Il video diffuso dalla multinazionale di Cupertino lo scorso 26 aprile 2021 spiega come, grazie al nuovo sistema operativo di iOS, sarà direttamente l’utente a decidere quando consentire alle app di collezionare i dati per creare un profilo personale e un’identità digitale.

Se questo ha scatenato qualche flashback proveniente da Matrix, l’immagine mentale è voluta.“What is the Matrix? The Matrix is a computer-generated dream, built to keep us under control. In order to change the human being into this” (immaginate i vostri dati personali al posto della pila) – Morpheus che si rivolge a NEO all’inizio di Matrix.

Facebook sta cercando le misure da adottare nel momento in cui Apple consentirà ai suoi utenti di negare il consenso per la pubblicità targetizzata. Molte compagnie, come il noto social network si difendono, affermando che il targeting ADS rende migliore l’esperienza degli utenti sulle applicazioni. Apple, invece, su questo tema si schiera apertamente contro l’azienda rivale: una vera e propria “guerra fredda” tra le due multinazionali, come si può intuire anche dalle continue dichiarazioni rilasciate dai rispettivi CEO.

Come si è arrivati a questa situazione?

Prima del 2011, il rapporto tra Steve Jobs e Mark Zuckerberg era quasi “idilliaco”: incontri privati raccontati in libri e biografie e un legame simile a quello condiviso tra Obi Wan Kenobi e Anakin Skywalker. 

Facebook era una piattaforma già usata da milioni di persone e Apple sviluppò il device che consentì la fruizione della piattaforma nel miglior modo possibile. Il 2011 fu l’anno di svolta: Tim Cook prese il posto di Jobs dopo che questi fu costretto a lasciare la guida di Apple per motivi di salute. Il nuovo CEO adottò immediatamente una direzione diversa per l’azienda, più incline alla protezione dei dati personali. 

A livello aziendale, il rapporto tra le due Big Tech si raffreddò nel 2012 quando “Zuck” decise di creare, insieme a HTC e AT&T, il suo telefono, l’HTC First, con un sistema operativo differente e un proprio servizio di messaggistica istantanea. Il progetto naufragò nel 2013 ma la vicenda conteneva già in sé i punti di futuro contrasto tra le aziende.

Gli avvenimenti politici della seconda parte del decennio furono influenzati pesantemente dalle campagne di comunicazione organizzate da gruppi di influenza sulle piattaforme social. Il caso di Cambridge Analytica, scoppiato all’inizio del 2018, è stato emblematico: l’azienda britannica aveva raccolto i dati personali di 87 milioni di account Facebook senza il loro consenso e li aveva usati per scopi di propaganda politica. 

A metà marzo 2018 il New York Times fornì le prove della raccolta non autorizzata delle informazioni, mentre il The Guardian scoprì che Facebook era a conoscenza delle attività illecite del gruppo da almeno due anni, ma non aveva fatto niente per proteggere i dati dei suoi utenti.

Non è tutto: Tim Cook fu ospite dell’emittente MSNBC nei giorni in cui Zuckerberg venne convocato dal Senato USA per rispondere alle accuse di non aver impedito la manipolazione dei dati personali sulle sue piattaforme. Alla domanda su come si sarebbe comportato lui di fronte alla Commissione, Cook dichiarò: “Io non mi sarei mai trovato in quella situazione: la privacy è un diritto costituzionale degli USA, un diritto umano”. Tim Cook decise così di fare della privacy una colonna portante del business model di Apple. In larga parte la decisione fu presa tenendo in considerazione il trend del momento.

Ogni anno, Apple organizza la Worldwide Developers Conference: un evento in cui sono presentati i prodotti in uscita per l’anno successivo. Nel 2018 Tim Cook presentò un’estensione per Safari che bloccava i cookies di tracciamento. Quale fu il portale usato come esempio per promuovere questa nuova feature? Instagram, mettendo così Facebook in disparte.

Nel 2019, in occasione della conferenza annuale organizzata dalla banca d’investimento Allen&Company a Sun Valley, in Idaho, e riservata a mogul delle aziende tech e media, si consumò la deriva finale. 

Da quanto emerso di recente Mark Zuckerberg provò a “sporgere un ramoscello d’ulivo” a Tim Cook chiedendo come lui avrebbe affrontato le conseguenze del caso Analytica. 

Tim, gelido, rispose che si sarebbero dovute cancellare tutte le informazioni collezionate con le piattaforme di Facebook nel corso degli anni. In pratica, Cook, di fronte al gotha della Silicon Valley, disse a Zuckerberg che il suo business model era “tossico”. E l’offerta di pace fu rispedita al mittente.

A questo punto “Zuck” perse definitivamente la pazienza, dichiarò che Facebook avrebbe sviluppato una piattaforma per tutti, senza necessità di sborsare migliaia di dollari. 

Apple, paladina della protezione dei dati personali?

Anche da parte del colosso di Menlo Park la strategia di comunicazione si divise tra critiche personali rivolte a Tim Cook e valutazioni sull’operato della multinazionale concorrente.

Facebook iniziò a diramare migliaia di annunci su come, in tutto il mondo, ci fossero imprese che avevano prosperato grazie alle attività sulle piattaforme social e in particolare attraverso la funzione di pubblicità target. 

Può risultare credibile che Facebook si erga a paladino di piccole medie imprese? Il controsenso può trovare consistenza nei dati e nel giro d’affari prodotto nell’ultimo anno, in cui migliaia di imprese effettivamente si sono rese conto dell’importanza della pubblicità sui canali digitali e, convertendo la business organization, hanno potuto sopravvivere. 

La migliore freccia nella faretra di Facebook però risiede tuttora nell’ipocrisia di Apple. L’azienda di Cupertino, infatti, vende in Cina ogni anno centinaia di milioni di dispositivi, realizzando utili considerevoli. Non solo, assembla nel Paese asiatico la maggior parte dei device e soprattutto condivide con il governo locale tutti i dati che transitano nei server e sui dispositivi, incluso l’App Store. 

Al contrario di altre compagnie (Google Search, per esempio) che hanno rinunciato a condividere le informazioni, Apple ha deciso di affidare il trattamento dei dati personali degli utenti cinesi a Guizhou-Cloud Big Data, una compagnia di proprietà del Governo cinese.

Un altro argomento che spesso viene portato all’attenzione dai detrattori di Apple è che Siri funziona con il motore di ricerca di Google, la cui politica sui dati personali è tanto invasiva quanto quella di Facebook (se non di più) .

Sebbene i temi sollevati siano di primaria importanza, senza ombra di dubbio è l’azienda di Menlo Park che sta accusando i colpi inferti dalla concorrenza. 

In fin dei conti, per l’utente delle piattaforme digitali è semplice sposare i temi sollevati da Apple (privacy è buona cosa), sebbene purtroppo sia altrettanto facile chiudere più di un occhio sul rispetto dei diritti umani in altri contesti del globo.

Gli argomenti fatti emergere da Facebook sono percepiti come frammentati e raggiungono gli utenti più tardi rispetto al messaggio lanciato dall’azienda di Cupertino.

In conclusione: il paradosso della privacy

Ma quanto interessa davvero l’argomento alle multinazionali? Forse l’unica risposta è “nella misura in cui possono trarne un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza”.

Apple sta capitalizzando sulla tensione costruita negli ultimi anni e ha “stravinto” questo round. Facebook deve trovare un altro modo per risalire la china (una china che ha prodotto 27 miliardi di dollari di ricavi nell’ultimo quadrimestre).

Perché non siamo più nel panorama del 2011? Per amore della competizione insita nella Silicon Valley dove se non stai crescendo stai recedendo. La competizione tra CEO è l’unica regola tra chi vive quella situazione: l’economia americana è fondata sull’assunto “Go big or go home”. 

Seguendo questo ragionamento possiamo dedurre che l’immagine pubblica di Zuckerberg sia in declino, offuscata dalla diatriba con Tim Cook e dall’ascesa di altri personaggi nel mondo Tech che ne stanno appannando la dimensione pubblica.

Quando lasciamo alle corporazioni il compito di tutelare i nostri diritti va a finire male. Quali saranno i prossimi campi di battaglia? Possiamo ipotizzare: messaggistica istantanea, piattaforme di gaming, podcast e soprattutto realtà aumentata e virtuale.

Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.


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Un “passaporto verde” per ripartire

Il turismo è da sempre per l’Italia una delle principali fonti di guadagno e crescita. Nel 2019 rappresentava il 13% del PIL. Ed è altresì ben noto come proprio il settore turistico sia stato uno dei più colpiti dalla pandemia di Coronavirus. L’impossibilità di viaggiare e visitare Paesi esteri ha sottratto a moltissime realtà la loro principale fonte di guadagno. Basti pensare alle località sciistiche che per la stagione 2020 sono rimaste integralmente chiuse, senza alcuna possibilità di lavorare e recuperare le entrate stagionali di solito conseguite. 

Andando verso la stagione calda, con l’avvicinarsi delle ferie estive e nell’ottica di contenere i danni, l’Italia prima e l’Europa poi si sono attivate introducendo il “Green Pass”. Con questo documento, che attesta l’avvenuta vaccinazione o comunque la guarigione dalla malattia o la negatività a essa, sarà possibile viaggiare in Europa e non solo (rientrano nel programma infatti anche gli USA e Israele, dal momento che le vaccinazioni in questi Stati hanno raggiunto numeri rassicuranti) senza dover rispettare alcun periodo di quarantena. Una svolta importante, dunque, per tutti coloro che desidereranno viaggiare per piacere e svago e non perché costretti da esigenze lavorative. 

Le osservazioni del Garante

Il nuovo passaporto verde nazionale presenta, secondo il Garante per la protezione dei dati personali, alcune criticità. All’indomani, infatti, dell’emanazione del D.L. n.52, il 23 aprile 2021 il Garante ha sottoposto all’attenzione del Governo un provvedimento di avvertimento con alcune osservazioni rilevanti . 

Secondo il Garante, innanzitutto, il provvedimento normativo non definirebbe, con precisione e chiarezza, le finalità per il trattamento dei dati sulla salute, lasciando ampio spazio a possibili utilizzi futuri non autorizzati. Un simile difetto viola il principio di proporzionalità previsto dall’art. 6 del GDPR.  Secondo l’Autorità il decreto legge n.52 sarebbe in contrasto anche con l’art. 5 del Regolamento europeo e quindi con il principio di minimizzazione per cui i dati raccolti “devono essere adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario” (come si legge nello stesso provvedimento). 

È stata sollevata poi anche un questione riguardante l’esattezza e l’aggiornamento dei dati raccolti. Il testo normativo predisposto dal Governo, infatti, non stabilisce, secondo il Garante, un meccanismo chiaro e preciso per l’aggiornamento, la cancellazione o la rettifica dei dati sanitari che richiedono di essere costantemente corretti e attuali per rispettare i diritti dei cittadini (titolari dei dati) stabiliti dallo stesso GDPR.

Il Garante evidenzia, infine, una criticità legata al principio di trasparenza. Nel testo di legge non viene indicato il titolare del trattamento dei dati né i soggetti che vi hanno accesso o che sono responsabili di controllare la validità e l’autenticità delle certificazioni verdi. È evidente che una simile mancanza può comportare conseguenze molto gravi: è molto difficile, infatti, se non addirittura impossibile, per i cittadini sapere a chi rivolgersi in caso di violazioni dei propri diritti riguardanti i dati contenuti nel passaporto verde. 

In conclusione 

Il Green Pass rappresenta senz’altro un tentativo importante di tornare alla normalità pre-pandemia e di limitare il più possibile i gravi danni subiti da tutto il settore turistico italiano ed europeo. Tuttavia, come abbiamo visto, le sfide da affrontare sono ancora molte e di grande impatto e rilevanza. Nei prossimi mesi dovranno essere prese scelte importanti e ponderate da parte dei governi nazionali e delle autorità comunitarie al fine di non ledere i diritti dei cittadini europei in materia di dati personali e privacy, garantendo allo stesso tempo un ritorno efficace alla normalità.


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È necessario e urgente allora trovare una via per semplificare e rendere fruibili queste informazioni così importanti che ci toccano molto da vicino. Occorre trovare un modo per far sì che chiunque leggendole anche rapidamente possa avere un’idea chiara del contenuto. In questo senso il contest “Informative privacy più chiare grazie alle icone? È possibile” lanciato dal Garante italiano per la Protezione dei Dati personali rappresenta una proposta creativa e accattivante. Cerchiamo allora di capire lo “stato dell’arte” attuale e l’importanza dell’iniziativa per il futuro di tutti.

Lo scenario degli artt. 13 e 14 GDPR

In un mondo sempre più digitalizzato e interconnesso, le “tracce” che lasciamo online sono numerosissime al punto che è quasi impossibile mantenerne il controllo. I problemi sorgono quando queste “tracce” contengono dati personali, più o meno sensibili, che ci appartengono e in grado di ricondurre i terzi a noi. L’esigenza, dunque, di proteggere queste informazioni da un uso distorto e non autorizzato a opera di estranei è evidente. Per questi motivi l’UE ha emanato un regolamento ad hoc, il General Data Protection Regulation 2016/679 o GDPR, con l’obiettivo, appunto, di tutelare i dati personali dei propri cittadini. 

Gli artt. 13 e 14 del GDPR costituiscono il cuore della normativa di tutela. Contengono un elenco di informazioni che chi tratta i dati altrui deve obbligatoriamente fornire all’interessato. Queste informazioni riguardano, per esempio, l’identità e i dati di contatto del titolare del trattamento e, ove applicabile, del suo rappresentante, le finalità del trattamento, il periodo di conservazione dei dati personali, il diritto dell’interessato di chiederne la cancellazione o la rettifica e molto altro.

È evidente che si tratta di un elenco corposo, tecnico e poco leggibile da un pubblico ampio, disomogeneo e spesso di fretta. Basti pensare che tutte queste informazioni devono essere contenute nel volantino del supermercato che compiliamo per iscriverci a un “programma fedeltà”. Non leggeremo mai una normativa sulla privacy così strutturata in quelle circostanze.

Semplificare le informazioni sulla privacy, ma come? 

Una possibile risposta alla questione arriva dall’Autorità Garante nazionale con un’idea creativa e innovativa allo stesso tempo: lanciare un contest rivolto a grafici, designer, sviluppatori, avvocati, tecnici del settore e più in generale a chiunque voglia mettersi in gioco nel tentare di tradurre la normativa del testo europeo in icone, simboli o immagini. È risaputo che una grafica efficace è in grado di catturare la nostra attenzione molto più di un eccellente romanzo. Le immagini sono più immediate e fruibili da tutti. E questo vale ancora di più nel nostro quotidiano in cui siamo bombardati di informazioni e abbiamo sempre meno tempo per leggere. Per non dimenticare che la nostra stessa comunicazione passa sempre di più attraverso emoticon, gif e icone di ogni tipo.

L’iniziativa lanciata dal nostro Garante è, dunque, davvero “al passo con i tempi”. Sul sito del GPDP, nella sezione dedicata al contest, leggiamo che “le proposte ritenute più efficaci e coerenti con le norme del Regolamento saranno rese disponibili, in licenza CC BY a chiunque voglia utilizzarle, con l’indicazione dell’autore”. Il progetto ha quindi anche il grande pregio di coinvolgere in prima persona i cittadini e i risultati potrebbero tradursi in un’importante conquista condivisa sulla via della semplificazione per tutti.

In conclusione

Anche le leggi, come tutto ciò che riguarda da vicino la società e le sue dinamiche, necessitano costantemente di essere aggiornate soprattutto nel momento in cui devono essere “messe in pratica”. Le norme, infatti, per poter essere efficaci e raggiungere gli obiettivi per cui sono state emanate devono essere prima di tutto conosciute dagli interessati. La vera sfida, dunque, consiste nel trovare il modo migliore per renderle fruibili dal grande pubblico, comunicandole in modo veritiero, chiaro, trasparente e anche un po’ “accattivante”. L’iniziativa dell’Autorità Garante Italiana è un primo passo importante in questa direzione. Una direzione innovativa e che tiene conto delle sensibilità e delle preferenze che contraddistinguono la nostra società. 

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“Per te il giorno in cui ho causato la fuoriuscita dei tuoi dati insieme a quelli di altri 533 milioni di utenti è stato il più importante della tua vita, ma per me? Per me è stato un giorno qualsiasi”. Mark Zuckerberg (probabilmente) 

(a cura di Smart Flow)

Perché ci permettiamo di iniziare quella che dovrebbe essere una riflessione responsabile su un tema molto serio e in un “contenitore autorevole” con una citazione diretta da “Street Fighter”? Un po’ ci piace pensare che “Zuck” ami vestirsi come M. Bison, il villain interpretato da Raul Julia in uno dei b movie più cult degli ultimi trent’anni. 

In verità la situazione è davvero seria. Sebbene per molti di noi il giorno (o per meglio dire i mesi) in cui Facebook permetteva di effettuare lo scraping di milioni di dati personali in tutto il mondo non è il più importante nella vita, la portata della vicenda è tale da coinvolgere tutti gli utenti del social network e non solo coloro direttamente coinvolti nel famigerato leak.

Iniziamo subito con una doverosa premessa. I file che contengono i milioni di dati sono facilmente individuabili sul web, tuttavia vi consigliamo di non procedere oltre con la ricerca: in primo luogo, si deve avere una minima dimestichezza con il materiale che si troverebbe. Secondo, si tratta di avere a che fare con dati personali ottenuti senza autorizzazione, quindi c’è il rischio di “passare dei guai”.

Se si vuole controllare il proprio numero di telefono, si può fare attraverso il portale “haveibeenpwned” di Troy Hunt, famoso ricercatore e speaker di Web Security.

Si può parlare di data breach

Come ha confermato la stessa azienda di Menlo Park, a partire dal 2019 un (gruppo di?) hacker ha sfruttato una funzionalità che allora permetteva di cercare un utente Facebook attraverso il numero di telefono. Grazie a questa tecnica poteva(no) individuare un profilo, copiare ed esportare una lista degli amici di questo, a meno che non fosse impostata come privata. Per ogni contatto esportato sulla lista comparivano poi informazioni come l’ID del portale, nome e cognome, spesso città di residenza e provenienza, grado di istruzione eccetera. Questo è lo scraping: una raccolta di informazioni superficiali, sfruttando le disattenzioni dei portali.

Non si può parlare di leak, ma di certo è un data breach “coi fiocchi” in quanto i dati sono stati raccolti “uno a uno” utilizzando i servizi della piattaforma stessa. Per questo il famoso file incriminato è strutturato con numeri sequenziali: gli hacker sono partiti da +10000000001 e hanno ottenuto 533 mln di profili chiedendo a Facebook l’utente di riferimento.

Da un paio di anni non si può più effettuare la ricerca di utente tramite numero telefonico, ma la versione mobile di Messenger, il sistema di messaggistica di Facebook, ha supportato questa caratteristica per un periodo di tempo più prolungato, consentendo verosimilmente l’estrazione di ancora più dati.

Una degli aspetti più bizzarri che alcune persone stanno verificando in questi giorni, è che sebbene in passato non avessero mai fornito il numero di cellulare a Facebook nei file trafugati compare comunque. Per questo fenomeno ci possono essere tante soluzioni possibili, a noi ne vengono in mente un paio:

Numerosi sono anche i casi di persone che dicono di aver subito la esfiltrazione dei propri dati ma che il telefono non corrisponde al loro. In questo caso ci potrebbero essere altre due ipotesi:

Che tipo di dati ci sono in rete ora? Cosa può succedere?

I dati online sono quelli di cui avrete già letto e i numeri sono impressionanti: in Italia si parla di 36 milioni di numeri di telefono e 440 mila email (praticamente tutti gli utenti Facebook del “bel Paese”). Gli altri dati sono l’ID del profilo nome e cognome, status relazionale, città di provenienza. Non sempre si tratta di informazioni complete, dipende da quanto il social ci conosce. Le possibili minacce, purtroppo, sono molteplici.

Il rischio di SIM swap è certamente uno dei più reali. Sapendo qual è il tuo numero di cellulare e ipotizzando i servizi a cui ti sei registrato (ipotesi che posso corroborare tenendo d’occhio i social, tra l’altro) posso provare a effettuare il log in ai suddetti servizi con il numero di cellulare o tentare di recuperare il codice di controllo con tecniche di sostituzione di persona stile truffa telefonica.

Se pensate di essere esenti da questo pericolo solo perché il vostro portafoglio elettronico non trabocca di Bitcoin, fate attenzione comunque: se usate il numero di telefono come ricevente per il PIN di autenticazione per la posta elettronica, la Banca o ogni altro servizio, siete a rischio di truffa.

Un altro rischio è collegato al telemarketing selvaggio. Vi sembra meno pericoloso del quadro prospettato in precedenza? Probabilmente sì, tuttavia immaginate di dover passare i prossimi mesi a lottare contro nefasti call center che hanno deciso di sfruttare questa occasione per approvvigionare letteralmente milioni di nuovi contatti.

Un terzo pericolo molto concreto è collegato al vostro UID di Facebook. Anche se utilizzate pseudonimi, infatti, sul sito si può risalire attraverso quello e il vostro numero di cellulare ad altri dati personali. Se siete un personaggio pubblico, impegnato nel sociale o che ha preso posizioni sgradite a una minoranza rumorosa magari non avrete voglia (come gli altri) che i vostri dati e i vostri numeri siano alla mercé di tutti.

Al momento efficaci contromisure non ce ne sono. Ormai i file sono circolati su internet per cui non è possibile limitare la diffusione dei dati trafugati. Il Garante per la protezione dei dati personali si è dato da fare nel corso della settimana per chiudere tanti domini che diffondevano i dati fuoriusciti illegalmente, anche se alcuni di questi portali si erano proposti, con buone intenzioni, di dare una mano alle persone colpite.

In conclusione, quali sono i prossimi passi per noi utenti

Ritorniamo al discorso con cui abbiamo iniziato. La situazione è seria perché dal modo in cui la comunità internazionale, la comunità degli utenti di Facebook e Facebook stessa reagiranno alla vicenda si determinerà un percorso importante nella gestione dei dati personali di ciascuno di noi.

In primo luogo, Facebook non si può difendere adducendo come scusa che i perpetratori hanno approfittato di una falla che non è più in attività nel suo sistema. Il Garante italiano, come altri Enti corrispondenti nel mondo, ha chiesto alla compagnia americana di attivare un servizio di verifica sul portale per dar modo agli utenti di controllare facilmente se numero o e-mail siano stati esfiltrati. 

Per quanto riguarda noi utenti, che ogni settimana veniamo a conoscenza di casi di data breach sempre più importanti sia come numeri sia come entità coinvolte, dobbiamo mantenere costante la soglia di attenzione. Il pericolo di assuefarsi a queste notizie è sempre più alto, ma siccome si parla di dati personali, una moneta di scambio fondamentale nelle transazioni digitali del web e dei social network, impariamo a tenere ben stretta la nostra identità tout court. 

Infine, è consigliabile non affidarsi a canali ambigui per il recupero dei dati che sono stati pubblicati online perché non c’è più possibilità di secretare quelle informazioni. C’è anzi il rischio di esporsi ancora di più, consegnando altri dati personali (e soldi) a compagini poco raccomandabili, con la prospettiva di dover “sganciare” in un futuro ancora più denaro.

Cosa può essere peggio di trovarsi tra quei 36 milioni di italiani colpiti dallo scraping su Facebook nel 2019? Essere iscritto anche a LinkedIn.

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Avete mai provato a leggere una informativa privacy? 

Quel “muro di testo” con il quale quasi nessuno ha voglia di confrontarsi, ma dentro cui si trova ogni informazione relativa all’utilizzo dei nostri dati da parte di qualsiasi piattaforma o app che utilizziamo quotidianamente. Io  sì, ma d’altra parte lo faccio per lavoro. Sono Maurizio Bulgarini esperto di privacy e Data Protection Officer di Synesthesia. 

Voglio cominciare facendo “coming out”: anche io mi sono iscritto a qualche servizio senza leggere con attenzione l’informativa, o i “Termini e Condizioni”. I testi sono troppo prolissi, scritti in “legalese” e solitamente presentati in maniera tale che è difficile coglierne il contenuto.

Il mio lavoro sarebbe estremamente più semplice se le persone con cui vengo a contatto fossero più consapevoli dell’utilizzo dei propri dati personali da parte di terzi. Alcune delle compagnie tech più in vista provano a realizzare infografiche o video per avvicinare il navigatore alla consultazione delle informative, ma non si può contare solo su questi supporti.

Lo scorso autunno, in una mattina come un’altra, complice uno dei canali Telegram che seguo abitualmente, scopro l’esistenza di Legal Hackers. Curiosando sul loro portale, mi imbatto nel bando di “Hack the Doc”. L’obiettivo della challenge del primo legal design europeo è “hackerare” i documenti, ossia le informative privacy presenti sui siti e sulle app che navighiamo, per renderle più fruibili da parte degli utenti. 

Gli organizzatori hanno previsto tre ruoli per i partecipanti alla challenge: esperti legali, consulenti di comunicazione e designer, per ridisegnare graficamente, oltre che concettualmente, le informative prese in esame.

Il Collegio del Garante della Privacy italiano ha promosso questa manifestazione al fine di contaminare la cultura giuridica rendendola accessibile agli utenti comuni e facendo valere, allo stesso tempo, il loro diritto di essere informati sui motivi e le modalità di trattamento dei loro dati. “L’Autorità per essere tale deve risiedere in mezzo alla società” – ha dichiarato Guido Scorza, avvocato e membro del collegio – “e sgretolare formalismi burocrazia e lentezza”.

L’idea mi conquista e inizio a parlarne col mio team. Poi, al termine di una riunione con Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi, per integrare l’offerta di Synesthesia con servizi sulla compliance al GDPR, accenno loro la questione. Francesco, in appena cinque minuti, condivide un concetto estremamente interessante: perché non usare l’intelligenza artificiale per decifrare le privacy policy e trarre le informazioni più importanti?

La realizzazione del progetto 

La proposta mi affascina perché si tratta di un’idea ben diversa dal modificare il design di un’informativa. In breve tempo la macchina si mette in moto: Francesco mi presenta Matteo Grella, suo amico e grande esperto di trattamento automatico del linguaggio naturale (Natural Language Processing) e relativi modelli di apprendimento automatico (Machine Learning). 

Il motore fornitoci da Matteo ci permetterebbe di masticare e restituire ogni tipo di testo. I modelli di apprendimento automatico funzionano molto bene quando, all’interno di un dominio conosciuto, esistono esempi da cui la macchina può apprendere. Proprio come nel caso delle informative privacy.

Abbiamo giusto il tempo di fare una riunione per presentarci e iscriverci: è già il 10 dicembre e la manifestazione sta partendo. La partecipazione è numerosa, inaspettata e attivissima, nonostante il conseguente disagio per la gestione su Zoom di un evento di questo genere. 

I due giorni successivi sono febbrili e scanditi dal ritmo frenetico dei compiti da portare a termine. 

L’informativa privacy di Instagram (4769 parole) è il nostro punto di partenza. 

Dopo 48 ore dall’inizio della sfida presentiamo ai giudici il volto del nostro prodotto, Informa.me,  una Social Knowledge Base con funzionalità di ricerca in linguaggio naturale e Speech to Text, interrogabile dai navigatori. In questo modo diventa possibile conoscere tipologie di dati raccolti da qualsiasi piattaforma, finalità, diritti e comunicazione. Il nostro portale spicca tra gli altri progetti per la natura originale e diversa dell’approccio all’obiettivo della challenge. Abbiamo anche ridotto la lunghezza dell’informativa del testo originale (che ora conta solo 1205 parole, circa il 75% in meno). Il risultato è ampiamente raggiunto.

I giudici decidono di promuovere il nostro team al giorno successivo, per il round finale con i big boss tra cui proprio Guido Scorza, in rappresentanza dell’Autorità Garante della Privacy. Domenica mattina sfidiamo altri 8 team che presentano altrettanti progetti interessanti e molto ben curati. Non siamo stati premiati dalla giuria in finale (qui l’elenco dei vincitori), ma abbiamo potuto confrontarci con realtà istituzionali e sociali interessate al tema della data protection al di là della mera logica commerciale.

In conclusione 

Il nostro lavoro rimane attuale e coinvolgente per chiunque abbia interesse e consapevolezza dell’importanza dell’argomento. Si tratta di un punto di partenza per allargare il cono di visibilità del tema anche a coloro che navigano su siti e app senza preoccuparsi di “che fine faranno” i propri dati, perché “a me non interessa della privacy”, “io non ho niente da nascondere”.

Noi di Smart Flow ringraziamo ancora una volta Francesco e Matteo per averci voluto sostenere e aiutare in questa iniziativa: al prossimo hackathon, sperando sia “dal vivo”!


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Guarda la presentazione integrale

Nel gennaio 2014 il social network di Mark Zuckerberg, Facebook, si ingrandiva acquisendo Whatsapp, app di messaggistica tra le più diffuse a livello mondiale. L’annuncio suscitò da subito grande preoccupazione negli utenti che facevano ampio ricorso all’app bianca e verde, ma avevano, allo stesso tempo, poca fiducia nel social network americano. Nel 2016 venne introdotta la crittografia end-to-end, un modello di protezione dei dati. Recentemente Whatsapp ha divulgato un nuovo aggiornamento alla propria informativa sulla privacy: la novità riguarda la possibilità, per le aziende, di utilizzare i servizi di Facebook al fine di conservare e gestire le proprie chat su Whatsapp. Gli utenti si sono nuovamente “sollevati” e la modifica, che sarebbe dovuta entrare in vigore l’8 febbraio 2021, è stata rimandata.

Ma ci saranno davvero dei cambiamenti? E in caso di risposta affermativa, in che misura sarà coinvolta la privacy? Telegram diventerà (come pare già essere) una buona alternativa a Whatsapp?

Andiamo dunque ad analizzare meglio queste domande, con l’obiettivo di trovare risposte concrete, corrette e chiare.

Le modifiche di Whatsapp alla luce del GDPR

Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), emanato nel 2016 dal Parlamento Europeo, ed entrato ufficialmente in vigore il 25 maggio 2018, realizza un regime di tutela dei dati personali applicabile a tutti i cittadini dell’Unione e non derogabile dalle normative nazionali. I regolamenti europei costituiscono, infatti, uno strumento legislativo direttamente applicabile e vincolante per tutti gli Stati membri dell’UE. Ciò significa che qualunque azienda, anche con sede in un Paese extra-UE, come nel caso di Whatsapp, è tenuta a rispettare le norme del GDPR (General Data Protection Regulation) ogni qualvolta tratti dati appartenenti a cittadini comunitari. 

Le ricadute di una simile previsione sono evidenti e molto concrete qualunque modifica o aggiornamento Whatsapp, in futuro, decida di apportare ai propri termini e condizioni d’uso non potrà mai ledere il regime di tutela imposto dal GDPR. In caso contrario, infatti, incorrerà inevitabilmente nelle pesanti sanzioni previste dallo stesso regolamento. 

Alla luce delle presenti considerazioni, dunque, si può affermare che i dati degli utenti europei raccolti da Whatsapp non potranno mai essere trattati in modo tale da ledere il regime di tutela attuale. L’app di messaggistica continuerà a non poter condividere le informazioni con Facebook come avviene dal 2018, anno in cui il GDPR è entrato in vigore. 

Il posticipo nell’applicazione della modifica, che sarebbe dovuta avvenire l’8 febbraio, è stato determinato da una richiesta avanzata dall’Autorità garante europea per la protezione dei dati personali che ha portato il “caso” all’attenzione del corrispondente Comitato europeo, l’EDPB (organo che riunisce le Autorità garanti di tutti i Paesi membri). L’Autorità ha ritenuto infatti che l’informativa emanata da Whatsapp sia poco leggibile e non permetta agli utenti, come si legge dalla nota, di “manifestare una volontà libera e consapevole”. Whatsapp dovrà rispondere in merito a questo richiamo. 

Lo “scudo” del regolamento europeo non protegge comunque tutti gli utenti extra-UE e quindi la questione a livello mondiale resterà aperta. 

È importante tuttavia sottolineare, come ha specificato la stessa piattaforma sul proprio sito ufficiale, che la modifica di Whatsapp riguarderà solo ed esclusivamente la messaggistica “business” ovvero la comunicazione gestita dalle aziende tramite profili commerciali. L’app intende facilitare l’operato delle imprese mettendo a disposizione i servizi di hosting di Facebook anche su Whatsapp. 

Telegram e Whatsapp a confronto 

A fronte delle modifiche, per ora solo annunciate, di Whatsapp, pare che, negli ultimi tempi, molti utenti abbiano deciso di abbandonare l’app bianca e verde per migrare su altre soluzioni analoghe e (forse) più “sicure” come Telegram. Ma cerchiamo di analizzare più a fondo le reali differenze tra i due servizi.

La piattaforma di messaggistica e broadcasting di origini russe, a differenza della concorrente americana, utilizza un codice sorgente opensource e non adotta la crittografia end-to-end di default. Offre, in compenso, la possibilità di avviare chat segrete e in grado di autoeliminarsi in un intervallo di tempo deciso dall’utente (che va da 1 secondo a 1 settimana). Questa funzionalità costituisce “un’arma a doppio taglio”: se da un lato, infatti, garantisce un elevato standard di privacy e segretezza delle conversazioni, dall’altro rappresenta lo strumento ideale per coloro che perseguono scopi illeciti (dalla distribuzione di contenuti vietati alla pedofilia) e che grazie al sistema dell’autodistruzione della chat possono nascondere facilmente le tracce del proprio operato. 

Telegram, poi, non mostra l’orario preciso dell’ultimo accesso degli utenti ma solo un più generico “pochi minuti fa”. 

I dati degli utenti raccolti da Whatsapp sono decisamente più numerosi rispetto a quelli collezionati da Telegram. La prima, infatti, raccoglie una quantità enorme di informazioni, dalla posizione geografica precisa alla lista dei contatti, dall’indirizzo email alla cronologia degli acquisti effettuati tramite l’app. Dall’altro lato, invece, Telegram individua “solo” nome, numero di telefono, contatti, user ID e indirizzo IP dell’utente.

In conclusione 

All’esito dell’analisi che abbiamo tracciato, si può affermare che tanto Whatsapp quanto Telegram (e altre app concorrenti) hanno punti di forza e punti di debolezza in tema di privacy e sicurezza nel trattamento dei dati raccolti. La scelta migliore, dunque, dipende dalle esigenze dell’utente. Quel che è certo, però, è che la tutela garantita dal Regolamento europeo rappresenta un mezzo di protezione effettivo ed efficace importante per tutti i cittadini europei. Una tutela omogenea per il territorio comunitario è la soluzione migliore, anche allo scopo di evitare differenze o carenze ingiustificate. Il GDPR rappresenta, quindi, un modello virtuoso che potrebbe essere fonte di ispirazione anche per altri sistemi legislativi nel mondo. 

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Che significa Privacy by Design? Qual è la sua funzione?

Il GDPR stabilisce l’obbligo legale per tutti i Paesi UE di incorporare la protezione dei dati personali nella progettazione, nelle operazioni ICT, nelle infrastrutture tecniche di servizio e nelle pratiche di business.

Oggi per le aziende dover gestire i dati personali dei propri utenti, prevenendo a monte i rischi legati alla loro raccolta e conservazione, è diventata dunque una necessità imprescindibile dell’adozione del principio della Privacy by Design secondo il quale:

“Tenendo conto dello stato dell’arte e dei costi di attuazione, nonché della natura, dell’ambito di applicazione, del contesto e delle finalità del trattamento, come anche dei rischi aventi probabilità e gravità diverse per i diritti e le libertà delle persone fisiche costituiti dal trattamento, sia al momento di determinare i mezzi del trattamento sia all’atto del trattamento stesso il titolare del trattamento mette in atto misure tecniche e organizzative adeguate, quali la pseudonimizzazione, volte ad attuare in modo efficace i principi di protezione dei dati, quali la minimizzazione, e a integrare nel trattamento le necessarie garanzie al fine di soddisfare i requisiti del presente regolamento e tutelare i diritti degli interessati” (Art. 25 co. 1,  GDPR). 

Il trattamento e la gestione dei dati: una questione di trasparenza

Il trattamento e la gestione dei dati devono essere sempre “formalizzati”, ovvero chiari e trasparenti per l’utente. Perciò diventa essenziale che i gestori assicurino sempre e in modo automatico la protezione dei dati personali in tutti i sistemi IT di propria competenza o nelle attività di business, senza alcuna necessità di azioni da parte dei titolari. 

Deve essere garantita la sicurezza durante l’intero ciclo di vita delle informazioni: tutti i dati raccolti devono essere conservati, aggiornati e distrutti, qualora non più necessari, secondo i principi previsti dal GDPR. Nell’ambito di una struttura societaria, inoltre, è obbligatorio garantire agli azionisti che le pratiche di business, così come le tecnologie a supporto, operino secondo gli obiettivi di trasparenza e siano soggette a verifiche indipendenti. 

L’interesse dell’utente sempre al centro della PbD

All’interno di questo modello i concetti di privacy e sicurezza hanno entrambi la stessa importanza. Un approccio vincente in materia di privacy e trattamento dati personali è sicuramente quello utente-centrico: gli interessi individuali supportati da procedimenti di protezione dati e un’informativa semplice e chiara sono ingredienti essenziali per trasmettere al proprio pubblico un sentore di fiducia e sicurezza e agire nel rispetto della regolamentazione europea.

Le fasi di assessment, costruzione e mantenimento della PbD aziendale

Il principio della Privacy by Design richiede alcuni importanti passaggi per poter essere attuato efficacemente e raggiungere i risultati sperati. Le fasi principali consistono in: 

  1. valutazione PbD su sistemi, app, servizi;
  2. rilevazione GAP;
  3. copertura GAP rilevati; 
  4.  audit periodico per l’aggiornamento e il mantenimento della PbD.

Chi sono i destinatari principali della norma?

Il GDPR si rivolge a tutte le aziende che a qualunque titolo, raccolgono, gestiscono o trattano dati personali. In questo senso quindi ogni azienda è soggetta al regolamento, ma alcune  categorie devono prestare maggiore attenzione agli adempimenti, in particolare: 

In conclusione

La compliance Privacy e il rispetto delle normative europee è al centro del nostro modo di operare. Per questo motivo Synesthesia collabora con Smart Flow, società torinese che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR. 

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