Quando è stato il tempo delle ferrovie, sono state realizzate le ferrovie. Ci è voluta un po’ di creatività per inventare la ferrovia, ma la creatività è un elemento che non manca nella mente umana. La creatività da sola però non può creare nulla. È sempre necessario il contributo di altre persone che pongono le basi e il substrato per una successiva invenzione.

Un tempismo fortunato

Parliamo così di un tempismo fortunato. Se otteniamo il brevetto per l’invenzione della radio non significa che da soli abbiamo inventato la radio. Significa piuttosto che abbiamo avuto la fortuna di essere vissuti quando tutte le tecnologie alla base della nostra invenzione erano già state inventate e che abbiamo “battuto sul tempo” tutti gli altri presentando per primi l’invenzione all’ufficio brevetti.

La storia di Google e Microsoft

La teoria del tempismo fortunato dell’innovazione spiega molti successi e fallimenti dei fondatori di “mitologiche” aziende tecnologiche. Spiega, per esempio, come Google ha potuto creare un fantastico motore di ricerca e allo stesso tempo lanciare una serie di prodotti fallimentari, come G +, Google Video o Stadia. Le storie di successo di Google (la sua piattaforma mobile, la sua suite collaborativa di prodotti per ufficio, la sua tecnologia di gestione dei server, la sua piattaforma video, ecc.) sono tutte frutto di acquisizioni.

Oltre al motore di ricerca, Google ha avuto solo altri due successi “in-house”: il grande clone di Hotmail (Gmail) e Google Foto (utilizzato da più di un miliardo di persone ma solo con Android, un sistema operativo acquistato da altri).

Google non ha inventato la sua strada per il successo, ha “comprato” questa strada.

Questo è uno scenario ben noto. Ricordate Microsoft? Quando Homer Simpson fondò una società tecnologica nel 1998, Bill Gates “lo comprò”. Il processo culminò con i sicari di Gates che distrussero la fabbrica di Homer.

Anche Microsoft ha comprato la sua strada per il successo. La società non solo ha acquisito innumerevoli rivali, ma ha anche sfruttato il suo accesso ai mercati dei capitali per acquistare prodotti sottocosto in modo da impedire ad altre aziende di offrire prodotti concorrenti. Microsoft ha sfruttato il suo dominio – i sistemi operativi – per ottenere il predominio in altri ambiti come le suite di produttività e i browser.

Microsoft ha distrutto Netscape con queste tattiche, ma non ha cercato di usarle contro Google. Come mai? Cosa è successo? Un’umiliante e terribilmente costosa causa antitrust durata sette anni che ha quasi portato la società allo scioglimento. L’esperienza è stata molto pesante per Microsoft, mentre Google segnava una vittoria dopo una vittoria.

Ironicamente Microsoft doveva la propria esistenza a un altro monopolista. Dal 1970 al 1982 IBM è stato trascinato nella più costosa e lunga azione antitrust della storia americana, una situazione di stallo così estenuante che è stata soprannominata “antitrust del Vietnam.” Ogni anno, per 12 anni consecutivi, le spese legali di IBM hanno superato i costi dell’intera divisione antitrust del Dipartimento di giustizia degli USA (DoJ). IBM alla fine ha trionfato, ma ha imparato una lezione importante: non fare impazzire il Dipartimento.

Una delle cose che ha davvero fatto arrabbiare le istituzioni competenti? Unire gli hardware ai sistemi operativi. Ecco perché, quando IBM era pronta a lanciare il suo PC ha trovato una società esterna per sviluppare il sistema operativo. Quella società era MicroSoft e il sistema operativo era DOS.

La vera storia dell’innovazione

Le aziende dominanti sul mercato sostengono di mantenere la loro posizione attraverso “l’innovazione”. Le più grandi aziende tecnologiche del mondo hanno ridotto i loro reparti di ricerca e sviluppo nel corso degli anni, sostituendoli con fusioni, acquisizioni, contratti esclusivi e altri “trucchi”.

Il mito del fondatore della tecnologia come genio visionario copre una storia molto meno poetica: i fondatori in campo tecnologico hanno avuto fortuna una volta (o, in pochissimi casi, due volte) e poi hanno usato il loro accesso ai mercati dei capitali per impedire ad altre persone di avere fortuna nello stesso modo.

Non sono super geni che giocano a scacchi; sono persone ordinarie non più adatte di voi o di me a essere responsabili del destino tecnologico di milioni o miliardi di persone.

Il mondo ha avuto un importante ricordo di questo fatto quando il Delaware’s Court of Chancery ha rilasciato i messaggi di testo ed e-mail  di Elon Musk relativi alla sua caotica offerta di acquistare Twitter. È uno sguardo veritiero su cosa c’è dietro ai personaggi pubblici accuratamente costruiti di alcuni dei giocatori più ricchi e potenti della tecnologia.

Si scopre che quando questi ragazzi – quasi tutti i ragazzi – parlano tra loro, quando nessun altro ascolta, fanno quello che tutti noi facciamo: bluffano, inventano cose, invertono la rotta e fingono di non averlo fatto.

Charlie Warzel dell’Atlantic, scrivendo sulla questione, cita un “ex dirigente dei social media” che dice: “Tutti sembrano fottutamente stupidi”, e continua dicendo, “È davvero così che si fanno affari? Non c’è un vero pensiero strategico o analitico.  È solo emotivo e fatto senza alcuna preoccupazione reale per le conseguenze.” E ha ragione. I compagni di Musk gli dicono casualmente somme sbalorditive da pagare per l’acquisto: $250,000,000 da Mark Andreesen, un miliardo da Larry Ellison (che aggiunge, “… o qualunque cosa tu voglia”) e Musk risponde dicendo che introdurrà i retweet a pagamento con Dogecoin senza rendersi conto che “la blockchain su Twitter è impossibile.”

Warzel riassume così: “Il desiderio di emergere di Musk e la sua pigrizia nel fare affari rivelano qualcosa di più profondo su questo ecosistema di investimento e sul suo funzionamento. Guardando questi testi, sembra molto più facile capire il recente investimento di 350 milioni di dollari di Andreessen Horowitz nella nuova start-up immobiliare del fondatore di WeWork, Adam Neumann, o l’ammissione di Bankman-Fried che la maggior parte degli investimenti venture-capitalist non sono “l’esempio di mercati efficienti”.

Sei ricco? Allora sei intelligente

Il corollario di “se sei così intelligente, perché non sei ricco?” è “sei ricco, quindi devi essere intelligente.” Dopo tutto il fatto che questi sciocchi abbiano così tanti soldi deve significare che non sono poi così stupidi.

Se il modello di come funziona il business è che le persone brillanti fanno cose incredibili e si arricchiscono, allora essere ricchi significa che sei una persona brillante che fa cose incredibili. Ma se il successo è la combinazione di fortuna, tempismo e una volontà spietata di utilizzare i mercati dei capitali per impedire ai rivali di raggiungere i loro clienti, allora il denaro diventa una conseguenza di un genio sociopatico e non di un creativo.

Insieme per innovare il mondo digitale

Come abbiamo visto in questo articolo le storie di successo, le invenzioni che hanno cambiato le nostre vite sono il frutto della collaborazione tra uomini, della perfetta combinazione di intuizioni brillanti con le giuste tempistiche. Per secoli è stato così. 

In Synesthesia sosteniamo tutte quelle idee che puntano all’innovazione. Ogni giorno creiamo nuove soluzioni digitali di successo e occasioni di business grazie alla collaborazione sinergica con altre realtà. La nostra esperienza maturata in questi anni ci ha insegnato che tutto questo è possibile. Non ci sono limiti a quello che si può costruire insieme.


(Tratto da medium.com a cura di Cory Doctorow, tradotto da Synesthesia, in data 14 novembre 2022.Copyright © https://doctorow.medium.com/the-true-genius-of-tech-leaders-46d6e3439989 · all rights reserved).

[Guarda la versione completa dell’intervista – 35 min]

Emilio, nel tuo sito web parli di te come scrittore, narratore e giornalista. Forse sono tanti lati di una stessa medaglia? Cosa ti occupa di più in questo momento? 

“La mia vita e la mia esperienza sono una declinazione continua e credo che sia proprio il segno dei tempi. Una volta avevamo lavori molto fissi per cui eravamo preparati fin da piccoli e li portavamo avanti fino alla fine. Oggi non solo siamo nell’epoca della singularity dove tutto cambia velocemente, ma siamo anche noi stessi a cambiare. Io continuo a “evolvermi” molto velocemente, assecondando quello che succede intorno a me. 

Mi occupo di valorizzazione della bellezza e di strumenti di narrazione dell’identità. Sono consulente per i territori, con l’obiettivo di andare alla ricerca dei modi migliori per raccontare un’identità, perché quando hai qualcosa che ha valore, devi conoscerlo e raccontarlo prima a chi vive in quel luogo e poi offrirlo anche agli altri. Questa è narrazione, è un racconto di quello che sei e del valore che hai. Serve per creare un valore aggiunto, lavoro e benessere. 

Mi sto poi occupando anche di una cooperativa di comunità a Sciacca, in provincia di Agrigento, dove sono il direttore creativo di un progetto che si chiama “Museo diffuso dei cinque sensi”. Sciacca è una cittadina di 40.000 abitanti, con un centro storico molto carino, ma poco valorizzato. La comunità locale ha deciso insieme di raccontarsi e di organizzarsi per accogliere un turismo di qualità. L’obiettivo è creare una forma di accoglienza “famigliare” e in amicizia con persone con cui condividere la propria identità. È un progetto molto grande, che sta crescendo. 

Mi occupo, inoltre, di un programma televisivo che è andato in onda nel 2019 con 5 puntate che si chiama “Generazione bellezza” su Rai Tre. È andato molto bene, ci siamo poi bloccati per il Covid, ma adesso riprenderemo a girare e andremo in onda a dicembre”. 

Effettivamente è tutto connesso e il filo conduttore è molto chiaro: la bellezza e la sostenibilità legate a questo progetto turistico. Mi viene in mente quella frase di Peppino Impastato che diceva: “Se insegnassimo alla gente la bellezza, gli daremmo un antidoto all’omertà, alla depressione”, a tutta una serie di condizioni negative. Perché è importante raccontare la bellezza? Si può insegnare la bellezza alle persone?

“La frase di Peppino Impastato porta a un tema che è quello della consapevolezza: non riuscirai mai a convincere qualcuno davvero dell’importanza della sostenibilità finchè non ne capisce il valore. Puoi imporgli quello che vuoi, ma finchè non lo capisce, il sacchetto della spazzatura, per esempio, lo butterà sempre fuori, sulla strada. Finché non c’è uno switch mentale, è inutile imporre un concetto con la forza o con multe e sanzioni. Tutto diventa diverso quando capisci il valore delle cose.

La bellezza è una specie di paradigma che mette insieme tutto. Parlo di un modo di essere belli non esteticamente, ma soprattutto dentro. È un modo di migliorare il nostro sistema di vita. È un modo di considerare tutto quello che ci circonda come un valore: dall’ambiente alle risorse materiali e immateriali. Nel momento in cui capisci il valore di questo contesto generale, di conseguenza aumenti la consapevolezza che porta poi all’azione. E quindi tu stesso diventi un autore. 

Ecco perché è così importante la narrazione della bellezza secondo me. Per fare un esempio pratico pensiamo a quando gli italiani viaggiano all’estero e dicono “guarda questi che non hanno niente cosa hanno combinato, che bravi che sono a raccontarlo. Pensa noi cosa potremmo fare…”Perché non lo facciamo?”. Allora ecco il mio ruolo oggi è questo: “rispondiamo alla domanda”. Non lo facciamo perchè siamo viziati e siamo un popolo circondato dalla bellezza, quindi essa va da sé. Noi non dobbiamo sforzarci per trovarla, è tutto troppo facile. È come se vivessi accanto a un albero che dà frutti buonissimi. Allunghi la mano e mangi. Perchè devi impegnarti a fare qualcosa? Noi siamo più o meno sulla stessa linea, andiamo avanti per inerzia, ma oggi questo “accontentarsi” non basta più.

La narrazione della bellezza è la presa di consapevolezza del valore di quello che siamo, del patrimonio materiale e immateriale creato dall’uomo, del patrimonio naturale che non abbiamo fatto noi. Prendiamo consapevolezza di noi stessi, delle nostre skills, dei nostri talenti. Mettere insieme questi “saperi” e trasformarli in azione è la realizzazione della bellezza”.

Quindi la bellezza va narrata ancora di più rispetto al semplice mostrare i momenti in cui questa rischia di essere rovinata o denunciare situazioni di pericolo. Occorre far innamorare le persone di questa bellezza?

“Io ho lavorato per tantissimi anni con “Report”, un programma straordinario di denuncia. Dopo questo primo step di denuncia, però, deve esserci anche una fase di costruzione. Nel mio nuovo programma voglio raccontare “quelli che fanno”. Tutti diciamo sempre: “bisogna fare questo e quest’altro” poi però a muoversi davvero sono in pochi.

Per secoli, quando lavoravi, o puntavi al mero guadagno di denaro o agivi per il solo scopo di fare del bene. Le due cose raramente andavano bene insieme. Oggi invece sono stati realizzati tantissimi progetti ed è cresciuta la consapevolezza delle aziende dell’importanza di assumere un ruolo “morale” perché tutti facciamo parte sempre di più di una connessione globale.

Oggi, dunque, devi ragionare in termini di comunità. Se tu ti senti connesso con gli altri, inizi a lavorare meglio per te stesso e per gli altri. Quello che stiamo facendo a Sciacca è qualcosa di concreto. Faccio un esempio: siamo un territorio che ragiona per turismo. Il turismo è una straordinaria opportunità a livello aziendale perché protegge il territorio, deve preservarlo il meglio possibile, è un’economia diffusa e tendenzialmente antimafia, è contro le organizzazioni criminali collettive perché è capillare, difficile da controllare, pieno di iniziative veloci, di soldi che arrivano e sono subito reinvestiti.

La pandemia ha acceso la luce su un tessuto davvero debole e inefficiente. Abbiamo una “coperta piena di buchi”. I borghi, per esempio, sono il futuro ma devi imparare a strutturarli.

Se non c’è narrazione, se non c’è comunicazione, non ci sono infrastrutture, non c’è accoglienza, è molto difficile attrarre turisti e visitatori. Noi a Sciacca stiamo lavorando per un centro storico che è molto bello, considerato come un museo a cielo aperto, circondato, però, dalle tante “montagne di cemento” che contraddistinguono le nostra città.

Abbiamo radunato ceramisti e corallari per offrire un turismo esperienziale: vieni con noi e realizzi il tuo gioiello, imparando l’arte del corallo. Il corallo di Sciacca, inoltre, è integralmente sostenibile perché è fossile. Le strutture ricettive lavorano in gruppo, collettivamente. Abbiamo creato chat ad hoc dove ciascuno scrive le prenotazioni che ha e se non ha posto per tutti i clienti chiede aiuto agli altri albergatori. La comunità che si muove insieme così ci guadagna, potendo ospitare sempre più persone e in modo sempre più accogliente e di alta qualità.

I ristoratori raccontano il territorio e raccontano i contadini: le arance che assaggi a colazione, le possiamo spedire, per esempio, fino a Londra per tutto l’anno. 

Questo meccanismo complessivo, anche in periodi di crisi come quello attuale, ti fa sentire parte di una comunità coesa. Per rispondere, quindi, alla tua domanda: la bellezza è la nostra identità. È tutto quello che siamo noi e abbiamo il dovere di proteggerla, facendola diventare qualcosa di concreto. Per me, il concetto di comunità in questo momento è estremamente moderno, lontano da qualsiasi stereotipo del passato ed è cooperazione, gestione della complessità: hai tanti soggetti diversi in gioco. 

Oggi, quindi, l’impresa sociale è gestione della complessità”.

Mi vengono in mente altri progetti che negli anni passati sono stati fatti, per esempio negli anni ‘70 erano nate comunità attorno ai borghi che poi però nel tempo si sono un po’ perse. Avete già pensato a un modello di sostenibilità ma anche di replicabilità, in altri posti d’Italia, di questa attività che state portando avanti a Sciacca? 

“Sì, è tutto pensato e concepito sia per essere ultra sostenibile, sia per essere totalmente scalabile. Abbiamo strutturato un percorso in quattro fasi fondato sulla comunità: awareness, engagement, empowerment e management. Le persone così diventano consapevoli innanzitutto del valore di quello che posseggono e che le circonda. È un percorso di comunità che si fa insieme: i singoli prendono consapevolezza di quello che hanno per poterlo condividere come comunità.  

Poi c’è una forma di empowerment per cui si riesce a capire cosa fare e con quali strumenti. Il percorso non è top-down, ma neanche bottom-up. È un percorso peer-to-peer, tra pari. Ti organizzi e ti procuri gli strumenti necessari e ovviamente ricevi competenza. All’artigiano che non ha mai fatto turismo esperienziale occorre spiegare come fare. 

Per questi motivi, abbiamo aperto 10 infopoint ospitati in 10 negozi (pub, locali, librerie) nel centro storico, che avranno a disposizione cartine geografiche e Google Nest Translator per poter dialogare in diverse lingue.

Poi c’è l’engagement: ti connetti agli altri e offri il tuo valore al mondo, imparando a gestire la complessità.

È un modello che passa innanzitutto attraverso il capire quanto è utile lavorare insieme in una concezione moderna, non di buonismo. Lavoriamo insieme perché serve a entrambi, siamo troppo fragili da soli. 

In questo percorso di lavoro insieme, dove sta la sostenibilità? Rientra in una sostenibilità ambientale: i dispenser dentro le strutture ricettive, per esempio, hanno consentito di ridurre l’utilizzo delle saponette e di trasformarlo in sapone liquido. I dispenser sono fatti dal ceramista di Sciacca secondo un modello disegnato dalla struttura ricettiva stessa. Il sapone è fatto in Sicilia con prodotti naturali che valorizzano il territorio. E quindi con un QR code, inquadrando il dispenser, puoi acquistarlo, avendo a disposizione il catalogo dei prodotti sulla piattaforma. 

Abbiamo realizzato un sito (www.museodiffusosciacca.it) che racconta quello che siamo e stiamo lavorando a una piattaforma, un marketplace, per creare anche un luogo dove tutta la comunità offre sé stessa e si racconta. Con il QR code quindi entri nella piattaforma e compri il dispenser, ma se vuoi puoi prenotare anche l’esperienza per andare tu stesso a disegnare il tuo dispenser.  Così hai creato connessioni sociali tra l’artigiano e la struttura ricettiva e hai creato un nuovo intreccio di comunità. In questo modo la sostenibilità non è più solo quanto risparmiamo di sapone o di imballaggi, ma è anche il percorso che facciamo per arrivare al prodotto e alla soluzione finale. 

Facciamo capire che ci guadagniamo tutti: il singolo risparmia, si alza il profilo qualitativo della struttura ricettiva, arrivano clienti che pagano di più perché sanno che ha valore quello che si sta offrendo. Tutto il percorso si estende poi agli altri. È una sostenibilità ambientale e anche economica, nel senso che stiamo creando un percorso che ha un futuro anche finanziario”. 

La sostenibilità ambientale non può prescindere da quella economica. Sono esattamente come dicevi tu prima: interconnesse. Una cosa sostenibile ha sempre comunque bisogno di un apporto dall’esterno. Il vostro modello mi pare molto interessante perché concilia tutti questi aspetti: la sostenibilità economica, il km 0, il rispetto per il territorio, la bellezza e la valorizzazione delle eccellenze locali. 

“Spesso sento dire “potremmo vivere della nostra bellezza”, ma poi questo accade solo in minima parte. Allora siccome io faccio inchieste, voglio capire perché c’è questo riscontro così piccolo nei fatti. 

Ho scritto il libretto “Rifondata sulla bellezza”, dove, dopo 4 anni di studio, ogni elemento è analizzato per capire cosa non funziona (la narrazione, i cartelli stradali sbagliati, i musei che hanno delle narrazioni “da psicopatici” con parole incomprensibili ed etichette microscopiche). 

Come fai a valorizzare un patrimonio culturale immenso come il nostro se poi l’unico strumento che utilizzi è un’etichetta illeggibile appiccicata su qualche muro qui e là? È impossibile. Ma per fortuna tutto questo sta cambiando. Mi è capitato un episodio emblematico: a Villa Adriano leggevo un cartello dove c’era scritto “questa bellissima sostruzione” e subito pensavo a un errore di battitura. Poi ho capito che l’ignorante ero io, perchè esiste la parola sostruzione, ma ho dovuto cercare su internet per capirlo.

Ma se sei il Paese con la più grande concentrazione di patrimonio culturale del mondo, dovrai lavorare su questo e risolvere simili problemi. Ecco la narrazione. Pensiamo alle nostre case. Perchè su AirBnB gli utenti/offerenti caricano foto brutte? Devi “vendere” la tua casa e fai una foto che nemmeno un bambino di tre anni con un telefono di media fascia farebbe così male. In realtà con una bella foto pubblicizzi meglio quello che hai. 

Allora inizi a tutelare la casa bella, poi capisci che la casa non è bella solo dentro ma anche fuori e allora cominci a preoccuparti anche della facciata. Magari se siete in tre interessati a valorizzare quella zona, allora i risultati si conseguono prima e meglio. È un circolo virtuoso e così cominciano a cambiare le cose”. 

Prima dicevi che stanno cambiando alcune cose: nei musei cominciano a esserci più temi come la gamification, cioè le logiche di gioco che conducono a interessarsi di qualcosa.  Come vedi la possibilità effettivamente di uscire da questo circolo vizioso in cui è stata l’Italia fino a oggi e cominciare a vivere davvero della nostra bellezza?

“Io sono ultra ottimista. Secondo me non poteva andarci meglio. Siamo i privilegiati del mondo. Per quello che hanno fatto i nostri antenati e quello che si è creato nel nostro paese, abbiamo una “strada in discesa” davanti a noi.

Non è merito nostro, abbiamo una biodiversità culturale che è unica”.

Non ce ne rendiamo conto. Questo accade forse solo quando andiamo fuori a visitare altri Paesi.

“Esatto. La cosa incredibile è che nel momento in cui iniziamo a trasformarlo in valorizzazione tutto cambia. Citavi prima la gamification. Nel film tu sei spettatore, nel videogame tu sei l’attore protagonista, non c’è più uno storytelling ma c’è uno story doing. Sei tu che agisci da protagonista. Allora la tua interpretazione di un luogo è nuova. Non è solo il gaming in quanto tale, ma è proprio l’approccio che sta dietro il gaming. L’obiettivo è coinvolgere lo spettatore, coinvolgerti. Guarda cosa ha fatto il direttore degli Uffici Schmidt, ha coinvolto una influencer, Chiara Ferragni, e se n’è parlato per settimane sui social e non solo. 

Quando è scoppiata la pandemia sono usciti dopo un paio di mesi siti di musei orgogliosi perché avevano messo online la visita virtuale. Ma solo nel 2020 si è arrivati a questo traguardo? Perché non lo hai fatto per dieci anni?

La pandemia è stata, quindi, una “botta” pazzesca che ha fatto saltare una quantità di calcificazioni “incrostate” nel vecchiume mentale diffuso. 

Io sono stra ottimista perché la nostra biodiversità culturale oltreché enogastronomica (del cibo, della gastronomia, della lingua, del patrimonio di questa identità diffusa)  è una ricchezza enorme. Tra quei paesini, uno accanto all’altro, dove noi pensiamo soprattutto alla rivalità hai la biodiversità e quindi in ogni luogo c’è qualcosa di nuovo.

Il sistema di Sciacca si può trasferire ovunque perché si fonda sulla  valorizzazione dell’identità, qualunque essa sia. Noi non abbiamo tante cose belle che costituiscono la nostra identità e questo riguarda ogni posto d’Italia. Valorizzare quello che abbiamo, offrirlo al mondo, mantenendo un controllo sulla sostenibilità. È un rapporto molto equilibrato.

Andiamo alla ricerca degli strumenti giusti per gestire la complessità: devi sapere quanti soggetti coinvolgere e come. La cosa bella è che quanto tu attivi tutti, trovi soluzioni e idee completamente imprevedibili.

Faccio un esempio: abbiamo attivato delle esperienze con un’attenzione particolare all’accessibilità. Abbiamo fatto un colloquio con Stefano Tortorici che è il responsabile dell’Unione Ciechi di Sciacca ed è non vedente. Una volta mentre chiacchieravamo, lui mi chiese “ma tu sai guidare la barca?” Io risposi:“no” e lui: “domani allora ti insegno”. Al mattino arrivo, mi copre gli occhi con delle bende e mi insegna a guidare. Come fa lui a guidare? Mi dice: “Emilio, portaci verso Sud Ovest”, ma io non sapevo orientarmi e lui mi dice: “Dov’è il Sole? E il vento? E le voci del porto?”. Mi aveva fatto scoprire tutti gli elementi per orientarmi.

E oggi noi abbiamo, tra le nostre esperienze, la blind sailing experience, (ne abbiamo in totale 54 di esperienze che offriamo ai nostri turisti) in cui si insegna a guidare alle persone senza vedere. È come se ti insegnassero a usare i super poteri: super udito, super sensibilità ed è una grande emozione.

Chi allora, facendo turismo esperienziale, avrebbe mai potuto anche solo pensare una cosa del genere? Ma in realtà quando apri a tutti quanti, saltano fuori persone come Stefano che si inventano queste idee geniali. È anche un gioco e ci stiamo divertendo un sacco”. 

Prima parlavamo di strumenti digitali, delle “nuove” tecnologie. Queste tecnologie, che poi sono quelle che noi come Synesthesia “dominiamo”, contribuiscono anche al supporto della sostenibilità? Vedi delle opportunità in questo? Come possono aiutare a emozionare e, nello storytelling, a trasmettere un messaggio in modo coinvolgente e diretto?

“Partiamo da Sciacca. Tutti realizzano molte piattaforme che poi riempiono di contenuti. Si fa il contenitore e poi si cercano i contenuti. Noi abbiamo fatto la scelta opposta e la nostra piattaforma è costruita sui nostri bisogni. Noi quindi non siamo concorrenziali con Booking o AirBnB.

Siamo unici perché raccontiamo il nostro territorio e diamo uno strumento per uscire nel mondo comprendendone il valore e la bellezza. In realtà stiamo connettendo le persone attraverso lo strumento digitale.

Il nostro percorso ha una potenzialità straordinaria, incalcolabile. Neanche la più grande corporazione del pianeta può avere le risorse per attivare tutto un territorio. Il territorio che si attiva, invece, connettendosi, sì. 

Allora immaginiamo la quantità di esperienze possibili per esempio sul cibo. Noi abbiamo tutte le strutture ricettive che usano cibo locale. Lo fanno assaggiare e si trasformano così in “tester”. Allora tu assaggi l’arancia e poi ti chiedo “dove vivi? Nei sobborghi di Londra?”, allora alla sesta giornata di pioggia una cassetta di arance può tirare su il morale. C’è così una narrazione anche del territorio che diventa connessione e si esprime a livello digitale: prenoti le arance, l’olio, il miele, tutto quello che vuoi. 

Noi insegniamo a fare la pasta, ma partiamo dal contadino, ti insegniamo a fare la cassata ma partiamo dal pastore. Nel momento in cui hai tutto il territorio che si valorizza ed è iperconnesso, come fai a tenerlo insieme? Ti servono gli strumenti digitali. Anche qui in realtà c’è una dinamica di gaming perchè cominci a costruirti la tua vacanza attraverso una  pre experience di racconto che noi ti diamo e lì entrano in gioco le piattaforme gratuite. Abbiamo izi.Travel per i racconti dove puoi caricare i contenuti e diventa tutto interattivo. Noi siamo no-profit e i nostri guadagni vengono redistribuiti sul territorio.

Tutto questo costituisce la piattaforma digitale che valorizza il territorio stesso. Immagina questo modello che si realizza ovunque: per esempio nei 10 territori intorno a noi. Di colpo la stessa cosa non è concorrenziale, ma semplicemente si apre il bacino e hai un altri soggetti che offrono altri servizi dal karting, alle gite in kayak e molto altro.

Ecco che il digitale si trasforma in uno strumento per prendere consapevolezza del valore di quello che hai e per offrirlo al mondo fuori. 

Diventa così anche un mezzo straordinario per la gestione della complessità. Siamo tanti (abbiamo 54 protocolli di intesa firmati) e abbiamo coinvolto anche la sovraintendenza ai beni culturali che ha firmato un protocollo con noi. 

Quando arrivano fondi da un piccolo bando noi attiviamo gli artigiani e la soprintendenza arriva velocemente e decidiamo subito cosa fare: questa scalinata la rivestiamo in ceramica ed è fatto. Ci si mette molto meno tempo, tutti sono soddisfatti e una parte della città  è migliorata. Questa è la sostenibilità del territorio. 

L’esempio che facevi prima di Peppino Impastato è quotidiano. Lui diceva: “se non riesci a spiegare il valore, a farlo capire e sentire, metteranno sempre solo due tendine per abbellire e si illuderanno di aver migliorato il tutto”. Quando inizi a vedere davvero la bellezza, ammiri una scalinata piena di maioliche e ceramiche fatte dai tuoi artigiani ed è bellissimo! Viene anche a te voglia di fare un foto, anche se è casa tua e prima non l’avresti mai fatta. 

Il digitale serve per tenere insieme tutti questi pezzi di comunità. 

Io ho dato il mio contributo, ma la cosa davvero bella è che c’è una comunità vera dietro le spalle, che sta crescendo e il contributo di tutti non è retorica, ma è fondamentale. Ci sono due ragazze, Anna e Desirè, due neolaureate di 24 anni in valorizzazione dei beni culturali, che sono le colonne del progetto. Stanno investendo tutto perché credono nella possibilità di vivere nel loro territorio e che questa valorizzazione collettiva darà degli stipendi.

Quando sarà a regime noi prenderemo come cooperativa di comunità una percentuale sulla vendita che non va a Booking.com o ad altro, ma rimane sul territorio e dà lavoro a chi ci vive. Alla testa di tutto questo poi c’è una donna, Viviana Rizzuto, che è tornata dopo 15 anni di carriera come program manager per multinazionali di tutto il mondo, USA, Giappone, Svizzera. Tornata in Sicilia, Viviana applica le sue competenze sul territorio. Ecco perché abbiamo bisogno delle competenze.

Allora questa magia che si sta creando è perchè si stanno attirando sempre più persone. Tu parti e poi la cooperativa di comunità nasce da Viviana che mette insieme le persone e pensa a come poter valorizzare l’identità collettiva.

È la bellezza di competenze che si aggregano e che trasformano tutto questo in valore reale, sostenibile ma anche di visione. 

Si vede l’entusiasmo e io mi sto divertendo molto. C’è una potenza anche emozionale dietro questo che smuove tutto. Per anni si sono combattuti tra ceramisti, per esempio, di località vicini. Io lavoro anche in Toscana e quando vai tra Pisa e Livorno la rivalità è fortissima. Invece quando si capisce il valore di questa dinamica, si vede che è una meraviglia quello che accade e le persone partecipano volentieri. Unisci così etico e utile, la competenza e gli approcci di un’azienda uniti ai valori di una famiglia.

Non facciamo i soldi per farli, ma dobbiamo avere quel confronto reale per funzionare bene. Tutte le nuove tecnologie combaciano con la creatività italiana e con la valorizzazione dell’identità. Ecco che questo diventa un progetto che ha molto da dire sulla sostenibilità e sul valore della bellezza”. 

Emilio, rimarrei delle ore ad ascoltarti e mi auguro che in futuro anche come Synesthesia, con il nostro team, potremo avere occasioni per collaborare a questo progetto. Un’ultima domanda. Questo ottimismo proiettiamolo nel futuro. Proviamo a immaginare il mondo che sarà fra 10 anni. Come vedi queste evoluzioni di cui abbiamo parlato in un futuro lontano? Prima hai citato la “singularity” che rende molto difficile guardare nel futuro in questo periodo storico, cosa ne pensi? 

“Io vedo un periodo veramente affascinante dove la conoscenza è uno strumento di valorizzazione di quello che siamo noi come persone e dell’identità.

È un’epoca in cui inventeremo continuamente ruoli, cambieremo. Non si tratta più di cercare un lavoro, ma di capire qual è il tuo ruolo in questo contesto, in quella rete incredibile di complessità.

I prossimi 10 anni serviranno sempre di più, secondo me, a riassettare il sistema in cui ci troviamo. Non abbiamo più nessuna certezza sul lavoro futuro. Oggi un ragazzino di 16 anni non sa nemmeno se ci sarà quel tipo di lavoro”.

Oggi molti ragazzi stanno facendo lavori che dieci anni fa neanche esistevano.

“Questo accadrà molto più velocemente ed è una grandissima opportunità perché se non hai riferimenti all’esterno, l’unico riferimento giusto sei tu. Oggi è l’epoca in cui essere sognatori è una garanzia di razionalità.

Io penso, quindi, che i prossimi dieci anni saranno straordinari soprattutto perchè siamo in Italia ed è incredibile il potenziale che abbiamo in termini di valore. Non parlo solo di turismo, ma anche di design, economia, bellezza. È tutto connesso in questo concetto di identità e di valore.

Io spero in decine, centinaia di “modelli Sciacca”, ovvero la comunità che si attiva e diventa un corpo coeso, competente e consapevole del proprio valore. Poi connettendosi come macro aree si crea un’offerta straordinaria e di valorizzazione non solo del territorio, ma anche di noi stessi. Io credo che sarà una corsa meravigliosa nel “diventare finalmente un cigno”. 

Grazie infinite Emilio, in bocca al lupo e a presto. 

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Emilio Casalini!

Ascolta “Sostenibilità / Emilio Casalini [agosto 2021]” su Spreaker.

Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.

L’Horacio Pagani di 13 anni, che creava modelli con materiali di fortuna, cosa direbbe all’Horacio Pagani di oggi? Sarebbe orgoglioso del modo in cui ha rispettato e seguito quel sogno? 

“Diciamo che è un percorso che sto continuando ancora oggi. Ho sempre lavorato con la stessa energia, serietà, entusiasmo e passione. Credo che tutto stia andando avanti com’è nato 50 anni fa. Non ci sono grandi differenze, se non quella di avere adesso una compagnia che richiede una responsabilità molto superiore rispetto a quando ero da solo ed ero un ragazzino. Il concetto è sempre quello”.  

Per essere liberi bisogna avere radici. Quanta Argentina c’è stata e c’è ancora oggi nei progetti e nei modelli che crea? 

“L’Argentina mi ha dato tante cose, ho vissuto molti meno anni in Argentina che in Italia. Ho 65 anni e sono arrivato qui a 27, perciò c’è tanto di Italia nella mia vita. I miei figli sono italiani, la mia famiglia l’ho formata in Italia. Sicuramente più che l’Argentina, è l’educazione che ho ricevuto dalla mia famiglia, dai miei genitori, dai miei nonni a darmi le basi per poter camminare e andare avanti”.  

La sua storia è un esempio di quanto valga investire sulle proprie passioni. Talento, ingegno e creatività, in quale misura queste tre componenti diventano fondamentali nel perseguire un progetto?

“Partiamo dalla passione. In qualsiasi area è la passione che dà l’energia a tutto. Più passione hai più energia hai per andare avanti a prescindere da quello che fai. Le persone che hanno fatto delle cose e che storicamente sono ricordate anche in diverse discipline, sono persone che hanno soprattutto passione e sanno trasmettere questa passione agli altri cioè sanno coinvolgere gli altri. 

Quali sono gli ingredienti per fare delle cose nella vita in qualsiasi settore? La disciplina. Essere rigorosi, essere molto costanti, avere un enorme dose di pazienza e amare il proprio lavoro.

Il nostro lavoro ci dà la possibilità di progredire, di far crescere i nostri figli e dare un contributo alla società. Non importa quello che fai, l’importante è che lo fai bene, con impegno e con serietà. Poi se devo dire quanto talento e quanto sudore, 10% talento e 90% sudore”. 

Maggiore è il sogno, più grande è dunque la sua forza inclusiva. Il suo sogno è stato in grado di ispirare non solo intere generazioni di designer, ma anche tutti coloro che rincorrono ogni giorno le proprie aspirazioni. Che effetto le fa questa cosa?

“Io quello che ho fatto, l’ho fatto perchè era la mia passione. Non l’ho fatto per diventare famoso, ma perché amo il lavoro, amo le macchine, amo le cose che faccio. Mi è sempre piaciuto interagire, lavorare in team e nel lavorare in team devi avere rispetto per gli altri, devi stimolarli, devi avere una certa capacità di leadership. Se questo oggi può essere utile a qualcuno, meglio. Diciamo che io non sono mai stato uno studente brillante, non ero il migliore della classe. Ho fatto fatica persino a disegnare, a imparare a disegnare. Vengo dall’Argentina, dalla Pampa, un posto in cui non c’era una cultura automobilistica del design. Non era né Modena, né Torino, né Detroit o Stoccarda. Se può essere utile agli altri che una persona, piccola, senza nemmeno tanta forza o energia fisica, senza nemmeno essere stato bravo a livello scolastico è riuscito a fare questo, vuol dire che per chi nasce in un mondo come quello di oggi dove le informazioni, le conoscenze, le opportunità sono di molto superiori rispetto alle mie, sicuramente ha mille volte più possibilità di quelle che ho avuto io”. 

Da pioniere nell’utilizzo di materiali compositi su vetture di serie, cosa significa per lei il termine “innovazione”? È solo un processo tecnico o diventa un modo per evolversi come persona e professionista?

“Credo che la curiosità quotidiana sia la cosa che ti permette di imparare. Nella misura in cui tu hai curiosità, osservi le cose, hai voglia di studiare e vuoi aumentare le tue conoscenze. 

La vita in fondo è un esperimento, un percorso, un viaggio sperimentale dove puoi trovare delle cose che non ti aspettavi nel bene e nel male. In questo percorso devi sperimentare. Quello che ho fatto e quello che facciamo con tutti i miei colleghi è portare avanti delle attività che sono sperimentali, di ricerca. Poi lo devi sempre fare con passione. Se ti accompagna lei tu sei sereno”.

Quindi l’innovazione è una necessità?

“L’Innovazione vuol dire progresso in ogni area.

Se l’uomo è arrivato alla Luna e vuole arrivare a Marte si deve dare da fare per capire come far arrivare queste navicelle fino a Marte. Per fare quello ci vuole innovazione. Se vogliamo migliorare il pianeta dobbiamo metterci a lavorare, studiare, aumentare le conoscenze per poi vedere come trovare i mezzi per salvare questo pianeta, un tema molto caldo oggi”.

Come vede le nuove generazioni nel futuro? Ci saranno più donne in questo lavoro?

“Allora, verso le nuove generazioni sono molto ottimista. Se pensiamo che la Pagani ha un’età media di 31-32 anni, è una azienda molto giovane. Temo che però in generale oggi la gente sia molto distratta, pensa troppo all’informazione. Si alza la mattina e vuole o leggere il giornale o guardare la TV. Hanno bisogno quotidianamente di informazioni e invece l’informazione dovrebbe essere rimpiazzata dalla conoscenza e dallo studio. 

Credo nei giovani assolutamente, però ci deve essere anche una consapevolezza di sviluppare di più il senso del dovere che non quello del dovuto. Per quanto riguarda le donne, io credo fortemente nelle donne, nutro un grande rispetto e credo che oggi abbiano più energia rispetto agli uomini. I ragazzi giovani sono bravi, ma sono estremamente fragili. La donna ha più coraggio, più energia. Questo è quello che vedo nella media. Qui ci sono stati momenti in cui le donne occupavano posti nell’ufficio commerciale, nella produzione, nel personale. Credo molto nel lavoro delle donne. 

Prendiamo per esempio la tecnologia dei materiali compositi. Da noi ci sono tante donne che si occupano anche della lavorazione del carbonio con estrema precisione. Riescono a fare qualcosa che prima era solo appannaggio degli uomini Realizzano cioè anche un telaio di un’auto, ovvero un lavoro che in passato veniva svolto esclusivamente da uomini perché comportava saldare, piegare una lamiera, ecc. Oggi, invece, da noi, le donne fanno anche il telaio e la carrozzeria di una vettura”.

Quali consigli darebbe  a un giovane designer che vuole diventare l’Horacio Pagani del futuro?

“Io non ho mai lavorato per diventare Enzo Ferrari o Ferruccio Lamborghini.

Ognuno deve seguire un suo percorso. Se poi hai dei punti di riferimento e ispirazione importanti – come per me sono stati Pininfarina, Gandini, Bertone, Giugiaro, Enzo Ferrari, ma anche Einstein e Leonardo Da Vinci – penso che sia naturale e anche molto bello perchè è comunque un premio. Ognuno, però, deve diventare se stesso. 

Quello che suggerisco è di imparare a disegnare bene con le mani e poi studiare per quanto possibile la storia di Leonardo e la sua filosofia, perché studiando Leonardo puoi davvero imparare come seguire la tua carriera, che tu sia un architetto, un ingegnere, un designer, un ricercatore. Leonardo ti dà più o meno la risposta a tutto. Era un tipo molto semplice, una persona molto molto positiva e creativa. Era un genio perché era umile, perché sapeva parlare con le altre persone. Si metteva alla prova continuamente, era una persona che soffriva anche molto, una persona con una marcata sensibilità. Lui è stato probabilmente, credo, il primo che ha detto che arte e scienza sono due discipline che possono camminare mano nella mano”. 

Come vede il futuro del design e dell’automotive  nei prossimi 10 anni?

“Tutti i costruttori di automobili, noi compresi, lavoriamo molto per cercare di fare in modo che le macchine siano più pulite per la salvaguardia dell’ambiente. 

In ogni modo bisogna lavorare tutti insieme per cercare prima di tutto di trovare il modo di produrre energia elettrica con delle fonti che non siano inquinanti come il petrolio e come il carbone. 

Ci vorrebbe gente con conoscenze tecniche e scientifiche per dare un supporto a chi deve prendere delle decisioni. Non deve essere una questione demagogica. Deve essere una questione veramente oggettiva, altrimenti rischiamo di farci del male. Credo che la macchina elettrica sia molto importante per il trasporto all’interno delle città perché la concentrazione demografica è molto alta. All’interno della città non ti serve una macchina con mille cavalli, nemmeno con 350 o 500 cavalli. Ti serve una macchina che faccia i 50 o i 60 km all’ora, a due posti perché la maggior parte della gente si sposta con poche persone e poi bisogna abituarsi a usare le bicicletta e a camminare. Io abito a 3 km di distanza da qui e vengo a lavorare o a piedi o in bicicletta perchè il mezzo di trasporto più è semplice più è economico. Quando sono a Milano mi muovo in bicicletta o a piedi perchè è il mezzo di trasporto più comodo. Bisogna cominciare a prendere delle abitudini che siano più sagge”. 

Questo richiede un cambio culturale?

“Einstein diceva che i giornali vanno letti alla rovescia e io sono d’accordo con Einstein”. 

Grazie!

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Horacio Pagani!

Ascolta “People and inclusion / Horacio Pagani [giugno 2021]” su Spreaker.

Synesthesia con la sua Academy entra a far parte dell’offerta formativa di Feltrinelli Education con lezioni in presenza e da remoto. 

Con la diretta streaming dello scorso 24 novembre Carlo Feltrinelli ha presentato, in occasione dell’inaugurazione della nuova libreria di Piazza Piemonte a Milano, l’offerta di Feltrinelli Education e i partner coinvolti nella nuova iniziativa. Si tratta della prima piattaforma di life long learning lanciata da un editore, con l’obiettivo di andare meglio incontro alle esigenze del pubblico più giovane e in particolare alle richieste di quest’ultimo nel momento in cui si tratta di entrare nel mondo del lavoro. “Scopri il piacere di fare la tua conoscenza” è il claim scelto dalla casa editrice per la nuova iniziativa. 

L’evento inaugurale ha coinvolto i numerosi partecipanti da remoto in un appassionante “viaggio dall’analogico al digitale nel futuro del libro, delle librerie e della conoscenza”. Degni di nota sono stati gli interventi del Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina e di Alessandro Baricco che ha sottolineato l’importanza, per il nostro contesto culturale, di un’iniziativa dinamica e all’avanguardia come quella di Feltrinelli Education.

I nostri primi corsi per FEDU

Siamo molto felici e orgogliosi di far parte sin dall’inizio di questo progetto così ambizioso e innovativo, una “tessera nuova del […] mosaico e della […] idea di editoria contemporanea”, per riprendere le parole dello stesso Carlo Feltrinelli. 

La nostra presenza nel catalogo della piattaforma digitale è piuttosto significativa. Al suo interno troviamo infatti due corsi, di cui uno è dedicato all’innovazione tecnologica nella didattica attraverso l’impiego dei videogiochi e l’altro riguarda l’utilizzo e la scelta dei migliori strumenti tecnologici per migliorare la propria produttività personale. Entrambi i corsi sono tenuti dal nostro prof. Marco Mazzaglia (Technical Director of Academy and Video Game Evangelist in Synesthesia). 

Sono in arrivo novità importanti. Scopriamo insieme i nuovi corsi!

Innovazione per la didattica: insegnare con i videogiochi

È il laboratorio pensato da Synesthesia Academy per insegnanti e dirigenti scolastici che vogliono capire come poter utilizzare efficacemente la tecnologia nel loro lavoro. É un dato di fatto ormai che il digitale ha fatto il suo ingresso anche nella scuola e che sempre di più i giovani sono immersi in questo mondo. Anche una didattica efficace, dunque, ha bisogno di aggiornarsi per restare sempre al passo con i tempi.

Docenti: Alberto Coletto in collaborazione con Marco Mazzaglia. 

Scopri il corso qui.

Strumenti digitali per la produttività personale

É il corso dedicato a tutti coloro che desiderano imparare a utilizzare al meglio gli strumenti tecnologici a disposizione per aumentare la produttività personale in tutti contesti. Dalla scelta degli strumenti giusti, all’ottimizzazione del tempo e dello spazio, l’obiettivo del corso è di fornire una vera e propria guida per affrontare efficacemente le sfide quotidiane con il supporto della tecnologia.

Docenti: Marco Mazzaglia.

Scopri il corso qui.

In conclusione

Con il Feltrinelli Education condividiamo l’attitudine all’innovazione, la forte vocazione esplorativa e il desiderio di diffondere la conoscenza, intesa come fattore di crescita ed emancipazione per tutti. Da anni siamo impegnati a tracciare innovativi percorsi di avvicinamento al mondo digitale per bambini e ragazzi con FuturMakers e aiutiamo le aziende ad accrescere le proprie competenze in ambito tecnologico e risorse umane offrendo corsi di formazione avanzata per i loro professionisti tramite la nostra Academy.

Una nuova strada si apre e ringraziamo gli amici di Feltrinelli Education per la fiducia e il coinvolgimento. Per saperne di più sulle nostre iniziative, contattaci.

Tra le numerose attività e iniziative che vedono coinvolta Synesthesia per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, siamo felici di comunicarvi che quest’anno saremo sponsor dell’edizione 2020 del World Usability Days (WUD). Dal 10 al 13 novembre i partecipanti potranno seguire gratuitamente da remoto gli interventi che si susseguiranno. Lo scopo dichiarato dell’evento dedicato all’usabilità, è quello di promuovere la tecnologia come come fattore di sviluppo individuale e collettivo. Quest’anno il WUD 2020 sarà interamente incentrato sull’Intelligenza Artificiale Human Centred. Si tratta di un tema particolarmente rilevante per la città di Torino, nominata lo scorso 3 settembre dal Governo Italiano come sede dell’Istituto italiano per l’Intelligenza Artificiale (I3A). 

WUD Torino 2020 e non solo…

Il WUD Torino 2020 è organizzato da  SIE – Società Italiana di Ergonomia e Fattori Umani (sezione Piemonte), sotto il patrocinio della Città di Torino e con la collaborazione di partner nazionali, tra cui imprese (Adequat, Issnova, TIM, FCA, Intesa San Paolo) centri di ricerca e università (LINKS Foundation, UniBO, UniPG, UniRSM, PoliTO e PoliMI, CRIT) e un’ampia rete di associazioni affini (SIGCHITALY, Architecta, UX/UI Designer Italia).

Durante l’edizione di quest’anno saranno lanciati per la prima volta, il WUD Bologna e il WUD Perugia, mentre continua WUD Milano. 

Il programma prevede: 4 pomeriggi di talk, visual note e interazioni con relatori esperti di AI, nelle date: 

– 10 Novembre 14.00 – 18.00 WUD Perugia 

– 11 Novembre 10.30 – 18.00 WUD Milano 

– 12 Novembre 14.00 – 18.00 WUD Torino 

– 13 Novembre 14.00 – 18.00 WUD Bologna 

Il tema: integrazione di Fattori Umani e innovazione tecnologica

Negli ultimi anni la ricerca in ambito AI si è avvicinata sempre più a comprendere e a sviluppare le capacità umane per offrire all’utente un valido supporto nella gestione e nell’alleggerimento dei suoi carichi di lavoro. Si tratta certamente di un tema strategico per qualsiasi azienda che oggi ambisca a migliorare l’efficienza produttiva e ad acquisire nuove opportunità di crescita. 

Ma quali sono i prossimi sviluppi da perseguire? Siamo davvero in grado di programmare AI affidabili e sicure? Quale sarà l’impatto sulla salute e sul benessere delle comunità e sull’ambiente. Di questo è molto altro si parlerà al WUD 2020 (World Usability Days).

Synesthesia è impegnata in un percorso di ricerca e innovazione per quanto riguarda sia AI sia Usability e User Experience Design. Siamo parte di progetti di ricerca di matrice sia nazionale sia internazionale e applichiamo le nostre conoscenze per i nostri clienti e i partner nei diversi ambiti su cui siamo coinvolti. Se vuoi maggiori informazioni sulle nostre attività, contattaci.

Non resta che prenotare gratuitamente i vostri World Usability Days. Non mancate! 

World Usability Days sono tutti gratuiti e si terranno in diretta Zoom (previa iscrizione).