Il metaverso sarà davvero la “prossima versione” di Internet?

Prima di Facebook e della sua operazione di rebranding nell’ottobre 2021, il termine “metaverso” non era molto presente in rete. Secondo le statistiche di Google Trends degli anni precedenti, le poche persone che ne parlavano attivamente avevano tutti a che fare con il mondo delle criptovalute, dei token e con quello della blockchain. 

A causa della pandemia da Covid-19 negli ultimi anni molte cose sono cambiate: il tempo trascorso online è aumentato in modo esponenziale e buona parte della nostra quotidianità improvvisamente è stata proiettata (molto più di prima) dentro uno schermo di uno smartphone o di un computer.

Questo fenomeno ha stimolato fortemente il mercato tecnologico dando il via a un’imponente ondata di investimenti che sono andati verso la nascita di una nuova versione del web, più immersiva e in realtà aumentata. I segni di questo cambiamento, tuttavia, erano intuibili già da molto tempo, probabilmente da quando nel 2014 Zuckerberg acquistò Oculus, la più importante società produttrice di visori per realtà virtuale. Questo episodio probabilmente è stata una tappa importantissima che ha influenzato gli altri operatori indicando quale strada percorrere per il futuro.

Oggi le “Big Tech” (e non solo), con Meta in testa, sono impazienti di capire se gli ingenti investimenti economici fatti finora per la realizzazione di nuovi mondi virtuali (o metaversi) e innovativi modelli di business stiano andando nella giusta direzione. I dubbi da sciogliere e le perplessità che ruotano a questo tema sono ancora tanti.

Quale metaverso?

Recentemente l’articolo di Wired “Il metverso non esiste” (10 giugno 2022, a firma di Andrea Signorelli) ha creato non poco scalpore sollevando forti perplessità sulla reale esistenza del metaverso inducendo i suoi lettori a riflettere e a soffermarsi sul profondo significato e sull’utilità del metaverso.

Secondo l’autore, quotidianamente assistiamo al proliferare di comunicati stampa che annunciano l’ingresso di nuove aziende nel metaverso. 

“C’è un solo problema: il metaverso non esiste. E allora come fanno le aziende a entrarci? E come fanno – stando a una miriade di articoli pubblicati in ogni angolo del globo – le persone a sposarsi nel metaverso? A speculare nel metaverso? A partecipare a eventi nel metaverso? A lavorare nel metaverso e addirittura a subire molestie nel metaverso?” (Andrea Signorelli, “Il Metaverso non esiste”, Wired).

Sempre secondo l’autore attualmente esistono, tante, troppe piattaforme che non sono collegate l’una all’altra. Le aziende che decidono, inoltre, di “entrare” nel metaverso si limiterebbero ad adottare una piattaforma già esistente per organizzare eventi brandizzati o fare riunioni, team building o formazione in realtà virtuale.

Il metaverso: un addio alla realtà? 

Le questioni che ci pongono “in dubbio” nei confronti di questo “paradigma digitale” fanno riferimento non tanto al suo essere troppo parcellizzato, quanto al modo di organizzare la vita collettiva delle persone.

Stando alle previsioni di Gartner entro il 2026 il 25% delle persone passerà almeno un’ora al giorno nel Metaverso. Siamo davvero sicuri in futuro di voler trascorrere tutto questo tempo chiusi in casa indossando dei visori che ci isolano completamente dal resto del mondo per compiere azioni quotidiane all’interno di un mondo virtuale popolato da avatar? Siamo davvero sicuri di voler vivere dentro una realtà dove le emozioni sono espresse in modo stereotipato e dove niente diventa davvero emozionale e imprevedibile?

Per funzionare davvero il metaverso forse richiederebbe tutta una serie di presupposti “sociali” e antropologici legati per molti aspetti a situazioni e a contesti emergenziali (come per esempio una pandemia). Con questo non vogliamo dire che il metaverso rappresenti una scommessa che siamo disposti a perdere (in partenza). Come abbiamo visto nel precedente articolo, tante sono le opportunità e i benefici che ne potrebbero derivare (in ogni ambito). Il metaverso così come ci è stato raccontato finora si farà, ma presumibilmente ci vorrà tempo. Forse non siamo ancora pronti per dare definitivamente addio alla realtà (o anche solo a parte di essa). Probabilmente in futuro non molto distante riusciremo a fare esperienza di nuovo world wide web più immersivo, in 3D e in realtà virtuale. Forse un domani riusciremo a spostarci da una piattaforma all’altra con la stessa facilità con cui oggi ci muoviamo nel web con il nostro browser. Ma c’è ancora tanto da fare, proprio a partire da ciò che ci è più vicino, l’individuo e i suoi bisogni concreti e reali.


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Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).

NFT: un valore identitario tutt’altro che fungibile

Unici nel loro genere. Irripetibili e dal valore inestimabile. Non stiamo parlando del celebre Pink Star (diamante rosa da 59,60 carati) oppure dell’ultimo quadro di Francis Bacon battuto all’asta da Sotheby’s, ma di “NFT” (non-fungible token). 

Attualmente al centro di un mercato in grande espansione, gli NFT sembrano indicare una strada che può essere percorsa per una vastissima serie di attività umane digitali. Basti pensare che nel mondo esistono molti beni non fungibili, che magari possono sembrare uguali e ripetibili, ma che in realtà non lo sono. Prendiamo proprio l’esempio di un’opera d’arte digitale. In questi casi, per quanto accurata possa essere la copia, l’originale porterà con sé un’identità che nessun’altra opera potrà mai ripetere. Questo attestato di autenticità è fornito direttamente dagli NFT, cioè quelle “informazioni digitali” che fanno sì che il file a cui sono associate abbia una sua peculiarità.  

Sì, ma che cosa sono esattamente gli NFT? Sono “risorse del mondo digitale” che possono essere acquistate e vendute come qualsiasi altro oggetto di proprietà, ma che non hanno una forma tangibile. Si tratta, in sostanza, di uno speciale token crittografico che attesta l’atto di proprietà scritto su blockchain di un bene unico (digitale o fisico) e ne certifica l’autenticità, consentendo di stabilire i diritti sull’opera, la quale, nelle sue forme più usuali, assume le sembianze di GIF, tweet, figurine virtuali, immagini di oggetti o anche skin per videogiochi.

Le piattaforme dove comprare NFT

Oggi un’economia basata sugli NFT esiste già. Tra i più celebri marketplace presenti in rete dove è possibile vendere o comprare NFT ricordiamo, per citarne alcuni: 

“Everydays: the first 5000 days”: come sta cambiando il mercato dell’arte e dei beni di lusso con gli NFT

Dal primo maggio al 2007 al 7 gennaio 2021 l’americano Mike Winkelmann, in arte Beeple, ha postato online la sua illustrazione artistica. Sette anni e mezzo di lavoro per un totale di 5.000 pezzi realizzati per dar vita a un gigantesco collage di jpg (21.069 pixel x 21.069 pixel) intitolato “Everydays: the first 5000 days”. Si tratta per l’esattezza della prima opera d’arte “NFT” mai battuta dalla casa d’aste Christie’s per un valore di oltre 69 milioni di dollari. Quest’esempio rappresenta certamente un episodio che, probabilmente, segnerà l’inizio di un nuovo capitolo della storia dell’arte e non solo.

Altri creatori di contenuti digitali e brand hanno già realizzato GIF, stickers e clip art da vendere all’asta con valori incredibili. Gucci, per esempio, ha creato una GIF animata ritraente un fantasma brandizzato su sfondo giallo, che ha venduto alla cifra di 16.300 dollari. 

Non solo arte digitale

Gli NFT non sono legati esclusivamente all’arte digitale o al mercato del lusso. È proprio questo il caso molto recente di NBA Top Shot. Sul sito più di centomila utenti hanno “spostato” oltre 250 milioni di dollari comprando e vendendo video rarissimi di partite di basket (in edizione limitata, con una tiratura che ne stabilisce il prezzo).

La NFT mania sembra non risparmiare neppure il mondo del gaming come dimostra la recente notizia riguardante la nota catena di prodotti e servizi videoludici GameStop.

L’azienda statunitense avrebbe stretto una partnership con Immutable X per costruire un mercato per NFT entro fine anno sfruttando un investimento da 100 milioni di dollari. I consumatori potranno, così, acquistare e vendere NFT collegati a risorse digitali da utilizzare in vari videogiochi. Gli oggetti includeranno elementi come immobili virtuali, skin dei personaggi e armi. 

Gli NFT possono essere canzoni, video, GIF, tweet. Le sue infinite applicazioni sperimentate finora non hanno limiti. L’importante è che ci sia qualcuno interessato a investire nella proprietà digitale nell’unicità di qualcosa attraverso gli NFT. Un mercato, dunque, tutt’altro che “non fungibile”, si prospetta per molti investitori, artisti, musicisti e influencer. In molti sono oggi ingolositi dall’idea di far propria una risorsa digitale e rivendicarne la proprietà.

È importante precisare che acquistare un NFT nella maggior parte dei casi non comprende anche il copyright dell’oggetto digitale. L’acquirente non potrà quindi reclamare i diritti d’autore o decidere il suo utilizzo e condivisione. Tutte le stampe e le condivisioni di quel determinato oggetto digitale non saranno altro che copie. 

Solo alcuni NFT danno la possibilità di ricevere automaticamente una quota fissa ogni qual volta un’opera d’arte viene rivenduta. Questo vale soprattutto per gli autori dell’opera, per i digital artist. Grazie agli smart contracts, infatti, è possibile incidere nel codice il diritto al 5% di ogni successiva transizione, rendendo così la vendita delle opere un’operazione da cui poter continuare a guadagnare nel corso del tempo. 

Quali prospettive? 

Aver esteso i concetti di unicità e autenticità anche al mondo digitale, riproducibile per sua stessa definizione, rappresenta un’intuizione che funziona. All’interno di questo fenomeno socio-economico in costante evoluzione, dove mondo reale e mondo digitale si integrano vicendevolmente, il Metaverso gioca un ruolo fondamentale e sembra aprire all’orizzonte scenari che fino a poco tempo fa erano stati solamente immaginati. 

In futuro queste risorse potrebbero addirittura essere impiegate per comprare e certificare la proprietà di luoghi, automobili, vestiti da usare in nuovi mondi digitali. Man mano che l’universo virtuale prenderà forma, gli NFT diventeranno sempre più indispensabili e la loro crescente richiesta non farà altro che aumentarne il valore. 

Tuttavia, I temi aperti sono ancora tanti, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza (la blockchain è solida, ma tutto l’ecosistema digitale che ruota attorno a essa non lo è nella stessa misura) e l’impatto ambientale (secondo Memo Akten, artista computazionale, ingegnere e ricercatore, sistema Crypto comporta uno sfruttamento massiccio delle risorse minerarie il consumo energetico medio per transazione sulla piattaforma SuperRare è di 82 kWh, pari a 48 kg di Co2). 

Nonostante i limiti e il pericolo di bolle speculative sia molto alto, oggi la convinzione che gli NFT rappresentino un modo intelligente per investire le proprie criptovalute sta crescendo vertiginosamente. Gli NFT potrebbero davvero rappresentare una parte molto interessante dell’economia del futuro, un’economia ancor di più decentralizzata, dove l’interesse del singolo – si spera – possa trovare presto il suo equilibrio con il resto del mercato.


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Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).

Reale o non reale? Sarà questo il problema del futuro?

Reale o non reale? Sarà forse questo uno dei futuri problemi esistenziali che gli appassionati della tecnologia, i filosofi, gli scienziati e i politici del futuro si porranno nei prossimi 10 anni? Che cos’è effettivamente il Metaverso? Siamo davvero sicuri che si tratti di un’idea del tutto nuova?

Quello a cui stiamo assistendo oggi non è altro che la naturale conseguenza di una rivoluzione tecnologica e sociale iniziata tempo fa. Immaginato e raccontato da anni nella letteratura (la parola “metaverso” appare per la prima volta nel 1992 nel romanzo postcyberpunk “Snow Crash” di Neal Stephenson), nella scienza, nel cinema, nel mondo della tecnologia e nella filosofia, la realizzazione di un Metaverso si sta concretizzando davanti ai nostri occhi in un progetto con infinite potenzialità e implicazioni per quanto riguarda il nostro futuro.

Dietro questa svolta epocale in campo tecnologico – per molti aspetti del tutto simile a quella avvenuta con il lancio del primo smartphone – vi sono importanti ragioni strategiche legate al brand. Per ovvie ragioni, il nome “Facebook” era diventato troppo limitante per l’azienda, dal momento che finiva per ancorarla solamente a uno dei suoi prodotti di punta, l’omonimo social network. Occorreva, dunque, un forte cambiamento.

Lo stato della tecnologia: a che punto siamo con la creazione del Metaverso?

Oggi si sente spesso parlare di Metaverso e della creazione di un nuovo mondo phygital, una dimensione che si colloca oltre i confini della realtà attualmente conosciuta e che integra in sé il mondo fisico e quello digitale (da cui appunto il neologismo phygital che deriva dalla crasi dei termini inglesi “physical” e “digital”).

Con il suo annuncio in occasione della conferenza “Connect” tenutasi in diretta streaming lo scorso 28 ottobre, Zuckerberg ha voluto inaugurare una nuova era per i social media e non solo, facendo dello sviluppo del Metaverso un principio cardine della crescita futura della propria azienda.

Un unico e grande obiettivo sembra guidare questa evoluzione: aiutare le persone che non sono presenti all’interno dello stesso spazio fisico a essere sempre più connesse attraverso un tipo di interazione sociale totalmente immersiva e coinvolgente.

Quotidianamente sperimentiamo l’utilizzo della tecnologia di realtà aumentata (AR). Basti pensare a quando scansioniamo un QR code con la telecamera dello smartphone e attiviamo azioni o file digitali. È evidente però che l’esperienza della realtà passa così attraverso la mediazione necessaria del nostro dispositivo diventando di fatto bidimensionale. Questo aspetto è proprio ciò che Meta, con la creazione del Metaverso, vuole superare, garantendo agli utenti un’esperienza virtuale non differente da quella vissuta nella realtà fisica. 

Meta è intenzionata a incorporare internet nel mondo reale e rendere più accessibile al maggior numero di persone possibile la Realtà Virtuale. Per queste ragioni l’azienda sta lavorando per rendere sempre più piccoli processori molto potenti che potranno essere inseriti all’interno di normalissimi occhiali da vista o da sole, o addirittura, chissà, in lenti a contatto e microchip sottocutanei.

Attualmente esistono numerosi dispositivi indossabili che adottano la realtà virtuale (VR). Nel mondo dei videogame, per esempio, ci sono i visori Oculus VR. Questi dispositivi, peraltro, possono essere utilizzati anche in un contesto lavorativo. A questo scopo la stessa Meta ha introdotto le Horizon Workrooms: il visore VR consente di interagire con i propri colleghi attraverso avatar, di usare l’audio spaziale per rendere l’esperienza ancora più realista e di avere a disposizione vere e proprie sale riunioni digitali.

Un nuovo mondo: le nuove opportunità del Metaverso

Tutti conosciamo Blockbuster e la “triste” fine che il colosso americano ha fatto a fronte delle neonate piattaforme streaming come Netflix. Tuttavia Blockbuster non è scomparso del tutto. A Bend, in Oregon, esiste un unico punto vendita superstite, meta degli appassionati. Ma nel Metaverso Blockbuster potrebbe “rivivere” fino al punto di ottenere la propria rivincita sulla principale rivale: Netflix appunto.

Una comunità di investitori, note come Dao (decentralized autonomous organisation), gestite mediante una blockchain, punta a raccogliere cinque milioni di dollari per acquistare il brand storico e rilanciarlo come servizio streaming proprio nel Metaverso. 

Tutto questo sarebbe possibile grazie all’emissione di NFT (non-fungible tokens), oggetti digitali, come creazioni artistiche, video e musica, unici e insostituibili, che sono alla base dell’economia del Metaverso. In questo modo sarebbe possibile acquistare e vendere titoli sul mercato con l’obiettivo di arrivare alla creazione di una piattaforma streaming decentralizzata e allo sviluppo di contenuti originali. Si arriverebbe alla realizzazione di una “Netflix” di nuova generazione, del tutto decentralizzata e già pronta per il Metaverso.

Il Metaverso sarà il migliore dei mondi possibili?

La rivoluzione digitale, tutt’ora in corso, ha permesso negli ultimi anni di migliorare notevolmente le nostre vite. Ma siamo sicuri che tutto questo sia realizzabile? Siamo sicuri che gli utenti vogliano davvero essere proiettati in un Metaverso?

Come abbiamo visto il Metaverso non sarà una nuova realtà che si sovrapporrà alle nostre vite, ma un mondo virtuale che diventerà una parte integrata del mondo fisico. Una realtà phygital così concepita rappresenta un’opportunità molto appetibile e interessante per moltissimi brand che stanno già sperimentando nel metaverso nuove forme di interazione con il proprio pubblico. Siamo solo all’inizio. Molto c’è ancora da fare e tante sono ancora le questioni aperte, come per esempio la regolamentazione e la tutela della privacy degli utenti, le disuguaglianze sociali ed economiche (già fortemente presenti nella nostra società e in molti paesi del mondo), l’accesso universale alla tecnologia e alle sue infinite potenzialità, solo per citarne alcune.

Quello che ci auspichiamo è una “colonizzazione consapevole” e regolamentata da leggi che tutelino la libertà e i diritti di tutti i loro utenti. Che sia dunque, un Metaverso più inclusivo e che arricchisca le nostre vite di nuovi stimoli e interessi.

Vero è che nessun “architetto del Metaverso” potrà pensare di se stesso di essere “Dio”. In fondo, è proprio questo stato di imperfezione e finitezza che ci spinge a cooperare e connetterci gli uni con gli altri per realizzare un nuovo mondo, con nuove opportunità per tutti: nuove esperienze per un numero di utenti illimitati, nuove occasioni di business per le aziende, il tutto senza limiti alla creatività. 

Sarà quindi questo il migliore dei mondi possibili di cui tanto parlava Leibniz? Tutto dipenderà dalla tua volontà: 

“Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio”. (Morpheus, tratto dal primo capitolo di Matrix, 1999)


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