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Dal mondo del volley a quello della scrittura. Ti va di raccontarci brevemente questo percorso? Quali sono state le tappe più significative?

“Mi sarebbe piaciuto moltissimo dirti: sai, ero molto forte a giocare a pallavolo, poi mi sono fatto male e ho cominciato ad allenare. Invece io ero sano come un pesce e non avevo il talento dell’atleta quindi la mia formazione e il mio background scolastico è di tutt’altro genere. Mi sono laureato in filosofia. La fortuna mia è stata quella di allenare in contesti culturalmente molto diversi l’uno dall’altro. Oltre a tutte le città dove ho vissuto in Italia, porto i due estremi come esempio, che sono i tre anni che ho passato in Grecia e poi i sei che ho trascorso in Finlandia, prima della Nazionale italiana. È chiaro che il mestiere è lo stesso, cioè tu devi cercare di vincere le partite, ma allenare un atleta greco e uno finlandese non è la stessa cosa.

Tutto nasce da due cose fondamentali: da una curiosità infinita e dalla bellezza di una parola che negli ultimi anni è stata usata tanto, ma con un significato sempre negativo. Sto parlando della parola “contaminazione”. Dovremmo riappropriarci della bellezza di questa parola. Questo è un lavoro che dovremo fare post-pandemia, cioè tornare a convincerci che la relazione, il contatto, la mescolanza delle culture, delle esperienze è un fatto generativo”.

La parola di oggi è “cultura” e mi sembra che il tuo discorso sia perfettamente centrato perché fa parte proprio della cultura saper contaminare le esperienze differenti per andare meglio, raggiungere risultati migliori, cambiare in meglio.

Mauro, nel corso della tua carriera sei stato l’allenatore di pallavolo della Nazionale Olimpica maschile, ottenendo importanti risultati (un secondo posto agli Europei del 2011 e del 2013 e la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra nel 2012). Qual è l’insegnamento più importante che porti con te da questa esperienza? 

“Mi ha lasciato una delle lezioni più grandi della mia vita. Non solo della mia carriera sportiva. Già solo partecipare ai Giochi Olimpici rappresenta una sorta di benzina che genera e tiene vivo il motore degli atleti. Spesso ti accorgi che, lavorando tanto, quel sogno impossibile da realizzare può diventare più “a portata di mano”. Rappresenta il culmine di ogni esperienza sportiva. Io ho avuto la fortuna di partecipare due volte ai Giochi Olimpici: una da assistente allenatore nel 2004, vincendo una medaglia d’argento con Gianpaolo Montali e l’altra a Londra nel 2012, dove ero capo allenatore.

In entrambe le occasioni quello che ho imparato è la meravigliosa ispirazione che ti restituisce l’idea che tu prepari ossessivamente un appuntamento con un’attenzione ai protocolli, ai dettagli, veramente totalizzante. Arrivi perfettamente consapevole e pronto grazie al lavoro che hai fatto nei 4 anni prima e lì scopri che nessun parametro è uguale a quello che pensavi, che preparavi. 

Scopri che esiste una meravigliosa dimensione dell’ “inallenabile” nella prestazione, che a noi allenatori piacerebbe eliminare perché ci piacerebbe avere tutto sotto controllo, avere tutte le soluzioni pronte per qualunque imprevisto succeda e, invece, la differenza la fa quell’area “inallenabile”, perché è vero per definizione che non si può allenare l’inallenabile, ma si può allenare quello che tu fai, il modo in cui tu reagisci quando ti si presenta di fronte una situazione che non potevi prevedere. 

Mi verrebbe da riflettere sul fatto che 13 mesi fa ci è capitata la stessa cosa: naufragati su un’isola deserta. Il naufragio non è una decisione, è una cosa che ti capita. Quello che tu puoi fare quando scopri che sei ancora vivo e ti svegli sulla spiaggia e non hai magari le cose che avevi sulla barca è decidere di rispondere in maniera proattiva a quello che ti è capitato. Questa cosa io l’ho imparata certamente ai Giochi Olimpici, dove qualunque parametro è qualcosa di completamente diverso e nuovo, a partire dall’esperienza del villaggio”.

Tu hai allenato tantissimi atleti nel corso della tua carriera sportiva. Chi è stato l’atleta più “inallenabile”, cioè quello che ti sorprendeva di più?

“Tra i 120 atleti con passaporto italiano che giocano in Serie A, io ti assicuro che la differenza non è più nei 5 o 6 centimetri che uno salta in più, nella qualità tecnica che un atleta può avere di più rispetto a un altro. Maggiore è il talento, maggiore è il rischio che il processo di allenamento possa essere messo in discussione. Più una cosa ti viene facile e naturale, meno è naturale immaginarci di dedicare del tempo per migliorarla. Poi c’è sempre chi abbina queste due caratteristiche. Questi sono i campioni assoluti. A me piace sempre ripetere che il talento è un dono e l’allenamento è una scelta.

A me piacciono i campioni e i talenti che decidono di validare quella scelta. Quindi se tu mi chiedi quali sono i grandi campioni che ho avuto l’onore di allenare mi vengono in mente certamente 2 o 3 nomi. Uno fra tutti: il capitano della mia Nazionale che si chiama Cristian Savani, un meraviglioso esempio di talento non assoluto, ma messo completamente a disposizione dell’allenamento.

Poi mi vengono in mente altri campioni che avevano un talento decisamente inferiore, ma che sono riusciti a tirare fuori tutto il loro potenziale grazie alla qualità e al lavoro dell’allenamento. Se tu pensi alla Nazionale che avevo a Londra c’erano due liberi: uno era Andrea Bari e l’altro Andrea Giovi che sono due ragazzi che per varie situazioni hanno avuto una carriera molto limitata in Serie A1. Sono però due giocatori che hanno saputo mettere a disposizione della squadra il 100% del loro potenziale. 

La capacità di un allenatore di pallavolo è quella di mettere insieme queste tipologie di atleti. La pallavolo ha un grande vantaggio: è l’unico sport al mondo dove è obbligatorio passare la palla. Se ci pensi bene, non esiste in nessun altro sport questa regola. Nella pallavolo non è possibile fermare la palla e toccarla due volte consecutivamente. La cosa interessante di questa regola è che capovolge l’immagine del campione. Mentre in altri sport di squadra (calcio, rugby, basket, ecc.) esiste per un singolo la possibilità di determinare in maniera decisiva la partita, nella pallavolo questa cosa è vietata dal regolamento”.

Sport e cultura. Due ambiti che hanno caratterizzato la tua carriera e la tua vita fino a ora. È possibile rintracciare delle analogie tra questi due mondi?

“Guarda, ti rispondo trasformando quella “e” congiunzione nella “è” con l’accento, nel verbo. Sport è cultura e viceversa. A me piace tanto parlare di “cultura del movimento”. Qui le due parole trovano una sintesi diversa. Io raccontavo prima che ho avuto la fortuna di lavorare per tanti anni in Finlandia, dove la cultura del movimento è immediatamente percettibile. C’è una grande attenzione per lo sport guardato, ma lo sport è prima di tutto praticato. Io credo che questa cultura del movimento debba diventare un diritto costituzionale. È evidente che lo sport è un generatore di risparmio al servizio sanitario nazionale, quindi dialoga direttamente con il “diritto alla salute” (che è previsto dalla Costituzione). È altrettanto evidente che una cultura del movimento vada insegnata nelle scuole, in particolare nella scuola primaria, cioè nel posto dove i nostri bambini dovrebbero imparare ad appassionarsi a qualcosa (alla storia, alla matematica, alle scienze, ecc.). La stessa cosa dovrebbe succedere con lo sport. La cultura del movimento dovrebbe essere un bene e un diritto del cittadino, ovviamente democratico e accessibile. 

La parola sport scritta nella Costituzione cambia un paradigma, una dignità nuova e permette a quel diritto di dialogare, come dicono a Siena durante i giorni del Palio, “per forza e per amore” con altri due diritti fondamentali che sono quelli all’istruzione e alla salute. Una nuova dignità della disciplina ci permette di mettere a fuoco un’enorme potenzialità dello sport che da un lato fa muovere i corpi e dall’altra ha questa grande capacità di ispirare le persone”.

Nella tua autobiografia “Capolavori” (2019, add editore) c’è una storia meravigliosa che ti riguarda. Sto parlando dell’episodio dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montichiari. Durante questo momento il tuo concetto di “allenare”- come tu dichiari – è cambiato tanto. Mauro, che cosa significa allenare?

“Io sono molto legato al sottotitolo di quel libro. Un capolavoro può essere una medaglia olimpica, ma può essere anche il fatto che io quasi cinquantaduenne preparo la maratona iniziando adesso e riesco a farla in 3 ore e mezza realizzando il mio potenziale. Per me quello è un capolavoro. Però dicevo il sottotitolo del libro che sono treverbi fondamentalmente: “allenare”, “allenarsi” (lo stesso verbo al riflessivo perché l’allenamento riguarda sempre anche noi allenatori) e poi c’è un terzo verbo che è “guardare altrove”. Si tratta di un concetto molto antropologico che in qualche modo torna alla nostra prima domanda: questa idea di sapersi misurare e andare a confrontarsi con dei mondi diversi. Che cos’è il gesto dell’“allenare”? C’è una parte di competenze tecniche e tattiche che si imparano, però io credo che fondamentalmente allenare non sia altro che “allenare il desiderio di…”. C’è una bellissima frase che io uso sempre quando voglio spiegare che cosa sia per me allenare. È una frase non di uno sportivo, ma del poeta Antoine de Saint-Exupéry che recita più o meno così: 

“Se vuoi costruire una nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato”.

Questo per me è allenare. Per quanto riguarda invece quell’episodio di cui tu parlavi, in quel periodo io allenavo a Montichiari nella Serie A1 e allenavo anche la Finlandia nella stagione estiva e venni avvicinato dai responsabili della struttura sanitaria dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione di Montichiari. Loro volevano proporre un progetto di sport a un gruppo di detenuti. Mi piaceva l’idea, mi piaceva l’idea di usare anche la pallavolo. Io decisi di impegnarmi a ospitare queste persone nel Palasport di Montichiari il lunedì, quando il Palasport era chiuso. Il contesto era quello della massima serie: palloni di cuoio, le magliette della prima squadra. Per sei mesi, tutti i lunedì, questi ragazzi venivano ad allenarsi in quelle condizioni. Questa esperienza finì con un momento hollywoodiano, in un torneo con delle squadre composte dalle scuole superiori di Montichiari dove questa squadra riuscì a vincere un set. Ci sembrava già qualcosa di straordinario, ma la cosa più straordinaria successe qualche mese dopo la fine di questa esperienza. Tornarono a trovarmi gli operatori dell’Ospedale con dei report dove era scritto che i partecipanti a quel progetto aveva dimezzato le necessità farmacologiche alle quali erano sottoposti. Entrambi gli obiettivi raggiunti erano esclusivamente legati alle condizioni di bellezza all’interno dei quali quei ragazzi avevano operato, cioè il palazzetto della serie A con le luci, i palloni, l’attrezzatura e anche io ero parte di quella scenografia.

Quest’episodio ha cambiato il mio modo di di vedere lo sport. Io da giovane allenatore avevo un po’ la presunzione di avere l’esercizio più bello degli altri e la capacità di costruire un allenamento “perfetto”. Poi più passa il tempo, più hai esperienze diverse, scopri davvero che “allenare” significa “allenare al desiderio di”, risvegliare quel quella nostalgia del mare aperto e infinito di cui parlavamo prima necessario per far costruire la barca. Tutto questo cambia tutto, cambia il modo in cui tu guardi alla tua professione e cambia anche il modo in cui tu guardi fuori la tua professione”. 

Una delle personalità più competitive del mondo dello sport, Michael Jordan, diceva: “Mai dire mai, perché i limiti, come le paure, sono spesso soltanto illusioni”. Che valore ha il “limite” all’interno di tutto questo? Come definisci questo concetto? Come affronti i limiti nel tuo lavoro?

“Io credo che i limiti siano lì per farci capire quanto fortemente vogliamo una cosa. Mi viene da sorridere perché se penso alla mia carriera sportiva e alla mia vita, io mi sono sempre messo di fronte a cose che non conoscevo. Dalla filosofia alla pallavolo. Dopo la pallavolo la Scuola Holden, in un ruolo amministrativo e da amministratore delegato dovevo imparare tutta una serie di nozioni che non mi appartenevano. Poi ancora il tiro con l’arco, una disciplina che non conoscevo, e tante altre esperienze. È chiaro che di fronte a quelle situazioni tu hai due scelte: una è quella di dire “di fronte a queste situazioni nuove non voglio ulteriori problemi” e l’altra è dire “bene, questo è il contesto in cui voglio muovermi”. Se tu sostituisci la parola “problema” con la parola “contesto” sei già nel campo della ricerca delle soluzioni perché un problema può essere dato dalla sfortuna, da qualcosa che non ti meritavi. Se invece definisci il problema come contesto inizi a ricercare le soluzioni per muoverti in quel contesto lì con efficacia. Per me il limite è sempre la capacità di misurarti in un contesto in cui puoi esserti trovato oppure perché lo hai deciso. Questo ti spinge prima di tutto a studiare e quindi a conoscere quel contesto e poi a volerti muovere in un ambito che non è completamente il tuo. Per me quella è davvero la spinta vitale che ci fa proseguire. 

Io, a 52 anni, sono felice di dirti che non so che cosa farò per i prossimi 3 anni.   

Nella nostra azienda superare i limiti vuol dire “innovare” come un atleta che superando i limiti si migliora. Per noi il limite è un’opportunità di crescita, di trasformazione e di impegno. 

“Sì. Tra l’altro l’innovazione si trova sempre all’incrocio delle competenze. Tu puoi essere un bravissimo tassista e poi puoi avere la passione per la programmazione sullo smartphone. Se incroci quelle due competenze e inventi Uber, allora hai fatto innovazione”.

Mauro, arriviamo all’ultima domanda, che è la domanda più difficile. Che cosa dobbiamo ancora aspettarci secondo te nel futuro? Come ti immagini il futuro dello sport e della cultura nei prossimi 10 anni? 

“Questi ultimi mesi sono per noi un’occasione di discontinuità gigantesca. Ci sono due possibilità: la prima è di resistere a quello che succede caparbiamente e di tornare uguale a prima. Questo significherebbe aver avuto la tragedia del Coronavirus senza aver imparato niente. La seconda possibilità è quella di calarci in un contesto generativo di una serie di nuovi modelli che vadano a sostituire i modelli precedenti che sono andati in crisi anche grazie al Coronavirus, ma che non andavano bene neanche prima. 

Perdonami l’altezza del riferimento, è come quando Altiero Spinelli scriveva il Manifesto dell’Europa a Ventotene e lì fuori c’erano i lager, il fascismo e il nazismo. È proprio in quel momento lì che lui ha alzato lo sguardo e ha immaginato un’Europa diversa. 

Noi dobbiamo fare la stessa cosa nelle nostre rispettive competenze. Nell’epicentro del problema dobbiamo alzare lo sguardo e immaginare dei modelli diversi questo vale per quanto riguarda la transizione ecologica, vale per l’innovazione, per la digitalizzazione, vale per la parità di genere, vale per lo sport, per la salute. Non a caso sono tutte aree di missione del Recovery Fund che sarà una gigantesca occasione “once in lifetime”.

Se noi interpretiamo questa situazione con gli strumenti novecenteschi rischiamo davvero di buttare via tutto. Non voglio fare retorica perché non ci sono più oltre 110.000 persone. Ci sono categorie commerciali in ginocchio. Non voglio dire che questa è stata una benedizione dal cielo. Ci mancherebbe altro. Però questo è un momento di discontinuità e noi da questo momento possiamo scegliere come uscire. Mettere le lancette indietro e sperare che tutto torni come prima, oppure costruire davvero modelli nuovi”.

Grazie Mauro, sei stato davvero inspirational!

“Grazie a voi. Ribadisco gli auguri per il compleanno che è sempre un bel modo di guardare un po’ indietro, alla storia che uno ha alle spalle, ma è anche una grande occasione per guardare avanti. Synesthesia è una delle eccellenze della nostra città, è un luogo dove si fa innovazione. Buon compleanno. Dieci, venti, trenta, cinquant’anni di futuro da costruire insieme!”

Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.

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Professore, come si diventa Alessandro Barbero?

“Per una concatenazione di fattori in parte casuali, come tutto quello che ci succede nella vita, secondo me. Quando ci sono dei fattori che vanno a rivelare delle potenzialità o delle capacità che uno neanche sospettava di avere poi, pian piano, si viene instradati e alla fine si rimane incastrati nel ruolo che ci si è cuciti addosso. Io ero un ragazzino timidissimo e poi mi sono avviato a una carriera di studioso. Ho fatto lo studioso, ho scritto. Mi è capitato di scrivere un romanzo 25 anni fa, di vincere un grande premio e di diventare famoso per pochi giorni, come succede in quei casi, e poi di ritornare a essere uno studioso completamente sconosciuto al grande pubblico. Non c’era predestinazione. Durante gran parte della mia vita non mi è mai venuto in mente che una delle mie capacità dovesse essere quella di parlare in pubblico o di raccontare la storia al grande pubblico”.

Quindi i nuovi media e in qualche modo anche Internet hanno contribuito alla diffusione. Come è cominciato questo successo e come la fa sentire questa notorietà? 

“È cominciata in realtà con un vecchio medium, cioè con la televisione. Il primo passo verso questa direzione è stato quando Piero Angela, dopo avermi chiesto qualche consulenza mi ha proposto di andare in trasmissione. Superquark è uno degli appuntamenti annuali fissi. È nata con le “Lezioni di Storia” da parte di Giuseppe Laterza prima all’Auditorium di Roma e poi nei teatri di tutta Italia. È nata, infine, con gli inviti al Festival di Sarzana, dove ho cominciato poi ad andare regolarmente. Internet è stato il moltiplicatore di ciò che stava accadendo, più ancora della televisione direi perché il grande pubblico segue Superquark, ma io in una puntata della trasmissione parlo per  5 minuti, poi viene qualcun altro. Le lezioni possono aver davanti anche 1000, 1200 persone in presenza come mi è capitato per esempio all’Auditorium Sinopoli a Roma. Io non produco niente per Internet. Sono completamente assente dai social. Ci sono delle pagine Facebook con il mio nome, ma le gestiscono altri. Ci sono delle raccolte di podcast miei, ma lo fanno altri.  

Solitamente l’aggettivo “medievale” viene utilizzato per connotare negativamente qualcosa che non è “al passo con i tempi”. In realtà, penso che il medioevo come ogni epoca storica abbia avuto i suoi momenti di luce. Le andrebbe di raccontarci almeno tre scoperte tecnologiche che hanno cambiato la storia dell’uomo e che si sono verificate in questo periodo?

“Premetto che il medioevo è molto lungo. La stragrande maggioranza dei nostri antenati sono vissuti nel medioevo. Mi capita spesso di raccontare questa cosa a lezione. Immagina di trovarti davanti Giulio Cesare o Cicerone e di raccontargli la tua giornata in questo modo: 

Oggi mi sono svegliato, mi sono vestito, mi sono sbottonato la camicia, mi sono messo gli occhiali, ho sfogliato un libro per un po’. Poi avevo degli impegni, sono uscito, sono andato a lezione all’Università, sono andato da un notaio per un contratto, sono andato in Comune (avevo una pratica anche lì). Poi sono anche un credente, e quindi sono andato a messa e ho fatto due chiacchiere con il parroco, sono tornato a casa; ho cucinato una pastasciutta e ci ho grattugiato un po’ di parmigiano sopra. Poi ho sfogliato un libro e ho fatto una partita a scacchi. 

Ecco. Immagini di raccontare tutto questo a Giulio Cesare o Cicerone. Non capiranno una parola. Non sapranno niente di tutto quello che gli hai appena raccontato. Non sapranno neppure che cosa voglia dire sfogliare un libro, perché a quei tempi si srotolavano rotoli e rotoli di papiro. Non hanno idea di che cosa siano gli occhiali e di che cosa siano gli scacchi, che cosa voglia dire andare a lezione all’università, andare dal notaio. Se invece provi a raccontare tutto questo a un fiorentino ai tempi di Dante Alighieri capisce perfettamente tutto, compreso grattugiare il parmigiano sulla pastasciutta. Nel medioevo ovviamente non sanno che cosa voglia dire accendere un PC o preparare un caffè però sanno che cosa significa fare un assegno, fare un’assicurazione. Forse non c’è hardware, ma è tecnologia anche quella. Il libro con le sue pagine da sfogliare, che nasce alla fine dell’antichità e all’inizio del medioevo, è un salto di qualità tecnologico enorme, visto che tutt’ora il libro di carta è la tecnologia più efficace che noi abbiamo per conservare informazioni e testi. I nostri modi di vita moderni, i nostri paesi, i centri storici delle nostre città, le nazioni, le lingue che parliamo sono nati nel medioevo”.

La diffusione della cultura, può avvenire attraverso i mezzi più disparati. L’utilizzo di social, podcast e altri mezzi meno “tradizionali” per coinvolgere un pubblico più ampio può fare realmente la differenza secondo lei?

“L’evoluzione futura che ci sarà sicuramente è molto difficile da prevedere. Non dimentichiamo che nessuno scrittore di fantascienza aveva previsto e immaginato Internet. Gli scrittori di fantascienza di 50 anni fa credevano che saremmo andati in giro con automobili volanti e che avremmo passato il weekend su Marte, che avremmo mangiato cibo in pillole. Quanto a Internet, nessuno aveva immaginato una cosa del genere. Quello che posso dire è che attualmente nel campo della produzione culturale e della comunicazione della cultura a me sembra che Internet sia in una fase in cui sia più efficace come un immenso magazzino dove andare a trovare cose che non sono state pensate per la rete. Voglio dire che, in base alla mia esperienza personale, quando si tratta di contenuti culturali la meraviglia di Internet è che tu ritrovi in un istante qualunque canzone che vuoi sentire, un vecchio film degli anni ‘30, un vecchio manoscritto medievale della Biblioteca Nazionale di Parigi, un saggio per la tua ricerca. Anche in questo senso Internet rappresenta un grandioso moltiplicatore e potenziatore di contenuti non nati per Internet. Là dove andiamo a vedere le cose specifiche di Internet mi sembra di poter dire che lì non c’è ancora e non c’è stata ancora la creazione di contenuti culturali tipici. YouTube è grandioso perché ti mette a disposizione le cose prodotte al di fuori di questo contesto.

Vedere il video del gattino che fa le fusa non è proprio allo stesso livello che vedere un film diĖjzenštejn. A costo di sembrare spudoratamente snob, ma se parliamo di cultura non mi sembra che i vari social ne producano allo stesso livello con cui la rete conserva e ripropone ciò che è stato già prodotto prima. In futuro, certamente, nasceranno nuove forme d’arte e di cultura integralmente nate per Internet, ma siamo solo all’inizio”.

Professore, lei prima diceva che nessuno ha previsto Internet, nessuno ha previsto una rivoluzione di questo tipo. Effettivamente abbiamo vissuto una rivoluzione incredibile nel giro di poco tempo: dalla nascita dei PC fino ad arrivare alla connettività globale, agli smartphone e agli altri dispositivi mobili. Tutto ciò ha effettivamente impattato molto sulla nostra cultura. Questo probabilmente è qualcosa che probabilmente non abbiamo mai vissuto. Secondo lei c’è stata nella storia qualcosa di simile in cui l’umanità è passata dai cambiamenti come quelli che abbiamo vissuto oggi, oppure è una novità assoluta?

“L’umanità è sempre passata attraverso cambiamenti e ha sempre dimostrato di avere una grande capacità di adattarsi ai cambiamenti. Ci sono vari tipi di cambiamenti: sociali, politici, economici. Noi adesso stiamo parlando di un grandioso cambiamento tecnologico, che ci mette a disposizione tecnologie inimmaginabili fino a pochi anni fa, lasciando più o meno uguale tutto il resto (rapporti di potere nella società, gerarchie sociali). C’è chi costruisce nuove fortune sulla base delle nuove tecnologie, ma l’esistenza di Internet non ha cambiato il rapporto tra il disoccupato e il miliardario. Ha certamente creato qualche passatempo in più per il disoccupato per tenerlo tranquillo. Di quello che stiamo vivendo è l’aspetto prettamente tecnologico che colpisce. Direi che quelli che, verso la fine dell’Ottocento o inizio Novecento, hanno visto comparire l’automobile, il telefono, hanno visto scavare le metropolitane nelle viscere delle loro città, hanno visto i loro aeroplani staccarsi da terra, hanno assistito a un cambiamento tecnologico pazzesco. Un cambiamento diverso dal nostro perché più hardware che software. Noi non ci facciamo neppure più caso perché l’Umanità si abitua con una facilità incredibile ai nuovi giocattoli che ha a disposizione”.

Come i nativi digitali daranno per scontato tutta una serie di cose che per noi oggi sono incredibili come risultati della tecnologia, pensiamo ai bambini che oggi prendono in mano un tablet e in pochissimo tempo sono in grado di usarlo meglio dei loro genitori. 

“Alla grande domanda – se il bambino che cresce usando un tablet cresca diverso rispetto ai bambini di una volta – io tenderei a dire di no. Non è che gli esseri umani cambiano così facilmente”.

Questo forse è uno dei problemi dell’Umanità: gli esseri umani non si evolvono altrettanto velocemente con le tecnologie che creano diventandone un po’ succubi.

“Questo diventa un problema nella misura in cui non sappiamo sfruttare bene quello che abbiamo. D’altro canto il fatto che gli esseri umani fondamentalmente non cambino lo trovo molto rassicurante”.

Durante la “Notte dei Ricercatori 2020” ha raccontato come le grandi epidemie del passato abbiano spinto la storia dell’Umanità in una direzione diversa. Allo stesso modo, la pandemia che stiamo attraversando come potrebbe influenzare l’epoca attuale? 

“Premetto che mi avventuro su un terreno che non è il mio. Noi storici è già tanto se riusciamo a raccontarvi qualcosa del passato. La prima cosa che si impara è che tutti coloro che vogliono prevedere qualcosa del futuro non ci azzeccano. Detto questo, si possono intravedere delle direzioni, lì dove dove si mescolano la previsione e il desiderio. Credo che possiamo essere molto felici se il mondo uscisse dalla pandemia con qualche dubbio sull’ideologia unica – che ha dominato gli ultimi 40 anni – del privato, del profitto, della rendicontazione, del pareggio di bilancio, del risparmio sul welfare e così via. Se dovessimo uscire con qualche dubbio sul fatto che conviene smantellare il pubblico perché non serve a niente; che nella sanità dal punto di vista dello stato l’importante è risparmiare chiudendo gli ospedali; che assumere medici o infermieri e ricercatori è meglio non farlo perché così si risparmia e si può presentare all’Europa il pareggio di bilancio, potremmo essere contenti. Ovviamente non dobbiamo muoverci solo in una prospettiva italiana. È forse a livello mondiale che c’è la possibilità di un nuovo keynesismo di un nuovo New Deal. Non dico che il vecchio Joe Biden possa essere il nuovo Roosevelt, però insomma un po’ di spinta che gli Stati devono spendere, investire e assumere e che si sta tutti meglio così; forse quella potrebbe essere la vera svolta culturale che potrebbe portare con se la pandemia”.

Professore, speriamo davvero che la politica e la coscienza comune sia spinta in qualche modo a investire sul lungo periodo. Finora si è sempre guardato al breve periodo e forse questo, la mancanza di lungimiranza politica e la capacità di investire su quello che è importante per costruire il futuro ci ha portati anche ad arrivare a una Pandemia che stiamo vivendo. Cosa succederà nei prossimi 10 anni nel mondo della cultura? 

“Io rimango sempre molto diffidente e in attesa. Non mi aspetto niente per carattere. Nel febbraio dell’anno scorso all’Università Statale di Milano in un grande auditorium strapieno, mi è capitato di chiacchierare con gli studenti sul fatto che la storia sembrava quasi essersi fermata a livello di grandi avvenimenti, intesi come quelli che rimangono nei manuali di storia, di quelli che rimangono legati a una data. Non parlo ovviamente dell’evoluzione storica sotterranea, che ovviamente non si ferma mai, ma facevo riferimento a un grande avvenimento memorabile. Ricordo di aver detto loro che dopo l’11 settembre 2001 apparentemente non è accaduto niente. Quello che ho detto è agli atti: è su Internet e chiunque può recuperarlo. È accaduto nel febbraio 2020. Più smentito di così”.

Noi in Synesthesia abbiamo una Academy, abbiamo dei professori che raccontano e insegnano principalmente tecnologia STEM, quindi scienze “dure” e una serie di corsi anche per bambini e per ragazzi. Puntiamo molto sulla gamification e sulla creatività, ma se dovesse dare un consiglio ai nostri professori per coinvolgere ed essere più efficaci, che cosa direbbe loro?

“È difficile dirlo perché secondo me i modi di insegnare e le tecniche d’insegnamento non sono facilmente svincolabili dai contenuti, anche se forse esiste una pedagogia che pensa che si possano separare le due cose. Io non ci credo. Ho un’esperienza nell’insegnamento di materie umanistiche e mi sentirei di dire che…

l’unica cosa che conta per rendere efficace l’insegnamento è che l’insegnante provi passione per quello di cui parla. Sono convinto di questo. Lo scopo nelle materie umanistiche è quello di appassionare e di far capire una cosa che a prima vista non è ovvia, cioè che la storia è importante, che la letteratura e la filosofia sono importanti per la nostra vita, che se si vive senza si può vivere meno bene.

Queste non sono cose ovvie e non è facile andare a raccontare al figlio di una famiglia operaia che ha il problema del lavoro che farà in futuro che anche la filosofia può avere un posto nella sua vita. È così, e bisogna legittimare tutto questo. Io mi immagino che chi insegna cose scientifiche o tecniche abbia meno questo problema”. 

Penso che sia un ottimo consiglio e che questo sia un problema che accomuna anche chi insegna materie più scientifiche perché a volte ci si trova in situazioni dove ci sono dei pregiudizi. Per esempio, troppo spesso ci troviamo di fronte a situazioni di gender gap, in cui le le ragazze non sono avviate a questo tipo di scienze perché ritenute “cose da maschi”. Il tema è quindi anche quello di coinvolgere e appassionare verso questa direzione, verso queste scienze che hanno molti usi pratici e che costituiscono un bagaglio culturale che serve trasmettere. La passione che lei trasmette è assolutamente contagiosa. Questo è il risultato più bello per chi fa il suo lavoro.

Grazie!

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Musicista, autore, produttore, sperimentatore. Chi è Max Casacci?

Nelle varie sfaccettature che mi hanno portato dentro la musica come tecnico del suono, chitarrista, compositore, produttore, paroliere ho sempre cercato di rispondere a un’idea artistica che viene da un’altra epoca. Senza nessun intento nostalgico, ma sono molto affezionato all’idea dell’artista manager, che sa barcamenarsi tra uno sponsor e l’altro. Ecco, io rimango attaccato al “non tradir la mia giovinezza” per dirla con le parole di una canzone di Fossati. In tutte le varie applicazioni che compongono il mio essere musicista, a tutto campo, cerco di mantenere quell’immagine lì, quella di un artista che si interroga sulla relazione con il proprio tempo e che cerca un significato in tutto quello che fa. 

Nel 2015 vieni invitato come relatore a una TEDx Conference, sul tema “strade rivoluzionarie”. Bel concetto. Cos’è rivoluzionario per te?

Esistono alcuni fattori, come il talento, che sono molto più diffusi di quanto si immagini. In certi momenti e in certi luoghi questi doni diventano un fattore collettivo che ha lascia il segno. Questo fenomeno è riferibile a ogni contesto culturale. La creatività in genere è legata al fatto che varie discipline entrano in contatto tra di loro amplificando le potenzialità espressive di ciascuna. Se mettiamo una lente di ingrandimento a certe fasi storiche e in certi luoghi precisi, scopriamo che esiste una costellazione di luoghi che favoriscono questo incrocio moltiplicando le potenzialità espressive e il talento dei vari protagonisti.

Questo è uno dei motivi per cui sono molto affezionato alla stagione che questa città (Torino) ha vissuto sulle rive del fiume con i Murazzi. Quel luogo riusciva davvero a “fertilizzare” il talento. Alcune infiorescenze riuscivano a svilupparsi in modo molto più evidente. Quello era il luogo in cui Torino imparava a conoscere se stessa, un luogo in cui ci si incontrava. Lì è nata una scena musicale che si è incrociata con scrittori e artisti visivi, con i narratori degli anni settanta, che nella loro verbosità portavano una serie di preziose testimonianze e racconti. C’era una Torino collinare che si mescolava con i disoccupati. Il tutto era armonizzato in un contesto incredibile. Non è un caso che in un luogo come quello sono nate esperienze artistiche che continuano a vivere ancora oggi.

Nel caso di Revolutionary Road, titolo del TEDx di Lecce, io analizzavo quella bowery, quella “terra di nessuno”, sostenendo che alla fine ciò che oggi risulta essere più rivoluzionario risponde in realtà alle necessità umane. Abbiamo attraversato una fase storica nella quale il mezzo era diventato una finalità. Passare con una canzone in una radio non era solo uno strumento per arrivare al fruitore, ma era diventato il fine. Il numero di passaggi radiofonici era praticamente l’obiettivo a dispetto del fatto che la tua musica finisse per snaturarsi. Quindi interrogarsi sull’esigenza che ti spinge a fare musica era diventata una cosa sconosciuta. Questo vale anche in contesti e ambiti più grandi in realtà.

Papa Francesco è senza dubbio una delle figure più rivoluzionarie di questi tempi, per esempio, ha preso la dottrina cristiana e l’ha applicata in una forma lineare risultando un uomo straordinario. Questo spiega cosa vuol dire quando affermo che oggi essere rivoluzionari vuol dire semplicemente capire cosa significa essere umani. 

Come vedi la situazione oggi in Italia rispetto alla creatività? 

Oggi esiste sempre una vivacità che si auto alimenta sotterraneamente e che poi lancia la sfida al contesto attuale, alle ostruzioni e in alcuni casi riesce anche a vincerla questa sfida. Che piacciano o meno alcuni protagonisti, bisogna ammettere che c’è una rivoluzione generazionale della musica in atto, fatta da musicisti che hanno cominciato a scrivere canzoni, a orientare i codici della propria estetica in una certa direzione. Solo alcuni di questi arrivano dal contenitore dei talent. I più significativi sono cresciuti sotterraneamente, si sono creati i propri codici e hanno imparato a fare musica, e oggi incarnano i punti di riferimento di intere generazioni. 

Dal mio punto di vista, alcuni di questi artisti hanno il talento per superare anche la stagionalità di certe forme estetiche, altri forse sono più imprenditori e un po’ meno capaci di affrontare il lungo periodo. Tutto questo, però, non lo vedo supportato da un contesto culturale che in qualche modo invogli e che sia in grado di dare nuovi strumenti di crescita. In Italia la musica passa sempre attraverso tanti canali che sembrano poi lo stesso canale. La musica è vista come un sottofondo, un tessuto sonoro da inserire tra uno spot e l’altro. 

Non esiste un canale televisivo unicamente votato ad approfondire la musica. Esistono canali televisivi per la cucina, per la storia, per la religione, qualsiasi cosa, ma non per la musica. Si tratta di una cosa che tende un po’ a sacrificare il talento del Paese in cui viviamo, che trova sempre comunque il modo di uscire, fra troppe difficoltà. Andrebbero create le coordinate di un contesto culturale un po’ più valorizzante capaci di esaltare il talento che c’è. 

Due anni fa avete festeggiato il ventennale dell’album “Microchip emozionale” e lo avete fatto con dei talenti che si sono adattati a un capolavoro della musica. Tra quegli artisti ci sono degli artisti che rispecchiano quello che ci dicevi sulla capacità di “superare la stagionalità”? 

Indubbiamente sì. Il criterio con cui abbiamo scelto questi artisti innanzitutto era un criterio anagrafico. Abbiamo scelto tra quelli che oggi hanno l’età che avevamo noi al tempo di “Microchip emozionale” e poi artisti che hanno dichiarato loro stessi di essere stati ispirati da questo album. Per alcuni di loro il concerto dei Subsonica è stato l’incoraggiamento per poi decidere di fare musica nella propria vita. Non c’è niente di più gratificante di capire che quello che hai fatto ha lasciato un segno nella vita di altre persone. Quel tributo racconta anche un po’ questa storia.  

Innovare quindi vuol dire anche guardarsi indietro e cercare di prendere spunto per poter fare meglio rispetto a chi ha già avuto altre esperienze e poi guardare avanti?

Innovare vuol dire lasciare un segno che sia il tuo, diverso da quello di qualcun altro. Il tuo segno è fatto di ciò che sei, delle tue scelte e delle tue ispirazioni; è fatto del bagaglio che porti sulle spalle. È importante come si vive la musica, come la si ascolta; come la si interpreta, come la si fa propria. Tutto questo determina alla fine chi sei e di conseguenza l’unicità del tuo segno. 

Esci spesso dalla tua comfort zone musicale per inoltrarti nei suoni del mondo: ambienti urbani, natura, e adesso le api. Perché?

Questo è un album fatto con i suoni della natura e senza strumenti musicali. Penso che un’esperienza del genere si possa definire tale solo in presenza di uno smarrimento, quando devi attingere alle tue risorse e metterti a confronto con qualcosa che in quel momento ti appare sconosciuto. Lì si creano le condizioni base per un’esperienza. A maggior ragione questo vale nell’ambito artistico e creativo. Sono molto attratto dallo esplorazione di questo tipo di condizione di disorientamento.

La musica senza strumenti musicali nasce dall’esigenza di astrarre i suoni dalla natura e creare nell’ascoltatore un legame empatico con l’ecosistema, inteso anche nella sua fragilità. L’assenza di strumenti mi mette nella condizione di non essere colui che governa il processo creativo. Quando uno come Michelangelo Pistoletto ti chiede di mettere in musica un fiume e di fare di questo fiume una melodia, una tessitura quasi orchestrale, tu gli rispondi di sì e cominci a sudare freddo dopo e ti ritrovi con i microfoni ad aggirarti tra le sorgenti e cerchi di capire quei luoghi e cerchi di capire che storia sonora raccontare (guarda il video).

Ti ritrovi così ad ascoltare la natura come uno spettatore e non come un protagonista. Tutti questi fattori provocano una reazione che mi piace, che mi proietta in quella terra di nessuno dove cerchi di mettere insieme cose che fanno parte del tuo passato e sono un’esplorazione verso un futuro che ancora non conosci. Questo accadeva anche quando collaboravo con gli Africa Unite con quel tipo di reggae molto contaminato. Con i Subsonica in qualche modo abbiamo fatto un percorso analogo: da un lato c’era la scrittura delle canzoni, dall’altra c’era la sintesi di qualcosa che non proveniva solo dal mondo musicale, ma che ci univa e appassionava. Anche un lavoro di sintesi può essere quindi un lavoro estremamente creativo. 

Cultura digitale o Digital transformation. Che suono ha?

Un suono giusto e un suono digitale. Le rivoluzioni tecnologiche in atto hanno stravolto il modo di fare musica, hanno abbattuto i costi di produzione e hanno accelerato i tempi di lavorazione, ma non necessariamente hanno fatto bene alla musica. Far interagire gli artisti a distanza ha eliminato le occasioni di suonare dal vivo insieme, in cui si provava insieme, si facevano errori insieme. Tutto questo ha semplificato molto, ma se paragoniamo la musica dell’altro secolo a quella di oggi non possiamo dire che ci siano stati enormi passi in avanti.

I passi in avanti si sono prodotti dove la tecnologia ha cominciato a suonare “nella sua specificità”, come in certi ambiti di musica elettronica dove si sono creati dei generi musicali in cui il suono digitale è stato usato in quanto tale, non come emulazione di qualcosa di precedente. Io oggi posso permettermi di mettere un’orchestra in un brano risparmiando del budget, ma non necessariamente questa scelta farà del bene alla mia musica. Pensa che sono stati fatti dei generi musicali  sull’errore, sulla disfunzione, su quel linguaggio afasico che certe volte le macchine ogni tanto producono spontaneamente. È lì che ci si muove in un ambito molto diverso dal normale e significativo.

Secondo me il termine di paragone per capire quello che sto dicendo sono i Radiohead, l’ultimo grande gruppo della storia del rock, che a un certo punto (nel 2000) ha iniziato a stravolgere la sintassi musicale usando una sintassi digitale inedita e affacciandosi su una modernità nuova. Hanno cominciato cioè a utilizzare i nuovi strumenti con il loro linguaggio proprio, quello della nuova tecnologia. In questo senso spiego perché la cultura digitale suona digitale.  

“Italy in a day”, la versione italiana diretta da Gabriele Salvatores ha un tuo brano (2014). Quale suono aveva quel giorno l’Italia?

L’Italia aveva un suono molto colorato. Viviamo in un luogo che ha una grande quantità di sfaccettature: dalla disperazione più totale all’amore più viscerale. Tutto questo si rifletteva in una tessitura cromatica di suono pazzesca.

Quale suono avrebbe oggi?

Se i Deproducers facessero una colonna sonora oggi sarebbe più ricca di silenzi perché stiamo vivendo un momento molto più silenzioso. 

“Planetario” tessuto sonoro per la narrazione scientifica dell’astrofisico Fabio Peri è andato in orbita sulla Stazione Spaziale. Mi sveli la ricetta, cosa c’era in quell’album?

È stata ed è tutt’ora una vera esperienza. Siamo partiti in un gruppo di 4 musicisti-produttori (io, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma) e da un’idea di musica di insieme slegata dalla canzone. Volevamo recuperare una dimensione un po’ anni 70 e ci siamo chiusi in un luogo dove si poteva fare musica anche 24 ore al giorno. A un certo punto si trattava di capire dove collocare questa esperienza creativa. L’idea di unire la musica con la scienza ci è sembrata la cosa più opportuna. Da lì è partita quest’idea di sintesi.

Ci siamo esibiti davanti a teatri pieni e abbiamo realizzato un album e uno spettacolo sull’astrofisica, poi sulla botanica con Stefano Mancuso e sulla genetica con Telmo Pievani. Gli scienziati venivano messi provocatoriamente al posto dei frontman. L’idea era evidenziare come il dato scientifico avesse una valenza poetica pari o superiore alle parole del testo di una canzone. Durante lo spettacolo poi il dato veniva veicolato nelle sue forme più quotidiane per darne una fruizione diversa attraverso la musica. Veniva proposta una fruizione diversa della musica, che diventava così il vettore di qualcos’altro.   

Max, siamo arrivati all’ultima domanda, forse quella più difficile: cosa succede nei prossimi dieci anni? Nella tua vita e nella società?

Partiamo dai dati. Nei prossimi dieci anni io vedo la nascita dell’Europa, perché si va in quella direzione ed è un’esigenza percepita soprattutto dalle persone più giovani. Molti ragazzi che abbiamo incontrato durante il nostro tour europeo ci hanno mostrato un’idea di Europa forte. 

Credo che in questo momento rispetto alla tecnologia stiamo vivendo una fase di transizione legata al fatto che i cosiddetti “nativi digitali” sono oggi persone non ancora ammesse nei luoghi dove si prendono le decisioni. Questa cosa spero accada quanto prima, magari alla fine di questi dieci anni. E quindi dal punto di vista del rapporto culturale con questo scenario tecnologico, credo che oggi ancora non capiamo i reali benefici perché ci sono due culture che si stanno compenetrando. Tra dieci anni avremo risposte più nette in termini di benefici, quando la generazione che è nata sarà capace di dare delle risposte e di armonizzare tutte le nuove opportunità tecnologiche con le nostre radici culturali. 

Grazie Max!

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L’associazione Bloomingteam e Cumiana 15 guardano al futuro dando vita a uno spazio fisico e virtuale di confronto con esperti di arte e tecnologia. Tanti sono stati i temi affrontati: si è parlato di cultura digitale, di città utilizzate come piattaforme di gioco, di moda, di rispetto del pianeta e di tanto altro ancora.

Tra gli ospiti intervistati durante questo evento, in occasione di Biennale Tecnologia Off il nostro Video Game Evangelist Marco Mazzaglia che ha parlato del suo amore per i videogiochi, di come si sia evoluta l’esperienza videoludica nel corso degli anni, della figura dei tecno-poeti e di tanto altro ancora. Buona visione.

“Vive attorniato dai videogiochi come se fossero i suoi personali anelli di Saturno ed è considerato un’autorità in questo campo. Insegna “Game Design e Gamification” al Politecnico di Torino. Ci ha parlato di tecnologia, ovviamente, ma ci ha anche fatto capire che sull’Arca di Noè dei videogiochi vivono molti poeti”.

L’iniziativa fa parte di Biennale Tecnologia Off. Per saperne di più clicca qui.

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Tra gli ospiti intervistati durante questo evento, in occasione di Biennale Tecnologia Off il nostro President & Founder Francesco Ronchi che ha parlato del suo amore per l’informatica, di cultura digitale, del mito di Olivetti e di tanto altro ancora. Buona visione.

“Il suo cupido è stato il Commodore64: quello per l’informatica è stato un amore a prima vista. Ha iniziato con due persone chine sulla tastiera oggi ne ha cento che spaziano lungo tutto l’orizzonte dell’innovazione. Il digitale è il suo plancton e gli oggetti tecnologici vintage il suo unico vizio conosciuto”.

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