Scopri il programma dei Torino Digital Days 2023
Giovedì 13 aprile (ore 18:30), in occasione dell’evento d’apertura dei Torino Digital Days, presso il TAG – Talent Garden di Torino, sarà svelato il programma dell’edizione 2023. Dal 9 al 14 maggio il capoluogo piemontese ospiterà workshop, talk, eventi, mostre, performance e hackathon. Una ricca agenda per riflettere sul mondo dell’innovazione digitale a 360 gradi.
Synesthesia partecipa all’evento di lancio dei Torino Digital Days 2023
Durante l’evento di apertura Massimo Salso (Creative supervisor di BTREES), Davide Mantovani (Platform Leader Web di Synesthesia) e Simone Tallarita (UI Designer di Hinto) si confronteranno su come l’AI può essere utilizzata per migliorare la personalizzazione delle esperienze utente e quali sono le competenze che gli sviluppatori, i designer e i marketers devono acquisire per lavorare con l’Intelligenza Artificiale. Modera il nostro Presidente Francesco Ronchi.
Informazioni utili
Quando e dove:
Giovedì 13 aprile 2023, dalle 18:30 alle 20:30, presso il TAG – Talent Garden 38 Via Giuseppe Giacosa 10125 Torino.
Agenda evento
- 18:20 – 18:40 Accrediti
- 18:40 – 19:00 Presentazione programma Torino Digital Days 2023
- 19:00 – 19:50 Tavola rotonda: AI Work Revolution
- 19:50 – 20:30 Networking
Ospiti
- Massimo Salso – Creative Supervisor di BTREES
- Davide Mantovani – Platform Leader Web di Synesthesia
- Simone Tallarita – UI Designer di Hinto
- Modera: Francesco Ronchi – CEO di Synesthesia
Evento realizzato in partnership con Talent Garden Fondazione Agnelli.
Paolo, come possiamo oggi migliorare il nostro modo di comunicare attraverso l’email marketing?
Il tema della “qualità” è molto importante in quest’ambito. Negli anni ci siamo chiesti che cosa significasse questa parola per quello che facciamo. L’email marketing è un canale dove è possibile misurare le performance. È fondamentale per noi capire bene quali sono i risultati e come una newsletter performa.
Inviare “email intelligenti” per noi significa inviarle nel momento esatto, con l’oggetto corretto, con le cose che il cliente si aspetta di ricevere, con la giusta creatività, con i dati personalizzati, con le informazioni che il cliente mi ha richiesto.
Se ci pensi bene, tutto questo altro non è che la metafora del marketing: il marketing deve un po’ prevedere il contenuto che il cliente vuole ricevere. L’email marketing è un canale che ha gli strumenti adatti per dare valore a tutto questo.
Noi cerchiamo di farlo con la tecnologia dando, per esempio, ai nostri clienti strumenti per clusterizzare, per inviare al momento giusto, per essere più creativi (con degli editor in “drag and drop”). Noi consentiamo di fare tutto questo nel totale rispetto della privacy. Il nostro modello di business si basa sulla quantità di mail che vengono spedite.
Per noi dire “solo mail intelligenti” significa: spedisci il meno possibile, ma più di qualità. Questo è quasi un “ossimoro” per noi, però è fondamentale per migliorare la qualità del servizio.
L’email marketing è un attimo che diventa volantinaggio e spam, bisogna prestare attenzione a queste cose.
Paolo, finora hai toccato una serie di temi molto interessanti. La qualità rispetto alla quantità, cercare di portare un messaggio di valore e poi anche il tema della privacy (tema caldissimo in questi giorni). Un altro tema che mi piacerebbe approfondire con te oggi è quello della misurazione: “se non puoi misurarlo, non puoi migliorarlo”, si dice. Ecco, quali sono i KPI, i temi che vai a misurare secondo le best practices in una campagna di email marketing?
Anche questo è un tema in forte evoluzione. L’email marketing è uno dei canali più vecchi, ma è anche uno dei canali che cresce di più negli anni: nel 2025 si stima una crescita del 25% degli utilizzatori, delle aziende che ne faranno uso. Oggi, inoltre, l’89% dei marketer usa l’email marketing come primo canale di comunicazione e di conversione. L’innovazione di questo strumento si basa anche sui dati. I dati di partenza, lo sappiamo, sono le aperture e i click. Nel mezzo ci sono tutti i dati che una piattaforma può acquisire autonomamente attraverso i dati che l’utente inserisce. Noi, per esempio, abbiamo creato delle liste che sono basate di più sul CRM che sul dato email. Le nostre liste potrebbero anche non avere l’indirizzo email all’interno.
Questo apparentemente può sembrare strano per una piattaforma di email marketing. Questo significa che però potranno avere numeri di telefono, partite IVA, ecc. perché il dato è quello che ti consente di costruire le KPI, le metriche, che partono dalle aperture, dai click e dall’engagement.
Tornando un po’ al discorso di prima. Come definisci una “email intelligente”? Quali sono gli elementi che non possono assolutamente mancare?
È quella che parte da un ragionamento. E qui potrei portare un tema da Osservatorio. Noi abbiamo milioni di email spedite ogni mese. Abbiamo migliaia di utenti che utilizzano la piattaforma e vediamo i comportamenti, che sono quelli del “bisogna spedire”. Si tratta di un comportamento che non tiene tanto conto del “perché” lo si deve fare, del cluster, dei tag comportamentali degli utenti, del loro comportamento sul sito, dell’incrocio con altre variabili. Il vero valore sta nella clusterizzazione.
L’email intelligente è quella che arriva a poche persone, con dei contenuti personalizzati, dove anche la creatività viene pensata per quel tipo di email.
Quindi una email che riesce ad andare direttamente a segno in questo periodo in cui l’attention economy fa sì che il tasso di attenzione degli utenti sia così basso, è meglio colpirne pochi, ma in modo estremamente preciso e mirato.
Anche questo è una derivazione del marketing. L’email marketing è un canale di direct marketing che, però, si basa sulle regole del marketing e della comunicazione. Quindi una creatività che faccia stupire le persone, che sia in equity con il brand, che abbia appeal dal punto di vista del contenuto. A tutto questo aggiungi la possibilità di profilazione, di essere diretti. Questo è qualcosa che altri canali non lo possono fare.
Certo, magari cercando di dare del valore nel contenuto, portando qualche informazione che possa essere mirata e che possa generare delle interazioni successive.
Come tutti i canali di comunicazione richiede un investimento che non è sempre economico, ma che è di tempo, di contenuto, di pensiero, di valore, dato non solo dal canale.
Il valore non è spedire, ma permettere a chi riceve di rimanere ingaggiato perché è stato colpito dalla creatività, dal contenuto, dal gadget (es. un white paper di alto livello).
L’email marketing è cambiato durante e dopo la pandemia?
Sì, certo. Intanto, però, occorre ricordare che è cambiato il 25 maggio 2018, quando è entrato il GDPR. Si tratta di un cambiamento importante per le aziende, non per noi che facciamo questo di lavoro. La piattaforma di fatto non è mai cambiata, era complaint prima ed è complaint adesso. Con la pandemia c’è stato un tasso di evoluzione e di acquisizione dell’esigenza. Le persone e le aziende si sono accorte che se non puoi essere fisicamente attivo, devi essere virtualmente attivo. L’email marketing fa parte di questo fenomeno.
Questo si aggancia al discorso sul GDPR, alla tendenza di eliminare i cookies. L’email marketing è tornato fortemente al centro perché è l’unico canale che ti consente di avere un database tuo che nessuno ti può togliere. Se vai su altre piattaforme, se vai sui social, i dati non saranno mai tuoi, sono di qualcun altro che te li da in gestione.
L’email marketing è l’unico canale, invece, che ti consente di possedere questi dati e di custodirli come se fossero un tesoro. Questo concetto è stato particolarmente potenziato durante la pandemia.
Quindi, far crescere il CRM, sostanzialmente, qualificarlo, segmentarlo, aggiungere più informazioni possibili e poi puntare su una comunicazione di valore che abbia anche creatività al suo interno.
“Tu pensa che il 75% delle aziende in Italia non ha un ufficio marketing strutturato, figurati se ha un database strutturato”.
In molti non hanno un CRM, hanno un approccio digitale ancora molto limitato. Sappiamo bene che gran parte delle PMI, che costituiscono il tessuto imprenditoriale italiano, sono ancora molto indietro da questo punto di vista. Questo, però, è anche una grande opportunità perché significa che hanno molta possibilità di crescere.
Tornando sul tema della privacy, che cosa ne pensi delle ultime notizie che arrivano dal Garante per la Privacy che ha stabilito che Google Analytics non è legale?
Il tema è spinoso più per gli utilizzatori. Il tema della privacy è sempre visto come qualcosa di simile al “sì, ma poi lo faccio”. È vista un po’ come una seccatura. Noi in azienda abbiamo un DPO interno e investiamo tanto non solo sulla sicurezza dei dati, ma abbiamo anche la competenza per gestire la responsabilità e i processi.
Bene, Paolo. Un ultima domanda. Diamo uno sguardo al futuro. Quali sfide ci aspettano in questo settore? Verso che direzione stiamo andando? Paolo, puoi anticiparci qualcosa?
Recentemente ad un evento mi è capitato di fare un intervento dove ho affrontato proprio questo tema. È in previsione un incremento notevole sull’user adoption dell’email marketing, dell’utilizzo dello strumento, del fatto che l’email marketing è in crescita. Questo si vede anche da altri punti di vista, basti pensare a Substack, che è uno dei servizi di newsletter a pagamento negli Stati Uniti. Oggi ci sono persone che sono disposte a pagare per ricevere delle newsletter. Questa è davvero qualità, cioè scrivere bene, dare contenuti di valore, provare a dare valore aggiunto ad un servizio. I nostri migliori clienti oggi sono quelli che utilizzano l’email marketing nel modo giusto. In futuro, credo che si andrà in quella direzione.
Il web gratis non esisterà più. Si punterà sempre più sulla qualità e meno sulla quantità e questo ovviamente vale anche per l’email marketing.
Interessante. Io ci vedo una una convergenza: da una parte l’email marketing che aumenta la quantità di valore che porta e quindi il contenuto e dall’altro queste newsletter che nascono come contenuto addirittura a pagamento che poi possono convergere anche verso contenuti sponsorizzati.
Certo. Non è un caso che il New York Times abbia paragonato la newsletter ai nuovi social.
Grazie Paolo per essere stato con noi.
Grazie a voi che ci avete seguito fin qui. Alla prossima!
Vuoi intraprendere una strategia di email marketing, ma non sai da dove iniziare? Synesthesia elabora soluzioni di email marketing efficaci supportando i propri clienti nel raggiungimento di concreti risultati di crescita sul mercato globale. Chiedi ai nostri esperti.
Autore: (Francesco Ronchi, Presidente e fondatore di Synesthesia).
Come organizzare una call
1) La migliore call è nessuna call: prima di organizzare una call pensa se è davvero necessario o se il tema può essere affrontato in modo asincrono o più rapido (una mail, una chat?). Questo è ancora più importante per le call “ricorrenti”, ovvero che si ripetono nel tempo.
2) Focalizza l’argomento e scrivi un “ODG”: per non perdere tempo è importante che ogni call sia accompagnata da un ordine del giorno sull’argomento/i da discutere. Cerca di essere focalizzato riducendo gli argomenti al minimo e mantieni il focus durante la call. L’ODG può essere inserito direttamente nell’invito o essere un documento condiviso (utile per le call ricorrenti). Se la call prevede di prendere decisioni, il focus deve riguardare esclusivamente questi obiettivi.
3) Valuta di tenere un verbale: nella call più strutturate puoi definire un “segretario” (l’organizzatore o un altro partecipante) incaricato di prendere appunti sui temi trattati e le eventuali decisioni prese. Invialo poi in una email di riepilogo includendo anche eventuali altri stakeholder che devono essere informati su quanto discusso.
4) Coinvolgi solo le persone necessarie: prima di inviare una call a un gruppo allargato di persone, pensa chi realmente è necessario coinvolgere. A chi deve solo essere informato delle decisioni prese è meglio mandare solo una email di riepilogo.
5) Comprimi il tempo e lascia spazi di recupero: il tempo è la risorsa più preziosa e limitata in nostro possesso. Cerca di stabilire una durata per le call adeguata, cercando di comprimere i tempi per spingere i partecipanti a concentrarsi e a non divagare (specialmente per le call ricorrenti). Lascia sempre idealmente 10-15 minuti tra una call e l’altra. Se gli argomenti vengono esauriti prima della fine del tempo previsto, ringrazia tutti e chiudi la call in anticipo, complimentandoti per l’ottimo risultato!
6) Pianifica bene i momenti di pausa: il lavoro non può essere fatto solo di call. Pianifica e fissa nel tuo calendario momenti durante la giornata e la settimana dedicati al “deep work”, alla lettura delle email e altre attività che devi portare avanti. La dimensione di questi periodi di tempo dipendono dal tipo e della durata delle attività di cui ti devi occupare, e devono essere considerati “sacri” e protetti dalle interruzioni.
7) Scegli con cura il luogo dove fare la call: cerca un luogo silenzioso e tranquillo, dove non sarai disturbato e non importunerai nessuno. Prenditi cura anche dell’illuminazione, privilegiando quella frontale (evita di avere luci o finestre alle spalle).
Durante una call…
8) Rispetta la puntualità: a differenza dei meeting tradizionali, anche pochi minuti di ritardo possono essere percepiti molto negativamente. Se possibile, effettua il log-in con leggero anticipo e assicurati che il microfono e la telecamera che usi funzionino bene. Fai tutte le prove necessarie.
9) Usa una strumentazione adatta: spesso i PC portatili hanno un sistema audio di scarsa qualità, è importante procurarsi cuffie e/o microfoni di qualità (disponibili oggi a prezzi accessibili). Evita i vivavoce e, se puoi, evita di connetterti da telefono o tablet.
10) Disattiva o riduci la visualizzazione personale: si corre il rischio di passare il tempo a fissare se stessi costantemente durante una call, e questo può provocare distrazione e stress. Mantieni la visualizzazione attiva se possibile per i tuoi interlocutori, magari con un effetto sfocatura dello sfondo, per proteggere la privacy (gli sfondi personalizzati possono essere divertenti, ma tendono a loro volta a distrarre ed essere poco professionali).
11) Evita il multitasking e le distrazioni: “il multitasking riduce le prestazioni del 40% nella maggior parte dei casi”. Se svolgi altri compiti mentre sei in call, probabilmente lo farai male, e rischierai di apparirai disinteressato e maleducato. Resta sempre concentrato sull’obiettivo della call, e se pensi che la tua presenza non sia opportuna o utile, valuta di informare l’organizzatore della call per eventualmente disconnetterti e ricevere un riepilogo finale scritto.
12) Riposa gli occhi ogni 20 minuti: segui la regola del “20-20-20”. Ogni 20 minuti di lavoro al computer è consigliabile fare una pausa di 20 secondi fissando un oggetto ad una distanza di almeno 20 piedi (che sono circa 6 metri). Riposare gli occhi contribuisce anche a mantenere alto il livello di concentrazione, e puoi cogliere l’occasione per bere un po’ d’acqua e mantenerti idratato.
13) Fai interventi chiari e focalizzati: cerca di essere sintetico e rispetta il turno di chi deve parlare senza interrompere gli altri. È inoltre molto importante durante una call che ciò che stai raccontando sia comprensibile a tutti. Non dare informazioni per scontate ed evita di usare troppe abbreviazioni, slang e tecnicismi. Usa un linguaggio semplice, chiaro e adeguato alle competenze tecniche di chi sta al tavolo con te.
14) Silenzia il microfono quando non stai parlando: se il luogo che hai scelto per la tua call non è sufficientemente silenzioso usa la funzione di spegnimento del microfono quando non devi parlare. Così facendo, potrai focalizzarti esclusivamente sull’ascolto di ciò che dicono i tuoi interlocutori senza disturbare.
15) Evita di fare commenti ad alta voce una volta terminata la call: prima di concludere la conversazione assicurati di spegnere il software utilizzato per evitare di rimanere connesso.
Se hai richieste o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere i tuoi quesiti o le tue opinioni.Ti proponiamo, inoltre, il kit completo di 3 moduli per lo smart working dedicato alle aziende che stanno riorganizzando il proprio lavoro a distanza. Il kit completo consentirà ai partecipanti di acquisire metodi e tecniche per un’interazione a distanza professionale efficace. Potenzieranno, inoltre, tutte quelle competenze emotive, organizzative e progettuali necessarie per lavorare in modo efficiente e profittevole anche da remoto.
Google nei giorni scorsi ha aggiornato i requisiti per le “target API level” per le applicazioni Android con l’obiettivo di migliorare la sicurezza generale dell’ecosistema.
Il “target API level” rappresenta la versione di Android per cui una specifica applicazione viene scritta e compilata.
In base ai requisiti aggiornati, tutte le applicazioni dovranno raggiungere “API level” aggiornato entro i due anni dall’ultima versione principale di Android, per rimanere rilevabili sullo store dai nuovi utenti con dispositivi che eseguono versioni Android più recenti.
Per esempio, da novembre 2022 tutte le applicazioni dovranno avere un livello API corrispondente ad Android 11 o successivo.
Fondamentalmente, una volta entrata in vigore la modifica, gli utenti delle ultime versioni Android non saranno in grado di installare applicazioni precedenti, che potrebbero non avere alcune delle ultime protezioni offerte dalla piattaforma mobile.
“Gli utenti con i dispositivi più recenti e coloro che rimangono al passo con aggiornamenti di Android si aspettano di realizzare il pieno potenziale di tutte le protezioni di privacy e sicurezza che Android ha da offrire” – afferma Google.
Poiché ogni anno vengono rilasciate nuove versioni di Android, il gigante di Internet regolerà di conseguenza la finestra dei requisiti.
Molte delle applicazioni attualmente disponibili su Google Play soddisfano già questi requisiti, ma ci sono ancora molte app che richiedono attenzione, per questo Google ha avvisato gli sviluppatori.
L’azienda fornisce inoltre agli sviluppatori le risorse necessarie per aiutarli a garantire che le loro applicazioni rispettino i nuovi standard, e consente agli sviluppatori di richiedere un periodo di estensione di sei mesi facoltativo se ritengono di aver bisogno di più tempo per migrare le loro applicazioni a un API level superiore.
“Gli utenti attuali di app che hanno precedentemente installato l’app da Google Play continueranno a essere in grado di scoprire, reinstallare e utilizzare l’app su qualsiasi dispositivo che esegue qualsiasi versione del sistema operativo Android supportata dall’app”, afferma Google.
A maggio 2022, una politica aggiornata che entrerà in vigore impedirà essenzialmente agli utenti di regioni specifiche di accedere alle applicazioni che mostrano contenuti ritenuti inappropriati per quella regione. Infine, un altro aggiornamento della politica che entrerà in vigore il mese prossimo vieterà “l’incitamento all’odio relativo alle caste e all’immigrazione”.
La vostra app è aggiornata? Parliamone senza impegno, e valutiamo insieme gli interventi per renderla disponibile agli utenti delle ultime versioni Android! Contattaci qui.
Autore: Francesco Ronchi – Presidente e fondatore di Synesthesia srl Società Benefit.
L’evento
Durante la serata del 20 aprile, ore 21.00, presso la Sala Grande del Circolo dei lettori di Torino (via Bogino, 9) si terrà la presentazione del libro “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna”. Gli ospiti dell’evento saranno: Mauro Berruto (già CT della Nazionale Italiana di Volley, AD della Scuola Holden di Torino), Paola Allamano (CEO di WaterView), Walter Rolfo (CEO di Masters Of Magic, autore televisivo e Ingegnere della felicità), Francesco Ronchi (Presidente e Fondatore di Synesthesia) e Riccardo Recalchi (CEO di Synesthesia),
A moderare la presentazione ci sarà Fabrizio Vespa (giornalista e scrittore).
Attenzione – abbiamo raggiunto il limite della sala principale, ma abbiamo attivato sala extra nella stessa location, ma collegata via video conference.
Il libro di Synesthesia
“10 anni di futuro. Interviste dalla Luna” (Synesthesia / Barometz Editore) è il racconto di viaggio alla scoperta del futuro (durato circa 10 mesi) in compagnia di: Max Casacci, Guido Saracco, Arturo Brachetti, Mauro Berruto, Alessandro Barbero, Alyssa Carson, Horacio Pagani, Walter Rolfo, Paola Allamano, Pietro Leo, Sara De Simoni, Chet Haase, Bibop G. Gresta, Liz Corbin, Natasha Skult, Emilio Casalini, Riccardo Recalchi e Francesco Ronchi.
Attraverso dieci parole chiave gli intervistati sono stati coinvolti come narratori e hanno raccontato la loro storia, il pensiero che ha animato il loro agire nel presente e nel mondo e, soprattutto, il loro sentire proiettato nel futuro.
Da questo confronto hanno preso forma le interviste pubblicate a partire dal 21 marzo del 2021, la data del nostro compleanno, sul web, sui podcast, sui social media e, infine, nel libro.
Aiutaci ad aiutare
Durante la presentazione sarà possibile acquistare il libro e supportare, quindi, la Fondazione Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino (Forma Onlus Torino) e la campagna umanitaria #UnaSolaSquadra di COSPE onlus a sostegno di donne e bambine afghane rifugiate in Italia.
Se non riesci a venire alla presentazione, puoi acquistare il libro su Amazon qui.

Gli ospiti

Mauro Berruto: è un allenatore di pallavolo e dirigente d’azienda italiano. Laureato in Filosofia, è stato Commissario Tecnico della Nazionale Maschile Italiana di pallavolo, vincendo sette medaglie tra le quali quella di bronzo ai Giochi Olimpici di Londra 2012. Autore di due romanzi e di uno spettacolo teatrale, è stato anche l’amministratore Delegato della Scuola Holden di Torino e dal 2018 ha assunto l’incarico di Direttore Tecnico delle Squadre Nazionali olimpiche di Tiro con l’Arco. Il 18 marzo 2021 il segretario del PD Enrico Letta lo nomina membro della segreteria nazionale con delega allo sport.
“Tutto nasce da due cose fondamentali: da una curiosità infinita e dalla bellezza di una parola che negli ultimi anni è stata usata tanto, ma con un significato sempre negativo. Sto parlando della parola “contaminazione”. Dovremmo riappropriarci del significato di questa parola. Questo è un lavoro che dovremo fare post-pandemia, cioè tornare a convincerci che la relazione, il contatto, la mescolanza delle culture, delle esperienze è un fatto generativo”. (Intervista a Mauro Berruto, 10 anni di futuro. Interviste dalla Luna, Synesthesia).

Paola Allamano: si è laureata in ingegneria ambientale presso il Politecnico di Torino nel 2004 e successivamente ha conseguito il Dottorato in ingegneria idraulica con una tesi sui meccanismi di deflusso delle precipitazioni nei fiumi di montagna.
Da gennaio 2008 è ricercatrice presso il Dipartimento di Idraulica, Trasporti e Infrastrutture Civili del Politecnico di Torino e dal febbraio 2015 è co-fondatrice e CEO di WaterView, la startup che sfrutta la tecnologia AI per prevedere i cambiamenti atmosferici. Paola Allamano è responsabile della strategia e dello sviluppo dell’attività.
Nel 2015 è stata inoltre relatrice al Senato in occasione della conferenza sul tema della “comunicazione gender-sensitive come strumento per mitigare il rischio idrologico”.
“Credo che le donne abbiano molto da dare nelle imprese e nel mondo aziendale. Quello che ho dovuto superare da donna è voler essere sempre “perfetta”. La ricerca della perfezione, l’incapacità di lasciare qualcosa di imperfetto, è uno dei limiti delle donne. Un uomo si fa molti meno problemi. Invece noi no, dobbiamo sempre essere perfette. E nel mondo dell’impresa si dice “meglio fatto che perfetto”: rilascia quella cosa, falla funzionare all’80% e poi la migliorerai. Se le donne sapessero venire a patti con questa cosa secondo me sarebbero veramente le CEO ideali del prossimo futuro” (Intervista a Paola Allamano, “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna”, Synesthesia).

Walter Rolfo: è un mago illusionista, autore televisivo, scrittore, ingegnere e consulente aziendale italiano. Dopo essersi laureato in Ingegneria gestionale presso il Politecnico di Torino, inizia a lavorare in Rai come autore e conduttore. Dal 2008 è presidente del Congresso Magico Masters of Magic e dal 2013 porta in giro per l’Italia uno spettacolo dal titolo “L’arte di realizzare l’impossibile”, un docu-show alla scoperta dei più affascinanti misteri della mente.
“Io credo che oggi per essere un’azienda migliore non si debbano solamente realizzare performance migliori. Ciò che fa la differenza sono le persone da cui essa è formata. Un’azienda è migliore perché è formata da persone migliori” (Intervista a Walter Rolfo,“10 anni di futuro. Interviste dalla Luna”, Synesthesia).

Francesco Ronchi: Fondatore e Presidente di Synesthesia. Laureato in Informatica e con un elevato background tecnologico, è un imprenditore torinese. Ha lavorato con clienti nazionali e internazionali su progetti di digital transformation, sviluppo software, comunicazione digitale, formazione e open innovation. Alla guida di Synesthesia ha dato il via all’edizione italiana di droidcon, ideato Swift Heroes e lanciato i progetti FuturMakers e Girls Tech dedicati alla divulgazione tecnico-scientifica (STEM) per bambini/e e ragazzi/e.

Riccardo Recalchi: è Amministratore delegato e socio di Synesthesia. La sua carriera inizia nel mondo del software e dei servizi professionali per poi consolidarsi in una visione globale dell’intero comparto della digital economy sia in ambito business to business sia business to consumer. In Synesthesia cura il progetto strategico di crescita e consolidamento, e nel contempo, detiene la gestione diretta di finance, human resources e digital factory. Etica, intraprendenza e visione globale sono i suoi valori di riferimento e, con questo approccio, è costantemente attivo nello sviluppo di nuove iniziative di business e startup innovative.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 31 min]
Nella tua vita hai seguito tantissime strade. Sei imprenditore, hai co-fondato “Digital Magics”, ma hai anche lavorato in TV, hai avuto una band, una carriera davvero “disruptive”, ma sicuramente con un filo conduttore ben preciso. Qual è questo filo e come ti puoi definire oggi? Chi è oggi Bibop?
“Al di là delle identità che secondo me non contano molto, nessuna etichetta e nessuna identità può definirci. Io credo che il filo conduttore, che ha “suonato” come un leitmotiv in background in tutta la mia vita, è stata la visione dell’uomo rinascimentale. Mi ha sempre colpito il fatto che Leonardo fosse uno scienziato, ma anche un artista.
Non c’era una distinzione tra la figura di un artista e quella di uno scienziato. Lo scienziato inventava le soluzioni più innovative ma allo stesso tempo dipingeva, suonava… Era un tutt’uno. È così che abbiamo reso grande l’Italia nel mondo, grazie a questo concetto rinascimentale.
Poi sono arrivati elementi di influenza esterna per cui i due ambiti, scienza e arte, hanno preso direzioni diverse. Io ho iniziato come programmatore. Avevo 9 anni. Poi con i soldi che mettevo da parte compravo strumenti musicali, computer e così mi sono appassionato al mondo digitale, che per me comunque era costituito sempre da note musicali. Questo quindi mi ha accompagnato per tutta la vita. Ho fatto il mio primo disco. Sono arrivato in Europa con il mio gruppo, con la musica dance degli anni ‘90 ed è stato molto divertente.
Ho quindi dovuto lasciare il mio lavoro di programmatore perché abbiamo fatto 21 dischi, di cui 6 primi in classifica. Da lì è partita la mia passione per i media.
Ho fondato “Bibop” e l’ho venduta a Telecom Italia. Ho iniziato così la mia carriera con questa vendita per 11 miliardi delle vecchie Lire (4 milioni di Euro circa). Ho poi co-fondato “Digital magics” insieme a Enrico Gasperini.
Alcune delle startup che abbiamo fondato hanno avuto grande successo come, per esempio, “Talent garden”. Le prime exit in Italia le abbiamo fatte noi. Poi ho deciso che a un certo punto era il momento di andare in California perché il sogno della California è sempre stato il mio “pallino” e se non l’avessi fatto a 40 anni non lo avrei mai più fatto. È in quella situazione che è nata la scintilla con Elon Musk e il progetto Hyperloop. Siccome lui aveva detto che non lo voleva realizzare, io e il mio socio abbiamo deciso di farlo.
Il resto è storia. Abbiamo creato la più grande società di Hyperloop al mondo, abbiamo depositato il brand in 56 Paesi. Non tutti sanno che il marchio “Hyperloop” lo detengo io nella maggior parte dei Paesi.
Da lì è partito, lo scorso anno, il progetto italiano”.
Quindi il progetto italiano è più avanti rispetto a molti altri progetti nel mondo? Siamo tra i primi? Abbiamo qualche vantaggio?
“Con enorme sorpresa. L’Italia fa sempre questi slanci. Si chiamano “leapfrog”. È sempre indietro di tutti fino a quando non si trova davanti. È stato così in tanti ambiti: per quanto riguarda i cellulari, l’mp3, ecc.
Tutta una serie di settori sono stati innovati improvvisamente. Pensiamo anche ai computer con Olivetti, l’abbiamo creata noi la Silicon Valley.
Una grande sorpresa c’è stata nel 2019 quando le delegazioni del Veneto e dell’ANAS mi vennero a trovare in California, dove ha sede la mia società, e volevano assolutamente parlare con me. Io avevo bandito qualsiasi rapporto con l’Italia, me ne ero un po’ distaccato per 14 anni.
La loro insistenza mi aveva molto colpito. Ricordo che mi illustrarono una cosa che io non sapevo: l’Italia nel dopoguerra sviluppò tutto il piano di ricostruzione con un approccio unico. Hanno previsto un corridoio “relitto” da 20 a 60 metri lungo tutte le autostrade e le ferrovie per un totale di 30.000 km e 10.000 km di parallelismo. Cioè 10.000 km di questo corridoio sono in parallelo con un’autostrada e una ferrovia contemporaneamente di fianco. Questa è una cosa pazzesca perché significa avere un corridoio naturale di 20 metri, quando a noi, per Hyperloop, al massimo ne servono 18. Sembra quasi fatto apposta. È come se al tempo si fosse intuito che sarebbe arrivato Hyperloop.
Questo ha fatto accendere una lampadina e abbiamo dato il via ad alcuni workshop con ANAS e con Ugo Di Bernardo, direttore generale di ANAS, che con molta lungimiranza mi ha convinto a guardare all’Italia come possibile target in un momento particolarmente favorevole perché stavamo decidendo dove implementare la prima linea Hyperloop. Avevamo già costruito a Tolosa mezzo km di “certification track”, ma ci siamo resi subito conto che eravamo dentro un vecchio aeroporto militare bombardato dopo la guerra mondiale e tutto lo sminamento ci ha fatto capire che quella situazione non poteva essere ampliata.
E quindi mentre ci stavamo guardando intorno una serie di governatori in Italia ci ha dato a disposizione del terreno per lavorare e implementare una linea Hyperloop in Italia”.
Possiamo sognare quindi di essere i primi in Italia ad avere una linea Hyperloop?
“Per me volere è potere. Tra sognare e realizzare l’unica differenza è lo step. Cioè se riesci a immaginare ogni step necessario per arrivare a quel sogno vuol dire che è possibile e lo puoi realizzare. Noi oggi ce li siamo immaginati tutti.
Oggi stiamo lavorando a una cosa molto bella per l’Italia”.
Immagino che ci siamo state molte sfide difficili da risolvere proprio dal punto di vista tecnologico. “Hyperloop” è qualcosa di “disruptive” appunto, che non esisteva prima. Lo stesso Musk forse aveva sottovalutato alcune difficoltà tecniche…
“In realtà il discorso di Hyperloop non lo aveva fatto proprio Elon. È un concetto che arriva dal 1800. Il primo sistema Hyperloop è stato concepito sotto la metropolitana di New York nel 1889 da un imprenditore, Ely Beach, che concepì un treno a ridotta pressione sotto quella che sarà poi chiamata la metropolitana di New York tra Warren e Broadway. Non tutti sanno che 1 km della prima metropolitana di NYC era Hyperloop. Lui ha creato per 7 anni, illegalmente, sotto Broadway, questo tunnel dove ha posizionato una carrozza funzionante. Lo comprò poi JP Morgan e costruì la metropolitana di NYC.
Il concetto di Hyperloop fu tentato più volte. Anche il padre della Rocket Science Robert Goddard, nel 1904 pubblicò un brevetto su “Popular mechanics”, la “bibbia” delle invenzioni mondiali. Lui dimostrò come si poteva collegare New York a Los Angeles in meno di due ore con questo vactrain sotterraneo.
La comunità scientifica si schierò contro, affermando che l’uomo non poteva viaggiare sopra i 100 km/h. Il progetto venne quindi abbandonato. E così oggi abbiamo i missili che vanno su Marte ma non abbiamo ancora Hyperloop.
Più di una volta, quindi, questo concetto fu studiato. Il gravity vacuum e il vactrain erano molto simili a Hyperloop. Quando Elon pubblica il “White paper” realizzato da due suoi stagisti (uno dei due lo abbiamo poi assunto noi), non ha inventato niente di nuovo, ha solo dato l’input per guardare oltre a un modello efficiente, sostenibile ed economicamente realizzabile. Ci ha dato così l’opportunità di puntare un gigantesco riflettore su questa tecnologia e permetterci di lanciare Hyperloop nel mondo. Da lì, poi, più di 800 scienziati si sono uniti alla nostra società da 52 Paesi, creando uno dei più grandi progetti di crowdsourcing al mondo”.
La dimostrazione che volere è potere. Risolvere cose credute infattibili semplicemente perché nessuno è riuscito prima, le rende fattibili. Qual è la cosa più difficile che avete dovuto risolvere? Qual è stato l’ostacolo più grande?
“Dal punto di vista tecnico devo dire che tantissime delle tecnologie che abbiamo utilizzato (la maggior parte) erano già state inventate. In realtà la cosa straordinaria che abbiamo fatto è stato proprio questo nuovo modo di costruire l’azienda. È facile parlare otto anni dopo, quando sono stati fatti due case study a Harvard e si insegna proprio lì il nostro modello. Alcuni grandi temi di oggi come housing, food, energy sono approcciati proprio attraverso questo nostro nuovo modello di azienda.
Ma immaginiamo di essere nel 2013 quando ancora non si parlava di crowdfunding, dove l’intuizione è stata quella di dare a chiunque volesse contribuire stock dell’azienda in cambio di ore di lavoro. Questa cosa ci ha permesso da subito di avere grandi aziende come Leybold, inventore delle pompe a vacuo, che è subito intervenuta proponendo le sue soluzioni già in uso (come l’hadron collider del CERN), alcune utilizzate in ambiti dove si raggiunge la pressione di dieci alla meno dieci, mentre noi ci fermavamo a dieci alla meno tre (1 pascal). Loro potevano garantire sistemi in grado di funzionare a questo tipo di pressioni e anche di più.
Un’altra tecnologia di cui si parlava era quella della levitazione magnetica, consistente nello spingere l’aria sotto la capsula. Ma in un tubo a ridotta pressione questa soluzione provocava degli “air flow”, creando così instabilità sia sul tubo sia sulla stessa capsula e non era quindi fattibile. Il professor Richard Post, scienziato che ha lavorato nel laboratorio Lawrence Livermore National Lab di Einstein, ora in pensione, ci ha scritto dicendo: “negli anni ‘90 ho sviluppato un sistema di levitazione passiva che poi è stato secretato e attualmente è utilizzato dal governo americano per stabilizzare i proiettili dentro i cannoni. A voi serve la stessa cosa: un sistema che all’aumentare della velocità, generi levitazione in maniera passiva”.
Ci ha mostrato questo sistema. Aveva 2 km già sviluppati a San Diego, alla General Atomics, dove c’era un track in disuso che aveva già dimostrato di funzionare con un peso di 80 tonnellate e noi non abbiamo fatto altro che ammirare questo prototipo che si muoveva avanti e indietro perfettamente.
Tutti i brevetti che abbiamo acquisito sono stati presi grazie alla segnalazione e al lavoro di questi scienziati in giro per il mondo.
Abbiamo avuto scienziati come l’inventore della missione Apollo della NASA, provenienti dal MIT, da Stanford, ecc..”.
È veramente una cosa bellissima il fatto che siate riusciti a coinvolgere le migliori menti dell’Umanità in una modalità completamente interdisciplinare, mettendo insieme competenze di mondi completamente differenti. Questo dimostra come l’umanità possa fare cose meravigliose semplicemente decidendo di lavorare a un progetto comune. L’interdisciplinarietà mi riporta a quello che dicevi tu all’inizio: la tecnologia e tutte le scienze sono spesso accompagnate dalla creatività. Non c’è solo la competenza dell’ingegnere che fa il suo lavoro, ma spesso c’è anche una grande creatività. Sarebbe bello riunire proprio questi aspetti. Noi in Synesthesia abbiamo un’iniziativa, “FuturMakers”, costituita da corsi di tecnologia STEM a cui abbiamo aggiunto anche la “A” di arte, facendoli diventare così STE(A)M. Puntiamo tanto a stimolare la creatività artistica dei ragazzi che seguono i nostri corsi perché l’interdisciplinarietà e la diversity sono gli ingredienti che fanno emergere poi le potenzialità umane migliori.
“È fondamentale quello che stai dicendo. Noi dobbiamo partire dalle scuole, dalle università. Quando parlo di “nuovo Rinascimento” o di quarta rivoluzione industriale non è un claim, ma bisogna pensare proprio a un nuovo uomo. Sono temi sviluppati a livello mondiale e trattati in maniera molto seria anche da grandi aziende come Unilever, P&G.
Stiamo passando da homo sapiens a homo “evolutus”, dove la differenza sta proprio nella capacità di “aumentarci” tramite il knowledge, ma anche tramite i device. Pensiamo anche a quello che sta facendo Elon, l’idea di “iniettare” chip nel cervello (Neuralink), che spaventa molto il pubblico. Io credo che la tecnologia ci aumenterà, ma lo deve fare in maniera funzionale all’uomo. Quando noi parliamo di riformare la scuola, dobbiamo partire proprio da questo.
Mi piace il tuo concetto di STE(A)M che ti ruberò subito perché è proprio quello che sto cercando di realizzare con “L’oasi della quarta rivoluzione industriale”: un progetto che stiamo per presentare proprio per ripartire dalle scuole.
Oggi se devo cercare un “ingegnere Hyperloop” non esiste, lo devo formare io e lo devo fare in un modo completamente nuovo. Sono molto contento, quindi, che un’azienda come la vostra stia guardando e capendo questi concetti. Bravissimi”.
Una curiosità: Elon Musk più volte è entrato nel nostro discorso, ma che tipo è? È davvero questo “genio folle” che viene descritto?
“Io ho una stima enorme per lui e non saremmo partiti con questo progetto se non fosse stato per lui e per il suo input iniziale.
Ci sono milioni di “Elon Musk” in giro per il mondo che stanno solo aspettando di avere la loro occasione. Io credo che in Italia dobbiamo cercare di avere questi modelli e abbiamo un bisogno fondamentale di questi modelli. Quindi ben venga Elon, ma anche il suo estro e la sua “discontinuità”.
Oggi le nuove generazioni iniziano ad avere dei modelli che sono i nuovi imprenditori. Bisogna, quindi, avere tanto rispetto di Elon e apprezzare quello che sta facendo: ci sta portando su Marte e lo sta facendo in una maniera spettacolare. Io, nel mio piccolo, per ora sono rimasto “a Terra”. Partiamo dalla Terra. Io sono un “presentista” non sono un “futurista””.
Bisogna seminare oggi per il futuro. Io sono molto d’accordo con te sul fatto che le nuove generazioni sono anche migliori di quelle presenti e passate. Hanno una marcia in più. Vedo proprio una coscienza rispetto al mondo e all’ambiente che noi non abbiamo più. Questo mi rende molto ottimista rispetto al futuro. Purtroppo quello che stiamo lasciando è un mondo che ha un sacco di problemi, ma loro per fortuna hanno la volontà e forse anche i mezzi per cambiare.
“Noi abbiamo il dovere di essere ottimisti. Basta con queste “etiche della crisi”, che poi loro non sanno neanche cosa voglia dire crisi. Vuol dire rinascita. Io sono un fanatico delle persone “che fanno” invece di lamentarsi e basta. I giovani non possono non essere ottimisti.
Hanno un libro bianco da scrivere, hanno possibilità che noi non avevamo. Noi cercavamo le informazioni, loro le devono solo filtrare, selezionare.
Hanno lo scibile umano a disposizione e non hanno più scuse. Non c’è una possibilità di non avere successo perché con l’accesso all’informazione non ci sono limiti. Magari sbagli, una, due, tre volte, ma non importa, si va avanti.
Io sono un entusiasta del momento e secondo me la pandemia ci ha anche riportato un po’ “con i piedi per terra”. È stata una grande batosta però è stata anche una grande “doccia di realismo” per rimetterci davanti a noi stessi e spero che le persone si stiano chiedendo: ma sto facendo ciò che mi piace? Sto facendo il lavoro giusto? Sto pensando a me?
Secondo me questo periodo ci deve servire proprio a ri-bilanciarci e far ri-iniziare la voglia di fare”.
Sono pienamente d’accordo con te. Bibop, lasciamoci con un’ultima domanda. Tu prima hai detto che sei un “presentista” ma se dovessi pensare al mondo tra 10 anni, cosa vedi? Come te lo immagini?
Non potrà che essere migliore di oggi. Abbiamo tecnologie che stanno “spaccando” tutto, stanno arrivando a toccare i centri nevralgici dell’essere umano. Tutti gli “-ismi” che abbiamo costruito (capitalismo, socialismo, comunismo,…) scompariranno sotto i colpi inesorabili del progresso. Il progresso dice, per esempio, che dovremmo lavorare di meno e tornare a quello che ci riesce meglio. Magari lavoreremo solo una, due, tre ore ma faremo tanto altro.
Torneremo a vivere, torneremo ad amare in maniera libera, con le nostre famiglie. Io credo che l’umanità sia di fronte a uno dei suoi momenti più belli perché la tecnologia ci permetterà di non lavorare più, perchè non ci sarà un lavoro. I computer ci prenderanno tutti i lavori principali.
Ci servirà cambiare proprio anche tutte le regole.
“Il concetto di economia, concepito sulla scarsità, implica che a un certo punto sarà tutto in mano allo 0,5% della popolazione e tutto il resto è tralasciato. Quindi qualcuno si deve porre il problema che forse c’è qualcosa che non funziona in questo modello.
Troveremo, spero, un “-ismo” nuovo, a misura d’uomo, dove ci sarà finalmente un equilibrio tra l’empatia e l’amore che dovremmo avere e su cui dovremmo impostare tutta la nostra società, se no ci autodistruggiamo. Quello che Elon, infatti, sta cercando di fare è conquistare Marte perché così se sulla Terra non ce la facciamo, su Marte magari resistiamo come “specie multi planetaria”.
Ma al di là di questo, io credo che queste nuove generazioni ci consentiranno di non autodistruggerci e di trovare nuove soluzioni sempre migliori“.
È stato veramente un piacere e ti ringrazio tantissimo per le parole e le idee condivise.
“Grazie a voi”.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Bibop Gresta!
Ascolta “Disruptive Technology / Bibop Gresta [Ottobre 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 35 min]
Emilio, nel tuo sito web parli di te come scrittore, narratore e giornalista. Forse sono tanti lati di una stessa medaglia? Cosa ti occupa di più in questo momento?
“La mia vita e la mia esperienza sono una declinazione continua e credo che sia proprio il segno dei tempi. Una volta avevamo lavori molto fissi per cui eravamo preparati fin da piccoli e li portavamo avanti fino alla fine. Oggi non solo siamo nell’epoca della singularity dove tutto cambia velocemente, ma siamo anche noi stessi a cambiare. Io continuo a “evolvermi” molto velocemente, assecondando quello che succede intorno a me.
Mi occupo di valorizzazione della bellezza e di strumenti di narrazione dell’identità. Sono consulente per i territori, con l’obiettivo di andare alla ricerca dei modi migliori per raccontare un’identità, perché quando hai qualcosa che ha valore, devi conoscerlo e raccontarlo prima a chi vive in quel luogo e poi offrirlo anche agli altri. Questa è narrazione, è un racconto di quello che sei e del valore che hai. Serve per creare un valore aggiunto, lavoro e benessere.
Mi sto poi occupando anche di una cooperativa di comunità a Sciacca, in provincia di Agrigento, dove sono il direttore creativo di un progetto che si chiama “Museo diffuso dei cinque sensi”. Sciacca è una cittadina di 40.000 abitanti, con un centro storico molto carino, ma poco valorizzato. La comunità locale ha deciso insieme di raccontarsi e di organizzarsi per accogliere un turismo di qualità. L’obiettivo è creare una forma di accoglienza “famigliare” e in amicizia con persone con cui condividere la propria identità. È un progetto molto grande, che sta crescendo.
Mi occupo, inoltre, di un programma televisivo che è andato in onda nel 2019 con 5 puntate che si chiama “Generazione bellezza” su Rai Tre. È andato molto bene, ci siamo poi bloccati per il Covid, ma adesso riprenderemo a girare e andremo in onda a dicembre”.
Effettivamente è tutto connesso e il filo conduttore è molto chiaro: la bellezza e la sostenibilità legate a questo progetto turistico. Mi viene in mente quella frase di Peppino Impastato che diceva: “Se insegnassimo alla gente la bellezza, gli daremmo un antidoto all’omertà, alla depressione”, a tutta una serie di condizioni negative. Perché è importante raccontare la bellezza? Si può insegnare la bellezza alle persone?
“La frase di Peppino Impastato porta a un tema che è quello della consapevolezza: non riuscirai mai a convincere qualcuno davvero dell’importanza della sostenibilità finchè non ne capisce il valore. Puoi imporgli quello che vuoi, ma finchè non lo capisce, il sacchetto della spazzatura, per esempio, lo butterà sempre fuori, sulla strada. Finché non c’è uno switch mentale, è inutile imporre un concetto con la forza o con multe e sanzioni. Tutto diventa diverso quando capisci il valore delle cose.
La bellezza è una specie di paradigma che mette insieme tutto. Parlo di un modo di essere belli non esteticamente, ma soprattutto dentro. È un modo di migliorare il nostro sistema di vita. È un modo di considerare tutto quello che ci circonda come un valore: dall’ambiente alle risorse materiali e immateriali. Nel momento in cui capisci il valore di questo contesto generale, di conseguenza aumenti la consapevolezza che porta poi all’azione. E quindi tu stesso diventi un autore.
Ecco perché è così importante la narrazione della bellezza secondo me. Per fare un esempio pratico pensiamo a quando gli italiani viaggiano all’estero e dicono “guarda questi che non hanno niente cosa hanno combinato, che bravi che sono a raccontarlo. Pensa noi cosa potremmo fare…”Perché non lo facciamo?”. Allora ecco il mio ruolo oggi è questo: “rispondiamo alla domanda”. Non lo facciamo perchè siamo viziati e siamo un popolo circondato dalla bellezza, quindi essa va da sé. Noi non dobbiamo sforzarci per trovarla, è tutto troppo facile. È come se vivessi accanto a un albero che dà frutti buonissimi. Allunghi la mano e mangi. Perchè devi impegnarti a fare qualcosa? Noi siamo più o meno sulla stessa linea, andiamo avanti per inerzia, ma oggi questo “accontentarsi” non basta più.
La narrazione della bellezza è la presa di consapevolezza del valore di quello che siamo, del patrimonio materiale e immateriale creato dall’uomo, del patrimonio naturale che non abbiamo fatto noi. Prendiamo consapevolezza di noi stessi, delle nostre skills, dei nostri talenti. Mettere insieme questi “saperi” e trasformarli in azione è la realizzazione della bellezza”.
Quindi la bellezza va narrata ancora di più rispetto al semplice mostrare i momenti in cui questa rischia di essere rovinata o denunciare situazioni di pericolo. Occorre far innamorare le persone di questa bellezza?
“Io ho lavorato per tantissimi anni con “Report”, un programma straordinario di denuncia. Dopo questo primo step di denuncia, però, deve esserci anche una fase di costruzione. Nel mio nuovo programma voglio raccontare “quelli che fanno”. Tutti diciamo sempre: “bisogna fare questo e quest’altro” poi però a muoversi davvero sono in pochi.
Per secoli, quando lavoravi, o puntavi al mero guadagno di denaro o agivi per il solo scopo di fare del bene. Le due cose raramente andavano bene insieme. Oggi invece sono stati realizzati tantissimi progetti ed è cresciuta la consapevolezza delle aziende dell’importanza di assumere un ruolo “morale” perché tutti facciamo parte sempre di più di una connessione globale.
Oggi, dunque, devi ragionare in termini di comunità. Se tu ti senti connesso con gli altri, inizi a lavorare meglio per te stesso e per gli altri. Quello che stiamo facendo a Sciacca è qualcosa di concreto. Faccio un esempio: siamo un territorio che ragiona per turismo. Il turismo è una straordinaria opportunità a livello aziendale perché protegge il territorio, deve preservarlo il meglio possibile, è un’economia diffusa e tendenzialmente antimafia, è contro le organizzazioni criminali collettive perché è capillare, difficile da controllare, pieno di iniziative veloci, di soldi che arrivano e sono subito reinvestiti.
La pandemia ha acceso la luce su un tessuto davvero debole e inefficiente. Abbiamo una “coperta piena di buchi”. I borghi, per esempio, sono il futuro ma devi imparare a strutturarli.
Se non c’è narrazione, se non c’è comunicazione, non ci sono infrastrutture, non c’è accoglienza, è molto difficile attrarre turisti e visitatori. Noi a Sciacca stiamo lavorando per un centro storico che è molto bello, considerato come un museo a cielo aperto, circondato, però, dalle tante “montagne di cemento” che contraddistinguono le nostra città.
Abbiamo radunato ceramisti e corallari per offrire un turismo esperienziale: vieni con noi e realizzi il tuo gioiello, imparando l’arte del corallo. Il corallo di Sciacca, inoltre, è integralmente sostenibile perché è fossile. Le strutture ricettive lavorano in gruppo, collettivamente. Abbiamo creato chat ad hoc dove ciascuno scrive le prenotazioni che ha e se non ha posto per tutti i clienti chiede aiuto agli altri albergatori. La comunità che si muove insieme così ci guadagna, potendo ospitare sempre più persone e in modo sempre più accogliente e di alta qualità.
I ristoratori raccontano il territorio e raccontano i contadini: le arance che assaggi a colazione, le possiamo spedire, per esempio, fino a Londra per tutto l’anno.
Questo meccanismo complessivo, anche in periodi di crisi come quello attuale, ti fa sentire parte di una comunità coesa. Per rispondere, quindi, alla tua domanda: la bellezza è la nostra identità. È tutto quello che siamo noi e abbiamo il dovere di proteggerla, facendola diventare qualcosa di concreto. Per me, il concetto di comunità in questo momento è estremamente moderno, lontano da qualsiasi stereotipo del passato ed è cooperazione, gestione della complessità: hai tanti soggetti diversi in gioco.
Oggi, quindi, l’impresa sociale è gestione della complessità”.
Mi vengono in mente altri progetti che negli anni passati sono stati fatti, per esempio negli anni ‘70 erano nate comunità attorno ai borghi che poi però nel tempo si sono un po’ perse. Avete già pensato a un modello di sostenibilità ma anche di replicabilità, in altri posti d’Italia, di questa attività che state portando avanti a Sciacca?
“Sì, è tutto pensato e concepito sia per essere ultra sostenibile, sia per essere totalmente scalabile. Abbiamo strutturato un percorso in quattro fasi fondato sulla comunità: awareness, engagement, empowerment e management. Le persone così diventano consapevoli innanzitutto del valore di quello che posseggono e che le circonda. È un percorso di comunità che si fa insieme: i singoli prendono consapevolezza di quello che hanno per poterlo condividere come comunità.
Poi c’è una forma di empowerment per cui si riesce a capire cosa fare e con quali strumenti. Il percorso non è top-down, ma neanche bottom-up. È un percorso peer-to-peer, tra pari. Ti organizzi e ti procuri gli strumenti necessari e ovviamente ricevi competenza. All’artigiano che non ha mai fatto turismo esperienziale occorre spiegare come fare.
Per questi motivi, abbiamo aperto 10 infopoint ospitati in 10 negozi (pub, locali, librerie) nel centro storico, che avranno a disposizione cartine geografiche e Google Nest Translator per poter dialogare in diverse lingue.
Poi c’è l’engagement: ti connetti agli altri e offri il tuo valore al mondo, imparando a gestire la complessità.
È un modello che passa innanzitutto attraverso il capire quanto è utile lavorare insieme in una concezione moderna, non di buonismo. Lavoriamo insieme perché serve a entrambi, siamo troppo fragili da soli.
In questo percorso di lavoro insieme, dove sta la sostenibilità? Rientra in una sostenibilità ambientale: i dispenser dentro le strutture ricettive, per esempio, hanno consentito di ridurre l’utilizzo delle saponette e di trasformarlo in sapone liquido. I dispenser sono fatti dal ceramista di Sciacca secondo un modello disegnato dalla struttura ricettiva stessa. Il sapone è fatto in Sicilia con prodotti naturali che valorizzano il territorio. E quindi con un QR code, inquadrando il dispenser, puoi acquistarlo, avendo a disposizione il catalogo dei prodotti sulla piattaforma.
Abbiamo realizzato un sito (www.museodiffusosciacca.it) che racconta quello che siamo e stiamo lavorando a una piattaforma, un marketplace, per creare anche un luogo dove tutta la comunità offre sé stessa e si racconta. Con il QR code quindi entri nella piattaforma e compri il dispenser, ma se vuoi puoi prenotare anche l’esperienza per andare tu stesso a disegnare il tuo dispenser. Così hai creato connessioni sociali tra l’artigiano e la struttura ricettiva e hai creato un nuovo intreccio di comunità. In questo modo la sostenibilità non è più solo quanto risparmiamo di sapone o di imballaggi, ma è anche il percorso che facciamo per arrivare al prodotto e alla soluzione finale.
Facciamo capire che ci guadagniamo tutti: il singolo risparmia, si alza il profilo qualitativo della struttura ricettiva, arrivano clienti che pagano di più perché sanno che ha valore quello che si sta offrendo. Tutto il percorso si estende poi agli altri. È una sostenibilità ambientale e anche economica, nel senso che stiamo creando un percorso che ha un futuro anche finanziario”.
La sostenibilità ambientale non può prescindere da quella economica. Sono esattamente come dicevi tu prima: interconnesse. Una cosa sostenibile ha sempre comunque bisogno di un apporto dall’esterno. Il vostro modello mi pare molto interessante perché concilia tutti questi aspetti: la sostenibilità economica, il km 0, il rispetto per il territorio, la bellezza e la valorizzazione delle eccellenze locali.
“Spesso sento dire “potremmo vivere della nostra bellezza”, ma poi questo accade solo in minima parte. Allora siccome io faccio inchieste, voglio capire perché c’è questo riscontro così piccolo nei fatti.
Ho scritto il libretto “Rifondata sulla bellezza”, dove, dopo 4 anni di studio, ogni elemento è analizzato per capire cosa non funziona (la narrazione, i cartelli stradali sbagliati, i musei che hanno delle narrazioni “da psicopatici” con parole incomprensibili ed etichette microscopiche).
Come fai a valorizzare un patrimonio culturale immenso come il nostro se poi l’unico strumento che utilizzi è un’etichetta illeggibile appiccicata su qualche muro qui e là? È impossibile. Ma per fortuna tutto questo sta cambiando. Mi è capitato un episodio emblematico: a Villa Adriano leggevo un cartello dove c’era scritto “questa bellissima sostruzione” e subito pensavo a un errore di battitura. Poi ho capito che l’ignorante ero io, perchè esiste la parola sostruzione, ma ho dovuto cercare su internet per capirlo.
Ma se sei il Paese con la più grande concentrazione di patrimonio culturale del mondo, dovrai lavorare su questo e risolvere simili problemi. Ecco la narrazione. Pensiamo alle nostre case. Perchè su AirBnB gli utenti/offerenti caricano foto brutte? Devi “vendere” la tua casa e fai una foto che nemmeno un bambino di tre anni con un telefono di media fascia farebbe così male. In realtà con una bella foto pubblicizzi meglio quello che hai.
Allora inizi a tutelare la casa bella, poi capisci che la casa non è bella solo dentro ma anche fuori e allora cominci a preoccuparti anche della facciata. Magari se siete in tre interessati a valorizzare quella zona, allora i risultati si conseguono prima e meglio. È un circolo virtuoso e così cominciano a cambiare le cose”.
Prima dicevi che stanno cambiando alcune cose: nei musei cominciano a esserci più temi come la gamification, cioè le logiche di gioco che conducono a interessarsi di qualcosa. Come vedi la possibilità effettivamente di uscire da questo circolo vizioso in cui è stata l’Italia fino a oggi e cominciare a vivere davvero della nostra bellezza?
“Io sono ultra ottimista. Secondo me non poteva andarci meglio. Siamo i privilegiati del mondo. Per quello che hanno fatto i nostri antenati e quello che si è creato nel nostro paese, abbiamo una “strada in discesa” davanti a noi.
Non è merito nostro, abbiamo una biodiversità culturale che è unica”.
Non ce ne rendiamo conto. Questo accade forse solo quando andiamo fuori a visitare altri Paesi.
“Esatto. La cosa incredibile è che nel momento in cui iniziamo a trasformarlo in valorizzazione tutto cambia. Citavi prima la gamification. Nel film tu sei spettatore, nel videogame tu sei l’attore protagonista, non c’è più uno storytelling ma c’è uno story doing. Sei tu che agisci da protagonista. Allora la tua interpretazione di un luogo è nuova. Non è solo il gaming in quanto tale, ma è proprio l’approccio che sta dietro il gaming. L’obiettivo è coinvolgere lo spettatore, coinvolgerti. Guarda cosa ha fatto il direttore degli Uffici Schmidt, ha coinvolto una influencer, Chiara Ferragni, e se n’è parlato per settimane sui social e non solo.
Quando è scoppiata la pandemia sono usciti dopo un paio di mesi siti di musei orgogliosi perché avevano messo online la visita virtuale. Ma solo nel 2020 si è arrivati a questo traguardo? Perché non lo hai fatto per dieci anni?
La pandemia è stata, quindi, una “botta” pazzesca che ha fatto saltare una quantità di calcificazioni “incrostate” nel vecchiume mentale diffuso.
Io sono stra ottimista perché la nostra biodiversità culturale oltreché enogastronomica (del cibo, della gastronomia, della lingua, del patrimonio di questa identità diffusa) è una ricchezza enorme. Tra quei paesini, uno accanto all’altro, dove noi pensiamo soprattutto alla rivalità hai la biodiversità e quindi in ogni luogo c’è qualcosa di nuovo.
Il sistema di Sciacca si può trasferire ovunque perché si fonda sulla valorizzazione dell’identità, qualunque essa sia. Noi non abbiamo tante cose belle che costituiscono la nostra identità e questo riguarda ogni posto d’Italia. Valorizzare quello che abbiamo, offrirlo al mondo, mantenendo un controllo sulla sostenibilità. È un rapporto molto equilibrato.
Andiamo alla ricerca degli strumenti giusti per gestire la complessità: devi sapere quanti soggetti coinvolgere e come. La cosa bella è che quanto tu attivi tutti, trovi soluzioni e idee completamente imprevedibili.
Faccio un esempio: abbiamo attivato delle esperienze con un’attenzione particolare all’accessibilità. Abbiamo fatto un colloquio con Stefano Tortorici che è il responsabile dell’Unione Ciechi di Sciacca ed è non vedente. Una volta mentre chiacchieravamo, lui mi chiese “ma tu sai guidare la barca?” Io risposi:“no” e lui: “domani allora ti insegno”. Al mattino arrivo, mi copre gli occhi con delle bende e mi insegna a guidare. Come fa lui a guidare? Mi dice: “Emilio, portaci verso Sud Ovest”, ma io non sapevo orientarmi e lui mi dice: “Dov’è il Sole? E il vento? E le voci del porto?”. Mi aveva fatto scoprire tutti gli elementi per orientarmi.
E oggi noi abbiamo, tra le nostre esperienze, la blind sailing experience, (ne abbiamo in totale 54 di esperienze che offriamo ai nostri turisti) in cui si insegna a guidare alle persone senza vedere. È come se ti insegnassero a usare i super poteri: super udito, super sensibilità ed è una grande emozione.
Chi allora, facendo turismo esperienziale, avrebbe mai potuto anche solo pensare una cosa del genere? Ma in realtà quando apri a tutti quanti, saltano fuori persone come Stefano che si inventano queste idee geniali. È anche un gioco e ci stiamo divertendo un sacco”.
Prima parlavamo di strumenti digitali, delle “nuove” tecnologie. Queste tecnologie, che poi sono quelle che noi come Synesthesia “dominiamo”, contribuiscono anche al supporto della sostenibilità? Vedi delle opportunità in questo? Come possono aiutare a emozionare e, nello storytelling, a trasmettere un messaggio in modo coinvolgente e diretto?
“Partiamo da Sciacca. Tutti realizzano molte piattaforme che poi riempiono di contenuti. Si fa il contenitore e poi si cercano i contenuti. Noi abbiamo fatto la scelta opposta e la nostra piattaforma è costruita sui nostri bisogni. Noi quindi non siamo concorrenziali con Booking o AirBnB.
Siamo unici perché raccontiamo il nostro territorio e diamo uno strumento per uscire nel mondo comprendendone il valore e la bellezza. In realtà stiamo connettendo le persone attraverso lo strumento digitale.
Il nostro percorso ha una potenzialità straordinaria, incalcolabile. Neanche la più grande corporazione del pianeta può avere le risorse per attivare tutto un territorio. Il territorio che si attiva, invece, connettendosi, sì.
Allora immaginiamo la quantità di esperienze possibili per esempio sul cibo. Noi abbiamo tutte le strutture ricettive che usano cibo locale. Lo fanno assaggiare e si trasformano così in “tester”. Allora tu assaggi l’arancia e poi ti chiedo “dove vivi? Nei sobborghi di Londra?”, allora alla sesta giornata di pioggia una cassetta di arance può tirare su il morale. C’è così una narrazione anche del territorio che diventa connessione e si esprime a livello digitale: prenoti le arance, l’olio, il miele, tutto quello che vuoi.
Noi insegniamo a fare la pasta, ma partiamo dal contadino, ti insegniamo a fare la cassata ma partiamo dal pastore. Nel momento in cui hai tutto il territorio che si valorizza ed è iperconnesso, come fai a tenerlo insieme? Ti servono gli strumenti digitali. Anche qui in realtà c’è una dinamica di gaming perchè cominci a costruirti la tua vacanza attraverso una pre experience di racconto che noi ti diamo e lì entrano in gioco le piattaforme gratuite. Abbiamo izi.Travel per i racconti dove puoi caricare i contenuti e diventa tutto interattivo. Noi siamo no-profit e i nostri guadagni vengono redistribuiti sul territorio.
Tutto questo costituisce la piattaforma digitale che valorizza il territorio stesso. Immagina questo modello che si realizza ovunque: per esempio nei 10 territori intorno a noi. Di colpo la stessa cosa non è concorrenziale, ma semplicemente si apre il bacino e hai un altri soggetti che offrono altri servizi dal karting, alle gite in kayak e molto altro.
Ecco che il digitale si trasforma in uno strumento per prendere consapevolezza del valore di quello che hai e per offrirlo al mondo fuori.
Diventa così anche un mezzo straordinario per la gestione della complessità. Siamo tanti (abbiamo 54 protocolli di intesa firmati) e abbiamo coinvolto anche la sovraintendenza ai beni culturali che ha firmato un protocollo con noi.
Quando arrivano fondi da un piccolo bando noi attiviamo gli artigiani e la soprintendenza arriva velocemente e decidiamo subito cosa fare: questa scalinata la rivestiamo in ceramica ed è fatto. Ci si mette molto meno tempo, tutti sono soddisfatti e una parte della città è migliorata. Questa è la sostenibilità del territorio.
L’esempio che facevi prima di Peppino Impastato è quotidiano. Lui diceva: “se non riesci a spiegare il valore, a farlo capire e sentire, metteranno sempre solo due tendine per abbellire e si illuderanno di aver migliorato il tutto”. Quando inizi a vedere davvero la bellezza, ammiri una scalinata piena di maioliche e ceramiche fatte dai tuoi artigiani ed è bellissimo! Viene anche a te voglia di fare un foto, anche se è casa tua e prima non l’avresti mai fatta.
Il digitale serve per tenere insieme tutti questi pezzi di comunità.
Io ho dato il mio contributo, ma la cosa davvero bella è che c’è una comunità vera dietro le spalle, che sta crescendo e il contributo di tutti non è retorica, ma è fondamentale. Ci sono due ragazze, Anna e Desirè, due neolaureate di 24 anni in valorizzazione dei beni culturali, che sono le colonne del progetto. Stanno investendo tutto perché credono nella possibilità di vivere nel loro territorio e che questa valorizzazione collettiva darà degli stipendi.
Quando sarà a regime noi prenderemo come cooperativa di comunità una percentuale sulla vendita che non va a Booking.com o ad altro, ma rimane sul territorio e dà lavoro a chi ci vive. Alla testa di tutto questo poi c’è una donna, Viviana Rizzuto, che è tornata dopo 15 anni di carriera come program manager per multinazionali di tutto il mondo, USA, Giappone, Svizzera. Tornata in Sicilia, Viviana applica le sue competenze sul territorio. Ecco perché abbiamo bisogno delle competenze.
Allora questa magia che si sta creando è perchè si stanno attirando sempre più persone. Tu parti e poi la cooperativa di comunità nasce da Viviana che mette insieme le persone e pensa a come poter valorizzare l’identità collettiva.
È la bellezza di competenze che si aggregano e che trasformano tutto questo in valore reale, sostenibile ma anche di visione.
Si vede l’entusiasmo e io mi sto divertendo molto. C’è una potenza anche emozionale dietro questo che smuove tutto. Per anni si sono combattuti tra ceramisti, per esempio, di località vicini. Io lavoro anche in Toscana e quando vai tra Pisa e Livorno la rivalità è fortissima. Invece quando si capisce il valore di questa dinamica, si vede che è una meraviglia quello che accade e le persone partecipano volentieri. Unisci così etico e utile, la competenza e gli approcci di un’azienda uniti ai valori di una famiglia.
Non facciamo i soldi per farli, ma dobbiamo avere quel confronto reale per funzionare bene. Tutte le nuove tecnologie combaciano con la creatività italiana e con la valorizzazione dell’identità. Ecco che questo diventa un progetto che ha molto da dire sulla sostenibilità e sul valore della bellezza”.
Emilio, rimarrei delle ore ad ascoltarti e mi auguro che in futuro anche come Synesthesia, con il nostro team, potremo avere occasioni per collaborare a questo progetto. Un’ultima domanda. Questo ottimismo proiettiamolo nel futuro. Proviamo a immaginare il mondo che sarà fra 10 anni. Come vedi queste evoluzioni di cui abbiamo parlato in un futuro lontano? Prima hai citato la “singularity” che rende molto difficile guardare nel futuro in questo periodo storico, cosa ne pensi?
“Io vedo un periodo veramente affascinante dove la conoscenza è uno strumento di valorizzazione di quello che siamo noi come persone e dell’identità.
È un’epoca in cui inventeremo continuamente ruoli, cambieremo. Non si tratta più di cercare un lavoro, ma di capire qual è il tuo ruolo in questo contesto, in quella rete incredibile di complessità.
I prossimi 10 anni serviranno sempre di più, secondo me, a riassettare il sistema in cui ci troviamo. Non abbiamo più nessuna certezza sul lavoro futuro. Oggi un ragazzino di 16 anni non sa nemmeno se ci sarà quel tipo di lavoro”.
Oggi molti ragazzi stanno facendo lavori che dieci anni fa neanche esistevano.
“Questo accadrà molto più velocemente ed è una grandissima opportunità perché se non hai riferimenti all’esterno, l’unico riferimento giusto sei tu. Oggi è l’epoca in cui essere sognatori è una garanzia di razionalità.
Io penso, quindi, che i prossimi dieci anni saranno straordinari soprattutto perchè siamo in Italia ed è incredibile il potenziale che abbiamo in termini di valore. Non parlo solo di turismo, ma anche di design, economia, bellezza. È tutto connesso in questo concetto di identità e di valore.
Io spero in decine, centinaia di “modelli Sciacca”, ovvero la comunità che si attiva e diventa un corpo coeso, competente e consapevole del proprio valore. Poi connettendosi come macro aree si crea un’offerta straordinaria e di valorizzazione non solo del territorio, ma anche di noi stessi. Io credo che sarà una corsa meravigliosa nel “diventare finalmente un cigno”.
Grazie infinite Emilio, in bocca al lupo e a presto.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Emilio Casalini!
Ascolta “Sostenibilità / Emilio Casalini [agosto 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
Ieri eravamo
Quando compi gli anni ti chiedi se davvero te li senti, ti chiedi se ci siano cose che ti hanno arricchito negli ultimi mesi. Qualcosa cambia, ma dentro ti senti sempre uguale. Come vedi te stessa o te stesso è molto diverso dalla realtà, da come ti vedono gli altri. Nello scorrere veloce del tempo ti chiedi se “invecchiare” ti faccia sentire una persona diversa, più matura, o almeno più pronta ad affrontare nuove sfide.
Questo vale per le persone, ma possiamo provare ad applicarlo a un’azienda e capire cosa è davvero successo da quella fiamma che, 10 anni prima, ha dato vita a un’idea, la sfida di un singolo e di pochi entusiasti, per poi crescere: decine di persone, amici, professionisti che in alcuni casi hanno spento molte candeline con Synesthesia.
Synesthesia compie oggi 10 anni (Wow!). Il primo giorno di Primavera di dieci anni fa i “fondatori” si trovarono a firmare per dare vita a un’idea.
10 anni. Per un’azienda che si occupa prevalentemente di digital è come parlare di due ere geologiche. 10 anni fa il mondo era completamente diverso. Digitalmente parlando, da poco tempo avevamo in mano degli smartphone straordinari e sempre più ricchi. Da poco sapevamo cosa voleva dire “fare e pensare in mobilità”. Synesthesia nasce da questo: da l’intuizione di Francesco (Ronchi) e dal desiderio di inventare qualcosa di nuovo in un mondo che stava iniziando a muoversi sempre più velocemente, quasi in modo frenetico.
Nel nostro caso non tiriamo in ballo la legge di Moore, ma quella di Murphy (i primi due postulati): “Niente è facile come sembra” e “Tutto richiede più tempo di quanto si pensi”.
Perdersi nella strada della produzione massiva e concentrarsi, invece, sulla qualità, preservando la curiosità e la voglia di sperimentare?
Be’ se ci conoscete almeno un po’, sapete bene che abbiamo scelto la seconda strada e che, orgogliosi, cerchiamo sempre di fare di Synesthesia qualcosa di diverso: un’azienda che fa business, ma anche un’idea e un insieme di valori che per noi sono imprescindibili.
Inclusione, correttezza, sostenibilità, uguaglianza, trasparenza, empatia, innovazione, cultura. Quando li racconti davanti a un interlocutore che non ti conosce nasce quasi sempre quell’espressione che un po’ dice “e questo con un’azienda cosa c’entra?”.
Eccome se c’entra! Sono i nostri valori che fanno la differenza.
Oggi siamo
21 marzo 2011, da quel giorno tante cose sono cambiate. Oggi Synesthesia rappresenta un modello di crescita unico nel campo del digitale, ma non solo. È diventata un’azienda che si occupa di informatica, di comunicazione, di marketing e di molto altro. E in quel “molto altro” ci piace sempre dire che in realtà ci occupiamo “di persone”. Di crescita e di sviluppo.
Sin dalla sua fondazione rappresenta un luogo di aggregazione per progetti votati al futuro, alla realizzazione di un diverso rapporto tra le aziende e il territorio. Negli ultimi anni abbiamo lanciato tante iniziative. Volete degli esempi?
Synesthesia ha una digital factory con professionisti di altissimo profilo nel mondo del mobile e del web e del digitale in generale. Ha una sua academy molto attiva e utilizzata anche per realizzare corsi di formazione per donne contro il gender gap e per bambini e ragazzi in età scolare. Synesthesia organizza eventi e tavole rotonde anche a livello internazionale, partecipa a progetti europei su tematiche di alto profilo, cerca in tutti i modi di diffondere sul territorio e in rete il concetto di “tecnologia per tutti”, ma anche di un futuro diverso in cui la formazione e la conoscenza siano alla portata di tutti.
Synesthesia opera anche (e in modo molto attivo) nel terzo settore con la sua no-profit SYX. Cerca di distinguersi sul mercato diffondendo i valori che le sono propri e che contraddistinguono l’azione imprenditoriale dei suoi fondatori. Durante la prima fase COVID tramite SYX sono stati lanciati due progetti no-profit che hanno avuto molto successo: Tutticonnessi (dispositivi ricondizionati regalati alle scuole del Piemonte) e SpesaSospesa.org (raccolta fondi e derrate alimentari per famiglie in difficoltà). E, come diciamo spesso, speriamo che questi progetti presto non ci sia più bisogno. Sono nati durante la pandemia e non vediamo l’ora di scrivere “la data di fine” al fondo della loro scheda descrittiva.
“10 anni sono un traguardo importante, perché significa che siamo più maturi e consapevoli.Non abbiamo mai perso di vista neanche un giorno i nostri obiettivi: rendere Synesthesia il posto in cui desideriamo lavorare, il luogo in cui realizzare i nostri desideri professionali, dando al futuro la forma dei nostri sogni.Vogliamo sviluppare il talento e curiamo il nostro team, che riteniamo il bene più prezioso, difendendo i nostri valori etici e alimentando la passione e la curiosità, che sono il motore quotidiano della nostra vita e del nostro lavoro. Le energie positive che ci muovono, il coraggio delle nostre scelte, la visione della bellezza sono insiti nel nostro nome: unire la tecnologia con le emozioni, rendere il digitale più umano.Siamo orgogliosi del nostro progetto e non vediamo l’ora di vedere quale storia scriveremo negli anni a venire. Auguri Syn!” (Francesco Ronchi, Riccardo Recalchi).
La festa per noi per voi. 10 mesi di festeggiamenti
Nonostante le restrizioni imposte dall’attuale pandemia, grazie al digitale e allo spirito di unione che contraddistingue questa grande famiglia, abbiamo ideato un modo di festeggiare questo compleanno così speciale per la durata di ben 10 mesi.
I festeggiamenti non si limiteranno pertanto al semplice giorno del compleanno (oggi), ma si svolgeranno da marzo a dicembre con coinvolgenti iniziative e un viaggio a tappe che condivideremo con tutti, dal team interno, ai clienti e i partner di Synesthesia e voi sarete i nostri ospiti d’eccellenza.
“Synesthesia world in ten words”. Alle origini del futuro
Per celebrare questo anniversario Synesthesia ha pensato di realizzare un format innovativo e coinvolgente: raccontare il futuro attraverso un percorso “a tappe” caratterizzato da 10 parole chiave che scopriremo insieme ad alcuni “amici autorevoli” che ci aiuteranno a scoprire nuovi scenari e a pensare al futuro partendo da un presente che pensiamo sia già un incredibile punto di partenza.
Parliamo di un “viaggio” perché sarà proprio un percorso da scoprire di volta in volta, insieme. Lo termineremo con un regalo per tutti, ma non possiamo raccontarlo ora. Sarà una sorpresa.
Domani, saremo
Pensare al futuro per noi significa esplorare territori sconosciuti, battersi con determinazione e con la forza dell’immaginazione per qualcosa che ancora non esiste. Siamo dei pionieri digitali che guardano al “possibile” per renderlo un posto più accessibile e ospitale per tutti.
Dove saremo tra 10 anni? Saremo qui a raccontarvi come sono stati gli ultimi 20 anni. Abbiamo intenzione di continuare a crescere insieme a tutti coloro che durante questi 10 anni di vita hanno segnato la nostra storia e continueranno a farlo da ogni parte del mondo con le proprie idee.
Siamo una grande famiglia, #WeAreSynesthesia.
Che i festeggiamenti abbiano inizio. Buon compleanno a noi!
Francesco, alla luce di quanto riscontrato finora in Synesthesia, qual è la tua opinione in merito al dibattito attuale legato alle differenze tra smart working e lavoro da remoto?
“Lo Smart Working non è un semplice remote working, ma prevede tutta una serie di elementi chiave che lo qualificano come tale e che si vanno ad aggiungere al lavoro da remoto. Questi elementi prevedono di lavorare per obiettivi, misurare le performance, avere meno controllo, più dialogo e fiducia, tenere un canale aperto di comunicazione con il team, continuare a coltivare il contatto umano (non necessariamente da casa)”.
Quali sono quindi secondo te gli strumenti essenziali e l’approccio da adottare per uno smart working efficace?
“Un ampio uso dell’approccio di tipo Agile, l’utilizzo di strumenti tecnologici a supporto dell’organizzazione, un welfare differente unito a momenti di disconnessione e al mantenimento di un’alta professionalità sono, a mio parere, tutti ingredienti essenziali per uno smart working che funzioni”.
Quali sono i vantaggi dello smart working per le aziende?
“Gestire le risorse umane a distanza è un compito che comporta importanti vantaggi per un’azienda, come la possibilità di trattenere o acquisire talenti, ridurre i tempi morti degli spostamenti, ridurre le spese attraverso un utilizzo più efficiente dello spazio lavorativo.
Sono numerose, inoltre, le conseguenze sulla sostenibilità ambientale: meno spostamenti e meno consumo contribuiscono certamente a una riduzione dell’inquinamento generale”.
E per i lavoratori?
“Da tempo si parlava d’introdurre qualche forma di smart working in azienda. Per certi aspetti si tratta di un traguardo che consente di avere maggiore flessibilità e tempo a disposizione, bilanciando meglio la vita lavorativa con quella privata.
Tutto questo ha delle importanti conseguenze per quanto riguarda la riduzione dello stress. Meno stress, meno lavoro fuori orario e più benessere per tutti…“.
All’interno di queste dinamiche quanto è importante saper gestire in modo efficace il tempo e lo spazio?
“Lavorare da casa richiede un’organizzazione accurata del proprio tempo e di uno spazio che solitamente viene concepito per essere vissuto in modo differente. Non tutti sono abituati a questo tipo di gestione. Nell’arco della giornata lavorativa è importante trovare dei momenti di “stacco” tra una call e l’altra per eseguire al meglio le altre attività.
Per quanto riguarda lo spazio diventa fondamentale crearsi all’interno della propria abitazione un’area dedicata al lavoro, tenendo conto anche delle esigenze di tutti i membri della famiglia, che in questo periodo in particolare possono anche essere piuttosto critiche”.

Quali sono invece i punti problematici di questa modalità di lavoro?
“Leadership e obiettivi. Gestire in modo efficace le risorse umane a distanza è un compito che richiede grandi capacità di management. Troppo spesso oggi l’aspetto che ha a che fare con la pianificazione viene ignorato. Non tutti possono o vogliono lavorare in smart working e molti lavoratori potrebbero sentirsi isolati anche nell’affrontare le difficoltà: si pensi a chi non dispone di spazi adeguati o ha figli piccoli a casa.
L’assenza delle solite routine giornaliere, inoltre, crea delle situazioni che spesso non siamo abituati ad affrontare. Il rischio che i propri colleghi diventino, dei semplici indirizzi e-mail da sovraccaricare di compiti lavorativi è molto elevato. Lo smart working deve essere una scelta e non un’imposizione. Oggi i nuovi strumenti di lavoro integrati a metodologie di gestione e progettazione efficace consentono ai componenti di un team di lavorare a distanza, conseguendo gli obiettivi in modo meno stressante. Basta essere organizzati e consapevoli di queste criticità.”
Quali sono le nuove opportunità dello smart working?
“Questo nuovo modo di lavorare apre a nuove possibilità che fino a poco prima dell’emergenza covid-19 erano state del tutto ignorate. Lo sviluppo del software è uno dei pochi settori ad aver conosciuto e usato diffusamente lo smart working già prima dell’attuale crisi sanitaria. Le aziende di software utilizzano spesso metodi di gestione del progetto “agili” che ben si prestano al lavorare per obiettivi. É proprio questa una delle opportunità più importanti nate con lo smart working. La possibilità di lavorare per obiettivi permette di puntare sui tre principi della motivazione: autonomia, cioè il nostro desiderio di essere auto-diretti; padronanza, ovvero l’impulso di acquisire abilità migliori; scopo, il desiderio di fare qualcosa di significativo e importante. Cambia anche il modo di viaggiare per lavoro e di fare formazione (online e diffusa)”.
Come un manager deve gestire da remoto il proprio team?
“É essenziale per un team manager trovare il giusto equilibrio tra il lasciare ai colleghi di team una certa autonomia nell’organizzazione del proprio lavoro e garantire un minimo di linee guida e di controlli. É sicuramente più efficace prestabilire gli obiettivi da raggiungere invece che fissare una rigida programmazione del lavoro. Una tecnica utile, in questo senso, è quella del time blocking, già adottata da Benjamin Franklin e che consiste nell’assegnare il proprio lavoro a specifici blocchi di tempo in cui lo si eseguirà.
Questa pianificazione bloccata se da un lato può risultare anche molto intensa, perché bisogna concentrarsi sempre nel non impiegare troppo tempo su un solo lavoro, dall’altro permette di aggiungere struttura a giornate lavorative altrimenti caotiche, ottimizzando così la gestione delle ore di lavoro e introducendo dei momenti di pausa fissi”.
Ci puoi fare qualche esempio pratico?
“Una comunicazione costante tra i membri di un team di lavoro e il loro manager è essenziale per creare fiducia e responsabilità reciproca. Per spiegare meglio questo aspetto prendo in prestito alcuni rituali pubblicati da Zapier. I manager iniziano la settimana facendo incontri personali con i singoli membri, il rapporto con il tuo manager è il legame principale con l’azienda. Uno-a-uno è il momento in cui le persone condividono più facilmente e liberamente le loro priorità, chiedono consigli e parlano delle eventuali difficoltà. Alla fine di ogni settimana, poi, tutti pubblicano un aggiornamento del venerdì, che delinea i progressi compiuti sulle priorità principali della settimana e condivide la priorità principali per la settimana successiva. Questi processi e rituali assicurano che la squadra sia allineata. Questi sono modelli attuati e che funzionano per Zapier, ma ogni azienda, poi, deve trovare i rituali che meglio si adattano alla propria realtà, mettendo però sempre al centro la fiducia”.
Qualche suggerimento per il futuro?
“Parlando di futuro aziendale, penso che ci siano diversi temi da considerare. Per esempio, per quanto riguarda i neoassunti, è importante affiancarli a un mentor in azienda, un collega che possa indirizzarli ma soprattutto fare da “compagno di banco” a cui rivolgersi per esigenze non facilmente gestibili.
Puntare sulla condivisione della documentazione e sulla intranet può essere un plus in tema di accessibilità ai documenti e alle informazioni aziendali più importanti.
Ci sono poi i meeting giornalieri, fondamentali per mantenere il contatto con i colleghi e manager e i cosiddetti standup meeting di gruppo dove confrontarsi rapidamente. Infine mi sembra importante che un’azienda conduca survey costanti sul mood dei propri dipendenti e organizzi workshop interni su come migliorare il lavoro anche nell’ottica di learning by doing in contesto smart working.
In ultimo, ma non per questo meno importante, c’è la cura di momenti extra-lavorativi come, per esempio, un ritiro annuale per tutti i dipendenti fuori dal contesto lavorativo o anche semplici spazi informali insieme ai colleghi nell’arco della giornata.
In questa intervista abbiamo toccato molti punti fondamentali che caratterizzano lo smart working di oggi. Ci auguriamo che ciò che è stato detto qui possa rappresentare un’occasione per riflettere su come migliorare le condizioni e le pratiche lavorative quotidiane di tutti”.
Un grazie di cuore a Francesco Ronchi per aver risposto alle nostre domande.
Se hai richieste o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere i tuoi quesiti o le tue opinioni.
Ti proponiamo, inoltre, il kit completo di 3 moduli per lo smart working dedicato alle aziende che stanno riorganizzando il proprio lavoro a distanza. Il kit completo consentirà ai partecipanti di acquisire metodi e tecniche per un’interazione a distanza professionale efficace. Potenzieranno inoltre tutte quelle competenze emotive, organizzative e progettuali necessarie per lavorare in modo efficiente anche da remoto.
Per il terzo anno consecutivo il Sole 24 Ore e Statista ci hanno inserito nella prestigiosa classifica italiana di Leader della Crescita (edizione 2021), un premio riservato alle aziende italiane che hanno registrato la maggiore crescita di fatturato nell’ultimo triennio (2016-2019).
All’interno del rapporto, pubblicato sul Sole 24 Ore, edizione cartacea e online dal 25 novembre 2020, sono presenti le storie più interessanti delle imprese italiane leader della crescita e dei loro fondatori, azionisti e manager. Protagoniste sono quindi quelle realtà che quest’anno hanno progettato coraggiosi piani di rilancio per il post Covid-19 e che hanno scommesso di più sulla crescita per il futuro.
Cosa vuol dire essere “Leader della Crescita”? Lo abbiamo chiesto al nostro President & Founder Francesco Ronchi
“Essere “Leader della Crescita” è un importante riconoscimento del grande lavoro fatto in anni di attività che ci riempie di soddisfazione e di orgoglio. Si tratta sicuramente di una tappa di un percorso di crescita e trasformazione che, ormai da tre anni, ci conferma tra le eccellenze del nostro Paese.
Un periodo come questo rappresenta una sfida importante e complessa soprattutto per le PMI che nessuno era preparato ad affrontare. La nostra scelta di puntare da sempre sull’innovazione e sull’eccellenza digitale ci ha permesso di affrontarlo nel migliore dei modi e di guardare al futuro con fiducia”.
Che cosa ha fatto Synesthesia in quest’ultimo triennio?Lo abbiamo chiesto al nostro CEO, Riccardo Recalchi
“Synesthesia in questo triennio ha vissuto un vero e proprio percorso di crescita verticale su più fronti. Si tratta di una crescita non solo in termini di fatturato, ma anche e soprattutto di un percorso dal punto di vista organizzativo e di posizionamento. Siamo passati dall’essere una piccola azienda nata da un’idea innovativa alla realtà dinamica e “numerosa” che oggi siamo.
Per poter compiere questo passo da un lato abbiamo creato una struttura organizzativa efficace per tutte le persone coinvolte nell’azienda e dall’altro abbiamo fatto una scelta chiara in termini di posizionamento sul mercato. Insomma è stata una crescita a 360 gradi.
É il terzo anno consecutivo che riceviamo questo riconoscimento e ne siamo molto fieri. Il fatto poi che Synesthesia riesca ad avere clienti sempre più grandi, che il personale sia cresciuto in maniera esponenziale e che la nostra realtà sia riuscita a strutturarsi di conseguenza è davvero un risultato strepitoso.
Abbiamo un’organizzazione pronta a guardare al prossimo triennio con una prospettiva ancora più ampia di quella attuale.
Guardando alla strada fatta, a un certo punto, ci siamo trovati a dover scegliere se continuare ad assumere personale oppure se accogliere in Synesthesia delle strutture già formate. Tale scelta ovviamente è stata frutto del lavoro di organizzazione svolto nel corso degli anni. Il nostro obiettivo è crescere ulteriormente anche attraverso legami futuri con nuove realtà. Faccio riferimento, per esempio, alla recente fusione con TheLab.
In questo periodo abbiamo, quindi, affrontato queste due sfide parallele: da un lato continuare lo sviluppo con delle linee di business ben definite e dall’altro sostenerle con basi solide. Riuscire a fare entrambe le cose insieme è stata la vittoria principale di questi 3 anni”.
In conclusione…
Questo riconoscimento ci identifica come una tra le più dinamiche e innovative realtà italiane per il terzo anno consecutivo.
Essere “Leader della Crescita” non vuol dire solamente possedere buone capacità imprenditoriali, ma significa anche e soprattutto impegnarsi ogni giorno nella ricerca di nuove opportunità di sviluppo, partendo da strutture organizzative interne consolidate nel corso degli anni. Cerchiamo di realizzare tutto questo mantenendo sempre un’attenzione costante al benessere delle persone con cui lavoriamo, alla soddisfazione dei nostri clienti e alla qualità dei servizi che mettiamo a disposizione.
Scopri il ranking completo dei campioni della crescita su Il Sole 24 Ore e sul sito ilsole24ore.com.
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