[Guarda la versione completa dell’intervista – 31 min]
Tetra Pak è una grande realtà attiva in numerosi settori, ma oggi ci concentreremo sulla sostenibilità.
“La sostenibilità è molto importante per Tetra Pak. Prendiamo in considerazione questo tema in tutti gli ambiti dell’azienda, a 360 gradi: dall’ambiente alle persone, qualsiasi cosa che abbia a che fare con la sostenibilità e ovviamente anche un modello di business sostenibile”.
Tetra Pak è un’azienda multinazionale che ha una rilevanza notevole in Italia e in particolare a Modena. Quanto conta l’integrazione con il tessuto sociale ed economico locale per un’azienda?
“Direi che è cruciale per diverse ragioni. Prima di tutto, il motivo per cui Tetra Pak Packaging Solutions ha sede a Modena è proprio la connessione con la realtà locale. Ci troviamo nella “motor valley” , la “patria dell’ingegneria”, dove Tetra Pak può trovare quelle competenze tecniche e ingegneristiche che sono i pilastri e le basi di partenza per la nostra azienda in Italia e nel resto del mondo.
Questa è la ragione per cui la connessione è così importante. Tutto sta nell’avere i legami con le aziende giuste, con i fornitori giusti, con le persone giuste, con le università e poi mettere insieme tutte le competenze necessarie per ricerca e sviluppo nel nostro campo legato alle soluzioni di confezionamento.
Ci sono poi anche altre ragioni per cui la connessione con il tessuto locale è così rilevante. Tetra Pak è una realtà davvero molto importante per l’Emilia-Romagna e per la città di Modena. Si tratta di un supporto reciproco. Da un lato, quindi, c’è la connessione con tutta la catena produttiva: Tetra Pak non è da sola, collabora con tanti fornitori, centri di ricerca, università. Dall’altro lato, questa azienda sta davvero contribuendo alla crescita positiva dell’ecosistema locale con iniziative nelle scuole, nella municipalità e in supporto alle persone in difficoltà. Direi, quindi, che questa connessione è davvero un “prendere e dare” in entrambe le direzioni e credo che funzioni piuttosto bene.
Faccio ancora un altro esempio: Modena è una piccola città, ma è in prima linea nell’ambito della sostenibilità: emissioni di CO2, la riduzione dell’inquinamento e altri temi come la sostenibilità nel settore alimentare e la riduzione degli sprechi. Diventa naturale muoversi “mano nella mano” e collaborare su questi temi, che per noi sono centrali nella nostra agenda”.
Questa partnership con il tessuto economico locale sembra davvero geniale.
“Credo che questo sia uno dei punti di forza della nostra azienda. Abbiamo molte sedi e lavoriamo in tutto il mondo e di conseguenza anche la nostra catena di fornitura o i rapporti di collaborazione vanno oltre i singoli Paesi. A ogni modo la connessione con l’economica locale, con le autorità locali è forte e penso che che sia forte ovunque in tutte le diverse zone in cui Tetra Pak è attiva nel mondo. Io ovviamente posso parlare per Modena, dove questa partnership è attiva da molto tempo. È una sorta di “matrimonio” felice”.
D’altra parte le cose funzionano al meglio solo quando i vantaggi sono gli effetti reciproci per tutti i soggetti coinvolti. Qui in Synesthesia crediamo che sia possibile vivere in armonia con la natura se ci sforziamo di contrastare l’impatto negativo che il genere umano ha avuto sulla biodiversità e agiamo in accordo con quanto stabilito nell’agenda per il 2030 per uno sviluppo sostenibile. Qual è la visione tua e della tua azienda in questo ambito? Quali sono le scelte che avete preso?
“Prima di tutto, posso senz’altro confermare che Tetra Pak crede fermamente che possiamo cambiare e vivere in armonia con l’ambiente che ci circonda. Questa è la ragione per cui riteniamo che una confezione sostenibile può fare la differenza.
Un packaging sostenibile, a livello generale, può contribuire a ridurre o a limitare i cambiamenti climatici, può aiutare ad affrontare molte altre questioni climatiche e a sfamare una popolazione in costante crescita. Le previsioni ci dicono che entro il 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9.7 miliardidi persone e questo significa che avremo bisogno di avere almeno il 70% in più di cibo. Dunque il confezionamento diventa fondamentale. La protezione degli alimenti è molto importante.
Un altro elemento che dobbiamo considerare è che ogni anno il 33%, più o meno, del cibo è sprecato e in questo ambito una confezione con un’alta performance gioca un ruolo cruciale nell’attuale sistema globale di distribuzione e vendita degli alimenti. In. tal senso il packaging di carta, per esempio, secondo noi rappresenta una soluzione molto interessante. Crediamo nella necessità di investire in questa economia circolare a basso consumo di CO2. Noi stiamo lavorando molto in questa direzione.
Cerco di riassumere un po’: ci sono cinque sfide chiave per un packaging alimentare sostenibile.
Prima di tutto, le materie prime e il loro reperimento. Per quanto riguarda il tema della riciclabilità, sono la produzione e la distribuzione che devono essere sostenibili perché l’uso e la distribuzione hanno un grande impatto sulle emissioni di CO2.
In secondo luogo, c’è la conservazione e il consumo dell’alimento. Se si pensa alla conservazione del cibo, questo punto è fondamentale: è utile per le persone e la popolazione. Nella misura in cui troviamo soluzioni di packaging che, per esempio, non necessitano di essere conservate in frigorifero o che conservano il cibo per molti mesi. Questo potrebbe davvero contribuire davvero a ridurre gli sprechi.
Lavoriamo poi anche molto sulla riciclabilità. Questa è la ragione che giustifica la stretta collaborazione con coloro che si occupano del riciclo dei materiali al fine di trovare la formula che renda le nostre confezioni utili. Stiamo lavorando con chi si occupa del riciclo per migliorare la produttività e l’efficienza dei processi di riciclo con nuovi investimenti, nuove attrezzature più efficienti.
Poi stiamo lavorando anche sulle materie prime e sui materiali lavorati per renderli più facili da riciclare.
Infine, un altro importante aspetto su cui siamo molto concentrati ha a che fare con la “fine della vita” del packaging. Al momento la nostra capacità nel riutilizzare o ridurre il completo spreco delle nostre confezioni non è ancora arrivato al punto in cui vorremmo.
C’è, quindi, un motivo preciso alla base della nostra ricerca così approfondita, degli investimenti e del grande sviluppo nel settore della rinnovabilità. Andiamo costantemente alla ricerca di una via per prolungare quanto più possibile la data di scadenza dei nostri packaging e poterli riutilizzare il più possibile. La nostra ambizione, dunque, è soprattutto quella di fornire packaging sostenibili per alimenti e ricercare e sviluppare nuove soluzioni. Il focus al momento è diretto proprio su nuove soluzioni di confezionamento riciclabili e nuovi materiali. Questo è il motivo per cui instauriamo partnership con numerosi produttori di carta, cerchiamo di ridurre l’utilizzo della plastica e di rimuovere possibilmente l’alluminio.
Non so quanto conoscete della composizione di un packaging di Tetra Pak, ma normalmente il 70% è costituito da carta, il 25% da plastica a base vegetale, il 5% da alluminio. Il nostro obiettivo, passo dopo passo, è di arrivare a una soluzione il più possibile realizzata interamente in carta. Teniamo a mente, in ogni caso, che dobbiamo conservare il cibo e quindi dobbiamo assicurarci che la luce e l’aria non alterino le proprietà degli alimenti”.
È molto interessante ascoltare queste cose. Il tuo background in disegno industriale quanto ti è stato utile nel momento in cui si devono risolvere i problemi che si presentano per l’azienda?
“Sicuramente ci vuole un bilanciamento. Ma posso dire che ci sono tante competenze che devono essere unite e quindi senz’altro il background aiuta, ma la parte più importante è quello che hai davvero imparato “sul campo”, perché quando si parla di sostenibilità, così come in molti altri ambiti direi, si parla di un mondo in continua evoluzione: ci sono sempre novità che “saltano fuori” molto velocemente in termini di nuove idee, nuove soluzioni e nuovi materiali. Devi essere in grado di intuire su cosa valga la pena investire e su cosa no.
C’è il rischio di perdersi e non concentrarsi su cosa deve essere fatto come primo passo ma è un mondo fantastico e il livello di innovazione e investimenti, non solo da parte di Tetra Pak, ma anche da parte di altre aziende, è sorprendente. Questo significa che c’è un reale interesse e c’è un futuro in cui tutti crediamo. Poi ovviamente si deve considerare l’aspetto economico, dobbiamo pensare ai nostri clienti e prendere in considerazione tutti quegli aspetti un po’ meno “divertenti”: quanto può investire un cliente? Come assicurarsi che ci sia un ritorno sull’investimento? A ogni modo, il focus, l’interesse generale sul tema della sostenibilità evidenzia realmente il fatto che l’industria è impegnata nel contribuire positivamente alla tutela dell’ambiente.
Tetra Pak ha un focus principale dedicato alla sostenibilità ambientale in agenda e questo è chiaro dagli investimenti che stiamo facendo nello sviluppo delle competenze, nelle partnership con aziende più esperte di noi, nelle materie prime, ma anche tutti gli investimenti che abbiamo nelle fonti sostenibili, nella riforestazione, nel rendere tutti i processi davvero sostenibili nel settore alimentare”.
C’è la necessità che gli stessi consumatori cambino le proprie abitudini e siano messi al corrente di come poter riutilizzare i packaging e come riciclarli correttamente?
“Abbiamo bisogno che i consumatori capiscano perché è importante e quali sono i benefici. Vogliamo che comprendano come riciclare nel modo corretto perché non è così scontato. Credo che sia nostro compito illustrare ai consumatori quali sono i benefici di lungo termine. Non possiamo pensare alla sostenibilità come a qualcosa che solo certe persone possono permettersi. Dobbiamo renderla accessibile per tutti. Questa è l’altra sfida che ci poniamo: come innovare, come introdurre soluzioni sostenibili che possano essere accessibili per tutti i consumatori e convenienti per i nostri clienti”.
“Prodotti sostenibili, ma anche innovativi da un punto di vista di funzionalità e performance”, prendiamo in prestito le sue stesse parole in una recente intervista per La Stampa. La sostenibilità dunque che passa anche attraverso l’innovazione, qual è il collegamento tra questi due ambiti per Tetra Pak?
“Farò un esempio molto pratico. I packaging di Tetra Pak sono realizzati per conservare il cibo e renderlo disponibile ovunque. Questo è il nostro obiettivo, la nostra mission.
Dobbiamo assicurarci che le nostre confezioni siano davvero in grado di preservare il cibo che contengono e a lungo: quindi una lunga vita sullo scaffale e senza conservanti aggiunti. Questo è il nostro primo impegno, la nostra priorità.
Quando passeremo dalla soluzione attuale a quella nuova, sarà importante non solo che il packaging sia interamente di carta e completamente riciclabile, ma anche che la conservazione del cibo contenuto possa durare per molti mesi, senza l’aggiunta di conservanti. Per questi motivi, dunque, dobbiamo sempre pensare all’innovazione come un principale facilitatore per realizzare nuove soluzioni, ma le nuove soluzioni, anche nell’ambito della sostenibilità, devono funzionare bene.
Innovazione e sostenibilità devono andare, quindi, di pari passo. La domanda è: “tu, come consumatore, compreresti una confezione che da un punto di vista ambientale è super, ma non ti garantisce il latte sano e salutare che vuoi dare alla tua famiglia?”. Penso che ovviamente la risposta sarebbe: no.
Questa quindi è la formula: l’innovazione è la chiave, l’innovazione è un nostro asset. Innoviamo continuamente, ma dobbiamo trovare soluzioni che performano davvero in tutti gli aspetti, in termini di conservazione degli alimenti, di riduzione degli sprechi di cibo e di sostenibilità e ovviamente con meno emissioni di CO2”. Tutto cambia e noi vogliamo avere soluzioni sempre migliori, non ci sono scuse. Occorre assicurarsi che quello che si sta fornendo incontri davvero le richieste dei consumatori, da quelli più esigenti che sono anche disposti a spendere un po’ di più per salvaguardare l’ambiente, a quelli meno esigenti (più attenti alle soluzioni più “a buon mercato”). Il tutto tenendo a mente che questo pianeta è di tutti e dobbiamo proteggerlo per noi stessi indipendentemente dalle possibilità che abbiamo in termini economici. Questo è ciò che abbiamo in mente ogni giorno”.
Il cambiamento dipende da noi e c’è equilibrio tra il cambiamento dell’individuo consumatore e quello che si realizza a livello di governo e di aziende. È un incontro tra i due mondi?
“Questo cambiamento deve iniziare dai governi, dalle aziende, dalle scuole ma poi è un viaggio che coinvolge tutti e a tutti i livelli. Credo che questo cambiamento non avverrà se non coinvolgiamo tutti nella catena di creazione del valore. Ovviamente è un processo graduale, non è qualcosa che avviene rapidamente, ma dobbiamo dare il buon esempio alle persone e poi supportare questo cambiamento con buone soluzioni e buone iniziative”.
Sostenibilità anche nella società. L’UNESCO ha dichiarato che la diversità culturale rappresenta una fonte indispensabile per ridurre la povertà e raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile. Abbiamo tutti il dovere di impegnarci in un dialogo culturale in modo che il mondo possa fiorire nella sua diversità. Secondo te, in quali aree dobbiamo ancora migliorare?
Prima di tutto direi che Tetra Pak è davvero un pioniere quando si parla di diversità culturale e di diversità in generale. Diversità e inclusione sono due importanti temi in Tetra Pak. Diversità vuol dire differenza in termini di età, background, esperienza, cultura, nazionalità, genere e questo è un ambito su cui Tetra Pak si è concentrata e ha lavorato molto. La diversità porta con sé molti vantaggi, differenti prospettive, modi i pensare e di affrontare il contesto innovativo nella ricerca e nello sviluppo.
La diversità aiuta davvero a esplorare, senza barriere che ostruiscono le diverse opinioni. È solo esplorando diverse opzioni, con una mente molto aperta, che alla fine avremo la possibilità di concentrarci sulla soluzione migliore. Si tratta di un processo molto impegnativo perché è più lungo e complesso rispetto a dire: “andiamo là, scegliamo noi la soluzione, è deciso, andiamo”. Richiede più sforzo perché si deve ascoltare, capire, aprirsi a differenti contesti, ma posso dire che nella mia esperienza, dopo quasi 21 anni in Tetra Pak, questa scelta ripaga tutti i sacrifici.
Vorrei aggiungere che insieme alla diversità culturale e la diversità in generale, c’è anche la questione sull’inclusione che in Tetra Pak è molto rilevante. L’inclusione è estremamente importante in un’azienda, non solo perché è giusto da un punto di vista umano, ma anche perché l’inclusione comporta numerosi vantaggi da un punto di vista aziendale.
Se c’è un ambiente di lavoro dove le persone si sentono coinvolte, apprezzate, dove possono lavorare bene insieme, un giusto ambiente insomma, va da sé, e ne abbiamo molti esempi, che la produttività aumenta e le idee fioriscono.
Questo, quindi, è un ambito su cui stiamo investendo molto e migliorando continuamente la nostra mentalità, perché anche per Tetra Pak il viaggio non è concluso, ci sono ancora tante questioni da affrontare sulla diversità e sull’inclusione”.
Sara, hai toccato così tante parole chiave e argomenti molto importanti per noi e su cui riflettere con attenzione. Dieci anni a partire da oggi, come ti immagini il futuro? La sostenibilità e l’innovazione rappresentano davvero le chiavi per costruire il futuro che desideriamo?
“Diciamo che io sono sempre stata un persona molto ottimista. Credo davvero nell’innovazione, credo davvero che attraverso la tecnologia e le persone riusciremo a costruire un futuro florido. Occorre mantenere l’attenzione, l’impegno, a livello di governi e di aziende nel ridurre sempre di più l’impatto ambientale. Le Nazioni Unite ci hanno dato un obiettivo ben preciso da raggiungere nel ventennio 2030-2050. Al fine di rendere i prossimi 10 anni davvero positivi e belli da vivere dobbiamo continuare a innovare in questa direzione, continuare a investire in soluzioni a basso impatto ambientale in termini di emissioni di CO2.
Dobbiamo investire nelle persone perchè, come dicevamo, è un cambiamento generale e le persone devono accogliere il cambiamento, comprendere le ragioni del perché è necessario. Quindi penso davvero che comprendere le ragioni del cambiamento, investire nell’innovazione, dare il buon esempio e mettere in pratica quanto si dice a parole ci darà, nei prossimi dieci anni, grandi vantaggi. Vedo un trend positivo in termini di riduzione delle emissioni di CO2 e di comportamenti collettivi. Penso davvero che le aziende come Tetra Pak giochino un ruolo di primo piano. Non è un passaggio che si realizza da solo. Dobbiamo unirci affinchè tutto questo accada. Un’unione a tutti i livelli: a livello mondiale e a livello locale. Spero davvero che questo accada per le future generazioni e anche per noi. Speriamo tra 10 anni di poter beneficiare di tutto questo”.
Ascoltando le tue parole mi sono sentita davvero ottimista anche io. Avere qualcuno in una posizione di leadership come te con tutte queste idee e con l’impegno in queste sfide, penso sia grandioso anche per noi.
“Dobbiamo fare in modo che tutto questo accada. Il mio ottimismo è realmente unito al fatto che vedo quante possibilità abbiamo a disposizione: la tecnologia è uno dei principali facilitatori, insieme al cervello e il cuore delle persone, con l’obiettivo finale di unirsi e far accadere il cambiamento”.
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[Guarda la versione completa dell’intervista – 26 min]
Mago, illusionista, autore e conduttore televisivo, scrittore, formatore, ingegnere e consulente. Walter, ti andrebbe di raccontarci qual è il minimo comun denominatore tra queste professioni che hai svolto e svolgi nella tua vita?
“Tutto nasce da bambino. Ho iniziato a fare il mago, ma continuo a essere “lucidamente schizofrenico” perché sono nato mago e mi sono evoluto – “involuto” ingegnere. Quindi vivo un po’ confuso, con la bacchetta magica nella mano destra, con la quale inseguo i sogni e un foglio Excel nella mano sinistra, con i quali cerco di realizzarli. Mentre i miei amici giocavano, si divertivano e correvano all’aria aperta, io mi chiudevo in camera, affinché nessuno mi spiasse, per cercare di trovare il segreto per far sparire la moneta nella mia mano.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi e se li conti anche i minuti finché a un certo punto la moneta sparì. Il dono più grande che ho ottenuto non è stato il trucco per far sparire la moneta, ma l’insegnamento che, se insisti e non ti arrendi mai, puoi realizzare l’impossibile. Ecco, questo è il dono più grande che mi abbia fatto la magia e credo sia il filo conduttore di tutto quello che ho fatto perché da quel momento in poi ho inseguito mille vite. Sono andato in america a fare Mago in un casinò, poi sono tornato in Italia e ho iniziato a lavorare in televisione e sono diventato Capo Progetto /autore in RAI.
A unire tutto è stata dunque questa convinzione. La vera difficoltà è capire dove andare, ma poi il metodo si troverà sempre. Se dovessi dare un consiglio, quindi, vi direi: capite prima dove andare. Se avete un impegno profondo con voi stessi e con gli altri dichiaratelo, perché se lo dichiari poi per coerenza cerchi anche di raggiungerlo.
L’impossibile non esiste, ma è fondamentalmente un limite della nostra mente”.
Più volte tu stesso hai affermato che “devi uccidere delle parti di te per costruirne altre”. Come riesci a fare questo? Quando capisci che è arrivato il momento giusto per dar spazio a nuove forme di te stesso? Che cosa succede in quel momento?
“Io credo che si debba prendere coscienza che c’è un’età per tutto. Molte volte noi cerchiamo di rubare anni alla vita e non ci rendiamo conto che, invece, ogni età ha un modo di essere, un modo di fare, un lavoro, una famiglia, delle persone con cui vivere e non c’è niente di sbagliato nel vivere al meglio quello che hai come occasione in quel momento.
Devi renderti conto che magari non tutto può essere per sempre. Ho iniziato a fare il mago da piccolo e quando poi sono diventato capo progetto in RAI, il direttore di RAI 2 mi disse: “Rolfo, adesso devi prendere una decisione, perchè già la gente crede poco ai giornalisti se fanno pure i maghi non ci crede nessuno”.
Lì ho “appeso le carte al chiodo”, perchè c’è un’età per tutto e mi sono reso conto che se a 40 anni avessi fatto il mago come facevo da bambino sarei stato un dissociato. Il problema è vivere un’età che non ti appartiene più. Aver coraggio di cambiare ha una valenza in tutto. Scherzando dico che ho ucciso il mago per poi nascere ingegnere, formatore, conduttore, fondatore di Masters of Magic.
Nella vita personale bisogna avere il coraggio di uccidere il bambino o il ragazzo che c’è in ognuno di noi per diventare uomo, perchè devi prenderti delle responsabilità. Devi avere il coraggio di uccidere rami di business per intraprenderne di nuovi, perché se non prendi tu questa decisione sarà la vita a prenderla per te.
Quando sei al massimo di quello che stai vivendo devi capire che è arrivato il momento di saltare. Se non vivi nel futuro, alla fine il futuro ti riporta con i piedi per terra.
Si chiama “Sindrome del Concorde”. Le cifre che vi dico non sono vere, ma sono solamente degli esempi. Il progetto del Concorde è stato il frutto di una co-produzione franco-britannica. Si trattava di un aereo bellissimo che doveva andare più veloce del suono. Furono spesi 100 milioni di sterline per realizzarlo. Quando è stato costruito si resero conto che faceva troppo rumore e quindi spaccava tutti i vetri delle case vicine agli aeroporti. Allora si pensò di riprogettare i motori con un ulteriore costo di 50 milioni di sterline. Avendone già spesi 100 si decise di andare avanti per un totale di 150 milioni. Dopo aver costruito i nuovi motori si resero conto che il costo per volare era troppo elevato.
L’aereo, essendo stato progettato per avere un numero limitato di posti a bordo, non garantiva un rientro delle spese. Occorreva quindi aggiungere nuovi posti, ma questo comportava la riprogettazione di tutto l’aereo. Ci volevano altri 50 milioni. E poi i freni non andavano bene, ci volevano piste più lunghe. In sintesi, alla fine di tutto fu speso il 400% dell’investimento iniziale fino a quando il Concorde precipitò tragicamente. Ecco, se avessero il coraggio di buttare via i primi 100 milioni non avrebbero speso il 400% in più e avrebbero salvato delle vite.
Molte volte nella vita ci incaponiamo in processi, in attività, in relazioni che sono palesemente fallimentari perché non abbiamo il coraggio di cambiare e di perdere”.
Per noi in Synesthesia i temi dell’inclusione e della centralità delle “persone” costituiscono i pilastri del contesto lavorativo. Secondo te, quanto è importante questo tema nelle realtà aziendali di oggi? Come definiresti la situazione attuale in Italia?
Da ingegnere parto dai numeri. Le aziende che sono realmente inclusive, hanno un fatturato maggiore del 16% rispetto ad aziende simili. L’80% delle persone in Italia è più propensa ad acquistare prodotti di aziende realmente inclusive. Quindi vuol dire che solo 1 su 5 in Italia è insensibile al concetto di inclusività. Dal punto di vista delle performance è oggettivo che essere inclusivi sia un vantaggio. Dal punto di vista delle persone c’è un clima aziendale migliore, attiri di più i talenti. C’è una maggiore proliferazione di idee perché c’è una maggiore creatività.
È oggettivamente un vantaggio essere un’azienda inclusiva. Questo è importante perché se poni delle basi importanti sui numeri è possibile costruire tutto il resto. In realtà, credo che oggi:
per essere un’azienda migliore non si debbano solamente realizzare performance migliori. Ciò che fa la differenza sono le persone da cui essa è formata. Un’azienda è migliore perché è formata da persone migliori.
Le persone migliori sono quelle persone che trattano meglio il cliente, che hanno cura delle altre persone con cui lavorano, che se devono fare una notte in più per creare un progetto che possa essere utile lo fanno volentieri.
C’è una frase molto carina di Groucho Marx che dice: “io non farei mai parte di un circolo che accettasse uno come me tra i soci”. Vuol dire che in questo circolo, che è quello delle persone inclusive, non entrano le persone che in qualche modo non sono inclusive. È un automiglioramento.
Per quanto riguarda l’Italia, è una Nazione con mille sfaccettature e mille variabili. È ovvio che se vai in grandi città e grandi metropoli, dove hai grandi aziende multinazionali con un’attenzione particolare alle persone in quanto tali, è più facile trovare un ambiente maggiormente inclusivo con una migliore gestione delle persone.
L’inclusività ha mille sfaccettature e non è soltanto di razza e di genere, ma è anche, per esempio, accettare che un papà abbia del tempo per curare i figli. Noi banalizziamo un po’ questa idea, pensando solo alla razza e al genere, ma l’inclusione è accettare anche una persona che in quel momento magari non è tanto felice e ha bisogno di un’attenzione in più. L’inclusione è qualcosa di molto più profondo di quanto i media in questo momento stanno raccontando”.
Dare forma alle proprie aspirazioni è un po’ come trasformare l’impossibile in qualcosa di possibile. A tuo avviso “è possibile” pensare a un futuro più inclusivo che valorizzi maggiormente le differenze culturali e di genere?
Credo di sì e credo che sia una “valanga” ormai iniziata, con velocità diverse e non si possa – né sia giusto – fermare. Credo che sia un bisogno. Vedendo le nuove generazioni, ti rendi conto che sia già qualcosa che appartiene a loro più di quanto appartenga a noi. Questo è dato anche dal fatto di avere background diversi. Ho amici che hanno figli e mi dicono che a scuola non c’è più differenza di niente. È tutto molto più libero e meno male che sia così.
Uno dei punti di svolta fondamentali per quanto riguarda il concetto di inclusione fu la scoperta della Luna. Quando l’uomo è arrivato sulla Luna sono cambiate tre cose: una è il concetto di impossibile, perchè prima una simile impresa sembrava impossibile. Da quando Armstrong posò il primo piede sulla Luna nel 1969 si radicò il concetto che nulla fosse impossibile e quindi la differenza si è espressa anche nel modo di parlare. Non si dice più “è impossibile”, ma si dice quando si farà? Nessuno ha il dubbio che andremo su Marte è solo una questione di quando. Nessun ha il dubbio che ci saranno delle nuove tecnologie che cambieranno totalmente il nostro modo di vivere.
Il secondo grande cambiamento riguarda la sostenibilità perché ci si è resi conto che per quanto a noi sembri grande il nostro pianeta, in realtà è un piccolo pallino perso nell’infinito. Per Armstrong la Terra era comeuna barca in mezzo all’oceano, circondata dalle acque dove nessuno può scendere né salire, dove non ci sono altre risorse da prendere e non ci sono risorse da buttare. Tutto quello che c’è è lì e questa è la Terra. Da quel momento in poi sono nati i movimenti ambientalisti in Australia. Abbiamo capito che dovevamo iniziare a far fortuna con quello che avevamo.
Il terzo cambiamento riguarda di più le persone. In quegli anni sui pullman c’erano ancora le zone per persone di colore e per i bianchi. Siamo stati così bravi da andare sulla Luna e, in quegli anni, c’erano ancora delle scuole dove c’erano queste divisioni. Ma cosa siamo veramente? Da lì è poi partita la grande rivoluzione che ha portato Obama, dopo 40 anni, alla presidenza degli Stati Uniti.
Si tratta quindi di una valanga che è partita. I giovani sono parte di questa valanga e la guidano. Questa è una grande fortuna e una speranza per il futuro e se non riusciremo noi che siamo più adulti a fare dell’inclusività, della condivisione, dell’accettare le persone il nostro mantra, avremo sprecato tanta vita e tante battaglie”.
Che cosa manca, a tuo avviso, nella aziende e nella società per evolvere dal punto di vista sociale e culturale?
“Molte aziende fanno “inclusion washing”. Fa “cool” dire che siamo inclusivi, dire che per noi è tutto uguale. Poi, però, non c’è la convinzione profonda di farlo perché non è solo dirlo, ma va poi anche messo in atto con la formazione, con l’atteggiamento, con premi che valorizzino chi realmente lavora nell’inclusione. Ci vuole la convinzione profonda che vada fatto ed evitare l’inclusion washing. Ci vogliono capi, leader che abbiano veramente a cuore l’idea di portare nella propria azienda il credo dell’inclusività. È necessario ascoltare ciò che viene dal basso, dalla base, perché soprattutto i giovani neoassunti saranno un volano importante. Per restare in tema, vi consiglio di vedere il film “Il diritto di contare”, candidato al premio Oscar, con Kevin Costner. Il film racconta la storia vera di Catherine Johnson, la prima donna di colore a entrare in un team della NASA, dove erano tutti uomini e bianchi. È stata trattata malissimo, ghettizzata. Il film racconta che per andare in bagno la Johnson doveva fare un chilometro perché non c’erano bagni per lei nelle vicinanze. Pensa com’è cambiato il mondo e come vivevamo male prima.
C’è una bella scena del film che ci mostra la volontà da parte del capo, interpretato da Kevin Costner, di battersi per una maggiore integrazione abbattendo il cartello con una spranga dove c’era scritto “bagni solo per bianchi”. Quindi ci vogliono convinzioni profonde, ci vuole la volontà di farlo e ci vogliono capi, manager che non lo dicano soltanto, ma credano profondamente che l’inclusione sia importante e che soprattutto abbiano le orecchie aperte perché dalla base, dai giovani, da chi in qualche modo lavora con te, vengono segnali importanti che vanno ascoltati se vuoi veramente cambiare le cose”.
Al TEDx di Trastevere hai detto che “per realizzare l’impossibile bisogna pensare come un mago”. Come ragiona un mago davanti a una simile sfida?
Noi tutti pensiamo che un mago sia un problem solver, uno che risolve problemi impossibili. Un mago, invece, è qualcosa di più perché il fatto che risolva problemi è scontato, ma in realtà un mago è un problem setter: cioè “setta” dei problemi che sembrano impossibili e quindi lui deve prevedere già la soluzione nel preparare il problema. Il prestigiatore crea, dunque, delle premesse false che generano dei problemi apparentemente impossibili. Se io metto una moneta nella mano, la moneta non può sparire. Dov’è la falsa premessa? Che probabilmente la moneta non è nella mano. Oppure che la moneta non sia una moneta, magari la moneta è di ghiaccio e si scioglie. Ma se io ti radico la convinzione che io abbia una moneta vera nella mano in questo istante, ovviamente non può sparire. La falsa premessa quindi ti porta a un problema apparentemente impossibile. Sono tutte false premesse che tu ti dai e, come nel concetto di magia, generano problemi apparentemente impossibili.
Quindi per realizzare l’impossibile devi operare sulle premesse. Le premesse sbagliate sono quelle che mutano il ragionamento. Nel nostro caso quindi per avere aziende più inclusive vanno cambiate le premesse.
Attualmente le premesse con le quali viene veicolato questo discorso sono: se tu non sei inclusivo va molto male. Nel cambiare le premesse tu non devi dire che è male non essere inclusivi, ma devi dimostrare i grandi vantaggi dell’essere inclusivi.
Raccontando questi vantaggi le persone sono più portate a cambiare le premesse. Se io vedo un vantaggio concreto, reale, ovviamente sono più portato ad andare verso quella strada. E quindi visto che alla fine le persone sono motivate da degli obiettivi da raggiungere, da dei vantaggi da ottenere, da delle mete da conquistare, allora diamo degli obiettivi.
Non diciamo solo che è male e sei una brutta persona se non sei inclusivo, diciamo piuttosto perchè sei speciale se invece hai il coraggio di essere inclusivo.
Walter, quali sono gli insegnamenti che ti piacerebbe lasciare alle future generazioni?
“Io credo che l’insegnamento più importante sia aiutare le persone a trovare un sogno. Non esistono sogni giusti e sogni sbagliati. Esistono persone che hanno sogni e persone che non hanno sogni e il vero motivo per cui le persone non realizzano i propri sogni è perché non ne hanno. Ogni volta che io chiedo a qualcuno quali sono i suoi sogni, il 90% delle persone mi risponde con indecisione. Man mano che si cresce si ha sempre meno contezza che si possano realizzare i sogni. Quindi sia per le future sia per le passate generazioni il mio consiglio è createvi sogni continuamente, ispirate sogni nelle persone che amate, regalate sogni alle persone perchè in tantissimi non sono in grado di trovare un proprio sogno. Io poi, da ingegnere, amo chiamare i progetti sogni perché non mi alzerei mai al mattino per realizzare un progetto, ma mi alzo volentieri per inseguire un sogno. Quindi da ingegnere non parlo di sogni come se fossero la manna dal cielo o la pioggia che scende e ti bacia, oppure l’energia che ti guida alla conquista di chissà cosa. No. Io parlo di cose concrete. Createvi dei progetti e una volta trovato un progetto, trovate il modo di realizzarlo. Questa è per me la più grande lezione: trovare qualcosa che ci faccia battere il cuore. Come fare? Scrivete su un foglio mille sogni. Scrivete qualunque cosa, anche la più folle e poi seguite quella che vi accende di più. Questo è il primo grande consiglio che mi permetto di lasciare. La seconda cosa è “martellare come dei fabbri”, cioè il vero segreto per realizzare i propri sogni è non arrendersi mai. La vita è semplice. Va giù e va su per tutti. Non esiste un’unica e costante ascesa verticale verso il successo. Diamo valore ai picchi e facciamo che le valli siano più piatte possibili. La vita deve essere una sinusoide alla quale noi tagliamo la parte bassa. Io mi sono reso conto che tutto quello che ho fatto nella vita, piccolo o grande che sia, deriva da un “martellamento”, del non mollare mai. Quando la vita ti butta giù il segreto è insistere. C’è sempre un modo di realizzare questo sogno. Anche se non lo realizzi, sarai stato sulla strada che porta alla felicità”.
Walter, come ti immagini il futuro nei prossimi 10 anni?
“Sono un ottimista pazzesco. Penso al futuro come un posto meraviglioso.
Sarà casa. Sarà il posto dove stiamo andando. È come se noi stessimo facendo un viaggio verso un luogo dove dovremmo stare. Mi piace pensare che questo luogo debba essere bello. Mi piace pensare che sia un luogo che io contribuisco a creare bello. Sarà il posto dove io vivrò e devo trovare dentro questo tutti i motivi per vivere al meglio.
Il futuro non torna mai indietro, questo è importante. Non siamo mai tornati indietro. Non è mai successo che una volta inventata la macchina siamo tornati a utilizzare la carrozza. Quando è stato inventato l’MP3, non abbiamo più utilizzato la cassetta. Pensare che se il futuro non ci piaccia si possa tornare avanti e indietro è anacronistico, folle e anche stupido. Quindi, noi andremo nel futuro. Ci stiamo andando. Immagino il futuro come un treno che viaggia veloce e tu non puoi scendere a meno che tu non ti faccia molto male. Quindi puoi o starci in piedi scomodo oppure sederti e goderti questo viaggio. Secondo il Financial Times, noi faremo un salto in avanti nei prossimi 10 anni, dal punto di vista della tecnologia, più grande rispetto a quello che è stato fatto dalla prima rivoluzione industriale fino a oggi. Perciò, dal punto di vista del nostro modo di vivere dobbiamo essere pronti a cambiare, godere del fatto che stiamo vivendo in un’epoca straordinaria e piena di sorprese. Non dire “questa cosa mi spaventa” perché non c’è più tempo, non è più un futuro è un adattamento continuo. C’è un aneddoto bello raccontato da McLuhan, il più grande massmediologo del secolo scorso che racconta di due giovani pesciolini che nuotano. A un certo punto si avvicina un pesce più grande che si rivolge a loro chiedendo come fosse l’acqua dentro la quale nuotavano. I due pesciolini stupiti non avevano più la percezione del contesto. Chi è giovane non ha la percezione che le cose cambino. Anche perché va tutto così veloce. Il futuro va veloce e per me è un posto meraviglioso. Per noi che dobbiamo andarci, ritengo che per quanto dobbiamo avere a che fare con l’intelligenza artificiale non sarà un sostituirsi all’uomo, ma un collaborare con l’uomo. Le emozioni saranno quanto mai importanti perché in un futuro, tutto quello che non farà battere il cuore ai nostri clienti o alle persone con le quali collaboriamo sarà una commodity e le commodity si comprano su Amazon. Quindi,
qualunque lavoro voi facciate, qualunque sia la vostra vita, la vostra attività, chiedetevi che cosa potete fare voi oggi che non potrà fare una macchina domani, in questa risposta c’è il nostro futuro”.
Walter grazie, grazie per aver partecipato a questa nostra festa!
Grazie a te, grazie a voi. È stato un piacere essere qui a parlare di futuro, di persone e di impossibile.
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista a Walter Rolfo? Nessun problema, c’è la versione podcast!
Ascolta “People and inclusion / Walter Rolfo [giugno 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
[Intervista a cura di Lucy James, Event Manager di Synesthesia]
Dalla Louisiana alla Florida. Dal jazz alle stelle. Alyssa, come è nata la tua passione per lo spazio?
“Fin da piccola lo spazio mi ha sempre affascinata. Ovviamente non ricordo tutto di quando ero una bambina, ma mio padre mi racconta sempre che arrivavo e iniziavo a fare tantissime domande sullo spazio e su Marte. Non sapevo niente a quel tempo e nessuno della mia famiglia aveva un background in astronomia. Mio papà allora mi raccontava qualcosa delle missioni sulla Luna e poi aggiungeva
“un giorno andremo su Marte”.
Tutto questo ha davvero dato una spinta alla mia curiosità sullo spazio e così ho iniziato a cercare libri, video, poster e ogni genere di informazioni che potessi avere sotto mano riguardato lo spazio. E la passione così è nata e ha continuato a crescere”.
“Perseverance” è il rover della NASA arrivato su Marte. Quanto hanno contato la tenacia e la perseveranza per raggiungere i tuoi obiettivi?
“Sicuramente tanto in tutto quello che ho fatto e faccio. Essenzialmente quello che sto facendo è cercare di costruire un CV adeguato per candidarmi nel processo di selezione degli astronauti. Ci sono, comunque, tante vie per raggiungere questo obiettivo. Non esiste una checklist per cui si può dire: “hai fatto questo… questo… e questo… allora puoi diventare astronauta”. Non funziona così.
Quando ero piccola la perseveranza significava per me cercare di capire cosa volessi fare, cercare di fare qualcosa di diverso, fuori dagli schemi. Questo è quello che ho fatto per tutto questo tempo andando alla ricerca di quelle opportunità per emergere fino al momento in cui mi candiderò per diventare astronauta, ma penso che tutto questo tempo costituisca la parte più importante.
Tantissime persone si candideranno. Per questo motivo penso che sia molto importante credere in se stessi, nelle proprie capacità. Se tu stessa pensi che puoi farlo, allora certamente è tutto un po’ più raggiungibile”.
Come hai ricordato tu, è un processo di selezione molto impegnativo. È un questione di carattere e, immagino, di conoscenze tecniche. Qual è stato per te il giusto equilibrio tra l’ambizione e il carattere da un lato e la preparazione scientifica dall’altro?
“Certamente. È necessario che ci sia sempre un equilibrio. Una cosa molto importante durante la mia crescita è stata proprio il mantenere uno stile di vita “bilanciato”. Amo lo spazio, ma desidero anche mantenere un equilibrio e fare tutte le “cose normali”. E ci sono molte ragioni per fare questo: una è mantenere il mio interesse per lo spazio. Penso che se parlassi sempre e solo di questo probabilmente alla fine mi stuferei. Ma dal momento che faccio anche tante altre attività, non mi è mai successo. Sono sempre entusiasta di fare qualsiasi cosa che riguardi lo spazio. Cerco di mantenere sempre l’equilibrio tra lo studio e il carattere personale. Per essere un astronauta senza dubbio devi essere molto preparata e brava in quello che fai.
E di solito quello che fai ha a che fare molto con la scienza e la matematica, può essere anche difficile a volte. Questo tipo di studi può diventare molto intenso, ma penso che ci siano molti aspetti del carattere che devono essere messi in gioco come il saper lavorare bene in team con altre persone. Ti troverai a lavorare con le stesse persone per un certo periodo. Devi imparare a risolvere i problemi, a non lasciarti troppo sconvolgere dalle piccole cose. E quindi tutti questi aspetti sono molto importanti per il carattere.
Infine, credo che ci siano moltissimi aspetti che devono essere presi in considerazione per affrontare il processo di selezione. Non è un percorso “lineare” come a scuola. Occorre prendere in considerazione anche quello di cui loro hanno bisogno, cosa sta succedendo adesso nell’industria dello spazio, che tipo di persona occorra oggi a questo settore e poi di sicuro le tue conoscenze e la tua personalità. Quindi è sempre una questione di equilibrio”.
Sicuramente ci sono tanti aspetti diversi da considerare. Un tema che tu hai evidenziato è l’evoluzione in corso nei programmi spaziali, delle ambizioni dei vari team. Sappiamo che sui social ti chiami “NASA Blueberry” e sei solita definirti “Future Mars Walker”. Come ti immagini il tuo primo passo su Marte? Ci hai mai pensato?
“Ho aggiunto “Future Mars Walker” nella mia biografia. Marte sarà davvero molto diverso rispetto alla vita sulla Terra, avremo un nuovo stile di vita.
Sarà come uscire di casa indossando la tuta spaziale.
È un modo divertente di immaginare la vita in quel pianeta. Certo ci sarà lo studio scientifico, ma allo stesso tempo faremo anche un sacco di “faccende domestiche”, come quando devi fare le pulizie, arieggiare le stanze, coltivare l’orto per avere il cibo, cose semplici. Mi immagino lo stile di vita su Marte molto rilassante: solo io e poche altre persone che passeggiamo sul pianeta rosso. Ci dedicheremo all’orto e faremo un po’ di esperimenti scientifici. Parlando di come appare Marte e, tornando al rover Perseverance, abbiamo trovato molte immagini straordinarie. Guardando alcune di queste, è bellissimo avere uno scenario più realistico del pianeta. L’atmosfera di Marte non è così “consistente”, così possiamo vedere una quantità incredibile di stelle che dalla Terra non riusciamo ad ammirare. Penso, quindi, che ci saranno spettacoli incredibili”.
Le faccende domestiche su Marte sembrano molto rilassanti anche a me. Hai dato vita alla fondazione “Blueberry” dedicata alle ragazze in ambito STEM, ti va di parlarci di questo progetto? Che cosa significa per te combattere il gender gap in ambito STEM?
“Sì, ho fondato “Blueberry” (Blueberry è il mio “nome in codice”, un nickname che mi è stato dato). L’idea di realizzare questo progetto è nata quando ho visitato lo Space Camp per la prima volta e questo avvenimento ha dato una svolta ai miei interessi per lo spazio. Voglio davvero che anche altre persone abbiano la stessa opportunità.
Recentemente abbiamo organizzato molte attività anche con altri Paesi esteri, come il Messico e l’Argentina, dando a giovani ragazzi e ragazze la possibilità di conoscere davvero quale scelta sia adatta di più a loro per avere la possibilità di lavorare nell’industria spaziale, di diventare astronauta o comunque fare qualcosa in questo ambito. E quindi proprio per questi motivi ho voluto fondare “Blueberry”.
Poi, certamente, incoraggiare le ragazze a intraprendere una carriera nelle materie STEM è molto importante. Penso che non solo l’incoraggiamento, ma anche mostrare loro tutte le strade che hanno a disposizione in questo ambito sia essenziale. Quando siamo piccoli, bambini, di solito diciamo che vogliamo fare un po’ sempre gli stessi lavori: l’insegnante, il medico, l’avvocato. Tutte queste professioni sono bellissime, ma penso che a volte rischiamo di rimanere bloccati sempre sugli stessi lavori. Anche nel settore spaziale accade lo stesso: scienziati, astronauti e ingegneri. Invece, c’è molto più di questo. Ci sono persone che disegnano le tute spaziali; persone che devono progettare le confezioni per il cibo degli astronauti; ci sono psicologi, giornalisti. Dietro questo mondo ci sono così tante professioni che sono altrettanto importanti come le più “rigorose” professioni matematiche e scientifiche.
Penso che l’aspetto più bello consista nel fatto che
non devi per forza essere appassionato di matematica e di scienza per lavorare nell’industria spaziale. È bello mostrare alle bambine e ai bambini tutte le opportunità che hanno a disposizione e come possono combinare i loro interessi per realizzare quello che più desiderano. Pensare fuori dagli schemi è un’esperienza straordinaria”.
Tornando sulla Terra, come ti immagini il nostro futuro nei prossimi anni?
“Penso che l’ambito STEM crescerà molto nei prossimi anni. Certamente le materie STEM sono molto numerose e diversificate, così come i percorsi di carriera. L’industria spaziale sta crescendo molto perché abbiamo tante novità in arrivo. tante idee da attuare: tornare sulla Luna, andare su Marte. Non solo questo, ma anche lo spazio in ambito commerciale, tutte queste altre compagnie, non solo le principali grandi agenzie spaziali, ci sono anche SpaceX, Virgin Galactic, Blue Origin, Boeing e molto altre compagnie che sono così attive nel settore spaziale e continuano a fare ricerche e attività. E io penso che SpaceX potrebbe cominciare ad avere i propri astronauti, il proprio processo di selezione. Stiamo diffondendo anche l’idea del turismo spaziale, rendendolo più consistente di una semplice idea. Credo che nei prossimi anni, nello spazio in generale e nell’ambito STEM collegato allo spazio, ci sarà una grande crescita di opportunità di lavoro, perché ci saranno grandi novità e tante bellissime professioni a cui dedicarsi. Nel turismo spaziale, per esempio, avremo i bagagli dei passeggeri, gli assistenti di volo… Chi lo sa? Queste “strane” idee stanno diventando sempre di più una realtà. Penso che piano piano vedremo qualcosa di questo genere”.
A proposito della tua Fondazione “Blueberry”, tu lanci un chiaro messaggio a favore dell’inclusione delle ragazze nell’ambito STEM, incoraggiandole ad avere una mente aperta. Qual è il tuo messaggio rivolto alle istituzioni su questo tema dell’inclusione?
“Guardando a queste grandi compagnie e alle istituzioni, penso che ci sia molto da affrontare. Parlando delle donne in ambito STEM, negli ultimi anni in cui abbiamo lavorato per includere più donne, abbiamo fatto grandi progressi. Io penso, per esempio, che ci siamo molte più donne astronaute scelte nel processo di selezione. L’idea di mandare una donna sulla Luna, penso che molte di queste idee siano davvero fantastiche.
Credo che il prossimo passo per tutte queste compagnie sia davvero avere più donne in tutte le professioni. Ci sono decine di migliaia di persone per un solo astronauta che va nello spazio. Io penso che sia importante non solo includere più donne come astronaute (il ruolo pubblicamente più visibile), ma anche donne in tutti questi capi differenti. Posso assicurarvi che c’è più di un dipartimento con una sola donna che vi lavora.
Ogni livello e ogni dipartimento ha bisogno di questa inclusione e ogni livello necessita di più donne coinvolte e così io credo davvero che questo sia il nostro prossimo passo. Questo discorso deve valere anche per tutte le altre professioni”.
Grazie Alyssa e buona fortuna!
Grazie a te Lucy, grazie a voi.
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[Guarda la versione completa dell’intervista – 24 min]
Dal mondo del volley a quello della scrittura. Ti va di raccontarci brevemente questo percorso? Quali sono state le tappe più significative?
“Mi sarebbe piaciuto moltissimo dirti: sai, ero molto forte a giocare a pallavolo, poi mi sono fatto male e ho cominciato ad allenare. Invece io ero sano come un pesce e non avevo il talento dell’atleta quindi la mia formazione e il mio background scolastico è di tutt’altro genere. Mi sono laureato in filosofia. La fortuna mia è stata quella di allenare in contesti culturalmente molto diversi l’uno dall’altro. Oltre a tutte le città dove ho vissuto in Italia, porto i due estremi come esempio, che sono i tre anni che ho passato in Grecia e poi i sei che ho trascorso in Finlandia, prima della Nazionale italiana. È chiaro che il mestiere è lo stesso, cioè tu devi cercare di vincere le partite, ma allenare un atleta greco e uno finlandese non è la stessa cosa.
Tutto nasce da due cose fondamentali: da una curiosità infinita e dalla bellezza di una parola che negli ultimi anni è stata usata tanto, ma con un significato sempre negativo. Sto parlando della parola “contaminazione”. Dovremmo riappropriarci della bellezza di questa parola. Questo è un lavoro che dovremo fare post-pandemia, cioè tornare a convincerci che la relazione, il contatto, la mescolanza delle culture, delle esperienze è un fatto generativo”.
La parola di oggi è “cultura” e mi sembra che il tuo discorso sia perfettamente centrato perché fa parte proprio della cultura saper contaminare le esperienze differenti per andare meglio, raggiungere risultati migliori, cambiare in meglio.
Mauro, nel corso della tua carriera sei stato l’allenatore di pallavolo della Nazionale Olimpica maschile, ottenendo importanti risultati (un secondo posto agli Europei del 2011 e del 2013 e la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra nel 2012). Qual è l’insegnamento più importante che porti con te da questa esperienza?
“Mi ha lasciato una delle lezioni più grandi della mia vita. Non solo della mia carriera sportiva. Già solo partecipare ai Giochi Olimpici rappresenta una sorta di benzina che genera e tiene vivo il motore degli atleti. Spesso ti accorgi che, lavorando tanto, quel sogno impossibile da realizzare può diventare più “a portata di mano”. Rappresenta il culmine di ogni esperienza sportiva. Io ho avuto la fortuna di partecipare due volte ai Giochi Olimpici: una da assistente allenatore nel 2004, vincendo una medaglia d’argento con Gianpaolo Montali e l’altra a Londra nel 2012, dove ero capo allenatore.
In entrambe le occasioni quello che ho imparato è la meravigliosa ispirazione che ti restituisce l’idea che tu prepari ossessivamente un appuntamento con un’attenzione ai protocolli, ai dettagli, veramente totalizzante. Arrivi perfettamente consapevole e pronto grazie al lavoro che hai fatto nei 4 anni prima e lì scopri che nessun parametro è uguale a quello che pensavi, che preparavi.
Scopri che esiste una meravigliosa dimensione dell’ “inallenabile” nella prestazione, che a noi allenatori piacerebbe eliminare perché ci piacerebbe avere tutto sotto controllo, avere tutte le soluzioni pronte per qualunque imprevisto succeda e, invece, la differenza la fa quell’area “inallenabile”, perché è vero per definizione che non si può allenare l’inallenabile, ma si può allenare quello che tu fai, il modo in cui tu reagisci quando ti si presenta di fronte una situazione che non potevi prevedere.
Mi verrebbe da riflettere sul fatto che 13 mesi fa ci è capitata la stessa cosa: naufragati su un’isola deserta. Il naufragio non è una decisione, è una cosa che ti capita. Quello che tu puoi fare quando scopri che sei ancora vivo e ti svegli sulla spiaggia e non hai magari le cose che avevi sulla barca è decidere di rispondere in maniera proattiva a quello che ti è capitato. Questa cosa io l’ho imparata certamente ai Giochi Olimpici, dove qualunque parametro è qualcosa di completamente diverso e nuovo, a partire dall’esperienza del villaggio”.
Tu hai allenato tantissimi atleti nel corso della tua carriera sportiva. Chi è stato l’atleta più “inallenabile”, cioè quello che ti sorprendeva di più?
“Tra i 120 atleti con passaporto italiano che giocano in Serie A, io ti assicuro che la differenza non è più nei 5 o 6 centimetri che uno salta in più, nella qualità tecnica che un atleta può avere di più rispetto a un altro. Maggiore è il talento, maggiore è il rischio che il processo di allenamento possa essere messo in discussione. Più una cosa ti viene facile e naturale, meno è naturale immaginarci di dedicare del tempo per migliorarla. Poi c’è sempre chi abbina queste due caratteristiche. Questi sono i campioni assoluti. A me piace sempre ripetere che il talento è un dono e l’allenamento è una scelta.
A me piacciono i campioni e i talenti che decidono di validare quella scelta. Quindi se tu mi chiedi quali sono i grandi campioni che ho avuto l’onore di allenare mi vengono in mente certamente 2 o 3 nomi. Uno fra tutti: il capitano della mia Nazionale che si chiama Cristian Savani, un meraviglioso esempio di talento non assoluto, ma messo completamente a disposizione dell’allenamento.
Poi mi vengono in mente altri campioni che avevano un talento decisamente inferiore, ma che sono riusciti a tirare fuori tutto il loro potenziale grazie alla qualità e al lavoro dell’allenamento. Se tu pensi alla Nazionale che avevo a Londra c’erano due liberi: uno era Andrea Bari e l’altro Andrea Giovi che sono due ragazzi che per varie situazioni hanno avuto una carriera molto limitata in Serie A1. Sono però due giocatori che hanno saputo mettere a disposizione della squadra il 100% del loro potenziale.
La capacità di un allenatore di pallavolo è quella di mettere insieme queste tipologie di atleti. La pallavolo ha un grande vantaggio: è l’unico sport al mondo dove è obbligatorio passare la palla. Se ci pensi bene, non esiste in nessun altro sport questa regola. Nella pallavolo non è possibile fermare la palla e toccarla due volte consecutivamente. La cosa interessante di questa regola è che capovolge l’immagine del campione. Mentre in altri sport di squadra (calcio, rugby, basket, ecc.) esiste per un singolo la possibilità di determinare in maniera decisiva la partita, nella pallavolo questa cosa è vietata dal regolamento”.
Sport e cultura. Due ambiti che hanno caratterizzato la tua carriera e la tua vita fino a ora. È possibile rintracciare delle analogie tra questi due mondi?
“Guarda, ti rispondo trasformando quella “e” congiunzione nella “è” con l’accento, nel verbo. Sport è cultura e viceversa. A me piace tanto parlare di “cultura del movimento”. Qui le due parole trovano una sintesi diversa. Io raccontavo prima che ho avuto la fortuna di lavorare per tanti anni in Finlandia, dove la cultura del movimento è immediatamente percettibile. C’è una grande attenzione per lo sport guardato, ma lo sport è prima di tutto praticato. Io credo che questa cultura del movimento debba diventare un diritto costituzionale. È evidente che lo sport è un generatore di risparmio al servizio sanitario nazionale, quindi dialoga direttamente con il “diritto alla salute” (che è previsto dalla Costituzione). È altrettanto evidente che una cultura del movimento vada insegnata nelle scuole, in particolare nella scuola primaria, cioè nel posto dove i nostri bambini dovrebbero imparare ad appassionarsi a qualcosa (alla storia, alla matematica, alle scienze, ecc.). La stessa cosa dovrebbe succedere con lo sport. La cultura del movimento dovrebbe essere un bene e un diritto del cittadino, ovviamente democratico e accessibile.
La parola sport scritta nella Costituzione cambia un paradigma, una dignità nuova e permette a quel diritto di dialogare, come dicono a Siena durante i giorni del Palio, “per forza e per amore” con altri due diritti fondamentali che sono quelli all’istruzione e alla salute. Una nuova dignità della disciplina ci permette di mettere a fuoco un’enorme potenzialità dello sport che da un lato fa muovere i corpi e dall’altra ha questa grande capacità di ispirare le persone”.
Nella tua autobiografia “Capolavori” (2019, add editore) c’è una storia meravigliosa che ti riguarda. Sto parlando dell’episodio dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montichiari. Durante questo momento il tuo concetto di “allenare”- come tu dichiari – è cambiato tanto. Mauro, che cosa significa allenare?
“Io sono molto legato al sottotitolo di quel libro. Un capolavoro può essere una medaglia olimpica, ma può essere anche il fatto che io quasi cinquantaduenne preparo la maratona iniziando adesso e riesco a farla in 3 ore e mezza realizzando il mio potenziale. Per me quello è un capolavoro. Però dicevo il sottotitolo del libro che sono treverbi fondamentalmente: “allenare”, “allenarsi” (lo stesso verbo al riflessivo perché l’allenamento riguarda sempre anche noi allenatori) e poi c’è un terzo verbo che è “guardare altrove”. Si tratta di un concetto molto antropologico che in qualche modo torna alla nostra prima domanda: questa idea di sapersi misurare e andare a confrontarsi con dei mondi diversi. Che cos’è il gesto dell’“allenare”? C’è una parte di competenze tecniche e tattiche che si imparano, però io credo che fondamentalmente allenare non sia altro che “allenare il desiderio di…”. C’è una bellissima frase che io uso sempre quando voglio spiegare che cosa sia per me allenare. È una frase non di uno sportivo, ma del poeta Antoine de Saint-Exupéry che recita più o meno così:
“Se vuoi costruire una nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato”.
Questo per me è allenare. Per quanto riguarda invece quell’episodio di cui tu parlavi, in quel periodo io allenavo a Montichiari nella Serie A1 e allenavo anche la Finlandia nella stagione estiva e venni avvicinato dai responsabili della struttura sanitaria dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione di Montichiari. Loro volevano proporre un progetto di sport a un gruppo di detenuti. Mi piaceva l’idea, mi piaceva l’idea di usare anche la pallavolo. Io decisi di impegnarmi a ospitare queste persone nel Palasport di Montichiari il lunedì, quando il Palasport era chiuso. Il contesto era quello della massima serie: palloni di cuoio, le magliette della prima squadra. Per sei mesi, tutti i lunedì, questi ragazzi venivano ad allenarsi in quelle condizioni. Questa esperienza finì con un momento hollywoodiano, in un torneo con delle squadre composte dalle scuole superiori di Montichiari dove questa squadra riuscì a vincere un set. Ci sembrava già qualcosa di straordinario, ma la cosa più straordinaria successe qualche mese dopo la fine di questa esperienza. Tornarono a trovarmi gli operatori dell’Ospedale con dei report dove era scritto che i partecipanti a quel progetto aveva dimezzato le necessità farmacologiche alle quali erano sottoposti. Entrambi gli obiettivi raggiunti erano esclusivamente legati alle condizioni di bellezza all’interno dei quali quei ragazzi avevano operato, cioè il palazzetto della serie A con le luci, i palloni, l’attrezzatura e anche io ero parte di quella scenografia.
Quest’episodio ha cambiato il mio modo di di vedere lo sport. Io da giovane allenatore avevo un po’ la presunzione di avere l’esercizio più bello degli altri e la capacità di costruire un allenamento “perfetto”. Poi più passa il tempo, più hai esperienze diverse, scopri davvero che “allenare” significa “allenare al desiderio di”, risvegliare quel quella nostalgia del mare aperto e infinito di cui parlavamo prima necessario per far costruire la barca. Tutto questo cambia tutto, cambia il modo in cui tu guardi alla tua professione e cambia anche il modo in cui tu guardi fuori la tua professione”.
Una delle personalità più competitive del mondo dello sport, Michael Jordan, diceva: “Mai dire mai, perché i limiti, come le paure, sono spesso soltanto illusioni”. Che valore ha il “limite” all’interno di tutto questo? Come definisci questo concetto? Come affronti i limiti nel tuo lavoro?
“Io credo che i limiti siano lì per farci capire quanto fortemente vogliamo una cosa. Mi viene da sorridere perché se penso alla mia carriera sportiva e alla mia vita, io mi sono sempre messo di fronte a cose che non conoscevo. Dalla filosofia alla pallavolo. Dopo la pallavolo la Scuola Holden, in un ruolo amministrativo e da amministratore delegato dovevo imparare tutta una serie di nozioni che non mi appartenevano. Poi ancora il tiro con l’arco, una disciplina che non conoscevo, e tante altre esperienze. È chiaro che di fronte a quelle situazioni tu hai due scelte: una è quella di dire “di fronte a queste situazioni nuove non voglio ulteriori problemi” e l’altra è dire “bene, questo è il contesto in cui voglio muovermi”. Se tu sostituisci la parola “problema” con la parola “contesto” sei già nel campo della ricerca delle soluzioni perché un problema può essere dato dalla sfortuna, da qualcosa che non ti meritavi. Se invece definisci il problema come contesto inizi a ricercare le soluzioni per muoverti in quel contesto lì con efficacia. Per me il limite è sempre la capacità di misurarti in un contesto in cui puoi esserti trovato oppure perché lo hai deciso. Questo ti spinge prima di tutto a studiare e quindi a conoscere quel contesto e poi a volerti muovere in un ambito che non è completamente il tuo. Per me quella è davvero la spinta vitale che ci fa proseguire.
Io, a 52 anni, sono felice di dirti che non so che cosa farò per i prossimi 3 anni.
Nella nostra azienda superare i limiti vuol dire “innovare” come un atleta che superando i limiti si migliora. Per noi il limite è un’opportunità di crescita, di trasformazione e di impegno.
“Sì. Tra l’altro l’innovazione si trova sempre all’incrocio delle competenze. Tu puoi essere un bravissimo tassista e poi puoi avere la passione per la programmazione sullo smartphone. Se incroci quelle due competenze e inventi Uber, allora hai fatto innovazione”.
Mauro, arriviamo all’ultima domanda, che è la domanda più difficile. Che cosa dobbiamo ancora aspettarci secondo te nel futuro? Come ti immagini il futuro dello sport e della cultura nei prossimi 10 anni?
“Questi ultimi mesi sono per noi un’occasione di discontinuità gigantesca. Ci sono due possibilità: la prima è di resistere a quello che succede caparbiamente e di tornare uguale a prima. Questo significherebbe aver avuto la tragedia del Coronavirus senza aver imparato niente. La seconda possibilità è quella di calarci in un contesto generativo di una serie di nuovi modelli che vadano a sostituire i modelli precedenti che sono andati in crisi anche grazie al Coronavirus, ma che non andavano bene neanche prima.
Perdonami l’altezza del riferimento, è come quando Altiero Spinelli scriveva il Manifesto dell’Europa a Ventotene e lì fuori c’erano i lager, il fascismo e il nazismo. È proprio in quel momento lì che lui ha alzato lo sguardo e ha immaginato un’Europa diversa.
Noi dobbiamo fare la stessa cosa nelle nostre rispettive competenze. Nell’epicentro del problema dobbiamo alzare lo sguardo e immaginare dei modelli diversi questo vale per quanto riguarda la transizione ecologica, vale per l’innovazione, per la digitalizzazione, vale per la parità di genere, vale per lo sport, per la salute. Non a caso sono tutte aree di missione del Recovery Fund che sarà una gigantesca occasione “once in lifetime”.
Se noi interpretiamo questa situazione con gli strumenti novecenteschi rischiamo davvero di buttare via tutto. Non voglio fare retorica perché non ci sono più oltre 110.000 persone. Ci sono categorie commerciali in ginocchio. Non voglio dire che questa è stata una benedizione dal cielo. Ci mancherebbe altro. Però questo è un momento di discontinuità e noi da questo momento possiamo scegliere come uscire. Mettere le lancette indietro e sperare che tutto torni come prima, oppure costruire davvero modelli nuovi”.
Grazie Mauro, sei stato davvero inspirational!
“Grazie a voi. Ribadisco gli auguri per il compleanno che è sempre un bel modo di guardare un po’ indietro, alla storia che uno ha alle spalle, ma è anche una grande occasione per guardare avanti. Synesthesia è una delle eccellenze della nostra città, è un luogo dove si fa innovazione. Buon compleanno. Dieci, venti, trenta, cinquant’anni di futuro da costruire insieme!”
Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Mauro Berruto? Nessun problema, c’è la versione podcast!
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[Guarda la versione completa dell’intervista – 24 min]
Professore, come si diventa Alessandro Barbero?
“Per una concatenazione di fattori in parte casuali, come tutto quello che ci succede nella vita, secondo me. Quando ci sono dei fattori che vanno a rivelare delle potenzialità o delle capacità che uno neanche sospettava di avere poi, pian piano, si viene instradati e alla fine si rimane incastrati nel ruolo che ci si è cuciti addosso. Io ero un ragazzino timidissimo e poi mi sono avviato a una carriera di studioso. Ho fatto lo studioso, ho scritto. Mi è capitato di scrivere un romanzo 25 anni fa, di vincere un grande premio e di diventare famoso per pochi giorni, come succede in quei casi, e poi di ritornare a essere uno studioso completamente sconosciuto al grande pubblico. Non c’era predestinazione. Durante gran parte della mia vita non mi è mai venuto in mente che una delle mie capacità dovesse essere quella di parlare in pubblico o di raccontare la storia al grande pubblico”.
Quindi i nuovi media e in qualche modo anche Internet hanno contribuito alla diffusione. Come è cominciato questo successo e come la fa sentire questa notorietà?
“È cominciata in realtà con un vecchio medium, cioè con la televisione. Il primo passo verso questa direzione è stato quando Piero Angela, dopo avermi chiesto qualche consulenza mi ha proposto di andare in trasmissione. Superquark è uno degli appuntamenti annuali fissi. È nata con le “Lezioni di Storia” da parte di Giuseppe Laterza prima all’Auditorium di Roma e poi nei teatri di tutta Italia. È nata, infine, con gli inviti al Festival di Sarzana, dove ho cominciato poi ad andare regolarmente. Internet è stato il moltiplicatore di ciò che stava accadendo, più ancora della televisione direi perché il grande pubblico segue Superquark, ma io in una puntata della trasmissione parlo per 5 minuti, poi viene qualcun altro. Le lezioni possono aver davanti anche 1000, 1200 persone in presenza come mi è capitato per esempio all’Auditorium Sinopoli a Roma. Io non produco niente per Internet. Sono completamente assente dai social. Ci sono delle pagine Facebook con il mio nome, ma le gestiscono altri. Ci sono delle raccolte di podcast miei, ma lo fanno altri.
Solitamente l’aggettivo “medievale” viene utilizzato per connotare negativamente qualcosa che non è “al passo con i tempi”. In realtà, penso che il medioevo come ogni epoca storica abbia avuto i suoi momenti di luce. Le andrebbe di raccontarci almeno tre scoperte tecnologiche che hanno cambiato la storia dell’uomo e che si sono verificate in questo periodo?
“Premetto che il medioevo è molto lungo. La stragrande maggioranza dei nostri antenati sono vissuti nel medioevo. Mi capita spesso di raccontare questa cosa a lezione. Immagina di trovarti davanti Giulio Cesare o Cicerone e di raccontargli la tua giornata in questo modo:
Oggi mi sono svegliato, mi sono vestito, mi sono sbottonato la camicia, mi sono messo gli occhiali, ho sfogliato un libro per un po’. Poi avevo degli impegni, sono uscito, sono andato a lezione all’Università, sono andato da un notaio per un contratto, sono andato in Comune (avevo una pratica anche lì). Poi sono anche un credente, e quindi sono andato a messa e ho fatto due chiacchiere con il parroco, sono tornato a casa; ho cucinato una pastasciutta e ci ho grattugiato un po’ di parmigiano sopra. Poi ho sfogliato un libro e ho fatto una partita a scacchi.
Ecco. Immagini di raccontare tutto questo a Giulio Cesare o Cicerone. Non capiranno una parola. Non sapranno niente di tutto quello che gli hai appena raccontato. Non sapranno neppure che cosa voglia dire sfogliare un libro, perché a quei tempi si srotolavano rotoli e rotoli di papiro. Non hanno idea di che cosa siano gli occhiali e di che cosa siano gli scacchi, che cosa voglia dire andare a lezione all’università, andare dal notaio. Se invece provi a raccontare tutto questo a un fiorentino ai tempi di Dante Alighieri capisce perfettamente tutto, compreso grattugiare il parmigiano sulla pastasciutta. Nel medioevo ovviamente non sanno che cosa voglia dire accendere un PC o preparare un caffè però sanno che cosa significa fare un assegno, fare un’assicurazione. Forse non c’è hardware, ma è tecnologia anche quella. Il libro con le sue pagine da sfogliare, che nasce alla fine dell’antichità e all’inizio del medioevo, è un salto di qualità tecnologico enorme, visto che tutt’ora il libro di carta è la tecnologia più efficace che noi abbiamo per conservare informazioni e testi. I nostri modi di vita moderni, i nostri paesi, i centri storici delle nostre città, le nazioni, le lingue che parliamo sono nati nel medioevo”.
La diffusione della cultura, può avvenire attraverso i mezzi più disparati. L’utilizzo di social, podcast e altri mezzi meno “tradizionali” per coinvolgere un pubblico più ampio può fare realmente la differenza secondo lei?
“L’evoluzione futura che ci sarà sicuramente è molto difficile da prevedere. Non dimentichiamo che nessuno scrittore di fantascienza aveva previsto e immaginato Internet. Gli scrittori di fantascienza di 50 anni fa credevano che saremmo andati in giro con automobili volanti e che avremmo passato il weekend su Marte, che avremmo mangiato cibo in pillole. Quanto a Internet, nessuno aveva immaginato una cosa del genere. Quello che posso dire è che attualmente nel campo della produzione culturale e della comunicazione della cultura a me sembra che Internet sia in una fase in cui sia più efficace come un immenso magazzino dove andare a trovare cose che non sono state pensate per la rete. Voglio dire che, in base alla mia esperienza personale, quando si tratta di contenuti culturali la meraviglia di Internet è che tu ritrovi in un istante qualunque canzone che vuoi sentire, un vecchio film degli anni ‘30, un vecchio manoscritto medievale della Biblioteca Nazionale di Parigi, un saggio per la tua ricerca. Anche in questo senso Internet rappresenta un grandioso moltiplicatore e potenziatore di contenuti non nati per Internet. Là dove andiamo a vedere le cose specifiche di Internet mi sembra di poter dire che lì non c’è ancora e non c’è stata ancora la creazione di contenuti culturali tipici. YouTube è grandioso perché ti mette a disposizione le cose prodotte al di fuori di questo contesto.
Vedere il video del gattino che fa le fusa non è proprio allo stesso livello che vedere un film diĖjzenštejn. A costo di sembrare spudoratamente snob, ma se parliamo di cultura non mi sembra che i vari social ne producano allo stesso livello con cui la rete conserva e ripropone ciò che è stato già prodotto prima. In futuro, certamente, nasceranno nuove forme d’arte e di cultura integralmente nate per Internet, ma siamo solo all’inizio”.
Professore, lei prima diceva che nessuno ha previsto Internet, nessuno ha previsto una rivoluzione di questo tipo. Effettivamente abbiamo vissuto una rivoluzione incredibile nel giro di poco tempo: dalla nascita dei PC fino ad arrivare alla connettività globale, agli smartphone e agli altri dispositivi mobili. Tutto ciò ha effettivamente impattato molto sulla nostra cultura. Questo probabilmente è qualcosa che probabilmente non abbiamo mai vissuto. Secondo lei c’è stata nella storia qualcosa di simile in cui l’umanità è passata dai cambiamenti come quelli che abbiamo vissuto oggi, oppure è una novità assoluta?
“L’umanità è sempre passata attraverso cambiamenti e ha sempre dimostrato di avere una grande capacità di adattarsi ai cambiamenti. Ci sono vari tipi di cambiamenti: sociali, politici, economici. Noi adesso stiamo parlando di un grandioso cambiamento tecnologico, che ci mette a disposizione tecnologie inimmaginabili fino a pochi anni fa, lasciando più o meno uguale tutto il resto (rapporti di potere nella società, gerarchie sociali). C’è chi costruisce nuove fortune sulla base delle nuove tecnologie, ma l’esistenza di Internet non ha cambiato il rapporto tra il disoccupato e il miliardario. Ha certamente creato qualche passatempo in più per il disoccupato per tenerlo tranquillo. Di quello che stiamo vivendo è l’aspetto prettamente tecnologico che colpisce. Direi che quelli che, verso la fine dell’Ottocento o inizio Novecento, hanno visto comparire l’automobile, il telefono, hanno visto scavare le metropolitane nelle viscere delle loro città, hanno visto i loro aeroplani staccarsi da terra, hanno assistito a un cambiamento tecnologico pazzesco. Un cambiamento diverso dal nostro perché più hardware che software. Noi non ci facciamo neppure più caso perché l’Umanità si abitua con una facilità incredibile ai nuovi giocattoli che ha a disposizione”.
Come i nativi digitali daranno per scontato tutta una serie di cose che per noi oggi sono incredibili come risultati della tecnologia, pensiamo ai bambini che oggi prendono in mano un tablet e in pochissimo tempo sono in grado di usarlo meglio dei loro genitori.
“Alla grande domanda – se il bambino che cresce usando un tablet cresca diverso rispetto ai bambini di una volta – io tenderei a dire di no. Non è che gli esseri umani cambiano così facilmente”.
Questo forse è uno dei problemi dell’Umanità: gli esseri umani non si evolvono altrettanto velocemente con le tecnologie che creano diventandone un po’ succubi.
“Questo diventa un problema nella misura in cui non sappiamo sfruttare bene quello che abbiamo. D’altro canto il fatto che gli esseri umani fondamentalmente non cambino lo trovo molto rassicurante”.
Durante la “Notte dei Ricercatori 2020” ha raccontato come le grandi epidemie del passato abbiano spinto la storia dell’Umanità in una direzione diversa. Allo stesso modo, la pandemia che stiamo attraversando come potrebbe influenzare l’epoca attuale?
“Premetto che mi avventuro su un terreno che non è il mio. Noi storici è già tanto se riusciamo a raccontarvi qualcosa del passato. La prima cosa che si impara è che tutti coloro che vogliono prevedere qualcosa del futuro non ci azzeccano. Detto questo, si possono intravedere delle direzioni, lì dove dove si mescolano la previsione e il desiderio. Credo che possiamo essere molto felici se il mondo uscisse dalla pandemia con qualche dubbio sull’ideologia unica – che ha dominato gli ultimi 40 anni – del privato, del profitto, della rendicontazione, del pareggio di bilancio, del risparmio sul welfare e così via. Se dovessimo uscire con qualche dubbio sul fatto che conviene smantellare il pubblico perché non serve a niente; che nella sanità dal punto di vista dello stato l’importante è risparmiare chiudendo gli ospedali; che assumere medici o infermieri e ricercatori è meglio non farlo perché così si risparmia e si può presentare all’Europa il pareggio di bilancio, potremmo essere contenti. Ovviamente non dobbiamo muoverci solo in una prospettiva italiana. È forse a livello mondiale che c’è la possibilità di un nuovo keynesismo di un nuovo New Deal. Non dico che il vecchio Joe Biden possa essere il nuovo Roosevelt, però insomma un po’ di spinta che gli Stati devono spendere, investire e assumere e che si sta tutti meglio così; forse quella potrebbe essere la vera svolta culturale che potrebbe portare con se la pandemia”.
Professore, speriamo davvero che la politica e la coscienza comune sia spinta in qualche modo a investire sul lungo periodo. Finora si è sempre guardato al breve periodo e forse questo, la mancanza di lungimiranza politica e la capacità di investire su quello che è importante per costruire il futuro ci ha portati anche ad arrivare a una Pandemia che stiamo vivendo. Cosa succederà nei prossimi 10 anni nel mondo della cultura?
“Io rimango sempre molto diffidente e in attesa. Non mi aspetto niente per carattere. Nel febbraio dell’anno scorso all’Università Statale di Milano in un grande auditorium strapieno, mi è capitato di chiacchierare con gli studenti sul fatto che la storia sembrava quasi essersi fermata a livello di grandi avvenimenti, intesi come quelli che rimangono nei manuali di storia, di quelli che rimangono legati a una data. Non parlo ovviamente dell’evoluzione storica sotterranea, che ovviamente non si ferma mai, ma facevo riferimento a un grande avvenimento memorabile. Ricordo di aver detto loro che dopo l’11 settembre 2001 apparentemente non è accaduto niente. Quello che ho detto è agli atti: è su Internet e chiunque può recuperarlo. È accaduto nel febbraio 2020. Più smentito di così”.
Noi in Synesthesia abbiamo una Academy, abbiamo dei professori che raccontano e insegnano principalmente tecnologia STEM, quindi scienze “dure” e una serie di corsi anche per bambini e per ragazzi. Puntiamo molto sulla gamification e sulla creatività, ma se dovesse dare un consiglio ai nostri professori per coinvolgere ed essere più efficaci, che cosa direbbe loro?
“È difficile dirlo perché secondo me i modi di insegnare e le tecniche d’insegnamento non sono facilmente svincolabili dai contenuti, anche se forse esiste una pedagogia che pensa che si possano separare le due cose. Io non ci credo. Ho un’esperienza nell’insegnamento di materie umanistiche e mi sentirei di dire che…
l’unica cosa che conta per rendere efficace l’insegnamento è che l’insegnante provi passione per quello di cui parla. Sono convinto di questo. Lo scopo nelle materie umanistiche è quello di appassionare e di far capire una cosa che a prima vista non è ovvia, cioè che la storia è importante, che la letteratura e la filosofia sono importanti per la nostra vita, che se si vive senza si può vivere meno bene.
Queste non sono cose ovvie e non è facile andare a raccontare al figlio di una famiglia operaia che ha il problema del lavoro che farà in futuro che anche la filosofia può avere un posto nella sua vita. È così, e bisogna legittimare tutto questo. Io mi immagino che chi insegna cose scientifiche o tecniche abbia meno questo problema”.
Penso che sia un ottimo consiglio e che questo sia un problema che accomuna anche chi insegna materie più scientifiche perché a volte ci si trova in situazioni dove ci sono dei pregiudizi. Per esempio, troppo spesso ci troviamo di fronte a situazioni di gender gap, in cui le le ragazze non sono avviate a questo tipo di scienze perché ritenute “cose da maschi”. Il tema è quindi anche quello di coinvolgere e appassionare verso questa direzione, verso queste scienze che hanno molti usi pratici e che costituiscono un bagaglio culturale che serve trasmettere. La passione che lei trasmette è assolutamente contagiosa. Questo è il risultato più bello per chi fa il suo lavoro.
Grazie!
Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista ad Alessandro Barbero!
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[Guarda versione completa dell’intervista – 21 min]
Arturo, trasformista, attore, illusionista e regista teatrale. Come nasce questa passione? Qual è il termine che senti più tuo?
“Mi piacerebbe essere immaginato come un “fantasticattore”, cioè un attore della fantasia. Diciamo che io ho cominciato come illusionista. A 11 anni i miei genitori mi hanno messo in seminario. Fortunatamente a 14 anni ho conosciuto un prete che faceva giochi di prestigio e lì è cominciato tutto. Sono uscito dalla mia timidezza grazie a questi spettacoli. Poi mi travestivo perché avevo paura del palcoscenico. Ho cominciato a giocare con i costumi: prima tre, poi sei e così via. Adesso ne ho 450. Quindi sono diventato trasformista e regista molto più tardi, quando negli anni ’90 hanno cominciato a chiedermi di realizzare le cose che facevo per i miei spettacoli anche per gli altri. Tipo Aldo, Giovanni e Giacomo…”
Hai avuto il grande merito di aver riportato in auge, in Italia e in parte d’Europa, l’arte teatrale del trasformismo. Qual è stata la difficoltà maggiore incontrata nel tuo percorso professionale? L’arte del trasformismo cosa rappresenta secondo te dal punto di vista dell’arte e dei valori della società?
“Innanzitutto è un arte italiana perché era una delle gag utilizzate nella commedia dell’arte del ‘500 e ‘600. E poi per me è stata una rivincita sociale: travestirsi e fare giochi di prestigio per dimostrare agli altri che non ero una mezza cartuccia. In collegio mi bullizzavano, mi mettevano nel bidone dell’immondizia, mi prendevano in giro… Per loro ero il più piccolo, il più magro, il più sfigato… Poi a un certo punto grazie a quest’arte è cambiato tutto.
Il trasformismo è una componente della mia vita comune. Io mi rendo conto che in fondo siamo un po’ tutti vittima del trasformismo. Ci vestiamo a seconda dell’occasione. L’abito fa il monaco e dà l’autorità a una certa azione. Spesso noi mettiamo l’abito e recitiamo una parte ”.
Quindi anche nella vita sei trasformista?
“A volte esco di casa vestito da prete e vado in giro per il mio quartiere. Quando c’è stata l’esposizione della Sindone lo facevo ogni tre giorni. Mettevo una parrucchina bellissima cinematografica che ho preso in prestito a Jean-Paul Belmondo.
Ricordo che quando sono arrivato al Teatro Marigny di Parigi, nel 2000, prima di me c’era lui che faceva l’Otello. Quindi entro in camerino metto in ordine tutte le mie cose e apro un cassetto pieno di parrucche. Allora chiedo alla sarta del teatro di chi fossero. Lei mi rispose: “C’est Jean-Paul che qui l’a oublié”. Tra queste parrucche ce n’era una un po’ cinematografica, un po’ riccia… Si trattava di una parrucca da 3.000 euro. La sarta mi disse di non sapere nulla e che sarebbero venute a riprendersele. Io ho semplicemente cambiato la parrucca di cassetto. Dopo esser stata lì per ben due mesi, non è più venuto nessuno. A quel punto la sarta mi disse: “je n’ai rien vu, je n’ai rien vu” (non ho visto niente, non ho visto niente), allora je n’ai rien vu ciapa su. Ecco”.
Arturo, Synesthesia si occupa di digitale e di tecnologia. Nella tua vita e nel tuo lavoro, la tecnologia che ruolo ha?
“Io sono vittima dei gadget tecnologici da sempre. Nei miei spettacoli abbiamo il video mapping. Tutto il mio ultimo spettacolo è in videomapping, però il protagonista dello spettacolo devo essere io, cioè un essere umano. Il video mapping è una cosa in più. La fregatura di queste fantastiche Ferrari tecnologiche è che quando tu le hai vuoi andare sempre ai 250. La tecnologia va usata con parsimonia, non deve sovrastare l’’arte, se no diventi come in quel film di fantascienza in cui la testa è praticamente immersa in un monitor e tutto intorno è “Černobyl”. A volte sento dire: “facciamo le cose in Internet; il futuro del teatro è in Internet”. Ma per me è come far l’amore. È qualcosa che devi vivere lì”.
Per Synesthesia le persone rappresentano il cuore pulsante dell’azienda, con i loro valori, le loro caratteristiche e in totale clima di inclusione. Quanto conta per te l’empatia, il legame emozionale, che si crea con il pubblico durante i tuoi spettacoli? Per te quanto è finzione?
“L’empatia è necessaria a tutti i livelli. Non solo in teatro o nei mestieri dove uno lavora con il pubblico. L’empatia è alla base della nostra società. E poi è scientificamente dimostrato che noi attiviamo questi neuroni specchio fin dalla prima età grazie ai quali impariamo la compassione, la generosità, dai nostri genitori. Loro ce la trasmettono con le mani, con gli occhi, con il fisico e non attraverso uno schermo.
L’empatia poi smuove le montagne perché tu sei disposto ad ascoltare un individuo che la pensa all’opposto di te solo perché è simpatico, ti è simpatico.
Io penso che ognuno di noi viaggi a una certa velocità. È come se ognuno di noi avesse un proprio voltaggio. Tu hai 220, uno ha 12 volt, l’altro ha 380 ecc ecc. Se io voglio parlare con te è inutile che ti parli a 380 e tu rimani indietro. Devi trovare e capire il tuo voltaggio. Questo è un meccanismo empatico. Con il teatro tutto questo è addirittura esagerato perché il meccanismo empatico è portato su molte più persone che hai davanti. Però è uguale. Per me mille persone o una è uguale. Io so, per esempio, che ho un’ora e mezzo di spettacolo per affascinare queste persone con le mie magie e i racconti. So che ho tutti gli assi nella manica. Quindi per me conquistare un pubblico vasto oppure due persone ad una cena o ancora una sola che ti vuoi rimorchiare è uguale. Anzi, è più difficile una da sola. Molti lo fanno inconsciamente perché c’è gente dotata di natura. Per loro la vita è più facile”.
Siamo quindi noi a porci dei limiti?
“Sicuramente. Perché magari “sogniamo corto”.
Bisogna provare a immaginare di più perché se arrivi a metà è già tantissimo. L’empatia è un meccanismo di comunione, che poi è la base del teatro.
Si tratta di qualcosa che facciamo da 250 mila anni. Da quando c’è un vecchio davanti a un fuoco che racconta la storia degli antenati”.
Arturo, torniamo a parlare di trasformazione. Nel mondo della tecnologia si parla di trasformazione digitale. Che cosa significa per te “trasformare”? Trasformare vuol anche dire includere?
“L’evoluzione del mondo, che è durata 3.000 milioni di anni è una storia che racconta la trasformazione di una cellula che si è trasformata fino a diventare un essere umano. L’uomo rappresenta gli ultimi 250 mila anni, cioè proprio un rutto. E anche noi durante questi 250 mila anni ci siamo trasformati. Ma anche negli ultimi 30 anni ci continuiamo a trasformare. E quindi è così, non puoi farci niente. Questa è la legge, è il quotidiano, è la natura. Trasformazione vuol dire accettare che per andare avanti bisogna trasformarsi. È anche mettere in gioco i propri credi, le proprie convinzioni. Per esempio, 50 anni fa non pensavamo al pianeta, alla salute del pianeta. Adesso ci pensiamo quotidianamente.
Noi ci trasformiamo comunque per sopravvivere. Accettare e prevenire la trasformazione è la cosa ideale. Io guardo sempre al futuro. Per me il più bel giorno è domani perché lo posso immaginare e idealizzare”.
Parlando di futuro. Come vedi il mondo nei prossimi 10 anni? Quali saranno i valori che guideranno, secondo te, la società e le relazioni tra gli esseri umani? Saremo più vicini?
“Se guardo a quello che ci fanno vedere nelle piattaforme streaming sono un po’ preoccupato. Ti ricordi quell’episodio di Black Mirror dove tutti siamo misurati con i like? Forse lo facciamo per scaramanzia a creare queste serie. Secondo me il futuro viaggerà a diverse velocità: da un lato la tecnologia avanzerà in modo esponenziale, dall’altro continueremo ad apprezzare quelle cose fatte a mano come venivano realizzate dagli artigiani con gli scalpelli. Per vedere il futuro basta andare in Cina adesso, dove succedono delle cose tecnologiche impensabili per noi. Quindi, da un lato la Cina è fantascienza, dall’altro lato però magari certe cose manuali non le sanno risolvere come facciamo noi Italiani. Noi Italiani siamo specializzati a risolvere i problemi, nel mettere a posto le cose. Mi sono accorto di questa cosa quando facevo le tournée internazionali con i miei tecnici italiani che riuscivano sempre a trovare le giuste soluzioni ai problemi come se fosse qualcosa di normale. L’Italiano sta sempre a galla perché è abituato a essere sempre alla deriva. Siamo sempre abituati a trovare il salvagente. Penso che anche con l’avvento della tecnologia super all’avanguardia noi resteremo sempre un popolo di artisti perché ce lo abbiamo nel DNA. Un po’ ce l’abbiamo perché noi la nostra cultura lo assorbiamo fin da piccoli. Io mi sono trovato a fare delle tournée negli Stati Uniti, in città come Boston, Denver, Oklahoma, Detroit. In quei posti c’erano solamente centri commerciali e distributori di benzina. I centri erano deserti. Dopo 8 mesi mi sentivo alienato. Mancava la mia cultura, che non è solo leggere libri o andare per musei, ma è tutto ciò che ci circonda. Un bambino di 8 anni in Italia gioca a pallone davanti a una chiesa del ‘600. Lui non lo sa che è una chiesa del ‘600, ma questo ‘600 gli entra negli occhi, in testa, nel sangue. Il gusto, il senso della proporzione e della bellezza gli entrano per forza nel carattere. Questo, per fortuna è difficile da rubare”.
Qual è l’Arturo che porterai nel futuro?
“Io ho previsto che il mio fisico può tenere così ancora per 10 anni. Per un po’ cercherò di fare gli spettacoli dove c’è da faticare fisicamente al massimo. Poi ho incominciato già adesso a usare la parola: ho cominciato a programmare dei podcast, cose di storytelling o show telling. Voglio raccontare e immaginare cose per altri”.
Mi parlavi poi di altri progetti per aziende. Giusto?
“Sì, adesso realizziamo una formula che si chiama Transform – action in cui parliamo della trasformazione, della metamorfosi e di altri aspetti. Molte aziende hanno la necessità di trasformarsi, devono rinnovarsi. E chi sono quelli che remano maggiormente contro? Quelli della mia età”.
Chi non si trasforma si estingue. Per le aziende la trasformazione è fondamentale. Continuamente c’è la necessità di evolversi. Lo sappiamo bene. Arturo, un’ultima domanda. Se dovessi dire a un bambino cos’è la creatività, cosa gli racconteresti?
“La creatività è un giardino. C’è un posto nel tuo cervello dove tu ci metti tanti semini, che sono dei libri che leggi, delle informazioni, degli spettacoli che vedi, dei film che vedi.
Poi dopo, in questo giardino le piante crescono. Tu le lasci lì e dopo tanti anni ti ritrovi un giardino pieno di frutti. Sei diventato ricco di qualcosa perché hai piantato i semi 10, 20 anni prima. Io mi accorgo che la mia creatività funziona così. È come un software che digerisce per anni informazioni, per cui lo nutri continuamente e dopo 10 anni ho un’idea che sembra originale, ma è il frutto di un semino piantato precedentemente. D’altronde anche Steve Jobs diceva che in fondo la creatività non esiste. Se tu parli con gente creativa ti diranno: “no, ma io in fondo ho solamente visto quelle cose lì e le ho messe insieme. L’abilità sta nel mettere insieme cose preesistenti”.
Anche questo è trasformazione?
“Certo, perché crei una cosa che è nuova perché con gli stessi ingredienti fai una cosa nuova e poi nel futuro qualcun altro farà con i tuoi ingredienti qualcosa di nuovo.
Grazie!
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Arturo Brachetti? Nessun problema, c’è la versione podcast!
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[Guarda versione completa dell’intervista – 30 min]
Musicista, autore, produttore, sperimentatore. Chi è Max Casacci?
Nelle varie sfaccettature che mi hanno portato dentro la musica come tecnico del suono, chitarrista, compositore, produttore, paroliere ho sempre cercato di rispondere a un’idea artistica che viene da un’altra epoca. Senza nessun intento nostalgico, ma sono molto affezionato all’idea dell’artista manager, che sa barcamenarsi tra uno sponsor e l’altro. Ecco, io rimango attaccato al “non tradir la mia giovinezza” per dirla con le parole di una canzone di Fossati. In tutte le varie applicazioni che compongono il mio essere musicista, a tutto campo, cerco di mantenere quell’immagine lì, quella di un artista che si interroga sulla relazione con il proprio tempo e che cerca un significato in tutto quello che fa.
Nel 2015 vieni invitato come relatore a una TEDx Conference, sul tema “strade rivoluzionarie”. Bel concetto. Cos’è rivoluzionario per te?
Esistono alcuni fattori, come il talento, che sono molto più diffusi di quanto si immagini. In certi momenti e in certi luoghi questi doni diventano un fattore collettivo che ha lascia il segno. Questo fenomeno è riferibile a ogni contesto culturale. La creatività in genere è legata al fatto che varie discipline entrano in contatto tra di loro amplificando le potenzialità espressive di ciascuna. Se mettiamo una lente di ingrandimento a certe fasi storiche e in certi luoghi precisi, scopriamo che esiste una costellazione di luoghi che favoriscono questo incrocio moltiplicando le potenzialità espressive e il talento dei vari protagonisti.
Questo è uno dei motivi per cui sono molto affezionato alla stagione che questa città (Torino) ha vissuto sulle rive del fiume con i Murazzi. Quel luogo riusciva davvero a “fertilizzare” il talento. Alcune infiorescenze riuscivano a svilupparsi in modo molto più evidente. Quello era il luogo in cui Torino imparava a conoscere se stessa, un luogo in cui ci si incontrava. Lì è nata una scena musicale che si è incrociata con scrittori e artisti visivi, con i narratori degli anni settanta, che nella loro verbosità portavano una serie di preziose testimonianze e racconti. C’era una Torino collinare che si mescolava con i disoccupati. Il tutto era armonizzato in un contesto incredibile. Non è un caso che in un luogo come quello sono nate esperienze artistiche che continuano a vivere ancora oggi.

Nel caso di Revolutionary Road, titolo del TEDx di Lecce, io analizzavo quella bowery, quella “terra di nessuno”, sostenendo che alla fine ciò che oggi risulta essere più rivoluzionario risponde in realtà alle necessità umane. Abbiamo attraversato una fase storica nella quale il mezzo era diventato una finalità. Passare con una canzone in una radio non era solo uno strumento per arrivare al fruitore, ma era diventato il fine. Il numero di passaggi radiofonici era praticamente l’obiettivo a dispetto del fatto che la tua musica finisse per snaturarsi. Quindi interrogarsi sull’esigenza che ti spinge a fare musica era diventata una cosa sconosciuta. Questo vale anche in contesti e ambiti più grandi in realtà.
Papa Francesco è senza dubbio una delle figure più rivoluzionarie di questi tempi, per esempio, ha preso la dottrina cristiana e l’ha applicata in una forma lineare risultando un uomo straordinario. Questo spiega cosa vuol dire quando affermo che oggi essere rivoluzionari vuol dire semplicemente capire cosa significa essere umani.
Come vedi la situazione oggi in Italia rispetto alla creatività?
Oggi esiste sempre una vivacità che si auto alimenta sotterraneamente e che poi lancia la sfida al contesto attuale, alle ostruzioni e in alcuni casi riesce anche a vincerla questa sfida. Che piacciano o meno alcuni protagonisti, bisogna ammettere che c’è una rivoluzione generazionale della musica in atto, fatta da musicisti che hanno cominciato a scrivere canzoni, a orientare i codici della propria estetica in una certa direzione. Solo alcuni di questi arrivano dal contenitore dei talent. I più significativi sono cresciuti sotterraneamente, si sono creati i propri codici e hanno imparato a fare musica, e oggi incarnano i punti di riferimento di intere generazioni.
Dal mio punto di vista, alcuni di questi artisti hanno il talento per superare anche la stagionalità di certe forme estetiche, altri forse sono più imprenditori e un po’ meno capaci di affrontare il lungo periodo. Tutto questo, però, non lo vedo supportato da un contesto culturale che in qualche modo invogli e che sia in grado di dare nuovi strumenti di crescita. In Italia la musica passa sempre attraverso tanti canali che sembrano poi lo stesso canale. La musica è vista come un sottofondo, un tessuto sonoro da inserire tra uno spot e l’altro.
Non esiste un canale televisivo unicamente votato ad approfondire la musica. Esistono canali televisivi per la cucina, per la storia, per la religione, qualsiasi cosa, ma non per la musica. Si tratta di una cosa che tende un po’ a sacrificare il talento del Paese in cui viviamo, che trova sempre comunque il modo di uscire, fra troppe difficoltà. Andrebbero create le coordinate di un contesto culturale un po’ più valorizzante capaci di esaltare il talento che c’è.
Due anni fa avete festeggiato il ventennale dell’album “Microchip emozionale” e lo avete fatto con dei talenti che si sono adattati a un capolavoro della musica. Tra quegli artisti ci sono degli artisti che rispecchiano quello che ci dicevi sulla capacità di “superare la stagionalità”?
Indubbiamente sì. Il criterio con cui abbiamo scelto questi artisti innanzitutto era un criterio anagrafico. Abbiamo scelto tra quelli che oggi hanno l’età che avevamo noi al tempo di “Microchip emozionale” e poi artisti che hanno dichiarato loro stessi di essere stati ispirati da questo album. Per alcuni di loro il concerto dei Subsonica è stato l’incoraggiamento per poi decidere di fare musica nella propria vita. Non c’è niente di più gratificante di capire che quello che hai fatto ha lasciato un segno nella vita di altre persone. Quel tributo racconta anche un po’ questa storia.
Innovare quindi vuol dire anche guardarsi indietro e cercare di prendere spunto per poter fare meglio rispetto a chi ha già avuto altre esperienze e poi guardare avanti?
Innovare vuol dire lasciare un segno che sia il tuo, diverso da quello di qualcun altro. Il tuo segno è fatto di ciò che sei, delle tue scelte e delle tue ispirazioni; è fatto del bagaglio che porti sulle spalle. È importante come si vive la musica, come la si ascolta; come la si interpreta, come la si fa propria. Tutto questo determina alla fine chi sei e di conseguenza l’unicità del tuo segno.
Esci spesso dalla tua comfort zone musicale per inoltrarti nei suoni del mondo: ambienti urbani, natura, e adesso le api. Perché?

Questo è un album fatto con i suoni della natura e senza strumenti musicali. Penso che un’esperienza del genere si possa definire tale solo in presenza di uno smarrimento, quando devi attingere alle tue risorse e metterti a confronto con qualcosa che in quel momento ti appare sconosciuto. Lì si creano le condizioni base per un’esperienza. A maggior ragione questo vale nell’ambito artistico e creativo. Sono molto attratto dallo esplorazione di questo tipo di condizione di disorientamento.
La musica senza strumenti musicali nasce dall’esigenza di astrarre i suoni dalla natura e creare nell’ascoltatore un legame empatico con l’ecosistema, inteso anche nella sua fragilità. L’assenza di strumenti mi mette nella condizione di non essere colui che governa il processo creativo. Quando uno come Michelangelo Pistoletto ti chiede di mettere in musica un fiume e di fare di questo fiume una melodia, una tessitura quasi orchestrale, tu gli rispondi di sì e cominci a sudare freddo dopo e ti ritrovi con i microfoni ad aggirarti tra le sorgenti e cerchi di capire quei luoghi e cerchi di capire che storia sonora raccontare (guarda il video).
Ti ritrovi così ad ascoltare la natura come uno spettatore e non come un protagonista. Tutti questi fattori provocano una reazione che mi piace, che mi proietta in quella terra di nessuno dove cerchi di mettere insieme cose che fanno parte del tuo passato e sono un’esplorazione verso un futuro che ancora non conosci. Questo accadeva anche quando collaboravo con gli Africa Unite con quel tipo di reggae molto contaminato. Con i Subsonica in qualche modo abbiamo fatto un percorso analogo: da un lato c’era la scrittura delle canzoni, dall’altra c’era la sintesi di qualcosa che non proveniva solo dal mondo musicale, ma che ci univa e appassionava. Anche un lavoro di sintesi può essere quindi un lavoro estremamente creativo.
Cultura digitale o Digital transformation. Che suono ha?
Un suono giusto e un suono digitale. Le rivoluzioni tecnologiche in atto hanno stravolto il modo di fare musica, hanno abbattuto i costi di produzione e hanno accelerato i tempi di lavorazione, ma non necessariamente hanno fatto bene alla musica. Far interagire gli artisti a distanza ha eliminato le occasioni di suonare dal vivo insieme, in cui si provava insieme, si facevano errori insieme. Tutto questo ha semplificato molto, ma se paragoniamo la musica dell’altro secolo a quella di oggi non possiamo dire che ci siano stati enormi passi in avanti.
I passi in avanti si sono prodotti dove la tecnologia ha cominciato a suonare “nella sua specificità”, come in certi ambiti di musica elettronica dove si sono creati dei generi musicali in cui il suono digitale è stato usato in quanto tale, non come emulazione di qualcosa di precedente. Io oggi posso permettermi di mettere un’orchestra in un brano risparmiando del budget, ma non necessariamente questa scelta farà del bene alla mia musica. Pensa che sono stati fatti dei generi musicali sull’errore, sulla disfunzione, su quel linguaggio afasico che certe volte le macchine ogni tanto producono spontaneamente. È lì che ci si muove in un ambito molto diverso dal normale e significativo.
Secondo me il termine di paragone per capire quello che sto dicendo sono i Radiohead, l’ultimo grande gruppo della storia del rock, che a un certo punto (nel 2000) ha iniziato a stravolgere la sintassi musicale usando una sintassi digitale inedita e affacciandosi su una modernità nuova. Hanno cominciato cioè a utilizzare i nuovi strumenti con il loro linguaggio proprio, quello della nuova tecnologia. In questo senso spiego perché la cultura digitale suona digitale.
“Italy in a day”, la versione italiana diretta da Gabriele Salvatores ha un tuo brano (2014). Quale suono aveva quel giorno l’Italia?
L’Italia aveva un suono molto colorato. Viviamo in un luogo che ha una grande quantità di sfaccettature: dalla disperazione più totale all’amore più viscerale. Tutto questo si rifletteva in una tessitura cromatica di suono pazzesca.
Quale suono avrebbe oggi?
Se i Deproducers facessero una colonna sonora oggi sarebbe più ricca di silenzi perché stiamo vivendo un momento molto più silenzioso.
“Planetario” tessuto sonoro per la narrazione scientifica dell’astrofisico Fabio Peri è andato in orbita sulla Stazione Spaziale. Mi sveli la ricetta, cosa c’era in quell’album?

È stata ed è tutt’ora una vera esperienza. Siamo partiti in un gruppo di 4 musicisti-produttori (io, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma) e da un’idea di musica di insieme slegata dalla canzone. Volevamo recuperare una dimensione un po’ anni 70 e ci siamo chiusi in un luogo dove si poteva fare musica anche 24 ore al giorno. A un certo punto si trattava di capire dove collocare questa esperienza creativa. L’idea di unire la musica con la scienza ci è sembrata la cosa più opportuna. Da lì è partita quest’idea di sintesi.
Ci siamo esibiti davanti a teatri pieni e abbiamo realizzato un album e uno spettacolo sull’astrofisica, poi sulla botanica con Stefano Mancuso e sulla genetica con Telmo Pievani. Gli scienziati venivano messi provocatoriamente al posto dei frontman. L’idea era evidenziare come il dato scientifico avesse una valenza poetica pari o superiore alle parole del testo di una canzone. Durante lo spettacolo poi il dato veniva veicolato nelle sue forme più quotidiane per darne una fruizione diversa attraverso la musica. Veniva proposta una fruizione diversa della musica, che diventava così il vettore di qualcos’altro.
Max, siamo arrivati all’ultima domanda, forse quella più difficile: cosa succede nei prossimi dieci anni? Nella tua vita e nella società?
Partiamo dai dati. Nei prossimi dieci anni io vedo la nascita dell’Europa, perché si va in quella direzione ed è un’esigenza percepita soprattutto dalle persone più giovani. Molti ragazzi che abbiamo incontrato durante il nostro tour europeo ci hanno mostrato un’idea di Europa forte.
Credo che in questo momento rispetto alla tecnologia stiamo vivendo una fase di transizione legata al fatto che i cosiddetti “nativi digitali” sono oggi persone non ancora ammesse nei luoghi dove si prendono le decisioni. Questa cosa spero accada quanto prima, magari alla fine di questi dieci anni. E quindi dal punto di vista del rapporto culturale con questo scenario tecnologico, credo che oggi ancora non capiamo i reali benefici perché ci sono due culture che si stanno compenetrando. Tra dieci anni avremo risposte più nette in termini di benefici, quando la generazione che è nata sarà capace di dare delle risposte e di armonizzare tutte le nuove opportunità tecnologiche con le nostre radici culturali.
Grazie Max!
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Recentemente Synesthesia, spinta dalla forte crescita degli ultimi mesi, ha deciso di rafforzare ulteriormente i legami di collaborazione con RedAbissi entrando nella compagine societaria. Lucio Gamba (CEO e fondatore di RedAbissi) e Riccardo Recalchi (CEO di Synesthesia) ci raccontano il perché di questa operazione e quali sono le loro aspettative per il futuro e gli obiettivi che le aziende vogliono raggiungere insieme.
Lucio, Synesthesia è entrata a far parte di RedAbissi. Quali sono state le ragioni che vi hanno indotto a unire le forze?
La collaborazione con Synesthesia è nata poco dopo la nostra costituzione. Questo ci ha dato l’accesso alle loro competenze ed alle loro risorse permettendoci di velocizzare il piano di sviluppo della nostra piattaforma RedHab. Il posizionamento di Synesthesia e la sua capacità commerciale, inoltre, ci ha portato tanti nuovi progetti da realizzare.
Riccardo, continua il percorso di crescita di Synesthesia. Da anni è attiva una collaborazione con RedAbissi. Perché avete deciso di investire in questa realtà proprio ora?
Il sodalizio con RedAbissi nasce prima di tutto dalla stima, umana e professionale, con Lucio e con tutto il team di RedAbissi. Abbiamo visto nascere l’idea e l’abbiamo sostenuta lavorando insieme sulla piattaforma RedHab, apportando il nostro contributo tecnologico: a oggi questa piattaforma è un’eccellenza sul mercato e siamo orgogliosi di far parte di questo progetto.
Il Il team di RedAbissi, inoltre, lavora insieme a quello di Synesthesia nella gestione di tutte le attività di digital marketing, cosa che ha permesso una crescita importante nella qualità dei servizi che offriamo ai nostri clienti.
Lucio, quali sono gli elementi in comune alle due aziende?
Mi sono ritrovato completamente nell’approccio e nei valori etici che mettono al centro le persone e la qualità dei servizi offerti.. Questo ha reso semplice il dialogo e l’integrazione al punto che ormai fatico a distinguere la differenza tra i due team aziendali.
Riccardo, quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati, nuovi ambiti di collaborazione o c’è anche dell’altro?
Nel piano strategico di Synesthesia le attività legate al digital marketing e comunicazione giocheranno un ruolo molto importante: abbiamo intenzione di portare la nostra offerta a un livello qualitativo sempre più alto e questa collaborazione è al centro della nostra idea di futuro.
Vogliamo, inoltre, far crescere insieme la piattaforma RedHab e con Lucio e il team stiamo lavorando a nuove features e all’internazionalizzazione, altro obiettivo dei prossimi due anni.
Lucio, che tipo di collaborazione ti aspetti e come vedi il futuro?
Per citare il direttore commerciale di Synesthesia: “dobbiamo avere un sano strabismo verso il mercato con un occhio al presente e uno al futuro”. A breve termine la collaborazione ci permetterà di offrire ai clienti dei servizi più estesi e integrati ma dall’altra la fusione delle nostre competenze di marketing con quelle più tecnologiche e innovative di Synesthesia ci permetterà a breve di creare nuovi servizi e nuove soluzioni.
Grazie al lavoro di team esperti Synesthesia e RedAbissi sviluppano strategie di comunicazione social e piani editoriali all’avanguardia per i propri clienti e partner.
Scopri le nostre strategie all’interno di questa pagina dedicata.
Alice, tra le tante attività che svolgi in ambito digitale, dirigi un interessante progetto editoriale, l’Osservatorio di Antropologia digitale Be Unsocial. Di cosa si tratta esattamente? Come nasce l’idea di dar vita a questa iniziativa di antropologia digitale?
“Be Unsocial ha radici lontane. Sono inciampata sull’etnografia digitale per caso parecchi anni fa ed è stato amore a prima vista. Non poteva essere altrimenti: ho un background ibrido, a cavallo tra lettere moderne prima e pubblicità, e da tempo cercavo di portare un approccio più umanistico nel mio lavoro di digital strategist.
L’etnografia digitale mi ha fatto capire che era possibile affiancare al marketing uno sguardo più autentico e vicino alle persone. Da queste premesse, il mio interesse per l’antropologia digitale è esploso negli ultimi due anni e la nascita di Be Unsocial ha coronato il sogno di portare questa cultura anche nel nostro Paese e nei processi aziendali.
Avvicinarsi all’antropologia digitale è come intraprendere un viaggio che si rivela essere molto più lungo di quanto avevi inizialmente programmato. Lo scopo del mio osservatorio è quello di fornire mappe utili per capire come noi esseri umani ci muoviamo in Rete. Si impara tanto degli altri, che possiamo osservare come vere e proprio tribù, ma anche di noi stessi.
Questo accade perché tale disciplina cerca di trovare un equilibrio tra l’universale e il particolare, tra somiglianze e differenze. Cerca di comprendere le connessioni all’interno della società e il digitale e di spiegare le interrelazioni con i dispositivi tecnologici che ci circondano”.
Che cosa vuol dire essere una ricercatrice di cultural insight e small data per le aziende tecnologiche?
“Significa comprendere innanzitutto le identità culturali delle persone, dove per “cultura” non intendiamo “quanti libri hanno letto o quali musei hanno visitato” ma quell’insieme di pattern che sono adottati nella quotidianità: i gesti, le abitudini, le credenze, le emozioni che si provano. Sono tutti insight importanti, ovvero conoscenze che possiamo raccogliere sul pubblico. A volte si usa il termine “thick data”, proprio per sottolineare che si tratta di informazioni “di un certo peso”; altre semplicemente si usa small data, perché in fondo sono piccoli dati visibili solo a un occhio umano.
Tornando al termine “cultura”, è interessante notare come questo termine abbia origine dalla parola latina colere, che si traduce “coltivare”. In effetti, l’antropologia cerca di far avanzare la conoscenza sugli aspetti dell’umanità che non sono naturali (innati) ma piuttosto coltivati, acquisiti.
Come i comportamenti, le relazioni e il linguaggio. E sono proprio questi tre aspetti a essere indagati dall’etnografia digitale soprattutto quando applicata al mondo corporate.
È immenso il patrimonio di conoscenze che un brand può acquisire semplicemente grazie all’osservazione dei propri consumatori: come si comportano con il loro prodotto, quali sono le leve di engagement dentro la community di riferimento, che linguaggio utilizzano. Small data, appunto, che affiancano i risultati dell’analisi quantitativa (e che spesso ne restituiscono un significato)”.
“È immenso il patrimonio di conoscenze che un brand può acquisire semplicemente grazie all’osservazione dei propri consumatori”
Che rapporto c’è secondo te tra la tecnologia e la cultura?
“La relazione tra le due è strettissima, un tutt’uno. Basta stare a una delle definizioni più classiche di cultura fatta risalire all’antropologo vittoriano Sir Edward B. Tylor, che nel 1871 definì la cultura come “quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, le arti, la morale, la legge, i costumi e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo”. Una definizione questa che ci suggerisce che la cultura si riferisce alle capacità mentali (pensieri) e al comportamento (azioni); implica che sia appresa e condivisa, integrata e dialettica. Non è forse questa la natura stessa della Rete?
La cultura è l’insieme di capacità, nozioni e forme di comportamento che gli individui hanno acquisito come membri di una società. E la tecnologia, in tutte le sue forme, ne è la massima espressione. In antropologia, per “artefatti culturali” ci si riferisce a tutto ciò che è stato creato da un essere umano che può fornirci informazioni sulla cultura del suo creatore e degli utenti. Eccoci dunque a studiare gli strumenti – smartphone, tablet, assistenti vocali – ma anche l’uso che si fa di questi strumenti – selfie su Instagram, video su TikTok, recensioni su Amazon”.
“la cultura si riferisce alle capacità mentali (pensieri) e al comportamento (azioni); implica che sia appresa e condivisa, integrata e dialettica. Non è forse questa la natura stessa della Rete?”
Che rapporto hai tu con le nuove tecnologie?
“Sono curiosa, e mi approccio agli strumenti da consumatrice, prima ancora che da ricercatrice. Mio padre è stato un early adopter di ogni genere di tecnologia e così ho avuto la fortuna di crescere tra i primi computer e cellulari, nonché di potermi muovere in Rete quando ancora era poco diffusa in Italia. Ero piccola, e mai avrei immaginato che un domani sarebbe diventato il mio lavoro.
Con l’adolescenza, ho vissuto poi un lungo periodo nerd: smontavo i case, montavo schede grafiche, passavo intere giornate prima sulle messaggerie e poi su IRC. A guardarmi indietro, ciò che mi affascinava di più era capire cosa c’era dietro agli strumenti che abitavano la mia casa e come le persone interagivano tra loro online. Ieri come oggi”.
Nel 2018 hai pubblicato il primo saggio italiano sull’approccio netnografico “People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale” (Cesati). Perché è così importante studiare il comportamento degli utenti in rete?
“Perché siamo esseri umani anche dietro ai nostri schermi, con le nostre paure e i nostri bisogni. Ed è riduttivo segmentare gli utenti in Rete secondo le logiche del marketing e delle personas. Siamo molto altro, e possiamo scoprirlo solo attraverso l’osservazione umana che va ben oltre le analisi di mercato.
Come riporto nel primo capitolo del libro, il gesto del trasformare in storie i dati raccolti dall’osservazione è antichissimo. Erodoto, per esempio, già nel quinto secolo avanti Cristo, ha scritto dei “popoli barbari” a Est e a Nord della penisola greca. Ha fatto quello che oggi fa un netnografo: si è impegnato in uno studio culturale comparativo nel confrontare i costumi e le credenze di queste “community” con quelli di Atene. Perché Erodoto prima e noi dopo osserviamo gli altri? Per contestualizzare il presente, capire il passato, e soprattutto tracciare la proiezione del futuro. Osservare aiuta a prevedere ciò che potrebbe accadere, quali trend potrebbero prendere piede e diventare nuovi riti”.
“Perché Erodoto prima e noi dopo osserviamo gli altri? Per contestualizzare il presente, capire il passato, e soprattutto tracciare la proiezione del futuro.”
Come è cambiato il nostro comportamento in Rete dopo il Covid?
“Ad Aprile, ero convinta che qualcosa stesse cambiando nel nostro uso dei social media: sembrava stessimo diventando tutti più consapevoli dell’esposizione in Rete. Mi sono dovuta ricredere a posteriori, lo ammetto. A livello individuale, a conti fatti, l’emergenza sanitaria non ci ha reso persone migliori; semplicemente, ci ha resi più “noi stessi”, più autentici agli occhi degli altri.
“l’emergenza sanitaria non ci ha reso persone migliori; semplicemente, ci ha resi più noi stessi”
Il lockdown ha imposto una narrativa più reale, ma non perché abbiamo capito chissà quale valore spirituale della vita. Semplicemente, ciò che poteva rappresentarci era limitato: per mesi al posto degli aperitivi in piazza o a bordo piscina, abbiamo pubblicato il pane fatto in casa perché era la massima rappresentazione “patinata” che potevamo fare di noi. Con le riaperture, siamo tornati a fare quello che facevamo prima: essere indignati su Facebook e mostrare le spiagge paradisiache su Instagram. Un ulteriore segno che l’essere umano si adatta a ogni circostanza, ma tende a non voler cambiare schemi di comportamento”.
È possibile rintracciare nel linguaggio dei social network tracce di futuro?
“Certamente, ma occorre non fare l’errore che ho commesso io durante il lockdown:avere fretta di giungere a conclusioni e dare giudizi affrettati. Intercettare tracce di futuro significa avere pazienza, immaginare scenari, collezionare segnali, mappare delle ricorrenze di comportamenti, usi e costumi sul medio e lungo termine. Su questo uno strumento estremamente interessante da usare come punto di partenza è Google Trends, che ci permette di monitorare gli andamenti delle tracce che stiamo seguendo”.
Parliamo ora di un tema particolarmente caro a GirlsTech, il gender gap in ambito STEM. Secondo Alice a che punto siamo oggi?
“Uno dei miei principali campi di interesse con Be Unsocial riguarda la Generazione Alpha, i bimbi nati dopo il 2010 per intenderci. Ancora più delle generazioni precedenti, gli Alpha tendono a imparare e giocare allo stesso tempo. I contenuti “a domicilio” su YouTube stanno diventando sempre più popolari, soprattutto quelli che stimolano le competenze STEM. Interessanti, per esempio, i casi esteri di Coding Critters, RosieReality e Funexpected. Oppure Amazon STEM Club, che incoraggia l’esplorazione e la creatività tra bambini di tre e quattro anni con giocattoli scelti da esperti.
“Ancora più delle generazioni precedenti, gli Alpha tendono a imparare e giocare allo stesso tempo”
In Italia seguo con interesse il progetto Stem*Lab Scoprire Trasmettere Emozionare Motivare, selezionato da Con I Bambini Impresa Sociale nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coordinato dal Consorzio Kairos di Torino. Insomma, da osservatrice esterna, le cose si stanno muovendo lentissime, ma nella giusta direzione”.
Ultima domanda: Alice cosa farà nel futuro?
“Sarò breve: porterò avanti Be Unsocial, cercando di far crescere in Italia la conoscenza di questa affascinante materia che è l’antropologia digitale e la consapevolezza del valore degli small data che si possono raccogliere. Soprattutto per i brand”.
Continuate a seguire Synesthesia e Girls Tech (evento dedicato alla lotta contro il gender gap femminile in ambito STEM) per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Continueremo a raccontarvi le loro storie e visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.