Anna Vaccarelli originaria di Taranto, si è laureata all’Università di Pisa in Ingegneria Elettronica. Oggi è dirigente tecnologo dell’Istituto di informatica e telematica del CNR (Cnr-Iit) di Pisa e responsabile delle relazioni esterne di Registro .it. È stata premiata dall’Italian computer society presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) come “miglior informatica d’Italia”.


Intervista a cura di Francesco Ronchi (Presidente e Fondatore di Synesthesia)

Anna, alla fine degli anni ‘80, lei si è laureata in Ingegneria Elettronica all’Università di Pisa, un fatto non ordinario per una donna in quegli anni. Da cosa nasce questa scelta di studi prima e professionale poi?

“Sono sempre stata portata per le materie tecniche e scientifiche. Ho fatto il liceo scientifico, mi piacevano la matematica, la fisica ma anche il disegno. Per un periodo, infatti, ho avuto anche un’idea di dedicarmi all’architettura. Poi sono nate le facoltà di ingegneria elettronica. A Bari non c’era ancora questa facoltà e quindi mi sono dovuta trasferire.

Seguendo la mia passione per tutte queste materie, pensai che la facoltà di ingegneria elettronica potesse essere un buon compromesso, dal momento che mi piaceva la matematica, ma mi interessava molto anche la parte più applicativa di questa disciplina. 

Quando mi sono iscritta, ricordo che i primi giorni di lezione eravamo 300 matricole suddivise in due corsi. C’erano quattro ragazze per ogni corso. Abbiamo resistito al destino avverso.

Ricordo in particolare il professore di analisi del nostro corso che ci invitò subito a cambiare facoltà, suggerendoci di iscriverci a quella per assistenti sociali, che faceva lezione nelle aule a fianco. Ci disse: “Il cervello delle donne è diverso da quello degli uomini e quindi non ce la potete fare”.

Nonostante questo ci siamo laureate in 7 su 8, in tempi mediamente più brevi rispetto a quelli dei colleghi maschi e abbiamo fatto la nostra strada in questa professione. 

A completamento di questo aneddoto del primo giorno di lezione, ricordo che dopo che mi sono laureata ho lavorato per alcuni anni all’università e ho di nuovo incontrato questo professore.

Lui mi riconobbe e mi disse: “ buongiorno signorina, cosa ci fa qui?” E io gli risposi: – contrariamente alle sue aspettative io ci lavoro qui. Grazie e arrivederci – 

Mi sono tolta il sassolino dalla scarpa. Alla fine questo giudizio negativo non ha impedito nè a me nè ad altre mie colleghe di proseguire nella nostra carriera. 

I numeri delle iscrizioni femminili a ingegneria elettronica per fortuna sono aumentati nel tempo. Ancora oggi continuano a esserci indirizzi meno frequentati dalle donne come ingegneria meccanica o aeronautica. Noi eravamo 4 studentesse, a civile erano 12, a meccanica in 2 e ad aeronautica 1. Sono percentuali che rendono bene l’idea.

La situazione è andata poi negli anni migliorando. Secondo alcuni docenti, soprattutto nella facoltà di informatica, c’è stato un momento di aumento delle presenze femminili intorno agli anni ‘80-’90. Oggi pare ci sia di nuovo un calo. È un tema, dunque, su cui bisognerebbe interrogarsi e riflettere”.

Per quale motivo, secondo lei, alcuni settori professionali, come per esempio quello della tecnologia e del digitale, sono ancora “occupati” principalmente da uomini? Quali sono le difficoltà che riscontrano le donne oggi per entrare in questo mondo?

“Ci sono molti fattori. Uno degli strumenti principali che viene citato sempre è la formazione per le ragazze: bisogna convincerle che sono brave e possono fare tutto come i maschi, che non si devono far intimorire, che devono comunque essere convinte di poter riuscire in un settore a cui sono interessate.

Tuttavia, bisognerebbe lavorare sui ragazzi. Occorre cambiare la loro mentalità. Se i ragazzi si abituassero fin da bambini a considerare le proprie compagne di scuola alla pari sotto tutti i punti di vista e sospendessero una serie di atteggiamenti “maschilisti” ereditati dalla famiglia o dalla società, questo consentirebbe di fare davvero un grande balzo in avanti. 

Non dovremmo solo lavorare sulle ragazze per convincerle che sono brave, ma dovremmo invece partire dal presupposto che questo è un dato certo. L’investimento sui ragazzi, invece, ci consentirebbe di avere un domani uomini che non hanno più comportamenti “maschilisti”, frutto di abitudini, retaggi e pregiudizi, negli ambienti di lavoro. 

Io sono stata per anni contraria alle quote rosa. Mi rendo conto però che in certe circostanze è l’unico modo per imporre la presenza femminile in alcuni contesti in modo che ci sia l’apporto di un punto di vista diverso. Purtroppo le quote rosa servono per lavorare in questi ambienti e fare in modo che possano essere le donne ad avere poteri decisionali. Comincerebbe a esserci un approccio diverso. 

Rispetto al fatto che le donne possono essere più o meno valorizzate, devo dire che anche questo è un concetto “da prendere con le pinze” perché non tutti gli ambienti sono uguali. Faccio parte da alcuni anni della community Women for Security, un gruppo di professioniste della cybersecurity con vari ruoli, da quelli tecnici a quelli di marketing, alla comunicazione, ecc. Abbiamo fatto una survey per cercare di capire qual è la situazione delle donne nei vari ambienti di lavoro relativamente alla cybersecurity. Da questa ricerca, a cui hanno risposto circa 200 donne, non è emerso in modo evidente che le lavoratrici siano discriminate o poco valorizzate nell’ambiente di lavoro. Ci aspettavamo, in effetti, numeri più alti. Quelle che lamentano di essere trascurate sono una minoranza. Probabilmente, quindi, non tutti gli ambienti sono uguali. 

Nel CNR non c’è una discriminazione tra uomini e donne perchè sono concorsi pubblici con accesso per titoli. A livello di entrata dei ricercatori la quantità di uomini e donne è simile. Il numero delle donne è un po’ superiore negli indirizzi umanistici e quello degli uomini negli indirizzi più tecnici, ma parliamo comunque di cifre intorno al 50%. 
La situazione cambia molto se si sale di livello. Via via che si arriva ai ruoli apicali, ai C-level, la quantità di donne diminuisce e tende a sparire. Nel CNR abbiamo circa un centinaio di istituti, credo che ci siano circa 3 o 4 direttrici, tutti gli altri sono uomini. La portabandiera di questa “sfida” è il nostro presidente Maria Chiara Carrozza, prima presidente donna del CNR che sta dimostrando di voler cambiare proprio alcune situazioni con riferimento a questo tema”.

Anna, dal 2010 lei coordina e promuove attività di diffusione della cultura di internet nelle scuole. A livello scolastico e formativo come si pone l’Italia nei confronti del gender gap in ambito STEM? Come si colloca l’attività di sensibilizzazione rispetto a questo tema?

“Ci sono delle iniziative che sono più che altro fuori dall’ambiente scolastico. Per esempio iniziative di diverse università ed enti formativi. Quello che manca, però, a queste attività è il fatto che restino fuori dal sistema scolastico nazionale. Noi, da 10 anni, organizziamo diversi laboratori nelle scuole con strumenti diversi e contenuti diversi, dalle primarie alle secondarie di secondo grado. Utilizziamo strumenti ludico-didattici per le primarie mentre alle superiori forniamo veri e propri mini corsi di cybersecurity. Abbiamo scelto di fare questa esperienza attraverso le scuole, inserendoci così nei percorsi didattici previsti. 

Nelle scuole entriamo con le ore di cittadinanza digitale. Oggi tutti gli insegnanti si trovano di fronte alla necessità di fornire agli studenti 33 ore di educazione civica, di cui 4 di educazione digitale. Noi proponiamo un percorso per coprire queste 4 ore e così otteniamo lo scopo di riuscire a parlare di questi temi con i ragazzi. Questo vale per tutti i livelli di educazione.

Nelle scuole superiori c’è anche lo strumento del PCTO che ci consente di entrare nella programmazione didattica. Nelle scuole è più facile intercettare i ragazzi. 

L’altro problema per svolgere questa attività nelle scuole, oltre a potenziare queste ore di cittadinanza digitale, è che spesso i docenti non sono in grado di seguire questi temi. Non hanno una preparazione adeguata e approfondita e alla prima domanda che fanno gli studenti (che 90 su 100 ne sanno più di loro) non sanno come rispondere e si sentono messi in discussione nel loro ruolo di insegnanti ed educatori. 

Questo comporta due cose:

La prima è che per ovviare a questo inconveniente noi abbiamo messo a disposizione dei docenti, attraverso il portale “presente digitale”, dei corsi di formazione: sono corsi online gratuiti che danno diritto ai crediti MIUR e che trattano temi come coding, cyber security, ecc.

La seconda riguarda gli adulti in generale che dovrebbero avere un atteggiamento diverso nei confronti dei ragazzi quando si parla di questi temi. Occorre partire dal fatto che per tante cose loro ne sanno di più. Quindi non ci dovremmo vergognarci di dire: – mi spieghi come si fa questo? – . Qual è il nostro vantaggio? L’esperienza che possiamo dare. Perché i ragazzi sono smart però a loro manca l’esperienza per capire le situazioni in cui si trovano e per affrontare le difficoltà che si possono presentare nella navigazione in rete. Se l’adulto, quindi, viene guidato dal ragazzo nella navigazione, si può accorgere prima del ragazzo se c’è un problema o un contenuto non consono. 

Può mettere a disposizione la sua esperienza e il suo ruolo di educatore senza che questo venga messo in discussione. Si tratta di un insegnamento reciproco senza che nessuno venga sminuito nel proprio ruolo”.

E i ragazzi come accolgono queste attività? Sono interessati?

“Noi vediamo che effettivamente i livelli di competenza tra i ragazzi sono molto migliorati. Le ragazze in particolare migliorano maggiormente ma occorre anche specificare che c’è una loro percezione di non essere così brave con la tecnologia come i loro coetanei maschi. Partono quindi all’inizio dandoti delle risposte in cui loro si sentono meno capaci. I maschi generalmente  si sentono più sicuri.

Perciò alla fine del percorso le ragazze acquistano, in proporzione, più consapevolezza dei maschi. Il loro miglioramento è maggiore rispetto a quello dei maschi. Non solo perché hanno imparato di più, ma anche perché si sentono più sicure nel dare alcune risposte rispetto a quanto non lo fossero prima di cominciare. 

Il bilancio è dunque positivo sia dal punto di vista della soddisfazione e dell’interesse per i ragazzi, sia da un punto di vista oggettivo come notiamo dalla somministrazione dei questionari”. 

Anna, lei ha ricevuto recentemente dallo CNEL il premio come migliore informatica d’Italia. Che cosa rappresenta per lei questo riconoscimento?

“Non me lo aspettavo, non avevo mai pensato di ottenere un simile riconoscimento. Ho cercato di capire le motivazioni che stavano alla base del premio e l’ho preso come un premio alla carriera. L’insieme dei contributi che posso aver dato evidentemente ha spinto la giuria a darmi questo riconoscimento. 

Questo evento ha avuto molti risvolti positivi, non solo dal punto di vista della soddisfazione personale, ma mi ha consentito anche di svolgere il ruolo di “mentore” nei confronti di altre donne e ragazze con le mie stesse inclinazioni professionali.

Mi sembra un aspetto molto positivo per portare avanti questi argomenti di cui abbiamo parlato finora”.

Per concludere cosa consiglierebbe oggi a una ragazza che decide di iniziare un percorso di studi in ambito STEM? 

“Consiglierei di andare sempre avanti e non farsi scoraggiare. Prima di tutto occorre decidere di intraprendere questo percorso senza pregiudizi, senza preoccuparsi di quello che gli altri le possono dire. Le direi di seguire sempre la propria strada se è ciò che le piace fare.

Vorrei poi sottolineare che seguire un percorso di studi di tipo tecnico-scientifico offre molte più possibilità di lavoro rispetto ad altri percorsi. Potrebbe essere anche questo “un peso da mettere sulla bilancia in un momento di scelta tra una facoltà più umanistica o più tecnica. Una formazione più tecnica garantisce maggiori possibilità di lavoro, di carriera nel settore dell’ICT e della cyber security dove la domanda è infinitamente più alta dell’offerta: al mondo si parla di 3 milioni di posizioni da coprire e solo in Italia sono oltre 100.000. È un problema molto sentito nel mondo dell’informatica. Rinnoviamo, quindi, l’invito a tutte le ragazze e ragazzi appassionati di questo mondo a seguire questo tipo di carriera”.


Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.

 

No-code & Low-code heroes Meetup

Torino Digital Days 2022

QUANDO

Martedì, 24 maggio 2022, 18.00 – 21.00 – TAG, Fondazione Agnelli

ORGANIZZATORI EVENTO

ABSTRACT

Un Meetup dedicato al mondo delle piattaforme No-code e Low-code, composto da 3 interventi divulgativi sul tema:

A seguire un aperitivo di networking dove approfondire le tematiche viste durante gli speech e incontrare i player di settore.


Privacy Digitale: i 3 grandi errori

privacy

QUANDO
Mercoledì, 25 Maggio, 16.00 -18.00 – TAG, Fondazione Agnelli

RELATORI

ABSTRACT
Quali sono i tre errori più comuni che le aziende italiane si ostinano ancora a commettere nei confronti della privacy digitale nonostante siano passati ben 4 anni dall’entrata in vigore del GDPR? Maurizio Bulgarini e Francesco Ronchi illustreranno nel dettaglio le tre situazioni tipiche che possono indurre a compiere degli errori e soprattutto come porvi rimedio, attraverso dei casi pratici che Smart Flow ha affrontato insieme a Synesthesia. 
Durante l’evento saranno toccati argomenti come la Privacy by Design, lo stallo che contrappone il provvedimento giuridico alle soluzioni tecniche e l’idea che la privacy in azienda sia una di quelle cose one-and-done. La parte finale dell’incontro sarà dedicata al tema della Corporate Digital Responsibility e alle domande del pubblico.

TEMI
Data protection, privacy by design, GDPR, Corporate Digital Responsibility, CDR

PERCHÈ PARTECIPARE
Prima che professionisti, imprenditori e imprese siamo tutti cittadini in una società digitale: il tema della protezione dei dati ci coinvolge tutti nello stesso modo, che ci interessi o meno. Sapere come funziona il GDPR garantisce, in primo luogo una tutela, come cittadini consapevoli istituzioni e colossi tecnologici e, per chi ha una marcia in più, un vantaggio concorrenziale sui competitor. Iscriviti al talk solo se la tua password supera gli 8 caratteri e ne contiene uno speciale.


Didattica e tecnologia: metodologie innovative

Torino Digital Days_Marco Mazzaglia

QUANDO

Giovedì, 26 Maggio, 15:30-17:00 – Combo

RELATORI

ABSTRACT

Una didattica efficace ha bisogno di aggiornarsi per restare sempre al passo con i tempi. L’evento, organizzato da Synesthesia Academy, è dedicato all’innovazione nella didattica attraverso l’impiego dei videogiochi e di strumenti tecnologici. Partecipa all’appuntamento per scoprire le nuove frontiere della didattica tra metodologie innovative e gaming.


“Non ti vedo non esisti, l’accessibilità dei media digitali”

QUANDO

Venerdì, 27 maggio, ore 14:00 – 16:00 – Centro Paideia

RELATORI

ABSTRACT

Nel 2022 il digitale è la dimensione dell’informazione, del tempo libero, della condivisione, del lavoro e delle faccende quotidiane. Una grossa percentuale della popolazione, però, non può accedere a molti contenuti digitali legati alle dimensioni della vita che abbiamo elencato. Perchè? Facile: la progettazione e la diffusione di prodotti digitali non è immaginata per tutti. Scopriamo insieme qual è l’impatto di questo problema nella nostra società, chi ne risulta coinvolto e quanto, in realtà, sia facile pensare un mondo digitale a misura di tutti e tutte.

TEMI
Accessibilità dei media digitali e dell’intrattenimento

PERCHÈ PARTECIPARE
Scoprire un modo diverso di “guardare” i prodotti di intrattenimento, le differenti opportunità di interazione e fruibilità di un videogioco o di un film, provando in prima persona l’esperienza di non guardare ma godere  comunque di un prodotto di intrattenimento. 


FuturMakers Edu Labs

FuturMakers

QUANDO

28 e 29 maggio 2022, 10:00 – 18:00 CEST – Combo (Corso Regina Margherita, 128, 10152 Torino TO)

ABSTRACT

FuturMakers Edu Labs è l’Open Day tecnologico durante il quale i bambini e le bambine potranno divertirsi con robot intelligenti, coding e gaming. Durante le giornate del 28 e il 29 maggio, dalle 10.00 alle 18.00, momenti di divulgazione tecnologica si alterneranno alla presentazione dell’offerta formativa di FuturMakers. La partecipazione è gratuita, ma occorre prenotare il proprio slot di due ore (es. 10-12).

Saranno presenti desk interattivi, 2 veri e propri laboratori tecnologici all’interno dei quali i bambini e le bambine potranno:

IMPARARE DIVERTENDOS!

Tutte le attività di FuturMakers hanno l’obiettivo di insegnare cose utili in maniera divertente e creativa. Non solo tecnologia, quindi. Le attività formative dei nostri laboratori sono pensate per stimolare le capacità di problem solving, creative thinking e team working.

TEMI

Formazione tecnologica per bambini e bambine.

COME PARTECIPARE?

La partecipazione al FuturMakers Edu Labs è gratuita, ma con prenotazione obbligatoria. Procedi con l’iscrizione!


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[Intervista a cura di Lucy James, Event Manager di Synesthesia]

Dalla Louisiana alla Florida. Dal jazz alle stelle. Alyssa, come è nata la tua passione per lo spazio?

“Fin da piccola lo spazio mi ha sempre affascinata. Ovviamente non ricordo tutto di quando ero una bambina, ma mio padre mi racconta sempre che arrivavo e iniziavo a fare tantissime domande sullo spazio e su Marte. Non sapevo niente a quel tempo e nessuno della mia famiglia aveva un background in astronomia. Mio papà allora mi raccontava qualcosa delle missioni sulla Luna e poi aggiungeva

“un giorno andremo su Marte”.

Tutto questo ha davvero dato una spinta alla mia curiosità sullo spazio e così ho iniziato a cercare libri, video, poster e ogni genere di informazioni che potessi avere sotto mano riguardato lo spazio. E la passione così è nata e ha continuato a crescere”.

“Perseverance” è il rover della NASA arrivato su Marte. Quanto hanno contato la tenacia e la perseveranza per raggiungere i tuoi obiettivi?

“Sicuramente tanto in tutto quello che ho fatto e faccio. Essenzialmente quello che sto facendo è cercare di costruire un CV adeguato per candidarmi nel processo di selezione degli astronauti. Ci sono, comunque, tante vie per raggiungere questo obiettivo. Non esiste una checklist per cui si può dire: “hai fatto questo… questo… e questo… allora puoi diventare astronauta”. Non funziona così.

Quando ero piccola la perseveranza significava per me cercare di capire cosa volessi fare, cercare di fare qualcosa di diverso, fuori dagli schemi. Questo è quello che ho fatto per tutto questo tempo andando alla ricerca di quelle opportunità per emergere fino al momento in cui mi candiderò per diventare astronauta, ma penso che tutto questo tempo costituisca la parte più importante.

Tantissime persone si candideranno. Per questo motivo penso che sia molto importante credere in se stessi, nelle proprie capacità. Se tu stessa pensi che puoi farlo, allora certamente è tutto un po’ più raggiungibile”.

Come hai ricordato tu, è un processo di selezione molto impegnativo. È un questione di carattere e, immagino, di conoscenze tecniche. Qual è stato per te il giusto equilibrio tra l’ambizione e il carattere da un lato e la preparazione scientifica dall’altro?

“Certamente. È necessario che ci sia sempre un equilibrio. Una cosa molto importante durante la mia crescita è stata proprio il mantenere uno stile di vita “bilanciato”. Amo lo spazio, ma desidero anche mantenere un equilibrio e fare tutte le “cose normali”. E ci sono molte ragioni per fare questo: una è mantenere il mio interesse per lo spazio. Penso che se parlassi sempre e solo di questo probabilmente alla fine mi stuferei. Ma dal momento che faccio anche tante altre attività, non mi è mai successo. Sono sempre entusiasta di fare qualsiasi cosa che riguardi lo spazio. Cerco di mantenere sempre l’equilibrio tra lo studio e il carattere personale. Per essere un astronauta senza dubbio devi essere molto preparata e brava in quello che fai. 

E di solito quello che fai ha a che fare molto con la scienza e la matematica, può essere anche difficile a volte. Questo tipo di studi può diventare molto intenso, ma penso che ci siano molti aspetti del carattere che devono essere messi in gioco come il saper lavorare bene in team con altre persone. Ti troverai a lavorare con le stesse persone per un certo periodo. Devi imparare a risolvere i problemi, a non lasciarti troppo sconvolgere dalle piccole cose. E quindi tutti questi aspetti sono molto importanti per il carattere. 

Infine, credo che ci siano moltissimi aspetti che devono essere presi in considerazione per affrontare il processo di selezione. Non è un percorso “lineare” come a scuola. Occorre prendere in considerazione anche quello di cui loro hanno bisogno, cosa sta succedendo adesso nell’industria dello spazio, che tipo di persona occorra oggi a questo settore e poi di sicuro le tue conoscenze e la tua personalità. Quindi è sempre una questione di equilibrio”.

Sicuramente ci sono tanti aspetti diversi da considerare. Un tema che tu hai evidenziato è l’evoluzione in corso nei programmi spaziali, delle ambizioni dei vari team. Sappiamo che sui social ti chiami “NASA Blueberry” e sei solita definirti “Future Mars Walker”. Come ti immagini il tuo primo passo su Marte? Ci hai mai pensato?

“Ho aggiunto “Future Mars Walker” nella mia biografia. Marte sarà davvero molto diverso rispetto alla vita sulla Terra, avremo un nuovo stile di vita.

Sarà come uscire di casa indossando la tuta spaziale.

È un modo divertente di immaginare la vita in quel pianeta. Certo ci sarà lo studio scientifico, ma allo stesso tempo faremo anche un sacco di “faccende domestiche”, come quando devi fare le pulizie, arieggiare le stanze, coltivare l’orto per avere il cibo, cose semplici. Mi immagino lo stile di vita su Marte molto rilassante: solo io e poche altre persone che passeggiamo sul pianeta rosso. Ci dedicheremo all’orto e faremo un po’ di esperimenti scientifici. Parlando di come appare Marte e, tornando al rover Perseverance, abbiamo trovato molte immagini straordinarie. Guardando alcune di queste, è bellissimo avere uno scenario più realistico del pianeta. L’atmosfera di Marte non è così “consistente”, così possiamo vedere una quantità incredibile di stelle che dalla Terra non riusciamo ad ammirare. Penso, quindi, che ci saranno spettacoli incredibili”.

Le faccende domestiche su Marte sembrano molto rilassanti anche a me. Hai dato vita alla fondazione “Blueberry” dedicata alle ragazze in ambito STEM, ti va di parlarci di questo progetto? Che cosa significa per te combattere il gender gap in ambito STEM?

“Sì, ho fondato “Blueberry” (Blueberry è il mio “nome in codice”, un nickname che mi è stato dato). L’idea di realizzare questo progetto è nata quando ho visitato lo Space Camp per la prima volta e questo avvenimento ha dato una svolta ai miei interessi per lo spazio. Voglio davvero che anche altre persone abbiano la stessa opportunità.

Recentemente abbiamo organizzato molte attività anche con altri Paesi esteri, come il Messico e l’Argentina, dando a giovani ragazzi e ragazze la possibilità di conoscere davvero quale scelta sia adatta di più a loro per avere la possibilità di lavorare nell’industria spaziale, di diventare astronauta o comunque fare qualcosa in questo ambito. E quindi proprio per questi motivi ho voluto fondare “Blueberry”.

Poi, certamente, incoraggiare le ragazze a intraprendere una carriera nelle materie STEM è molto importante. Penso che non solo l’incoraggiamento, ma anche mostrare loro tutte le strade che hanno a disposizione in questo ambito sia essenziale. Quando siamo piccoli, bambini, di solito diciamo che vogliamo fare un po’ sempre gli stessi lavori: l’insegnante, il medico, l’avvocato. Tutte queste professioni sono bellissime, ma penso che a volte rischiamo di rimanere bloccati sempre sugli stessi lavori. Anche nel settore spaziale accade lo stesso: scienziati, astronauti e ingegneri. Invece, c’è molto più di questo. Ci sono persone che disegnano le tute spaziali; persone che devono progettare le confezioni per il cibo degli astronauti; ci sono psicologi, giornalisti. Dietro questo mondo ci sono così tante professioni che sono altrettanto importanti come le più “rigorose” professioni matematiche e scientifiche.

Penso che l’aspetto più bello consista nel fatto che

non devi per forza essere appassionato di matematica e di scienza per lavorare nell’industria spaziale. È bello mostrare alle bambine e ai bambini tutte le opportunità che hanno a disposizione e come possono combinare i loro interessi per realizzare quello che più desiderano. Pensare fuori dagli schemi è un’esperienza straordinaria”.

Tornando sulla Terra, come ti immagini il nostro futuro nei prossimi anni?

“Penso che l’ambito STEM crescerà molto nei prossimi anni. Certamente le materie STEM sono molto numerose e diversificate, così come i percorsi di carriera. L’industria spaziale sta crescendo molto perché abbiamo tante novità in arrivo. tante idee da attuare: tornare sulla Luna, andare su Marte. Non solo questo, ma anche lo spazio in ambito commerciale, tutte queste altre compagnie, non solo le principali grandi agenzie spaziali, ci sono anche SpaceX, Virgin Galactic, Blue Origin, Boeing e molto altre compagnie che sono così attive nel settore spaziale e continuano a fare ricerche e attività. E io penso che SpaceX potrebbe cominciare ad avere i propri astronauti, il proprio processo di selezione. Stiamo diffondendo anche l’idea del turismo spaziale, rendendolo più consistente di una semplice idea. Credo che nei prossimi anni, nello spazio in generale e nell’ambito STEM collegato allo spazio, ci sarà una grande crescita di opportunità di lavoro, perché ci saranno grandi novità e tante bellissime professioni a cui dedicarsi. Nel turismo spaziale, per esempio, avremo i bagagli dei passeggeri, gli assistenti di volo… Chi lo sa? Queste “strane” idee stanno diventando sempre di più una realtà. Penso che piano piano vedremo qualcosa di questo genere”.

A proposito della tua Fondazione “Blueberry”, tu lanci un chiaro messaggio a favore dell’inclusione delle ragazze nell’ambito STEM, incoraggiandole ad avere una mente aperta. Qual è il tuo messaggio rivolto alle istituzioni su questo tema dell’inclusione?

“Guardando a queste grandi compagnie e alle istituzioni, penso che ci sia molto da affrontare. Parlando delle donne in ambito STEM, negli ultimi anni in cui abbiamo lavorato per includere più donne, abbiamo fatto grandi progressi. Io penso, per esempio, che ci siamo molte più donne astronaute scelte nel processo di selezione. L’idea di mandare una donna sulla Luna, penso che molte di queste idee siano davvero fantastiche.

Credo che il prossimo passo per tutte queste compagnie sia davvero avere più donne in tutte le professioni. Ci sono decine di migliaia di persone per un solo astronauta che va nello spazio. Io penso che sia importante non solo includere più donne come astronaute (il ruolo pubblicamente più visibile), ma anche donne in tutti questi capi differenti. Posso assicurarvi che c’è più di un dipartimento con una sola donna che vi lavora.

Ogni livello e ogni dipartimento ha bisogno di questa inclusione e ogni livello necessita di più donne coinvolte e così io credo davvero che questo sia il nostro prossimo passo. Questo discorso deve valere anche per tutte le altre professioni”.

Grazie Alyssa e buona fortuna!

Grazie a te Lucy, grazie a voi.

Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Alyssa Carson? Nessun problema, c’è la versione podcast!

Ascolta “People and inclusion / Alyssa Carson [giugno 2021] – EN” su Spreaker.

Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.

La tecnologia costituisce una grandiosa opportunità di crescita e di scoperta per l’intera umanità, senza alcuna distinzione di genere. Riconoscere il fondamentale contributo delle donne nella scienza e nella tecnologia rappresenta per noi un impegno che continueremo a portare avanti ogni giorno. Per questa ragione oggi celebriamo la “Giornata mondiale delle donne nella scienza” con le testimonianze di alcune protagoniste della factory digitale di Synesthesia e SYX.

Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni e i loro sogni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.


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Il mondo del gaming sta cambiando e con esso anche la figura femminile. 

Le donne sono diventate finalmente le protagoniste indiscusse di avventure memorabili per gli amanti dei videogiochi di tutto il mondo. Dietro questo cambio di paradigma e di narrazione negli ultimi anni troviamo anche una crescita esponenziale della presenza femminile all’interno del mercato dei videogiochi rispetto al passato. Stando al recente rapporto pubblicato da IIDEA (Italian Interactive Digital Entertainment Association), oggi i giocatori di sesso maschile rappresentano solo il 53% rispetto a quelli di sesso femminile con il 47% del totale. l report “Gaming e eSport in Italia” pubblicato da Nielsen Sports & Entertainment per Intel ha evidenziato, inoltre, che il 43% dei fan di eSport appartiene al genere femminile.

Numeri importanti che testimoniano un cambiamento epocale. Siamo andati a esplorare la recente storia dei videogiochi per capire bene alcune dinamiche di questa evoluzione. Partendo da Ms. Pac-Man, icona femminile dei videogiochi che ha segnato intere generazioni di giocatori, per arrivare a Maxine Caufield, protagonista di Life is Strange.

Ms. Pac-Man: la versione “super” di Pac-Man

Ms. Pac Man è la protagonista del secondo titolo della serie Pac-Man. Nato nel 1981 il videogioco è considerato uno dei più popolari “cabinati” di quegli anni. La trama è piuttosto “rivoluzionaria”: assistiamo probabilmente per la prima volta a un vero e proprio ribaltamento di prospettiva rispetto alle narrazioni tradizionali dove a essere salvata era sempre una donna. In questo caso infatti sarà la signora Pac-Man a salvare il proprio compagno.

Ms. Pac-Man è stata acclamata dalla critica per i suoi notevoli miglioramenti al gameplay originale a tal punto da diventare “superiore” alla sua versione precedente, al maschile. 

Ellie: la forza dell’empatia e della solidarietà

Ellie è la co-protagonista della serie The Last of Us (2013), creata e sviluppata da Naughty Dog. Non stiamo parlando di un personaggio con particolari abilità soprannaturali. Si tratta di una giovane ragazza che si trova a vivere in un contesto particolarmente difficile: il racconto si svolge in un’America devastata da un’epidemia che ha causato la mutazione di milioni di persone in esseri non senzienti e ostili. Ellie è un personaggio particolarmente empatico, che ha il merito di trasformare l’intera avventura in una storia dalle emozioni uniche.

Nonostante le numerose avversità e la violenza della guerra, la giovane protagonista riuscirà a conservare la sua “umanità” aiutando Joel un cinico compagno di avventura nella lotta per la sopravvivenza. 

Madeline: come conoscere se stessi attraverso il gaming

Il prossimo personaggio femminile che andremo a scoprire è Madeline, protagonista di Celeste (2018), il videogioco indie sviluppato da Matt Thorson e Noel Berry, in collaborazione con lo studio brasiliano MiniBoss. La storia del gioco narra le vicende avventurose di una ragazza che, nel tentativo di ritrovare se stessa e superare la sua depressione, decide di scalare la montagna Celeste, situata nel Canada Occidentale. Nel corso della scalata si susseguiranno incontri inaspettati e misteriosi eventi che segneranno l’evoluzione del nostro personaggio. Madeline sarà, infatti, chiamata a incontrare la “parte oscura di se stessa” che tenterà più volte di ostacolarla. Nonostante le cadute e le avversità imparerà a governare le sue ansie e paure.

Edith Finch Jr.: le storie e i ricordi dopo la morte

Edith Finch Jr. è uno dei protagonisti del videogioco sviluppato da Giant Sparrow e pubblicato da Annapurna Pictures, dal nome “What remains of Edith Finch” (2017). La trama racconta le vicende della sventurata famiglia Finch i cui membri sono destinati a morte certa, a causa di una misteriosa sorte avversa. Anche la giovane Edith muore di parto a soli diciassette anni, lasciando al figlio un diario in cui sono raccolti i segreti della famiglia. Il videogioco si struttura attorno al tema della morte, ma affrontato da una prospettiva nuova, onirica. Non si concentra mai, infatti, sulla narrazione dell’evento morte fine a se stesso, ma piuttosto si focalizza costantemente su come hanno vissuto i personaggi, sulle loro aspirazioni e su cosa hanno lasciato ai posteri. Da qui il titolo “cosa resta di Edith Finch”. 

Maxine Caufield: come giocare con il tempo

Meglio conosciuta come Max è il personaggio di Life is Strange (2015), l’avventura grafica a episodi sviluppata da Dontnod Entertainment e pubblicata da Square Enix. La nostra protagonista è un’aspirante fotografa che frequenta la Blackwell Academy. Qui scopre improvvisamente di possedere il super potere di viaggiare indietro nel tempo dopo che una sua cara amica, Chloe Price, è stata uccisa. Nel corso del gioco i super poteri di Max saranno messi alla prova, nel momento in cui dovrà salvare l’intera città di Arcadia Bay da una tempesta in arrivo.

In conclusione…

I videogiochi hanno molto da insegnarci. Ci spingono a viaggiare lontano con la fantasia, ma anche a riconoscere se stessi e a superare le proprie insicurezze. Ci fanno scoprire che in fondo le nostre emozioni e i nostri desideri sono “universali”, che non siamo isolati dal resto del mondo. Ci fanno capire che siamo tutti più “umani” e che in fondo apparteniamo a un grande universo videoludico che abbraccia sfera femminile e maschile. Il cambio di prospettiva che abbiamo riscontrato nel corso di questo piccolo viaggio sta a testimoniare non solo che il ruolo delle donne nei videogiochi è mutato nel corso degli anni, ma anche che questo cambiamento ha spinto le industrie dei videogiochi a rivolgere maggiormente la propria attenzione sulla sfera “psicologica”.

Siamo tutti più “umani”. E le donne questo lo sanno bene.

Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia). Con la collaborazione di Marco Mazzaglia (Video Game Evangelist di Synesthesia) e Valeria Bonicelli (Stagista divisione Comunicazione di Synesthesia).

Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

Nel 1995 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha inaugurato l’Anno per la Tolleranza, in onore del 125° anniversario della nascita di Gandhi. La stessa Assemblea ha invitato, poi, per l’anno successivo, tutti i Paesi membri a indicare il 16 novembre come Giornata Mondiale della tolleranza. Da qui nasce la ricorrenza che ancora oggi viene celebrata in diverse parti del pianeta.

Quali strumenti mettere in campo per promuovere la tolleranza?

I temi della tolleranza e dell’accoglienza, del pacifismo sono, quindi, senz’altro questioni di grande attualità per la società attuale su scala globale. Purtroppo le nostre cronache sono nutrite quotidianamente di notizie legate al razzismo, alla violenza tra le mura di casa e per le strade, alla guerra e quindi alla morte che gli essere umani causano reciprocamente gli uni agli altri. Risulta pertanto necessario più che mai dedicare un momento di riflessione a livello mondiale su come poter contrastare insieme queste piaghe dell’umanità.

Informazione ed educazione come antidoto per il veleno dell’intolleranza

Lo sforzo utile a difendere e diffondere la cultura della tolleranza deve essere sicuramente condiviso e portato avanti da tutti con convinzione. Da un lato gli attori istituzionali sono chiamati a emanare leggi, stipulare accordi, prendere provvedimenti decisivi per contrastare tutte quelle correnti e quelle idee che fanno della discriminazione violenta la propria bandiera; dall’altro è richiesto ai singoli di fare piccole scelte quotidiane e mettere in campo tutti gli strumenti a propria disposizione per accogliere la diversità che è “nel vicino”. 

L’educazione e un’informazione trasparente e veritiera sono strumenti essenziali per combattere il razzismo, che spesso affonda le sue radici proprio nell’ignoranza, e più in generale tutte quelle linee di pensiero che per diffondersi fanno leva sulla distorsione della realtà. Sono un vero e proprio antidoto per un veleno che danneggia la società e il progresso di tutti.

Da qui nasce la necessità urgente di garantire a tutti pari accesso all’informazione; è questa, d’altra parte, l’unica via affinché ciascuno possa maturare e sostenere il proprio pensiero critico.

L’informazione per poter essere correttamente compresa necessita del “fondamento” educativo. In molti Paesi, l’educazione costituisce un vero e proprio diritto e al giorno d’oggi, in una società che è chiamata ad affrontare cambiamenti rapidissimi, imprevedibili e radicali, il processo di apprendimento non riguarda più solo i più giovani ma coinvolge tutte le età. É proprio questo che intendiamo quando parliamo di lifelong learning, un ingrediente essenziale per affrontare le sfide odierne e contribuire al cambiamento e alla Social Innovation della propria comunità.

La verità è che siamo tutti unici e irripetibili, quindi l’altro sarà sempre una diversità da accogliere. Solo una costante educazione e una corretta informazione possono condurre a questa fondamentale consapevolezza. 

Perché abbiamo deciso di parlarvi di questa ricorrenza? “Ma voi non vi occupate solo di digitale?” 

In questo contesto ricco di sfide da affrontare, Synesthesia è convinta portatrice e attiva sostenitrice dei valori della tolleranza, dell’uguaglianza e della non violenza. 

Per questi motivi, il recente riconoscimento assegnatoci dall’ UNHCR, nell’ambito del progetto “Welcome. Working for refugee integration”, ci rende molto fieri. Sul fronte dell’educazione, con Girls Tech portiamo avanti la sfida di colmare il gender gap in ambito STEM e diffondere la cultura tecnologico-digitale tra le giovani donne. Costruire insieme un futuro di parità e inclusione dove non si ragioni più per stereotipi ma esclusivamente in base ai talenti di ciascuno è uno dei nostri obiettivi. 

Infine, nell’ambito della diffusione della cultura e della corretta informazione, durante il periodo della crisi sanitaria legata alla diffusione del Covid-19 (a partire da marzo 2020) abbiamo avviato il progetto “TUTTICONNESSI”. La finalità dell’iniziativa consiste nel far fronte al crescente numero di studenti a rischio indigenza e sprovvisti dei mezzi tecnologici indispensabili per svolgere le proprie attività di didattica a distanza (DAD). 

Saremo sempre dalla parte dei deboli e con il nostro piccolo contributo speriamo di cambiare le cose, o almeno ci proviamo. Siamo convinti sostenitori del cambiamento che passa dall’adozione delle nuove tecnologie, ma sappiamo che prima vengono i valori da sostenere e gli obiettivi che la società deve perseguire per affrontare in modo maturo il suo futuro e la sua evoluzione.  

Per saperne di più sulle nostre iniziative, contattaci.

Giulia, 3 aggettivi per descriverti.

“Efficiente, perché tutte le volte che mi ritrovo a fare un lavoro, la cosa che conta è arrivare al risultato. Sono molto determinata da questo punto di vista. Ho sempre piani, scalette e piccoli obiettivi da raggiungere. Creativa, perché non sono mai ferma un secondo e mi trovo sempre qualcosa da fare, non solo nel campo della scrittura… Perché Poliedrica?  Perché faccio tante cose in tanti campi diversi. Sono abbastanza poliedrica, ma non politecnica però”.

“Astro Giulia”, questo è il tuo account instagram. Quanto ti descrive questo aggettivo? Astronauta si diventa? Da dove nasce questa smisurata passione per l’astronomia?

“Astro descrive la parte di me che è appassionata di astronautica e di spazio. Questa storia di Astro Giulia è cominciata nel 2016, quando avevo circa 16 anni. Volevo imitare gli astronauti, quelli veri, che sui social si chiamavano astro qualcosa… In questo modo ho dato il via a un fenomeno per il quale tante altre persone appassionate di spazio si sono chiamate anche loro in questo. Astronauta chiaramente si diventa. Io sono dell’idea che i tratti delle persone possano essere migliorabili. Lo vedo come un processo in divenire. Ho scoperto tutto il campo dell’astronautica e dell’ingegneria quando ero in terzo liceo, quando l’astronauta Samantha Cristoforetti è andata nello spazio. Grazie a lei ho scoperto tutto questo mondo. Mi ha appassionato tantissimo tutto il campo del progettare e del capire come andiamo nello spazio”.

Nel 2018 è stato pubblicato “Ad Martem 12”, il tuo primo romanzo di fantascienza che parla della vita dei primi esseri umani nati sul pianeta Marte. Il tuo libro si basa sui tuoi studi scientifici, frutto di un lungo lavoro effettuato per un concorso aerospaziale nel 2016 all’Odysseus Space Contest. Ti va di raccontarci questa tua esperienza? Che cosa rappresenta per te Marte?

“Nel 2016 ho deciso di partecipare a questo concorso su consiglio del mio professore di fisica e ho deciso di trascinarmi dietro un mio compagno di classe. Volevamo sviluppare il progetto di una base su Marte. In qualche modo siamo riusciti ad andare avanti nella competizione e credo che questo sia stato molto incentivante perché abbiamo cominciato a parlare con esperti e con professori del Politecnico. Abbiamo iniziato a studiare di più la questione, approfondirla e sviluppare il progetto sempre di più, fino a quando non abbiamo vinto le semifinali internazionali e ci siamo trovati a volare in Belgio per le finali europee. Qui mi sono ritrovata a per la prima volta a presentare il mio progetto in inglese di fronte a una giuria internazionale di esperti. Quello è stato il momento in cui ho iniziato a pensare che forse effettivamente qualsiasi cosa potesse accadere. Insomma, se io mi impegnavo le cose potevano accadere perché, accidenti, ero in Belgio a parlare di un progetto scientifico che avevo sviluppato. È stata una cosa incredibile. Poi la competizione non l’abbiamo vita perché ha vinto un team portoghese che aveva progettato un roover pazzesco, però quello che mi ha dato quella competizione è stato tantissimo: mi sono ritrovata con una tale quantità di conoscenze riguardo la fattibilità delle missioni su Marte che non era nemmeno normale per una ragazzina di 17 anni. Quello è stato il momento in cui ho deciso che mi sarebbe piaciuto diventare un’esperta delle missioni su Marte, qualcosa che ancora adesso sto cercando di perseguire. Quello è stato anche il momento in cui ho deciso di scrivere il mio primo romanzo Ad Martem 12. Sono sempre stata appassionata di scrittura e scrivere un libro è sempre stato il mio sogno, ho pensato di applicare quelle conoscenze a una storia. Siccome avevamo progettato un ambiente abitabile sulla superficie di Marte e siccome essendo abitabile ci sarebbero dovute teoricamente andare delle persone, ho iniziato a domandarmi: “e se ci fossi nata io lì, se fossi stata cresciuta su Marte in che modo vedrei la Terra? In che modo vedrei  l’umanità?. Insomma, che visione avrei del mondo? Marte è diventato un pianeta a cui mi sono affezionata particolarmente. Adesso sto lavorando a due ricerche internazionali, due programmi di ricerca, entrambi relativi a Marte: una riguarda le radiazioni cosmiche e l’altra riguardo alla sostenibilità delle missioni dello spazio. Diciamo che sto continuando a perseguire il mio sogno di diventare esperta di missioni su Marte, ma sarà un lungo viaggio”.

Nel 2019 hai ottenuto un importante riconoscimento in campo astronomico diventando la coordinatrice nazionale dell’MVA (Moon Village Association), l’associazione globale non governativa fondata a Vienna nel 2017 con l’obiettivo di promuovere la realizzazione di un villaggio lunare e le missioni lunari umane. Perchè è ancora importante per l’uomo andare sulla Luna?

“In passato siamo andati sulla Luna per ragioni politiche. Adesso ci stiamo tornando per la scienza, perché c’è ancora tantissimo da scoprire. La Luna sarà il punto di partenza per arrivare su Marte. Noi andremo sulla Luna per restarci con uno stabilimento autonomo, che sarà molto simile rispetto a quello che avremo su Marte. La differenza è che Marte è a 6 mesi di viaggio con un segnale elettromagnetico che impiega 10 minuti per andare e per tornare. La Luna è invece qui dietro, a qualche giorno di distanza. La Luna sarà un luogo di prova, di test per le nostre tecnologie, per capire se siamo in grado di andare su Marte”.

Venere, il Pianeta più splendente torna in questi giorni ad affascinare e incuriosire il nostro immaginario a seguito della recente scoperta secondo la quale vi sarebbero tracce di vita nella sua atmosfera. Ti va di commentare questa notizia con noi? Se tutto ciò fosse davvero confermato, che cosa cambierebbe per l’uomo?

“La recente scoperta che è stata fatta su Venere non ci dice con certezza che ci sia davvero vita nell’atmosfera di Venere. La fosfina è stata trovata in una quantità così abbondante che gli scienziati non riescono a spiegarselo. Loro hanno avanzato diverse opzioni per spiegare chimicamente o fisicamente la presenza di questa molecola. Hanno fatto i loro calcoli numerici, i loro ragionamenti e nessuno è risultato corretto. L’unica soluzione altrimenti possibile è che la fosfina sia originata da organismi viventi. Tuttavia, non è 100% confermato che si tratti di vita perchè potrebbero esserci altre soluzioni che al momento ancora non conosciamo. Nel momento in cui noi troveremo altre specie da altre parti dell’universo, finalmente potremmo capire qual è l’origine della vita perché noi abbiamo determinate teorie. Trovare la vita da qualche altra parte e capire come si è originata potrebbe avere dei riscontri per capire come la vita si sia originata sulla Terra”.

Lo scorso 2 febbraio, al TEDxTorino ci hai fatto comprendere l’importanza di avere coraggio di esplorare e di mettersi in gioco. Quanto contano i sogni per il raggiungimento di un obiettivo così ambizioso? 

“Io ho il grande sogno di diventare astronauta, che è un sogno enorme, lontanissimo e difficilissimo. Penso che i sogni siano il motore che ci consentono di andare avanti durante i periodi difficili e ci portano in luoghi che mai ci immagineremmo. Ci danno opportunità che mai ci immagineremmo…”.

“I sogni siano il motore che ci consentono di andare avanti durante i periodi difficili e ci portano in luoghi che mai ci immagineremmo”.

Che effetto ha avuto sulla tua personale esperienza la figura di Samantha Cristoforetti?

“Samantha Cristoforetti è stata la persona grazie alla quale ho trovato la mia strada. Quindi, per questo motivo per me lei significa molto. Io ancora adesso continuo ad avere grande ammirazione nei suoi confronti perchè lei non è solo un astronauta. Lei è anche un pilota militare e una mamma. Al momento è in Cina, che studia cinese e si allena con i taikonauti. Io trovo che sia una cosa incredibile riuscire a fare tutto questo. Lei è il mio idolo, il mio esempio di realizzazione”.

Secondo Giulia come si combatte il gender gap? È qualcosa su cui rifletti anche per quello che potrebbe essere il tuo lavoro del futuro? Lancia un messaggio a tutte quelle ragazze che come te sono appassionate di materie STEM. 

“Io non do peso al fatto di essere donna perché la scienza è per tutti. La scienza ha bisogno di tutti; ha bisogno di attenzione, non importa chi siamo, l’importante è che siamo appassionati per quello che facciamo. Lo STEM è un mondo meraviglioso; la scienza è qualcosa di veramente bellissimo. È un mondo che è complesso e impegnativo perché ci sono materie non troppo facili da studiare, da comprendere e da affrontare. Si tratta di qualcosa che richiede anche dei sacrifici, La scoperta scientifica, la ricerca e tutto ciò che in qualche modo aiuta la nostra società, migliora e porta al progresso penso sia qualcosa di incredibilmente importante e che abbia bisogno di persone appassionate. Quindi se voi sentite che questa è la vostra vocazione e che è quello che volete fare, venite perché la scienza vi accoglie a braccia aperte”.

“La scienza è per tutti. La scienza ha bisogno di tutti; ha bisogno di attenzione, non importa chi siamo, l’importante è che siamo appassionati per quello che facciamo”.

Continuate a seguire Synesthesia e Girls Tech per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro storie e visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.

Alice, tra le tante attività che svolgi in ambito digitale, dirigi un interessante progetto editoriale, l’Osservatorio di Antropologia digitale Be Unsocial. Di cosa si tratta esattamente? Come nasce l’idea di dar vita a questa iniziativa di antropologia digitale?

“Be Unsocial ha radici lontane. Sono inciampata sull’etnografia digitale per caso parecchi anni fa ed è stato amore a prima vista. Non poteva essere altrimenti: ho un background ibrido, a cavallo tra lettere moderne prima e pubblicità, e da tempo cercavo di portare un approccio più umanistico nel mio lavoro di digital strategist.

L’etnografia digitale mi ha fatto capire che era possibile affiancare al marketing uno sguardo più autentico e vicino alle persone. Da queste premesse, il mio interesse per l’antropologia digitale è esploso negli ultimi due anni e la nascita di Be Unsocial ha coronato il sogno di portare questa cultura anche nel nostro Paese e nei processi aziendali.

Avvicinarsi all’antropologia digitale è come intraprendere un viaggio che si rivela essere molto più lungo di quanto avevi inizialmente programmato. Lo scopo del mio osservatorio è quello di fornire mappe utili per capire come noi esseri umani ci muoviamo in Rete. Si impara tanto degli altri, che possiamo osservare come vere e proprio tribù, ma anche di noi stessi.

Questo accade perché tale disciplina cerca di trovare un equilibrio tra l’universale e il particolare, tra somiglianze e differenze. Cerca di comprendere le connessioni all’interno della società e il digitale e di spiegare le interrelazioni con i dispositivi tecnologici che ci circondano”. 

Che cosa vuol dire essere una ricercatrice di cultural insight e small data per le aziende tecnologiche? 

“Significa comprendere innanzitutto le identità culturali delle persone, dove per “cultura” non intendiamo “quanti libri hanno letto o quali musei hanno visitato” ma quell’insieme di pattern che sono adottati nella quotidianità: i gesti, le abitudini, le credenze, le emozioni che si provano. Sono tutti insight importanti, ovvero conoscenze che possiamo raccogliere sul pubblico. A volte si usa il termine “thick data”, proprio per sottolineare che si tratta di informazioni “di un certo peso”; altre semplicemente si usa small data, perché in fondo sono piccoli dati visibili solo a un occhio umano.

Tornando al termine “cultura”, è interessante notare come questo termine abbia origine dalla parola latina colere, che si traduce “coltivare”. In effetti, l’antropologia cerca di far avanzare la conoscenza sugli aspetti dell’umanità che non sono naturali (innati) ma piuttosto coltivati, acquisiti.

Come i comportamenti, le relazioni e il linguaggio. E sono proprio questi tre aspetti a essere indagati dall’etnografia digitale soprattutto quando applicata al mondo corporate.

È immenso il patrimonio di conoscenze che un brand può acquisire semplicemente grazie all’osservazione dei propri consumatori: come si comportano con il loro prodotto, quali sono le leve di engagement dentro la community di riferimento, che linguaggio utilizzano. Small data, appunto, che affiancano i risultati dell’analisi quantitativa (e che spesso ne restituiscono un significato)”.

“È immenso il patrimonio di conoscenze che un brand può acquisire semplicemente grazie all’osservazione dei propri consumatori”

Che rapporto c’è secondo te tra la tecnologia e la cultura?

“La relazione tra le due è strettissima, un tutt’uno. Basta stare a una delle definizioni più classiche di cultura fatta risalire all’antropologo vittoriano Sir Edward B. Tylor, che nel 1871 definì la cultura come “quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, le arti, la morale, la legge, i costumi e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo”. Una definizione questa che ci suggerisce che la cultura si riferisce alle capacità mentali (pensieri) e al comportamento (azioni); implica che sia appresa e condivisa, integrata e dialettica. Non è forse questa la natura stessa della Rete? 

La cultura è l’insieme di capacità, nozioni e forme di comportamento che gli individui hanno acquisito come membri di una società. E la tecnologia, in tutte le sue forme, ne è la massima espressione. In antropologia, per “artefatti culturali” ci si riferisce a tutto ciò che è stato creato da un essere umano che può fornirci informazioni sulla cultura del suo creatore e degli utenti. Eccoci dunque a studiare gli strumenti – smartphone, tablet, assistenti vocali – ma anche l’uso che si fa di questi strumenti – selfie su Instagram, video su TikTok, recensioni su Amazon”. 

“la cultura si riferisce alle capacità mentali (pensieri) e al comportamento (azioni); implica che sia appresa e condivisa, integrata e dialettica. Non è forse questa la natura stessa della Rete?” 

Che rapporto hai tu con le nuove tecnologie?

“Sono curiosa, e mi approccio agli strumenti da consumatrice, prima ancora che da ricercatrice. Mio padre è stato un early adopter di ogni genere di tecnologia e così ho avuto la fortuna di crescere tra i primi computer e cellulari, nonché di potermi muovere in Rete quando ancora era poco diffusa in Italia. Ero piccola, e mai avrei immaginato che un domani sarebbe diventato il mio lavoro. 

Con l’adolescenza, ho vissuto poi un lungo periodo nerd: smontavo i case, montavo schede grafiche, passavo intere giornate prima sulle messaggerie e poi su IRC. A guardarmi indietro, ciò che mi affascinava di più era capire cosa c’era dietro agli strumenti che abitavano la mia casa e come le persone interagivano tra loro online. Ieri come oggi”.

Nel 2018 hai pubblicato il primo saggio italiano sull’approccio netnografico “People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale” (Cesati). Perché è così importante studiare il comportamento degli utenti in rete?

“Perché siamo esseri umani anche dietro ai nostri schermi, con le nostre paure e i nostri bisogni. Ed è riduttivo segmentare gli utenti in Rete secondo le logiche del marketing e delle personas. Siamo molto altro, e possiamo scoprirlo solo attraverso l’osservazione umana che va ben oltre le analisi di mercato. 

Come riporto nel primo capitolo del libro, il gesto del trasformare in storie i dati raccolti dall’osservazione è antichissimo. Erodoto, per esempio, già nel quinto secolo avanti Cristo, ha scritto dei “popoli barbari” a Est e a Nord della penisola greca. Ha fatto quello che oggi fa un netnografo: si è impegnato in uno studio culturale comparativo nel confrontare i costumi e le credenze di queste “community” con quelli di Atene. Perché Erodoto prima e noi dopo osserviamo gli altri? Per contestualizzare il presente, capire il passato, e soprattutto tracciare la proiezione del futuro. Osservare aiuta a prevedere ciò che potrebbe accadere, quali trend potrebbero prendere piede e diventare nuovi riti”.

“Perché Erodoto prima e noi dopo osserviamo gli altri? Per contestualizzare il presente, capire il passato, e soprattutto tracciare la proiezione del futuro.”

Come è cambiato il nostro comportamento in Rete dopo il Covid? 

“Ad Aprile, ero convinta che qualcosa stesse cambiando nel nostro uso dei social media: sembrava stessimo diventando tutti più consapevoli dell’esposizione in Rete. Mi sono dovuta ricredere a posteriori, lo ammetto. A livello individuale, a conti fatti, l’emergenza sanitaria non ci ha reso persone migliori; semplicemente, ci ha resi più “noi stessi”, più autentici agli occhi degli altri. 

“l’emergenza sanitaria non ci ha reso persone migliori; semplicemente, ci ha resi più noi stessi”

Il lockdown ha imposto una narrativa più reale, ma non perché abbiamo capito chissà quale valore spirituale della vita. Semplicemente, ciò che poteva rappresentarci era limitato: per mesi al posto degli aperitivi in piazza o a bordo piscina, abbiamo pubblicato il pane fatto in casa perché era la massima rappresentazione “patinata” che potevamo fare di noi. Con le riaperture, siamo tornati a fare quello che facevamo prima: essere indignati su Facebook e mostrare le spiagge paradisiache su Instagram. Un ulteriore segno che l’essere umano si adatta a ogni circostanza, ma tende a non voler cambiare schemi di comportamento”.

È possibile rintracciare nel linguaggio dei social network tracce di futuro?

“Certamente, ma occorre non fare l’errore che ho commesso io durante il lockdown:avere fretta di giungere a conclusioni e dare giudizi affrettati. Intercettare tracce di futuro significa avere pazienza, immaginare scenari, collezionare segnali, mappare delle ricorrenze di comportamenti, usi e costumi sul medio e lungo termine. Su questo uno strumento estremamente interessante da usare come punto di partenza è Google Trends, che ci permette di monitorare gli andamenti delle tracce che stiamo seguendo”.

Parliamo ora di un tema particolarmente caro a GirlsTech, il gender gap in ambito STEM. Secondo Alice a che punto siamo oggi? 

“Uno dei miei principali campi di interesse con Be Unsocial riguarda la Generazione Alpha, i bimbi nati dopo il 2010 per intenderci. Ancora più delle generazioni precedenti, gli Alpha tendono a imparare e giocare allo stesso tempo. I contenuti “a domicilio” su YouTube stanno diventando sempre più popolari, soprattutto quelli che stimolano le competenze STEM. Interessanti, per esempio, i casi esteri di Coding Critters, RosieReality e Funexpected. Oppure Amazon STEM Club, che incoraggia l’esplorazione e la creatività tra bambini di tre e quattro anni con giocattoli scelti da esperti.

“Ancora più delle generazioni precedenti, gli Alpha tendono a imparare e giocare allo stesso tempo”

In Italia seguo con interesse il progetto Stem*Lab Scoprire Trasmettere Emozionare Motivare, selezionato da Con I Bambini Impresa Sociale nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coordinato dal Consorzio Kairos di Torino. Insomma, da osservatrice esterna, le cose si stanno muovendo lentissime, ma nella giusta direzione”.

Ultima domanda: Alice cosa farà nel futuro?

“Sarò breve: porterò avanti Be Unsocial, cercando di far crescere in Italia la conoscenza di questa affascinante materia che è l’antropologia digitale e la consapevolezza del valore degli small data che si possono raccogliere. Soprattutto per i brand”. 

Continuate a seguire Synesthesia e Girls Tech (evento dedicato alla lotta contro il gender gap femminile in ambito STEM) per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Continueremo a raccontarvi le loro storie e visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.

Il primo passaggio che durante l’emergenza abbiamo dovuto affrontare è stato ovviamente spostare la nostra operatività completamente on line sia per favorire lo smartworking sia per venire incontro all’impossibilità di agire in presenza. Come per molte altre aziende si è trattato di una trasformazione che ha richiesto tempo, impegno e anche un po’ di ingegno.

Portare on-line le iniziative già esistenti ha trasformato i nostri progetti locali in vere e proprie imprese a livello nazionale, con un pubblico notevolmente più allargato e opportunità moltiplicate. Lo sforzo compiuto finora per rendere le risorse disponibili gratuitamente e il supporto ai progetti no-profit è una dimostrazione chiara del nostro impegno. Non tutto è stato programmato e non tutto era previsto: lo spirito di adattamento ha avuto un ruolo molto forte in tutto il processo.  

Il Covid-19 ha forzato infatti un cambio di prospettiva, puntando i riflettori su quanto in Italia oggi sia presente e drammatico il digital divide. Per rispondere a questa crisi e adattarsi alla “nuova normalità” sono necessari investimenti e una visione a lungo termine. Alcuni dei cambiamenti causati da questa interruzione sono qui per rimanere, e questa “nuova normalità” sarà certamente diversa da quella precedente.

Al nostro interno

Per quanto riguarda le iniziative rivolte ai nostri team abbiamo dato vita a una newsletter denominata Syn Coffee Break. L’invio è settimanale ed è rivolta a oltre un centinaio di persone, tra dipendenti, collaboratori e partner. Raccoglie le buone notizie dal mondo (non solo tech) e volutamente non tratta il tema legato all’emergenza. 

Si tratta di un modo per sentirci vicini anche stando lontano e condividere “buone sensazioni” e un caffè virtuale. Da poco abbiamo introdotto anche dei giochi a premi realizzati utilizzando il bot specifico di Telegram e creando una stanza virtuale chiamata “Sala Giochi”.

Nel mese di aprile abbiamo lanciato, inoltre, Syn Good Music, la nostra playlist su Spotify, per ascoltare e condividere, nonostante la distanza, i nostri momenti musicali più significativi. La playlist è modificabile da tutti, anche al di fuori di Synesthesia. In pochi giorni i brani in essa contenuta (corrispondenti al variegato mondo delle preferenze di chi l’ascolta e la implementa) sono aumentati e ora sono quasi un centinaio.

Al nostro ritorno avremo delle precauzioni da prendere e, oltre al piano sanitario che l’azienda ha attivato per tutti i dipendenti sin da subito, abbiamo provveduto a creare una vera e propria “campagna informativa” e di comunicazione con un brand ad hoc denominato “Fight the virus”. Come potete vedere dall’immagine abbiamo iniziato a brandizzare i dispenser del gel antibatterico e creeremo altri gadget per promuovere la sicurezza nel posto di lavoro. Non ultime le mascherine che saranno fornite a tutto il personale e agli ospiti.

Verso l’esterno

La nostra comunicazione è cambiata, è diventata più frequente soprattutto sul blog e sui social media. Il messaggio che abbiamo voluto veicolare sin da subito: Noi ci siamo, siamo aperti e pronti a dare una mano, non solo ai nostri clienti, ma a chi ne ha veramente bisogno. La digital transformation è un percorso lento e molto articolato, ma durante questa emergenza abbiamo dovuto in alcuni casi bruciare le tappe e mettere a disposizione tutto il nostro know how per aiutare altre aziende e inventare progetti nuovi profit e no-profit.

Si tratta di cambiamenti che Synesthesia, per certi aspetti, aveva già intercettato prima della diffusione del COVID-19, soprattutto nell’ambito dell’istruzione e la formazione dove da tempo siamo molto attivi, basti pensare ai corsi di formazione avanzati per professionisti in ambito digitale e progettuali promossi da Synesthesia Academy; ai percorsi formativi tecnologici rivolti ai bambini e ai ragazzi di di età compresa tra 7 e 18 anni di FuturMakers; e all’azione decisa e concreta di cambiamento per un mondo STEM più inclusivo con Girls Tech. 

Insieme al partner Rekordata e a Synesthesia Academy abbiamo deciso di offrire nuove occasioni di crescita professionale per insegnanti e professionisti impegnati in attività di smart working con webinar gratuiti o a pagamento. 

Durante questo difficile periodo di emergenza abbiamo continuato a portare avanti i nostri progetti di formazione, di sviluppo e implementazione tecnologica, incrementando notevolmente i nostri sforzi per trasformare le iniziative in soluzioni digitali innovative per tutti: dai professionisti e insegnanti impegnati in attività di telelavoro all’aiuto concreto a tutti gli studenti che hanno bisogno di un dispositivo tecnologico per accedere alla didattica; dal nostro personale impegnato in attività di smart working al sostegno di piccole e medie imprese con iniziative di solidarietà internazionale.

Vediamo in breve cosa abbiamo creato:

“FuturMakers@HOME“, abbiamo spostato le nostre lezioni tech per bambini e ragazzi on line con un’appuntamento settimanale gratuito sul nuovo canale YouTube di FuturMakers. Allo stesso tempo alcuni corsi a pagamento sono diventati momenti di incontro realizzati su Google Meet e gestiti dai nostri coach e dai nostri insegnanti. La platea dei possibili partecipanti è passata da locale a nazionale. I risultati sono più che incoraggianti.

TuttiConnessi, l’iniziativa no profit nata dalla collaborazione tra SYX – non profit organization, Tékhné Teatro, Informatici Senza Frontiere Onlus e Museo Piemontese dell’Informatica – MuPIn, con l’obiettivo di fornire strumenti tecnologici digitali agli studenti che ne hanno bisogno. Dispositivi ricondizionati raccolti da donatori su Torino (e a breve Roma) da donare alla famiglie in fragilità, che sul territorio torinese sono davvero tantissime. TuttiConnessi è supportato anche da una campagna di crowdfunding che abbiamo realizzato con Rete del Dono.

Insieme a ARCHIbuzz abbiamo sviluppato la nuova funzione “Offerta Emergenza Covid19” di Lastminutesottocasa per consentire ai negozianti di informare i cittadini di zona sull’attività del negozio e sui servizi aggiuntivi offerti, come la possibilità di avere la spesa pronta e imbustata o consegnata a domicilio.

SpesaSospesa. Insieme a Regusto, Foodchain, SorgeniaSlowFood, Impact Hub Torino, Rekordata s.r.l, CharityStars Italia abbiamo dato vita alla piattaforma di charity denominata Spesasospesa, una progetto di solidarietà alimentare per l’acquisto, la vendita e la donazione di generi alimentari di prima necessità che trasforma un potenziale spreco alimentare in un prezioso aiuto i cittadini e alle aziende alimentari che sono in difficoltà.

Droidcon Webinar. Il nostro evento più importante è diventato al momento virtuale. Abbiamo creato un format con relatori internazionali in questa nuova webinar series realizzata grazie alla collaborazione di Bluetooth. 

Abbiamo, infine, deciso di sostenere  #OpenWeStand, l’azione concreta e solidale dedicata a chiunque in questo periodo di emergenza a livello internazionale sta lottando per tenere in la salute economica delle piccole e medie imprese. Lo abbiamo fatto perché crediamo nella forza della condivisione delle buone idee. 

Per concludere…

Videochiamate, e-learning, eCommerce, eventi virtuali, streaming, gaming, ma non solo. L’emergenza Covid-19 ci sta insegnando molte cose. Una su tutte: da oggi siamo tutti più digitali. Il passaggio è obbligato e l’accelerazione di questi mesi è una grande palestra che ci ha insegnato a essere veloci ed efficaci.

Qualunque sia il futuro del mondo, Synesthesia sarà sempre pronta a raccogliere e ad anticipare nuove sfide e a dare una mano. Questo è sempre di più un obiettivo primario per noi e per tutto il nostro team. 

Volete saperne di più? Avete bisogno di aiuto o di consigli. Noi ci siamo.

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In Synesthesia crediamo che le soluzioni digitali possano aiutare in modo concreto a colmare il divario esistente tra i settori creativi e quelli tecnologici. Da anni poniamo grande enfasi sull’educazione digitale per adulti e bambini, attraverso la formazione, i giochi e i seminari, utilizzando metodi innovativi e interattivi. Domani il nostro CEO Francesco Ronchi parlerà di innovazione digitale nei settori creativi e culturali raccontando le nostre iniziative prima, durante e post COVID-19 all’ European Internet Forum (EIF). 

Da anni EIF sostiene lo sviluppo di politiche pubbliche europee in risposta alle sfide politiche, economiche e sociali della trasformazione digitale mondiale attraverso un ricco e continuo programma di dibattiti con le parti interessate. Durante quest’evento i partecipanti si confronteranno sui cambiamenti digitali futuri che si stanno verificando in Europa, con particolare attenzione all’esperienza del consumatore online. Come ben sappiamo, l’emergenza  COVID-19, in questo periodo, ha causato la chiusura di scuole, musei, teatri, cinema e piazze di tutto il mondo. Molte organizzazioni legate al mondo della creatività e della cultura hanno deciso di reagire decidendo di intraprendere la strada dell’innovazione per offrire gli stessi servizi attraverso nuove esperienze digitali (per esempio: lezioni online, webinar, smart working, spettacoli in streaming, ecc). 

Mai come in questi giorni, infatti, è stato possibile raggiungere gruppi di utenti così numerosi tramite l’uso della rete. Indipendentemente dal sesso, dalla razza o background culturale, tutti oggi possono accedere alle stesse informazioni o esperienze in modo facile e senza vincoli territoriali. Si è concretizzato, così, improvvisamente, il passaggio globale alla digitalizzazione dell’esperienza formativa e creativa (ovviamente con molti limiti legati al digital divide)

Portare online i propri contenuti creativi e culturali per facilitare l’accessibilità di tutti coloro che, per problemi economici, di mobilità e di salute, sono costretti a vivere in condizione di isolamento rappresenta una sfida che Synesthesia ha raccolto offrendo soluzioni digitali innovative ancor prima della diffusione COVID-19 attraverso una serie di iniziative educative con Synesthesia Academy, fornendo corsi di formazione avanzati per professionisti in ambito digitale e progettuale; con FuturMakers offrendo percorsi formativi rivolti ai bambini e ai ragazzi di età compresa tra 7 e 18 anni per insegnare loro coding, elettronica, robotica, making; con Girls Tech favorendo l’avvicinamento di unl maggior numero di ragazze al mondo STEM. 

La crisi COVID-19 in questo periodo ha solamente amplificato questi sforzi. In questo momento difficile abbiamo, infatti, deciso di offrire, insieme al partner Rekordata e a Synesthesia Academy nuove occasioni di crescita professionale per insegnanti e professionisti impegnati in attività di smart working con webinar gratuiti o a pagamento. Per quanto riguarda, invece, i servizi educativi per bambini e ragazzi, abbiamo dato vita a due importanti iniziative: “FuturMakers@HOME“, l’appuntamento settimanale gratuito sul canale YouTube di FuturMakers e TuttiConnessi,

TuttiConnessi è un’iniziativa no profit nata dalla collaborazione tra SYX – non profit organization, Tékhné Teatro, Informatici Senza Frontiere Onlus e Museo Piemontese dell’Informatica – MuPIn, con l’obiettivo di fornire strumenti tecnologici digitali agli studenti che ne hanno bisogno.

Innovare per noi non significa solo inventare qualcosa di nuovo, ma anche saper trasformare il significato di qualcosa che è già presente nelle nostre vite in una nuova esperienza digitale per il mondo. La cultura e la creatività devono andare avanti, anche durante l’emergenza. Per questo motivo e per un’Europa più unita e connessa ci impegneremo ogni giorno a portar avanti i nostri progetti e le nostre iniziative, cercando come sempre di fare la differenza. 

PROGRAMMA DELL’EVENTO:

Welcome and introduction

Sabine Verheyen MEP and EIF Steering Committee Member 

Speakers


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