[Guarda la versione completa dell’intervista – 36 min]
FRANCESCO – Eccoci qui. Siamo arrivati al termine di questi 10 mesi di festeggiamenti per i 10 anni di Synesthesia. Durante questo percorso abbiamo incontrato e intervistato un sacco di persone incredibili, che ci hanno raccontato le loro storie, le loro visioni legate ai temi che abbiamo affrontato. Oggi tocca a noi. Tanti sono i ricordi di questi 10 anni che ci portiamo dietro, alcuni molto forti, molto recenti. A te cosa viene in mente?
RICCARDO – Con questi festeggiamenti abbiamo affrontato un po’ tutti gli argomenti sui quali ci siamo concentrati in Synesthesia in questi anni. Si tratta di temi che continueranno a essere presenti anche nel nostro futuro. La nostra esperienza passa attraverso tutte queste “parole chiave”: dalle persone che fanno parte della nostra azienda fino alla tecnologia. È stato emozionante vedere la passione nelle persone con le quali abbiamo trattato questi temi, quella stessa passione che ha contraddistinto il nostro modo di operare e che ci ha sempre guidato fin qui in questi anni. Tutto questo mi fa venire in mente il nostro primo droidcon.
F – Sì. Synesthesia, tra l’altro, ha avuto come claim per tanti anni “tecnologia e passione” e, di fatto, è ancora così, anche se ci siamo evoluti. Il primo droidcon è stato uno dei momenti topici. Mi ricordo quando abbiamo deciso di organizzare la prima conferenza. In quegli anni eravamo un piccolo gruppo in Synesthesia. È stata davvero una scommessa.
Ricordo quando abbiamo iniziato a lavorare al sito e pubblicato per la prima volta i contenuti, ma solo nel momento in cui è stato comprato il primo biglietto ci siamo davvero resi conto che avremmo dovuto farlo veramente. Il nostro progetto, che fino a quel momento era stato solo un’idea eterea nelle nostre menti, stava finalmente diventando reale. È stato un momento incredibile.
R – Tra l’altro nell’ultima edizione, che si è tenuta in presenza, hanno partecipato più di 1000 persone e vedere tutta quella affluenza è stato davvero emozionante.
F – Poi c’è stata la pandemia, che ci ha costretti a trasferire online non solo i nostri eventi, ma tutto quello che facciamo.
R – La pandemia ci ha messo di fronte a tanti temi, che sono stati gli stessi che abbiamo affrontato per i festeggiamenti: la creatività, il gaming, l’inclusione di tutte le persone che vivevano situazioni differenti. Il fatto di dover coinvolgere i nostri ragazzi da lontano, cercando di mantenere quei valori che sono nel DNA della nostra società, non è stato semplice: c’era chi era a casa da solo, chi con la famiglia, chi aveva dei figli piccoli da guardare. Trovare delle soluzioni per portare avanti la società in quei momenti è stata sicuramente una delle sfide più difficili che abbiamo dovuto affrontare.
F – È proprio così, è una sfida che ci ha messo tutti alla prova, nessuno escluso. Credo che lo sforzo che abbiamo fatto tutti insieme sia stato proprio quello di portare avanti non solo quello che facevamo prima, ma anche tutti i valori e le cose in cui crediamo e continuiamo a credere: l’inclusione delle persone mettendole al centro. Le persone per Synesthesia sono state, sono tuttora e saranno sempre il motore dell’azienda. L’azienda è nata attorno alle persone e si basa su di loro. Non è retorica, è la realtà.
Tutto ciò che facciamo dipende esclusivamente dalle competenze, dalla passione e dalla volontà di creare il posto di lavoro dove volevamo lavorare noi in primis.
Synesthesia nasce con quell’idea lì, cioè creare una società dove le persone con cui lavoriamo avrebbero voluto continuare a essere anche nel futuro.
R – Durante questo periodo c’è stata tanta creatività, perché in pochissimo tempo abbiamo trasformato droidcon in un evento completamente digitale. Grazie a questa soluzione anche Swift Heroes è andato molto bene, arrivando a oltre 1500 contatti provenienti da tutto il mondo.
Sono queste le cose che ti spingono a credere che se credi fermamente in quello che fai, prima o poi, puoi raggiungere grandi risultati.
Ma adesso che ci troviamo qui, in questa veste di intervistatore e intervistato, vorrei partire da cosa significa “Synesthesia”. È un nome assolutamente evocativo che richiama i valori e la visione che tu hai avuto 10 anni fa e che noi stiamo portando avanti insieme, guardando al futuro. Perché hai scelto Synesthesia?
F – È un nome che mi frullava nella testa da tanto tempo. Quando c’è stato da scegliere il nome per la mia società ho pensato che Synesthesia fosse quello giusto. È un termine di origine greca composto da due parole che significano “sentire” e “insieme”. “Sentire” nel senso dei 5 sensi, della percezione. Aveva sicuramente un richiamo alla multimedialità, quindi rimanda a tutto quello che facciamo a livello pratico nella tecnologia e nel digitale. Però aveva anche un importante richiamo allo “stare insieme”, al vivere delle esperienze insieme. Questa parte è l’altra componente fondamentale dell’idea di Synesthesia, cioè quella di non voler essere un’azienda tradizionale, ma un’azienda che sperimenta, che osa per andare fuori dagli schemi con tutte quelle intuizioni come droidcon, Swift Heroes, GirlsTech e il mondo dell’Academy.
Le attività che svolgiamo con tutte le startup, sono tutte emanazioni dell’idea di imprenditoria un po’ diversa e innovativa. Fin dalla sua nascita Synesthesia ha avuto la fortuna di incontrare persone che hanno capito questa filosofia. Sono sicuro che non avremmo potuto fare tutto questo se non avessimo condiviso insieme questo progetto un po’ folle.
R – Io ho faticato un po’ all’inizio perché è un mix tra la concretezza che deve avere un’azienda e il sogno di gestire la società attraverso un percorso non convenzionale, legato molto ai valori in cui credi. Quindi festeggiare questo traguardo con un percorso fatto di contenuti importanti condivisi con personalità di grandissimo rilievo, è stato veramente emozionante per entrambi.
L’incontro con queste persone ha come filo conduttore l’approccio che noi abbiamo avuto nello sviluppare Synesthesia in questi anni. Quindi pensiamo al futuro in maniera non convenzionale, rischiando anche di fallire, ma investendo sulle idee concretamente.
Per noi si tratta anche di un tentativo di restituzione. Abbiamo pensato questo progetto con l’idea di restituire qualcosa che abbiamo ricevuto in questi anni dal nostro territorio, ma non solo.
F – Sì, Synesthesia nasce a Torino, una città un po’ strana in cui tante cose nascono, hanno successo, poi si perdono e finiscono in altri luoghi. Invece quello che noi vogliamo fare è proprio investire tanto per restituire tutto ciò che questa città ci ha sempre offerto: droidcon, per esempio, l’abbiamo voluto fortemente qui, anche se forse sarebbe stato più facile farlo a Milano.
Lo stesso vale anche per tutti gli altri eventi principali che organizziamo e che vogliamo portare sul territorio. Io sono convinto che Torino abbia un’enorme potenzialità in termini di innovazione e crescita economica, legata al mondo del digitale. È in questa città che sono nate e stanno nascendo tante aziende e numerose iniziative, che sono poi andate in giro per il mondo. Pensiamo anche all’MPEG adesso MPAI, il consorzio che lavora con l’intelligenza artificiale per la definizione di nuovi standard, nato a Torino da Leonardo Chiariglione, il padre dell’MP3, di cui noi facciamo parte, sin dall’inizio.
Tante iniziative stanno nascendo in questa città, come l’Istituto Italiano di intelligenza artificiale. Poi ci sono le OGR, che sono diventate sempre più il centro nevralgico di incontro, dove anche noi abbiamo voluto essere presenti. Il nostro modello di imprenditoria si ispira molto alla storia di Olivetti. Quella era una visione molto innovativa. Oggi, se si fa imprenditoria, secondo me, non si può prescindere da quel tipo di approccio e dalla responsabilità sociale, dall’attenzione alla cultura e all’inclusione: tutti temi che fanno parte delle 10 parole chiave che abbiamo affrontato.
R – Quando sono arrivato in Synesthesia il mio ruolo era quello di sviluppatore, come il tuo. In fin dei conti noi nasciamo come sviluppatori e non lo rinneghiamo. Quando sono arrivato in quest’azienda inizialmente pensavo di trovarmi in una realtà puramente tecnica. Con il passare del tempo, però, ho capito che Synesthesia non si limitava a quello ed è iniziata così la grande trasformazione: la digital transformation è avvenuta anche e soprattutto su noi stessi. Quindi ci siamo evoluti rispetto al nostro setup di base, che è fatto di mobile, web, e-commerce.
Siamo riusciti a trasformarci in qualcosa di differente, molto più orientato verso il futuro e abbiamo cominciato ad affrontare temi diversi di cui abbiamo parlato con i nostri ospiti: intelligenza artificiale, gaming, disruptive technology e ovviamente mobile, perché Synesthesia ha davvero anticipato i tempi rispetto allo sviluppo tecnologico, soprattutto in Italia. Toccare questi temi per i nostri festeggiamenti era doveroso anche per ricordare le nostre radici e raccontare la nostra visione di futuro.
F – Sì, radici che sono tuttora molto solide perché Synesthesia si basa ancora fortemente sull’elemento tecnologico (mobile, web, sviluppo frontend, e-commerce). Quello che abbiamo fatto è stato guardare un po’ oltre ed evitare che la tecnologia e la componente digitale venisse vista solo come una “commodity”, un qualcosa di rimpiazzabile.
Volevamo dare un valore aggiunto reale e abbiamo cominciato a costruire tutta una serie di competenze anche di marketing digitale, consulenza strategica, design e progettazione del prodotto, del servizio digitale e dell’esperienza dell’utente. Per questo noi oggi ci definiamo una digital experience company, cioè una società che si occupa di esperienza digitale che si occupa di tutto quello che riguarda il mondo digitale. Dalla progettazione al design, fino ad arrivare alla comunicazione: trasformazione digitale a 360 gradi.
R – Uno degli argomenti che è stato un po’ il filo conduttore di tante interviste è stata la contaminazione.
In fondo quello che abbiamo fatto è stato farci contaminare da quelli che sono argomenti e temi non tecnici. Quindi abbiamo visto come l’inclusione, la sostenibilità, la cultura in generale e la creatività facciano parte della nostra contaminazione, che ci ha permesso di crescere e di far crescere le persone intorno a noi in maniera sinergica.
Diverse persone nelle interviste hanno parlato di come la contaminazione sia un argomento estremamente importante nella crescita di un’azienda, ma anche delle persone. Quindi oggi, tutti gli argomenti che riguardano l’inclusione, il gender gap, sia in ambito tecnologico sia in ambito sociale e culturale, devono essere affrontati pensando a quali possano essere le ricadute positive, in un qualsiasi contesto della vita. E questo è uno dei motivi per cui amo sempre di più lavorare in questo ambiente.
F – Sì la contaminazione è alla base della creatività. Quando Brachetti diceva “di fatto anche i più grandi creativi re-mixano in qualche modo quelle che sono le esperienze che hanno avuto l’altro ieri o 10 anni fa, che messe tutte insieme hanno permesso di crescere quel giardino interiore della creatività e hanno permesso di creare qualche cosa di nuovo”.
Questo è fondamentale ed è uno dei fili conduttori della nostra azienda. Invece, per quanto riguarda il tema della Corporate Social Responsibility (CSR), se ne parla tanto ed è sempre più mainstream. Adesso diventerà quasi indispensabile avere un profilo di quel genere, legato quindi alla componente sociale e a quella culturale. Anche in questo, secondo me, siamo stati dei precursori, perché abbiamo sempre voluto fare questa cosa prima che fosse così codificata. Adesso vogliamo diventare anche società benefit e probabilmente, entro fine anno, riusciremo a farlo. Poi, vorremmo intraprendere un percorso di certificazione B Corp. Si tratta di un percorso naturale per noi, che ci caratterizza e fa parte del nostro DNA da sempre.
R – Un altro elemento che ho trovato interessante, e che si interseca con la modalità e gli argomenti discussi per i festeggiamenti, è il nostro rapporto con le startup, cioè
cercare tutte quelle disruptive technologies, quei prodotti e le persone molto interessanti, ovviamente partendo sempre dal nostro territorio.
Quindi noi abbiamo fatto un percorso insieme a tante startup a cui ci siamo approcciati con ruoli molto differenti, però anche questo fa parte del guardare al futuro in maniera aperta.
Nelle giovani startup (come nel recente caso di Wibo) vediamo quella freschezza, quella grande quantità di idee e quell’entusiasmo che ci spingono a sceglierle come partner. Noi cerchiamo di sostenere sempre queste iniziative mettendo a disposizione la nostra esperienza preziosa. Siamo molto orgogliosi dei nostri progetti con queste nuove realtà.
F – Come GirlsTech per esempio.
R – Sì, GirlsTech è stata un’esperienza particolare. Abbiamo presentato un’idea differente rispetto a quello che è un approccio molto “antico” al mondo del lavoro STEM, cioè che la donna non sia portata o non sia in grado di fare dei lavori legati a questo mondo. Oggi le donne che hanno successo nel nostro campo sono tantissime. Però in Italia non è semplice riuscire ad affrontare questo argomento. C’è ancora tanto da fare.
Il fatto che all’interno di grosse compagnie ci siano tante donne di successo, dimostra ai giovani che una donna non solo può essere parte del meccanismo, ma può diventarne la protagonista. Questo è ciò che cerchiamo di trasmettere attraverso i corsi di FuturMakers e GirlsTech.
F – È fondamentale che esistano questi modelli, perché i role model maschili nell’ambito della tecnologia e dell’innovazione sono numerosi: Elon Musk, Steve Jobs sono solo alcune delle tante altre persone carismatiche come loro. È importante andare a cercare dei role model femminili perché ispirano e sappiamo bene che uno dei motori più potenti è l’ispirazione che traina e può fare la differenza.
GirlsTech nasce tra l’altro da FuturMakers, che è un altro progetto di quelli un po’ folli e ambiziosi che abbiamo voluto creare: una scuola di coding, robotica e STEM in generale per bambini e ragazzi in età scolare. Un progetto nato in sordina dal quale si sono in seguito sviluppati tutti gli altri corsi in presenza e online. Noi crediamo che la formazione tecnologica sia molto importante per i ragazzi e per il loro futuro.
In questo momento abbiamo tanto bisogno di talenti e tutte le aziende che lavorano nel nostro mercato sanno benissimo che è difficile trovare risorse in questo settore. Per la nostra crescita, quindi, le collaborazioni che portiamo avanti in questo ambito con ITS, con l’Università di Torino e con il Politecnico di Torino, sono un elemento fondamentale.
Nel futuro dobbiamo abituarci a una formazione costante e permanente.
In questo senso la nostra Academy va in questa direzione, va a supportare i professionisti. Sappiamo bene che i bambini oggi non sanno che lavoro faranno da grandi probabilmente perché il lavoro che faranno oggi non esiste. Lo stesso vale anche per gli adulti. Nel futuro, probabilmente, ci dovremo reinventare, quindi formarci anche in età adulta e continuare a imparare è fondamentale.
R – È arrivato il momento fatidico. Ora tocca a noi farci questa domanda che abbiamo fatto a tutti. La domanda è questa caro Francesco, come immagini il futuro tra 10 anni?
F – Mi hai battuto sul tempo, così non posso farla a te! Difficilissimo rispondere oggi. Stiamo vivendo dal punto di vista della tecnologia una crescita esponenziale, quella che viene chiamata la singolarità tecnologica da alcuni analisti. Questa accelerazione fa sì che dal punto di vista della tecnologia sia quasi impossibile fare delle previsioni a lungo termine. Si possono fare, però, delle ipotesi. Possiamo provare a pensare a quelli che saranno alcuni trend (non solo del digitale).
Possiamo parlare della medicina, della bioingegneria, dell’esplorazione spaziale. Ultimamente stanno accadendo cose che neanche immaginavamo quando eravamo ragazzi. Le accelerazioni tecnologiche hanno un grande impatto sulla società ed è ancora più imprevedibile questo tipo di impatto perché la società e gli esseri umani non crescono a velocità esponenziali, ma in modo lineare. Questo fa sì che nella maggior parte dei casi ci si trovi impreparati.
La società non è ancora pronta a tutto quello a cui stiamo assistendo da un punto di vista tecnologico e scientifico. Le innovazioni si stanno sviluppando a una velocità assurda. Questo porta a una serie di interrogativi e sfide che dobbiamo affrontare nel prossimo futuro. Tanti sono i cambiamenti e le necessità. Dobbiamo studiare e informarci per cercare di essere parte attiva di questi cambiamenti e non subirli. Questo, a mio avviso, è l’unico modo probabilmente per arrivare a un futuro migliore.
È una visione ottimistica, non voglio essere pessimista, nel senso che tante cose stanno migliorando anche se ci sono molte incertezze nei periodi di cambiamento.
La pandemia poi è stata veramente un acceleratore di tante cose, sia tecnologiche, sia culturali, ma anche di tanti problemi che sono diventati ancora più forti, come i problemi sociali e geopolitici. Quindi saranno delle sfide davvero interessanti da affrontare nel futuro.
R – Concordo con la tua visione, l’unica cosa che spero davvero è
che tutti questi cambiamenti siano in qualche modo disruptive rispetto a quelli che sono le relazioni umane.
Ultimamente lo sviluppo della tecnologia ha dato anche un impulso a un allontanamento dal punto di vista sociale. La tecnologia, che noi diciamo essere sinestetica, invece dovrebbe essere inclusiva e in grado di consentire alle persone di stare insieme.
Quindi io spero che nei prossimi 10 anni la tecnologia impari e lavori sempre di più per unire di nuovo le persone. Alcune innovazioni tecnologiche che abbiamo visto hanno permesso di velocizzare processi, di fare la spesa online, di organizzare i viaggi, facendo tutta una serie di cose cambiando il panorama del mondo come quello lavorativo, creando nuove professioni e nuove opportunità.
In qualche modo ha lasciato indietro delle persone, quindi ha creato del bene, ma anche delle difficoltà. Però questo deve arrivare a un processo di maturazione e spero che le persone e la socialità, che abbiamo visto essere così importante, abbiano un ruolo decisivo nelle scelte che si faranno a livello tecnologico perché senza il rapporto umano si perde completamente il valore anche di quello che facciamo noi.
Altro tema importante è quello ecologico e della sostenibilità. I giovani sono molto attenti a questo tema, molto più di quanto lo siamo stati noi, che arriviamo dal consumismo sfrenato. Quindi spero che questi argomenti siano affrontati anche attraverso la tecnologia. Speriamo di farne parte anche noi tra 10 anni con Synesthesia!
F – Prima di chiudere questa intervista vorrei dire che tutti i proventi raccolti del libro che state leggendo saranno devoluti all’Ospedale infantile Regina Margherita e ai profughi afgani richiedenti asilo in Italia. Quindi, come è nel nostro stile e modo di essere, abbiamo pensato di restituire questo grande regalo che ci hanno fatto tutte le persone che hanno contribuito a questo progetto concretizzandolo per scopi benefici.
Con questo si conclude il nostro percorso di interviste e questo nostro lungo festeggiamento dei 10 anni. Ringraziamo ancora una volta tutti quelli che l’hanno reso possibile, tutte le persone che si sono prestate a svolgere le interviste, tutte quelle che hanno lavorato al progetto.
Infine, un grande grazie per i 10 anni di Synesthesia va anche a tutte le persone che fanno parte di questa grande famiglia e che hanno portato un pezzo di Synesthesia nel mondo, come qualcuno dei ragazzi che ha preso strade differenti e ci hanno detto:
“ovunque andrò porterò la testimonianza di quello che ho imparato e visto qui”.
Un onore che ci ripaga di tanti sforzi e sacrifici fatti per arrivare a oggi e ai festeggiamenti per questo bel traguardo raggiunto insieme. Quindi grazie, grazie a tutte e a tutti.
Ci vediamo nel futuro, tra 10 anni o anche prima.
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Francesco e Riccardo? Nessun problema, c’è la versione podcast sul canale Synesthesia Talks!
Ascolta “Synesthesia / Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi [Dicembre 2021]” su Spreaker.Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 30 min]
Liz, lavori nella cronaca giornalistica da più di 20 anni. Nel tuo ultimo ruolo, alla BBC News, hai gestito una redazione composta da oltre 100 giornalisti internazionali. Ora sei Vice Direttrice dei media e Direttrice delle news per European Broadcasting Union (EBU) e fornisci notizie a più di 115 membri dell’organizzazione, che raggiungono un pubblico di oltre un miliardo di persone in tutto il mondo. In questi anni molte cose sono cambiate: dai servizi a consumo, agli smartphone abilitati per l’IoT e alle disruptive technology. In che modo la tecnologia ha interagito nel campo delle notizie e dei servizi di cronaca? E quali cambiamenti ha portato nel tuo ambiente lavorativo?
“Ci sono stati grandi cambiamenti negli ultimi 20 anni. I telefoni non servono più solo per telefonare e i servizi giornalistici non sono più girati sui nastri. Ora tutto è in digitale, esistono piattaforme con cui la gente può accedere alle notizie in modo semplice e immediato e questo rappresenta un cambiamento radicale”.
Parliamo un po’ della tua esperienza: come fai di solito a scoprire nuove news?
“All’inizio della mia carriera ho lavorato nei telegiornali. Al tempo la maggior parte delle notizie erano trasmesse dalla televisione, poi, di recente, sono passate in forma digitale.Quando ho cominciato a lavorare nel giornale locale, il modo in cui trovavamo le news dipendeva dalla storia che dovevamo raccontare e che sarebbe, successivamente, entrata a far parte dell’edizione stampata e trasmessa sia dalla radio sia in televisione. Avevamo cicli di notizie di 24h (o settimanali), ma ora i tempi e i modi con cui si possono reperire le notizie sono completamente diversi. Dal punto di vista delle trasmissioni, il notiziario serale è ancora un appuntamento ordinario e molto seguito nella maggior parte dei paesi.
Le persone, per tenersi aggiornate, attivano le notifiche sul telefono, trascorrendo molto tempo sulle piattaforme digitali per l’informazione. Per questo, il modo in cui facciamo giornalismo è inevitabilmente cambiato”.
Una delle cose che hai accennato prima è il cambiamento nel consumo di notizie. Ora, secondo te, la disruptive technology ha in qualche modo cambiato la “competizione naturale”?
“I media di servizio pubblico hanno ovviamente un numero enorme di concorrenti, poiché si sono diffusi di recente e arrivano al pubblico in modo più diretto. Alcune persone descriverebbero i media come un filtro di informazioni, un “luogo affidabile” di cui potersi fidare, vedendo i giornalisti come dei “curatori di notizie”. Il problema è che oggi le notizie si diffondono molto rapidamente, le persone hanno accesso a ogni tipo di informazione, ma non sono tutte affidabili. Per il nostro settore, navigare su internet e informarsi sulle notizie che stanno circolando è fondamentale tanto quanto sapere se il pubblico consuma contenuti di qualità.
Le famose “fake news”, un tempo, le avremmo semplicemente ignorate, ora non possiamo più. Dobbiamo occuparci di quel contenuto ed è nostro compito aiutare il pubblico a distinguere l’enorme quantità di notizie”.
Prima hai detto che preferisci vedere il giornalista dei media come il “curatore di notizie”, o forse sarebbe più appropriato dire “curatore responsabile di notizie”, poiché ha la responsabilità di selezionare le notizie in base alla loro veridicità.
“Esatto. Alcune persone utilizzano internet come strumento per ottenere le informazioni “non filtrate”, pensando di avere accesso alle fonti reali per distinguere le notizie vere da quelle false. E poi ci sono, al contrario, tante persone che non si fidano di quello che leggono su internet. Per questo motivo, apprezzano il fatto che i siti delle testate giornalistiche verifichino e filtrino le news prima di pubblicarle. Il telegiornale è, per molti versi, una specie di intrattenimento, ma la competizione e il consumo nel nostro settore sono cambiati. Quando venivano trasmesse le notizie, solitamente dalle 18.00 alle 19.00, lo spettatore aveva l’opzione di passare da un canale all’altro e la concorrenza si limitava ai diversi canali televisivi. Adesso, sui nostri telefoni, abbiamo a disposizione tantissime piattaforme di social media, musica, giochi o provider di streaming e la concorrenza è aumentata in modo esponenziale.
Per questo noi giornalisti abbiamo la responsabilità di rendere i contenuti il più possibile “attraenti””.
Mi faresti degli esempi di modifiche, apportate al notiziario delle 18.00/19.00, di stile, forma o contenuto, per combattere questo ambiente altamente competitivo e riuscire a mantenere viva l’attenzione dello spettatore?
“Negli ultimi 5/10 anni abbiamo cambiato molte cose, grazie agli insegnamenti ricevuti dai contenuti digitali che abbiamo prodotto. La televisione permette di ricevere un feedback sul numero approssimativo di persone che stanno guardando il tuo notiziario. Invece, quando si pubblica un contenuto online, si riceve una grande quantità di dati che rivelano molto sulle preferenze del pubblico. Quello che abbiamo fatto per l’industria della televisione è stato introdurre nel notiziario televisivo alcuni insegnamenti derivanti dal mondo digitale. Ho lavorato per circa 10 anni nei notiziari e saprei esattamente come strutturare un servizio, o un “pacchetto televisivo” come lo definiamo noi, in modo impeccabile. L’unico feedback che avrei ricevuto sarebbe stato quello dei miei colleghi, i quali avrebbero approvato il mio lavoro. Una volta lanciato il servizio sulle piattaforme, però, ci saremo resi conto che quel modulo televisivo non funzionava affatto online.
La televisione è un prodotto “appiccicoso” perché ha il compito di incollare allo schermo il pubblico, il quale è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e può decidere da un momento all’altro di cambiare canale. L’online, invece, è un luogo in cui se non ti piace quello che stai guardando puoi cliccare su qualche altro contenuto. È una user experience molto diversa, che ci ha insegnato a realizzare i video televisivi con tecniche differenti. Così la televisione ha cominciato a cambiare come mai prima d’ora. Anche la tecnologia ha aiutato sotto vari punti di vista: fotocamere più piccole e software di editing più sofisticati hanno aperto nuove frontiere. Ricordo ancora quando mi dividevo tra film in cassetta e video sugli schermi e non è passato molto tempo da allora, ma quella progressione è stata davvero veloce. Improvvisamente dall’esterno sono arrivate nuove regole, che hanno portano con loro sfide affascinanti”.
Hai reso perfettamente l’idea generale, ma potresti farmi qualche esempio più specifico?
“Quando realizzi un servizio televisivo, potresti avere dei problemi nella struttura o nel “pensiero chiave” del pezzo, ma aprendo il servizio con una magnifica immagine di un paesaggio o di un’alba riusciresti a catturare l’attenzione del pubblico. In digitale, invece, hai davvero pochissimi secondi per rapire l’occhio dell’utente e non serviranno a nulla le foto di paesaggi, se perdi la loro attenzione se ne andranno. Ricorda: hanno il mouse in mano e rischi di perderli da un momento all’altro. Quindi il coinvolgimento tra l’online e la televisione sono molto diversi. I notiziari televisivi sono tra i più prestigiosi, ma anche tradizionali e leggermente a rischio a causa di questi cambiamenti, nonostante godano di un pubblico di affezionati.
Alcune volte bisogna correre il rischio di sperimentare e commettere qualche errore”.
Quando penso a come viene solitamente trasmessa una notizia, mi viene in mente ciò che fa da sfondo a quella notizia. Questo aspetto è ancora così importante?
“Il reporting avrebbe bisogno di entrare in un’altra mentalità. Non serve più fare un elenco di tutte le notizie, ma bisognerebbe raccontarle ed esplorarle insieme alle persone. Questo è il tipo di atteggiamento che il digitale sta incentivando a cambiare, perché il pubblico non è stupido e sa di poter trovare le informazioni che cerca dove vuole. Se in un paese ci sono solo 4 o 5 canali televisivi disponibili, la limitata possibilità di scelta porta le persone a fidarsi. Internet invece ha cancellato questo privilegio di cui godevano le trasmissioni. Per cui riuscire a costruire un legame di fiducia con il pubblico è fondamentale”.
Hai notato dei cambiamenti nel linguaggio dei giornalisti?
“Sì, c’è stato un cambiamento consapevole. Il pubblico apprezza di più se ci rivolgiamo in modo amichevole e cordiale, rispetto al tono più “predicatorio” che utilizzavamo precedentemente. Per questo, se pensiamo ai notiziari televisivi del mattino, il tono di voce utilizzato è tradizionalmente più “delicato”, più colloquiale, motivo per il quale hanno avuto grande successo. Da decenni i notiziari del mattino hanno un ruolo molto particolare, grazie a quel tipo di approccio confidenziale”.
Tornando al discorso della disruptive technology, ci sono stati dei cambiamenti nel modo in cui si registrano i contenuti? Mi piacerebbe sentire alcune critiche tecniche su ciò che è cambiato.
“Chiunque abbia uno smartphone ora può registrare e trasmettere contenuti multimediali. Fino a 20 anni fa non era assolutamente così, mentre oggi chiunque è in grado di registrare servizi improvvisati di qualità. Ogni giornalista può utilizzare uno smartphone per la produzione di foto e video, ma sono anche dotati di apparecchiature più sofisticate e costose, con le quali realizzano bellissime immagini per telegiornali e documentari. Oggi disponiamo di computer, schermi e software che rendono il nostro lavoro davvero stimolante e creativo. Anche il modo di registrare è cambiato: oggi, grazie al registratore, un giornalista è in grado di produrre un servizio in autonomia, fungendo da troupe televisiva e tecnico del suono. Ma, in realtà, nell’ambito della televisione e della creazione di video,
lavorare in team rappresenta ancora un valore aggiunto, collaborare è molto importante. Per cui il lavoro può essere svolto da una sola persona, ma nel complesso è un lavoro di squadra”.
Parliamo di concorrenza: la tecnologia ha apportato dei cambiamenti nella produzione di notizie o nel modo di trasmettere le notizie dell’ultima ora?
“Sì, ma la base è ancora la stessa: un giornalista dalla sua scrivania trasmette e condivide una notizia con la radio e la televisione. Quindi il lavoro di per sé non è cambiato, ma la velocità con cui dobbiamo lavorare è completamente diversa. Questa progressione, iniziata alla fine degli anni ‘90 con i canali di notizie a rotazione, è stata ulteriormente incoraggiata dal digitale, soprattutto con l’esordio delle app che ci tengono aggiornati sulle notizie dell’ultima ora. Anche tra noi giornalisti si sono diffusi gli avvisi per trasmetterci le storie in arrivo, ma quando non ci sono nuove storie da raccontare, non dobbiamo cadere nella tentazione di “riempire gli spazi vuoti”. Alcune volte capita di trasmettere un servizio di cui non si conoscono molti dettagli e, nonostante il pubblico voglia sapere di più, possiamo solo limitarci a dare la notizia. Il problema è che le informazioni richieste sono insaziabili, le persone vogliono sapere tutto e subito, senza capire perché non riusciamo a rispondere alle loro richieste nell’immediato. Quindi il nostro compito non è solo dire ciò che sappiamo, ma anche comunicare al pubblico che non abbiamo tutte le risposte alle loro domande.
È curioso il fatto che oggi la televisione sia considerata uno strumento di comunicazione piuttosto vecchio, ma le persone si rivolgono ancora in gran numero ai telegiornali televisivi per avere le notizie dell’ultima ora. L’immediatezza offerta dalla televisione, però, ha trovato un rivale: le notifiche del telefono”.
Riesci a farmi qualche esempio di notizie che, negli ultimi anni, hanno avuto un impatto nel cambiamento nella cronaca giornalistica?
“Non c’è stato solo un evento, ma direi che il conflitto in Siria ha cambiato considerevolmente il modo in cui i giornalisti operano sul campo. Non necessariamente dal punto di vista tecnologico, ma da quello della sicurezza e del modo in cui si trasmettevano le notizie, nonostante l’ambiente pericoloso.
I giornalisti tendevano a collaborare tra loro scambiandosi racconti sulle esperienze vissute, tenendosi fuori dal conflitto.
Per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, posso fare l’esempio di un servizio andato in onda sull’impiego dell’intelligenza artificiale per identificare i VIP. Era stata utilizzata, per la prima volta, in occasione di un matrimonio nel Regno Unito per riconoscere i volti degli invitati e fu una novità enormemente apprezzata dal pubblico.
Certi avvenimenti portano a fare dei grandi passi avanti, dopodiché non si torna più indietro”.
Tornando al discorso della disruptive technology, prima hai parlato delle notizie dell’ultima ora: dopo aver ricevuto e verificato una notizia, la mandate a tutti i membri dell’organizzazione della BBC. Quindi anche in questo mondo moderno, dove tutto è flessibile, quelle strutture consolidate sono ancora importanti?
“Esattamente, l’organizzazione funziona ancora così: riceve le informazioni dai suoi membri e le distribuisce a tutti gli altri. Quindi le news provenienti dal mondo intero giungono a Ginevra per essere controllate e successivamente scambiate con tutti gli Stati Membri. Questo tipo di collaborazione è fondamentale, lavoriamo così da oltre 60 anni. Anche se le cose cambieranno molto nei prossimi decenni perché non avremo molte risorse per trovare nuovi modi di condividere i contenuti, dato che la maggior parte dei nostri membri utilizza il denaro pubblico. In questo momento stiamo lavorando per trovare il modo di condividere contenuti online tra noi Stati Membri. È una sfida enorme, se si considera la quantità di lingue che ogni membro rappresenta. Per semplificare il lavoro stiamo utilizzando la traduzione automatica, nell’intento che gli utenti di tutto il mondo possano avere l’accessibilità al giornalismo digitale”.
Dopo aver parlato delle notizie dell’ultima ora, vorrei che mi raccontassi qualcosa sulle “esclusive”. Esistono ancora oggi? Come sono?
“Certo, le esclusive esistono ancora e la loro esclusività dipende davvero dalla natura della notizia. Molto spesso i giornalisti vanno alla ricerca di un’esclusiva, ma spesso la loro “caccia” non dà risultati. È davvero difficile assicurarsi di avere una storia senza che qualcun altro ne venga a conoscenza. Nel mondo in cui viviamo, possiamo avere un vantaggio sui competitor di un paio di ore, per trasmettere la notizia, ma richiede una grande pianificazione del lavoro e in ogni caso non sarà una storia esclusivamente nostra.
Posso dire di avere un’esclusiva solo nel caso in cui l’intervistato abbia deciso di riservare quell’intervista solo a me. Tutto ciò richiede un grande lavoro, poiché prima bisogna modificare l’intervista, poi dobbiamo crearne una versione ridotta per il telegiornale, per il notiziario radiofonico e per i social media. Alla fine si troveranno una decina (o più) versioni della stessa storia.
È molto importante adattare il contenuto alla piattaforma su cui viene pubblicato, perché il pubblico è sempre più diversificato.
Il giornalismo richiede numerosi investimenti, non solo per la produzione di contenuti di qualità, ma anche per la lotta alle fake news. Quindi, mentre alcune persone inventano notizie false dalla loro camera da letto, noi mettiamo in guardia il pubblico da questo tipo di contenuti, spendendo molti soldi per raggiungere il maggior numero degli utenti. Grazie ai feedback ricevuti sui media abbiamo capito di cosa la gente ha realmente bisogno: accessibilità e chiarimenti.
Spesso su internet si trovano notizie poco chiare o non classificate, ma se si investe nel giornalismo bisogna pensare strategicamente alle notizie che si pubblicano, in modo da creare una sorta di viaggio per il pubblico”.
A proposito di viaggi, come sarà il viaggio nel futuro che ci attende? Che aspetto avranno le notizie e dove ci condurrà la disruptive technology nei prossimi 10 anni?
“Sicuramente le cose continueranno a cambiare e dovremo abituarci a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione. Si discute molto sull’uso dell’intelligenza artificiale e delle macchine coinvolte nella selezione di notizie e nella successiva fase di controllo. Ma perché non utilizzare tutto ciò che di utile ci offre la tecnologia? I vantaggi permetterebbero di semplificare il nostro lavoro e investire in aree più complesse. Lo vedo come un cambiamento continuo, non come un “non ritorno”. Anche la pandemia ha cambiato molto del nostro lavoro. Abbiamo fatto dei grandi cambiamenti, sotto alcuni punti di di vista, in un periodo di tempo molto breve. Credo che gli utenti continueranno a voler accedere alle notizie, per questo noi dobbiamo continuare a essere presenti e fornire loro tutte le informazioni che desiderano. Le cose cambieranno rapidamente e per rimanere in vita dobbiamo continuare a essere flessibili e disponibili”.
È un grande lavoro quello che fai e che l’industria dell’informazione ha svolto per molte decine di anni. Un lavoro complesso e continuerà a esserlo sempre di più nel futuro. Grazie davvero per averci dedicato il tuo tempo e la tua esperienza.
È stato un piacere.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Liz Corbin!
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[Guarda la versione completa dell’intervista – 26 min]
Paola Allamano, ingegnere per l’ambiente e per il territorio. Una passione che diventa professione. Cosa c’è all’origine di queste scelte?
“La passione per l’ambiente nasce dalla mia infanzia, riempivo lo zaino di mio papà di pietre da esaminare una volta a casa. Ce l’avevo nel sangue e diventare ingegnere per l’ambiente e il territorio è stata una scelta naturale. Trasformare poi tutto questo in una start up non è stato un passaggio del tutto consapevole, anzi, è stato abbastanza frutto del caso: lavoravo al Politecnico di Torino a un progetto nel contesto dell’ingegneria idraulica, che si occupava di studiare l’acqua sotto vari punti di vista, sia come elemento di pericolosità, sia come risorsa. Questa scienza si occupa di studiare i fenomeni alla base del ciclo dell’acqua per riuscire a gestirli con gli strumenti a disposizione.
Nell’era della digitalizzazione conoscere un fenomeno con una precisione ridotta è un “collo di bottiglia” importante. Ho provato quindi a immaginarmela in maniera diversa. Di notte mi chiedevo se potesse essere una buona idea cercare di rappresentare i fenomeni atmosferici (che sono l’input di quello che avviene sulla Terra) in un modo del tutto diverso.
Mi è venuta così l’idea di misurarli e conoscerli attraverso un’immagine, al posto di utilizzare la strumentazione tradizionale.
Ho pensato “chissà se con una fotografia, un video, un’immagine si può effettivamente misurare e captare quello che sta accadendo”, così da avere molti più occhi sul fenomeno e saperlo riconoscere in tempo reale? Questo abbiamo fatto in Waterview. Abbiamo creato una soluzione software che usa strumenti di visione (come le telecamere di sorveglianza) per rappresentare i fenomeni atmosferici. Così la stessa telecamera che controlla il traffico è in grado di capire se piove, nevica o se i fenomeni che si stanno verificando stanno impattando sul contesto videosorvegliato.
Avere un punto di vista estremamente capillare su un fenomeno che può essere disruptive per l’infrastruttura, consente di prendere decisioni tempestive o di anticiparle”.
Quindi l’innovazione, ovviamente, oltre a utilizzare le immagini, utilizza anche degli strumenti impiegati per altro. Una sorta di economia circolare del dato, un vero progetto sostenibile. Tra l’altro leggevo che nelle immagini vengono rilevate le scie create dalle gocce di pioggia o dai fiocchi di neve che scendono.
“Sì, tutti sappiamo che la pioggia e la neve lasciano nell’immagine una striscia luminosa molto evidente (succede anche nelle foto che facciamo con il telefono). Queste scie sono quantificabili e le loro caratteristiche dipendono da come la telecamera sta acquisendo la fotografia in quel momento e dal fenomeno che sta osservando. I nostri algoritmi trasformano queste tracce in misure di intensità e severità dei fenomeni stessi attraverso un mix di computer vision e artificial intelligence. Successivamente si compone il quadro della situazione grazie alle varie telecamere. La singola telecamera è “un punto” che collabora in rete con tutte le altre. In questa connessione sta l’importanza di costruire un quadro complessivo sfruttando tutti i dispositivi”. Sulla base del quadro complessivo si può innescare la catena decisionale”.
Ormai questi fenomeni sono sempre più particolari, nel senso che all’interno di una città nello stesso momento si verificano fenomeni diversi a breve distanza.
“Sicuramente. II fenomeno intenso è di per sé locale, perché la cella convettiva temporalesca è sempre molto concentrata nello spazio e nel tempo. Adesso, però, le intensità possono essere estremamente severe anche come conseguenza del cambiamento climatico. Le videocamere, quindi, diventano uno strumento importante perché sono molto diffuse e consentono di essere tempestivi nella reazione”.
Nella reazione così come nella prevenzione e nell’analisi successiva, giusto?
“Non tanto nella prevenzione perché noi operiamo in “tempo reale. “Addestriamo” le telecamere che sono su grandi infrastrutture come le strade. Abbiamo realizzato un sistema di monitoraggio meteorologico per le strade pubbliche italiane e facciamo una sorta di previsione nello spazio: l’utente, avvicinandosi alla tratta interessata, sa in anticipo che tipo di fenomeno potrà verificarsi, oltre a fornire una storicizzazione del dato, per esempio, per sapere se l’asfalto sarà rovinato e quindi pianificare cicli di manutenzione”.
Paola, tu arrivi dal mondo della ricerca accademica, fare un prodotto “disruptive” per la ricerca è un fattore essenziale. Che differenza c’è tra la ricerca accademica e quella che viene fatta nella tua start up, per poter raggiungere gli obiettivi che non sono solo “accademici” ma anche di business?
“Io vengo dalla ricerca accademica, prima dottoranda, poi ricercatrice del Politecnico così come i miei soci fondatori. La ricerca accademica sicuramente è un elemento fondante di una start up che deve avere una tecnologia robusta, dei fondamenti importanti. Però, certamente la differenza tra la ricerca accademica e quella aziendale è abissale. Perché la ricerca accademica si può permettere anche “la ricerca del bello” e della soluzione che potrà essere portata a terra tra 20 anni. Quando poi si passa al mercato e a cercare di avere un fatturato bisogna fare ricerca con delle condizioni estremamente più stringenti perché dev’essere realizzabile.
Noi oggi investiamo tantissimo nella ricerca e nello sviluppo, ma lo facciamo secondo l’esigenza del cliente, con le infrastrutture e i dispositivi che sono disponibili oggi. Lo facciamo anche in maniera market-driven, quindi lo si fa opportunisticamente andando nella direzione che il mercato richiede. La ricerca del bello, purtroppo, la si abbandona un po’ e si portano a terra le cose in un’altra maniera, che è molto divertente in realtà”.
Dover portare avanti un’azienda è però mitigato dal fatto che l’argomento che trattate riguarda effettivamente la sostenibilità.
“Assolutamente sì, WaterView parla di sostenibilità, di ambiente. È una tecnologia che si colloca nell’ambito dell’adattamento al cambiamento climatico. Il termine “sviluppo sostenibile” può avere varie declinazioni: c’è chi mitiga, chi ottimizza l’uso delle risorse. Una variazione, un peggioramento delle condizioni ci sarà e noi siamo tra quelli che cercano di “parare i colpi”. Quindi , siamo tra quelle tecnologie che difendono e consentono una gestione controllata di questo cambiamento. In questo senso ci poniamo nell’ambito della sostenibilità.
Lo sviluppo sostenibile consiste nel garantire una vita equa e un utilizzo giusto delle risorse alla nostra generazione e alle prossime. La nostra tecnologia vuole contribuire al rispetto del cosidetto patto generazionale, cercando di ottimizzare l’uso delle infrastrutture e delle risorse. Inoltre le tecnologie creano posti di lavoro, creano aziende e anche questo va nella direzione di consentire una vita equa, giusta e sostenibile agli esseri umani, la sostenibilità è anche questo”.
Tecnologia e innovazione sono proprio necessari per raggiungere questo tipo di approccio totale, quindi attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità.
“La disruptive technology, o la tecnologia che cambia il paradigma, cerca di risolvere in modo totalmente nuovo un problema vecchio e da qui non si scampa, dobbiamo trovarla questa soluzione, per far sì che nei prossimi 50 o 100 anni non rovineremo il mondo in cui vivremo. L’Europa carbon neutral nel 2050 è un bell’obiettivo. Il mondo carbon neutral entro il 2050, anche con i Paesi in forte sviluppo, è un obiettivo enorme,che per essere raggiunto deve per forza passare da tecnologia e innovazione. È un must e dobbiamo in qualche modo realizzarlo, attraverso la tecnologia”.
Paola rappresenti una donna in un ambiente, quello STEM, che è per la maggioranza rappresentato da uomini, anche nelle posizioni diciamo di “potere”. Tu sei una donna, CEO di una start up che sta funzionando e che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, gli investitori hanno creduto in voi. Come vedi il ruolo delle donne nel contesto STEM?
“Sicuramente è un contesto molto maschile, ma credo che le donne abbiano molto da dare nelle imprese e nel mondo aziendale.
Racconto sempre l’aneddoto della nostra presentazione al primo network di investitori che abbiamo avuto in Waterview. È successo che alle mie spalle è stata proiettata la presentazione sbagliata, così ho cominciato a frugare nella mia borsa (al tempo la mia bambina aveva 2 anni e all’interno della mia borsa c’era di tutto) e ho cominciato a tirare fuori qualunque cosa per trovare la chiavetta. La gestione di questo momento credo che sia servito per rompere il ghiaccio e sia stato alla fine uno degli elementi fondamentali del successo di quella serata.
Quello che ho dovuto superare da donna, e credo che sia una delle nostre più grosse maledizioni, è voler essere sempre “perfetta”. La ricerca della perfezione, l’incapacità di lasciare qualcosa imperfetto, è uno dei limiti delle donne. Un uomo si fa molti meno problemi. Invece noi no, dobbiamo sempre essere perfette. E nel mondo dell’impresa si dice “meglio fatto che perfetto”: rilascia quella cosa, falla funzionare all’80% e poi la migliorerai. Se le donne sapessero venire a patti con questa cosa secondo me sarebbero veramente le CEO ideali del prossimo futuro”.
Un altro aspetto di cui si parla in questo periodo in maniera importante riguarda proprio la diversità e l’accettazione della diversità non solo di genere ma, in generale, culturale, religiosa. Pensi che anche all’interno delle aziende questa diversità possa essere fondamentale, anche nella creazione di un prodotto che diventa poi disruptive?
“Assolutamente. L’approccio culturale diverso non può che arricchire l’oggetto finale che si crea. Waterview ovviamente è un’azienda ancora piccola e integra componenti diverse, anche se statisticamente la diversità all’interno non è così elevata perché si parla di un nucleo molto piccolo. Però ci definiamo una start up italo-turca perché su 8 persone 2 sono Turchi ed effettivamente anche il loro differente punto di vista, il modo di porsi di fronte a un cliente o di vedere lo sviluppo e le tempistiche scandite in maniera differente è sicuramente un valore per noi. Chiaramente poi crescendo si potranno integrare tante altre componenti, però avere due anime porta anche a essere autocritici in maniera più consapevole e sicuramente arricchente, è un valore da preservare”.
Uno dei vostri obiettivi è anche l’internazionalizzazione, che ovviamente pone una serie di sfide culturali.
“Noi ci stiamo muovendo a livello europeo e stiamo cercando di gettare qualche amo verso la lontana Cina e lì davvero si parla di mediazione culturale. Ai tavoli non si parla solo di prodotti e tecnologia, ma di dinamiche comportamentali completamente diverse. Infatti ci facciamo aiutare da un mediatore culturale, perché non è solo questione di lingua ma è una cosa che richiede integrazione culturale. L’internalizzazione passa attraverso dei connettori che devono colmare questo gap, perché è complesso interloquire con il mondo partendo da qui”.
Adesso ti faccio una domanda difficile: non abbiamo una sfera di cristallo ma vogliamo immaginarci come sarà il nostro futuro. Tu cosa vedi tra 10 anni nel mondo delle tecnologie emergenti, disruptive? Che cosa ci sarà secondo te?
“Che bella domanda. Non ambisco a rispondere su tutta la tecnologia, ma le tecnologie nel contesto ambientale e della sostenibilità deve necessariamente e con urgenza rivolgersi agli obiettivi che ci siamo dati in termini di contrasto al cambiamento climatico e all’efficientamento energetico. Il tutto mirato a contenere il trend che stiamo vivendo e che porterebbe a uno scenario inaccettabile e invivibile, infrangendo il patto con i nostri figli di consegnargli un mondo accettabile. Quindi credo che la nostra parte la si debba fare in quel settore.
Vedo tre grandi filoni per quanto riguarda questo settore: il filone dell’efficientamento energetico, che deve condurre a un utilizzo delle risorse del pianeta più ottimizzato; il filone delle tecnologie per la riduzione delle emissioni, che puntano alla carbon neutrality, cioè al pareggio delle emissioni. E, infine, il filone delle tecnologie come la nostra, che consentiranno ai nostri figli di convivere con un mondo leggermente cambiato.
La tecnologia nel settore ambientale deve necessariamente trovare delle risposte rapide a queste sfide, consapevoli del fatto che tra 10, 20 o 30 anni sarà troppo tardi. Ci sarà un momento in cui questa cosa sarà irreversibile e il trend non sarà più controllabile.
Per cui credo che sia questa l’urgenza e che la tecnologia debba impegnarsi per contrastare questa grande ondata. L’abbiamo visto succedere con il Covid: la scienza si è messa all’opera e ha trovato delle risposte, bisogna fare altrettanto nel settore dell’ambiente e del clima”.
Quindi passerà sicuramente attraverso questi canali il futuro?
“La mia visione è questa. Per avere un futuro anche nel resto si deve passare attraverso questa strettoia e si devono trovare le soluzioni e gli strumenti per consegnare un pianeta vivibile alle prossime generazioni”.
Grazie!
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Paola Allamano!
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L’Horacio Pagani di 13 anni, che creava modelli con materiali di fortuna, cosa direbbe all’Horacio Pagani di oggi? Sarebbe orgoglioso del modo in cui ha rispettato e seguito quel sogno?
“Diciamo che è un percorso che sto continuando ancora oggi. Ho sempre lavorato con la stessa energia, serietà, entusiasmo e passione. Credo che tutto stia andando avanti com’è nato 50 anni fa. Non ci sono grandi differenze, se non quella di avere adesso una compagnia che richiede una responsabilità molto superiore rispetto a quando ero da solo ed ero un ragazzino. Il concetto è sempre quello”.
Per essere liberi bisogna avere radici. Quanta Argentina c’è stata e c’è ancora oggi nei progetti e nei modelli che crea?
“L’Argentina mi ha dato tante cose, ho vissuto molti meno anni in Argentina che in Italia. Ho 65 anni e sono arrivato qui a 27, perciò c’è tanto di Italia nella mia vita. I miei figli sono italiani, la mia famiglia l’ho formata in Italia. Sicuramente più che l’Argentina, è l’educazione che ho ricevuto dalla mia famiglia, dai miei genitori, dai miei nonni a darmi le basi per poter camminare e andare avanti”.
La sua storia è un esempio di quanto valga investire sulle proprie passioni. Talento, ingegno e creatività, in quale misura queste tre componenti diventano fondamentali nel perseguire un progetto?
“Partiamo dalla passione. In qualsiasi area è la passione che dà l’energia a tutto. Più passione hai più energia hai per andare avanti a prescindere da quello che fai. Le persone che hanno fatto delle cose e che storicamente sono ricordate anche in diverse discipline, sono persone che hanno soprattutto passione e sanno trasmettere questa passione agli altri cioè sanno coinvolgere gli altri.
Quali sono gli ingredienti per fare delle cose nella vita in qualsiasi settore? La disciplina. Essere rigorosi, essere molto costanti, avere un enorme dose di pazienza e amare il proprio lavoro.
Il nostro lavoro ci dà la possibilità di progredire, di far crescere i nostri figli e dare un contributo alla società. Non importa quello che fai, l’importante è che lo fai bene, con impegno e con serietà. Poi se devo dire quanto talento e quanto sudore, 10% talento e 90% sudore”.
Maggiore è il sogno, più grande è dunque la sua forza inclusiva. Il suo sogno è stato in grado di ispirare non solo intere generazioni di designer, ma anche tutti coloro che rincorrono ogni giorno le proprie aspirazioni. Che effetto le fa questa cosa?
“Io quello che ho fatto, l’ho fatto perchè era la mia passione. Non l’ho fatto per diventare famoso, ma perché amo il lavoro, amo le macchine, amo le cose che faccio. Mi è sempre piaciuto interagire, lavorare in team e nel lavorare in team devi avere rispetto per gli altri, devi stimolarli, devi avere una certa capacità di leadership. Se questo oggi può essere utile a qualcuno, meglio. Diciamo che io non sono mai stato uno studente brillante, non ero il migliore della classe. Ho fatto fatica persino a disegnare, a imparare a disegnare. Vengo dall’Argentina, dalla Pampa, un posto in cui non c’era una cultura automobilistica del design. Non era né Modena, né Torino, né Detroit o Stoccarda. Se può essere utile agli altri che una persona, piccola, senza nemmeno tanta forza o energia fisica, senza nemmeno essere stato bravo a livello scolastico è riuscito a fare questo, vuol dire che per chi nasce in un mondo come quello di oggi dove le informazioni, le conoscenze, le opportunità sono di molto superiori rispetto alle mie, sicuramente ha mille volte più possibilità di quelle che ho avuto io”.
Da pioniere nell’utilizzo di materiali compositi su vetture di serie, cosa significa per lei il termine “innovazione”? È solo un processo tecnico o diventa un modo per evolversi come persona e professionista?
“Credo che la curiosità quotidiana sia la cosa che ti permette di imparare. Nella misura in cui tu hai curiosità, osservi le cose, hai voglia di studiare e vuoi aumentare le tue conoscenze.
La vita in fondo è un esperimento, un percorso, un viaggio sperimentale dove puoi trovare delle cose che non ti aspettavi nel bene e nel male. In questo percorso devi sperimentare. Quello che ho fatto e quello che facciamo con tutti i miei colleghi è portare avanti delle attività che sono sperimentali, di ricerca. Poi lo devi sempre fare con passione. Se ti accompagna lei tu sei sereno”.
Quindi l’innovazione è una necessità?
“L’Innovazione vuol dire progresso in ogni area.
Se l’uomo è arrivato alla Luna e vuole arrivare a Marte si deve dare da fare per capire come far arrivare queste navicelle fino a Marte. Per fare quello ci vuole innovazione. Se vogliamo migliorare il pianeta dobbiamo metterci a lavorare, studiare, aumentare le conoscenze per poi vedere come trovare i mezzi per salvare questo pianeta, un tema molto caldo oggi”.
Come vede le nuove generazioni nel futuro? Ci saranno più donne in questo lavoro?
“Allora, verso le nuove generazioni sono molto ottimista. Se pensiamo che la Pagani ha un’età media di 31-32 anni, è una azienda molto giovane. Temo che però in generale oggi la gente sia molto distratta, pensa troppo all’informazione. Si alza la mattina e vuole o leggere il giornale o guardare la TV. Hanno bisogno quotidianamente di informazioni e invece l’informazione dovrebbe essere rimpiazzata dalla conoscenza e dallo studio.
Credo nei giovani assolutamente, però ci deve essere anche una consapevolezza di sviluppare di più il senso del dovere che non quello del dovuto. Per quanto riguarda le donne, io credo fortemente nelle donne, nutro un grande rispetto e credo che oggi abbiano più energia rispetto agli uomini. I ragazzi giovani sono bravi, ma sono estremamente fragili. La donna ha più coraggio, più energia. Questo è quello che vedo nella media. Qui ci sono stati momenti in cui le donne occupavano posti nell’ufficio commerciale, nella produzione, nel personale. Credo molto nel lavoro delle donne.
Prendiamo per esempio la tecnologia dei materiali compositi. Da noi ci sono tante donne che si occupano anche della lavorazione del carbonio con estrema precisione. Riescono a fare qualcosa che prima era solo appannaggio degli uomini Realizzano cioè anche un telaio di un’auto, ovvero un lavoro che in passato veniva svolto esclusivamente da uomini perché comportava saldare, piegare una lamiera, ecc. Oggi, invece, da noi, le donne fanno anche il telaio e la carrozzeria di una vettura”.
Quali consigli darebbe a un giovane designer che vuole diventare l’Horacio Pagani del futuro?
“Io non ho mai lavorato per diventare Enzo Ferrari o Ferruccio Lamborghini.
Ognuno deve seguire un suo percorso. Se poi hai dei punti di riferimento e ispirazione importanti – come per me sono stati Pininfarina, Gandini, Bertone, Giugiaro, Enzo Ferrari, ma anche Einstein e Leonardo Da Vinci – penso che sia naturale e anche molto bello perchè è comunque un premio. Ognuno, però, deve diventare se stesso.
Quello che suggerisco è di imparare a disegnare bene con le mani e poi studiare per quanto possibile la storia di Leonardo e la sua filosofia, perché studiando Leonardo puoi davvero imparare come seguire la tua carriera, che tu sia un architetto, un ingegnere, un designer, un ricercatore. Leonardo ti dà più o meno la risposta a tutto. Era un tipo molto semplice, una persona molto molto positiva e creativa. Era un genio perché era umile, perché sapeva parlare con le altre persone. Si metteva alla prova continuamente, era una persona che soffriva anche molto, una persona con una marcata sensibilità. Lui è stato probabilmente, credo, il primo che ha detto che arte e scienza sono due discipline che possono camminare mano nella mano”.
Come vede il futuro del design e dell’automotive nei prossimi 10 anni?
“Tutti i costruttori di automobili, noi compresi, lavoriamo molto per cercare di fare in modo che le macchine siano più pulite per la salvaguardia dell’ambiente.
In ogni modo bisogna lavorare tutti insieme per cercare prima di tutto di trovare il modo di produrre energia elettrica con delle fonti che non siano inquinanti come il petrolio e come il carbone.
Ci vorrebbe gente con conoscenze tecniche e scientifiche per dare un supporto a chi deve prendere delle decisioni. Non deve essere una questione demagogica. Deve essere una questione veramente oggettiva, altrimenti rischiamo di farci del male. Credo che la macchina elettrica sia molto importante per il trasporto all’interno delle città perché la concentrazione demografica è molto alta. All’interno della città non ti serve una macchina con mille cavalli, nemmeno con 350 o 500 cavalli. Ti serve una macchina che faccia i 50 o i 60 km all’ora, a due posti perché la maggior parte della gente si sposta con poche persone e poi bisogna abituarsi a usare le bicicletta e a camminare. Io abito a 3 km di distanza da qui e vengo a lavorare o a piedi o in bicicletta perchè il mezzo di trasporto più è semplice più è economico. Quando sono a Milano mi muovo in bicicletta o a piedi perchè è il mezzo di trasporto più comodo. Bisogna cominciare a prendere delle abitudini che siano più sagge”.
Questo richiede un cambio culturale?
“Einstein diceva che i giornali vanno letti alla rovescia e io sono d’accordo con Einstein”.
Grazie!