Le modifiche di Tik Tok

Con i suoi 689 milioni di utenti attivi, di cui 5,4 milioni solo in Italia, Tik Tok è il settimo social network più popolare al mondo. Attualmente è più utilizzato nel sud-est asiatico, ma la sua popolarità è in aumento anche in occidente. Dopo neanche 4 anni dal lancio iniziale, ha superato la quota di due miliardi di download, registrando nel primo quadrimestre del 2020 la cifra di 350 milioni di download in tutto il mondo. Ma la piattaforma dai numeri stratosferici ha di recente attuato alcune modifiche che interesseranno i suoi utenti:

“Potremmo raccogliere identificatori biometrici e informazioni biometriche, come definito dalle leggi statunitensi, come impronte facciali e impronte vocali, dai contenuti utente. Laddove richiesto dalla legge, chiederemo all’utente tutte le autorizzazioni necessarie prima di tale raccolta”.

Con questa breve nota il celebre social network cinese ha annunciato la modifica alla propria informativa sulla privacy. 

Un cambiamento non indifferente che interesserà direttamente la vita e la privacy di tutti gli utenti (per ora) di nazionalità statunitense. La raccolta di dati biometrici da parte di Tik Tok consiste nell’attività eseguita dal social di identificare oggetti e scenari, l’esistenza e la posizione all’interno di un’immagine di caratteristiche del corpo e del viso e il testo delle parole pronunciate. In realtà non è l’unico social che elabora i dati degli utenti in questo modo, ma ne esistono già altri che utilizzano la stessa strategia per ottimizzare gli annunci pubblicitari. Tik Tok, inoltre,sembrerebbe voler soltanto migliorare le proprie funzionalità, per questo la nuova privacy policy avverte che la raccolta di immagini e audio sarà utile per abilitare “effetti video speciali per la moderazione dei contenuti, per la classificazione demografica, per i contenuti e i consigli sugli annunci e per altre operazioni non di identificazione personale“.

La “questione” della privacy

L’annuncio da parte dell’app sulla raccolta dei dati biometrici, per quanto vaga, ha già suscitato numerose preoccupazioni. Tik Tok, infatti, non ha specificato lo scopo di questa raccolta, né tantomeno le modalità con cui chiederà il consenso per il trattamento dei dati. Ha soltanto svelato che inizierà con i dati degli utenti statunitensi e non è sicuramente un caso, considerando che in pochi Stati sono presenti delle leggi che tutelano la privacy biometrica. Per questo motivo, laddove non esista una legislazione specifica, molte persone potrebbero non essere avvisate sulla raccolta dei dati. Sembrerebbe però non essere questa l’intenzione di Tik Tok, che assicura di essere sempre molto attenta alla privacy del suo pubblico. La piattaforma che per tutta la durata dell’Amministrazione Trump era stata considerata come una minaccia per la sicurezza nazionale, ora sta cercando di riconquistare la fiducia degli utenti statunitensi. Per questo motivo ha più volte dichiarato di archiviare le loro informazioni in data center degli US e di Singapore, assicurando di non averli mai condivisi con il governo cinese. 

Il futuro di Tik Tok 

Tik Tok raccoglie già moltissime informazioni dal profilo dei suoi utenti, come i contenuti da loro creati, i cookie, le app e i file presenti sul loro smartphone, la posizione del dispositivo utilizzato e addirittura lo stato della batteria e i ritmi di battitura. Per cui, a cosa serviranno i dati biometrici? 

Per il momento restano i dubbi e le polemiche di molti utenti di Tik Tok. Nei prossimi mesi scopriremo se l’app avrà fatto una scelta sbagliata, spaventando e facendo “scappare” dalla piattaforma tutti quelle persone preoccupate per la loro privacy, o se gli utenti saranno riusciti a digerire questa novità mantenendo attiva la loro presenza sull’app. 

Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.

I nostri servizi di marketing e social media trasformano idee brillanti ma complesse in soluzioni digitali semplici, rapide e innovative, che proponiamo e progettiamo insieme al cliente per aiutare la sua azienda in modo concreto a raggiungere importanti obiettivi di brand e di mercato. Grazie al lavoro di team esperti sviluppiamo strategie di comunicazione social e piani editoriali all’avanguardia per i nostri clienti e partner.

Scopri le nostre strategie all’interno di questa pagina dedicata.

È necessario e urgente allora trovare una via per semplificare e rendere fruibili queste informazioni così importanti che ci toccano molto da vicino. Occorre trovare un modo per far sì che chiunque leggendole anche rapidamente possa avere un’idea chiara del contenuto. In questo senso il contest “Informative privacy più chiare grazie alle icone? È possibile” lanciato dal Garante italiano per la Protezione dei Dati personali rappresenta una proposta creativa e accattivante. Cerchiamo allora di capire lo “stato dell’arte” attuale e l’importanza dell’iniziativa per il futuro di tutti.

Lo scenario degli artt. 13 e 14 GDPR

In un mondo sempre più digitalizzato e interconnesso, le “tracce” che lasciamo online sono numerosissime al punto che è quasi impossibile mantenerne il controllo. I problemi sorgono quando queste “tracce” contengono dati personali, più o meno sensibili, che ci appartengono e in grado di ricondurre i terzi a noi. L’esigenza, dunque, di proteggere queste informazioni da un uso distorto e non autorizzato a opera di estranei è evidente. Per questi motivi l’UE ha emanato un regolamento ad hoc, il General Data Protection Regulation 2016/679 o GDPR, con l’obiettivo, appunto, di tutelare i dati personali dei propri cittadini. 

Gli artt. 13 e 14 del GDPR costituiscono il cuore della normativa di tutela. Contengono un elenco di informazioni che chi tratta i dati altrui deve obbligatoriamente fornire all’interessato. Queste informazioni riguardano, per esempio, l’identità e i dati di contatto del titolare del trattamento e, ove applicabile, del suo rappresentante, le finalità del trattamento, il periodo di conservazione dei dati personali, il diritto dell’interessato di chiederne la cancellazione o la rettifica e molto altro.

È evidente che si tratta di un elenco corposo, tecnico e poco leggibile da un pubblico ampio, disomogeneo e spesso di fretta. Basti pensare che tutte queste informazioni devono essere contenute nel volantino del supermercato che compiliamo per iscriverci a un “programma fedeltà”. Non leggeremo mai una normativa sulla privacy così strutturata in quelle circostanze.

Semplificare le informazioni sulla privacy, ma come? 

Una possibile risposta alla questione arriva dall’Autorità Garante nazionale con un’idea creativa e innovativa allo stesso tempo: lanciare un contest rivolto a grafici, designer, sviluppatori, avvocati, tecnici del settore e più in generale a chiunque voglia mettersi in gioco nel tentare di tradurre la normativa del testo europeo in icone, simboli o immagini. È risaputo che una grafica efficace è in grado di catturare la nostra attenzione molto più di un eccellente romanzo. Le immagini sono più immediate e fruibili da tutti. E questo vale ancora di più nel nostro quotidiano in cui siamo bombardati di informazioni e abbiamo sempre meno tempo per leggere. Per non dimenticare che la nostra stessa comunicazione passa sempre di più attraverso emoticon, gif e icone di ogni tipo.

L’iniziativa lanciata dal nostro Garante è, dunque, davvero “al passo con i tempi”. Sul sito del GPDP, nella sezione dedicata al contest, leggiamo che “le proposte ritenute più efficaci e coerenti con le norme del Regolamento saranno rese disponibili, in licenza CC BY a chiunque voglia utilizzarle, con l’indicazione dell’autore”. Il progetto ha quindi anche il grande pregio di coinvolgere in prima persona i cittadini e i risultati potrebbero tradursi in un’importante conquista condivisa sulla via della semplificazione per tutti.

In conclusione

Anche le leggi, come tutto ciò che riguarda da vicino la società e le sue dinamiche, necessitano costantemente di essere aggiornate soprattutto nel momento in cui devono essere “messe in pratica”. Le norme, infatti, per poter essere efficaci e raggiungere gli obiettivi per cui sono state emanate devono essere prima di tutto conosciute dagli interessati. La vera sfida, dunque, consiste nel trovare il modo migliore per renderle fruibili dal grande pubblico, comunicandole in modo veritiero, chiaro, trasparente e anche un po’ “accattivante”. L’iniziativa dell’Autorità Garante Italiana è un primo passo importante in questa direzione. Una direzione innovativa e che tiene conto delle sensibilità e delle preferenze che contraddistinguono la nostra società. 

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“Per te il giorno in cui ho causato la fuoriuscita dei tuoi dati insieme a quelli di altri 533 milioni di utenti è stato il più importante della tua vita, ma per me? Per me è stato un giorno qualsiasi”. Mark Zuckerberg (probabilmente) 

(a cura di Smart Flow)

Perché ci permettiamo di iniziare quella che dovrebbe essere una riflessione responsabile su un tema molto serio e in un “contenitore autorevole” con una citazione diretta da “Street Fighter”? Un po’ ci piace pensare che “Zuck” ami vestirsi come M. Bison, il villain interpretato da Raul Julia in uno dei b movie più cult degli ultimi trent’anni. 

In verità la situazione è davvero seria. Sebbene per molti di noi il giorno (o per meglio dire i mesi) in cui Facebook permetteva di effettuare lo scraping di milioni di dati personali in tutto il mondo non è il più importante nella vita, la portata della vicenda è tale da coinvolgere tutti gli utenti del social network e non solo coloro direttamente coinvolti nel famigerato leak.

Iniziamo subito con una doverosa premessa. I file che contengono i milioni di dati sono facilmente individuabili sul web, tuttavia vi consigliamo di non procedere oltre con la ricerca: in primo luogo, si deve avere una minima dimestichezza con il materiale che si troverebbe. Secondo, si tratta di avere a che fare con dati personali ottenuti senza autorizzazione, quindi c’è il rischio di “passare dei guai”.

Se si vuole controllare il proprio numero di telefono, si può fare attraverso il portale “haveibeenpwned” di Troy Hunt, famoso ricercatore e speaker di Web Security.

Si può parlare di data breach

Come ha confermato la stessa azienda di Menlo Park, a partire dal 2019 un (gruppo di?) hacker ha sfruttato una funzionalità che allora permetteva di cercare un utente Facebook attraverso il numero di telefono. Grazie a questa tecnica poteva(no) individuare un profilo, copiare ed esportare una lista degli amici di questo, a meno che non fosse impostata come privata. Per ogni contatto esportato sulla lista comparivano poi informazioni come l’ID del portale, nome e cognome, spesso città di residenza e provenienza, grado di istruzione eccetera. Questo è lo scraping: una raccolta di informazioni superficiali, sfruttando le disattenzioni dei portali.

Non si può parlare di leak, ma di certo è un data breach “coi fiocchi” in quanto i dati sono stati raccolti “uno a uno” utilizzando i servizi della piattaforma stessa. Per questo il famoso file incriminato è strutturato con numeri sequenziali: gli hacker sono partiti da +10000000001 e hanno ottenuto 533 mln di profili chiedendo a Facebook l’utente di riferimento.

Da un paio di anni non si può più effettuare la ricerca di utente tramite numero telefonico, ma la versione mobile di Messenger, il sistema di messaggistica di Facebook, ha supportato questa caratteristica per un periodo di tempo più prolungato, consentendo verosimilmente l’estrazione di ancora più dati.

Una degli aspetti più bizzarri che alcune persone stanno verificando in questi giorni, è che sebbene in passato non avessero mai fornito il numero di cellulare a Facebook nei file trafugati compare comunque. Per questo fenomeno ci possono essere tante soluzioni possibili, a noi ne vengono in mente un paio:

Numerosi sono anche i casi di persone che dicono di aver subito la esfiltrazione dei propri dati ma che il telefono non corrisponde al loro. In questo caso ci potrebbero essere altre due ipotesi:

Che tipo di dati ci sono in rete ora? Cosa può succedere?

I dati online sono quelli di cui avrete già letto e i numeri sono impressionanti: in Italia si parla di 36 milioni di numeri di telefono e 440 mila email (praticamente tutti gli utenti Facebook del “bel Paese”). Gli altri dati sono l’ID del profilo nome e cognome, status relazionale, città di provenienza. Non sempre si tratta di informazioni complete, dipende da quanto il social ci conosce. Le possibili minacce, purtroppo, sono molteplici.

Il rischio di SIM swap è certamente uno dei più reali. Sapendo qual è il tuo numero di cellulare e ipotizzando i servizi a cui ti sei registrato (ipotesi che posso corroborare tenendo d’occhio i social, tra l’altro) posso provare a effettuare il log in ai suddetti servizi con il numero di cellulare o tentare di recuperare il codice di controllo con tecniche di sostituzione di persona stile truffa telefonica.

Se pensate di essere esenti da questo pericolo solo perché il vostro portafoglio elettronico non trabocca di Bitcoin, fate attenzione comunque: se usate il numero di telefono come ricevente per il PIN di autenticazione per la posta elettronica, la Banca o ogni altro servizio, siete a rischio di truffa.

Un altro rischio è collegato al telemarketing selvaggio. Vi sembra meno pericoloso del quadro prospettato in precedenza? Probabilmente sì, tuttavia immaginate di dover passare i prossimi mesi a lottare contro nefasti call center che hanno deciso di sfruttare questa occasione per approvvigionare letteralmente milioni di nuovi contatti.

Un terzo pericolo molto concreto è collegato al vostro UID di Facebook. Anche se utilizzate pseudonimi, infatti, sul sito si può risalire attraverso quello e il vostro numero di cellulare ad altri dati personali. Se siete un personaggio pubblico, impegnato nel sociale o che ha preso posizioni sgradite a una minoranza rumorosa magari non avrete voglia (come gli altri) che i vostri dati e i vostri numeri siano alla mercé di tutti.

Al momento efficaci contromisure non ce ne sono. Ormai i file sono circolati su internet per cui non è possibile limitare la diffusione dei dati trafugati. Il Garante per la protezione dei dati personali si è dato da fare nel corso della settimana per chiudere tanti domini che diffondevano i dati fuoriusciti illegalmente, anche se alcuni di questi portali si erano proposti, con buone intenzioni, di dare una mano alle persone colpite.

In conclusione, quali sono i prossimi passi per noi utenti

Ritorniamo al discorso con cui abbiamo iniziato. La situazione è seria perché dal modo in cui la comunità internazionale, la comunità degli utenti di Facebook e Facebook stessa reagiranno alla vicenda si determinerà un percorso importante nella gestione dei dati personali di ciascuno di noi.

In primo luogo, Facebook non si può difendere adducendo come scusa che i perpetratori hanno approfittato di una falla che non è più in attività nel suo sistema. Il Garante italiano, come altri Enti corrispondenti nel mondo, ha chiesto alla compagnia americana di attivare un servizio di verifica sul portale per dar modo agli utenti di controllare facilmente se numero o e-mail siano stati esfiltrati. 

Per quanto riguarda noi utenti, che ogni settimana veniamo a conoscenza di casi di data breach sempre più importanti sia come numeri sia come entità coinvolte, dobbiamo mantenere costante la soglia di attenzione. Il pericolo di assuefarsi a queste notizie è sempre più alto, ma siccome si parla di dati personali, una moneta di scambio fondamentale nelle transazioni digitali del web e dei social network, impariamo a tenere ben stretta la nostra identità tout court. 

Infine, è consigliabile non affidarsi a canali ambigui per il recupero dei dati che sono stati pubblicati online perché non c’è più possibilità di secretare quelle informazioni. C’è anzi il rischio di esporsi ancora di più, consegnando altri dati personali (e soldi) a compagini poco raccomandabili, con la prospettiva di dover “sganciare” in un futuro ancora più denaro.

Cosa può essere peggio di trovarsi tra quei 36 milioni di italiani colpiti dallo scraping su Facebook nel 2019? Essere iscritto anche a LinkedIn.

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Avete mai provato a leggere una informativa privacy? 

Quel “muro di testo” con il quale quasi nessuno ha voglia di confrontarsi, ma dentro cui si trova ogni informazione relativa all’utilizzo dei nostri dati da parte di qualsiasi piattaforma o app che utilizziamo quotidianamente. Io  sì, ma d’altra parte lo faccio per lavoro. Sono Maurizio Bulgarini esperto di privacy e Data Protection Officer di Synesthesia. 

Voglio cominciare facendo “coming out”: anche io mi sono iscritto a qualche servizio senza leggere con attenzione l’informativa, o i “Termini e Condizioni”. I testi sono troppo prolissi, scritti in “legalese” e solitamente presentati in maniera tale che è difficile coglierne il contenuto.

Il mio lavoro sarebbe estremamente più semplice se le persone con cui vengo a contatto fossero più consapevoli dell’utilizzo dei propri dati personali da parte di terzi. Alcune delle compagnie tech più in vista provano a realizzare infografiche o video per avvicinare il navigatore alla consultazione delle informative, ma non si può contare solo su questi supporti.

Lo scorso autunno, in una mattina come un’altra, complice uno dei canali Telegram che seguo abitualmente, scopro l’esistenza di Legal Hackers. Curiosando sul loro portale, mi imbatto nel bando di “Hack the Doc”. L’obiettivo della challenge del primo legal design europeo è “hackerare” i documenti, ossia le informative privacy presenti sui siti e sulle app che navighiamo, per renderle più fruibili da parte degli utenti. 

Gli organizzatori hanno previsto tre ruoli per i partecipanti alla challenge: esperti legali, consulenti di comunicazione e designer, per ridisegnare graficamente, oltre che concettualmente, le informative prese in esame.

Il Collegio del Garante della Privacy italiano ha promosso questa manifestazione al fine di contaminare la cultura giuridica rendendola accessibile agli utenti comuni e facendo valere, allo stesso tempo, il loro diritto di essere informati sui motivi e le modalità di trattamento dei loro dati. “L’Autorità per essere tale deve risiedere in mezzo alla società” – ha dichiarato Guido Scorza, avvocato e membro del collegio – “e sgretolare formalismi burocrazia e lentezza”.

L’idea mi conquista e inizio a parlarne col mio team. Poi, al termine di una riunione con Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi, per integrare l’offerta di Synesthesia con servizi sulla compliance al GDPR, accenno loro la questione. Francesco, in appena cinque minuti, condivide un concetto estremamente interessante: perché non usare l’intelligenza artificiale per decifrare le privacy policy e trarre le informazioni più importanti?

La realizzazione del progetto 

La proposta mi affascina perché si tratta di un’idea ben diversa dal modificare il design di un’informativa. In breve tempo la macchina si mette in moto: Francesco mi presenta Matteo Grella, suo amico e grande esperto di trattamento automatico del linguaggio naturale (Natural Language Processing) e relativi modelli di apprendimento automatico (Machine Learning). 

Il motore fornitoci da Matteo ci permetterebbe di masticare e restituire ogni tipo di testo. I modelli di apprendimento automatico funzionano molto bene quando, all’interno di un dominio conosciuto, esistono esempi da cui la macchina può apprendere. Proprio come nel caso delle informative privacy.

Abbiamo giusto il tempo di fare una riunione per presentarci e iscriverci: è già il 10 dicembre e la manifestazione sta partendo. La partecipazione è numerosa, inaspettata e attivissima, nonostante il conseguente disagio per la gestione su Zoom di un evento di questo genere. 

I due giorni successivi sono febbrili e scanditi dal ritmo frenetico dei compiti da portare a termine. 

L’informativa privacy di Instagram (4769 parole) è il nostro punto di partenza. 

Dopo 48 ore dall’inizio della sfida presentiamo ai giudici il volto del nostro prodotto, Informa.me,  una Social Knowledge Base con funzionalità di ricerca in linguaggio naturale e Speech to Text, interrogabile dai navigatori. In questo modo diventa possibile conoscere tipologie di dati raccolti da qualsiasi piattaforma, finalità, diritti e comunicazione. Il nostro portale spicca tra gli altri progetti per la natura originale e diversa dell’approccio all’obiettivo della challenge. Abbiamo anche ridotto la lunghezza dell’informativa del testo originale (che ora conta solo 1205 parole, circa il 75% in meno). Il risultato è ampiamente raggiunto.

I giudici decidono di promuovere il nostro team al giorno successivo, per il round finale con i big boss tra cui proprio Guido Scorza, in rappresentanza dell’Autorità Garante della Privacy. Domenica mattina sfidiamo altri 8 team che presentano altrettanti progetti interessanti e molto ben curati. Non siamo stati premiati dalla giuria in finale (qui l’elenco dei vincitori), ma abbiamo potuto confrontarci con realtà istituzionali e sociali interessate al tema della data protection al di là della mera logica commerciale.

In conclusione 

Il nostro lavoro rimane attuale e coinvolgente per chiunque abbia interesse e consapevolezza dell’importanza dell’argomento. Si tratta di un punto di partenza per allargare il cono di visibilità del tema anche a coloro che navigano su siti e app senza preoccuparsi di “che fine faranno” i propri dati, perché “a me non interessa della privacy”, “io non ho niente da nascondere”.

Noi di Smart Flow ringraziamo ancora una volta Francesco e Matteo per averci voluto sostenere e aiutare in questa iniziativa: al prossimo hackathon, sperando sia “dal vivo”!


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Guarda la presentazione integrale

Che significa Privacy by Design? Qual è la sua funzione?

Il GDPR stabilisce l’obbligo legale per tutti i Paesi UE di incorporare la protezione dei dati personali nella progettazione, nelle operazioni ICT, nelle infrastrutture tecniche di servizio e nelle pratiche di business.

Oggi per le aziende dover gestire i dati personali dei propri utenti, prevenendo a monte i rischi legati alla loro raccolta e conservazione, è diventata dunque una necessità imprescindibile dell’adozione del principio della Privacy by Design secondo il quale:

“Tenendo conto dello stato dell’arte e dei costi di attuazione, nonché della natura, dell’ambito di applicazione, del contesto e delle finalità del trattamento, come anche dei rischi aventi probabilità e gravità diverse per i diritti e le libertà delle persone fisiche costituiti dal trattamento, sia al momento di determinare i mezzi del trattamento sia all’atto del trattamento stesso il titolare del trattamento mette in atto misure tecniche e organizzative adeguate, quali la pseudonimizzazione, volte ad attuare in modo efficace i principi di protezione dei dati, quali la minimizzazione, e a integrare nel trattamento le necessarie garanzie al fine di soddisfare i requisiti del presente regolamento e tutelare i diritti degli interessati” (Art. 25 co. 1,  GDPR). 

Il trattamento e la gestione dei dati: una questione di trasparenza

Il trattamento e la gestione dei dati devono essere sempre “formalizzati”, ovvero chiari e trasparenti per l’utente. Perciò diventa essenziale che i gestori assicurino sempre e in modo automatico la protezione dei dati personali in tutti i sistemi IT di propria competenza o nelle attività di business, senza alcuna necessità di azioni da parte dei titolari. 

Deve essere garantita la sicurezza durante l’intero ciclo di vita delle informazioni: tutti i dati raccolti devono essere conservati, aggiornati e distrutti, qualora non più necessari, secondo i principi previsti dal GDPR. Nell’ambito di una struttura societaria, inoltre, è obbligatorio garantire agli azionisti che le pratiche di business, così come le tecnologie a supporto, operino secondo gli obiettivi di trasparenza e siano soggette a verifiche indipendenti. 

L’interesse dell’utente sempre al centro della PbD

All’interno di questo modello i concetti di privacy e sicurezza hanno entrambi la stessa importanza. Un approccio vincente in materia di privacy e trattamento dati personali è sicuramente quello utente-centrico: gli interessi individuali supportati da procedimenti di protezione dati e un’informativa semplice e chiara sono ingredienti essenziali per trasmettere al proprio pubblico un sentore di fiducia e sicurezza e agire nel rispetto della regolamentazione europea.

Le fasi di assessment, costruzione e mantenimento della PbD aziendale

Il principio della Privacy by Design richiede alcuni importanti passaggi per poter essere attuato efficacemente e raggiungere i risultati sperati. Le fasi principali consistono in: 

  1. valutazione PbD su sistemi, app, servizi;
  2. rilevazione GAP;
  3. copertura GAP rilevati; 
  4.  audit periodico per l’aggiornamento e il mantenimento della PbD.

Chi sono i destinatari principali della norma?

Il GDPR si rivolge a tutte le aziende che a qualunque titolo, raccolgono, gestiscono o trattano dati personali. In questo senso quindi ogni azienda è soggetta al regolamento, ma alcune  categorie devono prestare maggiore attenzione agli adempimenti, in particolare: 

In conclusione

La compliance Privacy e il rispetto delle normative europee è al centro del nostro modo di operare. Per questo motivo Synesthesia collabora con Smart Flow, società torinese che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR. 

Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.