.
Come i nativi digitali daranno per scontato tutta una serie di cose che per noi oggi sono incredibili come risultati della tecnologia, pensiamo ai bambini che oggi prendono in mano un tablet e in pochissimo tempo sono in grado di usarlo meglio dei loro genitori.
“Alla grande domanda – se il bambino che cresce usando un tablet cresca diverso rispetto ai bambini di una volta – io tenderei a dire di no. Non è che gli esseri umani cambiano così facilmente”.
Questo forse è uno dei problemi dell’Umanità: gli esseri umani non si evolvono altrettanto velocemente con le tecnologie che creano diventandone un po’ succubi.
“Questo diventa un problema nella misura in cui non sappiamo sfruttare bene quello che abbiamo. D’altro canto il fatto che gli esseri umani fondamentalmente non cambino lo trovo molto rassicurante”.
Durante la “Notte dei Ricercatori 2020” ha raccontato come le grandi epidemie del passato abbiano spinto la storia dell’Umanità in una direzione diversa. Allo stesso modo, la pandemia che stiamo attraversando come potrebbe influenzare l’epoca attuale?
“Premetto che mi avventuro su un terreno che non è il mio. Noi storici è già tanto se riusciamo a raccontarvi qualcosa del passato. La prima cosa che si impara è che tutti coloro che vogliono prevedere qualcosa del futuro non ci azzeccano. Detto questo, si possono intravedere delle direzioni, lì dove dove si mescolano la previsione e il desiderio. Credo che possiamo essere molto felici se il mondo uscisse dalla pandemia con qualche dubbio sull’ideologia unica – che ha dominato gli ultimi 40 anni – del privato, del profitto, della rendicontazione, del pareggio di bilancio, del risparmio sul welfare e così via. Se dovessimo uscire con qualche dubbio sul fatto che conviene smantellare il pubblico perché non serve a niente; che nella sanità dal punto di vista dello stato l’importante è risparmiare chiudendo gli ospedali; che assumere medici o infermieri e ricercatori è meglio non farlo perché così si risparmia e si può presentare all’Europa il pareggio di bilancio, potremmo essere contenti. Ovviamente non dobbiamo muoverci solo in una prospettiva italiana. È forse a livello mondiale che c’è la possibilità di un nuovo keynesismo di un nuovo New Deal. Non dico che il vecchio Joe Biden possa essere il nuovo Roosevelt, però insomma un po’ di spinta che gli Stati devono spendere, investire e assumere e che si sta tutti meglio così; forse quella potrebbe essere la vera svolta culturale che potrebbe portare con se la pandemia”.
Professore, speriamo davvero che la politica e la coscienza comune sia spinta in qualche modo a investire sul lungo periodo. Finora si è sempre guardato al breve periodo e forse questo, la mancanza di lungimiranza politica e la capacità di investire su quello che è importante per costruire il futuro ci ha portati anche ad arrivare a una Pandemia che stiamo vivendo. Cosa succederà nei prossimi 10 anni nel mondo della cultura?
“Io rimango sempre molto diffidente e in attesa. Non mi aspetto niente per carattere. Nel febbraio dell’anno scorso all’Università Statale di Milano in un grande auditorium strapieno, mi è capitato di chiacchierare con gli studenti sul fatto che la storia sembrava quasi essersi fermata a livello di grandi avvenimenti, intesi come quelli che rimangono nei manuali di storia, di quelli che rimangono legati a una data. Non parlo ovviamente dell’evoluzione storica sotterranea, che ovviamente non si ferma mai, ma facevo riferimento a un grande avvenimento memorabile. Ricordo di aver detto loro che dopo l’11 settembre 2001 apparentemente non è accaduto niente. Quello che ho detto è agli atti: è su Internet e chiunque può recuperarlo. È accaduto nel febbraio 2020. Più smentito di così”.
Noi in Synesthesia abbiamo una Academy, abbiamo dei professori che raccontano e insegnano principalmente tecnologia STEM, quindi scienze “dure” e una serie di corsi anche per bambini e per ragazzi. Puntiamo molto sulla gamification e sulla creatività, ma se dovesse dare un consiglio ai nostri professori per coinvolgere ed essere più efficaci, che cosa direbbe loro?
“È difficile dirlo perché secondo me i modi di insegnare e le tecniche d’insegnamento non sono facilmente svincolabili dai contenuti, anche se forse esiste una pedagogia che pensa che si possano separare le due cose. Io non ci credo. Ho un’esperienza nell’insegnamento di materie umanistiche e mi sentirei di dire che…
l’unica cosa che conta per rendere efficace l’insegnamento è che l’insegnante provi passione per quello di cui parla. Sono convinto di questo. Lo scopo nelle materie umanistiche è quello di appassionare e di far capire una cosa che a prima vista non è ovvia, cioè che la storia è importante, che la letteratura e la filosofia sono importanti per la nostra vita, che se si vive senza si può vivere meno bene.
Queste non sono cose ovvie e non è facile andare a raccontare al figlio di una famiglia operaia che ha il problema del lavoro che farà in futuro che anche la filosofia può avere un posto nella sua vita. È così, e bisogna legittimare tutto questo. Io mi immagino che chi insegna cose scientifiche o tecniche abbia meno questo problema”.
Penso che sia un ottimo consiglio e che questo sia un problema che accomuna anche chi insegna materie più scientifiche perché a volte ci si trova in situazioni dove ci sono dei pregiudizi. Per esempio, troppo spesso ci troviamo di fronte a situazioni di gender gap, in cui le le ragazze non sono avviate a questo tipo di scienze perché ritenute “cose da maschi”. Il tema è quindi anche quello di coinvolgere e appassionare verso questa direzione, verso queste scienze che hanno molti usi pratici e che costituiscono un bagaglio culturale che serve trasmettere. La passione che lei trasmette è assolutamente contagiosa. Questo è il risultato più bello per chi fa il suo lavoro.
Grazie!
Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista ad Alessandro Barbero!
Ascolta “Cultura / Alessandro Barbero” su Spreaker.Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
Il rapporto che abbiamo quotidianamente con gli oggetti d’uso comune è di natura prevalentemente sensoriale. Tuttavia, per comprendere la natura degli “oggetti digitali”, la mera sensazione non basta. Che cosa differenzia l’usabilità di un oggetto di design da un oggetto digitale?
“Che si tratti di oggetti materiali o immateriali le cose non cambiano molto e la usabilità è sempre una parte specifica del design. L’usabilità è una norma ISO, la 9241-11, e si definisce come:
“l’efficacia, l’efficienza e la soddisfazione con le quali determinati utenti raggiungono determinati obiettivi in determinati contesti”
In questa definizione ci sono sei elementi fondamentali per il concetto di usabilità e per i metodi che portano a produrla nelle fasi di design e a controlla su quanti prodotto. Le caratteristiche dell’utente, gli obiettivi perseguiti usando il frutto della progettazione e il contesto d’uso sono le condizioni al contorno, efficacia, efficienza e soddisfazione sono gli obiettivi del nostro lavoro.
Il fatto che si tratti di oggetti immateriali, se da una parte rende meno difficile e immediato valutarne l’usabilità, dall’altra ci offre grandissime possibilità perché liberi dai vincoli della materia abbiamo una scelta di possibili alternative non solo enorme, ma anche spesso molto più semplice da adottare.
Quando progetto un oggetto fisico, cambiare idea facendo test sugli oggetti finiti o realizzarne diverse versioni è molto costoso, modificare i prototipi di una pagina web o di un’app è molto più immediato e significativamente meno costoso. A chi progetta è richiesta però una profonda conoscenza delle regole che governano la comunicazione tra la pagina e la mente degli utilizzatori e la capacità di scegliere tra le numerosissime possibili soluzioni quelle che hanno senso e che porteranno a interazioni usabili e non confuse. Serve una preparazione specifica, troppo spesso questa non c’è e si lascia che siano i programmatori a fare le cose con il solo buon senso.
In una catena la resistenza di tutto l’insieme è in carico all’anello più debole, spesso, troppo spesso, si spende molto denaro per le parti interne del sistema (nessuno farebbe mai progettare i database o la sicurezza da dilettanti), ma si lascia che siano i dilettanti a progettare l’interfaccia: un sistema meraviglioso con un’interfaccia modesta sarà percepito come modesto. Senza contare che i difetti di usabilità moltiplicheranno, per esempio, gli errori degli utenti sovraccaricando in modo assolutamente inutile il sistema. Molte delle tragedie degli ultimi tempi su sistemi che prevedevano numerosissimi accessi sono state amplificate dal fatto che non si sia presa nemmeno in considerazione una progettazione ergonomicamente corretta delle pagine!”
Quanto conta in questo caso il fatto che a rapportarsi con un essere umano ci sia un’altra intelligenza (seppur artificiale) in grado di comprendere il nostro linguaggio, di intuire le nostre emozioni e di compiere azioni in relazione al contesto entro il quale si trova ad operare?
“Questa cosa se usata bene è una grandissima opportunità! Le dimensioni delle basi dati disponibili, la potenza di calcolo dei server e la velocità della connessione permettono oggi di realizzare interazioni molto efficaci ed efficienti dove l’intelligenza” e la “cultura” (leggi potenza di calcolo e base dati) dei sistemi che ospitano rendono possibile un’efficacia senza precedenti.
Due esempi tra tutti: i motori di ricerca anche all’interno delle applicazioni mirati all’ambito specifico e l’individuazione e la gestione degli errori possono essere estremamente potenti e possono aiutare gli utenti in modo determinante”.
Nel corso degli anni l’aspetto del World Wide Web è cambiato radicalmente. In quale misura la rivoluzione mobile ha spinto i web designer a stravolgere le loro concezioni di usabilità?
“Qui probabilmente sono un po’ controcorrente. La proliferazione dei diversi “device” è stata certamente determinante nell’evoluzione e nel modificarsi delle tecnologie di interfaccia, si è fatto moltissimo per poter disegnare interfacce responsive e oggi possiamo fare cose fino a qualche anno fa semplicemente impensabili. L’evoluzione delle tecnologie su device diversi ha trasmesso per osmosi nuove possibilità da un ambiente all’altro e questo è stato un gran bene. Io credo però che sia stato spesso travisato il concetto di “mobile first”.
Questa indicazione nasce dall’idea che progettando il sistema per un piccolo display, dove tutto è generalmente più difficile, permetta poi con facilità il trasporto del design sul display medio e/o grande, dove, in termini di dimensioni, è in generale più semplice concepire spazi, funzioni e ingombri. Purtroppo, in moltissime circostanze, per esempio: importanti banche e importanti società di servizi, si nota chiaramente una grande attenzione sul mobile e una scarsa attenzione sugli stessi sistemi applicati ad altri device, come per esempio il PC desktop. Si è spesso passati dal “mobile first” a una sorta di “mobile only” piuttosto fastidioso.
Dal punto di vista dell’usabilità, e non solo, è vitale dare la stessa importanza ai diversi device sui quali i nostri clienti lavorano differenziando le cose che devono essere diverse e unificando al massimo possibile le “liturgie” delle interfacce. Le stesse cose devono chiamarsi allo stesso identico modo nelle varie versioni dei sistemi, le stesse azioni devono avere lo stesso comportamento ovunque.
Sembra una cosa banalissima, ma spesso, ahimè, non è seguita, a grande discapito della usabilità (purtroppo)”.
Suo Padre, Luigi Dadda, fu tra i primi a occuparsi di calcolatori elettronici in Italia. Lei ha scritto di essersi “occupato di software prima e di siti internet poi”. In quale misura le idee di suo padre hanno inciso sul suo percorso di ricerca e professionale?
“Mio padre lo portò dagli USA, dove aveva contribuito a progettarlo e costruirlo. Fu il primo calcolatore elettronico acceso nell’Europa continentale (il secondo a distanza di pochi mesi rispetto al Ferranti, avviato nel Regno Unito). L’interfaccia era una semplice telescrivente e, già allora, ricordo che mio padre mi raccontò che si era cercato di rendere l’immissione dei dati il più semplice possibile e la rappresentazione dei risultati comprensibile. Un grande insegnamento che ho avuto da mio padre, un professore vero che ha insegnato per 65 anni, è che per capire i bisogni degli utenti vanno ascoltati gli utenti stessi, troppi si dimenticano di non essere utenti e cercano di indovinare qualcosa che appartiene a un dominio di conoscenza del quale non capiscono nulla. Ricordo mio padre discutere con passione delle modalità di rappresentazione dei dati con i progettisti della diga Edison di Santa Cristina, tra i primi al mondo a utilizzare un calcolatore elettronico per i calcoli strutturali.
Un insegnamento che non ho mai dimenticato e che mi è stato di grande aiuto per tutta la mia vita di progettista”.
Quali sono i fattori determinanti che decretano il successo di un sito web (o di un’app) rispetto a un altro in termini di usabilità? Quali sono le caratteristiche principali che un sito web deve assolutamente avere?
“Un ottimo modo per identificare le caratteristiche di un sistema usabile è una check list di euristiche, ne esistono moltissime, personalmente mi piace questa proposta da Wikipedia che ci dice cosa l’usabilità può fare per il nostro sistema.
- aumenta l’efficienza
- aumenta la produttività
- riduce gli errori
- aumenta la sicurezza
- riduce il bisogno di addestramento
- riduce il bisogno di supporto all’utente
- aumenta l’accettazione
- diminuisce i costi di sviluppo
- aumenta le vendite
È importante adattare la lista scegliendo gli elementi corretti per il sistema che si sta disegnando e applicare controlli periodici relativi a ognuno degli elementi considerati. Non è importante quali parametri di controllo si usino, è importante averne, e considerare le verifiche come un passo molto importante. Ovviamente parlo di usabilità, una condizione necessaria, ma non sufficiente. È vitale che il sito per avere successo offra qualcosa che la gente cerca e della quale ha bisogno in modo efficace ed efficiente”.
Le andrebbe di farci qualche esempio di usabilità ben riuscita? Che cosa ha funzionato e cosa no?
“Il primo sito che mi viene in mente è Google: semplice ed efficace; ha tutto quello che serve, solo quello di cui l’utente ha bisogno e nulla di più. Risolve un solo problema e lo fa benissimo”.
E qualche esempio di pessima usabilità?
“Credo che tutti abbiamo bene in mente i siti non usabili, quelli dove trovi qualcosa la sera e la mattina dopo non riesci più a trovarla, che fanno la stessa cosa in modi diversi in diverse situazioni, che chiamano le stesse cose in modi inspiegabilmente diversi, dove i messaggi di errore non ti fanno capire come porre rimedio a quello che non è andato bene e così via. Solo per vicinanza all’ultimo utilizzo posso, ahimè, citare quello dei servizi al cittadino della Regione Lombardia, ma non vorrei sparare sulla Croce Rossa. Come esempio di pessima realizzazione dal punto di vista dell’usabilità posso citare quasi tutti i siti sui quali prenotare la vaccinazione anti COVID-19. Al di là del fatto che non si capisca come mai non ci sia una pagina sola per tutti gli italiani, l’usabilità, inspiegabilmente, non è stata nemmeno presa in considerazione. Si tratterebbe quasi sempre di interventi relativamente piccoli che possono portare grande beneficio, ma è una cultura che purtroppo ancora manca”.
Cosa possiamo vedere dietro l’angolo? L’usabilità sta diventando un pilastro con cui disegnare il futuro o le barriere sono ancora troppe?
“Io credo che le possibilità tecnologiche e i metodi ci siano da tempo, serve la consapevolezza della necessità della usabilità e la coscienza che si tratta sempre di più di un fattore critico per il successo praticamente in ogni iniziativa.
Guardando più lontano, io vedo l’evoluzione dei sistemi, e di conseguenza delle interfacce e della loro usabilità come una cosa parallela all’evoluzione delle grandi ondate tecnologiche che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. All’inizio c’è stata l’evoluzione della potenza dei sistemi di calcolo, che è cresciuta seguendo puntualmente la legge di Moore. A questa è poi seguita l’ondata della disponibilità di memoria e oggi possiamo tranquillamente dire che lavoriamo praticamente con potenza di calcolo infinita e memoria infinita. La terza ondata è stata quella della disponibilità di connessione, oggi praticamente infinita, che ha dato luogo per esempio al fenomeno del cloud.
La prossima ondata sarà quella della disponibilità di sistemi di intelligenza artificiale che, tra le altre cose, ci permetteranno di realizzare interfacce adattabili con reazioni eccezionali al comportamento dell’utente. Una cosa che oggi possiamo solo immaginare.
Il cervello dell’utente potrà utilizzare le proprie capacità per occuparsi solo delle cose veramente importanti e “umane” lasciando alla macchina, o meglio alle macchine, perché collaborano tra loro sempre di più, tutto il resto. Il bello deve ancora venire, credetemi!”
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[Guarda versione completa dell’intervista – 30 min]
Musicista, autore, produttore, sperimentatore. Chi è Max Casacci?
Nelle varie sfaccettature che mi hanno portato dentro la musica come tecnico del suono, chitarrista, compositore, produttore, paroliere ho sempre cercato di rispondere a un’idea artistica che viene da un’altra epoca. Senza nessun intento nostalgico, ma sono molto affezionato all’idea dell’artista manager, che sa barcamenarsi tra uno sponsor e l’altro. Ecco, io rimango attaccato al “non tradir la mia giovinezza” per dirla con le parole di una canzone di Fossati. In tutte le varie applicazioni che compongono il mio essere musicista, a tutto campo, cerco di mantenere quell’immagine lì, quella di un artista che si interroga sulla relazione con il proprio tempo e che cerca un significato in tutto quello che fa.
Nel 2015 vieni invitato come relatore a una TEDx Conference, sul tema “strade rivoluzionarie”. Bel concetto. Cos’è rivoluzionario per te?
Esistono alcuni fattori, come il talento, che sono molto più diffusi di quanto si immagini. In certi momenti e in certi luoghi questi doni diventano un fattore collettivo che ha lascia il segno. Questo fenomeno è riferibile a ogni contesto culturale. La creatività in genere è legata al fatto che varie discipline entrano in contatto tra di loro amplificando le potenzialità espressive di ciascuna. Se mettiamo una lente di ingrandimento a certe fasi storiche e in certi luoghi precisi, scopriamo che esiste una costellazione di luoghi che favoriscono questo incrocio moltiplicando le potenzialità espressive e il talento dei vari protagonisti.
Questo è uno dei motivi per cui sono molto affezionato alla stagione che questa città (Torino) ha vissuto sulle rive del fiume con i Murazzi. Quel luogo riusciva davvero a “fertilizzare” il talento. Alcune infiorescenze riuscivano a svilupparsi in modo molto più evidente. Quello era il luogo in cui Torino imparava a conoscere se stessa, un luogo in cui ci si incontrava. Lì è nata una scena musicale che si è incrociata con scrittori e artisti visivi, con i narratori degli anni settanta, che nella loro verbosità portavano una serie di preziose testimonianze e racconti. C’era una Torino collinare che si mescolava con i disoccupati. Il tutto era armonizzato in un contesto incredibile. Non è un caso che in un luogo come quello sono nate esperienze artistiche che continuano a vivere ancora oggi.

Nel caso di Revolutionary Road, titolo del TEDx di Lecce, io analizzavo quella bowery, quella “terra di nessuno”, sostenendo che alla fine ciò che oggi risulta essere più rivoluzionario risponde in realtà alle necessità umane. Abbiamo attraversato una fase storica nella quale il mezzo era diventato una finalità. Passare con una canzone in una radio non era solo uno strumento per arrivare al fruitore, ma era diventato il fine. Il numero di passaggi radiofonici era praticamente l’obiettivo a dispetto del fatto che la tua musica finisse per snaturarsi. Quindi interrogarsi sull’esigenza che ti spinge a fare musica era diventata una cosa sconosciuta. Questo vale anche in contesti e ambiti più grandi in realtà.
Papa Francesco è senza dubbio una delle figure più rivoluzionarie di questi tempi, per esempio, ha preso la dottrina cristiana e l’ha applicata in una forma lineare risultando un uomo straordinario. Questo spiega cosa vuol dire quando affermo che oggi essere rivoluzionari vuol dire semplicemente capire cosa significa essere umani.
Come vedi la situazione oggi in Italia rispetto alla creatività?
Oggi esiste sempre una vivacità che si auto alimenta sotterraneamente e che poi lancia la sfida al contesto attuale, alle ostruzioni e in alcuni casi riesce anche a vincerla questa sfida. Che piacciano o meno alcuni protagonisti, bisogna ammettere che c’è una rivoluzione generazionale della musica in atto, fatta da musicisti che hanno cominciato a scrivere canzoni, a orientare i codici della propria estetica in una certa direzione. Solo alcuni di questi arrivano dal contenitore dei talent. I più significativi sono cresciuti sotterraneamente, si sono creati i propri codici e hanno imparato a fare musica, e oggi incarnano i punti di riferimento di intere generazioni.
Dal mio punto di vista, alcuni di questi artisti hanno il talento per superare anche la stagionalità di certe forme estetiche, altri forse sono più imprenditori e un po’ meno capaci di affrontare il lungo periodo. Tutto questo, però, non lo vedo supportato da un contesto culturale che in qualche modo invogli e che sia in grado di dare nuovi strumenti di crescita. In Italia la musica passa sempre attraverso tanti canali che sembrano poi lo stesso canale. La musica è vista come un sottofondo, un tessuto sonoro da inserire tra uno spot e l’altro.
Non esiste un canale televisivo unicamente votato ad approfondire la musica. Esistono canali televisivi per la cucina, per la storia, per la religione, qualsiasi cosa, ma non per la musica. Si tratta di una cosa che tende un po’ a sacrificare il talento del Paese in cui viviamo, che trova sempre comunque il modo di uscire, fra troppe difficoltà. Andrebbero create le coordinate di un contesto culturale un po’ più valorizzante capaci di esaltare il talento che c’è.
Due anni fa avete festeggiato il ventennale dell’album “Microchip emozionale” e lo avete fatto con dei talenti che si sono adattati a un capolavoro della musica. Tra quegli artisti ci sono degli artisti che rispecchiano quello che ci dicevi sulla capacità di “superare la stagionalità”?
Indubbiamente sì. Il criterio con cui abbiamo scelto questi artisti innanzitutto era un criterio anagrafico. Abbiamo scelto tra quelli che oggi hanno l’età che avevamo noi al tempo di “Microchip emozionale” e poi artisti che hanno dichiarato loro stessi di essere stati ispirati da questo album. Per alcuni di loro il concerto dei Subsonica è stato l’incoraggiamento per poi decidere di fare musica nella propria vita. Non c’è niente di più gratificante di capire che quello che hai fatto ha lasciato un segno nella vita di altre persone. Quel tributo racconta anche un po’ questa storia.
Innovare quindi vuol dire anche guardarsi indietro e cercare di prendere spunto per poter fare meglio rispetto a chi ha già avuto altre esperienze e poi guardare avanti?
Innovare vuol dire lasciare un segno che sia il tuo, diverso da quello di qualcun altro. Il tuo segno è fatto di ciò che sei, delle tue scelte e delle tue ispirazioni; è fatto del bagaglio che porti sulle spalle. È importante come si vive la musica, come la si ascolta; come la si interpreta, come la si fa propria. Tutto questo determina alla fine chi sei e di conseguenza l’unicità del tuo segno.
Esci spesso dalla tua comfort zone musicale per inoltrarti nei suoni del mondo: ambienti urbani, natura, e adesso le api. Perché?

Questo è un album fatto con i suoni della natura e senza strumenti musicali. Penso che un’esperienza del genere si possa definire tale solo in presenza di uno smarrimento, quando devi attingere alle tue risorse e metterti a confronto con qualcosa che in quel momento ti appare sconosciuto. Lì si creano le condizioni base per un’esperienza. A maggior ragione questo vale nell’ambito artistico e creativo. Sono molto attratto dallo esplorazione di questo tipo di condizione di disorientamento.
La musica senza strumenti musicali nasce dall’esigenza di astrarre i suoni dalla natura e creare nell’ascoltatore un legame empatico con l’ecosistema, inteso anche nella sua fragilità. L’assenza di strumenti mi mette nella condizione di non essere colui che governa il processo creativo. Quando uno come Michelangelo Pistoletto ti chiede di mettere in musica un fiume e di fare di questo fiume una melodia, una tessitura quasi orchestrale, tu gli rispondi di sì e cominci a sudare freddo dopo e ti ritrovi con i microfoni ad aggirarti tra le sorgenti e cerchi di capire quei luoghi e cerchi di capire che storia sonora raccontare (guarda il video).
Ti ritrovi così ad ascoltare la natura come uno spettatore e non come un protagonista. Tutti questi fattori provocano una reazione che mi piace, che mi proietta in quella terra di nessuno dove cerchi di mettere insieme cose che fanno parte del tuo passato e sono un’esplorazione verso un futuro che ancora non conosci. Questo accadeva anche quando collaboravo con gli Africa Unite con quel tipo di reggae molto contaminato. Con i Subsonica in qualche modo abbiamo fatto un percorso analogo: da un lato c’era la scrittura delle canzoni, dall’altra c’era la sintesi di qualcosa che non proveniva solo dal mondo musicale, ma che ci univa e appassionava. Anche un lavoro di sintesi può essere quindi un lavoro estremamente creativo.
Cultura digitale o Digital transformation. Che suono ha?
Un suono giusto e un suono digitale. Le rivoluzioni tecnologiche in atto hanno stravolto il modo di fare musica, hanno abbattuto i costi di produzione e hanno accelerato i tempi di lavorazione, ma non necessariamente hanno fatto bene alla musica. Far interagire gli artisti a distanza ha eliminato le occasioni di suonare dal vivo insieme, in cui si provava insieme, si facevano errori insieme. Tutto questo ha semplificato molto, ma se paragoniamo la musica dell’altro secolo a quella di oggi non possiamo dire che ci siano stati enormi passi in avanti.
I passi in avanti si sono prodotti dove la tecnologia ha cominciato a suonare “nella sua specificità”, come in certi ambiti di musica elettronica dove si sono creati dei generi musicali in cui il suono digitale è stato usato in quanto tale, non come emulazione di qualcosa di precedente. Io oggi posso permettermi di mettere un’orchestra in un brano risparmiando del budget, ma non necessariamente questa scelta farà del bene alla mia musica. Pensa che sono stati fatti dei generi musicali sull’errore, sulla disfunzione, su quel linguaggio afasico che certe volte le macchine ogni tanto producono spontaneamente. È lì che ci si muove in un ambito molto diverso dal normale e significativo.
Secondo me il termine di paragone per capire quello che sto dicendo sono i Radiohead, l’ultimo grande gruppo della storia del rock, che a un certo punto (nel 2000) ha iniziato a stravolgere la sintassi musicale usando una sintassi digitale inedita e affacciandosi su una modernità nuova. Hanno cominciato cioè a utilizzare i nuovi strumenti con il loro linguaggio proprio, quello della nuova tecnologia. In questo senso spiego perché la cultura digitale suona digitale.
“Italy in a day”, la versione italiana diretta da Gabriele Salvatores ha un tuo brano (2014). Quale suono aveva quel giorno l’Italia?
L’Italia aveva un suono molto colorato. Viviamo in un luogo che ha una grande quantità di sfaccettature: dalla disperazione più totale all’amore più viscerale. Tutto questo si rifletteva in una tessitura cromatica di suono pazzesca.
Quale suono avrebbe oggi?
Se i Deproducers facessero una colonna sonora oggi sarebbe più ricca di silenzi perché stiamo vivendo un momento molto più silenzioso.
“Planetario” tessuto sonoro per la narrazione scientifica dell’astrofisico Fabio Peri è andato in orbita sulla Stazione Spaziale. Mi sveli la ricetta, cosa c’era in quell’album?

È stata ed è tutt’ora una vera esperienza. Siamo partiti in un gruppo di 4 musicisti-produttori (io, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma) e da un’idea di musica di insieme slegata dalla canzone. Volevamo recuperare una dimensione un po’ anni 70 e ci siamo chiusi in un luogo dove si poteva fare musica anche 24 ore al giorno. A un certo punto si trattava di capire dove collocare questa esperienza creativa. L’idea di unire la musica con la scienza ci è sembrata la cosa più opportuna. Da lì è partita quest’idea di sintesi.
Ci siamo esibiti davanti a teatri pieni e abbiamo realizzato un album e uno spettacolo sull’astrofisica, poi sulla botanica con Stefano Mancuso e sulla genetica con Telmo Pievani. Gli scienziati venivano messi provocatoriamente al posto dei frontman. L’idea era evidenziare come il dato scientifico avesse una valenza poetica pari o superiore alle parole del testo di una canzone. Durante lo spettacolo poi il dato veniva veicolato nelle sue forme più quotidiane per darne una fruizione diversa attraverso la musica. Veniva proposta una fruizione diversa della musica, che diventava così il vettore di qualcos’altro.
Max, siamo arrivati all’ultima domanda, forse quella più difficile: cosa succede nei prossimi dieci anni? Nella tua vita e nella società?
Partiamo dai dati. Nei prossimi dieci anni io vedo la nascita dell’Europa, perché si va in quella direzione ed è un’esigenza percepita soprattutto dalle persone più giovani. Molti ragazzi che abbiamo incontrato durante il nostro tour europeo ci hanno mostrato un’idea di Europa forte.
Credo che in questo momento rispetto alla tecnologia stiamo vivendo una fase di transizione legata al fatto che i cosiddetti “nativi digitali” sono oggi persone non ancora ammesse nei luoghi dove si prendono le decisioni. Questa cosa spero accada quanto prima, magari alla fine di questi dieci anni. E quindi dal punto di vista del rapporto culturale con questo scenario tecnologico, credo che oggi ancora non capiamo i reali benefici perché ci sono due culture che si stanno compenetrando. Tra dieci anni avremo risposte più nette in termini di benefici, quando la generazione che è nata sarà capace di dare delle risposte e di armonizzare tutte le nuove opportunità tecnologiche con le nostre radici culturali.
Grazie Max!
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La tecnologia costituisce una grandiosa opportunità di crescita e di scoperta per l’intera umanità, senza alcuna distinzione di genere. Riconoscere il fondamentale contributo delle donne nella scienza e nella tecnologia rappresenta per noi un impegno che continueremo a portare avanti ogni giorno. Per questa ragione oggi celebriamo la “Giornata mondiale delle donne nella scienza” con le testimonianze di alcune protagoniste della factory digitale di Synesthesia e SYX.
- “Direi che la ragione che mi ha spinto a intraprendere questa carriera sia stata la possibilità di creare, quasi per magia, elementi su una pagina bianca”. (Federica Vacca, Digital Factory Team)
- “L’evoluzione alla quale stiamo assistendo e la varietà di specializzazioni che questo settore può offrire rappresentano le ragioni che mi hanno spinta a intraprendere questo percorso”. (Giusy Galazzo, Digital Factory Team)
- “La passione per la tecnologia e la curiosità di scoprire in che modo influenzi la nostra vita sono state ragioni determinanti della mia scelta professionale”. (Lara Marcellin, Project Management Team)
- “Ho lavorato in contesti dove la differenza di genere era evidente, questo ha rappresentato una sfida e uno stimolo per la mia crescita professionale”. (Milena Mongioj, Project Management Team)
- “La mia scelta è legata a un ricordo d’infanzia: il Packard Bell con Windows 98 che la mia famiglia comprò quando avevo appena 4 anni. Fu amore a prima vista!”. (Giada Barbero, Digital Factory Team)
- “Dalla prima riga di codice che ho scritto ho capito che quello sarebbe stato il mio futuro e così ho seguito questo amore fino a farlo diventare realtà”. (Giorgia De Andreis, Digital Factory Team)
- “Ho preso questa scelta professionale perché sono interessata al nostro futuro che sarà sempre più connesso allo sviluppo tecnologico e all’innovazione digitale”. (Maria Tacconi, Digital Factory Team)
- “Sono sempre stata affascinata dai numeri e dalla logica. Ho capito che nello STEM non è importante solo la componente razionale, ma è fondamentale anche la creatività”. (Francesca Mondelli, Digital Factory Team)
Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni e i loro sogni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.
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Synesthesia con la sua Academy entra a far parte dell’offerta formativa di Feltrinelli Education con lezioni in presenza e da remoto.
Con la diretta streaming dello scorso 24 novembre Carlo Feltrinelli ha presentato, in occasione dell’inaugurazione della nuova libreria di Piazza Piemonte a Milano, l’offerta di Feltrinelli Education e i partner coinvolti nella nuova iniziativa. Si tratta della prima piattaforma di life long learning lanciata da un editore, con l’obiettivo di andare meglio incontro alle esigenze del pubblico più giovane e in particolare alle richieste di quest’ultimo nel momento in cui si tratta di entrare nel mondo del lavoro. “Scopri il piacere di fare la tua conoscenza” è il claim scelto dalla casa editrice per la nuova iniziativa.
L’evento inaugurale ha coinvolto i numerosi partecipanti da remoto in un appassionante “viaggio dall’analogico al digitale nel futuro del libro, delle librerie e della conoscenza”. Degni di nota sono stati gli interventi del Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina e di Alessandro Baricco che ha sottolineato l’importanza, per il nostro contesto culturale, di un’iniziativa dinamica e all’avanguardia come quella di Feltrinelli Education.
I nostri primi corsi per FEDU
Siamo molto felici e orgogliosi di far parte sin dall’inizio di questo progetto così ambizioso e innovativo, una “tessera nuova del […] mosaico e della […] idea di editoria contemporanea”, per riprendere le parole dello stesso Carlo Feltrinelli.
La nostra presenza nel catalogo della piattaforma digitale è piuttosto significativa. Al suo interno troviamo infatti due corsi, di cui uno è dedicato all’innovazione tecnologica nella didattica attraverso l’impiego dei videogiochi e l’altro riguarda l’utilizzo e la scelta dei migliori strumenti tecnologici per migliorare la propria produttività personale. Entrambi i corsi sono tenuti dal nostro prof. Marco Mazzaglia (Technical Director of Academy and Video Game Evangelist in Synesthesia).
Sono in arrivo novità importanti. Scopriamo insieme i nuovi corsi!
Innovazione per la didattica: insegnare con i videogiochi

È il laboratorio pensato da Synesthesia Academy per insegnanti e dirigenti scolastici che vogliono capire come poter utilizzare efficacemente la tecnologia nel loro lavoro. É un dato di fatto ormai che il digitale ha fatto il suo ingresso anche nella scuola e che sempre di più i giovani sono immersi in questo mondo. Anche una didattica efficace, dunque, ha bisogno di aggiornarsi per restare sempre al passo con i tempi.
Docenti: Alberto Coletto in collaborazione con Marco Mazzaglia.
Scopri il corso qui.
Strumenti digitali per la produttività personale

É il corso dedicato a tutti coloro che desiderano imparare a utilizzare al meglio gli strumenti tecnologici a disposizione per aumentare la produttività personale in tutti contesti. Dalla scelta degli strumenti giusti, all’ottimizzazione del tempo e dello spazio, l’obiettivo del corso è di fornire una vera e propria guida per affrontare efficacemente le sfide quotidiane con il supporto della tecnologia.
Docenti: Marco Mazzaglia.
Scopri il corso qui.
In conclusione
Con il Feltrinelli Education condividiamo l’attitudine all’innovazione, la forte vocazione esplorativa e il desiderio di diffondere la conoscenza, intesa come fattore di crescita ed emancipazione per tutti. Da anni siamo impegnati a tracciare innovativi percorsi di avvicinamento al mondo digitale per bambini e ragazzi con FuturMakers e aiutiamo le aziende ad accrescere le proprie competenze in ambito tecnologico e risorse umane offrendo corsi di formazione avanzata per i loro professionisti tramite la nostra Academy.
Una nuova strada si apre e ringraziamo gli amici di Feltrinelli Education per la fiducia e il coinvolgimento. Per saperne di più sulle nostre iniziative, contattaci.
L’associazione Bloomingteam e Cumiana 15 guardano al futuro dando vita a uno spazio fisico e virtuale di confronto con esperti di arte e tecnologia. Tanti sono stati i temi affrontati: si è parlato di cultura digitale, di città utilizzate come piattaforme di gioco, di moda, di rispetto del pianeta e di tanto altro ancora.

Tra gli ospiti intervistati durante questo evento, in occasione di Biennale Tecnologia Off il nostro Video Game Evangelist Marco Mazzaglia che ha parlato del suo amore per i videogiochi, di come si sia evoluta l’esperienza videoludica nel corso degli anni, della figura dei tecno-poeti e di tanto altro ancora. Buona visione.
“Vive attorniato dai videogiochi come se fossero i suoi personali anelli di Saturno ed è considerato un’autorità in questo campo. Insegna “Game Design e Gamification” al Politecnico di Torino. Ci ha parlato di tecnologia, ovviamente, ma ci ha anche fatto capire che sull’Arca di Noè dei videogiochi vivono molti poeti”.
L’iniziativa fa parte di Biennale Tecnologia Off. Per saperne di più clicca qui.
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