Un anno di DAD

Lo scorso 8 marzo 2020 l’Italia entrava nel suo primo lockdown con la conseguente chiusura di tutti gli istituti scolastici e le università. Dopo un primo momento di assestamento al cambiamento repentino e di presa di coscienza della situazione, la scuola ha trovato un suo nuovo equilibrio grazie a una didattica erogata, appunto, a distanza, con il supporto degli strumenti digitali. Ma la soluzione, senz’altro ottimale per un momento di crisi improvvisa, si è rivelata non essere completamente adatta sul lungo periodo. Da uno studio condotto dall’Istituto di ricerca IARD in collaborazione con l’associazione “Laboratorio Adolescenza” emerge che tanto gli insegnanti quanto gli studenti sentono la mancanza della relazione umana e “in presenza”, aspetto che prevale anche sulla stessa paura del contagio. Il 64.3% degli studenti ha dichiarato che il primo desiderio da esaudire una volta “liberi” è quello di rivedere i propri amici. Il digitale non è in grado di portare quel “calore” che solo la presenza dal vivo può trasmettere. Questo era abbastanza prevedibile, ma è opportuno evidenziarlo.

Un altro aspetto problematico emerso dalla ricerca riguarda alcuni disturbi fisici ricorrenti negli intervistati di ogni età. Trascorrere, infatti, lunghi periodi di tempo davanti a uno schermo e soprattutto in modo ripetuto e costante, ogni giorno della settimana, ha causato un notevole incremento di episodi di emicrania, bruciore agli occhi, mal di schiena e fastidio alle orecchie causato da cuffie e auricolari. Un ruolo rilevante lo giocano anche  i numerosi disturbi di natura psicologica. Secondo le ultime indagini condotte dal centro studi del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, risalenti a gennaio 2021, i genitori dei ragazzi/e di età compresa tra i 3 e i 14 anni hanno rilevato che i propri figli sono molto più irritabili, hanno spesso sbalzi di umore, sono più tristi e hanno molta difficoltà a concentrarsi. Il fatto di non andare a scuola ha causato, quasi paradossalmente, un forte incremento di noia e stress negli studenti stessi. 

La didattica a distanza non è uguale per tutti 

Un altro risvolto negativo della nuova didattica a distanza è stato il fatto di aver accentuato ulteriormente le disuguaglianze sociali. Non tutti gli studenti, per esempio, hanno a disposizione un PC o un tablet da cui seguire le lezioni. Alcuni sono costretti a collegarsi dal proprio smartphone, ma lo schermo di questo dispositivo non è certamente adeguato per le applicazioni didattiche. Negli USA, secondo una ricerca di dicembre 2020 condotta dalla società di consulenza McKinsey & Co., il passaggio alla DAD ha “portato indietro in matematica gli studenti bianchi da uno a tre mesi mentre quelli di colore da tre a cinque”. Un simile dato evidenzia come le differenti disponibilità di mezzi, abbia influito ancora una volta negativamente e in modo pesante sul futuro delle nuove generazioni, creando disparità culturali ancora più complesse da colmare.

In conclusione

Alla luce dei dati, delle ricerche e del panorama così delineato è evidente che il digitale ha avuto, ed è destinato ad avere anche in futuro, un ruolo sempre più “da protagonista” nella vita degli studenti fin dai primi anni del percorso scolastico. Di conseguenza, un’attenzione al disagio, e ai rischi che la troppa presenza davanti a uno schermo può portare, dovrà costituire sempre di più materia di studio, nell’ottica di trovare soluzioni adeguate e preservare così la salute di tutti i coinvolti.  Infine è poi evidente che avvicinare bambini/e e ragazzi/e al contesto digitale è oggi una missione di primaria importanza. L’educazione e la formazione orientata a un corretto utilizzo del digitale permettono ai più giovani di “muoversi” in autonomia e con consapevolezza nel mondo online, acquisendo così conoscenze preziose e indispensabili per il proprio futuro formativo prima e lavorativo poi.


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[Guarda versione completa dell’intervista – 30 min]

Musicista, autore, produttore, sperimentatore. Chi è Max Casacci?

Nelle varie sfaccettature che mi hanno portato dentro la musica come tecnico del suono, chitarrista, compositore, produttore, paroliere ho sempre cercato di rispondere a un’idea artistica che viene da un’altra epoca. Senza nessun intento nostalgico, ma sono molto affezionato all’idea dell’artista manager, che sa barcamenarsi tra uno sponsor e l’altro. Ecco, io rimango attaccato al “non tradir la mia giovinezza” per dirla con le parole di una canzone di Fossati. In tutte le varie applicazioni che compongono il mio essere musicista, a tutto campo, cerco di mantenere quell’immagine lì, quella di un artista che si interroga sulla relazione con il proprio tempo e che cerca un significato in tutto quello che fa. 

Nel 2015 vieni invitato come relatore a una TEDx Conference, sul tema “strade rivoluzionarie”. Bel concetto. Cos’è rivoluzionario per te?

Esistono alcuni fattori, come il talento, che sono molto più diffusi di quanto si immagini. In certi momenti e in certi luoghi questi doni diventano un fattore collettivo che ha lascia il segno. Questo fenomeno è riferibile a ogni contesto culturale. La creatività in genere è legata al fatto che varie discipline entrano in contatto tra di loro amplificando le potenzialità espressive di ciascuna. Se mettiamo una lente di ingrandimento a certe fasi storiche e in certi luoghi precisi, scopriamo che esiste una costellazione di luoghi che favoriscono questo incrocio moltiplicando le potenzialità espressive e il talento dei vari protagonisti.

Questo è uno dei motivi per cui sono molto affezionato alla stagione che questa città (Torino) ha vissuto sulle rive del fiume con i Murazzi. Quel luogo riusciva davvero a “fertilizzare” il talento. Alcune infiorescenze riuscivano a svilupparsi in modo molto più evidente. Quello era il luogo in cui Torino imparava a conoscere se stessa, un luogo in cui ci si incontrava. Lì è nata una scena musicale che si è incrociata con scrittori e artisti visivi, con i narratori degli anni settanta, che nella loro verbosità portavano una serie di preziose testimonianze e racconti. C’era una Torino collinare che si mescolava con i disoccupati. Il tutto era armonizzato in un contesto incredibile. Non è un caso che in un luogo come quello sono nate esperienze artistiche che continuano a vivere ancora oggi.

Nel caso di Revolutionary Road, titolo del TEDx di Lecce, io analizzavo quella bowery, quella “terra di nessuno”, sostenendo che alla fine ciò che oggi risulta essere più rivoluzionario risponde in realtà alle necessità umane. Abbiamo attraversato una fase storica nella quale il mezzo era diventato una finalità. Passare con una canzone in una radio non era solo uno strumento per arrivare al fruitore, ma era diventato il fine. Il numero di passaggi radiofonici era praticamente l’obiettivo a dispetto del fatto che la tua musica finisse per snaturarsi. Quindi interrogarsi sull’esigenza che ti spinge a fare musica era diventata una cosa sconosciuta. Questo vale anche in contesti e ambiti più grandi in realtà.

Papa Francesco è senza dubbio una delle figure più rivoluzionarie di questi tempi, per esempio, ha preso la dottrina cristiana e l’ha applicata in una forma lineare risultando un uomo straordinario. Questo spiega cosa vuol dire quando affermo che oggi essere rivoluzionari vuol dire semplicemente capire cosa significa essere umani. 

Come vedi la situazione oggi in Italia rispetto alla creatività? 

Oggi esiste sempre una vivacità che si auto alimenta sotterraneamente e che poi lancia la sfida al contesto attuale, alle ostruzioni e in alcuni casi riesce anche a vincerla questa sfida. Che piacciano o meno alcuni protagonisti, bisogna ammettere che c’è una rivoluzione generazionale della musica in atto, fatta da musicisti che hanno cominciato a scrivere canzoni, a orientare i codici della propria estetica in una certa direzione. Solo alcuni di questi arrivano dal contenitore dei talent. I più significativi sono cresciuti sotterraneamente, si sono creati i propri codici e hanno imparato a fare musica, e oggi incarnano i punti di riferimento di intere generazioni. 

Dal mio punto di vista, alcuni di questi artisti hanno il talento per superare anche la stagionalità di certe forme estetiche, altri forse sono più imprenditori e un po’ meno capaci di affrontare il lungo periodo. Tutto questo, però, non lo vedo supportato da un contesto culturale che in qualche modo invogli e che sia in grado di dare nuovi strumenti di crescita. In Italia la musica passa sempre attraverso tanti canali che sembrano poi lo stesso canale. La musica è vista come un sottofondo, un tessuto sonoro da inserire tra uno spot e l’altro. 

Non esiste un canale televisivo unicamente votato ad approfondire la musica. Esistono canali televisivi per la cucina, per la storia, per la religione, qualsiasi cosa, ma non per la musica. Si tratta di una cosa che tende un po’ a sacrificare il talento del Paese in cui viviamo, che trova sempre comunque il modo di uscire, fra troppe difficoltà. Andrebbero create le coordinate di un contesto culturale un po’ più valorizzante capaci di esaltare il talento che c’è. 

Due anni fa avete festeggiato il ventennale dell’album “Microchip emozionale” e lo avete fatto con dei talenti che si sono adattati a un capolavoro della musica. Tra quegli artisti ci sono degli artisti che rispecchiano quello che ci dicevi sulla capacità di “superare la stagionalità”? 

Indubbiamente sì. Il criterio con cui abbiamo scelto questi artisti innanzitutto era un criterio anagrafico. Abbiamo scelto tra quelli che oggi hanno l’età che avevamo noi al tempo di “Microchip emozionale” e poi artisti che hanno dichiarato loro stessi di essere stati ispirati da questo album. Per alcuni di loro il concerto dei Subsonica è stato l’incoraggiamento per poi decidere di fare musica nella propria vita. Non c’è niente di più gratificante di capire che quello che hai fatto ha lasciato un segno nella vita di altre persone. Quel tributo racconta anche un po’ questa storia.  

Innovare quindi vuol dire anche guardarsi indietro e cercare di prendere spunto per poter fare meglio rispetto a chi ha già avuto altre esperienze e poi guardare avanti?

Innovare vuol dire lasciare un segno che sia il tuo, diverso da quello di qualcun altro. Il tuo segno è fatto di ciò che sei, delle tue scelte e delle tue ispirazioni; è fatto del bagaglio che porti sulle spalle. È importante come si vive la musica, come la si ascolta; come la si interpreta, come la si fa propria. Tutto questo determina alla fine chi sei e di conseguenza l’unicità del tuo segno. 

Esci spesso dalla tua comfort zone musicale per inoltrarti nei suoni del mondo: ambienti urbani, natura, e adesso le api. Perché?

Questo è un album fatto con i suoni della natura e senza strumenti musicali. Penso che un’esperienza del genere si possa definire tale solo in presenza di uno smarrimento, quando devi attingere alle tue risorse e metterti a confronto con qualcosa che in quel momento ti appare sconosciuto. Lì si creano le condizioni base per un’esperienza. A maggior ragione questo vale nell’ambito artistico e creativo. Sono molto attratto dallo esplorazione di questo tipo di condizione di disorientamento.

La musica senza strumenti musicali nasce dall’esigenza di astrarre i suoni dalla natura e creare nell’ascoltatore un legame empatico con l’ecosistema, inteso anche nella sua fragilità. L’assenza di strumenti mi mette nella condizione di non essere colui che governa il processo creativo. Quando uno come Michelangelo Pistoletto ti chiede di mettere in musica un fiume e di fare di questo fiume una melodia, una tessitura quasi orchestrale, tu gli rispondi di sì e cominci a sudare freddo dopo e ti ritrovi con i microfoni ad aggirarti tra le sorgenti e cerchi di capire quei luoghi e cerchi di capire che storia sonora raccontare (guarda il video).

Ti ritrovi così ad ascoltare la natura come uno spettatore e non come un protagonista. Tutti questi fattori provocano una reazione che mi piace, che mi proietta in quella terra di nessuno dove cerchi di mettere insieme cose che fanno parte del tuo passato e sono un’esplorazione verso un futuro che ancora non conosci. Questo accadeva anche quando collaboravo con gli Africa Unite con quel tipo di reggae molto contaminato. Con i Subsonica in qualche modo abbiamo fatto un percorso analogo: da un lato c’era la scrittura delle canzoni, dall’altra c’era la sintesi di qualcosa che non proveniva solo dal mondo musicale, ma che ci univa e appassionava. Anche un lavoro di sintesi può essere quindi un lavoro estremamente creativo. 

Cultura digitale o Digital transformation. Che suono ha?

Un suono giusto e un suono digitale. Le rivoluzioni tecnologiche in atto hanno stravolto il modo di fare musica, hanno abbattuto i costi di produzione e hanno accelerato i tempi di lavorazione, ma non necessariamente hanno fatto bene alla musica. Far interagire gli artisti a distanza ha eliminato le occasioni di suonare dal vivo insieme, in cui si provava insieme, si facevano errori insieme. Tutto questo ha semplificato molto, ma se paragoniamo la musica dell’altro secolo a quella di oggi non possiamo dire che ci siano stati enormi passi in avanti.

I passi in avanti si sono prodotti dove la tecnologia ha cominciato a suonare “nella sua specificità”, come in certi ambiti di musica elettronica dove si sono creati dei generi musicali in cui il suono digitale è stato usato in quanto tale, non come emulazione di qualcosa di precedente. Io oggi posso permettermi di mettere un’orchestra in un brano risparmiando del budget, ma non necessariamente questa scelta farà del bene alla mia musica. Pensa che sono stati fatti dei generi musicali  sull’errore, sulla disfunzione, su quel linguaggio afasico che certe volte le macchine ogni tanto producono spontaneamente. È lì che ci si muove in un ambito molto diverso dal normale e significativo.

Secondo me il termine di paragone per capire quello che sto dicendo sono i Radiohead, l’ultimo grande gruppo della storia del rock, che a un certo punto (nel 2000) ha iniziato a stravolgere la sintassi musicale usando una sintassi digitale inedita e affacciandosi su una modernità nuova. Hanno cominciato cioè a utilizzare i nuovi strumenti con il loro linguaggio proprio, quello della nuova tecnologia. In questo senso spiego perché la cultura digitale suona digitale.  

“Italy in a day”, la versione italiana diretta da Gabriele Salvatores ha un tuo brano (2014). Quale suono aveva quel giorno l’Italia?

L’Italia aveva un suono molto colorato. Viviamo in un luogo che ha una grande quantità di sfaccettature: dalla disperazione più totale all’amore più viscerale. Tutto questo si rifletteva in una tessitura cromatica di suono pazzesca.

Quale suono avrebbe oggi?

Se i Deproducers facessero una colonna sonora oggi sarebbe più ricca di silenzi perché stiamo vivendo un momento molto più silenzioso. 

“Planetario” tessuto sonoro per la narrazione scientifica dell’astrofisico Fabio Peri è andato in orbita sulla Stazione Spaziale. Mi sveli la ricetta, cosa c’era in quell’album?

È stata ed è tutt’ora una vera esperienza. Siamo partiti in un gruppo di 4 musicisti-produttori (io, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma) e da un’idea di musica di insieme slegata dalla canzone. Volevamo recuperare una dimensione un po’ anni 70 e ci siamo chiusi in un luogo dove si poteva fare musica anche 24 ore al giorno. A un certo punto si trattava di capire dove collocare questa esperienza creativa. L’idea di unire la musica con la scienza ci è sembrata la cosa più opportuna. Da lì è partita quest’idea di sintesi.

Ci siamo esibiti davanti a teatri pieni e abbiamo realizzato un album e uno spettacolo sull’astrofisica, poi sulla botanica con Stefano Mancuso e sulla genetica con Telmo Pievani. Gli scienziati venivano messi provocatoriamente al posto dei frontman. L’idea era evidenziare come il dato scientifico avesse una valenza poetica pari o superiore alle parole del testo di una canzone. Durante lo spettacolo poi il dato veniva veicolato nelle sue forme più quotidiane per darne una fruizione diversa attraverso la musica. Veniva proposta una fruizione diversa della musica, che diventava così il vettore di qualcos’altro.   

Max, siamo arrivati all’ultima domanda, forse quella più difficile: cosa succede nei prossimi dieci anni? Nella tua vita e nella società?

Partiamo dai dati. Nei prossimi dieci anni io vedo la nascita dell’Europa, perché si va in quella direzione ed è un’esigenza percepita soprattutto dalle persone più giovani. Molti ragazzi che abbiamo incontrato durante il nostro tour europeo ci hanno mostrato un’idea di Europa forte. 

Credo che in questo momento rispetto alla tecnologia stiamo vivendo una fase di transizione legata al fatto che i cosiddetti “nativi digitali” sono oggi persone non ancora ammesse nei luoghi dove si prendono le decisioni. Questa cosa spero accada quanto prima, magari alla fine di questi dieci anni. E quindi dal punto di vista del rapporto culturale con questo scenario tecnologico, credo che oggi ancora non capiamo i reali benefici perché ci sono due culture che si stanno compenetrando. Tra dieci anni avremo risposte più nette in termini di benefici, quando la generazione che è nata sarà capace di dare delle risposte e di armonizzare tutte le nuove opportunità tecnologiche con le nostre radici culturali. 

Grazie Max!

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Avete mai provato a leggere una informativa privacy? 

Quel “muro di testo” con il quale quasi nessuno ha voglia di confrontarsi, ma dentro cui si trova ogni informazione relativa all’utilizzo dei nostri dati da parte di qualsiasi piattaforma o app che utilizziamo quotidianamente. Io  sì, ma d’altra parte lo faccio per lavoro. Sono Maurizio Bulgarini esperto di privacy e Data Protection Officer di Synesthesia. 

Voglio cominciare facendo “coming out”: anche io mi sono iscritto a qualche servizio senza leggere con attenzione l’informativa, o i “Termini e Condizioni”. I testi sono troppo prolissi, scritti in “legalese” e solitamente presentati in maniera tale che è difficile coglierne il contenuto.

Il mio lavoro sarebbe estremamente più semplice se le persone con cui vengo a contatto fossero più consapevoli dell’utilizzo dei propri dati personali da parte di terzi. Alcune delle compagnie tech più in vista provano a realizzare infografiche o video per avvicinare il navigatore alla consultazione delle informative, ma non si può contare solo su questi supporti.

Lo scorso autunno, in una mattina come un’altra, complice uno dei canali Telegram che seguo abitualmente, scopro l’esistenza di Legal Hackers. Curiosando sul loro portale, mi imbatto nel bando di “Hack the Doc”. L’obiettivo della challenge del primo legal design europeo è “hackerare” i documenti, ossia le informative privacy presenti sui siti e sulle app che navighiamo, per renderle più fruibili da parte degli utenti. 

Gli organizzatori hanno previsto tre ruoli per i partecipanti alla challenge: esperti legali, consulenti di comunicazione e designer, per ridisegnare graficamente, oltre che concettualmente, le informative prese in esame.

Il Collegio del Garante della Privacy italiano ha promosso questa manifestazione al fine di contaminare la cultura giuridica rendendola accessibile agli utenti comuni e facendo valere, allo stesso tempo, il loro diritto di essere informati sui motivi e le modalità di trattamento dei loro dati. “L’Autorità per essere tale deve risiedere in mezzo alla società” – ha dichiarato Guido Scorza, avvocato e membro del collegio – “e sgretolare formalismi burocrazia e lentezza”.

L’idea mi conquista e inizio a parlarne col mio team. Poi, al termine di una riunione con Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi, per integrare l’offerta di Synesthesia con servizi sulla compliance al GDPR, accenno loro la questione. Francesco, in appena cinque minuti, condivide un concetto estremamente interessante: perché non usare l’intelligenza artificiale per decifrare le privacy policy e trarre le informazioni più importanti?

La realizzazione del progetto 

La proposta mi affascina perché si tratta di un’idea ben diversa dal modificare il design di un’informativa. In breve tempo la macchina si mette in moto: Francesco mi presenta Matteo Grella, suo amico e grande esperto di trattamento automatico del linguaggio naturale (Natural Language Processing) e relativi modelli di apprendimento automatico (Machine Learning). 

Il motore fornitoci da Matteo ci permetterebbe di masticare e restituire ogni tipo di testo. I modelli di apprendimento automatico funzionano molto bene quando, all’interno di un dominio conosciuto, esistono esempi da cui la macchina può apprendere. Proprio come nel caso delle informative privacy.

Abbiamo giusto il tempo di fare una riunione per presentarci e iscriverci: è già il 10 dicembre e la manifestazione sta partendo. La partecipazione è numerosa, inaspettata e attivissima, nonostante il conseguente disagio per la gestione su Zoom di un evento di questo genere. 

I due giorni successivi sono febbrili e scanditi dal ritmo frenetico dei compiti da portare a termine. 

L’informativa privacy di Instagram (4769 parole) è il nostro punto di partenza. 

Dopo 48 ore dall’inizio della sfida presentiamo ai giudici il volto del nostro prodotto, Informa.me,  una Social Knowledge Base con funzionalità di ricerca in linguaggio naturale e Speech to Text, interrogabile dai navigatori. In questo modo diventa possibile conoscere tipologie di dati raccolti da qualsiasi piattaforma, finalità, diritti e comunicazione. Il nostro portale spicca tra gli altri progetti per la natura originale e diversa dell’approccio all’obiettivo della challenge. Abbiamo anche ridotto la lunghezza dell’informativa del testo originale (che ora conta solo 1205 parole, circa il 75% in meno). Il risultato è ampiamente raggiunto.

I giudici decidono di promuovere il nostro team al giorno successivo, per il round finale con i big boss tra cui proprio Guido Scorza, in rappresentanza dell’Autorità Garante della Privacy. Domenica mattina sfidiamo altri 8 team che presentano altrettanti progetti interessanti e molto ben curati. Non siamo stati premiati dalla giuria in finale (qui l’elenco dei vincitori), ma abbiamo potuto confrontarci con realtà istituzionali e sociali interessate al tema della data protection al di là della mera logica commerciale.

In conclusione 

Il nostro lavoro rimane attuale e coinvolgente per chiunque abbia interesse e consapevolezza dell’importanza dell’argomento. Si tratta di un punto di partenza per allargare il cono di visibilità del tema anche a coloro che navigano su siti e app senza preoccuparsi di “che fine faranno” i propri dati, perché “a me non interessa della privacy”, “io non ho niente da nascondere”.

Noi di Smart Flow ringraziamo ancora una volta Francesco e Matteo per averci voluto sostenere e aiutare in questa iniziativa: al prossimo hackathon, sperando sia “dal vivo”!


Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR. 

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Ieri eravamo

Quando compi gli anni ti chiedi se davvero te li senti, ti chiedi se ci siano cose che ti hanno arricchito negli ultimi mesi. Qualcosa cambia, ma dentro ti senti sempre uguale. Come vedi te stessa o te stesso è molto diverso dalla realtà, da come ti vedono gli altri. Nello scorrere veloce del tempo ti chiedi se “invecchiare” ti faccia sentire una persona diversa, più matura, o almeno più pronta ad affrontare nuove sfide.

Questo vale per le persone, ma possiamo provare ad applicarlo a un’azienda e capire cosa è davvero successo da quella fiamma che, 10 anni prima, ha dato vita a un’idea, la sfida di un singolo e di pochi entusiasti, per poi crescere: decine di persone, amici, professionisti che in alcuni casi hanno spento molte candeline con Synesthesia.

Synesthesia compie oggi 10 anni (Wow!). Il primo giorno di Primavera di dieci anni fa i “fondatori” si trovarono a firmare per dare vita a un’idea.

10 anni. Per un’azienda che si occupa prevalentemente di digital è come parlare di due ere geologiche. 10 anni fa il mondo era completamente diverso. Digitalmente parlando, da poco tempo avevamo in mano degli smartphone straordinari e sempre più ricchi. Da poco sapevamo cosa voleva dire “fare e pensare in mobilità”. Synesthesia nasce da questo: da l’intuizione di Francesco (Ronchi) e dal desiderio di inventare qualcosa di nuovo in un mondo che stava iniziando a muoversi sempre più velocemente, quasi in modo frenetico.

Nel nostro caso non tiriamo in ballo la legge di Moore, ma quella di Murphy (i primi due postulati): “Niente è facile come sembra” e “Tutto richiede più tempo di quanto si pensi”.

Perdersi nella strada della produzione massiva e concentrarsi, invece, sulla qualità, preservando la curiosità e la voglia di sperimentare? 

Be’ se ci conoscete almeno un po’, sapete bene che abbiamo scelto la seconda strada e che, orgogliosi, cerchiamo sempre di fare di Synesthesia qualcosa di diverso: un’azienda che fa business, ma anche un’idea e un insieme di valori che per noi sono imprescindibili. 

Inclusione, correttezza, sostenibilità, uguaglianza, trasparenza, empatia, innovazione, cultura. Quando li racconti davanti a un interlocutore che non ti conosce nasce quasi sempre quell’espressione che un po’ dice “e questo con un’azienda cosa c’entra?”. 

Eccome se c’entra! Sono i nostri valori che fanno la differenza. 

Oggi siamo

21 marzo 2011, da quel giorno tante cose sono cambiate. Oggi Synesthesia rappresenta un modello di crescita unico nel campo del digitale, ma non solo. È diventata un’azienda che si occupa di informatica, di comunicazione, di marketing e di molto altro. E in quel “molto altro” ci piace sempre dire che in realtà ci occupiamo “di persone”. Di crescita e di sviluppo. 

Sin dalla sua fondazione rappresenta un luogo di aggregazione per progetti votati al futuro, alla realizzazione di un diverso rapporto tra le aziende e il territorio. Negli ultimi anni abbiamo lanciato tante iniziative. Volete degli esempi? 

Synesthesia ha una digital factory con professionisti di altissimo profilo nel mondo del mobile e del web e del digitale in generale. Ha una sua academy molto attiva e utilizzata anche per realizzare corsi di formazione per donne contro il gender gap e per bambini e ragazzi in età scolare. Synesthesia organizza eventi e tavole rotonde anche a livello internazionale, partecipa a progetti europei su tematiche di alto profilo, cerca in tutti i modi di diffondere sul territorio e in rete il concetto di “tecnologia per tutti”, ma anche di un futuro diverso in cui la formazione e la conoscenza siano alla portata di tutti. 

Synesthesia opera anche (e in modo molto attivo) nel terzo settore con la sua no-profit SYX. Cerca di distinguersi sul mercato diffondendo i valori che le sono propri e che contraddistinguono l’azione imprenditoriale dei suoi fondatori. Durante la prima fase COVID tramite SYX sono stati lanciati due progetti no-profit che hanno avuto molto successo: Tutticonnessi (dispositivi ricondizionati regalati alle scuole del Piemonte) e SpesaSospesa.org (raccolta fondi e derrate alimentari per famiglie in difficoltà). E, come diciamo spesso, speriamo che questi progetti presto non ci sia più bisogno. Sono nati durante la pandemia e non vediamo l’ora di scrivere “la data di fine” al fondo della loro scheda descrittiva. 

“10 anni sono un traguardo importante, perché significa che siamo più maturi e consapevoli.Non abbiamo mai perso di vista neanche un giorno i nostri obiettivi: rendere Synesthesia il posto in cui desideriamo lavorare, il luogo in cui realizzare i nostri desideri professionali, dando al futuro la forma dei nostri sogni.Vogliamo sviluppare il talento e curiamo il nostro team, che riteniamo il bene più prezioso, difendendo i nostri valori etici e alimentando la passione e la curiosità, che sono il motore quotidiano della nostra vita e del nostro lavoro. Le energie positive che ci muovono, il coraggio delle nostre scelte, la visione della bellezza sono insiti nel nostro nome: unire la tecnologia con le emozioni, rendere il digitale più umano.Siamo orgogliosi del nostro progetto e non vediamo l’ora di vedere quale storia scriveremo negli anni a venire. Auguri Syn!” (Francesco Ronchi, Riccardo Recalchi).

La festa per noi per voi. 10 mesi di festeggiamenti

Nonostante le restrizioni imposte dall’attuale pandemia, grazie al digitale e allo spirito di unione che contraddistingue questa grande famiglia, abbiamo ideato un modo di festeggiare questo compleanno così speciale per la durata di ben 10 mesi.

I festeggiamenti non si limiteranno pertanto al semplice giorno del compleanno (oggi), ma si svolgeranno da marzo a dicembre con coinvolgenti iniziative e un viaggio a tappe che condivideremo  con tutti, dal team interno, ai clienti e i partner di Synesthesia e voi sarete i nostri ospiti d’eccellenza.

“Synesthesia world in ten words”. Alle origini del futuro

Per celebrare questo anniversario Synesthesia ha pensato di realizzare un format innovativo e coinvolgente: raccontare il futuro attraverso un percorso “a tappe” caratterizzato da 10 parole chiave che scopriremo insieme ad alcuni “amici autorevoli” che ci aiuteranno a scoprire nuovi scenari e a pensare al futuro partendo da un presente che pensiamo sia già un incredibile punto di partenza. 

Parliamo di un “viaggio” perché sarà proprio un percorso da scoprire di volta in volta, insieme. Lo termineremo con un regalo per tutti, ma non possiamo raccontarlo ora. Sarà una sorpresa.

Domani, saremo

Pensare al futuro per noi significa esplorare territori sconosciuti, battersi con determinazione e con la forza dell’immaginazione per qualcosa che ancora non esiste. Siamo dei pionieri digitali che guardano al “possibile” per renderlo un posto più accessibile e ospitale per tutti. 

Dove saremo tra 10 anni? Saremo qui a raccontarvi come sono stati gli ultimi 20 anni. Abbiamo intenzione di continuare a crescere insieme a tutti coloro che durante questi 10 anni di vita hanno segnato la nostra storia e continueranno a farlo da ogni parte del mondo con le proprie idee. 

Siamo una grande famiglia, #WeAreSynesthesia.

Che i festeggiamenti abbiano inizio. Buon compleanno a noi!

Nel gennaio 2014 il social network di Mark Zuckerberg, Facebook, si ingrandiva acquisendo Whatsapp, app di messaggistica tra le più diffuse a livello mondiale. L’annuncio suscitò da subito grande preoccupazione negli utenti che facevano ampio ricorso all’app bianca e verde, ma avevano, allo stesso tempo, poca fiducia nel social network americano. Nel 2016 venne introdotta la crittografia end-to-end, un modello di protezione dei dati. Recentemente Whatsapp ha divulgato un nuovo aggiornamento alla propria informativa sulla privacy: la novità riguarda la possibilità, per le aziende, di utilizzare i servizi di Facebook al fine di conservare e gestire le proprie chat su Whatsapp. Gli utenti si sono nuovamente “sollevati” e la modifica, che sarebbe dovuta entrare in vigore l’8 febbraio 2021, è stata rimandata.

Ma ci saranno davvero dei cambiamenti? E in caso di risposta affermativa, in che misura sarà coinvolta la privacy? Telegram diventerà (come pare già essere) una buona alternativa a Whatsapp?

Andiamo dunque ad analizzare meglio queste domande, con l’obiettivo di trovare risposte concrete, corrette e chiare.

Le modifiche di Whatsapp alla luce del GDPR

Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), emanato nel 2016 dal Parlamento Europeo, ed entrato ufficialmente in vigore il 25 maggio 2018, realizza un regime di tutela dei dati personali applicabile a tutti i cittadini dell’Unione e non derogabile dalle normative nazionali. I regolamenti europei costituiscono, infatti, uno strumento legislativo direttamente applicabile e vincolante per tutti gli Stati membri dell’UE. Ciò significa che qualunque azienda, anche con sede in un Paese extra-UE, come nel caso di Whatsapp, è tenuta a rispettare le norme del GDPR (General Data Protection Regulation) ogni qualvolta tratti dati appartenenti a cittadini comunitari. 

Le ricadute di una simile previsione sono evidenti e molto concrete qualunque modifica o aggiornamento Whatsapp, in futuro, decida di apportare ai propri termini e condizioni d’uso non potrà mai ledere il regime di tutela imposto dal GDPR. In caso contrario, infatti, incorrerà inevitabilmente nelle pesanti sanzioni previste dallo stesso regolamento. 

Alla luce delle presenti considerazioni, dunque, si può affermare che i dati degli utenti europei raccolti da Whatsapp non potranno mai essere trattati in modo tale da ledere il regime di tutela attuale. L’app di messaggistica continuerà a non poter condividere le informazioni con Facebook come avviene dal 2018, anno in cui il GDPR è entrato in vigore. 

Il posticipo nell’applicazione della modifica, che sarebbe dovuta avvenire l’8 febbraio, è stato determinato da una richiesta avanzata dall’Autorità garante europea per la protezione dei dati personali che ha portato il “caso” all’attenzione del corrispondente Comitato europeo, l’EDPB (organo che riunisce le Autorità garanti di tutti i Paesi membri). L’Autorità ha ritenuto infatti che l’informativa emanata da Whatsapp sia poco leggibile e non permetta agli utenti, come si legge dalla nota, di “manifestare una volontà libera e consapevole”. Whatsapp dovrà rispondere in merito a questo richiamo. 

Lo “scudo” del regolamento europeo non protegge comunque tutti gli utenti extra-UE e quindi la questione a livello mondiale resterà aperta. 

È importante tuttavia sottolineare, come ha specificato la stessa piattaforma sul proprio sito ufficiale, che la modifica di Whatsapp riguarderà solo ed esclusivamente la messaggistica “business” ovvero la comunicazione gestita dalle aziende tramite profili commerciali. L’app intende facilitare l’operato delle imprese mettendo a disposizione i servizi di hosting di Facebook anche su Whatsapp. 

Telegram e Whatsapp a confronto 

A fronte delle modifiche, per ora solo annunciate, di Whatsapp, pare che, negli ultimi tempi, molti utenti abbiano deciso di abbandonare l’app bianca e verde per migrare su altre soluzioni analoghe e (forse) più “sicure” come Telegram. Ma cerchiamo di analizzare più a fondo le reali differenze tra i due servizi.

La piattaforma di messaggistica e broadcasting di origini russe, a differenza della concorrente americana, utilizza un codice sorgente opensource e non adotta la crittografia end-to-end di default. Offre, in compenso, la possibilità di avviare chat segrete e in grado di autoeliminarsi in un intervallo di tempo deciso dall’utente (che va da 1 secondo a 1 settimana). Questa funzionalità costituisce “un’arma a doppio taglio”: se da un lato, infatti, garantisce un elevato standard di privacy e segretezza delle conversazioni, dall’altro rappresenta lo strumento ideale per coloro che perseguono scopi illeciti (dalla distribuzione di contenuti vietati alla pedofilia) e che grazie al sistema dell’autodistruzione della chat possono nascondere facilmente le tracce del proprio operato. 

Telegram, poi, non mostra l’orario preciso dell’ultimo accesso degli utenti ma solo un più generico “pochi minuti fa”. 

I dati degli utenti raccolti da Whatsapp sono decisamente più numerosi rispetto a quelli collezionati da Telegram. La prima, infatti, raccoglie una quantità enorme di informazioni, dalla posizione geografica precisa alla lista dei contatti, dall’indirizzo email alla cronologia degli acquisti effettuati tramite l’app. Dall’altro lato, invece, Telegram individua “solo” nome, numero di telefono, contatti, user ID e indirizzo IP dell’utente.

In conclusione 

All’esito dell’analisi che abbiamo tracciato, si può affermare che tanto Whatsapp quanto Telegram (e altre app concorrenti) hanno punti di forza e punti di debolezza in tema di privacy e sicurezza nel trattamento dei dati raccolti. La scelta migliore, dunque, dipende dalle esigenze dell’utente. Quel che è certo, però, è che la tutela garantita dal Regolamento europeo rappresenta un mezzo di protezione effettivo ed efficace importante per tutti i cittadini europei. Una tutela omogenea per il territorio comunitario è la soluzione migliore, anche allo scopo di evitare differenze o carenze ingiustificate. Il GDPR rappresenta, quindi, un modello virtuoso che potrebbe essere fonte di ispirazione anche per altri sistemi legislativi nel mondo. 

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Synesthesia ha da sempre supportato le iniziative di CUS Torino per la valorizzazione del territorio, dello sport, del dialogo volto a progettare un futuro più sostenibile, solidale, equo e ricco di occasioni per tutti, non solo in ambito sportivo, ma anche sociale, economico e professionale.

Just The Woman I Am 2021 è una bellissima iniziativa e Synesthesia è lieta di supportare anche quest’anno il CUS per la realizzazione di un evento unico nel suo genere, nato dall’idea di eguaglianza e di superamento di tutte le forme di discriminazione. 

Synesthesia è da anni impegnata in iniziative contro il gender gap in ambito di formazione e di accesso alle professioni legate al mondo STEM con l’iniziativa Girls Tech, giunta quest’anno alla sua terza edizione (www.girlstech.it).

Le tecnologie più moderne affiancate a operazioni intelligenti e inclusive di comunicazione possono permettere a un evento come JTWIA 2021 di assumere un’identità “virtuale” che, affiancata alla fisicità reale della performance sportiva, consentirà un’esperienza davvero unica e originale.

La pandemia Covid-19 ha creato e crea tantissimi problemi, ma ha dimostrato che unendo le forze si possono superare limiti e sfide, ma soprattutto puntare a risultati ancora più ambiziosi.

Per favorire tutto questo il team eventi di Synesthesia metterà a disposizione di CUS Torino tutte le sue competenze coprendo l’evento del 7 marzo con un’iniziativa innovativa di live experience.  

L’attività principale sarà rappresentata da supporto tecnologico digitale che consentirà ai tantissimi ambassador di JTWIA 2021 di rilasciare in real time la loro testimonianza di corsa dalle diverse città italiane in cui il CUS opera. 

L’evento live condotto dalla showgirl Cristina Chiabotto e da Riccardo D’Elicio, Presidente del CUS Torino, permetterà di “unire” l’Italia in un unico running in rosa, ripreso live e disponibile sui canali social e web di CUS Torino, JTWIA e Advento.live.

Synesthesia si occupa di sviluppo tecnologico e di comunicazione in modo completo: idea, progetta, disegna, sviluppa e promuove soluzioni ad alto valore aggiunto a supporto di imprese, eventi e organizzazioni di tutte le tipologie per garantire la migliore user experience. L’era della “digital transformation” sta cambiando in modo dirompente il mondo in cui viviamo. Il modo di imparare, lavorare, emozionarsi, vivere è caratterizzato ogni giorno da cambiamenti sempre più frequenti.

In tutto questo sono centrali le competenze professionali che Synesthesia mette in campo, gestendo con successo progetti per clienti locali, nazionali e internazionali. Sono più che mai differenzianti le competenze umane: la relazione, la fiducia, la “vision” di un mondo che crede nell’innovazione in modo consapevole, e che tiene fermo il timone puntando in modo concreto al miglioramento sociale. 

«Crediamo fortemente da anni in questa partnership, che è valoriale e strategica. Per noi è occasione per entrare in contatto con tanti ragazzi di differente età, da quelli più giovani e magari interessati alla nostra scuola di tecnologia FuturMakers fino agli studenti universitari, che rappresentano per noi i veri talenti su cui fare scouting costante per elevare il nostro know how. In questo senso sostenere una squadra, ma anche una borsa di studio, è prima di tutto un giveback, un riconoscimento verso un ecosistema culturale che ci ha dato e ci sta dando moltissimo. Non ultimo, il CUS è un contesto integrato di aziende e relazioni con il territorio di elevatissima qualità, con cui vogliamo rafforzare sinergie e accordi. 

È in quest’ottica che abbiamo scelto di essere partner di “Just the Woman I Am” uno degli eventi più coinvolgenti per la nostra città (e ora d’Italia) e di partecipare ai campionati di volley femminile attraverso la nostra sponsorizzazione».

Con queste parole di Riccardo Recalchi, CEO dell’azienda, ha accompagnato l’avvio del progetto di supporto rivolto a CUS Torino e a tutto lo staff di Just the Woman I Am.

Per info e partecipazione clicca qui.


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La tecnologia costituisce una grandiosa opportunità di crescita e di scoperta per l’intera umanità, senza alcuna distinzione di genere. Riconoscere il fondamentale contributo delle donne nella scienza e nella tecnologia rappresenta per noi un impegno che continueremo a portare avanti ogni giorno. Per questa ragione oggi celebriamo la “Giornata mondiale delle donne nella scienza” con le testimonianze di alcune protagoniste della factory digitale di Synesthesia e SYX.

Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni e i loro sogni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.


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Che significa Privacy by Design? Qual è la sua funzione?

Il GDPR stabilisce l’obbligo legale per tutti i Paesi UE di incorporare la protezione dei dati personali nella progettazione, nelle operazioni ICT, nelle infrastrutture tecniche di servizio e nelle pratiche di business.

Oggi per le aziende dover gestire i dati personali dei propri utenti, prevenendo a monte i rischi legati alla loro raccolta e conservazione, è diventata dunque una necessità imprescindibile dell’adozione del principio della Privacy by Design secondo il quale:

“Tenendo conto dello stato dell’arte e dei costi di attuazione, nonché della natura, dell’ambito di applicazione, del contesto e delle finalità del trattamento, come anche dei rischi aventi probabilità e gravità diverse per i diritti e le libertà delle persone fisiche costituiti dal trattamento, sia al momento di determinare i mezzi del trattamento sia all’atto del trattamento stesso il titolare del trattamento mette in atto misure tecniche e organizzative adeguate, quali la pseudonimizzazione, volte ad attuare in modo efficace i principi di protezione dei dati, quali la minimizzazione, e a integrare nel trattamento le necessarie garanzie al fine di soddisfare i requisiti del presente regolamento e tutelare i diritti degli interessati” (Art. 25 co. 1,  GDPR). 

Il trattamento e la gestione dei dati: una questione di trasparenza

Il trattamento e la gestione dei dati devono essere sempre “formalizzati”, ovvero chiari e trasparenti per l’utente. Perciò diventa essenziale che i gestori assicurino sempre e in modo automatico la protezione dei dati personali in tutti i sistemi IT di propria competenza o nelle attività di business, senza alcuna necessità di azioni da parte dei titolari. 

Deve essere garantita la sicurezza durante l’intero ciclo di vita delle informazioni: tutti i dati raccolti devono essere conservati, aggiornati e distrutti, qualora non più necessari, secondo i principi previsti dal GDPR. Nell’ambito di una struttura societaria, inoltre, è obbligatorio garantire agli azionisti che le pratiche di business, così come le tecnologie a supporto, operino secondo gli obiettivi di trasparenza e siano soggette a verifiche indipendenti. 

L’interesse dell’utente sempre al centro della PbD

All’interno di questo modello i concetti di privacy e sicurezza hanno entrambi la stessa importanza. Un approccio vincente in materia di privacy e trattamento dati personali è sicuramente quello utente-centrico: gli interessi individuali supportati da procedimenti di protezione dati e un’informativa semplice e chiara sono ingredienti essenziali per trasmettere al proprio pubblico un sentore di fiducia e sicurezza e agire nel rispetto della regolamentazione europea.

Le fasi di assessment, costruzione e mantenimento della PbD aziendale

Il principio della Privacy by Design richiede alcuni importanti passaggi per poter essere attuato efficacemente e raggiungere i risultati sperati. Le fasi principali consistono in: 

  1. valutazione PbD su sistemi, app, servizi;
  2. rilevazione GAP;
  3. copertura GAP rilevati; 
  4.  audit periodico per l’aggiornamento e il mantenimento della PbD.

Chi sono i destinatari principali della norma?

Il GDPR si rivolge a tutte le aziende che a qualunque titolo, raccolgono, gestiscono o trattano dati personali. In questo senso quindi ogni azienda è soggetta al regolamento, ma alcune  categorie devono prestare maggiore attenzione agli adempimenti, in particolare: 

In conclusione

La compliance Privacy e il rispetto delle normative europee è al centro del nostro modo di operare. Per questo motivo Synesthesia collabora con Smart Flow, società torinese che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR. 

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Flash: una breve storia fatta di grandi successi

Sono passati quasi 30 anni da quel 6 agosto del 1991 in cui un informatico britannico del CERN di Ginevra, Tim-Berners Lee, diede vita a una delle invenzioni più rivoluzionarie di tutti i tempi: il world wide web. Da quel giorno molte cose sono cambiate e Internet, a seguito di una rapidissima evoluzione: è diventato oggi qualcosa di completamente differente rispetto alle sue origini.

All’inizio degli anni ‘90 i browser erano incredibilmente potenti e generavano con estrema facilità contenuti testuali e visivi collegati ad altri siti web. Tutto questo dava la percezione ai suoi utenti che qualcosa di importante stava accadendo. 

Un cambiamento epocale dal quale non si sarebbe più tornati indietro. In quegli anni Flash era molto flessibile e facile da utilizzare: consentiva di realizzare animazioni grafiche semplici o complicate che funzionavano molto bene sui browser senza richiedere una conoscenza approfondita dei singoli sistemi operativi e linguaggi di programmazione. Intere generazioni di creativi e animatori utilizzarono Flash per progettare pagine web sempre più accattivanti. 

Tra il 2000 al 2005 raggiunse il suo picco di popolarità diventando, quindi, uno dei software di authoring più utilizzato per sviluppare siti web e programmi di animazione. 

L’inesorabile caduta di Flash

Nel 2005 Macromedia venne acquistata da Adobe che diede avvio a una serie importante di aggiornamenti e modifiche, ma con problemi di sicurezza e retro-compatibilità con le versioni precedenti.

Il 29 aprile 2010 Steve Jobs scrisse una lettera aperta nota con il titolo “Thoughts on Flash” all’interno della quale venivano delineati tutti i motivi del mancato funzionamento di Flash sui prodotti iPhone, iPod Touch e iPad. Tra le ragioni principali elencate vi furono: i crash del computer, le scarse prestazioni sui dispositivi mobile, la sicurezza, la mancanza di supporto touch. Jobs denunciò soprattutto il fatto che Flash fosse un sistema “chiuso” e dichiarò che non era più necessario per guardare video o consumare alcun tipo di contenuto web. 

La lettera ricevette una forte condanna da parte di Adobe attirando immediatamente l’attenzione del CEO Shantanu Narayen, secondo il quale uno dei problemi di questo mancato funzionamento era dovuto al sistema operativo di Apple e non alla  tecnologia di Flash. Tale scontro si spostò immediatamente sui media internazionali che presero differenti posizioni sull’argomento. 

A novembre 2011, Adobe annunciò la fine del del supporto di Flash per i browser web mobile e nel 2017 la chiusura delle attività di sviluppo e supporto di  Flash a fine 2020.

Ruffle: l’emulatore di Flash

Lo scorso 31 dicembre 2020 Flash ha concluso ufficialmente il suo ciclo di vita. Tuttavia, software di authoring più utilizzato negli anni 2000 continuerà a sopravvivere perché un gruppo di sviluppatori è riuscito a emulare le sue animazioni e i suoi giochi all’interno di una raccolta proposta da Internet Archive Blog. Si tratta di una bella notizia per tutti gli inguaribili nostalgici di quest’epoca appena conclusa e per tutti coloro che vogliono caricare i propri file .swf nell’archivio per vederli ancora funzionare.

Utilizzando un emulatore Flash (ancora in via di sviluppo) chiamato Ruffle è possibile, infatti, aggiungere il supporto Flash al sistema Emularty di Internet Archive, consentendo la riproduzione di elementi Flash nel browser come se fosse installato un plug-in. 

Attualmente, Ruffle funziona solamente con il singolo file .swf, ma sono previsti ulteriori sviluppi a breve. 

Come in un museo Internet Archive Blog ha deciso di selezionare e raccogliere in una sorta di vetrina alcuni degli “articoli Flash” maggiormente rappresentativi. Sono presenti finora più di mille elementi swf caricati e non sarà più necessario avere un plug in installato. 

In conclusione

Perché è oggi così importante un emulatore per Flash?

Senza Adobe Flash Player probabilmente il mondo del web come lo conosciamo oggi non esisterebbe. Non solo per gli inguaribili nostalgici dei primi anni 2000, Flash rappresenta una tappa fondamentale, un imprescindibile momento di confronto con un passato che ancora oggi continua a produrre i suoi “effetti informatici”. 

Un ringraziamento particolare va pertanto a Ruffle e a Internet Archive Blog per dare ai giovani sviluppatori web questa possibilità di confronto con il passato rendendo attuale il significato di Flash, oltre le logiche di mercato, oltre i confini del tempo…


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Di Francesco Ronchi, President e founder di Synesthesia.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un fenomeno interessante sotto molti aspetti legato al mondo delle mobile app e del Servizio Pubblico. Sto parlando, ovviamente, delle due applicazioni più discusse del 2020: “Immuni”, per il tracciamento Covid-19, e “IO”, l’app della pubblica amministrazione salita alla ribalta per il cashback sui pagamenti elettronici.

Va premesso che il mio è il punto di vista di un “addetto ai lavori” per tutto ciò che riguarda l’aspetto digitale, mentre è quello di un “privato cittadino” come utente e fruitore di queste app e dei relativi servizi.

Grazie alla mia professione (ho fondato 10 anni fa un’azienda che ha sviluppato negli anni centinaia di app) ho avuto modo di trovare una serie d’interessanti paralleli tra questo scenario e quello a cui ci capita di assistere spesso nella nostra attività quotidiana.

Le chiavi dell’(in)successo di Immuni e Io

Immuni e IO sono stati un successo o un fallimento? E quali sono gli elementi che determinano il successo di un’app? Se ne potrebbero elencare molti, ma a un’attenta analisi si riducono a 5 punti principali:

  1. la progettazione e il design;
  2. la qualità dello sviluppo;
  3. la sicurezza e la stabilità;
  4. l’ecosistema;
  5. la comunicazione.

Tutti questi cinque temi contribuiscono a determinare l’esperienza utente (user experience) della app, ovvero quello che come cittadini ci troviamo ad affrontare quando facciamo uso dell’applicazione: i nostri obiettivi sono in linea con le promesse e le aspettative che sono state create?

Passiamo, dunque, ad analizzare i punti sopra evidenziati con riferimento a entrambe le app per arrivare a elencare le nostre conclusioni.

1) La progettazione e il design

Dal punto di vista design (inteso nel senso più ampio di “progettazione”), per entrambe le applicazioni sono stati raggiunti buoni risultati.

Per Immuni ci troviamo di fronte a un’estrema semplicità di utilizzo: a parte installare l’app, infatti, non è richiesta all’utente nessuna particolare azione per attivarne le funzionalità. L’applicazione “monitora” la presenza di altre app dello stesso genere in modalità silenziosa, senza disturbare; Immuni si attiva solo in caso di contatto con un soggetto risultato positivo (si riceve una notifica) o nell’eventualità di propria positività (in quest’ultima ipotesi è semplicemente richiesto di inserire un codice). La grafica è gradevole e ben progettata: si nota la professionalità di chi è abituato a creare software per dispositivi mobili.

IO, invece, è decisamente più ambiziosa come applicazione. Si prefigge, infatti, di essere il “collettore” di tutti (o quasi) i servizi della PA, lo strumento messo a disposizione del cittadino per realizzare la “semplificazione digitale”, radunando in un’unica app molti servizi pubblici nazionali e locali. Ebbene, anche in questo ultimo caso, traspare lo sforzo di rendere semplice e agevole l’accesso alle varie sezioni. Sicuramente la complessità dell’obiettivo rende l’applicazione più difficile da usare e, a complicare le cose, si aggiunge l’assenza di molti servizi ancora in via di completamento (ci vorranno anni per averli tutti, ma si tratta comunque di un progetto in un costante divenire). L’interfaccia è comunque ben disegnata e “pulita”, col tempo non può che migliorare.

Voto Immuni: 9

Voto IO: 8+

2) La qualità dello sviluppo

Entrambe le applicazioni sono “robuste” e ben sviluppate. 

Immuni, per la sua natura, è in linguaggio “nativo”, dovendosi interfacciare in modo “intimo” con il funzionamento interno degli smartphone Apple e Android e funzionare costantemente senza un consumo eccessivo di batteria. 

IO è sviluppata con un linguaggio intermedio (React) che permette di ottimizzare molto i costi e l’uniformità dell’applicazione su diversi sistemi operativi. La cosa più importante è che entrambe sono “opensource”: chiunque ha le competenze tecniche necessarie, può vedere come sono scritte, verificarne il buon funzionamento, l’assenza di codice malevolo e, volendo, anche contribuire al loro miglioramento. Quest’ultimo aspetto dovrebbe essere un requisito assoluto e irrinunciabile di tutte le applicazioni della pubblica amministrazione; se fosse stato applicato di più in passato, forse non avremmo assistito alla penosa frammentazione di decine di sistemi incompatibili tra un Comune e l’altro, tra una Regione e l’altra, con il conseguente dispendio (leggasi spreco) di denaro pubblico.

Per inciso, Immuni, aderendo a standard condivisi, è compatibile e scambia i dati con decine di altre applicazioni analoghe, sviluppate da diversi Stati in Europa e nel mondo.

Voto Immuni: 8

Voto IO: 8

3) La sicurezza e la stabilità

Su questo tema per Immuni sono stati scritti chilometri di articoli, approfondimenti, commenti critici e spesso completamente a sproposito. 

Vista la delicatezza dei dati trattati dall’app, decine di esperti ne hanno esaminato il codice e la conclusione è stata la garanzia di un grado di sicurezza e privacy davvero elevatissimo. Anche se in linea di principio è stata dimostrata la possibilità di attacchi malevoli, questi ultimi sono estremamente complicati e di fatto non mettono a rischio i dati dei cittadini che restano comunque codificati, criptati e conservati al sicuro nella memoria del telefono.

Discorso un po’ differente riguarda IO. In questo caso, infatti, ci troviamo di fronte a un’applicazione che fa uso di molti “servizi software”: IO si collega a server e a software prevalentemente della PA, scambiando con essi dati e informazioni potenzialmente sensibili del cittadino. Il rischio, dunque, non è tanto nell’app in sé, ma nei server a cui le informazioni sono trasmesse e nel livello di sicurezza da essi adottato. Entrare nel merito in questa sede è impossibile, ma quello della sicurezza di questi server è sicuramente un punto debole; pensiamo, per esempio, ai recenti casi imbarazzanti in cui è incorsa l’INPS. La privacy policy dell’app, inoltre, è lacunosa e apre alla possibilità che alcuni di questi dati siano trasmessi a server situati negli USA e, quindi, non ricadano nella sfera d’applicazione né del GDPR né del decaduto Privacy Shield, risultando così non protetti in alcun modo. Come se non bastasse, IO è stata letteralmente presa d’assalto i primi giorni di attivazione del cashback di Stato ed è emersa l’inadeguatezza dell’infrastruttura server sottostante per gestire l’enorme numero di richieste contemporanee. Il sistema generava messaggi di errore incomprensibili, sollevando miriadi di polemiche, un’insoddisfazione diffusa e minando la fiducia dei cittadini. Qualche giorno dopo la situazione si è normalizzata, ma il danno ormai era fatto.

Voto Immuni: 9

Voto IO: 4

4) L’ecosistema

Con “ecosistema” intendo tutto quello che fa da contorno alla parte tecnica/digitale: l’organizzazione necessaria al funzionamento della app stessa, la “componente umana” insomma. Qui iniziano i “dolori” seri. 

Fino a questo punto Immuni se l’è cavata molto bene, risultando quasi un gioiello tecnologico. Peccato che la componente umana sia stata, invece, un totale disastro. In tantissimi casi l’utente che ha scaricato l’app ed è poi risultato positivo al Covid-19 non è riuscito a ottenere dalle ASL competenti i codici da inserire per comunicare la propria positività. Al contrario è rimbalzato da un call center all’altro, con operatori disinformati, impreparati o vittime di un sistema che non li ha messi in condizione di operare adeguatamente. Queste mancanze sono state causa in larghissima parte del totale fallimento del contact tracing digitale, minando ulteriormente la fiducia nello strumento, vanificando così tutti gli sforzi dei cittadini e della parte “sana” dell’ecosistema stesso. Una vera disfatta.

IO ha vissuto invece due momenti distinti: prima e dopo il “cashback”. Al suo lancio, l’app è stata ignorata da gran parte della popolazione. L’applicazione era oggettivamente poco matura: stava iniziando a funzionare grazie ad alcuni servizi resi fruibili attraverso essa (come il Bonus Vacanze e il pagamento di bollettini), ma viaggiava “sotto i radar”, dal momento che ancora moltissime amministrazioni locali tardavano ad approdarvi, rendendola così poco più che una curiosità. Il cashback ha generato in pochissimi giorni 8 milioni di download, mettendo IO sotto i riflettori. Non solo: improvvisamente milioni di Italiani hanno installato un’app che portava con se grandi promesse: semplificare l’accesso alla PA, eliminare le code, ridurre i tempi d’attesa e snellire tutti i passaggi burocratici. Un sogno insomma, destinato a restare in buona parte tale, ma che rappresenta, comunque, un importante passo avanti verso la digitalizzazione.

Voto Immuni: 3

Voto IO: 6+

5) La comunicazione

Comunicazione e marketing sono sempre fondamentali anche per app gratuite e di Stato. Le polemiche attorno a Immuni hanno reso sicuramente più difficile una comunicazione efficace e adeguata, che poteva comunque essere gestita sicuramente meglio e con più attenzione. In tutti gli interventi pubblici del Presidente del Consiglio, Immuni non è mai stata menzionata ed è stata avviata una campagna di comunicazione poco efficace ed esaustiva. Il risultato è stato un numero di download molto più basso se paragonato a quello di app analoghe presenti in altri Stati vicini come la Germania. La voce dei detrattori è stata più forte e, a un certo punto, è parso quasi che il Governo italiano si arrendesse e abbandonasse l’app al proprio destino.

IO non ha avuto quasi nessuna campagna di comunicazione a eccezione della diffusione della notizia dei 150 euro di cashback. Una motivazione sicuramente forte per molti cittadini che, in quell’occasione, hanno scoperto l’esistenza della app e della promozione collegata. Qui l’errore è stato di abilitare la registrazione dei propri sistemi di pagamento (operazione indispensabile per attivare il rimborso) a ridosso del lancio del cashback, generando disservizi e polemiche. Il risultato è stato, in qualche modo, ugualmente “portato a casa”, ma gli spazi di miglioramento  sono davvero molto ampi. 

Voto Immuni: 4-

Voto IO: 5

Le mie conclusioni su Immuni e IO

Tirando le somme, queste app sono state un successo? 

La situazione attuale di Immuni è purtroppo desolante. IO se l’è cavata meglio, considerato che si tratta del primo passo di un’app che, grazie all’iniziativa del cashback di Stato, è oggi installata sui dispositivi di milioni di Italiani. 

Le cause dei fallimenti risiedono nella tecnologia? La risposta giusta è: solo in parte. 

Le origini dei problemi non vanno ricercate nelle app, ma principalmente nel contesto circostante: l’ecosistema con il fattore umano, le scelte politiche e la cattiva comunicazione. Anche le problematiche correlate all’eccessivo carico dei server potevano probabilmente essere arginate con una migliore gestione dei tempi e della comunicazione ai cittadini.

Non me la sento, in ogni caso, di condannare completamente l’operato dell’amministrazione pubblica. Nel nostro lavoro, per lo più con soggetti privati, ci è capitato tante volte di trovarci di fronte a problemi analoghi, a volte anche più gravi, e non sempre è stato facile spiegare ai nostri clienti dove erano realmente i problemi che, apparentemente, apparivano imputabili alle app che stavamo sviluppando per loro. 

L’insegnamento che possiamo trarre noi come sviluppatori di app in Synesthesia, ma valido in realtà per chiunque pensi di approcciarsi a questo mondo, è racchiuso proprio nel confronto tra i punti di forza e debolezza di IO e di Immuni con quelli che affrontiamo giornalmente nel nostro lavoro. Sto parlando dell’importanza del design e di una buona progettazione, la necessità di porre attenzione a tutti gli elementi dell’ecosistema (anche umano, sociale, culturale) in cui l’app dovrà funzionare e con cui dovrà interfacciarsi, e l’importanza d’investire correttamente nella comunicazione e nel marketing.

Immuni e IO rappresentano, comunque, i primi (tardivi) passi della PA verso la digitalizzazione. Nel complesso stanno andando nella direzione giusta, considerando la complessità della macchina pubblica e lo stato di arretratezza culturale e digitale del Paese.  Voglio esprimere quindi un cauto ottimismo che rappresenta forse più un auspicio soggettivo che un dato realmente oggettivo. 

Il periodo della pandemia sarà sicuramente ricordato come uno spartiacque per l’accelerazione della digitalizzazione anche della PA, un processo che dovrà necessariamente avvenire e che porterà inevitabilmente a un miglioramento della vita di tutti e della qualità del rapporto tra l’amministrazione pubblica e i cittadini.