Il libro di Synesthesia
In Synesthesia siamo convinti che il futuro passi attraverso la condivisione di storie e di idee di donne e uomini che nel corso della storia hanno creduto con coraggio e determinazione – spesso anche passando attraverso fallimenti – nel progresso scientifico, tecnologico e sociale. Innovare significa dare vita a un cambiamento rispetto a uno stato di cose esistente per favorire la nascita di una condizione migliore, riconosciuta socialmente da tutti.
In occasione dei nostri primi 10 anni di vita abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta del futuro e abbiamo deciso di raccontarlo in un libro in compagnia di Max Casacci, Guido Saracco, Arturo Brachetti, Mauro Berruto, Alessandro Barbero, Alyssa Carson, Horacio Pagani, Walter Rolfo, Paola Allamano, Pietro Leo, Sara De Simoni, Chet Haase, Bibop G. Gresta, Liz Corbin, Natasha Skult, Emilio Casalini, Riccardo Recalchi e Francesco Ronchi. Amici e personalità che ci hanno accompagnato lungo un percorso durato 10 mesi.
Da questo confronto “illuminante” hanno preso forma le interviste pubblicate a partire dal 21 marzo del 2021, la data del nostro compleanno, sul web, sui podcast, sui social media e, infine, nel libro “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna”.
Partendo dalla video interviste, abbiamo infatti creato una raccolta di testimonianze e visioni sui 10 temi cari al mondo dell’innovazione e non solo.

Conoscenza fa rima con solidarietà
Da sempre siamo impegnati in prima linea nella realizzazione di progetti, iniziative e soluzioni digitali utili a tutti. Ci sentiamo coinvolti quando pensiamo a chi fa tanto per gli altri, è nel nostro DNA: far bene il nostro mestiere e provare a cambiare in meglio le cose che ci circondano.
Da oggi il libro è ufficialmente in vendita su Amazon. Potrete acquistarlo e supportare così due importanti progetti umanitari. L’intero ricavato delle vendite di questo libro sarà, infatti, devoluto alla Fondazione Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino (F.O.R.M.A. Onlus Torino) e al progetto umanitario a supporto delle giovani atlete afghane profughe in Italia (iniziativa promossa da Mauro Berruto).
In conclusione
Che cosa ci aspetta quindi nei prossimi dieci anni? Non ti resta che scoprirlo ripercorrendo tutte le tappe di questo straordinario viaggio “alle origini del futuro”, un percorso ricco di storie e testimonianze da raccontare, di emozioni da vivere e di geniali intuizioni alle quali ispirarsi.
Puoi acquistare “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna” qui.
Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 36 min]
FRANCESCO – Eccoci qui. Siamo arrivati al termine di questi 10 mesi di festeggiamenti per i 10 anni di Synesthesia. Durante questo percorso abbiamo incontrato e intervistato un sacco di persone incredibili, che ci hanno raccontato le loro storie, le loro visioni legate ai temi che abbiamo affrontato. Oggi tocca a noi. Tanti sono i ricordi di questi 10 anni che ci portiamo dietro, alcuni molto forti, molto recenti. A te cosa viene in mente?
RICCARDO – Con questi festeggiamenti abbiamo affrontato un po’ tutti gli argomenti sui quali ci siamo concentrati in Synesthesia in questi anni. Si tratta di temi che continueranno a essere presenti anche nel nostro futuro. La nostra esperienza passa attraverso tutte queste “parole chiave”: dalle persone che fanno parte della nostra azienda fino alla tecnologia. È stato emozionante vedere la passione nelle persone con le quali abbiamo trattato questi temi, quella stessa passione che ha contraddistinto il nostro modo di operare e che ci ha sempre guidato fin qui in questi anni. Tutto questo mi fa venire in mente il nostro primo droidcon.
F – Sì. Synesthesia, tra l’altro, ha avuto come claim per tanti anni “tecnologia e passione” e, di fatto, è ancora così, anche se ci siamo evoluti. Il primo droidcon è stato uno dei momenti topici. Mi ricordo quando abbiamo deciso di organizzare la prima conferenza. In quegli anni eravamo un piccolo gruppo in Synesthesia. È stata davvero una scommessa.
Ricordo quando abbiamo iniziato a lavorare al sito e pubblicato per la prima volta i contenuti, ma solo nel momento in cui è stato comprato il primo biglietto ci siamo davvero resi conto che avremmo dovuto farlo veramente. Il nostro progetto, che fino a quel momento era stato solo un’idea eterea nelle nostre menti, stava finalmente diventando reale. È stato un momento incredibile.
R – Tra l’altro nell’ultima edizione, che si è tenuta in presenza, hanno partecipato più di 1000 persone e vedere tutta quella affluenza è stato davvero emozionante.
F – Poi c’è stata la pandemia, che ci ha costretti a trasferire online non solo i nostri eventi, ma tutto quello che facciamo.
R – La pandemia ci ha messo di fronte a tanti temi, che sono stati gli stessi che abbiamo affrontato per i festeggiamenti: la creatività, il gaming, l’inclusione di tutte le persone che vivevano situazioni differenti. Il fatto di dover coinvolgere i nostri ragazzi da lontano, cercando di mantenere quei valori che sono nel DNA della nostra società, non è stato semplice: c’era chi era a casa da solo, chi con la famiglia, chi aveva dei figli piccoli da guardare. Trovare delle soluzioni per portare avanti la società in quei momenti è stata sicuramente una delle sfide più difficili che abbiamo dovuto affrontare.
F – È proprio così, è una sfida che ci ha messo tutti alla prova, nessuno escluso. Credo che lo sforzo che abbiamo fatto tutti insieme sia stato proprio quello di portare avanti non solo quello che facevamo prima, ma anche tutti i valori e le cose in cui crediamo e continuiamo a credere: l’inclusione delle persone mettendole al centro. Le persone per Synesthesia sono state, sono tuttora e saranno sempre il motore dell’azienda. L’azienda è nata attorno alle persone e si basa su di loro. Non è retorica, è la realtà.
Tutto ciò che facciamo dipende esclusivamente dalle competenze, dalla passione e dalla volontà di creare il posto di lavoro dove volevamo lavorare noi in primis.
Synesthesia nasce con quell’idea lì, cioè creare una società dove le persone con cui lavoriamo avrebbero voluto continuare a essere anche nel futuro.
R – Durante questo periodo c’è stata tanta creatività, perché in pochissimo tempo abbiamo trasformato droidcon in un evento completamente digitale. Grazie a questa soluzione anche Swift Heroes è andato molto bene, arrivando a oltre 1500 contatti provenienti da tutto il mondo.
Sono queste le cose che ti spingono a credere che se credi fermamente in quello che fai, prima o poi, puoi raggiungere grandi risultati.
Ma adesso che ci troviamo qui, in questa veste di intervistatore e intervistato, vorrei partire da cosa significa “Synesthesia”. È un nome assolutamente evocativo che richiama i valori e la visione che tu hai avuto 10 anni fa e che noi stiamo portando avanti insieme, guardando al futuro. Perché hai scelto Synesthesia?
F – È un nome che mi frullava nella testa da tanto tempo. Quando c’è stato da scegliere il nome per la mia società ho pensato che Synesthesia fosse quello giusto. È un termine di origine greca composto da due parole che significano “sentire” e “insieme”. “Sentire” nel senso dei 5 sensi, della percezione. Aveva sicuramente un richiamo alla multimedialità, quindi rimanda a tutto quello che facciamo a livello pratico nella tecnologia e nel digitale. Però aveva anche un importante richiamo allo “stare insieme”, al vivere delle esperienze insieme. Questa parte è l’altra componente fondamentale dell’idea di Synesthesia, cioè quella di non voler essere un’azienda tradizionale, ma un’azienda che sperimenta, che osa per andare fuori dagli schemi con tutte quelle intuizioni come droidcon, Swift Heroes, GirlsTech e il mondo dell’Academy.
Le attività che svolgiamo con tutte le startup, sono tutte emanazioni dell’idea di imprenditoria un po’ diversa e innovativa. Fin dalla sua nascita Synesthesia ha avuto la fortuna di incontrare persone che hanno capito questa filosofia. Sono sicuro che non avremmo potuto fare tutto questo se non avessimo condiviso insieme questo progetto un po’ folle.
R – Io ho faticato un po’ all’inizio perché è un mix tra la concretezza che deve avere un’azienda e il sogno di gestire la società attraverso un percorso non convenzionale, legato molto ai valori in cui credi. Quindi festeggiare questo traguardo con un percorso fatto di contenuti importanti condivisi con personalità di grandissimo rilievo, è stato veramente emozionante per entrambi.
L’incontro con queste persone ha come filo conduttore l’approccio che noi abbiamo avuto nello sviluppare Synesthesia in questi anni. Quindi pensiamo al futuro in maniera non convenzionale, rischiando anche di fallire, ma investendo sulle idee concretamente.
Per noi si tratta anche di un tentativo di restituzione. Abbiamo pensato questo progetto con l’idea di restituire qualcosa che abbiamo ricevuto in questi anni dal nostro territorio, ma non solo.
F – Sì, Synesthesia nasce a Torino, una città un po’ strana in cui tante cose nascono, hanno successo, poi si perdono e finiscono in altri luoghi. Invece quello che noi vogliamo fare è proprio investire tanto per restituire tutto ciò che questa città ci ha sempre offerto: droidcon, per esempio, l’abbiamo voluto fortemente qui, anche se forse sarebbe stato più facile farlo a Milano.
Lo stesso vale anche per tutti gli altri eventi principali che organizziamo e che vogliamo portare sul territorio. Io sono convinto che Torino abbia un’enorme potenzialità in termini di innovazione e crescita economica, legata al mondo del digitale. È in questa città che sono nate e stanno nascendo tante aziende e numerose iniziative, che sono poi andate in giro per il mondo. Pensiamo anche all’MPEG adesso MPAI, il consorzio che lavora con l’intelligenza artificiale per la definizione di nuovi standard, nato a Torino da Leonardo Chiariglione, il padre dell’MP3, di cui noi facciamo parte, sin dall’inizio.
Tante iniziative stanno nascendo in questa città, come l’Istituto Italiano di intelligenza artificiale. Poi ci sono le OGR, che sono diventate sempre più il centro nevralgico di incontro, dove anche noi abbiamo voluto essere presenti. Il nostro modello di imprenditoria si ispira molto alla storia di Olivetti. Quella era una visione molto innovativa. Oggi, se si fa imprenditoria, secondo me, non si può prescindere da quel tipo di approccio e dalla responsabilità sociale, dall’attenzione alla cultura e all’inclusione: tutti temi che fanno parte delle 10 parole chiave che abbiamo affrontato.
R – Quando sono arrivato in Synesthesia il mio ruolo era quello di sviluppatore, come il tuo. In fin dei conti noi nasciamo come sviluppatori e non lo rinneghiamo. Quando sono arrivato in quest’azienda inizialmente pensavo di trovarmi in una realtà puramente tecnica. Con il passare del tempo, però, ho capito che Synesthesia non si limitava a quello ed è iniziata così la grande trasformazione: la digital transformation è avvenuta anche e soprattutto su noi stessi. Quindi ci siamo evoluti rispetto al nostro setup di base, che è fatto di mobile, web, e-commerce.
Siamo riusciti a trasformarci in qualcosa di differente, molto più orientato verso il futuro e abbiamo cominciato ad affrontare temi diversi di cui abbiamo parlato con i nostri ospiti: intelligenza artificiale, gaming, disruptive technology e ovviamente mobile, perché Synesthesia ha davvero anticipato i tempi rispetto allo sviluppo tecnologico, soprattutto in Italia. Toccare questi temi per i nostri festeggiamenti era doveroso anche per ricordare le nostre radici e raccontare la nostra visione di futuro.
F – Sì, radici che sono tuttora molto solide perché Synesthesia si basa ancora fortemente sull’elemento tecnologico (mobile, web, sviluppo frontend, e-commerce). Quello che abbiamo fatto è stato guardare un po’ oltre ed evitare che la tecnologia e la componente digitale venisse vista solo come una “commodity”, un qualcosa di rimpiazzabile.
Volevamo dare un valore aggiunto reale e abbiamo cominciato a costruire tutta una serie di competenze anche di marketing digitale, consulenza strategica, design e progettazione del prodotto, del servizio digitale e dell’esperienza dell’utente. Per questo noi oggi ci definiamo una digital experience company, cioè una società che si occupa di esperienza digitale che si occupa di tutto quello che riguarda il mondo digitale. Dalla progettazione al design, fino ad arrivare alla comunicazione: trasformazione digitale a 360 gradi.
R – Uno degli argomenti che è stato un po’ il filo conduttore di tante interviste è stata la contaminazione.
In fondo quello che abbiamo fatto è stato farci contaminare da quelli che sono argomenti e temi non tecnici. Quindi abbiamo visto come l’inclusione, la sostenibilità, la cultura in generale e la creatività facciano parte della nostra contaminazione, che ci ha permesso di crescere e di far crescere le persone intorno a noi in maniera sinergica.
Diverse persone nelle interviste hanno parlato di come la contaminazione sia un argomento estremamente importante nella crescita di un’azienda, ma anche delle persone. Quindi oggi, tutti gli argomenti che riguardano l’inclusione, il gender gap, sia in ambito tecnologico sia in ambito sociale e culturale, devono essere affrontati pensando a quali possano essere le ricadute positive, in un qualsiasi contesto della vita. E questo è uno dei motivi per cui amo sempre di più lavorare in questo ambiente.
F – Sì la contaminazione è alla base della creatività. Quando Brachetti diceva “di fatto anche i più grandi creativi re-mixano in qualche modo quelle che sono le esperienze che hanno avuto l’altro ieri o 10 anni fa, che messe tutte insieme hanno permesso di crescere quel giardino interiore della creatività e hanno permesso di creare qualche cosa di nuovo”.
Questo è fondamentale ed è uno dei fili conduttori della nostra azienda. Invece, per quanto riguarda il tema della Corporate Social Responsibility (CSR), se ne parla tanto ed è sempre più mainstream. Adesso diventerà quasi indispensabile avere un profilo di quel genere, legato quindi alla componente sociale e a quella culturale. Anche in questo, secondo me, siamo stati dei precursori, perché abbiamo sempre voluto fare questa cosa prima che fosse così codificata. Adesso vogliamo diventare anche società benefit e probabilmente, entro fine anno, riusciremo a farlo. Poi, vorremmo intraprendere un percorso di certificazione B Corp. Si tratta di un percorso naturale per noi, che ci caratterizza e fa parte del nostro DNA da sempre.
R – Un altro elemento che ho trovato interessante, e che si interseca con la modalità e gli argomenti discussi per i festeggiamenti, è il nostro rapporto con le startup, cioè
cercare tutte quelle disruptive technologies, quei prodotti e le persone molto interessanti, ovviamente partendo sempre dal nostro territorio.
Quindi noi abbiamo fatto un percorso insieme a tante startup a cui ci siamo approcciati con ruoli molto differenti, però anche questo fa parte del guardare al futuro in maniera aperta.
Nelle giovani startup (come nel recente caso di Wibo) vediamo quella freschezza, quella grande quantità di idee e quell’entusiasmo che ci spingono a sceglierle come partner. Noi cerchiamo di sostenere sempre queste iniziative mettendo a disposizione la nostra esperienza preziosa. Siamo molto orgogliosi dei nostri progetti con queste nuove realtà.
F – Come GirlsTech per esempio.
R – Sì, GirlsTech è stata un’esperienza particolare. Abbiamo presentato un’idea differente rispetto a quello che è un approccio molto “antico” al mondo del lavoro STEM, cioè che la donna non sia portata o non sia in grado di fare dei lavori legati a questo mondo. Oggi le donne che hanno successo nel nostro campo sono tantissime. Però in Italia non è semplice riuscire ad affrontare questo argomento. C’è ancora tanto da fare.
Il fatto che all’interno di grosse compagnie ci siano tante donne di successo, dimostra ai giovani che una donna non solo può essere parte del meccanismo, ma può diventarne la protagonista. Questo è ciò che cerchiamo di trasmettere attraverso i corsi di FuturMakers e GirlsTech.
F – È fondamentale che esistano questi modelli, perché i role model maschili nell’ambito della tecnologia e dell’innovazione sono numerosi: Elon Musk, Steve Jobs sono solo alcune delle tante altre persone carismatiche come loro. È importante andare a cercare dei role model femminili perché ispirano e sappiamo bene che uno dei motori più potenti è l’ispirazione che traina e può fare la differenza.
GirlsTech nasce tra l’altro da FuturMakers, che è un altro progetto di quelli un po’ folli e ambiziosi che abbiamo voluto creare: una scuola di coding, robotica e STEM in generale per bambini e ragazzi in età scolare. Un progetto nato in sordina dal quale si sono in seguito sviluppati tutti gli altri corsi in presenza e online. Noi crediamo che la formazione tecnologica sia molto importante per i ragazzi e per il loro futuro.
In questo momento abbiamo tanto bisogno di talenti e tutte le aziende che lavorano nel nostro mercato sanno benissimo che è difficile trovare risorse in questo settore. Per la nostra crescita, quindi, le collaborazioni che portiamo avanti in questo ambito con ITS, con l’Università di Torino e con il Politecnico di Torino, sono un elemento fondamentale.
Nel futuro dobbiamo abituarci a una formazione costante e permanente.
In questo senso la nostra Academy va in questa direzione, va a supportare i professionisti. Sappiamo bene che i bambini oggi non sanno che lavoro faranno da grandi probabilmente perché il lavoro che faranno oggi non esiste. Lo stesso vale anche per gli adulti. Nel futuro, probabilmente, ci dovremo reinventare, quindi formarci anche in età adulta e continuare a imparare è fondamentale.
R – È arrivato il momento fatidico. Ora tocca a noi farci questa domanda che abbiamo fatto a tutti. La domanda è questa caro Francesco, come immagini il futuro tra 10 anni?
F – Mi hai battuto sul tempo, così non posso farla a te! Difficilissimo rispondere oggi. Stiamo vivendo dal punto di vista della tecnologia una crescita esponenziale, quella che viene chiamata la singolarità tecnologica da alcuni analisti. Questa accelerazione fa sì che dal punto di vista della tecnologia sia quasi impossibile fare delle previsioni a lungo termine. Si possono fare, però, delle ipotesi. Possiamo provare a pensare a quelli che saranno alcuni trend (non solo del digitale).
Possiamo parlare della medicina, della bioingegneria, dell’esplorazione spaziale. Ultimamente stanno accadendo cose che neanche immaginavamo quando eravamo ragazzi. Le accelerazioni tecnologiche hanno un grande impatto sulla società ed è ancora più imprevedibile questo tipo di impatto perché la società e gli esseri umani non crescono a velocità esponenziali, ma in modo lineare. Questo fa sì che nella maggior parte dei casi ci si trovi impreparati.
La società non è ancora pronta a tutto quello a cui stiamo assistendo da un punto di vista tecnologico e scientifico. Le innovazioni si stanno sviluppando a una velocità assurda. Questo porta a una serie di interrogativi e sfide che dobbiamo affrontare nel prossimo futuro. Tanti sono i cambiamenti e le necessità. Dobbiamo studiare e informarci per cercare di essere parte attiva di questi cambiamenti e non subirli. Questo, a mio avviso, è l’unico modo probabilmente per arrivare a un futuro migliore.
È una visione ottimistica, non voglio essere pessimista, nel senso che tante cose stanno migliorando anche se ci sono molte incertezze nei periodi di cambiamento.
La pandemia poi è stata veramente un acceleratore di tante cose, sia tecnologiche, sia culturali, ma anche di tanti problemi che sono diventati ancora più forti, come i problemi sociali e geopolitici. Quindi saranno delle sfide davvero interessanti da affrontare nel futuro.
R – Concordo con la tua visione, l’unica cosa che spero davvero è
che tutti questi cambiamenti siano in qualche modo disruptive rispetto a quelli che sono le relazioni umane.
Ultimamente lo sviluppo della tecnologia ha dato anche un impulso a un allontanamento dal punto di vista sociale. La tecnologia, che noi diciamo essere sinestetica, invece dovrebbe essere inclusiva e in grado di consentire alle persone di stare insieme.
Quindi io spero che nei prossimi 10 anni la tecnologia impari e lavori sempre di più per unire di nuovo le persone. Alcune innovazioni tecnologiche che abbiamo visto hanno permesso di velocizzare processi, di fare la spesa online, di organizzare i viaggi, facendo tutta una serie di cose cambiando il panorama del mondo come quello lavorativo, creando nuove professioni e nuove opportunità.
In qualche modo ha lasciato indietro delle persone, quindi ha creato del bene, ma anche delle difficoltà. Però questo deve arrivare a un processo di maturazione e spero che le persone e la socialità, che abbiamo visto essere così importante, abbiano un ruolo decisivo nelle scelte che si faranno a livello tecnologico perché senza il rapporto umano si perde completamente il valore anche di quello che facciamo noi.
Altro tema importante è quello ecologico e della sostenibilità. I giovani sono molto attenti a questo tema, molto più di quanto lo siamo stati noi, che arriviamo dal consumismo sfrenato. Quindi spero che questi argomenti siano affrontati anche attraverso la tecnologia. Speriamo di farne parte anche noi tra 10 anni con Synesthesia!
F – Prima di chiudere questa intervista vorrei dire che tutti i proventi raccolti del libro che state leggendo saranno devoluti all’Ospedale infantile Regina Margherita e ai profughi afgani richiedenti asilo in Italia. Quindi, come è nel nostro stile e modo di essere, abbiamo pensato di restituire questo grande regalo che ci hanno fatto tutte le persone che hanno contribuito a questo progetto concretizzandolo per scopi benefici.
Con questo si conclude il nostro percorso di interviste e questo nostro lungo festeggiamento dei 10 anni. Ringraziamo ancora una volta tutti quelli che l’hanno reso possibile, tutte le persone che si sono prestate a svolgere le interviste, tutte quelle che hanno lavorato al progetto.
Infine, un grande grazie per i 10 anni di Synesthesia va anche a tutte le persone che fanno parte di questa grande famiglia e che hanno portato un pezzo di Synesthesia nel mondo, come qualcuno dei ragazzi che ha preso strade differenti e ci hanno detto:
“ovunque andrò porterò la testimonianza di quello che ho imparato e visto qui”.
Un onore che ci ripaga di tanti sforzi e sacrifici fatti per arrivare a oggi e ai festeggiamenti per questo bel traguardo raggiunto insieme. Quindi grazie, grazie a tutte e a tutti.
Ci vediamo nel futuro, tra 10 anni o anche prima.
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Francesco e Riccardo? Nessun problema, c’è la versione podcast sul canale Synesthesia Talks!
Ascolta “Synesthesia / Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi [Dicembre 2021]” su Spreaker.Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
Da dove proviene lo schwa e come si pronuncia?
Lo schwa, corrispondente al simbolo Ə, fino a oggi non era un carattere molto utilizzato nelle lingue europee. I linguisti di tutto il mondo, però, ne hanno sempre fatto ampio ricorso per descrivere alcuni suoni specifici presenti nelle singole parole delle lingue nazionali. È indicata dai linguisti con il simbolo /ə/. L’attuale diffusione di questo carattere è dovuta alla necessità di rendere i termini che usiamo per comunicare più rispettosi dei valori dell’inclusività e della parità di genere. Per questa ragione si è sentita la necessità di abolire la predominanza dell’utilizzo del genere maschile con riferimento ai plurali di sostantivi e aggettivi riferiti a gruppi di soggetti misti. Nell’alfabeto fonetico internazionale lo schwa è utilizzato per identificare correttamente la pronuncia di alcune parole anche molto diffuse. Per fare un esempio, lo Ə corrisponde al suono della “u” nella parola inglese survive o ancora alla “a” di “about”. Nella lingua inglese, infatti, quasi tutte le vocali hanno un suono che corrisponde a quello dello schwa. Ma ci sono anche altri esempi di utilizzo dello schwa che riguardano alcuni dialetti locali: quelli parlati in centro Italia, per esempio, per cui “bello” diventa “bellƏ” con l’ultima vocale che è quasi aspirata, non pronunciata. Le origini dello schwa risalgono alla lingua ebraica diffusa nel Medioevo. Sulla storia del significato ci sono versioni differenti: alcuni ritengono che l’etimologia risalga alla parola ebraica “shav” che significa niente, altri che sia legata al concetto di “uguale”, “pari”. Oggi lo schwa nella lingua ebraica è utilizzato per identificare i due puntini posti sotto una consonante che indicano una vocale brevissima che quasi non è pronunciata.
Le ragioni della scelta linguistica “inclusiva”
I linguisti hanno individuato diverse opzioni per ovviare alla questione dei plurali maschili riferiti a gruppi misti di persone. Le proposte principali riguardano l’impiego dell’asterisco, che però presenta evidenti difficoltà di lettura (è infatti impossibile attribuire un suono a questo carattere grafico), l’utilizzo della vocale “u” o della lettera “x” al fondo delle parole per cui l’aggettivo “belli” riferito a un gruppo misto diventerebbe rispettivamente “bellu” o “bellx”.
Ma quali sono le ragioni a favore dello schwa per rendere più inclusiva (e meno legata all’utilizzo predominante del genere maschile) anche la lingua italiana scritta e parlata? Uno dei temi a favore dell’impiego della Ə è stato la sua somiglianza grafica a una forma intermedia tra la “a” e la “o”, vocali che tradizionalmente identificano il genere femminile e maschile. La celebre linguista Vera Gheno ha affermato che lo schwa ha un suono intermedio, a differenza della “u”, per esempio, che in alcuni dialetti locali identifica il genere maschile. “Le sperimentazioni non mi spaventano”, afferma la Gheno in un’intervista per la rivista online MicroMega, “ho iniziato a studiare le soluzioni che erano già in uso come l’asterisco, la chiocciola, la x ecc… che hanno tutte un forte limite: si possono scrivere, ma non si possono pronunciare. Da qui l’idea di iniziare a sperimentare lo schwa”. Michela Murgia, nota scrittrice italiana, è stata pioniera in questo ambito, distinguendosi come una delle prime autrici a scrivere un articolo con ampio uso di questo carattere.
Ma perché proprio lo schwa?
Per risalire alle origini della proposta dell’uso dello Ə, occorre tornare indietro di alcuni anni, ad aprile del 2015, quando Luca Boschetto, attivista e appassionato di temi riguardanti l’inclusività di genere e linguistica, ha dato vita al progetto “Italiano Inclusivo”. Il sito contiene preziosi spunti di riflessione riguardanti proprio i motivi a sostegno dell’uso dello schwa nella lingua.
Luca Boschetto aveva già evidenziato alcuni elementi, ripresi poi successivamente anche dalla stessa Gheno, tra cui la somiglianza dello Ə tanto alla “a” quanto alla “o” e la sua pronunciabilità (a differenza dell’asterisco, per esempio, che è scrivibile ma non pronunciabile). Su “Italiano Inclusivo”, inoltre, si legge anche la proposta di utilizzare un altro segno, la schwa lunga, /з/, per i plurali, circoscrivendo così l’utilizzo di quella breve ai soli sostantivi singolari che indicano soggetti che non si riconoscono in uno dei due sessi storicamente esistenti, maschile e femminile.
Le risposte del mondo digitale
Con il diffondersi progressivo dell’utilizzo dello Ə è emersa immediatamente la necessità di consentire agli utenti di utilizzare questo carattere sui dispositivi usati quotidianamente per scrivere. Nonostante a prima vista sembri difficile da trovare, esistono diversi modi per inserire lo Ə a seconda del sistema operativo che si utilizza. Microsoft è stata tra i primi ad attivarsi, rendendo immediatamente disponibile lo schwa sulla propria tastiera Swiftkey. Su Word è possibile inserire lo schwa dal menù simboli. Per quanto riguarda il mondo Apple, l’azienda di Cupertino ha annunciato, in occasione dell’ultimo WWDC, che l’aggiornamento iOS 15, in uscita a ottobre, potrebbe contenere questo carattere nelle tastiere dei dispositivi mobile. Al momento, quindi, il modo più semplice per inserire lo schwa su un dispositivo Apple è il metodo del “copia-incolla” o nel caso del Mac scaricare la tastiera alternativa che contiene anche la schwa. .
Al di là dei problemi tecnici, però, la specialista di sociolinguistica Vera Gheno ha sottolineato ancora, in occasione di un’intervista per GQ, l’esistenza di altre due grandi criticità:
«La prima, che è risolvibile, è che i software per la lettura ad alta voce dei testi destinati soprattutto alle persone ipovedenti in linea di massima non leggono questo suono. Quello che non si può risolvere è che lo schwa aumenta le difficoltà di lettura di chi è dislessico: è un simbolo graficamente molto simile alla e “e” alla “o”. Sono limiti che occorre tenere in conto perché una formula davvero inclusiva deve considerare i soggetti che potrebbe involontariamente tagliare fuori».
Strettamente connesso a queste questioni c’è il tema dell’accessibilità del web, che comprende le pratiche tecnologiche per la fruizione di contenuti digitali anche da parte di soggetti con esigenze particolari, come coloro che necessitano di lettori schermo per la comprensione di testi. Nel caso dei computer Mac, il Voice Over interpreta lo schwa come un suono muto, così come il TalkBack di Android e il Read Aloud di Firefox. Lo schwa, quindi, rappresenta ancora un’opzione non accessibile per tutti e dunque non pienamente inclusiva.
Quale sarà il futuro dello schwa?
Le lingue sono costantemente in evoluzione e le questioni di genere sono dibattute in tanti paesi. Alcuni valori, come l’inclusività e la parità di genere, sono sempre più centrali nel mondo di oggi e i cambiamenti che si stanno verificando sono dettati dalle trasformazioni sociali. Con particolare riferimento allo Ə, possiamo notare come un’evoluzione strettamente legata all’ambito linguistico incida profondamente anche nel settore della comunicazione digitale e, di conseguenza, in quello della tecnologia e dei dispositivi. Quest’ultima, infatti, deve evolvere tenendo soprattutto in considerazione gli aspetti innovativi e di trasformazione della società, al fine di rispondere al meglio alle esigenze degli utenti di tutto il mondo.
Le numerose difficoltà legate al tema dell’accessibilità costituiscono ancora un ostacolo per ritenere questa soluzione pienamente inclusiva: nel momento in cui, infatti, lo schwa si riuscirà a scrivere con facilità dalle tastiere di tutti i dispositivi e sarà riconosciuto dalle tecnologie assistive, sarà davvero inclusivo.
L’Horacio Pagani di 13 anni, che creava modelli con materiali di fortuna, cosa direbbe all’Horacio Pagani di oggi? Sarebbe orgoglioso del modo in cui ha rispettato e seguito quel sogno?
“Diciamo che è un percorso che sto continuando ancora oggi. Ho sempre lavorato con la stessa energia, serietà, entusiasmo e passione. Credo che tutto stia andando avanti com’è nato 50 anni fa. Non ci sono grandi differenze, se non quella di avere adesso una compagnia che richiede una responsabilità molto superiore rispetto a quando ero da solo ed ero un ragazzino. Il concetto è sempre quello”.
Per essere liberi bisogna avere radici. Quanta Argentina c’è stata e c’è ancora oggi nei progetti e nei modelli che crea?
“L’Argentina mi ha dato tante cose, ho vissuto molti meno anni in Argentina che in Italia. Ho 65 anni e sono arrivato qui a 27, perciò c’è tanto di Italia nella mia vita. I miei figli sono italiani, la mia famiglia l’ho formata in Italia. Sicuramente più che l’Argentina, è l’educazione che ho ricevuto dalla mia famiglia, dai miei genitori, dai miei nonni a darmi le basi per poter camminare e andare avanti”.
La sua storia è un esempio di quanto valga investire sulle proprie passioni. Talento, ingegno e creatività, in quale misura queste tre componenti diventano fondamentali nel perseguire un progetto?
“Partiamo dalla passione. In qualsiasi area è la passione che dà l’energia a tutto. Più passione hai più energia hai per andare avanti a prescindere da quello che fai. Le persone che hanno fatto delle cose e che storicamente sono ricordate anche in diverse discipline, sono persone che hanno soprattutto passione e sanno trasmettere questa passione agli altri cioè sanno coinvolgere gli altri.
Quali sono gli ingredienti per fare delle cose nella vita in qualsiasi settore? La disciplina. Essere rigorosi, essere molto costanti, avere un enorme dose di pazienza e amare il proprio lavoro.
Il nostro lavoro ci dà la possibilità di progredire, di far crescere i nostri figli e dare un contributo alla società. Non importa quello che fai, l’importante è che lo fai bene, con impegno e con serietà. Poi se devo dire quanto talento e quanto sudore, 10% talento e 90% sudore”.
Maggiore è il sogno, più grande è dunque la sua forza inclusiva. Il suo sogno è stato in grado di ispirare non solo intere generazioni di designer, ma anche tutti coloro che rincorrono ogni giorno le proprie aspirazioni. Che effetto le fa questa cosa?
“Io quello che ho fatto, l’ho fatto perchè era la mia passione. Non l’ho fatto per diventare famoso, ma perché amo il lavoro, amo le macchine, amo le cose che faccio. Mi è sempre piaciuto interagire, lavorare in team e nel lavorare in team devi avere rispetto per gli altri, devi stimolarli, devi avere una certa capacità di leadership. Se questo oggi può essere utile a qualcuno, meglio. Diciamo che io non sono mai stato uno studente brillante, non ero il migliore della classe. Ho fatto fatica persino a disegnare, a imparare a disegnare. Vengo dall’Argentina, dalla Pampa, un posto in cui non c’era una cultura automobilistica del design. Non era né Modena, né Torino, né Detroit o Stoccarda. Se può essere utile agli altri che una persona, piccola, senza nemmeno tanta forza o energia fisica, senza nemmeno essere stato bravo a livello scolastico è riuscito a fare questo, vuol dire che per chi nasce in un mondo come quello di oggi dove le informazioni, le conoscenze, le opportunità sono di molto superiori rispetto alle mie, sicuramente ha mille volte più possibilità di quelle che ho avuto io”.
Da pioniere nell’utilizzo di materiali compositi su vetture di serie, cosa significa per lei il termine “innovazione”? È solo un processo tecnico o diventa un modo per evolversi come persona e professionista?
“Credo che la curiosità quotidiana sia la cosa che ti permette di imparare. Nella misura in cui tu hai curiosità, osservi le cose, hai voglia di studiare e vuoi aumentare le tue conoscenze.
La vita in fondo è un esperimento, un percorso, un viaggio sperimentale dove puoi trovare delle cose che non ti aspettavi nel bene e nel male. In questo percorso devi sperimentare. Quello che ho fatto e quello che facciamo con tutti i miei colleghi è portare avanti delle attività che sono sperimentali, di ricerca. Poi lo devi sempre fare con passione. Se ti accompagna lei tu sei sereno”.
Quindi l’innovazione è una necessità?
“L’Innovazione vuol dire progresso in ogni area.
Se l’uomo è arrivato alla Luna e vuole arrivare a Marte si deve dare da fare per capire come far arrivare queste navicelle fino a Marte. Per fare quello ci vuole innovazione. Se vogliamo migliorare il pianeta dobbiamo metterci a lavorare, studiare, aumentare le conoscenze per poi vedere come trovare i mezzi per salvare questo pianeta, un tema molto caldo oggi”.
Come vede le nuove generazioni nel futuro? Ci saranno più donne in questo lavoro?
“Allora, verso le nuove generazioni sono molto ottimista. Se pensiamo che la Pagani ha un’età media di 31-32 anni, è una azienda molto giovane. Temo che però in generale oggi la gente sia molto distratta, pensa troppo all’informazione. Si alza la mattina e vuole o leggere il giornale o guardare la TV. Hanno bisogno quotidianamente di informazioni e invece l’informazione dovrebbe essere rimpiazzata dalla conoscenza e dallo studio.
Credo nei giovani assolutamente, però ci deve essere anche una consapevolezza di sviluppare di più il senso del dovere che non quello del dovuto. Per quanto riguarda le donne, io credo fortemente nelle donne, nutro un grande rispetto e credo che oggi abbiano più energia rispetto agli uomini. I ragazzi giovani sono bravi, ma sono estremamente fragili. La donna ha più coraggio, più energia. Questo è quello che vedo nella media. Qui ci sono stati momenti in cui le donne occupavano posti nell’ufficio commerciale, nella produzione, nel personale. Credo molto nel lavoro delle donne.
Prendiamo per esempio la tecnologia dei materiali compositi. Da noi ci sono tante donne che si occupano anche della lavorazione del carbonio con estrema precisione. Riescono a fare qualcosa che prima era solo appannaggio degli uomini Realizzano cioè anche un telaio di un’auto, ovvero un lavoro che in passato veniva svolto esclusivamente da uomini perché comportava saldare, piegare una lamiera, ecc. Oggi, invece, da noi, le donne fanno anche il telaio e la carrozzeria di una vettura”.
Quali consigli darebbe a un giovane designer che vuole diventare l’Horacio Pagani del futuro?
“Io non ho mai lavorato per diventare Enzo Ferrari o Ferruccio Lamborghini.
Ognuno deve seguire un suo percorso. Se poi hai dei punti di riferimento e ispirazione importanti – come per me sono stati Pininfarina, Gandini, Bertone, Giugiaro, Enzo Ferrari, ma anche Einstein e Leonardo Da Vinci – penso che sia naturale e anche molto bello perchè è comunque un premio. Ognuno, però, deve diventare se stesso.
Quello che suggerisco è di imparare a disegnare bene con le mani e poi studiare per quanto possibile la storia di Leonardo e la sua filosofia, perché studiando Leonardo puoi davvero imparare come seguire la tua carriera, che tu sia un architetto, un ingegnere, un designer, un ricercatore. Leonardo ti dà più o meno la risposta a tutto. Era un tipo molto semplice, una persona molto molto positiva e creativa. Era un genio perché era umile, perché sapeva parlare con le altre persone. Si metteva alla prova continuamente, era una persona che soffriva anche molto, una persona con una marcata sensibilità. Lui è stato probabilmente, credo, il primo che ha detto che arte e scienza sono due discipline che possono camminare mano nella mano”.
Come vede il futuro del design e dell’automotive nei prossimi 10 anni?
“Tutti i costruttori di automobili, noi compresi, lavoriamo molto per cercare di fare in modo che le macchine siano più pulite per la salvaguardia dell’ambiente.
In ogni modo bisogna lavorare tutti insieme per cercare prima di tutto di trovare il modo di produrre energia elettrica con delle fonti che non siano inquinanti come il petrolio e come il carbone.
Ci vorrebbe gente con conoscenze tecniche e scientifiche per dare un supporto a chi deve prendere delle decisioni. Non deve essere una questione demagogica. Deve essere una questione veramente oggettiva, altrimenti rischiamo di farci del male. Credo che la macchina elettrica sia molto importante per il trasporto all’interno delle città perché la concentrazione demografica è molto alta. All’interno della città non ti serve una macchina con mille cavalli, nemmeno con 350 o 500 cavalli. Ti serve una macchina che faccia i 50 o i 60 km all’ora, a due posti perché la maggior parte della gente si sposta con poche persone e poi bisogna abituarsi a usare le bicicletta e a camminare. Io abito a 3 km di distanza da qui e vengo a lavorare o a piedi o in bicicletta perchè il mezzo di trasporto più è semplice più è economico. Quando sono a Milano mi muovo in bicicletta o a piedi perchè è il mezzo di trasporto più comodo. Bisogna cominciare a prendere delle abitudini che siano più sagge”.
Questo richiede un cambio culturale?
“Einstein diceva che i giornali vanno letti alla rovescia e io sono d’accordo con Einstein”.
Grazie!
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Horacio Pagani!
Ascolta “People and inclusion / Horacio Pagani [giugno 2021]” su Spreaker.[Guarda la versione completa dell’intervista – 26 min]
Mago, illusionista, autore e conduttore televisivo, scrittore, formatore, ingegnere e consulente. Walter, ti andrebbe di raccontarci qual è il minimo comun denominatore tra queste professioni che hai svolto e svolgi nella tua vita?
“Tutto nasce da bambino. Ho iniziato a fare il mago, ma continuo a essere “lucidamente schizofrenico” perché sono nato mago e mi sono evoluto – “involuto” ingegnere. Quindi vivo un po’ confuso, con la bacchetta magica nella mano destra, con la quale inseguo i sogni e un foglio Excel nella mano sinistra, con i quali cerco di realizzarli. Mentre i miei amici giocavano, si divertivano e correvano all’aria aperta, io mi chiudevo in camera, affinché nessuno mi spiasse, per cercare di trovare il segreto per far sparire la moneta nella mia mano.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi e se li conti anche i minuti finché a un certo punto la moneta sparì. Il dono più grande che ho ottenuto non è stato il trucco per far sparire la moneta, ma l’insegnamento che, se insisti e non ti arrendi mai, puoi realizzare l’impossibile. Ecco, questo è il dono più grande che mi abbia fatto la magia e credo sia il filo conduttore di tutto quello che ho fatto perché da quel momento in poi ho inseguito mille vite. Sono andato in america a fare Mago in un casinò, poi sono tornato in Italia e ho iniziato a lavorare in televisione e sono diventato Capo Progetto /autore in RAI.
A unire tutto è stata dunque questa convinzione. La vera difficoltà è capire dove andare, ma poi il metodo si troverà sempre. Se dovessi dare un consiglio, quindi, vi direi: capite prima dove andare. Se avete un impegno profondo con voi stessi e con gli altri dichiaratelo, perché se lo dichiari poi per coerenza cerchi anche di raggiungerlo.
L’impossibile non esiste, ma è fondamentalmente un limite della nostra mente”.
Più volte tu stesso hai affermato che “devi uccidere delle parti di te per costruirne altre”. Come riesci a fare questo? Quando capisci che è arrivato il momento giusto per dar spazio a nuove forme di te stesso? Che cosa succede in quel momento?
“Io credo che si debba prendere coscienza che c’è un’età per tutto. Molte volte noi cerchiamo di rubare anni alla vita e non ci rendiamo conto che, invece, ogni età ha un modo di essere, un modo di fare, un lavoro, una famiglia, delle persone con cui vivere e non c’è niente di sbagliato nel vivere al meglio quello che hai come occasione in quel momento.
Devi renderti conto che magari non tutto può essere per sempre. Ho iniziato a fare il mago da piccolo e quando poi sono diventato capo progetto in RAI, il direttore di RAI 2 mi disse: “Rolfo, adesso devi prendere una decisione, perchè già la gente crede poco ai giornalisti se fanno pure i maghi non ci crede nessuno”.
Lì ho “appeso le carte al chiodo”, perchè c’è un’età per tutto e mi sono reso conto che se a 40 anni avessi fatto il mago come facevo da bambino sarei stato un dissociato. Il problema è vivere un’età che non ti appartiene più. Aver coraggio di cambiare ha una valenza in tutto. Scherzando dico che ho ucciso il mago per poi nascere ingegnere, formatore, conduttore, fondatore di Masters of Magic.
Nella vita personale bisogna avere il coraggio di uccidere il bambino o il ragazzo che c’è in ognuno di noi per diventare uomo, perchè devi prenderti delle responsabilità. Devi avere il coraggio di uccidere rami di business per intraprenderne di nuovi, perché se non prendi tu questa decisione sarà la vita a prenderla per te.
Quando sei al massimo di quello che stai vivendo devi capire che è arrivato il momento di saltare. Se non vivi nel futuro, alla fine il futuro ti riporta con i piedi per terra.
Si chiama “Sindrome del Concorde”. Le cifre che vi dico non sono vere, ma sono solamente degli esempi. Il progetto del Concorde è stato il frutto di una co-produzione franco-britannica. Si trattava di un aereo bellissimo che doveva andare più veloce del suono. Furono spesi 100 milioni di sterline per realizzarlo. Quando è stato costruito si resero conto che faceva troppo rumore e quindi spaccava tutti i vetri delle case vicine agli aeroporti. Allora si pensò di riprogettare i motori con un ulteriore costo di 50 milioni di sterline. Avendone già spesi 100 si decise di andare avanti per un totale di 150 milioni. Dopo aver costruito i nuovi motori si resero conto che il costo per volare era troppo elevato.
L’aereo, essendo stato progettato per avere un numero limitato di posti a bordo, non garantiva un rientro delle spese. Occorreva quindi aggiungere nuovi posti, ma questo comportava la riprogettazione di tutto l’aereo. Ci volevano altri 50 milioni. E poi i freni non andavano bene, ci volevano piste più lunghe. In sintesi, alla fine di tutto fu speso il 400% dell’investimento iniziale fino a quando il Concorde precipitò tragicamente. Ecco, se avessero il coraggio di buttare via i primi 100 milioni non avrebbero speso il 400% in più e avrebbero salvato delle vite.
Molte volte nella vita ci incaponiamo in processi, in attività, in relazioni che sono palesemente fallimentari perché non abbiamo il coraggio di cambiare e di perdere”.
Per noi in Synesthesia i temi dell’inclusione e della centralità delle “persone” costituiscono i pilastri del contesto lavorativo. Secondo te, quanto è importante questo tema nelle realtà aziendali di oggi? Come definiresti la situazione attuale in Italia?
Da ingegnere parto dai numeri. Le aziende che sono realmente inclusive, hanno un fatturato maggiore del 16% rispetto ad aziende simili. L’80% delle persone in Italia è più propensa ad acquistare prodotti di aziende realmente inclusive. Quindi vuol dire che solo 1 su 5 in Italia è insensibile al concetto di inclusività. Dal punto di vista delle performance è oggettivo che essere inclusivi sia un vantaggio. Dal punto di vista delle persone c’è un clima aziendale migliore, attiri di più i talenti. C’è una maggiore proliferazione di idee perché c’è una maggiore creatività.
È oggettivamente un vantaggio essere un’azienda inclusiva. Questo è importante perché se poni delle basi importanti sui numeri è possibile costruire tutto il resto. In realtà, credo che oggi:
per essere un’azienda migliore non si debbano solamente realizzare performance migliori. Ciò che fa la differenza sono le persone da cui essa è formata. Un’azienda è migliore perché è formata da persone migliori.
Le persone migliori sono quelle persone che trattano meglio il cliente, che hanno cura delle altre persone con cui lavorano, che se devono fare una notte in più per creare un progetto che possa essere utile lo fanno volentieri.
C’è una frase molto carina di Groucho Marx che dice: “io non farei mai parte di un circolo che accettasse uno come me tra i soci”. Vuol dire che in questo circolo, che è quello delle persone inclusive, non entrano le persone che in qualche modo non sono inclusive. È un automiglioramento.
Per quanto riguarda l’Italia, è una Nazione con mille sfaccettature e mille variabili. È ovvio che se vai in grandi città e grandi metropoli, dove hai grandi aziende multinazionali con un’attenzione particolare alle persone in quanto tali, è più facile trovare un ambiente maggiormente inclusivo con una migliore gestione delle persone.
L’inclusività ha mille sfaccettature e non è soltanto di razza e di genere, ma è anche, per esempio, accettare che un papà abbia del tempo per curare i figli. Noi banalizziamo un po’ questa idea, pensando solo alla razza e al genere, ma l’inclusione è accettare anche una persona che in quel momento magari non è tanto felice e ha bisogno di un’attenzione in più. L’inclusione è qualcosa di molto più profondo di quanto i media in questo momento stanno raccontando”.
Dare forma alle proprie aspirazioni è un po’ come trasformare l’impossibile in qualcosa di possibile. A tuo avviso “è possibile” pensare a un futuro più inclusivo che valorizzi maggiormente le differenze culturali e di genere?
Credo di sì e credo che sia una “valanga” ormai iniziata, con velocità diverse e non si possa – né sia giusto – fermare. Credo che sia un bisogno. Vedendo le nuove generazioni, ti rendi conto che sia già qualcosa che appartiene a loro più di quanto appartenga a noi. Questo è dato anche dal fatto di avere background diversi. Ho amici che hanno figli e mi dicono che a scuola non c’è più differenza di niente. È tutto molto più libero e meno male che sia così.
Uno dei punti di svolta fondamentali per quanto riguarda il concetto di inclusione fu la scoperta della Luna. Quando l’uomo è arrivato sulla Luna sono cambiate tre cose: una è il concetto di impossibile, perchè prima una simile impresa sembrava impossibile. Da quando Armstrong posò il primo piede sulla Luna nel 1969 si radicò il concetto che nulla fosse impossibile e quindi la differenza si è espressa anche nel modo di parlare. Non si dice più “è impossibile”, ma si dice quando si farà? Nessuno ha il dubbio che andremo su Marte è solo una questione di quando. Nessun ha il dubbio che ci saranno delle nuove tecnologie che cambieranno totalmente il nostro modo di vivere.
Il secondo grande cambiamento riguarda la sostenibilità perché ci si è resi conto che per quanto a noi sembri grande il nostro pianeta, in realtà è un piccolo pallino perso nell’infinito. Per Armstrong la Terra era comeuna barca in mezzo all’oceano, circondata dalle acque dove nessuno può scendere né salire, dove non ci sono altre risorse da prendere e non ci sono risorse da buttare. Tutto quello che c’è è lì e questa è la Terra. Da quel momento in poi sono nati i movimenti ambientalisti in Australia. Abbiamo capito che dovevamo iniziare a far fortuna con quello che avevamo.
Il terzo cambiamento riguarda di più le persone. In quegli anni sui pullman c’erano ancora le zone per persone di colore e per i bianchi. Siamo stati così bravi da andare sulla Luna e, in quegli anni, c’erano ancora delle scuole dove c’erano queste divisioni. Ma cosa siamo veramente? Da lì è poi partita la grande rivoluzione che ha portato Obama, dopo 40 anni, alla presidenza degli Stati Uniti.
Si tratta quindi di una valanga che è partita. I giovani sono parte di questa valanga e la guidano. Questa è una grande fortuna e una speranza per il futuro e se non riusciremo noi che siamo più adulti a fare dell’inclusività, della condivisione, dell’accettare le persone il nostro mantra, avremo sprecato tanta vita e tante battaglie”.
Che cosa manca, a tuo avviso, nella aziende e nella società per evolvere dal punto di vista sociale e culturale?
“Molte aziende fanno “inclusion washing”. Fa “cool” dire che siamo inclusivi, dire che per noi è tutto uguale. Poi, però, non c’è la convinzione profonda di farlo perché non è solo dirlo, ma va poi anche messo in atto con la formazione, con l’atteggiamento, con premi che valorizzino chi realmente lavora nell’inclusione. Ci vuole la convinzione profonda che vada fatto ed evitare l’inclusion washing. Ci vogliono capi, leader che abbiano veramente a cuore l’idea di portare nella propria azienda il credo dell’inclusività. È necessario ascoltare ciò che viene dal basso, dalla base, perché soprattutto i giovani neoassunti saranno un volano importante. Per restare in tema, vi consiglio di vedere il film “Il diritto di contare”, candidato al premio Oscar, con Kevin Costner. Il film racconta la storia vera di Catherine Johnson, la prima donna di colore a entrare in un team della NASA, dove erano tutti uomini e bianchi. È stata trattata malissimo, ghettizzata. Il film racconta che per andare in bagno la Johnson doveva fare un chilometro perché non c’erano bagni per lei nelle vicinanze. Pensa com’è cambiato il mondo e come vivevamo male prima.
C’è una bella scena del film che ci mostra la volontà da parte del capo, interpretato da Kevin Costner, di battersi per una maggiore integrazione abbattendo il cartello con una spranga dove c’era scritto “bagni solo per bianchi”. Quindi ci vogliono convinzioni profonde, ci vuole la volontà di farlo e ci vogliono capi, manager che non lo dicano soltanto, ma credano profondamente che l’inclusione sia importante e che soprattutto abbiano le orecchie aperte perché dalla base, dai giovani, da chi in qualche modo lavora con te, vengono segnali importanti che vanno ascoltati se vuoi veramente cambiare le cose”.
Al TEDx di Trastevere hai detto che “per realizzare l’impossibile bisogna pensare come un mago”. Come ragiona un mago davanti a una simile sfida?
Noi tutti pensiamo che un mago sia un problem solver, uno che risolve problemi impossibili. Un mago, invece, è qualcosa di più perché il fatto che risolva problemi è scontato, ma in realtà un mago è un problem setter: cioè “setta” dei problemi che sembrano impossibili e quindi lui deve prevedere già la soluzione nel preparare il problema. Il prestigiatore crea, dunque, delle premesse false che generano dei problemi apparentemente impossibili. Se io metto una moneta nella mano, la moneta non può sparire. Dov’è la falsa premessa? Che probabilmente la moneta non è nella mano. Oppure che la moneta non sia una moneta, magari la moneta è di ghiaccio e si scioglie. Ma se io ti radico la convinzione che io abbia una moneta vera nella mano in questo istante, ovviamente non può sparire. La falsa premessa quindi ti porta a un problema apparentemente impossibile. Sono tutte false premesse che tu ti dai e, come nel concetto di magia, generano problemi apparentemente impossibili.
Quindi per realizzare l’impossibile devi operare sulle premesse. Le premesse sbagliate sono quelle che mutano il ragionamento. Nel nostro caso quindi per avere aziende più inclusive vanno cambiate le premesse.
Attualmente le premesse con le quali viene veicolato questo discorso sono: se tu non sei inclusivo va molto male. Nel cambiare le premesse tu non devi dire che è male non essere inclusivi, ma devi dimostrare i grandi vantaggi dell’essere inclusivi.
Raccontando questi vantaggi le persone sono più portate a cambiare le premesse. Se io vedo un vantaggio concreto, reale, ovviamente sono più portato ad andare verso quella strada. E quindi visto che alla fine le persone sono motivate da degli obiettivi da raggiungere, da dei vantaggi da ottenere, da delle mete da conquistare, allora diamo degli obiettivi.
Non diciamo solo che è male e sei una brutta persona se non sei inclusivo, diciamo piuttosto perchè sei speciale se invece hai il coraggio di essere inclusivo.
Walter, quali sono gli insegnamenti che ti piacerebbe lasciare alle future generazioni?
“Io credo che l’insegnamento più importante sia aiutare le persone a trovare un sogno. Non esistono sogni giusti e sogni sbagliati. Esistono persone che hanno sogni e persone che non hanno sogni e il vero motivo per cui le persone non realizzano i propri sogni è perché non ne hanno. Ogni volta che io chiedo a qualcuno quali sono i suoi sogni, il 90% delle persone mi risponde con indecisione. Man mano che si cresce si ha sempre meno contezza che si possano realizzare i sogni. Quindi sia per le future sia per le passate generazioni il mio consiglio è createvi sogni continuamente, ispirate sogni nelle persone che amate, regalate sogni alle persone perchè in tantissimi non sono in grado di trovare un proprio sogno. Io poi, da ingegnere, amo chiamare i progetti sogni perché non mi alzerei mai al mattino per realizzare un progetto, ma mi alzo volentieri per inseguire un sogno. Quindi da ingegnere non parlo di sogni come se fossero la manna dal cielo o la pioggia che scende e ti bacia, oppure l’energia che ti guida alla conquista di chissà cosa. No. Io parlo di cose concrete. Createvi dei progetti e una volta trovato un progetto, trovate il modo di realizzarlo. Questa è per me la più grande lezione: trovare qualcosa che ci faccia battere il cuore. Come fare? Scrivete su un foglio mille sogni. Scrivete qualunque cosa, anche la più folle e poi seguite quella che vi accende di più. Questo è il primo grande consiglio che mi permetto di lasciare. La seconda cosa è “martellare come dei fabbri”, cioè il vero segreto per realizzare i propri sogni è non arrendersi mai. La vita è semplice. Va giù e va su per tutti. Non esiste un’unica e costante ascesa verticale verso il successo. Diamo valore ai picchi e facciamo che le valli siano più piatte possibili. La vita deve essere una sinusoide alla quale noi tagliamo la parte bassa. Io mi sono reso conto che tutto quello che ho fatto nella vita, piccolo o grande che sia, deriva da un “martellamento”, del non mollare mai. Quando la vita ti butta giù il segreto è insistere. C’è sempre un modo di realizzare questo sogno. Anche se non lo realizzi, sarai stato sulla strada che porta alla felicità”.
Walter, come ti immagini il futuro nei prossimi 10 anni?
“Sono un ottimista pazzesco. Penso al futuro come un posto meraviglioso.
Sarà casa. Sarà il posto dove stiamo andando. È come se noi stessimo facendo un viaggio verso un luogo dove dovremmo stare. Mi piace pensare che questo luogo debba essere bello. Mi piace pensare che sia un luogo che io contribuisco a creare bello. Sarà il posto dove io vivrò e devo trovare dentro questo tutti i motivi per vivere al meglio.
Il futuro non torna mai indietro, questo è importante. Non siamo mai tornati indietro. Non è mai successo che una volta inventata la macchina siamo tornati a utilizzare la carrozza. Quando è stato inventato l’MP3, non abbiamo più utilizzato la cassetta. Pensare che se il futuro non ci piaccia si possa tornare avanti e indietro è anacronistico, folle e anche stupido. Quindi, noi andremo nel futuro. Ci stiamo andando. Immagino il futuro come un treno che viaggia veloce e tu non puoi scendere a meno che tu non ti faccia molto male. Quindi puoi o starci in piedi scomodo oppure sederti e goderti questo viaggio. Secondo il Financial Times, noi faremo un salto in avanti nei prossimi 10 anni, dal punto di vista della tecnologia, più grande rispetto a quello che è stato fatto dalla prima rivoluzione industriale fino a oggi. Perciò, dal punto di vista del nostro modo di vivere dobbiamo essere pronti a cambiare, godere del fatto che stiamo vivendo in un’epoca straordinaria e piena di sorprese. Non dire “questa cosa mi spaventa” perché non c’è più tempo, non è più un futuro è un adattamento continuo. C’è un aneddoto bello raccontato da McLuhan, il più grande massmediologo del secolo scorso che racconta di due giovani pesciolini che nuotano. A un certo punto si avvicina un pesce più grande che si rivolge a loro chiedendo come fosse l’acqua dentro la quale nuotavano. I due pesciolini stupiti non avevano più la percezione del contesto. Chi è giovane non ha la percezione che le cose cambino. Anche perché va tutto così veloce. Il futuro va veloce e per me è un posto meraviglioso. Per noi che dobbiamo andarci, ritengo che per quanto dobbiamo avere a che fare con l’intelligenza artificiale non sarà un sostituirsi all’uomo, ma un collaborare con l’uomo. Le emozioni saranno quanto mai importanti perché in un futuro, tutto quello che non farà battere il cuore ai nostri clienti o alle persone con le quali collaboriamo sarà una commodity e le commodity si comprano su Amazon. Quindi,
qualunque lavoro voi facciate, qualunque sia la vostra vita, la vostra attività, chiedetevi che cosa potete fare voi oggi che non potrà fare una macchina domani, in questa risposta c’è il nostro futuro”.
Walter grazie, grazie per aver partecipato a questa nostra festa!
Grazie a te, grazie a voi. È stato un piacere essere qui a parlare di futuro, di persone e di impossibile.
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista a Walter Rolfo? Nessun problema, c’è la versione podcast!
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