I mezzi di comunicazione: dove si incontrano domanda e offerta 

Trovare il mezzo giusto per veicolare un messaggio – e intercettare così un pubblico target – è un obiettivo essenziale per le aziende che operano sul mercato. Le spese pubblicitarie, si sa, costituiscono una voce importante di costo nel bilancio complessivo di un’azienda e se non sono correttamente indirizzate possono tradursi in sprechi e perdite rilevanti. È utile, prima di tutto, capire dove “sta” il pubblico che si vuole raggiungere per poi trovare i mezzi per arrivare proprio in quel “luogo”. Secondo il “Total Audience Report” di marzo 2021 realizzato da Nielsen, i media su cui gli utenti statunitensi maggiorenni trascorrono più tempo nell’arco della settimana sono la televisione e le app/siti web da smartphone, con un tempo rispettivamente di quasi 31 ore per la prima e di 20 ore per i secondi. È la radio, però, il mezzo di comunicazione che raggiunge il pubblico più ampio con un’audience pari all’88%, seguita da app/web su smartphone (85%) e dalla TV (80%). La risposta delle aziende allo scenario appena descritto è “speculare” e laddove si trova il pubblico arrivano le aziende. La televisione costituisce, infatti, la voce principale della spesa pubblicitaria complessiva negli USA, coprendo il 68% del totale, seguita dal digitale con il 15%. La pandemia, inoltre, costringendo tutti a trascorrere molto più tempo nelle proprie abitazioni, ha favorito ancora di più l’utilizzo di mezzi di intrattenimento e comunicazione da sempre molto diffusi come la TV, anche sotto “nuove vesti” (si pensi per esempio alla diffusione delle internet TV). Non stupisce allora il dato che conferma questo medium come il più efficace per intercettare il pubblico di ogni età.

Baby boomers: un pubblico che fa la differenza

L’individuazione del mezzo pubblicitario giusto non basta per far crescere la propria attività. Occorre individuare il pubblico, capire quale siano i clienti più “appetibili”, quale siano le loro caratteristiche, esigenze e desideri per poter poi plasmare un messaggio efficace. Per approfondire il tema prendiamo in considerazione una recente ricerca condotta da Hootsuite che ha evidenziato una presenza sempre più consistente nel mondo digitale dei “baby boomers”, persone nate a cavallo degli anni ‘40 e ‘60 del secolo scorso. Si tratta di una generazione che, nonostante abbia risentito anch’essa delle conseguenza economiche della pandemia, gode mediamente di una situazione finanziaria più “solida” rispetto alle generazioni successive. Secondo i dati riportati da Hootsuite, il 70% degli utenti del web, di età compresa tra i 55 e i 64 anni, afferma di aver effettuato acquisti online nell’ultimo mese e il 37% dichiara di voler continuare, con maggiore frequenza, anche una volta che la pandemia sarà conclusa. Si tratta di un pubblico molto “appetibile” per le aziende di numerosi settori. Trascurare questi dati potrebbe tradursi in un grave errore. La pandemia, inoltre, ha indotto sempre più utenti “baby boomers” a “frequentare” i social network, Facebook primo fra tutti. Secondo i dati in esame, negli ultimi 4 anni, c’è stato un aumento del 66% nella scoperta di nuovi brand da parte dei baby boomers attraverso i social e oltre un quarto trascorre oggi ancora più tempo sui social a causa della situazione pandemica. È fondamentale quindi per le aziende attive sul mercato tenere in considerazione tutti questi aspetti quando si compiono scelte per interagire con il pubblico. 

In conclusione: unire il mezzo al pubblico 

Dopo aver raccolto informazioni accurate in merito alla distribuzione del pubblico sui vari mezzi di comunicazione e aver individuato la clientela potenzialmente più propensa all’acquisto, non resta che “mettere insieme tutti i pezzi” per elaborare una strategia pubblicitaria e di comunicazione efficace. Si è visto come la televisione e il digitale costituiscano oggi i mezzi che riescono a intercettare la quota maggiore di pubblico. Abbiamo individuato il pubblico dei baby boomers come quello più disponibile a fare acquisti anche online e nel lungo periodo. Nel realizzare la propria campagna di comunicazione non resta, dunque, che elaborare il messaggio giusto, che catturi l’attenzione degli utenti più “interessanti” e interessati, tenendo in considerazioni gli elementi (pubblico e mezzo) analizzati e le loro caratteristiche.

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Recentemente Synesthesia, spinta dalla forte crescita degli ultimi mesi, ha deciso di rafforzare ulteriormente i legami di collaborazione con RedAbissi entrando nella compagine societaria. Lucio Gamba (CEO e fondatore di RedAbissi) e Riccardo Recalchi (CEO di Synesthesia) ci raccontano il perché di questa operazione e quali sono le loro aspettative per il futuro e gli obiettivi che le aziende vogliono raggiungere insieme.

Lucio, Synesthesia è entrata a far parte  di RedAbissi. Quali sono state le ragioni che vi hanno indotto a unire le forze?

La collaborazione con Synesthesia è nata poco dopo la nostra costituzione. Questo ci ha dato l’accesso alle loro competenze ed alle loro risorse permettendoci di velocizzare il piano di sviluppo della nostra piattaforma RedHab. Il posizionamento di Synesthesia e la sua capacità commerciale, inoltre, ci ha portato tanti nuovi progetti da realizzare.

Riccardo, continua il percorso di crescita di Synesthesia. Da anni è attiva una collaborazione con RedAbissi. Perché avete deciso di investire in questa realtà proprio ora?

Il sodalizio con RedAbissi nasce prima di tutto dalla stima, umana e professionale, con Lucio e con tutto il team di RedAbissi. Abbiamo visto nascere l’idea e l’abbiamo sostenuta lavorando insieme sulla piattaforma RedHab, apportando il nostro contributo tecnologico: a oggi questa piattaforma è un’eccellenza sul mercato e siamo orgogliosi di far parte di questo progetto.

Il Il team di RedAbissi, inoltre, lavora insieme a quello di Synesthesia nella gestione di tutte le attività di digital marketing, cosa che ha permesso una crescita importante nella qualità dei servizi che offriamo ai nostri clienti.

Lucio, quali sono gli elementi in comune alle due aziende?

Mi sono ritrovato completamente nell’approccio e nei valori etici che mettono al centro le persone e la qualità dei servizi offerti.. Questo ha reso semplice il dialogo e l’integrazione al punto che ormai fatico a distinguere la differenza tra i due team aziendali.

Riccardo, quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati, nuovi  ambiti di collaborazione o c’è anche dell’altro?

Nel piano strategico di Synesthesia le attività legate al digital marketing e comunicazione giocheranno un ruolo molto importante: abbiamo intenzione di portare la nostra offerta a un livello qualitativo sempre più alto e questa collaborazione è al centro della nostra idea di futuro.

Vogliamo, inoltre, far crescere insieme la piattaforma RedHab e con Lucio e il team stiamo lavorando a nuove features e all’internazionalizzazione, altro obiettivo dei prossimi due anni.

Lucio, che tipo di collaborazione ti aspetti e come vedi il futuro?

Per citare il direttore commerciale di Synesthesia: “dobbiamo avere un sano strabismo verso il mercato con un occhio al presente e uno al futuro”. A breve termine la collaborazione ci permetterà di offrire ai clienti dei servizi più estesi e integrati ma dall’altra la fusione delle nostre competenze di marketing con quelle più tecnologiche e innovative di Synesthesia ci permetterà a breve di creare nuovi servizi e nuove soluzioni.


Grazie al lavoro di team esperti Synesthesia e RedAbissi sviluppano strategie di comunicazione social e piani editoriali all’avanguardia per i propri clienti e partner. 

Scopri le nostre strategie all’interno di questa pagina dedicata.

Wolfgang, nel 2003 nasce Droplet. Ti va di raccontarci la sua storia?

“Droplet nasce a seguito di quella che era stata la grande disillusione di Internet. Tra il 1996 e il 2000 c’era stato il boom delle Internet Company e molte aziende erano entrate in borsa promettendo grandi fatturati. Tutto questo non era successo e nessuno più credeva nel web. In quel periodo avevamo trent’anni e avevamo subito capito che pubblicare un contenuto e vederlo immediatamente disponibile a decine di miglia di distanza era un fenomeno dal quale non si sarebbe più tornati indietro. L’altra cosa di cui ci siamo accorti in quel periodo è che la moda italiana non era ben rappresentata all’estero: in America, per esempio, i prodotti di moda italiana dei grandi marchi erano presenti soltanto nelle grandi città e se volevi comprare una borsa made in Italy dovevi prendere l’aereo. Ci siamo accorti ancora che c’era un bel differenziale di prezzo tra il prodotto italiano e quello americano. Abbiamo fatto due più due e abbiamo fondato Droplet, una gocciolina nel mare del web, e creato il nostro primo sito di e-commerce, Styledrops.com. Da allora ci siamo messi a vendere su internet accessori di moda italiana con più di 75.000 clienti ricorrenti e abbiamo spedito in 140 nazioni nel mondo. Una decina di anni fa è poi capitata un’altra cosa importante; a un certo punto produttori, rivenditori, terze parti, agenzie di trading si sono messi tutti a vendere prodotti online e noi abbiamo capito che avevamo l’opportunità di rivolgerci ad altre aziende fornendo servizi di e-commerce a 360°”.

Se non avessi creato Droplet?

“Questa è una domanda molto difficile perché vuol dire riflettere su una possibilità del passato. Io in realtà non ho iniziato a fare questo lavoro, non ho iniziato a fare e-commerce, non ho iniziato a occuparmi di internet, anche perché per tutte queste cose il mio mestiere non esisteva. Con il web è stato amore a prima vista. Se non avessi creato Droplet penso che avrei comunque creato Droplet o un’azienda che si sarebbe occupata di web e di e-commerce perché entrambe sono passioni forti per me”.

Quali sono i punti di forza di Droplet?

“Droplet ha una caratteristica particolare rispetto ad altre aziende che fanno lo stesso mestiere: ha fatto e-commerce in prima persona. Quindi noi portiamo sulle nostre spalle un’esperienza di ormai 17 anni di e-commerce e capiamo perfettamente quali sono le cose necessarie per vendere online. Un errore che vedo fare spesso è considerare il proprio sito come punto di arrivo. Il sito è il punto di partenza. Vi sono tutte una serie di attività come il social media management, il digital marketing, come la costante cura del catalogo per offrire al cliente un servizio migliore, di marketplace, di assistenza clienti. Noi ci siamo sempre occupati di spedizioni internazionali e conosciamo bene tutte le problematiche dei dazi. Rispetto ad altre aziende il nostro punto di forza è quello di riuscire a instaurare un dialogo con i nostri clienti supportandoli nel loro percorso di e-commerce con le attività che sono per loro importanti”.

Quale tipo di metodologia utilizzate nello svolgimento dei progetti?

“Nello svolgimento dei progetti cerchiamo di utilizzare perlopiù metodologie AGILE, cioè con sviluppi di prodotto costante e incrementale: ogni 15 giorni cerchiamo di far vedere al cliente un pezzo nuovo di progetto. Oppure cerchiamo di utilizzare metodologie DevOps, quindi con la possibilità di avere costantemente nuove funzionalità in produzione. Questo perché riteniamo sia meglio avere un feedback immediato del cliente. Ancora meglio riteniamo se si può avere il feedback degli utenti invece che avere cicli di lavorazione molto lunghi di 5-6 mesi o peggio un anno per cui non si sa mai se il prodotto realizzato avrà successo oppure no”.

Negli ultimi due anni avete lavorato insieme a Synesthesia su diversi progetti in ambito e-commerce. Quanto è stato importante lavorare con Synesthesia? Qual è stato il suo apporto? 

“Synesthesia è un’azienda che ci piace moltissimo per una serie di motivi. Cercherò di elencarne alcuni, ma non penso siano esaustivi. Il primo è che pensa costantemente all’innovazione e al futuro ed è in grado di cogliere per i propri clienti e partner quelli che sono gli spunti tecnologici più importanti, cioè quelli che sono in grado di creare business. Il secondo motivo è rappresentato dalla sua capacità di fare network con altre aziende. Il campo digital è vastissimo e con molte specializzazioni. Per le piccole e medie aziende non è facile avere tutte le competenze digitali al suo interno. Synesthesia è riuscita a fare network con altre aziende e partner, per cui c’è sempre uno scambio prolifico e utile di competenze e di aggiornamenti di tecnologie. Per noi è importante fare squadra con Synesthesia su progetti che per noi sarebbero troppo impegnativi. Un po’ come una sorella maggiore riesce a coinvolgerci su progetti che hanno importanza anche internazionale. Con Synesthesia abbiamo creato team di sviluppatori Magento con 5-6 programmatori che hanno lavorato in ambito AGILE su progetti a livello corporate, cosa che difficilmente Droplet avrebbe potuto fare da sola”. 

Quali sono gli scenari futuri che attendono Droplet?

“Gli sviluppi futuri che attendono Droplet sono connessi con l’evoluzione dell’e-commerce. Ormai da 5 anni si parla di due tendenze: il multi-channel e l’omnichannel. Il multi-channel è la possibilità di sviluppare canali di vendita diversi. Le aziende popolano i canali di Facebook, e-commerce e il negozio fisico in modo indipendente. Invece, l’omnichannel rappresenta una tendenza molto più pervasiva perché le aziende provano a costruire quello che viene definito una customer journey unica, per cui io posso vedere un prodotto su Facebook, andarlo a provare in negozio e acquistarlo sul sito dell’azienda. Questo approccio fino a qualche tempo fa veniva stigmatizzato. Negli ultimi anni in Cina sono stati creati dei negozi in cui vai provi il prodotto e lo ordini sullo smartphone. Altri esperimenti nel mondo dell’e-commerce vanno in questa direzione. Vi sarà sempre più integrazione tra il mondo fisico e quello online. I filosofi parlano di mondo “on life”. L’altra grande tendenza è l’e-commerce guidato dai dati, il cosiddetto “data-driven”: avere a disposizione i dati serve a migliorare il digital marketing da un lato e dall’altro a strutturare dei percorsi all’interno del mio e-commerce per determinate tipologie di utenti. Posso quindi creare dei cluster di utenti ordinati per tipologia. Si tratta di settori molto impegnativi che coinvolgono l’intelligenza artificiale e settori avanzati a livello tecnologico.

L’ottica è sempre quella di dare ai clienti di Droplet un’esperienza full-service il più possibile completa. Per questo è importante per noi appoggiarci ad aziende come Synesthesia che possono fare da guida verso nuovi scenari e nuove tecnologie”.


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Proviamo ad approfondire cosa si intende quando ci si riferisce alle Buyer Personas.
Fondare le basi per una campagna marketing efficace si rivela spesso infatti un ottimo esercizio intellettuale.
Vendere il proprio prodotto o servizio, acquisire un nuovo utente e abbattere i costi di raggiungimento dei clienti, migliorando la relazione tra brand e utilizzatori, è spesso il punto di arrivo di un processo che ha viaggiato in sicurezza sui binari giusti.
Creare le proprie buyer personas è un presupposto fondamentale per identificare i target di una campagna e procedere verso una sempre maggior ottimizzazione del CAC (Cost of Acquisition Customer).
In questo articolo vedremo passo per passo come creare una buyer personas, come scegliere le caratteristiche per costruire gli archetipi di utenti di riferimento, come selezionare i comportamenti che accomunano uno o più utenti al fine di costruire dei cluster su cui lavorare per desumere la nostra Buyer Personas.

Buyer Personas: definizione e significato

Si dice Buyer Personas un’entità basata sulla user research, raccontata attraverso la descrizione di un utente fittizio che tuttavia rappresenta un modello di utilizzo significativo.
Buyer Personas è un’espressione che prende un po’ dall’inglese, un po’ dal latino e fa riferimento a due sfere dell’individuo: la personalità dell’individuo e le sue abitudini (e desideri), canali, luoghi e tempi di acquisto.
La definizione di Buyer Personas è contigua all’astrazione di un “archetipo” di utilizzo, o di acquisto, tenendo conto dei dati demografici, delle caratteristiche socio-demografiche e di contesto psicografico e comportamentale.

Origine del termine Buyer Personas

Buyer è un sostantivo inglese derivante dal verbo to buy (comprare) e significa “compratore”; mentre personas è un termine filosofico derivante dal latino persona-ae, che sta a indicare l’individualità dell’essere umano e la sua natura in quanto individuo.
L’espressione “Buyer Personas” è stata utilizzata per la prima volta da Alan Cooper, con il libro pubblicato nel 1999, The Inmates Are Running the Asylum: Why High Tech Products Drive Us Crazy and How to Restore the Sanity.
In un suo articolo, Cooper spiega come è arrivato a concepire una metodologia che comprendesse l’individuazioni di caratteristiche archetipale su cui proiettare le idee di design o di marketing.
A partire dall’inizio degli anni ‘00, l’individuazione delle Buyer Personas è diventa una normale prassi preparatoria e propedeutica all’ideazione o al lancio di un prodotto.

Cosa sono i dati demografici nelle personas

I dati demografici sono fattori di identificazione oggettivi che aiutano a comprendere chi sono i potenziali clienti e quali caratteristiche hanno.
I dati demografici possono essere di vario tipo. Partiamo da quelli “geografici”, come per esempio il luogo di nascita, quello di residenza, di domicilio, la posizione attuale o gli ultimi luoghi visitati.
Vi sono poi i dati demografici relativi all’età e al genere. Rientrano nei dati demografici le caratteristiche relative al livello di istruzione, impiego e stato civile, dimensionamento del nucleo familiare.
Questi dati forniscono le basi necessarie alla costruzione di ciascuna persona ma nulla vieta di approfondire con una ricerca qualitativa l’analisi dei dati demografici per costruire profili ancora più dettagliati.

Cosa sono i dati psicografici nelle personas

I dati psicografici misurano le abitudini, le attitudini e gli interessi dei consumatori aiutandoci a capire quali sono i motivi che li spingono ad acquistare prodotti/servizi.
I dati psicografici solitamente sono volti a costruire un orizzonte valoriale all’interno del quale vengono costruite le linee guida del design e i messaggi promozionali.
Quali sono per esempio gli obiettivi della nostra buyer persona? Come possono i prodotti/servizi che intendiamo proporre, aiutare i nostri archetipi a raggiungere i propri obiettivi o desiderata? Quali sono le preoccupazioni o le sensazioni di disagio che possono direttamente o indirettamente inficiare il design o il lancio del nostro prodotto?
Poiché i dati psicografici sono il prodotto di una ricerca qualitativa, possono venire visti come poco oggettivi, all’apparenza meno utili dei dati demografici. Tuttavia gli aspetti psicologici degli acquirenti rappresentano ciò che realmente è importante per i principali customer. Grazie all’analisi dei dati psicografici sarà possibile creare una value proposition in grado di raggiungere in maniera efficace il cuore della customer base.
Qui sotto trovate un esempio di come può essere strutturato un sondaggio rivolto all’utenza, per capirne le preferenze riguardo ai prodotti/servizi offerti dalla vostra azienda. (Questo caso è rivolto specificatamente ai business basati su subscription ma può essere rimodellato anche per altre tipologie).


Una volta che gli utenti hanno risposto al sondaggio potete facilmente calcolare quale feature sia quella maggiormente desiderata e quale quella meno desiderata.

Presenza web delle personas

Attraverso i dati riguardanti il modo in cui la buyer persona interagisce con la tecnologia è possibile raccogliere preziose informazioni riguardo la strutturazione dei piani marketing.
Conoscere il canale più frequentato dal cluster di utenza che ci interessa permette di investire sui corretti canali di distribuzione, spesso abbattendo notevolmente il CAC (Customer Acquisition Cost).
Conoscere dunque il flusso informazionale seguito dalla nostra buyer persona ci permetterà di inserire i nostri messaggi promozionali all’interno di quello specifico flusso.
Un caso di successo, costruito attraverso un ottimo design della buyer persona e della sua presenza social, è simboleggiato da una delle prime growth strategy di AirBnB. Il team marketing della startup delle camere in affitto ha pensato di intercettare il proprio target su un canale già ampiamente battuto e popolato, interagendo direttamente con tutte le persone che avevano creato dei contenuti organici sul tema “affitti”, indirizzando massivamente l’utenza Craiglist sul proprio prodotto AirBnB.
Far sì che il messaggio promozionale raggiunga le persone giuste nel contesto più adeguato è uno dei punti fondamentali della costruzione della buyer persona.

Tool per analizzare le personas

Vi sono diversi strumenti per analizzare le buyer personas.
Gli strumenti degli Insights social sono degli ottimi ambienti per mezzo dei quali è possibile estrarre dati demografici e psicografici per comporre cluster di utenza.
Vedi per esempio la feature Audience Insights di Business Facebook (collegato anche a piattaforme parenti, come Instagram) o Facebook Analytics.


Anche la Suite Google offre degli interessanti strumenti con cui operare delle ricerche qualitative, partendo dall’analisi del traffico su sito web ai trend di ricerca o stato di posizionamento sui motori di ricerca, entro certe query di interesse strategico.
Vi sono infine strumenti più tradizionali per la raccolta dati, come i sondaggi e le interviste, che possono tuttavia essere automatizzati o scalati, sfruttando le potenzialità degli ambienti e strumenti digitali.
Infine ci sembra importante citare le banche dati promosse da istituti di ricerca o importanti enti pubblici o privati, che ci offrono spesso uno spaccato statistico di fenomeni che possono essere sinergici all’ideazione della nostra buyer personas. Istat e Nielsen sono due celebri esempi.

KPI per misurare le Buyer Personas

Come ci insegnano i guru del Growth Hacking, il marketing fatto bene serve esclusivamente a raggiungere il seguente obiettivo: vendere di più, spendendo di meno.
Per misurare se i vostri sforzi di marketing stanno effettivamente convertendo i gruppi di target scelti dalla vostra ricerca qualitativa, dovreste includere i seguenti due valori: il lifetime value (LTV) e il costo di acquisizione del cliente (CAC). Questi due valori possono essere considerati i KPI (Key Performance Indicator) di ciascuna buyer persona e sono utili per orientarci fra le varie personas astratte durante l’analisi, al fine di assicurarsi sempre di star scalando le informazioni sul miglior cluster.
Il LTV indica l’entrata (a livello di flusso di cassa) prevista che ciascun cliente dovrebbe generare durante il suo lifetime mentre il CAC misura il costo necessario ad assicurarsi un nuovo cliente.

Il rapporto tra LTV e CAC è importante perché indica quanto il business che stiamo promuovendo si sta rivelando redditizio e/o sostenibile.
Il rapporto standard nel settore dei servizi SaaS (Software as a Service) per esempio di circa 3 a 1, o più, ma questo rapporto è da considerarsi un parametro valido anche per le piattaforme e-commerce.
Se la ratio di una persona scende sotto il 3, è possibile considerare di operare azioni volte a migliorare il tasso di retention per questo tipo di cliente, oppure valutare sistemi per abbassare i costi di acquisizione.
Qui sotto le formule per calcolare il CAC e il LTV

Conclusioni: perché sono importanti le Buyer Personas

Creare delle buyer personas “quantificate”, attraverso dati e analisi dettagliate, permette di determinare quali sono i clienti più preziosi per il proprio business e in che modo è possibile fornire loro maggior valore.
Comprendere gli utenti in forma approfondita sarà utile in fase di sviluppo per quanto concerne i principi dello User Center Design e in fase di lancio per quanto riguarda le strategie di Growth Hacking.
Conoscere bene la propria utenza vuol dire aumentare le proprie possibilità di fatturazione e di ottimizzare la propria capacità di penetrazione del mercato.

Fonti

https://www.priceintelligently.com/blog/quantified-buyer-personas

Lunedì 14 gennaio a Milano, presso Palazzo Castiglioni, si è tenuta la seconda edizione del Growth Hacking Day.
Anche questa edizione è stata promossa dallo stesso team di organizzatori che si era cimentato a maggio del 2018 nel lancio della prima edizione del Growth Hacking Day: Andrea Bifulco, Raffaele Gaito, Gerardo Forliano e Luca Barboni.
Sul palco, oltre agli stessi organizzatori, si sono susseguiti keynote speaker, professionisti del marketing moderno e protagonisti di case studio interessanti. Fra i più interessanti possiamo citare Viki Dallas CEO di Apocalypsis, Yara Paoli, CGO di Preply e former Skyscanner, Alessandro Cadoni di Friendz e Matteo Concas ex N26, CEO di Beesy.
A coloro che hanno acquistato il biglietto sarà possibile scaricare il materiale diffuso dagli speaker durante l’evento, in questo post vorremmo provare a fare il punto della situazione sul concetto di Growth Hacking in Italia e di come il Growth Hacking può aiutare le aziende a crescere e generare nuove best practice.

Cos’è il Growth Hacking

Il Growth Hacking è un mindset. Lo dice sempre Raffaele Gaito ed è effettivamente una delle migliori forme per definire una disciplina che racchiude al suo interno così tante (e diverse) competenze e che tocca molteplici comparti della vita quotidiana di un’azienda.
Si tratta essenzialmente di un processo che prevede una rapida e costante sperimentazione attraverso strumenti e tecniche tipiche del marketing digitale e del marketing a risposta diretta.
Il termine growth hacking è stato coniato nel 2010 da Sean Ellis, già Manager della Crescita per startup di successo come Eventbrite e Dropbox, facendo riferimento alla cultura degli ingegneri del software che praticano azioni di hacking e al concetto di crescita aziendale.
Con Growth Hack si intende infatti una particolare azione, uno specifico processo che è stato testato sulla base di tecniche comparative a risposta diretta (A/B Test etc) e ha dimostrato una capacità di performance molto più alta rispetto alle altre azioni praticate in precedenza.

Artwork by Yobi

Chi è il Growth Hacker

Il Growth Hacker è un professionista in grado di attivare dei processi data driven sperimentali, capaci di fornire conoscenza e informazioni per migliorare non solo le performance dei reparti marketing ma anche commerciali e, in certi casi, migliorando addirittura lo stesso prodotto.
La figura del Growth Hacker racchiude in sé un eterogeneità di competenze che rendono il Growth Hacker una risorsa multidisciplinare. Il Growth Hacker è in grado di spaziare dalle competenze tecniche, quali linguaggi web e di programmazione, UX, tecniche SEO, capacità di analisi dei dati; fino competenze più umanistiche, quali sociologia dei nuovi media, psicologia applicata al marketing o marketing tradizionale a risposta diretta.
Oggi la figura del Growth Hacker è una preziosa risorsa che aiuta le aziende a trovare nuovi metodi e nuovi processi per aiutare l’azienda a crescere, acquisendo nuovi clienti (i cosiddetti blue Ocean), massimizzando i processi di acquisto e di retention degli utenti, in alcuni casi addirittura ottimizzando certe caratteristiche del prodotto o del servizio utile alla crescita.
Il Growth Hacker ha generalmente alle spalle comprovati casi di successo nell’ambito della crescita aziendale con strumenti innovativi e/o digitali, esperienze professionali nell’ambito UX e/o digital marketing per aziende di software, start-up o nuovi prodotti/nuove unit.

Il Growth Hacker nelle aziende

Negli ultimi anni, il termine “Growth Hacker” ha collezionato un hype sempre maggiore. In certi ambienti dell’innovazione la figura del Growth Hacker pareva sempre più imprescindibile e fondamentale allo sviluppo dell’azienda nel terzo millennio.
“L’era dei CMO (Chief Marketing Officer) è finita. È giunto il tempo dei CGO, Chief Growth Officer.”
Lo si sente a ogni convegno, conferenza, workshop di Growth Hacking o Growth Strategies. Ma sarà vero? E soprattutto, varrà per ogni mercato?
A quanto pare, non sempre. Nei mercati più sviluppati, come il mercato US, alcune aziende importanti, moltissime start-up, hanno assunto dei Growth Hacker, anche se a seconda dei casi per motivazioni diverse.
Le start-up scegliendo un Growth Hacker sperano di ottimizzare i budget limitati finalizzati alla crescita (o messa sul mercato) del proprio prodotto.
Le grandi aziende sperano grazie al Growth Hacker di introdurre nuove metodologie, processi di acquisizione disruptive (fortemente innovativi) o creare nuove feature, nuovi prodotti, capaci di aprire a nuove prospettive di mercato.
Se quindi da un lato sia start-up all’avanguardia come Dropbox, AirBnB, Facebook (quando era una start-up), sia mastodontiche e storiche aziende come Coca-Cola company scelgono di assumere internamente dei Growth Hacker o Growth Manager (a seconda della seniority); dall’altro la stragrande maggioranza delle aziende, soprattutto in mercati poco avanzati (a livello di innovazione e di competenze digitali), sceglie di richiedere in outsourcing la competenza del Growth Hacker, rivolgendosi ad aziende con un forte posizionamento nel mondo dell’innovazione e dei nuovi processi di crescita.
Nascono quindi (anche in Italia) agenzie specializzate in metodologie di Growth Hacking che offrono servizi di marketing innovativo ad aziende che vogliono approcciare delle nuove metodologie costruendo un rapporto di reciprocità con un partner tecnologico, invece che assumendo una risorsa da gestire, controllare e monitorare.

Libri in italiano sul Growth Hacking

Per imparare il Growth Hacking bisogna iniziare leggendo il maestro, Sean Ellis. Ellis e Morgan Brown hanno firmato un libro importantissimo per il mondo del Growth Hacking. Il libro è stato tradotto e portato in Italia da ROI Edizioni con il titolo “Growth hacking marketing. La strategia di crescita rapida delle aziende più innovative”.
In Italia il termine Growth Hacker ha iniziato a essere sulla bocca di molti professionisti del settore Digital, Startup e Innovazione a partire dal dal 2017 con l’uscita del libro di L. Barboni L. Simonetti “Growth Hacking. Fai crescere la tua impresa online”.
Un anno più tardi Franco Angeli pubblica “Growth Hacker, mindset e strumenti per far crescere il tuo business”, scritto da Raffaele Gaito.
Fra le altre letture per chi vuole collezionare le letture più importanti relative al mondo del Growth Hacking troviamo il libro di Ryan Holiday, Growth Hacker Marketing, una pietra miliare capace di spiegare come i Growth Hacker siano riusciti rapidamente ad acquisire utenti, conquistando il mercato di riferimento.
Una lettura fondamentale rimane sempre quella di Lean Startup, che si basa su una serie di pratiche contrastanti che riducono i cicli di sviluppo dei prodotti, misurano i progressi reali senza ricorrere a metriche vanesie e intercettano gli utenti reali, cioè quelli che sono pronti a essere convertiti da utenti a clienti. Invece di perdere tempo creando elaborati piani di business, Lean Startup offre un modo per testare continuamente la propria visione e adattarsi al cambiamento. Ries fornisce un approccio scientifico alla creazione e alla gestione di una start-up di successo in un’epoca in cui le aziende si trovano costrette a innovare ogni giorno.

https://www.youtube.com/watch?v=wwOIGjPEerA

Il Silent Nurturing – Tecniche di Growth Hacking

Durante il secondo convegno del Growth Hacking Day, Viki Dallas ha affrontato un interessantissimo punto che rientra in una delle tipiche tecniche di crescita strategica: il Silent Nurturing.
Il termine fa riferimento al processo di Lead Nurturing, ovvero la selezione e il filtraggio degli utenti raggiunti i quali sono effettivamente “pronti” a diventare dei clienti del prodotto/azienda in oggetto ed essere quindi convertiti in customer.
La riflessione di Viki Dallas è sorta da un semplice, allo stesso tempo importantissimo concetto: non tutti gli utenti sono pronti a visitare il nostro sito (il ragionamento è tuttavia applicabile a qualsiasi digital asset, app, eCommerce etc). Secondo Dallas, i marketers tendono a lavorare sulla bassissima percentuale di pubblico “pronto” a essere convertito. Poniamo che il bacino di utenti pronto per la conversione consti di un 3% del mercato potenziale. Per Dallas, i costi necessari per scalare il bacino del 3% fino all’ultimo utente, potrebbero non necessariamente essere inferiori rispetto all’effort necessario a preparare nuovi clienti ad assumere il mindset e le informazioni necessarie per diventare potenziali acquirenti del prodotto o servizio in oggetto.
Va quindi eseguita una differenziazione del budget per il marketing, includendo sia azioni per convertire il micro-bacino di utenti pronti alla conversione, sia per creare degli “spazi esterni” in cui diffondere informazioni utili a creare una conoscenza di base che fungerà da ponte informativo verso i luoghi di vendita che stiamo promuovendo all’interno della strategia di crescita.
Per Dallas, le manovre di Nurturing sono silent (silenti) cioè il loro outcome è consultabile sul medio periodo e non ingaggiano “direttamente” l’utente. Ci si limita a proporre le corrette informazioni nei luoghi in cui è possibile intercettare nuovi flussi di pubblico, offrendo agli utenti informazioni di valore che insidieranno nella mente degli utenti informazioni che fungeranno da driver direzionali verso il servizio, prodotto, oggetto dell’azione di Silent Nurturing.

https://www.youtube.com/watch?v=465eEjNa1JA

La cultura della crescita – Tecniche di Growth Hacking

Durante il secondo convegno del Growth Hacking Day, è stato introdotto un altro importante aspetto inerente alle strategie di crescita innovative. Yara Paoli, ex Skyscanner, ha parlato in maniera approfondita di “cultura della crescita”. Secondo Yara Paoli costruire all’interno della propria azienda una cultura della crescita positiva è un presupposto fondamentale per conservare la “zona di apprendimento” e limitare al minimo la “zona dell’ansia”. Paoli sostiene che all’interno dell’ambiente aziendale si possono creare quattro possibili situazioni emotive che poste su un piano cartesiano, occuperebbero rispettivamente i quattro riquadri del piano.
Per Paoli, le situazioni di bassa performance generano due possibili situazioni, a seconda dello stato emotivo (positivo o negativo) delle risorse: “zona di apatia” (stato emotivo negativo) oppure “zona di comfort”.
Nelle situazioni di alto livello di performance: uno stato emotivo negativo può far precipitare le risorse nella “zona dell’ansia”; mentre invece nell’ambito di uno stato emotivo positivo le risorse possono trarre vantaggio dalla “zona di apprendimento”. Yara Paoli sostiene d’altronde che le tecniche innovative di crescita necessitano, come sappiamo, di frequenti e insistenti azioni di sperimentazioni per, appunto, trovare il giusto hack. Lasciare che si formi quindi un ambiente insalubre e non costruttivo rispetto la sperimentazione (e quindi il fallimento) potrebbe escludere delle interessanti opportunità di sperimentazione (e quindi, in certi fortunati casi, di innovazione). Per questo l’attenzione alla crescita parte non solo dai dati ma anche dal clima che si respira in azienda e dai sentimenti di fiducia, rispetto reciproco, rispetto della competenza e della creatività che permettono all’azienda di rendere sinergiche idee che da sole non apporterebbero il medesimo valore.

Growth Hacking Day e influencer marketing, il caso Shade-N26

Sul palco del Growth Hacking Day è salito anche Matteo Concas, per raccontare il caso di N26, la giovane banca digitale tedesca che ha fatto del digital e del “pensiero smart” i suoi cavalli di battaglia. Concas ha ricoperto il ruolo di Direttore Esecutivo per l’Italia e durante la fase di lancio del prodotto N26 ha affrontato una serie di problemi e di situazioni che lo hanno portato a elaborare dei mindset tipici delle tecniche di Growth Hacking.
Il primo problema affrontato da Concas è stato relativo al log in.
La User Experience di N26 non prevedeva la possibilità di utilizzare la carta d’identità non elettronica, poiché faceva riferimento a uno standard europeo sui documenti d’identità al quale Italia, Cipro e Portogallo non si erano ancora adeguati. Per registrarsi era necessario il passaporto.
In Italia davvero poche persone possiedono il passaporto. Se quindi da un lato, sembrava esserci una penuria di italiani aventi passaporto dall’altro, secondo il manager italiano, era possibile operare una feroce clusterizzazione per individuare quali fossero quegli utenti che oltre a possedere il passaporto erano interessati a prodotti fintech. Questo cluster è coinciso con gli ambienti delle startup, che hanno iniziato ad avvicinarsi al prodotto N26, confermando il trend secondo il quale innovators are early users. Gli stessi innovatori italiani hanno iniziato a popolare il bacino di utenza iniziale della banca grazie al passaparola attivati da Concas e il suo team con incontri fisici, workshop e conferenze. Dopo aver creato una piccola community di early users, dopo aver ottimizzato i problemi UX e le feature prodotto al fine di ottimizzare la capacità di penetrare il mercato italiano, Concas capisce che è il momento di osare. Commissiona così al noto rapper torinese Shade un video creativo per innescare una campagna di inbound marketing capace di scalare il processo di acquisizione utenti.
Il video si rivela un successo e resiste come “Youtube hot trend” per 7 settimane, collezionando milioni e milioni di visualizzazioni e aumentando esponenzialmente il traffico sui canali digitali di N26.
Difficile indovinare quante banche avrebbero pensato di investire nella creazione di un video rap diffuso sui social; sappiamo tuttavia che la campagna di N26, seppure non convenzionale, si è rivelata un caso di successo che rivela come cambiare il mindset, sia il più grande fattore di innovazione a cui ci si possa concedere.

Il Growth Hacking secondo Synesthesia

Da più di un lustro, Synesthesia vive la crescita ogni giorno.
Le nostre metodologie innovative e data driven ci hanno premiato proiettandoci nell’olimpo delle 50 aziende a maggior trazione di crescita nel mercato europeo del digitale.
Oggi i nostri talenti sono in grado di analizzare lo stato dell’arte in cui versano i nostri partner ed elaborare strategie efficaci per aumentare le performance del partner e raccogliendo informazioni di qualità per migliorare e rendere ancora più competitivi i servizi/prodotti.
Se sei stanco delle solite web agencies che vendono servizi di digital marketing senza un reale orientamento alla performance e all’analisi ed elaborazione dei dati, Synesthesia è il partner che cerchi.
Insieme possiamo portare la tua azienda, la tua attività o il tuo prodotto a volare laddove l’aria è più leggera.

Che i Social Media siano uno strumento in costante evoluzione è cosa ormai nota: dalle fake news ai video lunghi, alle priorità del newsfeed, le novità introdotte negli ultimi mesi nelle varie piattaforme Social sono davvero tante e non possono essere ignorate.  

Certo è che,  di fronte a tutti questi cambiamenti, le domande sorgono spontanee e spesso è difficile trovare una risposta ad ognuna di esse.

Soprattutto nel corso del 2017, ad esempio, Facebook ha introdotto cambiamenti progressivi nell’algoritmo che regola il flusso di notizie assegnando un ruolo chiave ai post sponsorizzati a scapito di quelli organici. Di fronte a questo scenario la riflessione che ne consegue è quindi la seguente:

“Ha ancora senso per una piccola impresa, che non ha grossi budget da investire in adv, mantenere una presenza su Facebook con tutti gli sforzi in termini economici e di tempo che ciò comporta?”. Durante il Social Media Strategies abbiamo avuto l’opportunità di rivolgere questa e altre domande a Cosmano Lombardo, fondatore e CEO di Search On Media Group, che, accompagnato dal suo inseparabile volpino, ci ha risposto così:

“Assolutamente sì. Essere su FB anche per una piccola azienda che non ha grosse disponibilità economiche ha ancora senso. Esiste, infatti, tutta quella parte fatta di relazione, di rapporto con gli utenti e di comunicazione dei valori del brand che va oltre l’adv e la visibilità che con essa si può ottenere. Un utente o un cliente ha la necessità di contattarti, di relazionarsi e conoscere il tuo brand al di là dell’advertising. Se vediamo la comunicazione solo come un aspetto orientato a ottenere lead, effettivamente potrebbe non avere senso, ma visto che la comunicazione e i Social Network sono un aspetto importante per rapportarsi agli utenti, collaborare e cooperare con loro, confermo l’efficacia di una  presenza sui Social, al di là degli algoritmi che prediligono la parte di advertising”.

In altre parole, gli obiettivi di una “presenza organica” sui Social assolvono ad una funzione di CRM e di mantenimento della relazione, corretto?
“Esatto. Anzi quest’ attività non solo è importante ma acquisterà nel tempo sempre più valore. Un’azienda che si limita a rapportarsi ai Social solo per ottenere visibilità penso che si penalizzi e si limiti rispetto a chi utilizza questi canali per rapportarsi con i propri utenti, per sentirli, per avere  un feedback e per capire se il proprio prodotto abbia davvero un senso o meno.
Guardiamo ad esempio il Social Media Strategies, anche questo può essere considerato un prodotto. Se noi  utilizzassimo i Social solo per far sapere agli utenti che possono acquistare i biglietti ad una certa cifra, andremmo in controtendenza rispetto a quelli che sono i nostri valori: ascoltare gli utenti e capire ciò che desiderano. Se, ad esempio, capiamo che il pubblico vuole che si parli di un certo argomento, durante i nostri eventi,  noi trattiamo quell’ argomento”.

Il fatto che Facebook abbia tutto questo potere e decida che cosa mostrare e che cosa nascondere non ti fa mai paura? Secondo te come possiamo evitare il distacco dalla realtà?
“Mi spaventa tanto nella misura in cui le cose continuino ad andare avanti così come sono andate sino ad ora, ovvero senza percorsi educativi che partano già dalle scuole elementari. Così come mi spaventa il fatto che spesso gli utenti vedono questi strumenti come gli unici responsabili delle azioni che noi tutti andiamo ad attuare. I Social sono uno strumento al nostro servizio. Non dobbiamo farci sopraffare come è successo per la finanza che ha iniziato a dominare la politica”.

Non ti capita mai di avere la sensazione che stiano vincendo gli hater e che Internet fosse più funzionale quando veniva utilizzato solo da una nicchia e non dalla massa?

“Questo è un tema centrale soprattutto rispetto al nostro progetto formativo e ai temi che trattiamo nei vari eventi e in particolare nel Web Marketing Festival. Quando è nato Internet credevamo che sarebbe diventato il luogo per dialogare in modo corretto e allo stesso tempo criticavamo la televisione. Criticavamo il Grande Fratello e poi  alla fine abbiamo fatto di noi stessi un Grande Fratello a causa del cattivo utilizzo che facciamo dei Social. Non è un problema di quantità di persone, ma dell’utilizzo responsabile di questi strumenti. Prendi ad esempio un’automobile. Se la utilizzi per raggiungere i parenti e amici ne fai un buon utilizzo, se invece la usi per fare le gare e schiantarti contro un muro allora ne stai facendo un utilizzo sbagliato. La colpa è dell’auto o tua? I Social sono uno strumento fantastico che stiamo utilizzando male. Io però sono ottimista, credo che dobbiamo abituarci ad un uso un po’ più responsabile. Credo che dovrebbe intervenire la pubblica amministrazione, le scuole. Oggi abbiamo l’educazione in famiglia, l’educazione a scuola, l’educazione per strada e abbiamo anche l’educazione online che è una parte fortissima e quella parte va integrata”.

Affrontando quindi il tema da un punto di vista ottimista, ritieni che i Social, così come il Mobile più in generale, possano essere utilizzati come strumenti per migliorare la società?

“Sì, prendi ad esempio il tema dell’accessibilità. Quanto è cambiata la vita di una persona non vedente piuttosto che non udente grazie agli strumenti online? Tantissimo! Queste persone possono trarre benefici spaventosi da questi strumenti anche se poi su quanto Internet sia veramente accessibile e quanto noi operatori del settore lo rendiamo tale è un grosso punto interrogativo, come lo è Facebook perché in realtà non è un canale così tanto accessibile. Io lavoro con i ragazzi della comunità di San Patrignano e uno di loro mi ha detto che il telefono era diventato una sorta di dipendenza, un’appendice del suo corpo. Questo perché lo utilizzava in malo modo. Anche per i non vedenti il telefono è un’appendice del corpo ma è un’appendice positiva. Ecco perché ritorno sempre sull’utilizzo che noi facciamo dei nostri device”.

Se possiamo azzardare un paragone è un po’ come leggere un quotidiano con spirito critico o prendendo tutte le notizie come oro colato. Bisogna cercare di mantenere lo spirito critico e aiutare le nuove generazioni ad averne uno.  
“Esatto. Viviamo il momento storico con la maggior disponibilità di risorse tecnologiche, quello che io definisco l’arsenale tecnologico. E’ qualcosa che l’uomo non ha mai avuto e come lo sta impiegando? Male. Ma il problema non è lo strumento, siamo noi.

Secondo te la pubblica amministrazione ha davvero in mente di attuare questo programma formativo oppure questa è un’idea ancora molto molto lontana?  
Secondo me ci dovrebbe essere l’interazione tra pubblica amministrazione e privati. Se questo strumento viene gestito solo ed esclusivamente dalla PA con le modalità tradizionali diventa rischioso. E’ necessario coinvolgere privati, pubblica amministrazione, cittadini e scuola.  Serve un’azione coordinata perché questo strumento è per definizione uno strumento integrato ed eventi come WMF si pongono questo obiettivo.

Si conclude così la nostra intervista a Cosmano realizzata durante il Social Media Strategies.
Un evento entusiasmante, che ci ha convinti a partecipare al suo ideale complemento, l’evento Search Marketing Connect, più orientato e focalizzato su SEM e digital performance advertising.

Anche questo evento si è aperto con l’immancabile introduzione di Cosmano Lombardo (accompagnato da Giorgio Taverniti) che, visibilmente commosso, ha voluto celebrare i 12 anni del Search Marketing Connect (inizialmente denominato Convegno GT) ricordando Cesarino Morellato, collega e amico scomparso nel febbraio di quest’anno.
A lui è stato intitolato il premio “Cesarino Morellato – Miglior SEO under 30”, nella speranza che i giovani possano raccogliere la sua eredità.

A seguito del toccante intervento di apertura è stato il turno di Paolo Zanzottera di Shiny che ha ribadito la centralità dello smartphone, e di conseguenza dell’esperienza mobile, nella fruizione dei servizi digitali.
Centralità che non a caso è uno dei pilastri su cui si basa il business di Synesthesia (in termini di sviluppo tecnologico) e GrowitApp (in termini di servizi di mobile marketing) .
Zanzottera ha inoltre sottolineato le ancora poco sfruttate potenzialità come “trait d’union” tra mondo analogico e digitale grazie ad es. al proximity marketing.
Il cosiddetto “drive-to-store” è poco più che agli inizi, e certamente c’è moltissimo da realizzare su questo.

Nella sala PPC moderata da Gabriele Benedetti (autore tra l’altro dell’interessante intervento “Facebook Adv vs Google Adwords: le potenzialità calate nel funnel di conversione”) numerosi sono stati gli interventi che hanno in vario modo proposto una visione complessiva degli strumenti di digital advertising a performance oggi disponibili.

Durante l’evento alcune delle tematiche trattate sono state il machine learning e la marketing automation.
Del primo tema si è parlato soprattutto in ottica SEO ed è innegabile che gli algoritmi di Google siano sempre più complessi e si avvalgano  di strumenti di machine learning sempre più sofisticati. Il vecchio modo di fare SEO sarà sempre più obsoleto: metatag e simili dovranno essere accompagnati sempre più da contenuti di qualità e pertinenti con la ricerca dell’utente per scalare le classifiche della SERP di Google.
Di questa crescente importanza del machine learning negli algoritmi di Google ce ne siamo accorti da tempo anche facendo App Store Optimization sul Google Play Store con GrowitApp, dove la crescente personalizzazione delle classifiche in base ai dati raccolti sull’utente genera risultati di ricerca estremamente variabili.  
Portare in vetta le app e i siti sarà quindi un’esperienza ancora più avvincente e sfidante ma noi siamo confidenti che, basando il nostro lavoro sulla qualità, continueremo ad ottenere ottimi risultati.
Discorso analogo, ovviamente, per la realizzazione di SEO attraverso la creazione di contenuti pertinenti e strategie di inbound marketing ben studiate, che nel 2017 abbiamo iniziato a realizzare per alcuni nostri clienti.

La marketing automation si fonde insieme al machine learning nelle attività di SEM, fornendo incredibili opportunità di time saving e di ottimizzazione costante delle campagne. Di tutto ciò ha parlato Fabio Milione nel suo intervento su automazione e machine learning in Adwords mostrando i risultati da lui ottenuti grazie a strumenti di bid automatizzato combinati con l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale. Uno speech che certamente ci ha presentato nuove prospettive e scenari futuri davvero interessanti.

Ah, c’è stato anche un discreto “tormentone” legato all’ #overfitting…ma qui il discorso sarebbe molto lungo e ha senso soprattutto per chi era presente all’evento.

Anche Search Marketing Connect 2017 si è rivelato quindi un evento altamente formativo che ha evidenziato un contesto dinamico, in forte mutamento e il cui scenario di mercato risulta sfidante ed estremamente stimolante.

Machine learning, automation, geobased marketing…ci sono trend e opportunità che ci accompagneranno nel 2018 in modo importante. Si preannuncia un nuovo anno con sfide davvero avvincenti.

Da Synesthesia, GrowitApp e Syx tantissimi augurando di Serene Feste. Sentiamoci nel nuovo anno: c’è davvero tanto da costruire assieme.


Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

Siamo felici di annunciare che Synethesia è tra i Media Partner Supporter di Web Marketing Festival, l’evento organizzato da Search On Media Group dedicato al Web Marketing, che si terrà il 23 e il 24 giugno al Palacongressi di Rimini.

Nella passata edizione sono stati oltre 4.000 i partecipanti che hanno calpestato gli oltre 38mila metri quadri dedicati all’evento. Quest’anno Il festival, giunto alla sua quinta edizione, sarà un evento trasversale dedicato alla formazione e all’intrattenimento in cui non si parlerà solo di web marketing ma di tutta la sfera del digital passando per settori diversi come l’editoria, la musica fino ad arrivare allo sport. Non mancheranno discussioni e iniziative riguardanti i temi della Industry 4.0, Accessibilità, Social and Open Innovation, Digital Transformation e Processi Digitali.

Synesthesia e GrowItApp parteciperanno attivamente al Web Marketing Festival con lo speech di Daniele Biolatti che parlerà del rapporto tra mobile app e chatbot/interfacce conversazionali.

Vi aspettiamo quindi a Rimini il 23 e 24 giugno. Se siete interessati a fare due chiacchiere sul mondo digital e sui servizi offerti da Synesthesia e GrowItApp non esitate a contattarci! Potete scriverci direttamente da qui. Siamo ansiosi di conoscere le vostre sfide!