Reale o non reale? Sarà questo il problema del futuro?
Reale o non reale? Sarà forse questo uno dei futuri problemi esistenziali che gli appassionati della tecnologia, i filosofi, gli scienziati e i politici del futuro si porranno nei prossimi 10 anni? Che cos’è effettivamente il Metaverso? Siamo davvero sicuri che si tratti di un’idea del tutto nuova?
Quello a cui stiamo assistendo oggi non è altro che la naturale conseguenza di una rivoluzione tecnologica e sociale iniziata tempo fa. Immaginato e raccontato da anni nella letteratura (la parola “metaverso” appare per la prima volta nel 1992 nel romanzo postcyberpunk “Snow Crash” di Neal Stephenson), nella scienza, nel cinema, nel mondo della tecnologia e nella filosofia, la realizzazione di un Metaverso si sta concretizzando davanti ai nostri occhi in un progetto con infinite potenzialità e implicazioni per quanto riguarda il nostro futuro.
Dietro questa svolta epocale in campo tecnologico – per molti aspetti del tutto simile a quella avvenuta con il lancio del primo smartphone – vi sono importanti ragioni strategiche legate al brand. Per ovvie ragioni, il nome “Facebook” era diventato troppo limitante per l’azienda, dal momento che finiva per ancorarla solamente a uno dei suoi prodotti di punta, l’omonimo social network. Occorreva, dunque, un forte cambiamento.
Lo stato della tecnologia: a che punto siamo con la creazione del Metaverso?
Oggi si sente spesso parlare di Metaverso e della creazione di un nuovo mondo phygital, una dimensione che si colloca oltre i confini della realtà attualmente conosciuta e che integra in sé il mondo fisico e quello digitale (da cui appunto il neologismo phygital che deriva dalla crasi dei termini inglesi “physical” e “digital”).
Con il suo annuncio in occasione della conferenza “Connect” tenutasi in diretta streaming lo scorso 28 ottobre, Zuckerberg ha voluto inaugurare una nuova era per i social media e non solo, facendo dello sviluppo del Metaverso un principio cardine della crescita futura della propria azienda.
Un unico e grande obiettivo sembra guidare questa evoluzione: aiutare le persone che non sono presenti all’interno dello stesso spazio fisico a essere sempre più connesse attraverso un tipo di interazione sociale totalmente immersiva e coinvolgente.
Quotidianamente sperimentiamo l’utilizzo della tecnologia di realtà aumentata (AR). Basti pensare a quando scansioniamo un QR code con la telecamera dello smartphone e attiviamo azioni o file digitali. È evidente però che l’esperienza della realtà passa così attraverso la mediazione necessaria del nostro dispositivo diventando di fatto bidimensionale. Questo aspetto è proprio ciò che Meta, con la creazione del Metaverso, vuole superare, garantendo agli utenti un’esperienza virtuale non differente da quella vissuta nella realtà fisica.
Meta è intenzionata a incorporare internet nel mondo reale e rendere più accessibile al maggior numero di persone possibile la Realtà Virtuale. Per queste ragioni l’azienda sta lavorando per rendere sempre più piccoli processori molto potenti che potranno essere inseriti all’interno di normalissimi occhiali da vista o da sole, o addirittura, chissà, in lenti a contatto e microchip sottocutanei.
Attualmente esistono numerosi dispositivi indossabili che adottano la realtà virtuale (VR). Nel mondo dei videogame, per esempio, ci sono i visori Oculus VR. Questi dispositivi, peraltro, possono essere utilizzati anche in un contesto lavorativo. A questo scopo la stessa Meta ha introdotto le Horizon Workrooms: il visore VR consente di interagire con i propri colleghi attraverso avatar, di usare l’audio spaziale per rendere l’esperienza ancora più realista e di avere a disposizione vere e proprie sale riunioni digitali.
Un nuovo mondo: le nuove opportunità del Metaverso
Tutti conosciamo Blockbuster e la “triste” fine che il colosso americano ha fatto a fronte delle neonate piattaforme streaming come Netflix. Tuttavia Blockbuster non è scomparso del tutto. A Bend, in Oregon, esiste un unico punto vendita superstite, meta degli appassionati. Ma nel Metaverso Blockbuster potrebbe “rivivere” fino al punto di ottenere la propria rivincita sulla principale rivale: Netflix appunto.
Una comunità di investitori, note come Dao (decentralized autonomous organisation), gestite mediante una blockchain, punta a raccogliere cinque milioni di dollari per acquistare il brand storico e rilanciarlo come servizio streaming proprio nel Metaverso.
Tutto questo sarebbe possibile grazie all’emissione di NFT (non-fungible tokens), oggetti digitali, come creazioni artistiche, video e musica, unici e insostituibili, che sono alla base dell’economia del Metaverso. In questo modo sarebbe possibile acquistare e vendere titoli sul mercato con l’obiettivo di arrivare alla creazione di una piattaforma streaming decentralizzata e allo sviluppo di contenuti originali. Si arriverebbe alla realizzazione di una “Netflix” di nuova generazione, del tutto decentralizzata e già pronta per il Metaverso.
Il Metaverso sarà il migliore dei mondi possibili?
La rivoluzione digitale, tutt’ora in corso, ha permesso negli ultimi anni di migliorare notevolmente le nostre vite. Ma siamo sicuri che tutto questo sia realizzabile? Siamo sicuri che gli utenti vogliano davvero essere proiettati in un Metaverso?
Come abbiamo visto il Metaverso non sarà una nuova realtà che si sovrapporrà alle nostre vite, ma un mondo virtuale che diventerà una parte integrata del mondo fisico. Una realtà phygital così concepita rappresenta un’opportunità molto appetibile e interessante per moltissimi brand che stanno già sperimentando nel metaverso nuove forme di interazione con il proprio pubblico. Siamo solo all’inizio. Molto c’è ancora da fare e tante sono ancora le questioni aperte, come per esempio la regolamentazione e la tutela della privacy degli utenti, le disuguaglianze sociali ed economiche (già fortemente presenti nella nostra società e in molti paesi del mondo), l’accesso universale alla tecnologia e alle sue infinite potenzialità, solo per citarne alcune.
Quello che ci auspichiamo è una “colonizzazione consapevole” e regolamentata da leggi che tutelino la libertà e i diritti di tutti i loro utenti. Che sia dunque, un Metaverso più inclusivo e che arricchisca le nostre vite di nuovi stimoli e interessi.
Vero è che nessun “architetto del Metaverso” potrà pensare di se stesso di essere “Dio”. In fondo, è proprio questo stato di imperfezione e finitezza che ci spinge a cooperare e connetterci gli uni con gli altri per realizzare un nuovo mondo, con nuove opportunità per tutti: nuove esperienze per un numero di utenti illimitati, nuove occasioni di business per le aziende, il tutto senza limiti alla creatività.
Sarà quindi questo il migliore dei mondi possibili di cui tanto parlava Leibniz? Tutto dipenderà dalla tua volontà:
“Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio”. (Morpheus, tratto dal primo capitolo di Matrix, 1999)
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Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).
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Il video diffuso dalla multinazionale di Cupertino lo scorso 26 aprile 2021 spiega come, grazie al nuovo sistema operativo di iOS, sarà direttamente l’utente a decidere quando consentire alle app di collezionare i dati per creare un profilo personale e un’identità digitale.
Se questo ha scatenato qualche flashback proveniente da Matrix, l’immagine mentale è voluta.“What is the Matrix? The Matrix is a computer-generated dream, built to keep us under control. In order to change the human being into this” (immaginate i vostri dati personali al posto della pila) – Morpheus che si rivolge a NEO all’inizio di Matrix.
Facebook sta cercando le misure da adottare nel momento in cui Apple consentirà ai suoi utenti di negare il consenso per la pubblicità targetizzata. Molte compagnie, come il noto social network si difendono, affermando che il targeting ADS rende migliore l’esperienza degli utenti sulle applicazioni. Apple, invece, su questo tema si schiera apertamente contro l’azienda rivale: una vera e propria “guerra fredda” tra le due multinazionali, come si può intuire anche dalle continue dichiarazioni rilasciate dai rispettivi CEO.
Come si è arrivati a questa situazione?
Prima del 2011, il rapporto tra Steve Jobs e Mark Zuckerberg era quasi “idilliaco”: incontri privati raccontati in libri e biografie e un legame simile a quello condiviso tra Obi Wan Kenobi e Anakin Skywalker.
Facebook era una piattaforma già usata da milioni di persone e Apple sviluppò il device che consentì la fruizione della piattaforma nel miglior modo possibile. Il 2011 fu l’anno di svolta: Tim Cook prese il posto di Jobs dopo che questi fu costretto a lasciare la guida di Apple per motivi di salute. Il nuovo CEO adottò immediatamente una direzione diversa per l’azienda, più incline alla protezione dei dati personali.
A livello aziendale, il rapporto tra le due Big Tech si raffreddò nel 2012 quando “Zuck” decise di creare, insieme a HTC e AT&T, il suo telefono, l’HTC First, con un sistema operativo differente e un proprio servizio di messaggistica istantanea. Il progetto naufragò nel 2013 ma la vicenda conteneva già in sé i punti di futuro contrasto tra le aziende.
Gli avvenimenti politici della seconda parte del decennio furono influenzati pesantemente dalle campagne di comunicazione organizzate da gruppi di influenza sulle piattaforme social. Il caso di Cambridge Analytica, scoppiato all’inizio del 2018, è stato emblematico: l’azienda britannica aveva raccolto i dati personali di 87 milioni di account Facebook senza il loro consenso e li aveva usati per scopi di propaganda politica.
A metà marzo 2018 il New York Times fornì le prove della raccolta non autorizzata delle informazioni, mentre il The Guardian scoprì che Facebook era a conoscenza delle attività illecite del gruppo da almeno due anni, ma non aveva fatto niente per proteggere i dati dei suoi utenti.
Non è tutto: Tim Cook fu ospite dell’emittente MSNBC nei giorni in cui Zuckerberg venne convocato dal Senato USA per rispondere alle accuse di non aver impedito la manipolazione dei dati personali sulle sue piattaforme. Alla domanda su come si sarebbe comportato lui di fronte alla Commissione, Cook dichiarò: “Io non mi sarei mai trovato in quella situazione: la privacy è un diritto costituzionale degli USA, un diritto umano”. Tim Cook decise così di fare della privacy una colonna portante del business model di Apple. In larga parte la decisione fu presa tenendo in considerazione il trend del momento.
Ogni anno, Apple organizza la Worldwide Developers Conference: un evento in cui sono presentati i prodotti in uscita per l’anno successivo. Nel 2018 Tim Cook presentò un’estensione per Safari che bloccava i cookies di tracciamento. Quale fu il portale usato come esempio per promuovere questa nuova feature? Instagram, mettendo così Facebook in disparte.
Nel 2019, in occasione della conferenza annuale organizzata dalla banca d’investimento Allen&Company a Sun Valley, in Idaho, e riservata a mogul delle aziende tech e media, si consumò la deriva finale.
Da quanto emerso di recente Mark Zuckerberg provò a “sporgere un ramoscello d’ulivo” a Tim Cook chiedendo come lui avrebbe affrontato le conseguenze del caso Analytica.
Tim, gelido, rispose che si sarebbero dovute cancellare tutte le informazioni collezionate con le piattaforme di Facebook nel corso degli anni. In pratica, Cook, di fronte al gotha della Silicon Valley, disse a Zuckerberg che il suo business model era “tossico”. E l’offerta di pace fu rispedita al mittente.
A questo punto “Zuck” perse definitivamente la pazienza, dichiarò che Facebook avrebbe sviluppato una piattaforma per tutti, senza necessità di sborsare migliaia di dollari.
Apple, paladina della protezione dei dati personali?
Anche da parte del colosso di Menlo Park la strategia di comunicazione si divise tra critiche personali rivolte a Tim Cook e valutazioni sull’operato della multinazionale concorrente.
Facebook iniziò a diramare migliaia di annunci su come, in tutto il mondo, ci fossero imprese che avevano prosperato grazie alle attività sulle piattaforme social e in particolare attraverso la funzione di pubblicità target.
Può risultare credibile che Facebook si erga a paladino di piccole medie imprese? Il controsenso può trovare consistenza nei dati e nel giro d’affari prodotto nell’ultimo anno, in cui migliaia di imprese effettivamente si sono rese conto dell’importanza della pubblicità sui canali digitali e, convertendo la business organization, hanno potuto sopravvivere.
La migliore freccia nella faretra di Facebook però risiede tuttora nell’ipocrisia di Apple. L’azienda di Cupertino, infatti, vende in Cina ogni anno centinaia di milioni di dispositivi, realizzando utili considerevoli. Non solo, assembla nel Paese asiatico la maggior parte dei device e soprattutto condivide con il governo locale tutti i dati che transitano nei server e sui dispositivi, incluso l’App Store.
Al contrario di altre compagnie (Google Search, per esempio) che hanno rinunciato a condividere le informazioni, Apple ha deciso di affidare il trattamento dei dati personali degli utenti cinesi a Guizhou-Cloud Big Data, una compagnia di proprietà del Governo cinese.
Un altro argomento che spesso viene portato all’attenzione dai detrattori di Apple è che Siri funziona con il motore di ricerca di Google, la cui politica sui dati personali è tanto invasiva quanto quella di Facebook (se non di più) .
Sebbene i temi sollevati siano di primaria importanza, senza ombra di dubbio è l’azienda di Menlo Park che sta accusando i colpi inferti dalla concorrenza.
In fin dei conti, per l’utente delle piattaforme digitali è semplice sposare i temi sollevati da Apple (privacy è buona cosa), sebbene purtroppo sia altrettanto facile chiudere più di un occhio sul rispetto dei diritti umani in altri contesti del globo.
Gli argomenti fatti emergere da Facebook sono percepiti come frammentati e raggiungono gli utenti più tardi rispetto al messaggio lanciato dall’azienda di Cupertino.
In conclusione: il paradosso della privacy
Ma quanto interessa davvero l’argomento alle multinazionali? Forse l’unica risposta è “nella misura in cui possono trarne un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza”.
Apple sta capitalizzando sulla tensione costruita negli ultimi anni e ha “stravinto” questo round. Facebook deve trovare un altro modo per risalire la china (una china che ha prodotto 27 miliardi di dollari di ricavi nell’ultimo quadrimestre).
Perché non siamo più nel panorama del 2011? Per amore della competizione insita nella Silicon Valley dove se non stai crescendo stai recedendo. La competizione tra CEO è l’unica regola tra chi vive quella situazione: l’economia americana è fondata sull’assunto “Go big or go home”.
Seguendo questo ragionamento possiamo dedurre che l’immagine pubblica di Zuckerberg sia in declino, offuscata dalla diatriba con Tim Cook e dall’ascesa di altri personaggi nel mondo Tech che ne stanno appannando la dimensione pubblica.
Quando lasciamo alle corporazioni il compito di tutelare i nostri diritti va a finire male. Quali saranno i prossimi campi di battaglia? Possiamo ipotizzare: messaggistica istantanea, piattaforme di gaming, podcast e soprattutto realtà aumentata e virtuale.
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I mezzi di comunicazione: dove si incontrano domanda e offerta
Trovare il mezzo giusto per veicolare un messaggio – e intercettare così un pubblico target – è un obiettivo essenziale per le aziende che operano sul mercato. Le spese pubblicitarie, si sa, costituiscono una voce importante di costo nel bilancio complessivo di un’azienda e se non sono correttamente indirizzate possono tradursi in sprechi e perdite rilevanti. È utile, prima di tutto, capire dove “sta” il pubblico che si vuole raggiungere per poi trovare i mezzi per arrivare proprio in quel “luogo”. Secondo il “Total Audience Report” di marzo 2021 realizzato da Nielsen, i media su cui gli utenti statunitensi maggiorenni trascorrono più tempo nell’arco della settimana sono la televisione e le app/siti web da smartphone, con un tempo rispettivamente di quasi 31 ore per la prima e di 20 ore per i secondi. È la radio, però, il mezzo di comunicazione che raggiunge il pubblico più ampio con un’audience pari all’88%, seguita da app/web su smartphone (85%) e dalla TV (80%). La risposta delle aziende allo scenario appena descritto è “speculare” e laddove si trova il pubblico arrivano le aziende. La televisione costituisce, infatti, la voce principale della spesa pubblicitaria complessiva negli USA, coprendo il 68% del totale, seguita dal digitale con il 15%. La pandemia, inoltre, costringendo tutti a trascorrere molto più tempo nelle proprie abitazioni, ha favorito ancora di più l’utilizzo di mezzi di intrattenimento e comunicazione da sempre molto diffusi come la TV, anche sotto “nuove vesti” (si pensi per esempio alla diffusione delle internet TV). Non stupisce allora il dato che conferma questo medium come il più efficace per intercettare il pubblico di ogni età.
Baby boomers: un pubblico che fa la differenza
L’individuazione del mezzo pubblicitario giusto non basta per far crescere la propria attività. Occorre individuare il pubblico, capire quale siano i clienti più “appetibili”, quale siano le loro caratteristiche, esigenze e desideri per poter poi plasmare un messaggio efficace. Per approfondire il tema prendiamo in considerazione una recente ricerca condotta da Hootsuite che ha evidenziato una presenza sempre più consistente nel mondo digitale dei “baby boomers”, persone nate a cavallo degli anni ‘40 e ‘60 del secolo scorso. Si tratta di una generazione che, nonostante abbia risentito anch’essa delle conseguenza economiche della pandemia, gode mediamente di una situazione finanziaria più “solida” rispetto alle generazioni successive. Secondo i dati riportati da Hootsuite, il 70% degli utenti del web, di età compresa tra i 55 e i 64 anni, afferma di aver effettuato acquisti online nell’ultimo mese e il 37% dichiara di voler continuare, con maggiore frequenza, anche una volta che la pandemia sarà conclusa. Si tratta di un pubblico molto “appetibile” per le aziende di numerosi settori. Trascurare questi dati potrebbe tradursi in un grave errore. La pandemia, inoltre, ha indotto sempre più utenti “baby boomers” a “frequentare” i social network, Facebook primo fra tutti. Secondo i dati in esame, negli ultimi 4 anni, c’è stato un aumento del 66% nella scoperta di nuovi brand da parte dei baby boomers attraverso i social e oltre un quarto trascorre oggi ancora più tempo sui social a causa della situazione pandemica. È fondamentale quindi per le aziende attive sul mercato tenere in considerazione tutti questi aspetti quando si compiono scelte per interagire con il pubblico.
In conclusione: unire il mezzo al pubblico
Dopo aver raccolto informazioni accurate in merito alla distribuzione del pubblico sui vari mezzi di comunicazione e aver individuato la clientela potenzialmente più propensa all’acquisto, non resta che “mettere insieme tutti i pezzi” per elaborare una strategia pubblicitaria e di comunicazione efficace. Si è visto come la televisione e il digitale costituiscano oggi i mezzi che riescono a intercettare la quota maggiore di pubblico. Abbiamo individuato il pubblico dei baby boomers come quello più disponibile a fare acquisti anche online e nel lungo periodo. Nel realizzare la propria campagna di comunicazione non resta, dunque, che elaborare il messaggio giusto, che catturi l’attenzione degli utenti più “interessanti” e interessati, tenendo in considerazioni gli elementi (pubblico e mezzo) analizzati e le loro caratteristiche.
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“Per te il giorno in cui ho causato la fuoriuscita dei tuoi dati insieme a quelli di altri 533 milioni di utenti è stato il più importante della tua vita, ma per me? Per me è stato un giorno qualsiasi”. Mark Zuckerberg (probabilmente)
(a cura di Smart Flow)
Perché ci permettiamo di iniziare quella che dovrebbe essere una riflessione responsabile su un tema molto serio e in un “contenitore autorevole” con una citazione diretta da “Street Fighter”? Un po’ ci piace pensare che “Zuck” ami vestirsi come M. Bison, il villain interpretato da Raul Julia in uno dei b movie più cult degli ultimi trent’anni.
In verità la situazione è davvero seria. Sebbene per molti di noi il giorno (o per meglio dire i mesi) in cui Facebook permetteva di effettuare lo scraping di milioni di dati personali in tutto il mondo non è il più importante nella vita, la portata della vicenda è tale da coinvolgere tutti gli utenti del social network e non solo coloro direttamente coinvolti nel famigerato leak.
Iniziamo subito con una doverosa premessa. I file che contengono i milioni di dati sono facilmente individuabili sul web, tuttavia vi consigliamo di non procedere oltre con la ricerca: in primo luogo, si deve avere una minima dimestichezza con il materiale che si troverebbe. Secondo, si tratta di avere a che fare con dati personali ottenuti senza autorizzazione, quindi c’è il rischio di “passare dei guai”.
Se si vuole controllare il proprio numero di telefono, si può fare attraverso il portale “haveibeenpwned” di Troy Hunt, famoso ricercatore e speaker di Web Security.
Si può parlare di data breach
Come ha confermato la stessa azienda di Menlo Park, a partire dal 2019 un (gruppo di?) hacker ha sfruttato una funzionalità che allora permetteva di cercare un utente Facebook attraverso il numero di telefono. Grazie a questa tecnica poteva(no) individuare un profilo, copiare ed esportare una lista degli amici di questo, a meno che non fosse impostata come privata. Per ogni contatto esportato sulla lista comparivano poi informazioni come l’ID del portale, nome e cognome, spesso città di residenza e provenienza, grado di istruzione eccetera. Questo è lo scraping: una raccolta di informazioni superficiali, sfruttando le disattenzioni dei portali.
Non si può parlare di leak, ma di certo è un data breach “coi fiocchi” in quanto i dati sono stati raccolti “uno a uno” utilizzando i servizi della piattaforma stessa. Per questo il famoso file incriminato è strutturato con numeri sequenziali: gli hacker sono partiti da +10000000001 e hanno ottenuto 533 mln di profili chiedendo a Facebook l’utente di riferimento.
Da un paio di anni non si può più effettuare la ricerca di utente tramite numero telefonico, ma la versione mobile di Messenger, il sistema di messaggistica di Facebook, ha supportato questa caratteristica per un periodo di tempo più prolungato, consentendo verosimilmente l’estrazione di ancora più dati.
Una degli aspetti più bizzarri che alcune persone stanno verificando in questi giorni, è che sebbene in passato non avessero mai fornito il numero di cellulare a Facebook nei file trafugati compare comunque. Per questo fenomeno ci possono essere tante soluzioni possibili, a noi ne vengono in mente un paio:
- autenticazione multi fattore per accedere alla piattaforma;
- qualcuno si è registrato al social non con il proprio numero ma con quello ora presente nell’anagrafica senza dirlo.
Numerosi sono anche i casi di persone che dicono di aver subito la esfiltrazione dei propri dati ma che il telefono non corrisponde al loro. In questo caso ci potrebbero essere altre due ipotesi:
- il database può essere l’unione tra quello raccolto su Facebook con altri dati raccolti in maniera simile (Linkedin, per esempio);
- il sistema dava accesso ai database delle rubriche telefoniche di ogni dispositivo e sincronizzando varie rubriche il sistema associa il numero di telefono che altri utenti associano con il mio.
Che tipo di dati ci sono in rete ora? Cosa può succedere?
I dati online sono quelli di cui avrete già letto e i numeri sono impressionanti: in Italia si parla di 36 milioni di numeri di telefono e 440 mila email (praticamente tutti gli utenti Facebook del “bel Paese”). Gli altri dati sono l’ID del profilo nome e cognome, status relazionale, città di provenienza. Non sempre si tratta di informazioni complete, dipende da quanto il social ci conosce. Le possibili minacce, purtroppo, sono molteplici.
Il rischio di SIM swap è certamente uno dei più reali. Sapendo qual è il tuo numero di cellulare e ipotizzando i servizi a cui ti sei registrato (ipotesi che posso corroborare tenendo d’occhio i social, tra l’altro) posso provare a effettuare il log in ai suddetti servizi con il numero di cellulare o tentare di recuperare il codice di controllo con tecniche di sostituzione di persona stile truffa telefonica.
Se pensate di essere esenti da questo pericolo solo perché il vostro portafoglio elettronico non trabocca di Bitcoin, fate attenzione comunque: se usate il numero di telefono come ricevente per il PIN di autenticazione per la posta elettronica, la Banca o ogni altro servizio, siete a rischio di truffa.
Un altro rischio è collegato al telemarketing selvaggio. Vi sembra meno pericoloso del quadro prospettato in precedenza? Probabilmente sì, tuttavia immaginate di dover passare i prossimi mesi a lottare contro nefasti call center che hanno deciso di sfruttare questa occasione per approvvigionare letteralmente milioni di nuovi contatti.
Un terzo pericolo molto concreto è collegato al vostro UID di Facebook. Anche se utilizzate pseudonimi, infatti, sul sito si può risalire attraverso quello e il vostro numero di cellulare ad altri dati personali. Se siete un personaggio pubblico, impegnato nel sociale o che ha preso posizioni sgradite a una minoranza rumorosa magari non avrete voglia (come gli altri) che i vostri dati e i vostri numeri siano alla mercé di tutti.
Al momento efficaci contromisure non ce ne sono. Ormai i file sono circolati su internet per cui non è possibile limitare la diffusione dei dati trafugati. Il Garante per la protezione dei dati personali si è dato da fare nel corso della settimana per chiudere tanti domini che diffondevano i dati fuoriusciti illegalmente, anche se alcuni di questi portali si erano proposti, con buone intenzioni, di dare una mano alle persone colpite.
In conclusione, quali sono i prossimi passi per noi utenti
Ritorniamo al discorso con cui abbiamo iniziato. La situazione è seria perché dal modo in cui la comunità internazionale, la comunità degli utenti di Facebook e Facebook stessa reagiranno alla vicenda si determinerà un percorso importante nella gestione dei dati personali di ciascuno di noi.
In primo luogo, Facebook non si può difendere adducendo come scusa che i perpetratori hanno approfittato di una falla che non è più in attività nel suo sistema. Il Garante italiano, come altri Enti corrispondenti nel mondo, ha chiesto alla compagnia americana di attivare un servizio di verifica sul portale per dar modo agli utenti di controllare facilmente se numero o e-mail siano stati esfiltrati.
Per quanto riguarda noi utenti, che ogni settimana veniamo a conoscenza di casi di data breach sempre più importanti sia come numeri sia come entità coinvolte, dobbiamo mantenere costante la soglia di attenzione. Il pericolo di assuefarsi a queste notizie è sempre più alto, ma siccome si parla di dati personali, una moneta di scambio fondamentale nelle transazioni digitali del web e dei social network, impariamo a tenere ben stretta la nostra identità tout court.
Infine, è consigliabile non affidarsi a canali ambigui per il recupero dei dati che sono stati pubblicati online perché non c’è più possibilità di secretare quelle informazioni. C’è anzi il rischio di esporsi ancora di più, consegnando altri dati personali (e soldi) a compagini poco raccomandabili, con la prospettiva di dover “sganciare” in un futuro ancora più denaro.
Cosa può essere peggio di trovarsi tra quei 36 milioni di italiani colpiti dallo scraping su Facebook nel 2019? Essere iscritto anche a LinkedIn.
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Lo scenario attuale
La crescita del mercato delle app mobile negli ultimi tempi è stata costante e molto rilevante: i download di nuove applicazioni sono aumentati progressivamente, di anno in anno, del 7% per un totale di 281 miliardi di nuovi utenti. La condivisione di contenuti attraverso dispositivi mobili Android ha raggiunto la soglia di 3.5 trilioni di ore. Una cifra impressionante, quasi impossibile da pensare, che riflette senza dubbio la presenza costante e imprescindibile nella vita delle persone degli smartphone con le loro app e funzionalità: dai social network, per scopi di intrattenimento e relazionali, alla domotica per la gestione della casa, passando per tutte le applicazioni di proprietà delle singole aziende, più o meno grandi, operanti nel mercato e che hanno semplificato molto la vita degli utenti.
App Annie ha calcolato che il tempo trascorso in media giornalmente sugli smartphone supera dell’8% quello trascorso davanti alla televisione (4h contro 3.7h). Un dato che ha subito un ulteriore aumento nel secondo trimestre del 2020, in corrispondenza della diffusione a livello mondiale della pandemia da Covid-19: gli utenti nel mondo hanno trascorso sui dispositivi mobili circa 4 ore e 10 minuti al giorno.
Nel panorama che si è fin qui delineato possiamo affermare che il mercato del mobile è senz’altro un mercato dinamico e in grande crescita. E un mercato in crescita è un mercato che attrae fondi, creando un circolo virtuoso di innovazione ed espansione. I capitali investiti in società attive nel settore mobile hanno raggiunto quota 73 miliardi nel 2020, registrando un incremento del 27% rispetto all’anno precedente. Nel periodo compreso tra il 2016 e il 2020 gli investimenti nella tecnologia mobile sono più che duplicati rispetto ai cinque anni precedenti. Lo scenario si preannuncia ricco di opportunità per il futuro.
Le app mobile di social networking
Il fatto che le app mobile di social networking oggi giochino un ruolo centrale nel mettere in comunicazione le persone in tutto il mondo è fuori discussione. Dalla condivisione di foto con Instagram, alla condivisione di pareri e idee su Facebook, passando per i balletti su Tik Tok e i video su YouTube, la diffusione di contenuti di ogni tipo è una tendenza in continua crescita ed espansione. I ripetuti lockdown, le distanze sociali, il divieto assoluto di viaggiare sono tutti elementi che hanno indotto gli utenti di tutto il mondo e di ogni età ha rifugiarsi sempre di più nei social network per superare i confini fisici della realtà e vivere “senza condizionamenti”, con normalità (o quasi).
Uno dei dati più interessanti dell’ultimo periodo, a supporto di queste tesi, riguarda la crescita impressionante di Tik Tok: 325% all’anno. L’app cinese, nata nel 2015, con l’intento di permettere agli utenti la condivisione di brevi video musicali (il nome originario della piattaforma era Musical.ly) prevede di raggiungere quota 1.2 miliardi di utenti nel 2021. Nell’anno appena concluso il social medium cinese è stato quello su cui gli utenti, di età compresa principalmente tra i 16 e i 24 anni (che rappresentano il 41% del pubblico totale dell’app) hanno trascorso più tempo, con una media di 21.5 ore al mese (contro le 17.7 della seconda app più utilizzata: Facebook).
Mobile Commerce: tra social commerce e live shopping
La possibilità di fare la spesa, comprare un nuovo paio di scarpe o ordinare una pizza dal proprio smartphone, semplicemente aprendo un’app, ha rivoluzionato il mondo del commercio di ogni settore, offline e online.
Adobe Digital Insights ha rilevato che nel periodo tra il 1 novembre e il 9 dicembre 2020 gli utenti negli USA hanno fatto acquisti da mobile per un totale 53.3 miliardi di dollari.
La possibilità di fare acquisti anche attraverso le app di social network come Instagram (che ha una nuova sezione shopping dedicata), dando, inoltre, la possibilità agli utenti di confrontarsi reciprocamente e con gli stessi produttori (il cosiddetto “Social Commerce”), ha condotto a un incremento notevole: nel 2019 i download dell’app avevano raggiunto quota 414 milioni; con l’introduzione della sezione shopping, nel 2020 gli stessi sono arrivati a 495 milioni. Secondo una ricerca condotta da Technavio, il mercato globale di social commerce è destinato a registrare una crescita complessiva di 2.05 triliardi di dollari nel quadriennio 2020-2024: un’opportunità, quindi, da non perdere assolutamente.
Il live shopping è un’altra declinazione in rapida ascesa del mobile commerce. Con l’impossibilità totale o parziale di recarsi fisicamente nei negozi, sempre più aziende e rivenditori si sono attivati per garantire alla propria clientela un’esperienza online completa. L’obiettivo del live shopping, come sottolinea il termine stesso, è quello di ricreare sugli smartphone degli utenti l’esperienza live vissuta in negozio. Esistono alcune app ad hoc per realizzare queste esperienze: NTWRK, per esempio, diffusa negli USA, che nel 2020 ha vissuto una crescita di utenza dell’85% rispetto all’anno precedente.
Sempre di più il commercio mobile andrà in questa direzione: esperienze immersive e senza soluzione di continuità tra il mondo fisico e quello virtuale. Le aziende che meglio riusciranno a realizzare questo obiettivo otterranno maggiore successo e apprezzamento presso il pubblico.
In conclusione…
Per qualsiasi realtà imprenditoriale che intenda oggi fare il suo ingresso nel mercato, considerare la rilevanza delle app mobile e, più in generale, degli smartphone è una necessità imprescindibile. La vita delle persone è sempre più legata e dipendente da questo canale di comunicazione e non solo. Il mobile è il presente e il futuro. Del commercio e di tutti.
Dal 2011 Synesthesia sviluppa applicazioni e servizi mobile di grande qualità. Per raggiungere i risultati migliori in questo campo facciamo ricorso ai nostri team di sviluppatori dedicati al mondo iOS e al mondo Android. Oggi il mercato mobile richiede impegno e cura nella realizzazione di ogni singolo prodotto. Non è ammessa l’improvvisazione.
Grazie, poi, alla collaborazione con Mela siamo in grado di fornire ai nostri clienti una gamma completa di soluzioni per competere con successo nel mercato globale: da strategie mirate in ambito marketplace a piani strategici di lancio efficaci, il tutto alla luce di un’esperienza pluriennale nel mondo delle app.
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La total digital audience di settembre 2020
Settembre è il mese che coincide tradizionalmente con la ripresa delle attività lavorative e scolastiche dopo la pausa estiva.
Considerata la radicale anomalia del periodo che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo tuttora, i dati di questo autunno, se da un lato confermano una generale ripresa dell’attività lavorativa in rete, dall’altro evidenziano una crescita sensibile e molto significativa della presenza online, rispetto a periodi analoghi degli anni precedenti. A settembre 2020, secondo quando riportato da Audiweb, la total digital audience ha raggiunto la soglia di 42,2 milioni di utenti in Italia contro i 41,6 milioni dell’anno precedente. Quest’anno, dunque, circa un milione in più di persone è connessa a internet, andiamo a vedere più nel dettaglio quali sono le motivazione e le modalità di questo cambiamento.
I dispositivi di connessione

Uno degli aspetti più interessanti, evidenziati dal report di Audiweb, riguarda i dispositivi utilizzati per connettersi alla rete. La percentuale di persone online rispetto al mese di agosto non cambia in modo rilevante (nel mese di settembre si registra un aumento del 2.3%), ma ciò che invece muta sensibilmente sono i mezzi utilizzati.
L’utilizzo del PC per navigare il web aumenta del 30.9% rispetto al mese di agosto, mentre lo smartphone registra un aumento pari solo allo 0.1%. Un simile quadro indica chiaramente che il ricorso ai dispositivi mobile per accedere alla rete è ormai radicato nelle abitudini degli utenti italiani, tanto in un contesto lavorativo quanto nei momenti di svago e riposo.
L’incremento riguardante l’utilizzo dei PC, invece, può certamente essere spiegato alla luce della ripresa delle attività lavorative, e, per quest’anno in modo particolare, scolastiche (si pensi alla ormai nota DAD, “didattica a distanza”). Un computer richiede una scrivania e una sedia per poter essere utilizzato agevolmente. Nel periodo estivo non sempre si hanno a disposizione questi strumenti, per non menzionare il fatto che quando si viaggia un PC è meno pratico di uno smartphone da trasportare.
Chi sono gli utenti della rete?

Dai dati raccolti in merito al totale delle utenze digitali per il mese di settembre 2020, salta immediatamente all’occhio come le percentuali più elevate si registrano tra le fasce “ attive” della popolazione, ovvero tra i soggetti in età lavorativa. La percentuale del 72.1% registrata con riguardo ai giovanissimi (18-24 anni), in età per lo più scolastica, è destinata a crescere e a raggiungere il suo picco massimo (79.8%) nella popolazione compresa tra i 25 e i 44 anni di età, per poi ricominciare lentamente a decrescere in modo inversamente proporzionale all’aumentare dell’età (solo il 27.9% delle persone con più di 64 anni si connette quotidianamente a internet). Da una simile analisi si può dedurre come l’utilizzo della rete sia sempre di più uno strumento usato per lavorare, tanto da parte di coloro che entrano nel mondo del lavoro e che solitamente hanno conoscenze informatiche e digitali più “fresche di studi”, quanto per tutti i lavoratori già “avviati” ma che devono comunque fare i conti con l’innovazione costante per rimanere al passo con i tempi. D’altra parte il lifelong learning è un ingrediente essenziale per affrontare le sfide della società odierna sempre più digitale e interconnessa.
Tuttavia, a fronte dello scenario fin qui tracciato, ovvero di una consistente crescita dell’attività lavorativa svolta online, è doveroso prendere in considerazione un’altra faccia della medaglia. Secondo il report “Digital 2020”, pubblicato dall’agenzia We are social in collaborazione con Hootsuite, al giorno d’oggi ancora il 40% della popolazione mondiale non ha accesso a internet. Il numero delle donne “tagliate fuori” dalla connessione al web è, inoltre, di molto superiore rispetto a quello degli uomini. Si stima che nei territori corrispondenti al sud dell’Asia gli uomini abbiamo possibilità tre volte superiori rispetto alle donne di “frequentare” i social network. Il digital divide e gender gap rappresentano, quindi, le sfide più urgenti da affrontare per una società che sta diventando sempre più digitale e interconnessa.
Cosa cercano gli utenti online?

Passiamo ora a considerare un ultimo dato interessante: le differenti categorie di siti web e la variazione del loro numero di visitatori tra i mesi di agosto e settembre 2020.
Innanzitutto, dalle percentuali che mettono a confronto i due mesi, possiamo subito notare che hanno registrano un incremento del numero di visitatori tutti quei siti correlati a servizi internet, di software, di email e più in generale riguardanti strumenti digitali utilizzati per scopi lavorativi, o comunque professionali.
La categoria internet tools/web services è quella che registra il maggior numero di utenti a settembre, con un incremento percentuale del 1.4% rispetto ad agosto.
Dunque la ripresa delle attività scolastiche e lavorative ha coinciso con un aumento di traffico verso le categorie di siti riguardanti strumenti digitali per le aziende, per la comunicazione “istituzionale” (le email sono preferite rispetto alla messaggistica istantanea che ha registrato invece un decremento di -0.5% rispetto ad agosto) e lo studio; un’ulteriore conferma di come internet sia oggi uno strumento di lavoro imprescindibile per la maggior parte degli italiani.
In conclusione, possiamo affermare che ormai una gran parte dell’attività lavorativa e professionale, e oggi anche scolastica, è svolta completamente online.
Web e lavoro 2020: un occhio costante ai social tra tradizione e innovazione
Secondo la ricerca pubblicata da Hootsuite a ottobre negli ultimi 12 mesi 2020, i social network hanno registrato una crescita, a livello mondiale, pari al 12%.
Gli utenti attivi sulle varie piattaforme da Instagram a Tik Tok, passando per Facebook, Twitter e molti altri ammontano a 4.14 miliardi su una popolazione mondiale di 7.81 miliardi. Più della metà degli abitanti del nostro pianeta hanno, quindi, almeno un account su un social network. Di conseguenza, ricorrere ai canali social per far crescere il proprio business sta diventando, per le aziende, sempre più una scelta “obbligata”, o quanto meno da privilegiare. Ma non basta essere presenti sui social network per arrivare a un pubblico target. É fondamentale essere presenti nel modo giusto. Quali piattaforme sono più utilizzate dalle persone a cui voglio rivolgermi? Come posso farmi notare in modo interessante e coinvolgente su queste piattaforme? Queste sono solo alcune delle domande che un’impresa deve porsi se vuole crescere ed essere al passo con i tempi.
Accanto ai social più “tradizionali” e ben noti, un cenno ad hoc merita sicuramente la new entry: Tik Tok.
La sempre più diffusa app cinese di video musicali, lanciata nel 2016 con il nome di musical.ly, non sembra voler arrestare la propria crescita neanche di fronte alle opposizioni dei vari Governi mondiali.
L’ultima decisione volta a contrastare la popolarità dell’app cinese è stata presa dall’India che alla fine dello scorso giugno ha bandito la piattaforma all’interno del proprio territorio. A seguito di tale provvedimento, il social network ha perso circa 200 milioni di utenti in un solo colpo. Nonostante questo, gli utenti di Tik Tok sono aumenti di 80 milioni di unità tra giugno e settembre e oggi si stima che il pubblico raggiungibile tramite la piattaforma sia pari a 700 milioni in tutto il pianeta. Una vetrina che merita di essere tenuta in considerazione e analizzata passo passo in tutto il suo iter di crescita ed evoluzione.
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Il mondo della comunicazione digitale è in continua espansione. I principali artefici di questo fenomeno sono gli utenti, divenuti al contempo essi stessi produttori e consumatori della maggior parte dei contenuti presenti in rete. Questo fenomeno mediatico ha avuto negli ultimi anni importanti ripercussioni sull’economia globale ridefinendone per certi aspetti alcuni meccanismi, basti pensare alla crescente partecipazione delle aziende con i propri clienti all’interno delle community.
Siamo sempre più connessi e mai come oggi, dunque, diventa necessario migliorare l’interazione tra i brand e l’utente creando un Social Engagement responsabile ed efficace. Per la prima volta nella storia dell’uomo le opinioni del singolo utente hanno la possibilità di influire in modo diretto e immediato sulla produzione e promozione di un’azienda: condivisioni, reazioni e commenti sono l’espressione più immediata ed efficace della fidelizzazione del cliente al brand.
Per capire meglio le proporzioni di ciò che sta accadendo abbiamo dato un’occhiata ai dati pubblicati recentemente da We Are Social: nel 2019 ben 4,4 miliardi di persone sono stati connessi a internet (il 57% della popolazione mondiale), con 3,4 miliardi di utenti attivi sui social media.
Se poi restringiamo il campo d’indagine al contesto italiano scopriamo che 35 milioni di utenti sono stati attivi sui social per quasi due ore al giorno (Matteo Starri, 31 gennaio 2019, “Digital 2019: tre italiani su cinque attivi sui social per quasi due ore al giorno”). Questi dati sono impressionanti e la percentuale è destinata certamente ad aumentare per il 2020.
Davanti a questi numeri, come devono comportarsi i brand? Quali responsabilità e quali vantaggi sono in gioco?
Gli attuali trend del marketing continuano a vedere nel Social Engagement la migliore risposta alle esigenze dei clienti. Quest’azione di digital marketing altro non è che un coinvolgimento misurabile, un messaggio condiviso con il pubblico che ha lo scopo di creare o rafforzare legami tra il brand e i suoi fan. I vantaggi di un engagement così concepito sono molteplici: le aziende sono in grado di intuire facilmente e spesso anticipare i loro desideri costruendo una relazione basata sul dialogo costante e paritario; in caso di assistenza è possibile risolvere i problemi in modo tempestivo; è possibile ottenere nuovi lead; infine, gli esperti di marketing possono misurare e gestire la reputazione del marchio.
Come ben sappiamo, l’efficacia di una comunicazione social non dipende dal numero dei fan, ma dal livello di coinvolgimento generato attraverso i contenuti strategici. Questa fase è molto utile per raccogliere preziosi feedback: è possibile, infatti, capire quali sono i contenuti e i temi che colpiscono maggiormente l’interesse del proprio pubblico. Il modo migliore per aumentare il grado di coinvolgimento è fare una pianificazione editoriale derivata da una corretta analisi. Al fine di conseguire gli obiettivi social di comunicazione desiderati, sarà opportuno, dopo aver selezionato i temi (o le rubriche) interessanti per il target, dare una ciclicità e costanza al piano editoriale ideato. L’insieme di tutti questi fattori definisce, infine, la grammatica di comunicazione social di un’azienda, attraverso la quale gli utenti riconoscono il proprio brand (i suoi valori, il suo stile, il suo tono di voce, ecc.). L’utente diviene, così, il protagonista indiscusso di un percorso narrativo coerente con i valori e le promesse dell’azienda all’interno del quale il suo immaginario e la sua curiosità sono stimolati in continuazione e con naturalezza.
Identità (valori e storia), contenuti (ciò che vogliamo comunicare) e relazione con il target di riferimento rappresentano i tre presupposti fondamentali sui quali fondare una comunicazione social efficace. Dietro alla pubblicazione di uno stato con relativa foto o video di un community manager vi è un grande lavoro di ascolto, analisi e strategia. Riuscire a tradurre i valori identitari di un’azienda in valori di comunicazione non è semplice e né tantomeno frutto di improvvisazione.
Dati i numeri, il Social Engagement resta una soluzione molto appetibile per le aziende. Tuttavia, occorre precisare che alla base di questa scelta vi è un discorso valoriale che non va trascurato: all’interno di questo scenario di comunicazione “allargata” il rischio di perdita dei valori per un brand è diventato sempre più concreto e il compito di salvaguardare la propria identità a scapito di reazioni e commenti privi di contenuti costruttivi diventa una priorità.
Synesthesia è attenta ai cambiamenti digitali in corso e aiuta ogni giorno le aziende ad affrontare nuove sfide scegliendo, con responsabilità, la migliore strategia possibile.
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