Un algoritmo per prevedere il decorso della malattia

Le strutture ospedaliere raccolgono quotidianamente grandissime quantità di dati, originati da esami e test sanitari effettuati sui pazienti. Le informazioni, una volta raccolte, costituiscono una fonte preziosa di “dati di addestramento” per gli algoritmi di Intelligenza Artificiale. Questo binomio di tecnologia e scienza medica ha già portato grandi vantaggi in numerosi settori della medicina.

Da qui nasce, dunque, l’idea di ingegneri, ricercatori e medici di tutto il mondo di applicare le tecnologie di AI alla lotta contro il Coronavirus. “Abbiamo un team di radiologi, medici, ingegneri e data scientist che, in collaborazione con il Certh (Centre for Research & Technology-Hellas), stanno lavorando a un algoritmo per l’identificazione rapida dei pazienti che necessitano di un trattamento immediato, in modo da accelerare il percorso diagnostico-terapeutico, soprattutto per coloro che necessitano il ricovero in terapia intensiva”, così Arturo Chiti, direttore dell’Unità Operativa di Medicina Nucleare spiega l’innovativo progetto avviato da Humanitas. 

L’Intelligenza Artificiale, dopo esser stata adeguatamente “addestrata” con i dati raccolti dalle TAC e da altri esami di screening effettuati su pazienti affetti da Covid-19, è in grado di identificare già in una fase molto precoce la gravità della malattia, consentendo così ai medici di applicare immediatamente le cure più adeguate alle esigenze del singolo paziente. I vantaggi di una simile soluzione sono molto evidenti, in modo particolare per coloro che contraggono l’infezione virale nella forma più aggressiva. Poter sapere subito se un paziente si aggraverà nel decorso della malattia, fino al punto di necessitare di terapie intensive, porta ad anticipare le cure scongiurando il peggio. 

AI e varianti: nella lotta al Covid-19

Gli algoritmi di Intelligenza Artificiale si sono rivelati molto utili anche nello studio delle varianti della SARS-CoV-2 e dei meccanismi che conducono alla loro generazione.

Nel momento in cui un soggetto contrae la malattia viene contagiato da una grande quantità di particelle virali che presentano sottili differenze tra loro in termini di sequenza genomica: queste sono le varianti. La loro identificazione è possibile grazie a esperimenti di sequenziamento, ma la vera sfida oggi consiste nel predire i meccanismi di diffusione di queste varianti nella popolazione. Una volta compreso questo aspetto, infatti, sarebbe possibile arrivare alla “radice” del problema, escogitando un modo per impedirne la propagazione. 

Una risposta interessante è arrivata da un team di scienziati italiani. Alex Graudenzi (Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate), Marco Antoniotti (Dipartimento di informatica, Sistemistica e Comunicazione dell’Università di Milano-Bicocca) e Rocco Piazza (Dipartimento di medicina e chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca) sono gli autori della progettazione di due algoritmi in grado di prevedere la generazione di nuove varianti e la loro evoluzione nel tempo. 

“Il primo metodo, chiamato VERSO (Viral Evolution ReconStructiOn) permette di ricostruire la storia evolutiva del patogeno, di trovare collegamenti epidemiologici tra due persone infette, ossia un potenziale contatto tra due individui, e di intercettare varianti possibilmente pericolose prima che si diffondano nella popolazione”, spiega Alex Graudenzi. 

Il secondo, invece, permette di quantificare i meccanismi che si trovano alla base della generazione delle varianti stesse.

In conclusione

La collaborazione tra due settori diversi, quello della tecnologia e quello della medicina, può rappresentare una soluzione molto vantaggiosa nella lotta al Coronavirus. L’innovazione tecnologica e le nuove scoperte in ambito scientifico vanno sempre più “di pari passo” e, se unite, offrono opportunità sempre più grandi di miglioramento del benessere collettivo e di tutela della salute di tutti.

Le nostre soluzioni web, app, e-Commerce trasformano idee brillanti ma complesse in soluzioni digitali semplici, rapide e innovative, che proponiamo e progettiamo insieme al cliente per aiutare la sua azienda in modo concreto a raggiungere importanti obiettivi di brand e di mercato.

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Nuove possibilità di crescita nel mondo delle corporate: sono queste le basi della partnership tra Synesthesia e Wibo, la start-up torinese che ha lanciato sul mercato una piattaforma innovativa capace di trasformare eventi formativi in esperienze interattive di condivisione dal valore unico. Un concept che ha portato la start-up a crescere in pochi mesi di attività e che deve il suo successo a un team dinamico e al pivot realizzato in periodo di lockdown, quando le richieste delle aziende e le esigenze della formazione da remoto hanno portato alla realizzazione di uno strumento in grado di rendere  divertenti i momenti di apprendimento grazie alla gamification.

Applicando le dinamiche del gioco, Wibo consente a chiunque di creare velocemente quiz educativi personalizzati da condividere e far giocare in diretta o in differita a studenti e colleghi: il coinvolgimento creato dal quiz consente di veicolare più facilmente le informazioni, che saranno quindi più facilmente assimilate. Uno strumento dalle grandi possibilità di business e un nuovo modo di concepire l’education che ha spinto Synesthesia a credere nel “progetto” Wibo” sia con un investimento in equity sia mediante un piano di accelerazione del business che vedrà coinvolti i suoi esperti a supporto della start-up in termini di strategia, ricerca, sviluppo e distribuzione del prodotto. 

Quest’ultimo rappresenta infatti un significativo punto di contatto tra le due realtà, che si rivolgono a un target simile di aziende clienti: grazie a questa partnership Synesthesia includerà Wibo in progetti di open innovation all’interno delle corporate per supportare la formazione dei dipendenti e aumentare il coinvolgimento durante gli eventi interni.

“Abbiamo conosciuto Wibo quasi per caso: serendipity!, nel giro di pochissimi giorni è nata subito una grandissima complicità: l’idea alla base dell’iniziativa imprenditoriale è molto brillante, semplice ed efficace e siamo rimasti affascinati dalla capacità dei due founder, Alessandro e Tommaso, di diffondere un nuovo modo di fare formazione e intrattenimento: il loro entusiasmo ci ha contagiato. Il nostro team di comunicazione interno è diventato tester della piattaforma e abbiamo iniziato a pensare che potesse essere perfetta per i nostri scopi. L’idea di partecipare è stata immediata e ne siamo molto felici”. (Riccardo Recalchi, CEO di Synesthesia)

“L’investimento di Synesthesia in Wibo è l’inizio di un importante percorso di crescita. L’esperienza imprenditoriale e le loro competenze, trasversali tra le aree di lavoro di Wibo, saranno di grande aiuto per le sfide che dovremo affrontare nei prossimi mesi.” (Tommaso Seita, co-founder & CEO di Wibo)“Un ringraziamento a Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi, che hanno permesso che questa partnership si concretizzasse credendo in noi e nelle opportunità del nostro mercato, rivoluzionato in tempo di lock-down, e oggi alla continua ricerca di soluzioni per mantenere elevato l’engagement dei dipendenti durante i momenti di formazione.” (Alessandro Busso, co-founder & COO di Wibo)

L’obiettivo sarà quindi rafforzare una linea di business che ha già visto Wibo collaborare  negli scorsi mesi con grossi brand tra cui Deliveroo, Invesco e KFC, a dimostrazione di un’esigenza formativa e di engagement a cui le aziende dovranno continuare a far fronte e che rientrerà come standard negli strumenti interni aziendali per una comunicazione interattiva e integrata tra impresa e dipendenti.

Come scoprire chi sono i tuoi nuovi potenziali clienti

Si chiama Client Finder il servizio che consente di trovare nuovi potenziali clienti interessati a un prodotto o servizio offerto e di capire quale area del sito web è più performante rispetto alle altre. Dopo l’installazione del programma sul proprio dominio, Client Finder registra gli utenti che “atterrano” sul sito e memorizza la loro provenienza, tempo che dedicano alla navigazione  e quanto rimangono su ogni singola pagina. 

I dati utili che si ricavano grazie al programma sono: 

Lo strumento genera, inoltre, due dati significativi: lo score filmografico (punteggio assegnato all’utente in base alle sue informazioni di business) e lo score comportamentale (punteggio attribuito all’utente in base al comportamento sul sito).

Il prospect ideale è definito buyer persona: la rappresentazione del cliente che si desidera attirare al proprio brand. La buyer persona racchiude in se obiettivi, sfide, criticità e obiezioni comuni a un segmento di pubblico target, per cui possono esistere diverse buyer persona per ogni azienda. 

L’obiettivo di Client Finder è quello di  convertire utenti in contatti commerciali, qualificare i lead, trasformarli in clienti e fidelizzare o potenziare i rapporti con un cliente già esistente. È utile, infine, supportare Client Finder con un’adeguata strategia operativa di inbound marketing, creando connessioni e proponendo prodotti o servizi a un pubblico interessato al brand. 

I grandi vantaggi di Client Finder

Client Finder ha un approccio orientato al risultato: accresce la capacità della forza vendita, genera un numero crescente di occasioni e aumenta il tasso di conversione. Questo servizio gioca un ruolo fondamentale nei team pre-sales/sales, così come nell’aumentare l’efficacia delle strategia di lead generation dell’azienda, portando la rete vendita a raggiungere il suo massimo potenziale.

Synesthesia, grazie al lavoro di team esperti, sviluppa applicazioni all’avanguardia per i propri clienti e per i propri partner. Scopri le nostre Creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata. Continuate a seguirci per essere aggiornati costantemente sulle novità dei nostri servizi di digital marketing. 

[Guarda la versione completa dell’intervista – 26 min]

Mago, illusionista, autore e conduttore televisivo, scrittore, formatore, ingegnere e consulente. Walter, ti andrebbe di raccontarci qual è il minimo comun denominatore tra queste professioni che hai svolto e svolgi nella tua vita? 

“Tutto nasce da bambino. Ho iniziato a fare il mago, ma continuo a essere “lucidamente schizofrenico” perché sono nato mago e mi sono evoluto – “involuto” ingegnere. Quindi vivo un po’ confuso, con la bacchetta magica nella mano destra, con la quale inseguo i sogni e un foglio Excel nella mano sinistra, con i quali cerco di realizzarli. Mentre i miei amici giocavano, si divertivano e correvano all’aria aperta, io mi chiudevo in camera, affinché nessuno mi spiasse, per cercare di trovare il segreto per far sparire la moneta nella mia mano. 

Passarono i giorni, le settimane, i mesi e se li conti anche i minuti finché a un certo punto la moneta sparì. Il dono più grande che ho ottenuto non è stato il trucco per far sparire la moneta, ma l’insegnamento che, se insisti e non ti arrendi mai, puoi realizzare l’impossibile. Ecco, questo è il dono più grande che mi abbia fatto la magia e credo sia il filo conduttore di tutto quello che ho fatto perché da quel momento in poi ho inseguito mille vite. Sono andato in america a fare Mago in un casinò, poi sono tornato in Italia e ho iniziato a lavorare in televisione e sono diventato Capo Progetto /autore in RAI. 

A unire tutto è stata dunque questa convinzione. La vera difficoltà è capire dove andare, ma poi il metodo si troverà sempre. Se dovessi dare un consiglio, quindi, vi direi: capite prima dove andare. Se avete un impegno profondo con voi stessi e con gli altri dichiaratelo, perché se lo dichiari poi per coerenza cerchi anche di raggiungerlo. 

L’impossibile non esiste, ma è fondamentalmente un limite della nostra mente”. 

Più volte tu stesso hai affermato che “devi uccidere delle parti di te per costruirne altre”. Come riesci a fare questo? Quando capisci che è arrivato il momento giusto per dar spazio a nuove forme di te stesso? Che cosa succede in quel momento?

“Io credo che si debba prendere coscienza che c’è un’età per tutto. Molte volte noi cerchiamo di rubare anni alla vita e non ci rendiamo conto che, invece, ogni età ha un modo di essere, un modo di fare, un lavoro, una famiglia, delle persone con cui vivere e non c’è niente di sbagliato nel vivere al meglio quello che hai come occasione in quel momento. 

Devi renderti conto che magari non tutto può essere per sempre. Ho iniziato a fare il mago da piccolo e quando poi sono diventato capo progetto in RAI, il direttore di RAI 2 mi disse: “Rolfo, adesso devi prendere una decisione, perchè già la gente crede poco ai giornalisti se fanno pure i maghi non ci crede nessuno”. 

Lì ho “appeso le carte al chiodo”, perchè c’è un’età per tutto e mi sono reso conto che se a 40 anni avessi fatto il mago come facevo da bambino sarei stato un dissociato. Il problema è vivere un’età che non ti appartiene più. Aver coraggio di cambiare ha una valenza in tutto. Scherzando dico che ho ucciso il mago per poi nascere ingegnere, formatore, conduttore, fondatore di Masters of Magic. 

Nella vita personale bisogna avere il coraggio di uccidere il bambino o il ragazzo che c’è in ognuno di noi per diventare uomo, perchè devi prenderti delle responsabilità. Devi avere il coraggio di uccidere rami di business per intraprenderne di nuovi, perché se non prendi tu questa decisione sarà la vita a prenderla per te. 

Quando sei al massimo di quello che stai vivendo devi capire che è arrivato il momento di saltare. Se non vivi nel futuro, alla fine il futuro ti riporta con i piedi per terra.

Si chiama “Sindrome del Concorde”. Le cifre che vi dico non sono vere, ma sono solamente degli esempi. Il progetto del Concorde è stato il frutto di una co-produzione franco-britannica. Si trattava di un aereo bellissimo che doveva andare più veloce del suono. Furono spesi 100 milioni di sterline per realizzarlo. Quando è stato costruito si resero conto che faceva troppo rumore e quindi spaccava tutti i vetri delle case vicine agli aeroporti. Allora si pensò di riprogettare i motori con un ulteriore costo di 50 milioni di sterline. Avendone già spesi 100 si decise di andare avanti per un totale di 150 milioni. Dopo aver costruito i nuovi motori si resero conto che il costo per volare era troppo elevato.

L’aereo, essendo stato progettato per avere un numero limitato di posti a bordo, non garantiva un rientro delle spese. Occorreva quindi aggiungere nuovi posti, ma questo comportava la riprogettazione di tutto l’aereo. Ci volevano altri 50 milioni. E poi i freni non andavano bene, ci volevano piste più lunghe. In sintesi, alla fine di tutto fu speso il 400% dell’investimento iniziale fino a quando il Concorde precipitò tragicamente. Ecco, se avessero il coraggio di buttare via i primi 100 milioni non avrebbero speso il 400% in più e avrebbero salvato delle vite.

Molte volte nella vita ci incaponiamo in processi, in attività, in relazioni che sono palesemente fallimentari perché non abbiamo il coraggio di cambiare e di perdere”.

Per noi in Synesthesia i temi dell’inclusione e della centralità delle “persone” costituiscono i pilastri del contesto lavorativo. Secondo te, quanto è importante questo tema nelle realtà aziendali di oggi? Come definiresti la situazione attuale in Italia? 

Da ingegnere parto dai numeri. Le aziende che sono realmente inclusive, hanno un fatturato maggiore del 16% rispetto ad aziende simili. L’80% delle persone in Italia è più propensa ad acquistare prodotti di aziende realmente inclusive. Quindi vuol dire che solo 1 su 5 in Italia è insensibile al concetto di inclusività. Dal punto di vista delle performance è oggettivo che essere inclusivi sia un vantaggio. Dal punto di vista delle persone c’è un clima aziendale migliore, attiri di più i talenti. C’è una maggiore proliferazione di idee perché c’è una maggiore creatività.

È oggettivamente un vantaggio essere un’azienda inclusiva. Questo è importante perché se poni delle basi importanti sui numeri è possibile costruire tutto il resto. In realtà, credo che oggi:

per essere un’azienda migliore non si debbano solamente realizzare performance migliori. Ciò che fa la differenza sono le persone da cui essa è formata. Un’azienda è migliore perché è formata da persone migliori.

Le persone migliori sono quelle persone che trattano meglio il cliente, che hanno cura delle altre persone con cui lavorano, che se devono fare una notte in più per creare un progetto che possa essere utile lo fanno volentieri. 

C’è una frase molto carina di Groucho Marx che dice: “io non farei mai parte di un circolo che accettasse uno come me tra i soci”. Vuol dire che in questo circolo, che è quello delle persone inclusive, non entrano le persone che in qualche modo non sono inclusive. È un automiglioramento. 

Per quanto riguarda l’Italia, è una Nazione con mille sfaccettature e mille variabili. È ovvio che se vai in grandi città e grandi metropoli, dove hai grandi aziende multinazionali con un’attenzione particolare alle persone in quanto tali, è più facile trovare un ambiente maggiormente inclusivo con una migliore gestione delle persone. 

L’inclusività ha mille sfaccettature e non è soltanto di razza e di genere, ma è anche, per esempio, accettare che un papà abbia del tempo per curare i figli. Noi banalizziamo un po’ questa idea, pensando solo alla razza e al genere, ma l’inclusione è accettare anche una persona che in quel momento magari non è tanto felice e ha bisogno di un’attenzione in più. L’inclusione è qualcosa di molto più profondo di quanto i media in questo momento stanno raccontando”.

Dare forma alle proprie aspirazioni è un po’ come trasformare l’impossibile in qualcosa di possibile. A tuo avviso “è possibile” pensare a un futuro più inclusivo che valorizzi maggiormente le differenze culturali e di genere?

Credo di sì e credo che sia una “valanga” ormai iniziata, con velocità diverse e non si possa – né sia giusto – fermare. Credo che sia un bisogno. Vedendo le nuove generazioni, ti rendi conto che sia già qualcosa che appartiene a loro più di quanto appartenga a noi. Questo è dato anche dal fatto di avere background diversi. Ho amici che hanno figli e mi dicono che a scuola non c’è più differenza di niente. È tutto molto più libero e meno male che sia così.

Uno dei punti di svolta fondamentali per quanto riguarda il concetto di inclusione fu la scoperta della Luna. Quando l’uomo è arrivato sulla Luna sono cambiate tre cose: una è il concetto di impossibile, perchè prima una simile impresa sembrava impossibile. Da quando Armstrong posò il primo piede sulla Luna nel 1969 si radicò il concetto che nulla fosse impossibile e quindi la differenza si è espressa anche nel modo di parlare. Non si dice più “è impossibile”, ma si dice quando si farà? Nessuno ha il dubbio che andremo su Marte è solo una questione di quando. Nessun ha il dubbio che ci saranno delle nuove tecnologie che cambieranno totalmente il nostro modo di vivere. 

Il secondo grande cambiamento riguarda la sostenibilità perché ci si è resi conto che per quanto a noi sembri grande il nostro pianeta, in realtà è un piccolo pallino perso nell’infinito. Per Armstrong la Terra era comeuna barca in mezzo all’oceano, circondata dalle acque dove nessuno può scendere né salire, dove non ci sono altre risorse da prendere e non ci sono risorse da buttare. Tutto quello che c’è è lì e questa è la Terra. Da quel momento in poi sono nati i movimenti ambientalisti in Australia. Abbiamo capito che dovevamo iniziare a far fortuna con quello che avevamo.

Il terzo cambiamento riguarda di più le persone. In quegli anni sui pullman c’erano ancora le zone per persone di colore e per i bianchi. Siamo stati così bravi da andare sulla Luna e, in quegli anni, c’erano ancora delle scuole dove c’erano queste divisioni. Ma cosa siamo veramente? Da lì è poi partita la grande rivoluzione che ha portato Obama, dopo 40 anni, alla presidenza degli Stati Uniti.  

Si tratta quindi di una valanga che è partita. I giovani sono parte di questa valanga e la guidano. Questa è una grande fortuna e una speranza per il futuro e se non riusciremo noi che siamo più adulti a fare dell’inclusività, della condivisione, dell’accettare le persone il nostro mantra, avremo sprecato tanta vita e tante battaglie”.

Che cosa manca, a tuo avviso, nella aziende e nella società per evolvere dal punto di vista sociale e culturale?

“Molte aziende fanno “inclusion washing”. Fa “cool” dire che siamo inclusivi, dire che per noi è tutto uguale. Poi, però, non c’è la convinzione profonda di farlo perché non è solo dirlo, ma va poi anche messo in atto con la formazione, con l’atteggiamento, con premi che valorizzino chi realmente lavora nell’inclusione. Ci vuole la convinzione profonda che vada fatto ed evitare l’inclusion washing. Ci vogliono capi, leader che abbiano veramente a cuore l’idea di portare nella propria azienda il credo dell’inclusività. È necessario ascoltare ciò che viene dal basso, dalla base, perché soprattutto i giovani neoassunti saranno un volano importante. Per restare in tema, vi consiglio di vedere il film “Il diritto di contare”, candidato al premio Oscar, con Kevin Costner. Il film racconta la storia vera di Catherine Johnson, la prima donna di colore a entrare in un team della NASA, dove erano tutti uomini e bianchi. È stata trattata malissimo, ghettizzata. Il film racconta che per andare in bagno la Johnson doveva fare un chilometro perché non c’erano bagni per lei nelle vicinanze. Pensa com’è cambiato il mondo e come vivevamo male prima. 

C’è una bella scena del film che ci mostra la volontà da parte del capo, interpretato da Kevin Costner, di battersi per una maggiore integrazione abbattendo il cartello con una spranga dove c’era scritto “bagni solo per bianchi”. Quindi ci vogliono convinzioni profonde, ci vuole la volontà di farlo e ci vogliono capi, manager che non lo dicano soltanto, ma credano profondamente che l’inclusione sia importante e che soprattutto abbiano le orecchie aperte perché dalla base, dai giovani, da chi in qualche modo lavora con te, vengono segnali importanti che vanno ascoltati se vuoi veramente cambiare le cose”. 

Al TEDx di Trastevere hai detto che “per realizzare l’impossibile bisogna pensare come un mago”. Come ragiona un mago davanti a una simile sfida?

Noi tutti pensiamo che un mago sia un problem solver, uno che risolve problemi impossibili. Un mago, invece, è qualcosa di più perché il fatto che risolva problemi è scontato, ma in realtà un mago è un problem setter: cioè “setta” dei problemi che sembrano impossibili e quindi lui deve prevedere già la soluzione nel preparare il problema. Il prestigiatore crea, dunque, delle premesse false che generano dei problemi apparentemente impossibili. Se io metto una moneta nella mano, la moneta non può sparire. Dov’è la falsa premessa? Che probabilmente la moneta non è nella mano. Oppure che la moneta non sia una moneta, magari la moneta è di ghiaccio e si scioglie. Ma se io ti radico la convinzione che io abbia una moneta vera nella mano in questo istante, ovviamente non può sparire. La falsa premessa quindi ti porta a un problema apparentemente impossibile. Sono tutte false premesse che tu ti dai e, come nel concetto di magia, generano problemi apparentemente impossibili. 

Quindi per realizzare l’impossibile devi operare sulle premesse. Le premesse sbagliate sono quelle che mutano il ragionamento. Nel nostro caso quindi per avere aziende più inclusive vanno cambiate le premesse. 

Attualmente le premesse con le quali viene veicolato questo discorso sono: se tu non sei inclusivo va molto male. Nel cambiare le premesse tu non devi dire che è male non essere inclusivi, ma devi dimostrare i grandi vantaggi dell’essere inclusivi.   

Raccontando questi vantaggi le persone sono più portate a cambiare le premesse. Se io vedo un vantaggio concreto, reale, ovviamente sono più portato ad andare verso quella strada. E quindi visto che alla fine le persone sono motivate da degli obiettivi da raggiungere, da dei vantaggi da ottenere, da delle mete da conquistare, allora diamo degli obiettivi.

Non diciamo solo che è male e sei una brutta persona se non sei inclusivo, diciamo piuttosto perchè sei speciale se invece hai il coraggio di essere inclusivo. 

Walter, quali sono gli insegnamenti che ti piacerebbe lasciare alle future generazioni?

“Io credo che l’insegnamento più importante sia aiutare le persone a trovare un sogno. Non esistono sogni giusti e sogni sbagliati. Esistono persone che hanno sogni e persone che non hanno sogni e il vero motivo per cui le persone non realizzano i propri sogni è perché non ne hanno. Ogni volta che io chiedo a qualcuno quali sono i suoi sogni, il 90% delle persone mi risponde con indecisione. Man mano che si cresce si ha sempre meno contezza che si possano realizzare i sogni. Quindi sia per le future sia per le passate generazioni il mio consiglio è createvi sogni continuamente, ispirate sogni nelle persone che amate, regalate sogni alle persone perchè in tantissimi non sono in grado di trovare un proprio sogno. Io poi, da ingegnere, amo chiamare i progetti sogni perché non mi alzerei mai al mattino per realizzare un progetto, ma mi alzo volentieri per inseguire un sogno. Quindi da ingegnere non parlo di sogni come se fossero la manna dal cielo o la pioggia che scende e ti bacia, oppure l’energia che ti guida alla conquista di chissà cosa. No. Io parlo di cose concrete. Createvi dei progetti e una volta trovato un progetto, trovate il modo di realizzarlo. Questa è per me la più grande lezione: trovare qualcosa che ci faccia battere il cuore. Come fare? Scrivete su un foglio mille sogni. Scrivete qualunque cosa, anche la più folle e poi seguite quella che vi accende di più. Questo è il primo grande consiglio che mi permetto di lasciare. La seconda cosa è “martellare come dei fabbri”, cioè il vero segreto per realizzare i propri sogni è non arrendersi mai. La vita è semplice. Va giù e va su per tutti. Non esiste un’unica e costante ascesa verticale verso il successo. Diamo valore ai picchi e facciamo che le valli siano più piatte possibili. La vita deve essere una sinusoide alla quale noi tagliamo la parte bassa. Io mi sono reso conto che tutto quello che ho fatto nella vita, piccolo o grande che sia, deriva da un “martellamento”, del non mollare mai. Quando la vita ti butta giù il segreto è insistere. C’è sempre un modo di realizzare questo sogno. Anche se non lo realizzi, sarai stato sulla strada che porta alla felicità”. 

Walter, come ti immagini il futuro nei prossimi 10 anni?

“Sono un ottimista pazzesco. Penso al futuro come un posto meraviglioso. 

Sarà casa. Sarà il posto dove stiamo andando. È come se noi stessimo facendo un viaggio verso un luogo dove dovremmo stare. Mi piace pensare che questo luogo debba essere bello. Mi piace pensare che sia un luogo che io contribuisco a creare bello. Sarà il posto dove io vivrò e devo trovare dentro questo tutti i motivi per vivere al meglio. 

Il futuro non torna mai indietro, questo è importante. Non siamo mai tornati indietro. Non è mai successo che una volta inventata la macchina siamo tornati a utilizzare la carrozza. Quando è stato inventato l’MP3, non abbiamo più utilizzato la cassetta. Pensare che se il futuro non ci piaccia si possa tornare avanti e indietro è anacronistico, folle e anche stupido. Quindi, noi andremo nel futuro. Ci stiamo andando. Immagino il futuro come un treno che viaggia veloce e tu non puoi scendere a meno che tu non ti faccia molto male. Quindi puoi o starci in piedi scomodo oppure sederti e goderti questo viaggio. Secondo il Financial Times, noi faremo un salto in avanti nei prossimi 10 anni, dal punto di vista della tecnologia, più grande rispetto a quello che è stato fatto dalla prima rivoluzione industriale fino a oggi. Perciò, dal punto di vista del nostro modo di vivere dobbiamo essere pronti a cambiare, godere del fatto che stiamo vivendo in un’epoca straordinaria e piena di sorprese. Non dire “questa cosa mi spaventa” perché non c’è più tempo, non è più un futuro è un adattamento continuo. C’è un aneddoto bello raccontato da McLuhan, il più grande massmediologo del secolo scorso che racconta di due giovani pesciolini che nuotano. A un certo punto si avvicina un pesce più grande che si rivolge a loro chiedendo come fosse l’acqua dentro la quale nuotavano. I due pesciolini stupiti non avevano più la percezione del contesto. Chi è giovane non ha la percezione che le cose cambino. Anche perché va tutto così veloce. Il futuro va veloce e per me è un posto meraviglioso. Per noi che dobbiamo andarci, ritengo che per quanto dobbiamo avere a che fare con l’intelligenza artificiale non sarà un sostituirsi all’uomo, ma un collaborare con l’uomo. Le emozioni saranno quanto mai importanti perché in un futuro, tutto quello che non farà battere il cuore ai nostri clienti o alle persone con le quali collaboriamo sarà una commodity e le commodity si comprano su Amazon. Quindi, 

qualunque lavoro voi facciate, qualunque sia la vostra vita, la vostra attività, chiedetevi che cosa potete fare voi oggi che non potrà fare una macchina domani, in questa risposta c’è il nostro futuro”.

Walter grazie, grazie per aver partecipato a questa nostra festa!

Grazie a te, grazie a voi. È stato un piacere essere qui a parlare di futuro, di persone e di impossibile.

Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista a Walter Rolfo? Nessun problema, c’è la versione podcast!

Ascolta “People and inclusion / Walter Rolfo [giugno 2021]” su Spreaker.

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I mezzi di comunicazione: dove si incontrano domanda e offerta 

Trovare il mezzo giusto per veicolare un messaggio – e intercettare così un pubblico target – è un obiettivo essenziale per le aziende che operano sul mercato. Le spese pubblicitarie, si sa, costituiscono una voce importante di costo nel bilancio complessivo di un’azienda e se non sono correttamente indirizzate possono tradursi in sprechi e perdite rilevanti. È utile, prima di tutto, capire dove “sta” il pubblico che si vuole raggiungere per poi trovare i mezzi per arrivare proprio in quel “luogo”. Secondo il “Total Audience Report” di marzo 2021 realizzato da Nielsen, i media su cui gli utenti statunitensi maggiorenni trascorrono più tempo nell’arco della settimana sono la televisione e le app/siti web da smartphone, con un tempo rispettivamente di quasi 31 ore per la prima e di 20 ore per i secondi. È la radio, però, il mezzo di comunicazione che raggiunge il pubblico più ampio con un’audience pari all’88%, seguita da app/web su smartphone (85%) e dalla TV (80%). La risposta delle aziende allo scenario appena descritto è “speculare” e laddove si trova il pubblico arrivano le aziende. La televisione costituisce, infatti, la voce principale della spesa pubblicitaria complessiva negli USA, coprendo il 68% del totale, seguita dal digitale con il 15%. La pandemia, inoltre, costringendo tutti a trascorrere molto più tempo nelle proprie abitazioni, ha favorito ancora di più l’utilizzo di mezzi di intrattenimento e comunicazione da sempre molto diffusi come la TV, anche sotto “nuove vesti” (si pensi per esempio alla diffusione delle internet TV). Non stupisce allora il dato che conferma questo medium come il più efficace per intercettare il pubblico di ogni età.

Baby boomers: un pubblico che fa la differenza

L’individuazione del mezzo pubblicitario giusto non basta per far crescere la propria attività. Occorre individuare il pubblico, capire quale siano i clienti più “appetibili”, quale siano le loro caratteristiche, esigenze e desideri per poter poi plasmare un messaggio efficace. Per approfondire il tema prendiamo in considerazione una recente ricerca condotta da Hootsuite che ha evidenziato una presenza sempre più consistente nel mondo digitale dei “baby boomers”, persone nate a cavallo degli anni ‘40 e ‘60 del secolo scorso. Si tratta di una generazione che, nonostante abbia risentito anch’essa delle conseguenza economiche della pandemia, gode mediamente di una situazione finanziaria più “solida” rispetto alle generazioni successive. Secondo i dati riportati da Hootsuite, il 70% degli utenti del web, di età compresa tra i 55 e i 64 anni, afferma di aver effettuato acquisti online nell’ultimo mese e il 37% dichiara di voler continuare, con maggiore frequenza, anche una volta che la pandemia sarà conclusa. Si tratta di un pubblico molto “appetibile” per le aziende di numerosi settori. Trascurare questi dati potrebbe tradursi in un grave errore. La pandemia, inoltre, ha indotto sempre più utenti “baby boomers” a “frequentare” i social network, Facebook primo fra tutti. Secondo i dati in esame, negli ultimi 4 anni, c’è stato un aumento del 66% nella scoperta di nuovi brand da parte dei baby boomers attraverso i social e oltre un quarto trascorre oggi ancora più tempo sui social a causa della situazione pandemica. È fondamentale quindi per le aziende attive sul mercato tenere in considerazione tutti questi aspetti quando si compiono scelte per interagire con il pubblico. 

In conclusione: unire il mezzo al pubblico 

Dopo aver raccolto informazioni accurate in merito alla distribuzione del pubblico sui vari mezzi di comunicazione e aver individuato la clientela potenzialmente più propensa all’acquisto, non resta che “mettere insieme tutti i pezzi” per elaborare una strategia pubblicitaria e di comunicazione efficace. Si è visto come la televisione e il digitale costituiscano oggi i mezzi che riescono a intercettare la quota maggiore di pubblico. Abbiamo individuato il pubblico dei baby boomers come quello più disponibile a fare acquisti anche online e nel lungo periodo. Nel realizzare la propria campagna di comunicazione non resta, dunque, che elaborare il messaggio giusto, che catturi l’attenzione degli utenti più “interessanti” e interessati, tenendo in considerazioni gli elementi (pubblico e mezzo) analizzati e le loro caratteristiche.

Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

[Intervista a cura di Lucy James, Event Manager di Synesthesia]

Dalla Louisiana alla Florida. Dal jazz alle stelle. Alyssa, come è nata la tua passione per lo spazio?

“Fin da piccola lo spazio mi ha sempre affascinata. Ovviamente non ricordo tutto di quando ero una bambina, ma mio padre mi racconta sempre che arrivavo e iniziavo a fare tantissime domande sullo spazio e su Marte. Non sapevo niente a quel tempo e nessuno della mia famiglia aveva un background in astronomia. Mio papà allora mi raccontava qualcosa delle missioni sulla Luna e poi aggiungeva

“un giorno andremo su Marte”.

Tutto questo ha davvero dato una spinta alla mia curiosità sullo spazio e così ho iniziato a cercare libri, video, poster e ogni genere di informazioni che potessi avere sotto mano riguardato lo spazio. E la passione così è nata e ha continuato a crescere”.

“Perseverance” è il rover della NASA arrivato su Marte. Quanto hanno contato la tenacia e la perseveranza per raggiungere i tuoi obiettivi?

“Sicuramente tanto in tutto quello che ho fatto e faccio. Essenzialmente quello che sto facendo è cercare di costruire un CV adeguato per candidarmi nel processo di selezione degli astronauti. Ci sono, comunque, tante vie per raggiungere questo obiettivo. Non esiste una checklist per cui si può dire: “hai fatto questo… questo… e questo… allora puoi diventare astronauta”. Non funziona così.

Quando ero piccola la perseveranza significava per me cercare di capire cosa volessi fare, cercare di fare qualcosa di diverso, fuori dagli schemi. Questo è quello che ho fatto per tutto questo tempo andando alla ricerca di quelle opportunità per emergere fino al momento in cui mi candiderò per diventare astronauta, ma penso che tutto questo tempo costituisca la parte più importante.

Tantissime persone si candideranno. Per questo motivo penso che sia molto importante credere in se stessi, nelle proprie capacità. Se tu stessa pensi che puoi farlo, allora certamente è tutto un po’ più raggiungibile”.

Come hai ricordato tu, è un processo di selezione molto impegnativo. È un questione di carattere e, immagino, di conoscenze tecniche. Qual è stato per te il giusto equilibrio tra l’ambizione e il carattere da un lato e la preparazione scientifica dall’altro?

“Certamente. È necessario che ci sia sempre un equilibrio. Una cosa molto importante durante la mia crescita è stata proprio il mantenere uno stile di vita “bilanciato”. Amo lo spazio, ma desidero anche mantenere un equilibrio e fare tutte le “cose normali”. E ci sono molte ragioni per fare questo: una è mantenere il mio interesse per lo spazio. Penso che se parlassi sempre e solo di questo probabilmente alla fine mi stuferei. Ma dal momento che faccio anche tante altre attività, non mi è mai successo. Sono sempre entusiasta di fare qualsiasi cosa che riguardi lo spazio. Cerco di mantenere sempre l’equilibrio tra lo studio e il carattere personale. Per essere un astronauta senza dubbio devi essere molto preparata e brava in quello che fai. 

E di solito quello che fai ha a che fare molto con la scienza e la matematica, può essere anche difficile a volte. Questo tipo di studi può diventare molto intenso, ma penso che ci siano molti aspetti del carattere che devono essere messi in gioco come il saper lavorare bene in team con altre persone. Ti troverai a lavorare con le stesse persone per un certo periodo. Devi imparare a risolvere i problemi, a non lasciarti troppo sconvolgere dalle piccole cose. E quindi tutti questi aspetti sono molto importanti per il carattere. 

Infine, credo che ci siano moltissimi aspetti che devono essere presi in considerazione per affrontare il processo di selezione. Non è un percorso “lineare” come a scuola. Occorre prendere in considerazione anche quello di cui loro hanno bisogno, cosa sta succedendo adesso nell’industria dello spazio, che tipo di persona occorra oggi a questo settore e poi di sicuro le tue conoscenze e la tua personalità. Quindi è sempre una questione di equilibrio”.

Sicuramente ci sono tanti aspetti diversi da considerare. Un tema che tu hai evidenziato è l’evoluzione in corso nei programmi spaziali, delle ambizioni dei vari team. Sappiamo che sui social ti chiami “NASA Blueberry” e sei solita definirti “Future Mars Walker”. Come ti immagini il tuo primo passo su Marte? Ci hai mai pensato?

“Ho aggiunto “Future Mars Walker” nella mia biografia. Marte sarà davvero molto diverso rispetto alla vita sulla Terra, avremo un nuovo stile di vita.

Sarà come uscire di casa indossando la tuta spaziale.

È un modo divertente di immaginare la vita in quel pianeta. Certo ci sarà lo studio scientifico, ma allo stesso tempo faremo anche un sacco di “faccende domestiche”, come quando devi fare le pulizie, arieggiare le stanze, coltivare l’orto per avere il cibo, cose semplici. Mi immagino lo stile di vita su Marte molto rilassante: solo io e poche altre persone che passeggiamo sul pianeta rosso. Ci dedicheremo all’orto e faremo un po’ di esperimenti scientifici. Parlando di come appare Marte e, tornando al rover Perseverance, abbiamo trovato molte immagini straordinarie. Guardando alcune di queste, è bellissimo avere uno scenario più realistico del pianeta. L’atmosfera di Marte non è così “consistente”, così possiamo vedere una quantità incredibile di stelle che dalla Terra non riusciamo ad ammirare. Penso, quindi, che ci saranno spettacoli incredibili”.

Le faccende domestiche su Marte sembrano molto rilassanti anche a me. Hai dato vita alla fondazione “Blueberry” dedicata alle ragazze in ambito STEM, ti va di parlarci di questo progetto? Che cosa significa per te combattere il gender gap in ambito STEM?

“Sì, ho fondato “Blueberry” (Blueberry è il mio “nome in codice”, un nickname che mi è stato dato). L’idea di realizzare questo progetto è nata quando ho visitato lo Space Camp per la prima volta e questo avvenimento ha dato una svolta ai miei interessi per lo spazio. Voglio davvero che anche altre persone abbiano la stessa opportunità.

Recentemente abbiamo organizzato molte attività anche con altri Paesi esteri, come il Messico e l’Argentina, dando a giovani ragazzi e ragazze la possibilità di conoscere davvero quale scelta sia adatta di più a loro per avere la possibilità di lavorare nell’industria spaziale, di diventare astronauta o comunque fare qualcosa in questo ambito. E quindi proprio per questi motivi ho voluto fondare “Blueberry”.

Poi, certamente, incoraggiare le ragazze a intraprendere una carriera nelle materie STEM è molto importante. Penso che non solo l’incoraggiamento, ma anche mostrare loro tutte le strade che hanno a disposizione in questo ambito sia essenziale. Quando siamo piccoli, bambini, di solito diciamo che vogliamo fare un po’ sempre gli stessi lavori: l’insegnante, il medico, l’avvocato. Tutte queste professioni sono bellissime, ma penso che a volte rischiamo di rimanere bloccati sempre sugli stessi lavori. Anche nel settore spaziale accade lo stesso: scienziati, astronauti e ingegneri. Invece, c’è molto più di questo. Ci sono persone che disegnano le tute spaziali; persone che devono progettare le confezioni per il cibo degli astronauti; ci sono psicologi, giornalisti. Dietro questo mondo ci sono così tante professioni che sono altrettanto importanti come le più “rigorose” professioni matematiche e scientifiche.

Penso che l’aspetto più bello consista nel fatto che

non devi per forza essere appassionato di matematica e di scienza per lavorare nell’industria spaziale. È bello mostrare alle bambine e ai bambini tutte le opportunità che hanno a disposizione e come possono combinare i loro interessi per realizzare quello che più desiderano. Pensare fuori dagli schemi è un’esperienza straordinaria”.

Tornando sulla Terra, come ti immagini il nostro futuro nei prossimi anni?

“Penso che l’ambito STEM crescerà molto nei prossimi anni. Certamente le materie STEM sono molto numerose e diversificate, così come i percorsi di carriera. L’industria spaziale sta crescendo molto perché abbiamo tante novità in arrivo. tante idee da attuare: tornare sulla Luna, andare su Marte. Non solo questo, ma anche lo spazio in ambito commerciale, tutte queste altre compagnie, non solo le principali grandi agenzie spaziali, ci sono anche SpaceX, Virgin Galactic, Blue Origin, Boeing e molto altre compagnie che sono così attive nel settore spaziale e continuano a fare ricerche e attività. E io penso che SpaceX potrebbe cominciare ad avere i propri astronauti, il proprio processo di selezione. Stiamo diffondendo anche l’idea del turismo spaziale, rendendolo più consistente di una semplice idea. Credo che nei prossimi anni, nello spazio in generale e nell’ambito STEM collegato allo spazio, ci sarà una grande crescita di opportunità di lavoro, perché ci saranno grandi novità e tante bellissime professioni a cui dedicarsi. Nel turismo spaziale, per esempio, avremo i bagagli dei passeggeri, gli assistenti di volo… Chi lo sa? Queste “strane” idee stanno diventando sempre di più una realtà. Penso che piano piano vedremo qualcosa di questo genere”.

A proposito della tua Fondazione “Blueberry”, tu lanci un chiaro messaggio a favore dell’inclusione delle ragazze nell’ambito STEM, incoraggiandole ad avere una mente aperta. Qual è il tuo messaggio rivolto alle istituzioni su questo tema dell’inclusione?

“Guardando a queste grandi compagnie e alle istituzioni, penso che ci sia molto da affrontare. Parlando delle donne in ambito STEM, negli ultimi anni in cui abbiamo lavorato per includere più donne, abbiamo fatto grandi progressi. Io penso, per esempio, che ci siamo molte più donne astronaute scelte nel processo di selezione. L’idea di mandare una donna sulla Luna, penso che molte di queste idee siano davvero fantastiche.

Credo che il prossimo passo per tutte queste compagnie sia davvero avere più donne in tutte le professioni. Ci sono decine di migliaia di persone per un solo astronauta che va nello spazio. Io penso che sia importante non solo includere più donne come astronaute (il ruolo pubblicamente più visibile), ma anche donne in tutti questi capi differenti. Posso assicurarvi che c’è più di un dipartimento con una sola donna che vi lavora.

Ogni livello e ogni dipartimento ha bisogno di questa inclusione e ogni livello necessita di più donne coinvolte e così io credo davvero che questo sia il nostro prossimo passo. Questo discorso deve valere anche per tutte le altre professioni”.

Grazie Alyssa e buona fortuna!

Grazie a te Lucy, grazie a voi.

Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Alyssa Carson? Nessun problema, c’è la versione podcast!

Ascolta “People and inclusion / Alyssa Carson [giugno 2021] – EN” su Spreaker.

Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.

Il progetto

L’e-commerce di Prezzemolo e Vitale nasce dall’intuizione di Giuseppe Prezzemolo e Giusi Vitale che, insieme ai loro figli, hanno dato vita a uno spazio virtuale dove fare la spesa quotidiana con la possibilità di scegliere tra prodotti di alta qualità, anche di piccoli produttori locali e Presidi Slow Food. 

L’e-Commerce si aggiunge ai punti vendita, 7 a Palermo e 3 a Londra, portando l’esperienza della visita in negozio, in cui trovi familiarità e tradizione, anche online e accessibile a tutti.

La soluzione


La soluzione di e-commerce elaborata da Synesthesia con il contributo di Droplet consente al cliente che accede alla piattaforma di trovare consigli personalizzati sulla spesa. Tra le migliaia di prodotti sono presenti quelli a marchio “Giù Giù” e “Le eccellenze di Prezzemolo e Vitale”, una linea di specialità siciliane di Prezzemolo & Vitale dedicata alle private label. 

Tutti i prodotti, a eccezione dei freschi sono disponibili in tutta Italia con consegna a domicilio entro 24 ore.
 La spesa può essere effettuata anche tramite app o via Whatsapp.



La strategia della nuova versione dell’e-Commerce ha dato spazio a una categorizzazione molto efficace e tool ad hoc per garantire un’esperienza utente personalizzata nel pieno rispetto delle norme che regolano l’utilizzo dei dati.



La grande attenzione riservata al design della user experience ha condotto gli esperti team di lavoro a escogitare un sistema intuitivo che consente al cliente di scegliere la quantità di prodotto desiderata semplicemente selezionando il prezzo che si desidera pagare. 

I tre sistemi di navigazione previsti per la piattaforma consentono, infine, all’utente di trovare con estrema facilità ciò che desidera. Questi sistemi consistono in:

  1. categorie e sottocategorie direttamente nella homepage che riproducono la struttura dei reparti e degli scaffali dei negozi fisici;
  2. filtri che permettono di raggiungere i prodotti, specificando le loro caratteristiche;
  3. ricerca in auto-complete che consente di visualizzare i prodotti più pertinenti e di inserirli direttamente nel carrello per una spesa più veloce.

Grazie alla funzionalità di “Quick View” l’utente può, inoltre, avere immediatamente un’anteprima dettagliata del prodotto.

I risultati conseguiti

La strategia di comunicazione mirata, la realizzazione di una User Experience intuitiva e “familiare”, lo sviluppo dell’app mobile dedicata e la realizzazione della piattaforma Magento sono stati gli ingredienti essenziali per raggiungere l’obiettivo dell’intero progetto di e-commerce: far sentire “a casa” il cliente di P&V.

 

Il sito, inoltre, è completamente responsive: la spesa può essere fatta sia da mobile sia da desktop o attraverso le app Android e iOS dedicate. Ogni opzione è messa a disposizione dell’utente per garantire un’esperienza soddisfacente, facile e immediata.

Visita Prezzemolo & Vitale


Ogni giorno, Synesthesia, grazie al lavoro di team esperti sviluppa applicazioni all’avanguardia per i propri clienti e per i propri partner. Scopri le nostre Creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata. Continuate a seguirci per essere aggiornati costantemente sulle novità della nostra factory. 

Un “passaporto verde” per ripartire

Il turismo è da sempre per l’Italia una delle principali fonti di guadagno e crescita. Nel 2019 rappresentava il 13% del PIL. Ed è altresì ben noto come proprio il settore turistico sia stato uno dei più colpiti dalla pandemia di Coronavirus. L’impossibilità di viaggiare e visitare Paesi esteri ha sottratto a moltissime realtà la loro principale fonte di guadagno. Basti pensare alle località sciistiche che per la stagione 2020 sono rimaste integralmente chiuse, senza alcuna possibilità di lavorare e recuperare le entrate stagionali di solito conseguite. 

Andando verso la stagione calda, con l’avvicinarsi delle ferie estive e nell’ottica di contenere i danni, l’Italia prima e l’Europa poi si sono attivate introducendo il “Green Pass”. Con questo documento, che attesta l’avvenuta vaccinazione o comunque la guarigione dalla malattia o la negatività a essa, sarà possibile viaggiare in Europa e non solo (rientrano nel programma infatti anche gli USA e Israele, dal momento che le vaccinazioni in questi Stati hanno raggiunto numeri rassicuranti) senza dover rispettare alcun periodo di quarantena. Una svolta importante, dunque, per tutti coloro che desidereranno viaggiare per piacere e svago e non perché costretti da esigenze lavorative. 

Le osservazioni del Garante

Il nuovo passaporto verde nazionale presenta, secondo il Garante per la protezione dei dati personali, alcune criticità. All’indomani, infatti, dell’emanazione del D.L. n.52, il 23 aprile 2021 il Garante ha sottoposto all’attenzione del Governo un provvedimento di avvertimento con alcune osservazioni rilevanti . 

Secondo il Garante, innanzitutto, il provvedimento normativo non definirebbe, con precisione e chiarezza, le finalità per il trattamento dei dati sulla salute, lasciando ampio spazio a possibili utilizzi futuri non autorizzati. Un simile difetto viola il principio di proporzionalità previsto dall’art. 6 del GDPR.  Secondo l’Autorità il decreto legge n.52 sarebbe in contrasto anche con l’art. 5 del Regolamento europeo e quindi con il principio di minimizzazione per cui i dati raccolti “devono essere adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario” (come si legge nello stesso provvedimento). 

È stata sollevata poi anche un questione riguardante l’esattezza e l’aggiornamento dei dati raccolti. Il testo normativo predisposto dal Governo, infatti, non stabilisce, secondo il Garante, un meccanismo chiaro e preciso per l’aggiornamento, la cancellazione o la rettifica dei dati sanitari che richiedono di essere costantemente corretti e attuali per rispettare i diritti dei cittadini (titolari dei dati) stabiliti dallo stesso GDPR.

Il Garante evidenzia, infine, una criticità legata al principio di trasparenza. Nel testo di legge non viene indicato il titolare del trattamento dei dati né i soggetti che vi hanno accesso o che sono responsabili di controllare la validità e l’autenticità delle certificazioni verdi. È evidente che una simile mancanza può comportare conseguenze molto gravi: è molto difficile, infatti, se non addirittura impossibile, per i cittadini sapere a chi rivolgersi in caso di violazioni dei propri diritti riguardanti i dati contenuti nel passaporto verde. 

In conclusione 

Il Green Pass rappresenta senz’altro un tentativo importante di tornare alla normalità pre-pandemia e di limitare il più possibile i gravi danni subiti da tutto il settore turistico italiano ed europeo. Tuttavia, come abbiamo visto, le sfide da affrontare sono ancora molte e di grande impatto e rilevanza. Nei prossimi mesi dovranno essere prese scelte importanti e ponderate da parte dei governi nazionali e delle autorità comunitarie al fine di non ledere i diritti dei cittadini europei in materia di dati personali e privacy, garantendo allo stesso tempo un ritorno efficace alla normalità.


Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR. Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

[Guarda la versione completa dell’intervista – 24 min]

Professore, come si diventa Alessandro Barbero?

“Per una concatenazione di fattori in parte casuali, come tutto quello che ci succede nella vita, secondo me. Quando ci sono dei fattori che vanno a rivelare delle potenzialità o delle capacità che uno neanche sospettava di avere poi, pian piano, si viene instradati e alla fine si rimane incastrati nel ruolo che ci si è cuciti addosso. Io ero un ragazzino timidissimo e poi mi sono avviato a una carriera di studioso. Ho fatto lo studioso, ho scritto. Mi è capitato di scrivere un romanzo 25 anni fa, di vincere un grande premio e di diventare famoso per pochi giorni, come succede in quei casi, e poi di ritornare a essere uno studioso completamente sconosciuto al grande pubblico. Non c’era predestinazione. Durante gran parte della mia vita non mi è mai venuto in mente che una delle mie capacità dovesse essere quella di parlare in pubblico o di raccontare la storia al grande pubblico”.

Quindi i nuovi media e in qualche modo anche Internet hanno contribuito alla diffusione. Come è cominciato questo successo e come la fa sentire questa notorietà? 

“È cominciata in realtà con un vecchio medium, cioè con la televisione. Il primo passo verso questa direzione è stato quando Piero Angela, dopo avermi chiesto qualche consulenza mi ha proposto di andare in trasmissione. Superquark è uno degli appuntamenti annuali fissi. È nata con le “Lezioni di Storia” da parte di Giuseppe Laterza prima all’Auditorium di Roma e poi nei teatri di tutta Italia. È nata, infine, con gli inviti al Festival di Sarzana, dove ho cominciato poi ad andare regolarmente. Internet è stato il moltiplicatore di ciò che stava accadendo, più ancora della televisione direi perché il grande pubblico segue Superquark, ma io in una puntata della trasmissione parlo per  5 minuti, poi viene qualcun altro. Le lezioni possono aver davanti anche 1000, 1200 persone in presenza come mi è capitato per esempio all’Auditorium Sinopoli a Roma. Io non produco niente per Internet. Sono completamente assente dai social. Ci sono delle pagine Facebook con il mio nome, ma le gestiscono altri. Ci sono delle raccolte di podcast miei, ma lo fanno altri.  

Solitamente l’aggettivo “medievale” viene utilizzato per connotare negativamente qualcosa che non è “al passo con i tempi”. In realtà, penso che il medioevo come ogni epoca storica abbia avuto i suoi momenti di luce. Le andrebbe di raccontarci almeno tre scoperte tecnologiche che hanno cambiato la storia dell’uomo e che si sono verificate in questo periodo?

“Premetto che il medioevo è molto lungo. La stragrande maggioranza dei nostri antenati sono vissuti nel medioevo. Mi capita spesso di raccontare questa cosa a lezione. Immagina di trovarti davanti Giulio Cesare o Cicerone e di raccontargli la tua giornata in questo modo: 

Oggi mi sono svegliato, mi sono vestito, mi sono sbottonato la camicia, mi sono messo gli occhiali, ho sfogliato un libro per un po’. Poi avevo degli impegni, sono uscito, sono andato a lezione all’Università, sono andato da un notaio per un contratto, sono andato in Comune (avevo una pratica anche lì). Poi sono anche un credente, e quindi sono andato a messa e ho fatto due chiacchiere con il parroco, sono tornato a casa; ho cucinato una pastasciutta e ci ho grattugiato un po’ di parmigiano sopra. Poi ho sfogliato un libro e ho fatto una partita a scacchi. 

Ecco. Immagini di raccontare tutto questo a Giulio Cesare o Cicerone. Non capiranno una parola. Non sapranno niente di tutto quello che gli hai appena raccontato. Non sapranno neppure che cosa voglia dire sfogliare un libro, perché a quei tempi si srotolavano rotoli e rotoli di papiro. Non hanno idea di che cosa siano gli occhiali e di che cosa siano gli scacchi, che cosa voglia dire andare a lezione all’università, andare dal notaio. Se invece provi a raccontare tutto questo a un fiorentino ai tempi di Dante Alighieri capisce perfettamente tutto, compreso grattugiare il parmigiano sulla pastasciutta. Nel medioevo ovviamente non sanno che cosa voglia dire accendere un PC o preparare un caffè però sanno che cosa significa fare un assegno, fare un’assicurazione. Forse non c’è hardware, ma è tecnologia anche quella. Il libro con le sue pagine da sfogliare, che nasce alla fine dell’antichità e all’inizio del medioevo, è un salto di qualità tecnologico enorme, visto che tutt’ora il libro di carta è la tecnologia più efficace che noi abbiamo per conservare informazioni e testi. I nostri modi di vita moderni, i nostri paesi, i centri storici delle nostre città, le nazioni, le lingue che parliamo sono nati nel medioevo”.

La diffusione della cultura, può avvenire attraverso i mezzi più disparati. L’utilizzo di social, podcast e altri mezzi meno “tradizionali” per coinvolgere un pubblico più ampio può fare realmente la differenza secondo lei?

“L’evoluzione futura che ci sarà sicuramente è molto difficile da prevedere. Non dimentichiamo che nessuno scrittore di fantascienza aveva previsto e immaginato Internet. Gli scrittori di fantascienza di 50 anni fa credevano che saremmo andati in giro con automobili volanti e che avremmo passato il weekend su Marte, che avremmo mangiato cibo in pillole. Quanto a Internet, nessuno aveva immaginato una cosa del genere. Quello che posso dire è che attualmente nel campo della produzione culturale e della comunicazione della cultura a me sembra che Internet sia in una fase in cui sia più efficace come un immenso magazzino dove andare a trovare cose che non sono state pensate per la rete. Voglio dire che, in base alla mia esperienza personale, quando si tratta di contenuti culturali la meraviglia di Internet è che tu ritrovi in un istante qualunque canzone che vuoi sentire, un vecchio film degli anni ‘30, un vecchio manoscritto medievale della Biblioteca Nazionale di Parigi, un saggio per la tua ricerca. Anche in questo senso Internet rappresenta un grandioso moltiplicatore e potenziatore di contenuti non nati per Internet. Là dove andiamo a vedere le cose specifiche di Internet mi sembra di poter dire che lì non c’è ancora e non c’è stata ancora la creazione di contenuti culturali tipici. YouTube è grandioso perché ti mette a disposizione le cose prodotte al di fuori di questo contesto.

Vedere il video del gattino che fa le fusa non è proprio allo stesso livello che vedere un film diĖjzenštejn. A costo di sembrare spudoratamente snob, ma se parliamo di cultura non mi sembra che i vari social ne producano allo stesso livello con cui la rete conserva e ripropone ciò che è stato già prodotto prima. In futuro, certamente, nasceranno nuove forme d’arte e di cultura integralmente nate per Internet, ma siamo solo all’inizio”.

Professore, lei prima diceva che nessuno ha previsto Internet, nessuno ha previsto una rivoluzione di questo tipo. Effettivamente abbiamo vissuto una rivoluzione incredibile nel giro di poco tempo: dalla nascita dei PC fino ad arrivare alla connettività globale, agli smartphone e agli altri dispositivi mobili. Tutto ciò ha effettivamente impattato molto sulla nostra cultura. Questo probabilmente è qualcosa che probabilmente non abbiamo mai vissuto. Secondo lei c’è stata nella storia qualcosa di simile in cui l’umanità è passata dai cambiamenti come quelli che abbiamo vissuto oggi, oppure è una novità assoluta?

“L’umanità è sempre passata attraverso cambiamenti e ha sempre dimostrato di avere una grande capacità di adattarsi ai cambiamenti. Ci sono vari tipi di cambiamenti: sociali, politici, economici. Noi adesso stiamo parlando di un grandioso cambiamento tecnologico, che ci mette a disposizione tecnologie inimmaginabili fino a pochi anni fa, lasciando più o meno uguale tutto il resto (rapporti di potere nella società, gerarchie sociali). C’è chi costruisce nuove fortune sulla base delle nuove tecnologie, ma l’esistenza di Internet non ha cambiato il rapporto tra il disoccupato e il miliardario. Ha certamente creato qualche passatempo in più per il disoccupato per tenerlo tranquillo. Di quello che stiamo vivendo è l’aspetto prettamente tecnologico che colpisce. Direi che quelli che, verso la fine dell’Ottocento o inizio Novecento, hanno visto comparire l’automobile, il telefono, hanno visto scavare le metropolitane nelle viscere delle loro città, hanno visto i loro aeroplani staccarsi da terra, hanno assistito a un cambiamento tecnologico pazzesco. Un cambiamento diverso dal nostro perché più hardware che software. Noi non ci facciamo neppure più caso perché l’Umanità si abitua con una facilità incredibile ai nuovi giocattoli che ha a disposizione”.

Come i nativi digitali daranno per scontato tutta una serie di cose che per noi oggi sono incredibili come risultati della tecnologia, pensiamo ai bambini che oggi prendono in mano un tablet e in pochissimo tempo sono in grado di usarlo meglio dei loro genitori. 

“Alla grande domanda – se il bambino che cresce usando un tablet cresca diverso rispetto ai bambini di una volta – io tenderei a dire di no. Non è che gli esseri umani cambiano così facilmente”.

Questo forse è uno dei problemi dell’Umanità: gli esseri umani non si evolvono altrettanto velocemente con le tecnologie che creano diventandone un po’ succubi.

“Questo diventa un problema nella misura in cui non sappiamo sfruttare bene quello che abbiamo. D’altro canto il fatto che gli esseri umani fondamentalmente non cambino lo trovo molto rassicurante”.

Durante la “Notte dei Ricercatori 2020” ha raccontato come le grandi epidemie del passato abbiano spinto la storia dell’Umanità in una direzione diversa. Allo stesso modo, la pandemia che stiamo attraversando come potrebbe influenzare l’epoca attuale? 

“Premetto che mi avventuro su un terreno che non è il mio. Noi storici è già tanto se riusciamo a raccontarvi qualcosa del passato. La prima cosa che si impara è che tutti coloro che vogliono prevedere qualcosa del futuro non ci azzeccano. Detto questo, si possono intravedere delle direzioni, lì dove dove si mescolano la previsione e il desiderio. Credo che possiamo essere molto felici se il mondo uscisse dalla pandemia con qualche dubbio sull’ideologia unica – che ha dominato gli ultimi 40 anni – del privato, del profitto, della rendicontazione, del pareggio di bilancio, del risparmio sul welfare e così via. Se dovessimo uscire con qualche dubbio sul fatto che conviene smantellare il pubblico perché non serve a niente; che nella sanità dal punto di vista dello stato l’importante è risparmiare chiudendo gli ospedali; che assumere medici o infermieri e ricercatori è meglio non farlo perché così si risparmia e si può presentare all’Europa il pareggio di bilancio, potremmo essere contenti. Ovviamente non dobbiamo muoverci solo in una prospettiva italiana. È forse a livello mondiale che c’è la possibilità di un nuovo keynesismo di un nuovo New Deal. Non dico che il vecchio Joe Biden possa essere il nuovo Roosevelt, però insomma un po’ di spinta che gli Stati devono spendere, investire e assumere e che si sta tutti meglio così; forse quella potrebbe essere la vera svolta culturale che potrebbe portare con se la pandemia”.

Professore, speriamo davvero che la politica e la coscienza comune sia spinta in qualche modo a investire sul lungo periodo. Finora si è sempre guardato al breve periodo e forse questo, la mancanza di lungimiranza politica e la capacità di investire su quello che è importante per costruire il futuro ci ha portati anche ad arrivare a una Pandemia che stiamo vivendo. Cosa succederà nei prossimi 10 anni nel mondo della cultura? 

“Io rimango sempre molto diffidente e in attesa. Non mi aspetto niente per carattere. Nel febbraio dell’anno scorso all’Università Statale di Milano in un grande auditorium strapieno, mi è capitato di chiacchierare con gli studenti sul fatto che la storia sembrava quasi essersi fermata a livello di grandi avvenimenti, intesi come quelli che rimangono nei manuali di storia, di quelli che rimangono legati a una data. Non parlo ovviamente dell’evoluzione storica sotterranea, che ovviamente non si ferma mai, ma facevo riferimento a un grande avvenimento memorabile. Ricordo di aver detto loro che dopo l’11 settembre 2001 apparentemente non è accaduto niente. Quello che ho detto è agli atti: è su Internet e chiunque può recuperarlo. È accaduto nel febbraio 2020. Più smentito di così”.

Noi in Synesthesia abbiamo una Academy, abbiamo dei professori che raccontano e insegnano principalmente tecnologia STEM, quindi scienze “dure” e una serie di corsi anche per bambini e per ragazzi. Puntiamo molto sulla gamification e sulla creatività, ma se dovesse dare un consiglio ai nostri professori per coinvolgere ed essere più efficaci, che cosa direbbe loro?

“È difficile dirlo perché secondo me i modi di insegnare e le tecniche d’insegnamento non sono facilmente svincolabili dai contenuti, anche se forse esiste una pedagogia che pensa che si possano separare le due cose. Io non ci credo. Ho un’esperienza nell’insegnamento di materie umanistiche e mi sentirei di dire che…

l’unica cosa che conta per rendere efficace l’insegnamento è che l’insegnante provi passione per quello di cui parla. Sono convinto di questo. Lo scopo nelle materie umanistiche è quello di appassionare e di far capire una cosa che a prima vista non è ovvia, cioè che la storia è importante, che la letteratura e la filosofia sono importanti per la nostra vita, che se si vive senza si può vivere meno bene.

Queste non sono cose ovvie e non è facile andare a raccontare al figlio di una famiglia operaia che ha il problema del lavoro che farà in futuro che anche la filosofia può avere un posto nella sua vita. È così, e bisogna legittimare tutto questo. Io mi immagino che chi insegna cose scientifiche o tecniche abbia meno questo problema”. 

Penso che sia un ottimo consiglio e che questo sia un problema che accomuna anche chi insegna materie più scientifiche perché a volte ci si trova in situazioni dove ci sono dei pregiudizi. Per esempio, troppo spesso ci troviamo di fronte a situazioni di gender gap, in cui le le ragazze non sono avviate a questo tipo di scienze perché ritenute “cose da maschi”. Il tema è quindi anche quello di coinvolgere e appassionare verso questa direzione, verso queste scienze che hanno molti usi pratici e che costituiscono un bagaglio culturale che serve trasmettere. La passione che lei trasmette è assolutamente contagiosa. Questo è il risultato più bello per chi fa il suo lavoro.

Grazie!

Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista ad Alessandro Barbero!

Ascolta “Cultura / Alessandro Barbero” su Spreaker.

Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

Il progetto Children Digi-CORE affronta il tema dei diritti dei bambini, quanto mai attuale e importante. Lo fa attraverso la progettazione e la creazione di un’app intuitiva e innovativa di sensibilizzazione, informazione e denuncia, che consente ai bambini di segnalare le violazioni ai difensori civici locali.

Synesthesia si occuperà della fase di co-progettazione partecipativa e sviluppo dell’app. Il progetto, finanziato dall’Unione Europea, vede il coinvolgimento di partner come l’Università degli Studi di Torino, il Consiglio Regionale del Piemonte e organizzazioni del settore sia italiane che internazionali, tra le quali anche l’associazione Agevolando e l’associazione Hope for Children.

Lo scenario

Secondo la Commissione Europea oggi un minore su tre nell’UE ha subito qualche forma di maltrattamento: dalla disparità di accesso alla tecnologia alla mancanza di protezione dagli abusi in ambiente domestico, ancora troppi bambini/e e adolescenti hanno bisogno di aiuto. Per questi motivi, lo scorso 24 marzo 2021, l’UE ha presentato una strategia generale sui diritti dei minori con l’obiettivo di offrire questo aiuto.

L’innovazione per Synesthesia passa soprattutto attraverso la formazione delle future generazioni. 

Crediamo nei valori e nei principi esposti nella Carta delle Nazioni Unite tracciando concretamente da anni percorsi formativi di avvicinamento in modo consapevole al mondo digitale per bambini/e e ragazzi/e. La formazione in tutti gli ambiti attraverso la creatività e il gioco rappresenta la nostra risposta concreta alla disparità di accesso alla tecnologia e a qualunque forma di discriminazione e violazione dei minori.

Tutti gli stakeholder che collaborano a qualsiasi titolo con Synesthesia sono pienamente consapevoli dell’importanza di rischi di abuso e sfruttamento che il mondo digitale può comportare per i più giovani e di quale sia il corretto utilizzo degli strumenti tecnologici da parte loro.

La soluzione: Children Digi-CORE

Il progetto consiste nello studio e nello sviluppo di un’app per i minori di età compresa tra i 12 e i 17 anni.

Si pone i seguenti obiettivi:

La finalità ultima è quindi quella di proteggere da ogni forma di maltrattamento e abuso, i minori direttamente o indirettamente coinvolti dai servizi, dalle attività e dai progetti di Synesthesia. 

L’applicazione mobile sviluppata per smartphone (iOS e Android) consentirà di ricevere informazioni comprensibili, ma rigorose e dettagliate, su quali situazioni configurino violazioni di diritti:

L’app fornirà, infine, le informazioni su quali siano le autorità giudiziarie competenti a cui rivolgersi e consentirà di inoltrare una richiesta direttamente all’attenzione dei Garanti regionali per l’infanzia e l’adolescenza. L’invio di una mail agli indirizzi delle istituzioni competenti consisterà nella compilazione di un form con i dati necessari. 

La user interface sarà semplice e adatta al target di riferimento. Saranno coinvolti i ragazzi nella fase di progettazione (design con focus group mirati). La progettazione della user experience sarà realizzata attraverso attività di “design thinking” e portata avanti in un design sprint che coinvolgerà utenti finali e operatori (selezionati a cura dell’Università) insieme ai designer per la prototipazione rapida dell’app.

In conclusione

Children Digi-CORE rappresenta un’importante occasione per affrontare l’attualità in modo più concreto e vicino al benessere dei più giovani. Siamo fieri di far parte di questo progetto e non vediamo l’ora di cominciare al fianco dei nostri partner e a tutti coloro che decidono quotidianamente di sposare questa battaglia.


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