Valentina, sei in Synesthesia da quasi sette anni. Come sei arrivata in azienda e com’è cambiato il tuo ruolo nel tempo? 

Sono cambiate tante cose dal 2018, quasi faccio fatica a pensare che siano passati solo 7 anni. Quando sono entrata qui ero una persona molto insicura, che stava ancora cercando la sua strada. Forse la parola giusta è sfiduciata, perchè davvero non riuscivo a capire in cosa fossi realmente brava.

Ho colto con entusiasmo una possibilità che sapevo non mi sarebbe capitata altre volte e da lì ho trasformato la mia vita.

Ho lasciato definitivamente giurisprudenza, che avevo capito non essere la mia strada, e mi sono concentrata solo su cogliere tutto il meglio che le persone intorno a me riuscivano a darmi quotidianamente. Ho iniziato portando caffè e rispondendo al telefono, facevo tutto ciò di cui ci fosse bisogno in quel momento, ma nel frattempo imparavo e osservavo. Piano piano ho capito di avere la piena fiducia delle persone con cui mi interfacciavo e allora lì ho veramente tirato fuori la “cazzimma”, come diremmo a Napoli.

Synesthesia mi ha supportato nei miei studi, la laurea in economia, il master in valutazione dell’impatto e infine il master in Business Administration di cui darò il mio ultimo esame tra pochi giorni.

Sono cresciuta tantissimo, per me Synesthesia è stata uno sprono a tirare fuori il mio meglio, un supporto costante, non posso che essere grata di tutto ciò, mi sento una persona molto fortunata. Oggi il mio ruolo è molto diverso da quello di 7 anni fa, sono Responsabile amministrativa e Responsabile di Impatto, ma questi non sono punti di arrivo, sono solo parte di un percorso che sto continuando a percorrere: ma non voglio spoilerarvi troppo del mio futuro qui!

Oggi ti occupi sia di amministrazione che di responsabilità sociale d’impresa. Come convivono questi due ambiti, apparentemente così diversi?

So che è difficile immaginarlo, ma in realtà hanno molte più cose in comune di quello che si possa immaginare. La contabilità richiede grande rigore e precisione, ma anche una spiccata dose di “fantasia”!

Ovviamente non invento nulla, tranquillizzo tutti, ma spesso bisogna uscire dagli schemi, ragionare, trovare soluzioni alternative, non è solo matematica, non è solo ragioneria, c’è davvero un mondo dietro i numeri che si leggono sui bilanci. Capire quello che si sta leggendo e poi riportarlo, spiegarlo o trasformarlo in una strategia di business, non è nient’altro che trasformare un dato quantitativo in un dato qualitativo e narrarlo in modo più chiaro e comprensibile a tutti. Questo è quello che cerco di fare anche quando mi occupo di CSR, semplicemente al contrario!

Trasformo le strategie legate alla sostenibilità in numeri, in KPI monitorabili, in un dato che ci possa dire dove stiamo lavorando bene e dove possiamo migliorare. Riuscire ad applicare questo approccio rende possibile i cambiamenti: sono convinta che nulla di duraturo nasca mai dal caso, solo la reale volontà di creare un impatto positivo può garantire dei risultati.

Quando si parla di sostenibilità, spesso si pensa all’ambiente. Ma la CSR è molto di più. Qual è la tua visione e come si traduce nel tuo lavoro quotidiano?

Sono d’accordo, ma questo accade principalmente perchè la questione ambientale è una delle dimensioni più visibili, tangibili e urgenti del concetto di sostenibilità. È un qualcosa di cui tutti sono a conoscenza, un mare inquinato, la deforestazione, il riscaldamento globale sono comunemente percepiti rispetto ad un modello economico insostenibile o alle disuguaglianze di genere negli ambienti di lavoro. Personalmente credo che tutti gli aspetti della sostenibilità siano urgenti, ma bisogna essere realisti e non possiamo avere la “presunzione” di poter risolvere tutto.

Ogni realtà deve comprendere in cosa il suo agire può fare la differenza ed investire concretamente sulla base delle proprie possibilità. In Synesthesia è questo che cerchiamo di fare quotidianamente, sosteniamo le cause in cui siamo consapevoli di poter creare impatti positivi.

In un’azienda tech come Synesthesia, che cosa significa concretamente “fare responsabilità sociale”?

Per rispondere a questa domanda, mi piace sempre fare un passo indietro e ricordare le parole del nostro Presidente, Francesco Ronchi:

“Le persone per Synesthesia sono state, sono tuttora e saranno sempre il motore dell’azienda. L’azienda è nata attorno alle persone e si basa su di loro.”

È proprio da qui che parte la nostra visione di responsabilità sociale. Per Synesthesia, essere un’azienda tecnologica non significa soltanto sviluppare prodotti digitali di qualità o inseguire l’innovazione fine a sé stessa. In un mondo sempre più interconnesso e complesso, crediamo che il valore di un’impresa si misuri anche, e soprattutto, attraverso il suo impatto positivo sulla società, sulle persone e sull’ambiente.

“Fare responsabilità sociale”, per noi, significa mettere la tecnologia al servizio del bene comune. Significa progettare soluzioni che siano non solo funzionali ed efficaci, ma anche inclusive, accessibili, etiche e sostenibili. Significa creare un ambiente di lavoro in cui le persone possano crescere, esprimersi, sentirsi accolte e valorizzate. Significa contribuire attivamente al territorio, alla cultura, all’educazione e alla transizione ecologica.

In pratica, portiamo la responsabilità sociale in ogni aspetto della nostra attività: nelle scelte progettuali, per garantire l’accessibilità e il rispetto della privacy, nella cura dei nostri team, promuovendo il benessere, la diversità e la formazione continua, nella relazione con il territorio, sostenendo iniziative culturali e sociali locali, nell’impegno per la sostenibilità ambientale, riducendo il nostro impatto e sensibilizzando sulle buone pratiche. Essere responsabili, per noi, non è una strategia: è una responsabilità concreta e quotidiana, che ci guida in ogni decisione.

Il coinvolgimento dei colleghi è fondamentale per il successo di iniziative CSR. Come riesci a stimolare la partecipazione interna?

Il coinvolgimento è assolutamente la chiave per il successo, anche perchè se non si conoscono le reali esigenze dei propri stakeholder è impossibile attuare delle strategie efficaci, in tutti gli ambiti della CSR.

Nello specifico, sulla partecipazione interna stiamo cercando di coinvolgere sempre di più colleghi e colleghe attraverso la diffusione di survey in modo tale da monitorare sempre il gradimento su ogni iniziativa e cercando di raccogliere quante più proposte possibili. Per noi questo è sicuramente lo strumento più facile da utilizzare perchè spesso non è facile ricevere il feedback diretto, soprattutto con la diffusione dello smart working.

Inoltre dal 2025 abbiamo creato un gruppo di Ambassador, su candidatura volontaria, attualmente formato da 8 persone che ci aiutano ad organizzare e diffondere tutte le iniziative legate alla sostenibilità ambientale, alla parità di genere e al welfare. Io e le colleghe del reparto HR organizziamo degli incontri periodici con loro, in modo tale da aumentare il coinvolgimento e diffondere sempre di più il messaggio che la sostenibilità è veramente una responsabilità comune, non solo dei vertici aziendali.

C’è un progetto o un’iniziativa che ti ha resa particolarmente orgogliosa di lavorare qui?

In realtà ci sono due iniziative di cui sono particolarmente orgogliosa. La prima è sicuramente legata al percorso di prevenzione al tumore al seno che abbiamo fatto durante il 2024, grazie al quale tutte le donne di Synesthesia hanno avuto la possibilità di fare un’ecografia mammaria gratuita. Secondo me è stato veramente un progetto che rispecchia a tutti gli effetti il concetto di diffusione di benessere e salute, cioè la promozione di un’azione concreta che non sia solo per la persona all’interno dell’ambiente di lavoro, ma un investimento per la persona in quanto tale. La seconda invece riguarda gli uomini e nello specifico all’estensione del congedo per i papà dai classici 10 giorni previsti dalla normativa nazionale a 15 giorni. Credo che ad oggi la paternità sia messa troppo da parte, quindi sono molto felice di lavorare in un’azienda che dà valore al ruolo del padre rafforzando il concetto culturale che la cura dei propri figli non ha un genere.

Qual è la lezione più importante che hai imparato in questi anni?

Ce ne sono tante, ma forse la più importante è avere il coraggio di cambiare, non aver paura di rimettersi in gioco a prescindere dal proprio background o dalla propria età: non è mai troppo per inseguire le proprie passioni o raggiungere un obiettivo. Spesso siamo proprio noi stessi il nostro maggiore ostacolo. Io ne sono la prova, e non smetterò mai di ringraziare Synesthesia per avermi spronato con entusiasmo dal giorno zero.

Synesthesia si appresta a pubblicare il suo primo Bilancio di Sostenibilità, puoi darci qualche anticipazione?

Così mi chiedi troppo, posso solo dirti che sarà un gran bel viaggio!

    Michel, come si diventa un senior mobile developer?

    Michel: 

    “A long time ago in a galaxy far, far away…” [sorride].

    Ho iniziato il mio viaggio nel mondo dell’informatica ormai nel secolo scorso, affrontando tutti gli stravolgimenti tecnologici portati dalla diffusione di Internet e dei dispositivi Mobile. Surfare sulle onde della rivoluzione è stato (ed è ancora oggi!) entusiasmante: una carriera di lunga data significa conoscere sempre più da vicino il termine “diverso”, inteso come “tanto”: tante tecnologie, esperienze, tanti contesti, colleghi, clienti, ambiti…

    L’approdo nel team Technologies di Synesthesia ha rappresentato per me la ciliegina sulla torta: qui si respira innovazione e tecnologia e si condivide una passione.

    Quindi, per tornare alla domanda, credo si diventi Senior Developer con l’esperienza, certo, ma anche con lo studio, la passione, la condivisione delle conoscenze con i colleghi, l’altruismo e la curiosità. 

    Giorgia, cosa significa per te oggi essere una senior web developer in Synesthesia?

    Giorgia:

    Significa molto e molto più di un semplice job title: rappresenta l’intero percorso di crescita che ho fatto all’interno dell’azienda. Ho iniziato a lavorare in Synesthesia come stagista, ho attraversato tutte le fasi di quella che possiamo chiamare “gavetta”.

    Essere arrivata alla seniority mi fa capire che tutto l’impegno e il cuore che ho messo in questi anni sono stati riconosciuti e ricompensati e che questo è solo un’altra linea di partenza per continuare a crescere.

    Quali sono gli aspetti che accomunano il vostro lavoro e quali invece lo differenziano?

    Giorgia:

    I nostri lavori si possono considerare come due facce della stessa medaglia. Per quanto magari a livello tecnico possano esserci delle differenze, il prodotto finale è il risultato dell’unione di entrambi gli sforzi.  

    Per esempio, per ogni funzionalità da sviluppare io e Michel lavoriamo in modo parallelo, aggiornandoci costantemente sullo stato dello sviluppo e sull’interazione dei nostri componenti affinché funzionino come un organo unico.

    Michel:

    Esattamente! Credo che siano molte più le cose in comune di quelle che non lo sono.  Con Giorgia si lavora side by side quotidianamente, affrontiamo le stesse problematiche solo da punti di vista diversi. Lavoriamo insieme su alcuni progetti e su questi siamo praticamente un tandem: a fronte di un componente software da implementare dobbiamo analizzare e trovare la soluzione ideale su cui ci confrontiamo tecnicamente e funzionalmente per trovare l’output migliore; quando poi passiamo al “coding” ci occupiamo semplicemente di due aspetti diversi (front-end Giorgia, back-end io) ma talmente correlati da non poter essere considerati troppo distanti

    Cosa non deve mancare nella mente di un mobile/web developer? 

    Michel:

    La voglia di divertirsi facendo informatica: davanti a sfide e problematiche sempre diverse che in questo lavoro si presentano quotidianamente, la mente di un developer “che si diverte” sviluppa un’attitudine attiva al problem solving:

    non ci si limita a eseguire istruzioni, ma si partecipa ai progetti comprendendo le necessità e il contesto di business, suggerendo miglioramenti, anticipando eventuali situazioni e problemi.

    Giorgia:

    La convinzione che per ogni problema esiste sempre una soluzione fuori dagli schemi. Bisogna tenere la mente sempre aperta ad ogni idea o suggerimento perché a volte – per risolvere i problemi – è solo questione di prospettiva.

    Nella vostra mansione, quanto è importante il lavoro di team e quanto invece il vostro lavoro è frutto di uno sforzo individuale?

    Giorgia:

    Direi che si equiparano, sono entrambi importanti. Pensiamo ad un formicaio: ogni formica ha il proprio ruolo, ma l’obiettivo finale è lo stesso. Il nostro compito è quello di consegnare un progetto completo e funzionante e per raggiungere questo obiettivo interagiamo tra di noi, ci scambiamo dati e idee affinché le features sviluppate singolarmente da ognuno possano incastrarsi correttamente e funzionare in armonia con le altre.

    Michel:

    Sono molto d’accordo con Giorgia. 

    Un team è fatto di individui ed a ciascun membro del team è delegato un ruolo importante. Una squadra formata da professionisti competenti, collaborativi e motivati è un team vincente, dunque lo sforzo individuale verte sugli aspetti che poi fanno di un team un buon team: la consistenza, la correttezza, la qualità del singolo componente sono vitali per il funzionamento dell’insieme.

    Quella del web e mobile developer è una figura richiestissima. Perché è così importante per enti o aziende affidarsi a professionisti come voi?

    Giorgia:

    Direi che i motivi sono diversi. 

    Il primo è giustamente l’esperienza: abbiamo fatto un percorso di studi e di sviluppo di soft skill proprio per poter lavorare meglio in questo ambito e poter fornire il supporto adatto per ogni tipologia di progetto. 

    Il secondo è il flusso di pensieri e di analisi che applichiamo. Il problem solving è fondamentale, saper solo scrivere codice molto spesso non basta e se non si hanno le giuste capacità si rischia di produrre qualcosa di impreciso, mancante. 

    Infine direi il fattore umano: parliamo tanto di AI e anche io credo nelle sue potenzialità, certo, ma credo anche che sia uno strumento da consegnare nelle mani di professionisti in grado di usarla e ottimizzarla per generare un prodotto ancora migliore. 

    Michel:

    Aggiungo che il nostro approccio, vivendo il nostro lavoro con divertimento e passione, non è quello del semplice esecutore delle richieste a volte un po’ “caotiche” dei clienti.

    Nel team Technologies quando affrontiamo un progetto lo facciamo nostro e la distinzione tra “cliente” e “fornitore” si trasforma in un rapporto di collaborazione e condivisione. Non ci risparmiamo neanche quando c’è da fare quel qualcosa in più che trasforma un artefatto software da mediocre a eccezionale. 

    Michel, cosa invidi del lavoro di Giorgia? E tu, Giorgia, cosa vorresti “rubare” del lavoro di Michel?

    Michel:

    I complimenti dei clienti 🙂

    Il front-end di cui si occupa lei è sicuramente la parte più evidente del nostro prodotto, la punta dell’iceberg: i committenti e in generale il pubblico del software interagiscono direttamente con i moduli scritti da Giorgia, pertanto le lodi sono tutte per lei!

    Giorgia:

    Proprio perché i clienti quando interagiscono con il prodotto vedono principalmente la parte sviluppata da me, un qualsiasi problema, può sembrare solo un mio errore. Un po’ invidio il fatto che il lavoro di Michel sia spesso dietro le quinte!

    Come diceva Giorgia…a volte è davvero solo questione di prospettiva!


    Grazie all’esperienza e al know-how dell’area Technologies, Synesthesia trasforma idee in soluzioni digitali innovative, realizzate su misura per ogni esigenza. Sei pronto a sviluppare il tuo prossimo progetto? Contattaci: insieme possiamo costruire il futuro delle tue idee!

    Federico, cosa significa essere un Project Manager in Synesthesia?

    “Essere un Project Manager in Synesthesia significa avere un ruolo centrale nella realizzazione di progetti digitali che portano innovazione e valore ai nostri clienti. In pratica, mi occupo di pianificare, organizzare e monitorare ogni fase del progetto, assicurandomi che i risultati siano in linea con le aspettative del cliente e con gli standard qualitativi dell’azienda.

    In Synesthesia, però, il mio ruolo non si limita alla gestione operativa: collaboro attivamente con team multidisciplinari – sviluppatori, designer, marketing specialist – per trovare soluzioni trasversali e creative. Lavorare in un contesto giovane e dinamico come quello di Synesthesia significa essere sempre pronti ad adattarsi, condividere pareri e consigli e soprattutto imparare dai tuoi colleghi più esperti”.

    Come contribuisci al successo di un progetto? Quali sono le sfide principali che affrontati quotidianamente e come le superi?

    “Il mio contributo al successo di un progetto parte dalla pianificazione: definisco gli obiettivi, le priorità e i flussi di lavoro in modo chiaro, coinvolgendo fin da subito tutte le parti interessate. Credo molto nella comunicazione trasparente e nel creare un ambiente di fiducia tra cliente e team, perché a parer mio un progetto di successo è sempre il risultato di un lavoro di squadra.

    Tra le sfide principali che affronto quotidianamente, invece, ci sono la gestione delle aspettative dei clienti e il mantenimento dell’equilibrio tra tempi, budget e qualità. Ogni progetto ha le sue complessità: può capitare che ci siano cambiamenti improvvisi nelle richieste del cliente o che emergano difficoltà sulle implementazioni tecniche non previste nelle prime fasi di scouting e progettazione. Per superare queste sfide, mi affido a due approcci: la flessibilità e la proattività. La flessibilità mi consente di adattarmi rapidamente ai cambiamenti, ricalibrando priorità e risorse senza perdere di vista gli obiettivi. La proattività, invece, mi permette di anticipare le criticità, proporre soluzioni prima che diventino problemi e mantenere una visione d’insieme anche nei momenti più impegnativi e caotici.

    Alla fine, il mio obiettivo è sempre lo stesso: garantire che il progetto non sia solo completato con successo, ma che rappresenti anche un’esperienza formativa e di valore per tutti coloro che partecipano alla progettazione”.

    Ci parli del tuo team di lavoro dell’area Technologies? Com’è organizzata la giornata di lavoro?

    “Il team Technologies di Synesthesia è una squadra composta da professionisti con competenze diverse, come sviluppatori frontend e backend, specialisti di QA e tecnologie innovative, oltre al team AI che pian piano va espandendosi.

    La varietà di competenze verticali è la nostra forza, ma è l’approccio collaborativo che ci permette di affrontare progetti complessi con successo. Ognuno di noi ha il proprio ruolo specifico, ma lavoriamo in armonia per raggiungere un obiettivo comune, così che ciascuno venga valorizzato.

    La giornata di lavoro è organizzata in modo strutturato, ma deve poter diventare flessibile per adattarsi alle necessità di ogni progetto. Di solito iniziamo con uno daily meeting per fare il punto della situazione: ognuno condivide progressi, eventuali difficoltà e si strutturano le prossime priorità. Questo momento è fondamentale per mantenere il team allineato e per individuare subito possibili criticità.

    Nel corso della giornata, alterniamo momenti di lavoro individuale a sessioni collaborative, come brainstorming o pair programming, a seconda delle necessità. Lavoriamo con metodi Agile e Scrum per monitorare l’andamento delle attività e permettere un flusso di lavoro definito e reiterabile.

    Quello che mi piace di più del nostro team è l’atmosfera: c’è una grande “vibe” positiva, la voglia di mettersi in gioco e la consapevolezza che possiamo sempre contare l’uno sull’altro. È un ambiente che stimola non solo la produttività, ma anche il continuo miglioramento”.

    Ci racconti qualche curiosità o aneddoto simpatico con i tuoi colleghi del team Technologies?

    “Una delle cose, a mio parere, più divertenti che accadono nel nostro team è sicuramente il daily. Ogni mattina, oltre a condividere aggiornamenti e priorità, c’è sempre un momento in cui qualcuno smorza il clima con un tocco di leggerezza, chi si presenta con uno sfondo o filtro particolare su Meet, o chi lancia una meme legato al progetto in corso (cosa generalmente più apprezzata). Non è raro che, nel mezzo alla discussione tecnica, si crei un piccolo momento di spensieratezza che ci fa partire con il piede giusto.

    Questi momenti, seppur limitati, sono importanti perché ci permettono di mantenere un’atmosfera di lavoro positiva e rilassata, che rende più leggere anche le giornate più intense. La cosa più bella è che ogni membro del team, pur prendendo sul serio il proprio lavoro, riesce sempre a trovare il giusto equilibrio tra professionalità e  rilassatezza”.

    Conosciamo più nel dettaglio quest’area di Synesthesia: quali servizi macro offre ai suoi clienti? Qual è il know-how che portate in ogni progetto?

    “Synesthesia offre una serie di servizi strategici e tecnologici altamente integrati, con un focus su digital transformation, sviluppo di applicazioni mobile e web, oltre a soluzioni in ambito e-commerce e intelligenza artificiale.

    Il nostro team si distingue per la capacità di creare soluzioni su misura, che vanno dalla progettazione e sviluppo di piattaforme digitali all’implementazione di tecnologie avanzate come AR/VR e Machine Learning.

    Il nostro valore aggiunto è il forte approccio collaborativo che definiamo per ogni progetto, unendo competenze tecniche e strategiche per trasformare le esigenze dei clienti in esperienze digitali soddisfacenti e performanti. In ogni fase del processo, dal design alla realizzazione, siamo impegnati a garantire che ogni soluzione sia non solo funzionale ma anche scalabile e sostenibile”.

    Quali sono i vantaggi più evidenti per il cliente?

    “I vantaggi per il cliente riguardano principalmente l’efficienza e l’innovazione digitale, qualunque essa sia nel contesto del cliente. Ogni progetto è pensato per risolvere problemi specifici, ottimizzando i processi e migliorando la competitività. Grazie alla nostra esperienza, offriamo soluzioni che sono non solo all’avanguardia, ma anche integrabili con i sistemi già esistenti. In questo modo, i clienti possono ottenere risultati concreti in tempi rapidi, con un impatto positivo sul loro business. Be’ e poi, ultimo ma non meno importante, conoscere tutta la ciurma di Synesthesia, il che non è da sottovalutare :)”.


    Grazie all’esperienza e al know-how dell’area Technologies, Synesthesia trasforma idee in soluzioni digitali innovative, realizzate su misura per ogni esigenza. Sei pronto a sviluppare il tuo prossimo progetto? Contattaci: insieme possiamo costruire il futuro delle tue idee!

    Com’è nata questa idea? Da quali presupposti e considerazioni parte questa ricerca?

    “L’idea nasce da una semplicissima considerazione: quando leggiamo un testo, spesso ci sono parole che ci risultano essere o troppo specifiche e quindi magari incomprensibili, o troppo generiche, e quindi poco informative e in un certo senso inutili o comunque inappropriate. Immaginate una ricetta di cucina in cui le istruzioni ci dicono di aggiungere “della polvere bianca” all’impasto. Ecco, una descrizione così generica non aiuta certo a creare un buon prodotto finale. Se poi la ricetta prevedesse l’uso di farina di grano duro e non quella di grano tenero, questo andrà specificato, perché indicando solo il termine “farina” non si è sufficientemente precisi e si rischiano errori.

    La ricerca scientifica focalizzata sulla comprensione del linguaggio negli ultimi decenni si è concentrata sulla distinzione tra comprensione di parole astratte (tipo “libertà”) e parole concrete (tipo “tavolo”). A oggi, sappiamo che le parole concrete sono più facili e veloci da comprendere, si ricordano meglio e vengono imparate prima dai bambini rispetto alle parole astratte. La variabile della specificità però (quindi per esempio “polvere bianca” vs. “farina” vs. “farina di grano duro”), non viene mai tenuta in considerazione. Noi pensiamo però che influisca molto nel ragionamento sulle presunte differenze di processing tra parole astratte e parole concrete. Le parole molto specifiche hanno significati più precisi e quindi più “pesanti” da processare, mentre le parole generiche sono più “leggere” perché sono poco precise. Queste differenze, applicabili a concetti sia concreti sia astratti, possono influire sul modo in cui comprendiamo tali parole e sulla percepita chiarezza ed informatività di un qualsiasi testo scritto.

    Lo scopo del nostro progetto è dunque quello di capire come interagiscono concretezza e specificità delle parole nella nostra mente e nel linguaggio scritto, per la generazione testi che riteniamo massimamente chiari ed informativi. Per raggiungere questi obiettivi abbiamo però bisogno di quantificare numericamente la specificità delle parole (per la concretezza queste misure già esistono), per  poter poi usarle in modelli computazionali e analisi statistiche. E da qui è nata l’idea di Word Ladders, un gioco linguistico attraverso il quale invitiamo i partecipanti a costruire scale di parole partendo da una parola iniziale.

    Se ad esempio la partita propone la parola “casa” il giocatore deve creare una scala di parole più lunga possibile, aggiungendo sopra a “casa” parole sempre più generiche “es. costruzione, oggetto…) e sotto parole sempre più specifiche (es. villetta, villetta a schiera…). Il nostro gruppo di ricerca analizzerà queste scale per estrarne valori medi di specificità delle parole, mettendole in relazione al tipo di giocatore,  per poter confrontare per esempio la specificità di “casa” nel lessico di bambini e adulti, esperti di un determinato settore e non-esperti, ecc. Questi risultati ci serviranno non solo per capire come sono organizzate le parole nella mente dei parlanti, ma anche per capire l’impatto comunicativo di parole concrete, astratte, generiche e specifiche in vari generi testuali, e possibilmente creare la ricetta giusta per la parola giusta nel contesto giusto. Sì, siamo abbastanza ambiziosi!”

    È possibile comprendere meglio la struttura del lessico mentale dell’essere umano attraverso il gioco?

    Assolutamente sì. La gamification, cioè l’uso di elementi ludici per motivare e coinvolgere le persone in contesti non ludici, come quello accademico/scientifico, offre vantaggi significativi anche per quanto riguarda lo studio del linguaggio.

    Integrando elementi ludici nell’apprendimento linguistico o nella raccolta di dati linguistici come le associazioni di parole, si rende il processo più coinvolgente e motivante, incoraggiando partecipanti diversi a partecipare attivamente attraverso sfide, giochi e competizioni.

    In uno studio preliminare che abbiamo condotto su un campione di circa 200 persone, abbiamo fatto svolgere lo stesso compito (cioè la creazione di scale di parole) a due gruppi di partecipanti: un gruppo utilizzava Word Ladders, mentre l’altro gruppo svolgeva lo stesso compito su una piattaforma classica di sondaggi per la raccolta dei dati in ambito accademico (Qualtrics). Abbiamo notato che in media il primo gruppo generava scale di parole mediamente più lunghe rispetto al secondo gruppo, mentre il livello di accuratezza delle parole inserite era stabile tra i due gruppi. Inoltre, dal feedback raccolto, è emerso che il primo gruppo era molto più soddisfatto e propenso a partecipare di nuovo nella sessione sperimentale, rispetto al secondo gruppo. Questi sono vantaggi non da poco.

    Come possiamo definire questa esperienza ludica per l’utente?

    Per l’utente questa esperienza non è solo un modo per partecipare alla ricerca linguistica, contribuendo attivamente allo studio del lessico mentale. Word Ladders è stata pensata per portare benefici ai giocatori, tanto quanto alla nostra ricerca. Nella app l’utente può monitorare il proprio progresso personale, i propri miglioramenti nel corso del tempo, la propria posizione all’interno di una classifica che può essere filtrata in base a vari parametri sociodemografici, di modo da consentire il confronto di se stessi con giocatori e giocatrici del proprio livello professionale, o della propria età.

     Word Ladders, inoltre, stimola i giocatori a reperire dalla propria memoria quelle parole che non utilizziamo tutti i giorni. Di base, negli scambi comunicativi della vita quotidiana tendiamo ad usare poche parole (sempre le stesse!) che hanno livelli di precisione e specificità medi. Non sono né troppo generiche né troppo specifiche. Word Ladders aiuta i giocatori a fare stretching linguistico, per allungare il nostro vocabolario attivo in più direzioni, e mantenere allenato il nostro lessico. Una mente linguisticamente allenata è molto utile in varie fasi della vita: da bambini, da anziani, e anche in contesti di apprendimento di lingue straniere.

    In che modo, quindi, il digitale e il gaming possono aiutare la vostra ricerca per raggiungere gli obiettivi che vi siete posti? 

    Con Word Ladders raccoglieremo i dati linguistici sui quali condurremo le nostre analisi. La app mobile nel nostro caso si configura come lo strumento ottimale, perché riesce a raggiungere potenzialmente tutti coloro che posseggono un cellulare o, nel caso dei minori, che hanno l’opportunità di utilizzare un cellulare magari dei propri genitori. Per esempio, mio figlio Sean, di 9 anni, mi chiede spesso di giocare a Word Ladders sul mio cellulare. Addirittura quest’estate ha passato ore al telefono con un suo amico, sfidandosi su Word Ladders e poi discutendo insieme i risultati delle sfide e le posizioni in classifica.

    Ci tengo, inoltre, a dire che Word Ladders entrerà quest’inverno nelle scuole pubbliche del territorio. Per il momento, la app è stata inclusa nel Piano Offerta Formativa (POF) biennale dell’Istituto Comprensivo IC7 di Imola. Speriamo che altre scuole seguano questo istituto, che ha dimostrato grande interesse e apertura verso questa collaborazione Università/scuole.

    A Imola, infatti, grazie a interventi nelle classi combinati con attività di lettura e comprensione in collaborazione con il corpo docente, misureremo il progresso nell’acquisizione lessicale degli alunni durante l’anno scolastico, utilizzando Word Ladders. A questo proposito, se tra i lettori e le lettrici ci fossero persone interessate a organizzare un intervento nostro nelle vostre classi e scuole, vi invito a contattarci per parlarne insieme.

    Perché avete scelto Synesthesia?

    Perché ci ha trasmesso da subito un senso di affidabilità e curiosità scientifica verso il nostro progetto. Questo ci ha fatto capire che le nostre esigenze sarebbero state comprese e affrontate nel miglior modo. Siamo molto soddisfatti della nostra scelta.

    Marianna, tu coordini il progetto Abstraction del quale fa parte “Word Ladders”. Che cosa significa per te e per il tuo team questa sfida? Che cosa ti aspetti?

    Il progetto ABSTRACTION: Unlocking meaning from experience through language, è finanziato da fondi europei per 5 anni, all’interno del quadro Horizon Europe e dello schema European Research Council (grant agreement: ERC-2021-STG-101039777). Questo schema di finanziamenti, che è molto competitivo a livello europeo, favorisce il finanziamento di proposte di progetto considerate “high risk, high gain”, cioè progetti innovativi, che hanno un potenziale di cambiare radicalmente lo stato delle cose in un determinato ambito scientifico/accademico.

    Mi aspetto che il nostro progetto Abstraction, che stiamo portando avanti all’Università di Bologna, lavori in questa direzione, e che la nostra app mobile Word Ladders sia lo strumento che effettivamente ci permetterà di raccogliere dati linguistici (scale di parole) che a oggi mancano, coinvolgendo migliaia di partecipanti a giocare, scalare il proprio vocabolario e migliorare il proprio lessico attivo, sia in inglese che in italiano, passando da semplici “scalatori di letti a castello” (come nei primi livelli della app) a “scalatori di montagne” (livelli intermedi), fino a diventare “scalatori lunari” (livelli avanzati). Siamo fiduciosi!

    Grazie Professoressa  per la disponibilità.


    Per saperne di più sul case study Word Ladders, clicca qui.

    Scarica la app dagli store di Apple e Android

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    Intervista a cura di Francesco Ronchi (Presidente e Founder di Synesthesia).

    Marco, com’è nata l’idea di LGP1?

    “LGP1 sta per “Let’s Go Player 1”. Si tratta di un progetto che ha avuto un percorso piuttosto lungo. Già nel 2019 mi era venuto in mente di fare qualcosa nel campo degli e-Sports. Mi sono sempre interessato ai Reality Shows come modello di esperimento sociale e forma di intrattenimento. Mi sono poi chiesto se tra i vari format che sono presenti in giro c’era qualcosa di interessante per i giovani ed è per questo motivo che abbiamo deciso di focalizzare la nostra attenzione sui videogiochi. 

    Inizialmente il progetto era nato con il nome di “Yalla Player 1”. A quei tempi volevamo dare vita a un contenuto digitale che avesse nello stesso tempo anche un impatto sociale e volevamo girare a Dubai un reality show, una specie di X-Factor sugli e-Sports. Tutto si concentrava su delle squadre miste che dovevano progredire all’interno del mondo mediorientale dei videogiochi. Purtroppo non siamo riusciti a farlo per tutta una serie di ragioni. Il modello stesso degli e-Sports, per esempio, risultava problematico: non era possibile fare un contenuto che non fosse commerciale. Abbiamo dovuto, pertanto, stravolgere la nostra idea e concentrarci su una piattaforma interattiva in cui si integra, da una parte il reality show e dall’altro lato una piattaforma di tornei gamificata”.

    Negli ultimi anni abbiamo assistito a una straordinaria evoluzione nel settore del gaming. In molti hanno incominciato a interessarsi all’argomento, non solo imprenditori, ma anche i media. Quindi, è molto interessante l’idea di trasformare gli e-Sports in un reality. In che modo il pubblico viene coinvolto in questa piattaforma?

    “Il pubblico viene coinvolto costantemente. I competitor arrivano direttamente dal pubblico. Sono proprio i componenti del pubblico che possono far parte dello show. Per cui, da quel punto di vista, siamo molto democratici, ma non solo. Durante ogni puntata e nel corso di ogni stagione ci sarà un continuo ripescaggio dal pubblico all’interno delle fila dei tornei: il pubblico dovrà sia votare l’eliminazione, sia scommettere su chi sono i vincitori e a un certo punto dovrà addirittura indovinare chi sarà il traditore della squadra vincente. In questo modo è possibile quindi interagire anche con altri spettatori e partecipanti del torneo. Se indovini la scommessa e, quindi, il voto, vieni ripescato per far parte tu stesso del torneo. Tutto avviene da remoto, quindi c’è un continuo rimescolarsi tra i personaggi e le star. C’è immedesimazione e coinvolgimento. Tutto è intercambiabile. LGP1 è l’unica piattaforma dove il pubblico diventa eroe”.

    LGP1

    Questa è la vera rivoluzione di LGP1. Tutto questo è possibile grazie alla piattaforma che abbiamo sviluppato insieme. Quali saranno i giochi disponibili per questa piattaforma oggi e nel futuro?

    “La piattaforma di per sé si comporta come un framework, una cornice. Cominciamo con  CS:GO che nonostante abbia già 12 anni rimane l’e-Sport più popolare al mondo. Vogliamo cominciare con questo gioco perché è più facile da capire e ci teniamo ad avere un prodotto che abbia anche un crossover appeal anche per un pubblico che non è necessariamente costituito da esperti di videogame. Vogliamo poi espanderci anche su altri e-Sports come League of Legends, che è molto popolare in Italia”. 

    Tra l’altro ti confesso che quando il nostro team ha testato la piattaforma si è divertito tantissimo. È stato un momento veramente bello perché in Factory avevamo 30 sviluppatori che erano lì per giocare. Hanno fatto una vera e propria festa, un po’ come un tempo si facevano i lan party dove si giocava tutti insieme. Perché hai scelto Synesthesia come partner per la realizzazione di questo progetto così importante?

    “Bisognava trovare un partner che sapesse tradurre idea intangibile che avevo in testa in una realtà funzionante, che fosse solida.

    Synesthesia è stata la nostra scelta logica non solo per le sue capacità tecniche, ma anche per la sua capacità di arricchire le esperienze digitali con degli aspetti umani ed emozionali. È stata, dunque, una scelta logica”.

    Grazie Marco per queste parole. Per noi il contatto umano conta tantissimo. Si tratta di uno dei grandi aspetti che ci contraddistingue oltre, ovviamente alla competenza tecnica. Ci puoi raccontare quindi come sono andate poi le cose? Sei contento del lavoro svolto?

    “Sono contentissimo per quello che è stato fatto. Ho un rapporto eccellente con molti membri del team di Synesthesia e non avrei potuto sperare di trovare un partner migliore, più competente, lungimirante e supportante di Synesthesia”. 

    Proviamo a guardare al futuro. Quali evoluzioni vedi per questa piattaforma?

     “Vogliamo che questo progetto sia il più sostenibile possibile. Ovviamente immaginiamo di scalare e di crescere in modo modulare nel tempo. Abbiamo finalmente un POC (proof of Concept). A breve faremo poi un evento pilota che utilizzeremo per una campagna di crowdfunding e a breve lanceremo la prima stagione. Si tratta di stagioni molto brevi che ci consentono di impare molto in fretta. Contiamo quindi di espanderci abbracciando altri e-Sports (come detto prima, per esempio, tra 6-9 stagioni avremo già un’offerta su League of Legends e su altri videogiochi). Nel frattempo avremo implementato anche  feature di interattività un pochino più avanzate (per es. individuare il traditore).

    Bene, bene. Un’ultima domanda. Tu sei un imprenditore seriale. Questo è uno dei tanti progetti che stai portando avanti e che ti contraddistinguono. Ci puoi raccontare qualche altro progetto che hai nel cassetto?

    “Un amico mi ha definito un imprenditore di massa, non solo seriale. In questo momento sto lanciando altre due startup. LGP1 sarebbe il mio terzo progetto nel mondo dei videogiochi. Il primo è stato lanciato due anni fa. Adesso sto lanciando un progetto che si chiama CRYPTO CHRONIC che è un videogame casual basato su tecnologia cryptografica e consente di guadagnare mentre si gioca cercando di rivoluzionare il concetto dei Pokemon e dei Tamagotchi. Poi sto facendo qualcosa di totalmente differente nel settore del food tech. Il progetto si chiama We cook ed è dedicato a cuochi che vogliono incrementare il loro business,noi gli forniamo tutte le infrastrutture digitali e fisiche. Tutto questo lo sto facendo perché il mio sogno è lavorare nel venture capital. Questo penso sia l’aspetto più nobile del capitalismo: trasformare un’idea astratta in una cosa tangibile è estremamente motivante ed edificante per me”. 

    Grazie Marco. Ti faccio un grosso in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti! Speriamo di lavorare insieme per i tuoi progetti futuri e rimanete sintonizzati per la prima stagione di LGP1.

    “Grazie a voi. Grazie Francesco per avermi aiutato a concretizzare questo sogno”.


    Vuoi saperne di più sul progetto LGP1? Visita il nostro portfolio qui!

    Federica e Anas, oggi siete Software Engineer in Belka. La vostra storia è legata al mondo di React Native. Ricordate quando tutto questo ha avuto inizio?

    Federica: “Ho conosciuto React Native proprio in Synesthesia! È stato il primo linguaggio che ho usato per lavoro e mi ha incuriosito molto poter sviluppare applicazioni sia per Android sia per iOS con una sola codebase. Ho visto subito l’enorme potenzialità di questo framework e le analogie con React mi hanno portata a sviluppare sia su web sia su mobile”.

    Anas: “Tutto cominciò due anni fa quando durante le vacanze di Natale decisi un po’ per gioco di imparare questo framework. Pensavo che mi sarebbe bastato seguire qualche video su YouTube. Ovviamente non è così che funziona, allora decisi di iscrivermi al Frontend Master e di seguire il corso di Kadi Kraman. Dopo settimane di corsi ed esperimenti ho avuto l’opportunità di lavorare su un progetto vero e proprio in Belka e da lì mi sono innamorato di questo framework”.

    Stiamo per inaugurare React Native Heroes. Che cosa vi aspettate da questa prima edizione?

    Federica: “Sono molto contenta di incontrare altri developer a Torino che utilizzano React Native! Giusto il mese scorso siamo stati ad App.js a Cracovia, conferenza dedicata a React Native organizzata da Software Mansion ed Expo. Per React Native Heroes devo solo fare un viaggio di mezz’ora per incontrare la community e scambiare opinioni, idee e consigli con altri dev di tutta Italia”.

    Anas: “Nonostante sia la prima edizione mi aspetto una grande partecipazione all’evento. Onestamente non vedo l’ora di avere l’opportunità di parlare, imparare e confrontarmi con la community italiana di React Native”.

    Il vostro talk si intitola “DESIGN SYSTEMS IN REACT NATIVE: A STORYBOOK APPROACH”. Ci potete già svelare qualche anticipazione?

    Federica: “Abbiamo diviso il talk in due parti: nella prima andiamo a definire cosa è un design system e il lavoro che abbiamo fatto come team per standardizzare il processo di sviluppo per questo tipo di progetti. Nella seconda andremo ad analizzare le potenzialità di Storybook e di come può essere utilizzato in React Native. Siamo molto entusiasti di portare fuori da Belka il lavoro che abbiamo fatto come team per creare uno standard da seguire per i progetti dedicati ai design system. È stata una sfida per noi e spero che il risultato che abbiamo ottenuto possa essere utile alla community per affrontare una situazione simile”.

    Anas: “Racconteremo la nostra esperienza con i design system in Belka: in particolare parleremo di cosa sono, quando ha senso crearne uno per il tuo prodotto, di come abbiamo standardizzato alcuni processi e quali concetti possiamo riutilizzare dal mondo web. Ci focalizzeremo anche su Storybook e su come sia un tool fondamentale durante lo sviluppo di un design system”.

    Qual è il vostro personale approccio all’utilizzo di React Native? 

    Federica: “Utilizzo il framework per lo sviluppo di applicazioni mobile, per Android e iOS. Dedico sempre un occhio di riguardo allo sviluppo delle interfacce e dei temi delle applicazioni e trovo molto interessante risolvere le diversità di layout tra i due sistemi operativi. Da un anno a questa parte utilizzo Expo e la mia developer experience è decisamente migliorata. Non può essere utilizzato in tutti i casi, soprattutto se l’app richiede delle funzionalità native, ma semplifica di molto lo sviluppo e i rilasci delle applicazioni negli store”.

    Anas: “Al momento ho avuto l’opportunità di utilizzare React Native solo per sviluppare applicazioni per Android e iOS, però nonostante qualche limite, c’è la possibilità di creare prodotti anche per web, Windows, macOS, Android TV, tvOS e molti altri ancora. Ora che Apple ha presentato Vision Pro e visionOS sono molto curioso di sapere come questo framework si adatterà a questo tipo di interfacce”.

    Come pensate che cambierà l’approccio a questo framework nel futuro?

    Federica: “Sono convinta che in un futuro non troppo lontano React Native verrà usato anche per lo sviluppo web in maniera molto più semplice e con meno limitazioni rispetto ad ora. Da una sola codebase potremo creare applicazioni in due diversi ecosistemi: web e mobile. Sia Expo che React Native stanno facendo un enorme lavoro nell’ultimo anno per rendere le “universal app” una realtà”.

    Anas: “Secondo me React Native sarà sempre più simile al cugino React. A tal punto che si utilizzerà senza alcuna limitazione un solo framework per entrambe le piattaforme: web e mobile. La community è molto attiva e grazie anche al grande lavoro che stanno portando avanti, credo che in futuro sia le performance sia l’ecosistema di questo framework miglioreranno esponenzialmente”.

    Grazie a Federica e Anas per aver risposto alle nostre domande e per il vostro tempo. Non vediamo l’ora di vedervi in azione sul palco di React Native Heroes!

    Grazie a voi!


    Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni. Intervista a cura di Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).

    Lorenzo, la tua storia è legata a quella di React Native. Da anni sei un Senior Software Engineer in Microsoft. Ci racconti un po’ di te e del tuo percorso?

    “Sono sviluppatore in Microsoft da tre anni e React Native Maintainer da cinque. Ho iniziato il mio percorso come Maintainer di React Native che ero già qui a Londra nel circuito delle startup e in quel periodo lo stavo facendo in maniera completamente volontaria fuori dall’orario di lavoro.

    Successivamente, sono passato a una società di consulenza americana dove è iniziato a diventare parte integrante delle mie responsabilità, fino a quando sono entrato in Microsoft. Da questo momento in poi, ho iniziato a lavorare su React Native in modalità full time. Attualmente il mio lavoro è quello di rendere React Native il miglior tool possibile per le necessità di Microsoft e la community in generale – ed essere un Maintainer del progetto stesso mi abilita a farlo al meglio”.

    Stiamo per inaugurare React Native Heroes. Che cosa ti aspetti da questa esperienza?

    “Penso che sia un’ottima domanda. Io ho fatto il Politecnico a Torino e poi dopo un anno e mezzo di lavoro mi sono trasferito a Londra. Prima della pandemia, qui a Londra c’era quasi un meetup a settimana solo per JavaScript. In generale, la comunità degli sviluppatori qui era talmente attiva che una delle battute con dei miei amici era che, se uno avesse voluto sarebbe riuscito a sopravvivere di pizza ogni sera andando sempre ad un meetup diverso. A Torino invece, che io sappia, c’erano solo due piccole community. Ricordo bene che ne esisteva una che si chiamava TorinoJS.

    Mi aspetto che da allora le cose siano cambiate anche un po’ qua; in questo senso questa conferenza me la immagino come l’onda di un sonar che viene inviata per capire cosa ci sia effettivamente nella comunità italiana degli sviluppatori JavaScript, React e React Native. Adesso che sono lontano è difficile capire quanto effettivamente questo software sia usato nel panorama italiano e non vedo l’ora di parlare con le altre persone alla conferenza e imparare dalle loro esperienze”.

    Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo talk “THE WORK THAT YOU DON’T SEE”?

    “Il mio talk nasce dal desiderio di spiegare quanto React Native non sia solo quello che uno vede al primo colpo d’occhio.

    Quando ci si approccia a React Native, se uno apre la repository su GitHub, nello specchietto laterale non c’è un linguaggio dominante, ma ce ne sono addirittura sei diversi e questa complessità può intimorire. Non solo quello: di solito, quello che succede quando si fa una nuova release è che si annunciano le feature nuove, quelle più esaltanti, quelle che spingono lo sviluppatore a fare un upgrade.

    Però c’è anche tutta una serie di altri processi e lavori in corso dietro le quinte e nel mio talk voglio puntare i riflettori proprio su questi avvenimenti, che sono fondamentali per la salute del progetto. È un po’ come se stessimo rifacendo le fondamenta di una casa senza che nessuno degli abitanti se ne accorga. Di tanto in tanto, secondo me, è anche importante celebrare le cose che di solito non vengono celebrate”.

    Qual è l’approccio di Microsoft? Come usate il framework?

    “Non c’è una risposta semplice. Microsoft ha fin da subito guardato a React Native con molto interesse e diversi team avevano cominciato a cercare di capire come utilizzarlo fin dalle prime release. A grandi linee, il concetto chiave di React Native è “uso Javascript tramite un layer intermedio per controllare e creare applicazioni native”, e questa flessibilità ha dato modo a team come quello di Skype di utilizzarlo per le loro app mobile e ormai da anni sono completamente in React Native. 

    In maniera “simile ma diversa” dentro Office si sono interrogati: “perché limitare questo approccio solo ad Android e iOS? Cosa ci impedisce di espanderci a Windows e macOS?” questo perché, ovviamente, la suite Office è soprattutto desktop. Proprio grazie al fatto che questo layer intermedio è componibile in applicazioni native già esistenti (io posso avere Word e aggiungere questo layer in maniera mirata per implementare una feature precisa) sono riusciti, nel corso del tempo, non solo a espandere React Native su Windows e Mac OS (nota: anche questi progetti sono disponibili su GitHub), ma anche ad aumentare i prodotti di punta con integrazioni tramite React Native, e adesso siamo al punto che più di 20 software Microsoft usano React Native in un modo o nell’altro.

    Anche Windows 11 usa React Native nello Start Menu, nella raccomandazione del launcher e nei settings di sistema. La componibilità di React Native, aggiunta al fatto che è open source ed è quindi espandibile, è stata la ricetta perfetta per noi per assimilarlo in maniere diverse all’interno di tantissimi nostri software e prodotti”.

    Qual è il tuo personale approccio all’utilizzo di React Native? Come pensi che cambierà l’approccio a questo framework nel futuro?

    “È un po’ difficile per me avere un’opinione strettamente personale perché sono talmente coinvolto in React Native che diventa complicato definire i confini tra la mia visione del progetto e come vogliamo farlo evolvere. Quello che penso è, quindi, direttamente collegato con quello che vedo succedere. La cosa che più di tutte mi aveva affascinato di React Native era la semplicità, visuale e non, del codice. Ho sempre trovato React Native e JavaScript molto accessibili e sono convinto che sia ancora così. Non solo: secondo me non abbiamo ancora visto la forma finale di React Native – ci sono tecnologie che dopo 5 anni bene o male sono stabili; invece React è in giro da dieci anni, React Native da otto, e ancora adesso comunque stiamo costantemente rivisitando anche delle sue parti e idee fondamentali.

    Si tratta di un progetto vivace con una community estremamente appassionata, proprio per via di quello di cui parlavo prima: l’accessibilità. Per fare un esempio pratico: con React Native non ti serve più un Mac da millemila euro per sviluppare applicazioni iOS, perché puoi usare servizi come Expo che ti permettono di fare le build delle tue app tramite il cloud, e poiché uno può modificare il codice JavaScript al runtime “over the air”, di colpo ti basta anche solo un browser (attraverso Expo Snack, per esempio) per scrivere il tuo codice e il tuo cellulare può diventare il “test device” della tua demo app. E, bene o male, quello stesso codice funzionerà allo stesso modo su Android!

    Ma anche in ambienti corporate React Native è uno strumento che aumenta l’accessibilità. Ad esempio, uno dei miei colleghi qualche giorno fa raccontava in un talk che dentro Office c’è ancora del codice degli anni Ottanta, e quel codice è sicuramente inaccessibile: sarebbe difficile oggi assumere uno sviluppatore in grado di lavorarci. Però se aggiungi dei layer intermedi come React Native e permetti agli sviluppatori di usare JavaScript per contribuire a questi applicativi (con risultati che sono poi effettivamente nativi) di tenere vivo quel software.

    In conclusione, React Native è un grande abilitatore. Non abbiamo ancora visto tutto e, secondo me, non ci annoieremo. Trovo incredibile il fatto che un software che è in giro da quasi dieci anni sia ancora così tanto “in movimento”. Tutto questo mi dà un senso di sicurezza, perché vuol dire che i problemi vengono discussi e in gran parte risolti per venire incontro alle esigenze attuali del mondo del software”.

    Grazie Lorenzo, ci vediamo a React Native Heroes!

    “Grazie a voi. A presto!”


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    Da circa 6 anni sei Tech Leader React Native in Synesthesia. Quali pensi siano i punti di forza di questo framework?

    “Sicuramente un punto di forza di React Native è l’utilizzo di codice cross platform, cioè la condivisione di codice di sviluppo eseguibile sia su Android che su iOS, ma anche web, macOS e Windows, ovviamente con le giuste accortezze. Questo consente un significativo risparmio nella scrittura e manutenzione del codice per le due piattaforme. React Native si basa su React. Questo consente agli sviluppatori React di avere una curva di apprendimento più agevole poiché molti dei concetti e principi di sviluppo rimangono gli stessi. Per non parlare della community, React Native ha alle spalle una grandissima community che contribuisce alla crescita del framework sviluppando e mantenendo molte librerie utili per lo sviluppo”.

    Stiamo per inaugurare React Native Heroes. Le prime edizioni hanno sempre un sapore speciale. Questa è anche la prima volta per te che sali sul palco del Museo dell’Automobile per parlare di React Native. Come ti senti? Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo talk, “React Native and Web3: blockchain capabilities”?

    “L’idea mi emoziona molto, diciamo che erano anni che speravo in questo evento e finalmente sarà inaugurato. A mio parere, questi eventi sono di enorme importanza perché offrono la possibilità di immergersi in un contesto stimolante e arricchente per la crescita come programmatore. Oltre a ciò, consentono di confrontarsi con altri professionisti del settore e acquisire nuove competenze. Parlando del talk vedremo come React Native può essere utilizzato per realizzare applicazioni in grado di interagire con una blockchain, attraverso librerie open source, quali etherjs e web3js. Vedremo, quindi, come sviluppando una piccola app in react native sia possibile eseguire sulla blockchain alcune delle principali operazioni come invio/ricezione di token”.

    Quali sono secondo te gli speech da non perdere assolutamente?

    “Sicuramente il talk di Lorenzo Spinelli che parlerà di come creare un’architettura scalabile e mantenibile nel tempo. Una buona architettura è fondamentale per garantire lo sviluppo e la crescita di un progetto, soprattutto nel lungo periodo. Spesso, gli sviluppatori possono trovarsi in difficoltà nel mantenere e far evolvere le loro applicazioni se l’architettura non è stata progettata adeguatamente fin dall’inizio.

    Il talk di Tomasz Sapeta che ci parlerà di come sviluppare un modulo nativo con expo, questo per molti è un limite poiché richiede conoscenze di programmazione nativa che non tutti i programmatori React Native possiedono, sono curioso di vedere come sia possibile semplificare il processo”.

    Parliamo del futuro di React Native. Come sta evolvendo il framework? Che cosa possiamo aspettarci?

    “Al momento, React Native sta attraversando un periodo di transizione significativo. Da circa un anno, è stata rilasciata (in fase sperimentale) una nuova architettura che rivoluziona l’intero framework. Questa nuova architettura si concentra sull’ottimizzazione della scalabilità e delle performance delle applicazioni. Per rispondere alla crescente competizione con altri framework sono state rilasciate numerose librerie e strumenti che puntano a migliorare le performance complessive e l’esperienza di sviluppo delle applicazioni.

    Guardando al futuro, mi aspetto ulteriori sviluppi e innovazioni nel framework. La comunità di sviluppatori è molto attiva: fornisce costantemente feedback, contributi e nuove idee per il miglioramento del framework. Questo significa che possiamo aspettarci nuove ottimizzazioni delle prestazioni, nuove funzionalità, miglioramenti dell’usabilità e un supporto sempre crescente per una vasta gamma di piattaforme”.

    Grazie Umberto, ci vediamo a React Native Heroes!

    “Grazie a voi”.

    La sesta edizione di Swift Heroes è alle porte. Che cosa dobbiamo aspettarci? 

    “Siamo già arrivati alla sesta? Mi sembra incredibile. Sicuramente torniamo in presenza, come l’anno scorso. Tutto questo è molto bello. Ci aspettiamo il solito Swift Heroes: un sacco di gente, tanti speaker di livello e contenuti interessantissimi. SwiftUI la farà da padrone quest’anno. Poi ci saranno un sacco di mie domande scomode agli speaker dopo i loro interventi, ovviamente! Tanto cibo, momenti di svago e poi la community con gli sviluppatori Swift”.

    Durante queste due giornate i talk previsti toccheranno argomenti che sono oggetto di forte interesse per la community degli sviluppatori iOS. Dal palco del MAUTO si alterneranno prestigiosi speaker internazionali. Stefano, quali sono secondo te gli speech dell’edizione 2023 da non perdere assolutamente?

    “Quest’anno accogliamo una serie di nuovi speaker interessanti: Soroush Khanlou, per esempio, Marin Todorov, che per la prima volta viene da noi, Adam Bell di Netflix e tanti altri. Poi, dal mio punto di vista, mi fa piacere sapere che ci sono due grandi ritorni: Shai Mishali, che ormai è diventato quasi un membro del nostro team, e Krzysztof Zablocki.

    Faranno due talk, uno di seguito all’altro, sulla Decomposable Architecture che è un argomento che sta iniziando ad andare molto in voga nel nostro ambito. Shai farà la prima parte, più introduttiva sull’argomento, mentre Krzysztof farà una sorta di approfondimento su come lui lo ha utilizzato in progetti di larga scala. Personalmente, sono i talk che aspetto di più di ascoltare”.

    Tra gli speech da seguire ci sarà anche il tuo “A TALE OF SKELETONS AND BONES” (il 5 maggio, ore 11:30). Sappiamo che parlerai dell’“approccio di Synesthesia” su diversi progetti open source. Puoi svelarci già qualcosa? 

    “Si tratta di un talk che volevo preparare già da qualche anno e che riguarda un tool che abbiamo sviluppato in Synesthesia per semplificarci la vita nei progetti. Noi sostanzialmente sviluppiamo applicazioni per tanti clienti diversi e cerchiamo di impostare tutte le applicazioni che sviluppiamo partendo dalla stessa base, quella che noi di solito chiamiamo “lo scheletro” dell’applicazione. Queste applicazioni vengono poi espanse a seconda delle funzionalità che sono richieste con delle feature. Ipoteticamente possiamo pensare che queste feature siano molto simili a delle ossa, da qui il titolo del talk, una storia di scheletri e ossa, cioè come questo tool Murray ci ha aiutato a diventare più veloci all’interno dei nostri progetti, meglio e in maniera più efficiente”. 

    E questo tool è open source?

    “È open source, su GitHub sul nostro account di Synesthesia in versione 3.0 ed è disponibile per chiunque lo voglia utilizzare. Cercherò di spiegarvi meglio a cosa serve e come si usa”. 

    Le occasioni in cui un’intera community si raduna nello stesso posto per parlare di Swift non sono tantissime. I partecipanti potranno toccare con mano soluzioni adottate da grandi professionisti, approfondendo i casi di successo di grandi aziende e imparando ad applicare soluzioni Apple all’interno delle loro realtà. Quanto è importante secondo te un evento come Swift Heroes per uno sviluppatore?

    “Secondo me è fondamentale. Io ti posso raccontare quella che è stata la mia esperienza da quando ho cominciato ad andare a delle conferenze dal vivo, anche prima che esistesse Swift Heroes.

    In quelle occasioni ho capito che condividere, conoscere nuove persone, parlare e scambiarsi idee su quella che è la nostra quotidianità e il lavoro di tutti i giorni è veramente troppo importante e ha un valore inestimabile.

    Durante queste conferenze, inoltre, ho conosciuto persone che sono diventate nel tempo o dei miei carissimi amici o nostri dipendenti, perché qualcuno è poi anche venuto a lavorare con noi. È un’occasione, quindi, da non perdere. D’altronde essendo due giorni le occasioni crescono in maniera esponenziale.

    Poi i talk che proponiamo sono importanti tanto quanto le pause caffè. A volte, si impara di più da una pausa caffè con la persona giusta che da un talk in sala. Quello che consiglio sempre di fare alle conferenze è di non sottovalutare mai le pause caffè. Poi siamo in Italia, e si sa, la pausa caffè è d’obbligo”.

    Quindi è consigliato a chi cerca delle informazioni, ma anche a chi cerca lavoro o cerca nuovi stimoli?

    “Sicuramente sì. Normalmente in questo tipo di eventi sono presenti molte aziende che cercano sviluppatori. Anche noi di Synesthesia saremo presenti lì con il nostro stand in cerca di nuove persone da portare nel nostro team. Vi aspettiamo numerosi!”

    Hai messo insieme delle cose fondamentali per uno sviluppatore, per un progettista. Grazie Stefano e in bocca al lupo!

    “Grazie a te, ci vediamo a Swift Heroes!”


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    Federico, ci racconti qualcosa di voi? Quando nasce la vostra idea imprenditoriale? Da dove siete partiti?

    “Piacere nostro! Dunque, la nostra idea imprenditoriale nasce circa vent’anni fa. Da una laurea in linguistica applicata e tanta voglia di fare qualcosa di innovativo in un settore un po’ “ingessato”. Dopo qualche anno come traduttore freelance in linguaggi tecnici e adattamento/traduzione audio-video per sottotitolazione e doppiaggio in voice-over, mi sono specializzato nel settore brevettuale.

    Da questa esperienza, nel 2003, nasce la società che otto anni più tardi diventerà InnovaLang, e da traduttore/revisore mi ritrovo ad affrontare tutti gli step e i ruoli di un’agenzia di traduzioni, dal project management al marketing e alla comunicazione, dalla selezione del personale all’ottenimento delle certificazioni di qualità, dal controllo di gestione all’amministrazione in senso ampio”.

    Ci racconti quali sono i servizi che offre oggi InnovaLang?

    “Nata come “semplice” agenzia di traduzioni, InnovaLang si è sviluppata fino a diventare una LSP (Language Service Provider) a 360°, in grado di risolvere qualsiasi problema comunicativo di un’azienda da/verso l’estero con un approccio consulenziale, caratterizzato da un’analisi approfondita del cliente e dall’individuazione di criticità, opportunità e soluzioni. 

    Grazie alla diffusione capillare nel mondo dei nostri professionisti e traduttori, attentamente selezionati, oggi siamo in grado di offrire servizi di traduzione, copywriting e supporto a politiche SEO in tutte le lingue e in tutti i settori: dall’ambito brevettuale a quello tecnico-scientifico, dal settore legale e finanziario al mondo web e marketing, dalle esigenze del mondo ho.re.ca. alla localizzazione di software, fino all’interpretariato e ai corsi di lingue online.

    Offriamo, inoltre, soluzioni tecnologiche come Kliir (applicazione di interpretariato ‘al volo’ via smartphone) e Patren (Patent Translation Engine, motore di traduzione automatica brevettuale). Tra l’altro racconteremo il 9 maggio ai Torino Digital Days 2023 questa nostra esperienza con un talk intitolato: “AI per le traduzioni“.

    Tutte le traduzioni devono superare un approfondito controllo di qualità: ogni testo viene trattato da un professionista madrelingua nella lingua di destinazione, integralmente revisionato da un revisore esperto nell’ambito di interesse e gestito scrupolosamente dai nostri project manager dalla ricezione alla consegna”.

    Si parla spesso nel mondo del marketing di unique value proposition, ovvero di come una azienda si distingue dai competitor. Qual è la vostra? Come fate la differenza?

    “La nostra UVP consiste nell’approccio artigianale associato a processi industriali. Provo a spiegarla meglio… Alcuni nostri concorrenti sono rimasti ancorati a un modello datato, in cui l’apporto umano non viene potenziato dalla tecnologia; altri competitor invece hanno tralasciato la componente umana per automatizzare tutto, perdendo di vista il valore al servizio della persona, che per noi è alla base di tutto. 

    Laddove la cosiddetta “Language industry”, in una dinamica di approcci dal “Person oriented” al “Process oriented”, tende a sbilanciarsi fortemente su uno o l’altro estremo, InnovaLang cerca il punto di equilibrio trovando soluzioni personalizzate sulle reali esigenze, applicando poi strumenti e processi allo stato dell’arte”. 

    Come descrivereste il vostro “progetto perfetto”?

    “Quello in cui riusciamo a superare le aspettative del cliente. Questo accade per l’attenzione e la cura nei dettagli, per la competitività e la capacità di pensare e proporre soluzioni fuori dagli schemi, per la puntualità e la trasparenza nelle consegne”.

    Esistono dei nuovi ambiti che vorreste esplorare nel medio e nel breve periodo?

    “Nel medio periodo vorremmo continuare a contribuire al progresso dell’intelligenza artificiale, nel campo che ci interessa direttamente, vale a dire quello della traduzione automatica tramite IA e reti neurali con elevata capacità di contestualizzazione. Il linguaggio è sempre stato un paradigma dell’evoluzione computazionale. Lo stesso team di Alan Turing era dedicato a decriptare messaggi in codice, come se fosse una lingua aliena e sconosciuta; e ne faceva parte anche un linguista. 

    Nel breve periodo, invece, stiamo sviluppando il business in Sardegna, direttamente dalla nostra sede di Cagliari, una zona che ha forti potenzialità sia a livello inbound (turismo, enogastronomia, cultura) che a livello export (tecnologia e servizi). Se poi posso, vorrei anche menzionare un sogno nel cassetto a lungo termine… La creazione di un Museo della Traduzione, coinvolgente e concettuale, strutturato in ambienti come storia, strumenti, professionalità, ambiti, innovazione”. 

    Avete qualche aneddoto divertente da raccontarci su InnovaLang?

    “Lavorando in ambito brevettuale, ci è capitato spesso di entrare in accesi dibattiti terminologici e formali con i patent attorney, tipicamente ingegneri estremamente ferrati nel loro campo ma talvolta poco inclini alla logica del linguaggio… Ricordo un divertente scambio, all’inizio della mia carriera in questo settore, sulla sinonimia perfetta che corre nella coppia “tra/fra” in italiano, resa efficacemente in inglese con il solo “between”: in quel caso non sono riuscito a far comprendere la validità di entrambi i traducenti italiani, e mi sono arreso all’evidenza che per qualche insondabile motivo molti ingegneri preferiscono ‘tra’. Il lungo contraddittorio che mi ha portato ad arrendermi, l’ho trovato molto divertente e formativo sull’approccio da usare (utilizzare, per l’ingegnere medio) con i tecnici. E, sulla scorta di simili esperienze, ho imparato a parlare in ‘ingegnerese’ a tal punto che molti mandatari brevettuali sono da anni convinti che io sia un loro collega!”

    Cosa vi aspettate dalla partnership con Synesthesia? 

    “Synesthesia è per noi l’ecosistema ideale per sviluppare collaborazioni e idee: un ambiente amichevole, multidisciplinare e innovativo, aperto e inclusivo, appassionato alla tecnologia ma attento all’etica e all’ambiente, che ha fatto della sinergia il suo driver principale. Una volta che sappiamo di poter partire da questo, può succedere di tutto!”

    Sappiamo che l’intelligenza artificiale vi interessa molto, qual è la vostra posizione rispetto al tema e come vedete il futuro rispetto a questo tipo di innovazione?

    “Il tema dell’IA è decisamente affascinante, e i progressi sul natural language processing e sulla traduzione automatica sono al centro del suo sviluppo. Ci teniamo costantemente aggiornati su queste tecnologie, il che ci porta a conoscerle e quindi ad approcciarle con spirito critico. Rischio di dire una banalità, ma credo che questa, come ogni altra innovazione, ha valore se e finché è al servizio dell’umanità e dell’ambiente. Qui il punto è che l’intelligenza artificiale tende a eguagliare, per poi superare, la capacità di ragionamento, astrazione e flessibilità del cervello umano: quindi le sue potenzialità, nel bene e nel male, sono enormi”.

    Grazie Federico, e benvenuti in Synesthesia Ecosystem.


    Synesthesia Ecosystem è il nostro sistema di partnership, dove collaboriamo in maniera sinergica con aziende in continua crescita e con le migliori competenze in ambito tech e marketing. Grazie a questo ecosistema, i nostri clienti hanno la possibilità di accedere a un’offerta molto ricca di prodotti e servizi di eccellenza.

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