La sfida della trasformazione digitale e della scalabilità delle competenze

Oggi la trasformazione digitale non è più un’opzione, ma una necessità strategica per la competitività aziendale. Tuttavia, il suo successo non dipende solo dall’adozione di nuove tecnologie, ma dalla capacità delle aziende di integrare il cambiamento in modo strutturato e sostenibile.

Resistenza culturale, carenza di competenze e difficoltà di implementazione possono frenare l’innovazione, compromettendo il valore degli investimenti tecnologici. Per superare queste barriere, le aziende devono coltivare una cultura dell’innovazione in cui le persone sono protagoniste attive del cambiamento.

Un team valorizzato e coinvolto affronta meglio le sfide del mercato, si adatta con agilità ai cambiamenti e genera valore sostenibile nel tempo.

Come far fronte alla necessità di formare rapidamente i team e aggiornare le competenze digitali?

All’interno di questo scenario, il team empowerment può diventare un “acceleratore strategico” per sviluppare competenze interne, favorire la collaborazione tra professionisti con expertise diverse e adottare metodologie agili. 

Questo approccio non solo permette di superare le sfide iniziali, ma favorisce un’innovazione continua. L’integrazione di esperti in metodologie avanzate consente alle aziende di modernizzare i sistemi, ottimizzare i processi e sviluppare soluzioni in tempi più rapidi. Inoltre, gli esperti non si limitano a realizzare progetti, ma diventano veri facilitatori del cambiamento, trasferendo competenze al team interno e rendendolo autonomo nella gestione delle nuove tecnologie.

Il Team Empowerment di Synesthesia è la soluzione per la crescita digitale

In Synesthesia crediamo che il potenziamento dei team interni sia il punto di partenza per una trasformazione digitale di successo. Per questo offriamo servizi di team empowerment pensati per integrare competenze specializzate nei team aziendali e accelerare il processo di digitalizzazione.

Attraverso un approccio flessibile e collaborativo, affianchiamo le aziende in diversi modi:

Il nostro obiettivo? Creare team più autonomi, competenti e pronti ad affrontare le sfide dell’innovazione, garantendo una crescita sostenibile e un impatto positivo sul business.

Digital transformation solutions: le tecnologie e le best practice di Synesthesia

Il nostro team offre servizi di trasformazione digitale completi per accelerare la tua trasformazione: dalla creazione di piattaforme web e mobile all’integrazione di sistemi complessi. I nostri esperti sviluppatori, designer, specialisti DevOps e project manager sono pronti a realizzare progetti scalabili e innovativi, rispondendo alle esigenze specifiche della tua azienda.

Siamo esperti in applicazioni web, piattaforme cloud, mobile app native (iOS e Android) e ibride (Flutter, React Native). Gestiamo l’integrazione di API, soluzioni di data analytics e intelligenza artificiale (Machine Learning, Computer Vision, Generative AI), e ottimizziamo processi aziendali con automazione avanzata. Inoltre, supportiamo lo sviluppo di IoT e soluzioni Industria 4.0 per migliorare l’efficienza operativa.

Con il nostro approccio agile, rendiamo ogni progetto sostenibile, scalabile e perfettamente allineato con i tuoi obiettivi di business.

 

Digital transformation management: perché scegliere il Team Empowerment di Synesthesia

La tecnologia, per quanto avanzata, non è sufficiente a garantire il successo della trasformazione digitale. Le aziende che vogliono innovare in modo efficace devono investire sul fattore più strategico: le persone. Solo team preparati, autonomi e motivati possono tradurre il potenziale delle nuove tecnologie in valore concreto per il business.

Adottare un approccio di team empowerment significa creare una cultura aziendale in cui la formazione continua, la condivisione delle conoscenze e l’adozione di metodologie agili diventano parte integrante del processo di innovazione. In questo contesto, conoscere le tecnologie emergenti per la trasformazione digitale è cruciale, poiché permette ai team di rimanere aggiornati e pronti ad affrontare le sfide del futuro. Questo non solo accelera l’implementazione di nuove soluzioni, ma favorisce anche un mindset orientato al miglioramento costante e alla competitività sul mercato.Vuoi trasformare il tuo team in un motore di innovazione? Contattaci e inizia il tuo percorso verso l’innovazione con Synesthesia.

Il libro di Synesthesia

In Synesthesia siamo convinti che il futuro passi attraverso la condivisione di storie e di idee di donne e uomini che nel corso della storia hanno creduto con coraggio e determinazione – spesso anche passando attraverso fallimenti – nel progresso scientifico, tecnologico e sociale. Innovare significa dare vita a un cambiamento rispetto a uno stato di cose esistente per favorire la nascita di una condizione migliore, riconosciuta socialmente da tutti. 

In occasione dei nostri primi 10 anni di vita abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta del futuro e abbiamo deciso di raccontarlo in un libro in compagnia di Max Casacci, Guido Saracco, Arturo Brachetti, Mauro Berruto, Alessandro Barbero, Alyssa Carson, Horacio Pagani, Walter Rolfo, Paola Allamano, Pietro Leo, Sara De Simoni, Chet Haase, Bibop G. Gresta, Liz Corbin, Natasha Skult, Emilio Casalini, Riccardo Recalchi e Francesco Ronchi. Amici e personalità che ci hanno accompagnato lungo un percorso durato 10 mesi. 

Da questo confronto “illuminante” hanno preso forma le interviste pubblicate a partire dal 21 marzo del 2021, la data del nostro compleanno, sul web, sui podcast, sui social media e, infine, nel libro “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna”.

Partendo dalla video interviste, abbiamo infatti creato una raccolta di testimonianze e visioni sui 10 temi cari al mondo dell’innovazione e non solo.

Conoscenza fa rima con solidarietà

Da sempre siamo impegnati in prima linea nella realizzazione di progetti, iniziative e soluzioni digitali utili a tutti. Ci sentiamo coinvolti quando pensiamo a chi fa tanto per gli altri, è nel nostro DNA: far bene il nostro mestiere e provare a cambiare in meglio le cose che ci circondano. 

Da oggi il libro è ufficialmente in vendita su Amazon. Potrete acquistarlo e supportare così due importanti progetti umanitari. L’intero ricavato delle vendite di questo libro sarà, infatti, devoluto alla Fondazione Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino (F.O.R.M.A. Onlus Torino) e al progetto umanitario a supporto delle giovani atlete afghane profughe in Italia (iniziativa promossa da Mauro Berruto).

In conclusione

Che cosa ci aspetta quindi nei prossimi dieci anni? Non ti resta che scoprirlo ripercorrendo tutte le tappe di questo straordinario viaggio “alle origini del futuro”, un percorso ricco di storie e testimonianze da raccontare, di emozioni da vivere e di geniali intuizioni alle quali ispirarsi. 

Puoi acquistare “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna” qui.


Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

Turismo digitale e la figura dell’influencer-turista

Per comprendere il rapporto che c’è tra il mondo del turismo e quello degli influencer occorre, innanzitutto, fare un passo indietro e analizzare il fenomeno legato alla digitalizzazione di questo settore. Quando si parla di turismo digitale solitamente si fa riferimento all’utilizzo di nuovi strumenti tecnologici per pianificare, gestire il proprio viaggio “in modo intelligente”. Oggi la digitalizzazione del settore turistico sembra essere diventata l’unica via per la ripresa dopo la pandemia. Inizialmente, però, molte furono le perplessità legate a questo fenomeno. Ci si interrogava sul ruolo che avrebbe potuto acquisire all’interno dello scenario economico italiano e, solo con il tempo, si è capito che turismo digitale e trasformazione digitale andavano di pari passo.

In un’epoca in cui internet e i social media rappresentano la fonte principale d’informazione, non deve stupire, dunque, la stretta relazione che si sta delineando sempre di più tra il turismo digitale e la professione dell’influencer. Oggi, infatti, per reperire informazioni di qualsiasi genere su viaggi, città artistiche e mete paradisiache, il “turista digitale” si basa molto spesso sulle opinioni di amici, familiari, ma anche sconosciuti. È qui che entra in gioco la figura dell’influencer-turista. Grazie alla visibilità e notorietà di cui gode, è in grado di raggiungere un grande numero di persone, diventando veicolo di informazioni e consigli utili per chi viaggia. 

L’opinione pubblica si divide: pro o contro l’influencer-turista?

Il piano che prevedeva di utilizzare gli influencer per rilanciare il turismo ha già visto numerosi protagonisti. Dalle visite alla Cappella Sistina e alla Galleria degli Uffizi di Chiara Ferragni, alla promozione di una mostra a Bologna dello youtuber Luis Sal. Dal video promozionale sull’Emilia Romagna affidato alla voce narrante di Stefano Accorsi, alla campagna promozionale del Museo Archeologico di Napoli con la partecipazione del gruppo satirico The Jackal. Tanti sono gli esempi di questo nuovo fenomeno già messi in campo, quanto numerose le opinioni discordanti. 

All’interno di questo dibattito, c’è chi sostiene che questa strategia di marketing rappresenti il modo più semplice e immediato per far conoscere l’arte e le bellezze del nostro paese ai più giovani e chi, invece, considera queste “figure” poco idonee.  

L’estate scorsa, per esempio, ha fatto molto discutere il caso di Chiara Ferragni. Tante sono state le critiche che sono arrivate da diversi studiosi e appassionati in materia, che hanno definito l’accostamento della Venere del Botticelli alla Ferragni come una scelta impropria, paragonando il canale social degli Uffizi a quello di una marca di costumi. La questione resta tuttora molto aperta e dibattuta.

Il caso “Ferragni-Uffizi”: un indiscutibile successo di comunicazione e marketing 

Che si facciano gli shooting di moda all’interno dei musei non rappresenta certo una novità. Occorre, tuttavia, precisare che Chiara Ferragni non è stata appositamente chiamata dalle Gallerie degli Uffizi per risollevare la popolarità del museo, ma si trovava lì per lavoro. Come ha dichiarato il direttore Eike Schmidt, si è trattata di un’operazione molto vantaggiosa per il museo, che non ha comportato alcuna spesa.

Nei giorni successivi ai post della Ferragni, gli ingressi alle Gallerie degli Uffizi hanno fatto segnare un +27% di visitatori (con un +3600 ingressi under 25 nel weekend successivo ai post). L’eco mediatico generato ha ottenuto milioni di apprezzamenti in tutto il mondo, posizionando per molti giorni gli Uffizi tra i trend topic su Twitter, Instagram e nelle ricerche Google.

Turismo digitale senza confini. Cosa ci attende nel futuro?

Il fatto che il turismo sia stato uno dei settori più colpiti a livello mondiale dall’attuale pandemia è indiscutibile. Nel 2019, l’Italia aveva raggiunto il quinto posto nella classifica dei Paesi più visitati al mondo, con 94 milioni di turisti stranieri: cifra che nel 2020 ha registrato un -55% di presenze. Tuttavia, la recente riapertura delle frontiere e i primi flussi di turisti, fanno ben sperare: secondo l’Enit (Agenzia Italiana per il Turismo), nel 2022 non solo si tornerà ai livelli pre-Covid, ma si registrerà un’ulteriore crescita di due punti percentuale. 

Per questo motivo il digitale, che ha già cominciato a rivoluzionare il settore turistico, diventerà essenziale per concretizzare queste stime. L’utilizzo delle tecnologie è sempre più diffuso e i dati parlano chiaro: il 22% dei turisti italiani usa strumenti digitali, come i tour virtuali, per scegliere l’alloggio o la località di destinazione prima della prenotazione. Inoltre, la percentuale dei turisti che, rientrati dal viaggio, comprano on-line un prodotto legato alla località visitata è passata dal 4% nel 2015 al 12% nel 2019. Infine, il 30% dei turisti, una volta terminata la loro esperienza, decidono di raccontarla online, lasciando delle recensioni sui luoghi da loro visitati. 

Se già all’inizio del 2020 l’innovazione tecnologica nel turismo si riteneva fondamentale per la sua crescita, oggi, con l’esigenza di rilanciare un settore pesantemente danneggiato, lo è ancora di più. Come abbiamo visto, si tratta di una tendenza in costante aumento che porta con sé infinite opportunità di crescita. In tal senso il turismo digitale e la figura dell’influencer-turista possono fare la differenza.

I nostri servizi di marketing e social media trasformano idee brillanti ma complesse in soluzioni digitali semplici, rapide e innovative, che proponiamo e progettiamo insieme al cliente per aiutare la sua azienda in modo concreto a raggiungere importanti obiettivi di brand e di mercato. Grazie al lavoro di team esperti sviluppiamo strategie di comunicazione social e piani editoriali all’avanguardia per i nostri clienti e partner.

Scopri le nostre strategie all’interno di questa pagina dedicata.

[Guarda versione completa dell’intervista – 21 min]

Arturo, trasformista, attore, illusionista e regista teatrale. Come nasce questa passione? Qual è il termine che senti più tuo?

“Mi piacerebbe essere immaginato come un “fantasticattore”, cioè un attore della fantasia. Diciamo che io ho cominciato come illusionista. A 11 anni i miei genitori mi hanno messo in seminario. Fortunatamente a 14 anni ho conosciuto un prete che faceva giochi di prestigio e lì è cominciato tutto. Sono uscito dalla mia timidezza grazie a questi spettacoli. Poi mi travestivo perché avevo paura del palcoscenico. Ho cominciato a giocare con i costumi: prima tre, poi sei e così via. Adesso ne ho 450. Quindi sono diventato trasformista  e regista molto più tardi, quando negli anni ’90 hanno cominciato a chiedermi di realizzare le cose che facevo per i miei spettacoli anche per gli altri. Tipo Aldo, Giovanni e Giacomo…”

Hai avuto il grande merito di aver riportato in auge, in Italia e in parte d’Europa, l’arte teatrale del trasformismo. Qual è stata la difficoltà maggiore incontrata nel tuo percorso professionale? L’arte del trasformismo cosa rappresenta secondo te dal punto di vista dell’arte e dei valori della società?

“Innanzitutto è un arte italiana perché era una delle gag utilizzate nella commedia dell’arte del ‘500 e ‘600. E poi per me è stata una rivincita sociale: travestirsi e fare giochi di prestigio per dimostrare agli altri che non ero una mezza cartuccia. In collegio mi bullizzavano, mi mettevano nel bidone dell’immondizia, mi prendevano in giro… Per loro ero il più piccolo, il più magro, il più sfigato… Poi a un certo punto grazie a quest’arte è cambiato tutto. 

Il trasformismo è una componente della mia vita comune. Io mi rendo conto che in fondo siamo un po’ tutti vittima del trasformismo. Ci vestiamo a seconda dell’occasione. L’abito fa il monaco e dà l’autorità a una certa azione. Spesso noi mettiamo l’abito e recitiamo una parte ”.

Quindi anche nella vita sei trasformista?

“A volte esco di casa vestito da prete e vado in giro per il mio quartiere. Quando c’è stata l’esposizione della Sindone lo facevo ogni tre giorni. Mettevo una parrucchina bellissima cinematografica che ho preso in prestito a Jean-Paul Belmondo. 

Ricordo che quando sono arrivato al Teatro Marigny di Parigi, nel 2000, prima di me c’era lui che faceva l’Otello. Quindi entro in camerino metto in ordine tutte le mie cose e apro un cassetto pieno di parrucche. Allora chiedo alla sarta del teatro di chi fossero. Lei mi rispose: “C’est Jean-Paul che qui l’a oublié”. Tra queste parrucche ce n’era una un po’ cinematografica, un po’ riccia… Si trattava di una parrucca da 3.000 euro. La sarta mi disse di non sapere nulla e che sarebbero venute a riprendersele. Io ho semplicemente cambiato la parrucca di cassetto. Dopo esser stata lì per ben due mesi, non è più venuto nessuno. A quel punto la sarta mi disse: “je n’ai rien vu, je n’ai rien vu” (non ho visto niente, non ho visto niente), allora je n’ai rien vu ciapa su. Ecco”.

Arturo, Synesthesia si occupa di digitale e di tecnologia. Nella tua vita e nel tuo lavoro, la tecnologia che ruolo ha? 

“Io sono vittima dei gadget tecnologici da sempre. Nei miei spettacoli abbiamo il video mapping. Tutto il mio ultimo spettacolo è in videomapping, però il protagonista dello spettacolo devo essere io, cioè un essere umano. Il video mapping è una cosa in più. La fregatura di queste fantastiche Ferrari tecnologiche è che quando tu le hai vuoi andare sempre ai 250. La tecnologia va usata con parsimonia, non deve sovrastare l’’arte, se no diventi come in quel film di fantascienza in cui la testa è praticamente immersa in un monitor e tutto intorno è “Černobyl”. A volte sento dire: “facciamo le cose in Internet; il futuro del teatro è in Internet”. Ma per me è come far l’amore. È qualcosa che devi vivere lì”.

Per Synesthesia le persone rappresentano il cuore pulsante dell’azienda, con i loro valori, le loro caratteristiche e in totale clima di inclusione. Quanto conta per te l’empatia, il legame emozionale, che si crea con il pubblico durante i tuoi spettacoli? Per te quanto è finzione? 


“L’empatia è necessaria a tutti i livelli. Non solo in teatro o nei mestieri dove uno lavora con il pubblico. L’empatia è alla base della nostra società. E poi è scientificamente dimostrato che noi attiviamo questi neuroni specchio fin dalla prima età grazie ai quali impariamo la compassione, la generosità, dai nostri genitori. Loro ce la trasmettono con le mani, con gli occhi, con il fisico e non attraverso uno schermo.

L’empatia poi smuove le montagne perché tu sei disposto ad ascoltare un individuo che la pensa all’opposto di te solo perché è simpatico, ti è simpatico.

Io penso che ognuno di noi viaggi a una certa velocità. È come se ognuno di noi avesse un proprio voltaggio. Tu hai 220, uno ha 12 volt, l’altro ha 380 ecc ecc. Se io voglio parlare con te è inutile che ti parli a 380 e tu rimani indietro. Devi trovare e capire il tuo voltaggio. Questo è un meccanismo empatico. Con il teatro tutto questo è addirittura esagerato perché il meccanismo empatico è portato su molte più persone che hai davanti. Però è uguale. Per me mille persone o una è uguale. Io so, per esempio, che ho un’ora e mezzo di spettacolo per affascinare queste persone con le mie magie e i racconti. So che ho tutti gli assi nella manica. Quindi per me conquistare un pubblico vasto oppure due persone ad una cena o ancora una sola che ti vuoi rimorchiare è uguale. Anzi, è più difficile una da sola. Molti lo fanno inconsciamente perché c’è gente dotata di natura. Per loro la vita è più facile”.

Siamo quindi noi a porci dei limiti?

“Sicuramente. Perché magari “sogniamo corto”.

Bisogna provare a immaginare di più perché se arrivi a metà è già tantissimo. L’empatia è un meccanismo di comunione, che poi è la base del teatro.

Si tratta di qualcosa che facciamo da 250 mila anni. Da quando c’è un vecchio davanti a un fuoco che racconta la storia degli antenati”.

Arturo, torniamo a parlare di trasformazione. Nel mondo della tecnologia si parla di trasformazione digitale. Che cosa significa per te “trasformare”? Trasformare vuol anche dire includere?

“L’evoluzione del mondo, che è durata 3.000 milioni di anni è una storia che racconta la trasformazione di una cellula che si è trasformata fino a diventare un essere umano. L’uomo rappresenta gli ultimi 250 mila anni, cioè proprio un rutto. E anche noi durante questi 250 mila anni ci siamo trasformati. Ma anche negli ultimi 30 anni ci continuiamo a trasformare. E quindi è così, non puoi farci niente. Questa è la legge, è il quotidiano, è la natura. Trasformazione vuol dire accettare che per andare avanti bisogna trasformarsi. È anche mettere in gioco i propri credi, le proprie convinzioni. Per esempio, 50 anni fa non pensavamo al pianeta, alla salute del pianeta. Adesso ci pensiamo quotidianamente.

Noi ci trasformiamo comunque per sopravvivere. Accettare e prevenire la trasformazione è la cosa ideale. Io guardo sempre al futuro. Per me il più bel giorno è domani perché lo posso immaginare e idealizzare”.

Parlando di futuro. Come vedi il mondo nei prossimi 10 anni? Quali saranno i valori che guideranno, secondo te, la società e le relazioni tra gli esseri umani? Saremo più vicini?

“Se guardo a quello che ci fanno vedere nelle piattaforme streaming sono un po’ preoccupato. Ti ricordi quell’episodio di Black Mirror dove tutti siamo misurati con i like? Forse lo facciamo per scaramanzia a creare queste serie. Secondo me il futuro viaggerà a diverse velocità: da un lato la tecnologia avanzerà in modo esponenziale, dall’altro continueremo ad apprezzare quelle cose fatte a mano come venivano realizzate dagli artigiani con gli scalpelli. Per vedere il futuro basta andare in Cina adesso, dove succedono delle cose tecnologiche impensabili per noi. Quindi, da un lato la Cina è fantascienza, dall’altro lato però magari certe cose manuali non le sanno risolvere come facciamo noi Italiani. Noi Italiani siamo specializzati a risolvere i problemi, nel mettere a posto le cose. Mi sono accorto di questa cosa quando facevo le tournée internazionali con i miei tecnici italiani che riuscivano sempre a trovare le giuste soluzioni ai problemi come se fosse qualcosa di normale. L’Italiano sta sempre a galla perché è abituato a essere sempre alla deriva. Siamo sempre abituati a trovare il salvagente. Penso che anche con l’avvento della tecnologia super all’avanguardia noi resteremo sempre un popolo di artisti perché ce lo abbiamo nel DNA. Un po’ ce l’abbiamo perché noi la nostra cultura lo assorbiamo fin da piccoli. Io mi sono trovato a fare delle tournée negli Stati Uniti, in città come Boston, Denver, Oklahoma, Detroit. In quei posti c’erano solamente centri commerciali e distributori di benzina. I centri erano deserti. Dopo 8 mesi mi sentivo alienato. Mancava la mia cultura, che non è solo leggere libri o andare per musei, ma è tutto ciò che ci circonda. Un bambino di 8 anni in Italia gioca a pallone davanti a una chiesa del ‘600. Lui non lo sa che è una chiesa del ‘600, ma questo ‘600 gli entra negli occhi, in testa, nel sangue. Il gusto, il senso della proporzione e della bellezza gli entrano per forza nel carattere. Questo, per fortuna è difficile da rubare”.  

Qual è l’Arturo che porterai nel futuro?

“Io ho previsto che il mio fisico può tenere così ancora per 10 anni. Per un po’ cercherò di fare gli spettacoli dove c’è da faticare fisicamente al massimo. Poi ho incominciato già adesso a usare la parola: ho cominciato a programmare dei podcast, cose di storytelling o show telling. Voglio raccontare e immaginare cose per altri”.

Mi parlavi poi di altri progetti per aziende. Giusto?

“Sì, adesso realizziamo una formula che si chiama Transform – action in cui parliamo della trasformazione, della metamorfosi e di altri aspetti. Molte aziende hanno la necessità di trasformarsi, devono rinnovarsi. E chi sono quelli che remano maggiormente contro? Quelli della mia età”.

Chi non si trasforma si estingue. Per le aziende la trasformazione è fondamentale. Continuamente c’è la necessità di evolversi. Lo sappiamo bene. Arturo, un’ultima domanda. Se dovessi dire a un bambino cos’è la creatività, cosa gli racconteresti?

“La creatività è un giardino. C’è un posto nel tuo cervello dove tu ci metti tanti semini, che sono dei libri che leggi, delle informazioni, degli spettacoli che vedi, dei film che vedi.

Poi dopo, in questo giardino le piante crescono. Tu le lasci lì e dopo tanti anni ti ritrovi un giardino pieno di frutti. Sei diventato ricco di qualcosa perché hai piantato i semi 10, 20 anni prima. Io mi accorgo che la mia creatività funziona così. È come un software che digerisce per anni informazioni, per cui lo nutri continuamente e dopo 10 anni ho un’idea che sembra originale, ma è il frutto di un semino piantato precedentemente. D’altronde anche Steve Jobs diceva che in fondo la creatività non esiste. Se tu parli con gente creativa ti diranno: “no, ma io in fondo ho solamente visto quelle cose lì e le ho messe insieme. L’abilità sta nel mettere insieme cose preesistenti”.

Anche questo è trasformazione?

“Certo, perché crei una cosa che è nuova perché con gli stessi ingredienti fai una cosa nuova e poi nel futuro qualcun altro farà con i tuoi ingredienti qualcosa di nuovo.

Grazie!

Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Arturo Brachetti? Nessun problema, c’è la versione podcast!

Ascolta “Digital Transformation / Arturo Brachetti” su Spreaker.

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(Conduce l’intervista: Francesco Ronchi, Founder e President di Synesthesia)

[Guarda versione completa dell’intervista – 20 min]

Professor Saracco, dal 17 marzo del 2018 lei è Rettore del Politecnico di Torino, con un passato di studi e di ricerca nel campo della chimica, cosa l’ha portata a questo punto? Qual è stato il “carburante” del suo percorso professionale?

“Da ricercatore a professore associato, occupandomi di un gruppo di ricerca che è cresciuto progressivamente, sono diventato professore ordinario abbastanza in fretta, a 37 anni. Da quel momento in poi ho avuto occasione di occuparmi di temi sempre più rilevanti fino ad arrivare alla dirigenza dell’Istituto Italiano di Tecnologie dove il mio capo era il Prof. Cingolani;  attualmente al capo del Ministero della Transizione Ecologica. In seguito, mi sono candidato nella campagna per diventare rettore del Politecnico di Torino. Si è trattata di un’esperienza che mi ha appassionato molto: mi ha fatto travalicare i confini di quella che era la mia area culturale (la chimica, la fisica, l’ingegneria chimica e le scienze applicate) e mi ha fatto conoscere un Ateneo che per quanto settoriale e tecnologico ha un ampio spettro di competenze. Per esempio, l’architettura, che è una parte che dialoga con le scienze dell’uomo e della società, mi ha arricchito tantissimo. La campagna elettorale che mi ha portato a diventare rettore divenne anche un gran progetto che poi con il supporto dei miei colleghi divenne il piano strategico del Politecnico di Torino: “Polito for Impact”. Siamo a metà mandato e la nostra Università sta diventando foriera di impatto sociale. Custodisce e favorisce la formazione di architetti, designer e pianificatori nel modo tradizionale, come piace all’industria e come piace alla società. Adesso riesco a dialogare con l’interezza di tutto ciò che vive al di fuori delle nostre “mura”. Tutto questo è molto bello. In questo momento credo che il Politecnico di Torino venga percepito molto più di prima come una delle forze di questo territorio”.

Il Politecnico ha subito un cambiamento molto significativo nel corso degli anni. Mi ricordo, una ventina di anni fa, i corridoi un po’ grigi del Poli e riscoprirli negli ultimi anni è stata una sorpresa. Questa trasformazione che il Politecnico ha fatto recentemente è stata molto interessante. Difficile da riscontrare in altre istituzioni. Prendiamo, per esempio, il tema della sostenibilità. Mi pare di capire che sia centrale in questo percorso. Giusto?

“Sì, ne è testimonianza il fatto che la mia Prorettrice è la coordinatrice della rete delle Università  per la Sostenibilità. Lei è in contatto con il Prof. Giovannini che in questo periodo è al Ministero del Trasporto e delle Mobilità Sostenibili. La transizione ecologica, cioè quella energetica che va verso un’economia circolare, è il primo cardine di cambiamento attuale, seguito dalla transizione digitale e poi dall’inclusività che dobbiamo garantire per rimarginare i disagi e le ferite profonde nella società. Questa transizione va di pari passo con il cambio di assetto di un’economia  fortemente liberista che ha portato a quello “schianto“ di cui parla Adam Tooze del 2008.

Adesso dobbiamo ripartire in modo sostenibile. Tutto va in questa direzione: sostenibilità, transizione digitale e inclusività.  Questi in fondo sono i cardini del Next Generation EU, il grande fondo approvato dal Consiglio europeo per sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di COVID-19. Oggi l’Europa ci chiede di fare esattamente questo. Siamo contenti di aver anticipato un po’ i tempi. Pensi che il centro di ricerca dell’IT, che ho ripreso a dirigere in quei due anni prima di fare il rettore, era dedicato inizialmente alla robotica umanoide nello spazio. Poi l’abbiamo convertito in  un centro di tecnologie per un futuro sostenibile, che sono state per un po’ il mio cavallo di battaglia come ricercatore. 

Questo Istituto rappresenta un po’ il motore per lo sviluppo sostenibile della transizione ecologica insieme a tutte le infrastrutture che ha messo a disposizione il Politecnico. Si tratta di un modello che stiamo riproponendo anche a Mirafiori nell’ambito dell’Industria 4.0 dell’autoveicolo e alla Cittadella dello Spazio. 

Abbiamo, poi, avviato anche altri importanti progetti come Tech Stars con le OGR, Smart Beta, il nostro centro interdipartimentale, il piano di ex Fiat Engineering in Corso Ferrucci dedicato alla Cyber Security, all’intelligenza artificiale, all’IoT e allo sviluppo. 

Pianifichiamo di ospitare aziende che si occupano della conversione digitale di tutti quei servizi che vanno dalla burocrazia alla salute, alla mobilità sostenibile e alla domotica. Il mondo delle infrastrutture smart è un mondo molto interessante, dove tutto è collegato a tutto. Ci sono molte opportunità da cogliere rapidamente. Il vantaggio di quel mondo, che voi conoscete molto bene, è che si può “penetrare” con l’innovazione concreta in tempi molto più rapidi rispetto a quelli della transizione ecologica che, come noto, richiedono primariamente un cambio di mentalità e di paradigma di lunga durata”. 

È molto interessante questo spostamento di focus dallo spazio alla terra, ai problemi della sostenibilità, ai problemi che dobbiamo affrontare con una certa urgenza. Trovo molto interessante, inoltre, tutte queste opportunità  e iniziative che lei ha appena elencato legate alla città di Torino e alla crescita tecnologica che danno fiducia verso il futuro. Per noi questa città ha la possibilità di rilanciarsi proprio attraverso le tecnologie del digitale e l’attenzione all’inclusività e a un approccio diverso all’imprenditoria. Questi temi sono al centro del nostro modo di fare impresa. Molte altre aziende si sono accorte che questa è la strada giusta per potersi assicurare un futuro solido.  Alla luce di questo scenario, che impatto avrà la trasformazione digitale nella formazione dei giovani professionisti di domani? 

“Anche il mondo della finanza sta andando verso questa direzione, grazie anche ad una maggiore consapevolezza. Le banche hanno cominciato a capire che occorreva investire in vie che non dessero immediato profitto, ma avessero un impatto sociale, una crescita. Penso a tutte quelle iniziative di social impact che promuovono certi fondi di matrice UniCredit. Io ho avuto l’onore di far parte del board di indirizzo Nord-Ovest di Unicredit e ho visto dietro le quinte come ci si stava orientando verso quel tipo di investimenti. Oggi se non si va a creare uno sviluppo che porta avanti le imprese insieme alla società collassano i conti correnti. Tutti ormai si sono resi conti quanto da soli si è deboli e di quanto occorra fare sistema e progettare insieme. Questo è quello che sta succedendo nel Politecnico di Torino perché ci siamo resi conto che se avessimo continuato a formare ingegneri molto forti sui fondamenti e sulle conoscenze tecnologiche, ma meno sulle scienze dell’uomo e della società, sul saper gestire le persone (le soft skill), sulla capacità di un pensiero critico, questi non sarebbero stati in grado di intervenire nella società.

Mi sono chiesto che significato avesse fare tutto questo per le università italiane. Abbiamo deciso di invertire la rotta e ci siamo occupati di formazione professionalizzante, molto più esperienziale, soprattutto per quanto riguarda i laureandi in triennale, non ancora ingegneri ma molto utili alle piccole e medie imprese. Ci siamo occupati di reskilling e upskilling perché cambia tutto così velocemente che è necessario istruire continuamente le persone. Abbiamo cambiato profondamente il modo in cui formiamo gli ingegneri e gli architetti: più scienze dell’uomo e della società per gli ingegneri e più challenge in cui gruppi di ingegneri e architetti affrontano problemi complessi e opportunità di innovazione. Abbiamo appena varato un progetto che si chiama “Grandi sfide” in cui, già nelle triennali, i ragazzi possono accedere a sei macro gruppi di sfide (la salute, l’ambiente, la digitalizzazione, i cambiamenti climatici) affiancati da due mentori: un tecnologo e uno  scienziato della società. 

All’interno del Politecnico, poi, abbiamo creato un Centro di Studi Umanistici per aiutare i ragazzi ad avere anche altri punti di vista. Si tratta di un approccio che abbiamo preso dall’ EPFL di Losanna. Non ci sono altre università italiane che ce l’abbiano. Si tratta di un tipo di formazione disegnato sull’individuo e sulle sue capacità. La visione tradizionale non ti consente di customizzare nulla su te stesso. 

Un’altra cosa interessante che stiamo cercando di fare è la contaminazione delle filiere della formazione primaria e secondaria. Paradossalmente c’è bisogno di  più scienze e tecnologie nelle scuole dell’obbligo tanto quanto nella scuola del Politecnico c’è bisogno di scienze della società”.

L’apertura mentale è utile per il proprio percorso personale. Proprio a proposito di future generazioni, il Politecnico “sforna” tantissimi professionisti di cui il mercato oggi è affamatissimo ed è importante per tutti evitare che queste persone vadano via ma, al contrario, assicurarsi che restino sul territorio. Come è cambiato il panorama? Quali sono state le sfide da affrontare e come è il mondo oggi?

“Le rispondo in modo molto diretto. In questo momento non ne possiamo più. In 10 giorni l’università italiana è diventata virtuale. Ogni settimana facevo video motivazionali. Adesso se facessi un video mi “spernacchierebbero” immediatamente tutti quanti ed è comprensibile. Non c’è più tolleranza e quindi bisogna resistere. Questo è davvero il semestre più complesso, ho fatto un appello a essere vicini al rettore, a chi non può mollare, a chi rappresenta un po’ la “chiave di volta” su cui si scaricano tutte le tensioni. Però sono anche orgoglioso di essere in questa posizione e di fare ciò che devo. 

Non so cosa succederà, ci riscopriremo dopo il lockdown con un nuovo modo di incontrarci. Sicuramente saremo più poveri. Vedo tante storie di sofferenza, richieste di lavoro, genitori in difficoltà con le tasse universitarie. È molto complesso in questo momento stare dietro questi temi.  Ci siamo dotati di strumenti informatici più “forti”, siamo in grado di offrire in simultanea in ogni parte del mondo lezioni. Abbiamo ragazzi che dal Sud America alla Cina, all’Europa, all’Africa collaborano insieme in classi che fanno progetti di architettura e design. Abbiamo il 15% di studenti stranieri e abbiamo avuto un incremento nell’ultimo periodo proprio grazie alle nuove modalità di erogazione delle lezioni. Non si sa ancora se il prossimo semestre ci sarà la deroga per continuare a erogare da remoto. Abbiamo circa 1200 studenti cinesi, sono la comunità straniera più grande. Ho fatto un appello alle mamme di mandarci i loro studenti che troveremo un modo per vaccinarli e abbiamo aperto anche un canale Wechat in Cina per essere più veloci nell’erogare la didattica verso di loro.

Freak Antoni degli Skiantos diceva “mentre gli altri sono arrivati al fondo della buca e iniziano la risalita, io mi ritrovo a scavare”. Il Covid-19 ci ha fatto scavare e toccare con mano come solo insieme si riesce a ripartire. Il pensiero di Stiglitz che mi ha ispirato, a cui abbiamo dato una laurea honoris causam in occasione del festival della tecnologia per i nostri 160 anni nel 2019: lui ritiene che in questo periodo sono le università, le fondazioni, le associazioni no profit, io aggiungo anche le multi-utility come IREN che possono dare un impulso. Società che hanno un buon bilancio e che ci possono portare a fare il cambio verso uno sviluppo sostenibile perché ne hanno la potenzialità economica e possono indirizzare il cambiamento.

Io collaboro con Iren, con EGEA nel Cuneese che sta facendo una “Granda CO2 free”.

In questi 10 anni il mondo è cambiato soprattutto dal punto di vista della tecnologia. Abbiamo visto il mondo trasformarsi. La parola di oggi è la trasformazione digitale, appunto. Come vede i prossimi 10 anni? Come saremo in una sua ipotetica visione tra 10 anni? Che cosa dobbiamo aspettarci in futuro? Quali scenari ci attendono? 

“Non ho la bacchetta magica, ma quello che ho visto capitare nell’industria chimica è incredibile. La Solvay che si trova a Spinetta Marengo applicando dei criteri di Big Data, Intelligenza Artificiale, multi-sensoristica sullo stesso identico impianto ha cominciato a regolarlo rispetto a quello che erano le sane e tradizionali regole dell’ingegneria dei controlli hanno ottenuto un + 20% di produttività. Questo vuol dire che  dietro le quinte ci sono una marea di opportunità da cogliere grazie alla gestione dei dati non convenzionale attraverso questi algoritmi che siamo pur sempre noi a creare. In futuro qualunque cosa potrà diventare un generatore di dati messi a disposizione in modo del tutto nuovo e funzionale a dare quel cambio di modalità di vita. Io credo che ci saranno dei cambiamenti forti legati essenzialmente a quanto ho appena detto e che non sappiamo ancora dove arriveremo. Certamente conseguiremo prima del 2050 gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Io di questo ne sono ormai convinto. La situazione che abbiamo appena vissuto potrebbe aver accelerato questo processo. Di dati c’è un bisogno enorme. Dietro i dati si nasconde una enorme potenzialità in ogni settore. Penso che Torino andrà molto veloce e che saremo presto un esempio per il resto del Paese”. 

Grazie!

Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.

Ascolta “Digital Transformation / Prof. Guido Saracco” su Spreaker.

Synesthesia ha da sempre supportato le iniziative di CUS Torino per la valorizzazione del territorio, dello sport, del dialogo volto a progettare un futuro più sostenibile, solidale, equo e ricco di occasioni per tutti, non solo in ambito sportivo, ma anche sociale, economico e professionale.

Just The Woman I Am 2021 è una bellissima iniziativa e Synesthesia è lieta di supportare anche quest’anno il CUS per la realizzazione di un evento unico nel suo genere, nato dall’idea di eguaglianza e di superamento di tutte le forme di discriminazione. 

Synesthesia è da anni impegnata in iniziative contro il gender gap in ambito di formazione e di accesso alle professioni legate al mondo STEM con l’iniziativa Girls Tech, giunta quest’anno alla sua terza edizione (www.girlstech.it).

Le tecnologie più moderne affiancate a operazioni intelligenti e inclusive di comunicazione possono permettere a un evento come JTWIA 2021 di assumere un’identità “virtuale” che, affiancata alla fisicità reale della performance sportiva, consentirà un’esperienza davvero unica e originale.

La pandemia Covid-19 ha creato e crea tantissimi problemi, ma ha dimostrato che unendo le forze si possono superare limiti e sfide, ma soprattutto puntare a risultati ancora più ambiziosi.

Per favorire tutto questo il team eventi di Synesthesia metterà a disposizione di CUS Torino tutte le sue competenze coprendo l’evento del 7 marzo con un’iniziativa innovativa di live experience.  

L’attività principale sarà rappresentata da supporto tecnologico digitale che consentirà ai tantissimi ambassador di JTWIA 2021 di rilasciare in real time la loro testimonianza di corsa dalle diverse città italiane in cui il CUS opera. 

L’evento live condotto dalla showgirl Cristina Chiabotto e da Riccardo D’Elicio, Presidente del CUS Torino, permetterà di “unire” l’Italia in un unico running in rosa, ripreso live e disponibile sui canali social e web di CUS Torino, JTWIA e Advento.live.

Synesthesia si occupa di sviluppo tecnologico e di comunicazione in modo completo: idea, progetta, disegna, sviluppa e promuove soluzioni ad alto valore aggiunto a supporto di imprese, eventi e organizzazioni di tutte le tipologie per garantire la migliore user experience. L’era della “digital transformation” sta cambiando in modo dirompente il mondo in cui viviamo. Il modo di imparare, lavorare, emozionarsi, vivere è caratterizzato ogni giorno da cambiamenti sempre più frequenti.

In tutto questo sono centrali le competenze professionali che Synesthesia mette in campo, gestendo con successo progetti per clienti locali, nazionali e internazionali. Sono più che mai differenzianti le competenze umane: la relazione, la fiducia, la “vision” di un mondo che crede nell’innovazione in modo consapevole, e che tiene fermo il timone puntando in modo concreto al miglioramento sociale. 

«Crediamo fortemente da anni in questa partnership, che è valoriale e strategica. Per noi è occasione per entrare in contatto con tanti ragazzi di differente età, da quelli più giovani e magari interessati alla nostra scuola di tecnologia FuturMakers fino agli studenti universitari, che rappresentano per noi i veri talenti su cui fare scouting costante per elevare il nostro know how. In questo senso sostenere una squadra, ma anche una borsa di studio, è prima di tutto un giveback, un riconoscimento verso un ecosistema culturale che ci ha dato e ci sta dando moltissimo. Non ultimo, il CUS è un contesto integrato di aziende e relazioni con il territorio di elevatissima qualità, con cui vogliamo rafforzare sinergie e accordi. 

È in quest’ottica che abbiamo scelto di essere partner di “Just the Woman I Am” uno degli eventi più coinvolgenti per la nostra città (e ora d’Italia) e di partecipare ai campionati di volley femminile attraverso la nostra sponsorizzazione».

Con queste parole di Riccardo Recalchi, CEO dell’azienda, ha accompagnato l’avvio del progetto di supporto rivolto a CUS Torino e a tutto lo staff di Just the Woman I Am.

Per info e partecipazione clicca qui.


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Questa iniziativa nasce dalla sua esperienza pastorale negli Atenei Universitari della città?

“Il mio lavoro è quello del «coordinatore». Abbiamo avviato da alcuni mesi il servizio per l’Apostolato Digitale come prima diocesi d’Italia per ripensare in chiave teologica all’impatto che l’ambito informatico ha comportato nella società, quindi per me questa “missione” rappresenta l’emanazione dell’impegno che ho assunto. Insegnando teologia della trasformazione digitale all’Università Cattolica a Milano e spiritualità delle società emergenti all’Università di Torino, l’aspetto scientifico, accademico e pastorale si è unito al background della consulenza legale che mi apparteneva prima. L’idea di proporre Torino come capitale per l’Intelligenza Artificiale nasce dall’affetto viscerale per questa città. Da cappellano universitario percepisco quotidianamente la fatica di studenti che vorrebbero mettere radici in questa città ma le opportunità per farlo sono scarse. Come parroco invece respiro la stanchezza di 40enni che vorrebbero costruire un futuro più concreto per i loro figli. A partire dal placet del Vescovo, passando da quello della Sindaca, quindi a seguire gli Atenei, l’Unione Industriale e a propagazione tante altre realtà, tra cui anche Synesthesia. L’idea che nasca dalla Chiesa questo interesse è senz’altro disruptive, ma è anche garanzia del fatto che l’azione non sia inficiata da scopi politici e imprenditoriali, ma dettata da complici alchimie spontanee che si stanno facendo avanti per rendere protagonista un tessuto connettivo tecnologico promettente”.

Quali scenari si pensa di poter contaminare con questa candidatura?

“La ricerca e lo sviluppo per le imprese in primis, poi una governance che subentrerà per assicurare un equilibrio sistemico alle filiere, andando così a legittimare una candidatura seria. Torino non deve costituire un indirizzo fisico specifico quanto un riferimento che nulla tolga ad altri siti ad alto tasso di innovazione, quali l’eolico presso il Lago Maggiore o l’agrifood nel cuneese. L’intento è creare dei cluster che afferiscano a una città collettore di possibilità e nodi la cui rete neuronale sia il più capillare possibile”.

Quali sono i prossimi passi che si è prefisso di riuscire a compiere?

“Una visione profetica, politica e industriale non deve esaurirsi in una conferenza stampa ma prefiggersi la durabilità dei progetti nel tempo. Nell’epoca del diluvio della trasformazione digitale ciò che accade oggi, se non lascia un segno tangibile, domani è già dimenticato. Il processo di ascolto delle imprese, delle diverse realtà coinvolte e degli studenti sta modificando continuamente la progettazione della filiera in modo che possa portare risultati concreti grazie a figure competenti che consentono la delicata costruzione di questi passaggi. Questo processo è ciò che muove i grandi attori quanto i piccoli, come l’equilibrio ricalibrato costantemente tra i reciproci interventi. Il tentativo è innescare un cambiamento accompagnandolo, per poi farsi da parte e lasciarlo gestire a chi sarà deputato al compito”.

A tendere l’obiettivo più ambizioso quale potrebbe essere?

“Non fregiarsi di qualche titolo ma avere l’onore  di giocare questa partita per conto dell’Italia, perché può dimostrare di esserne all’altezza, se la stima se la saprà guadagnare. Puntiamo a rafforzare il senso di consapevolezza tecnologica e sul saper fare squadra, dato che la capacità di affermazione non manca. Non possiamo aspettare che qualcuno lo faccia per noi o che ci sottragga l’occasione. In autunno i tempi saranno maturi per portare avanti le azioni incisive che determineranno i risultati dell’operazione. Non possiamo aspettare, il futuro ci troverà pronti”.


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Un po’ di storia. Paolo come nasce MELA?

“Mela nasce dalla volontà di mettere a frutto le esperienze maturate su Amazon USA. Infatti, sia io sia il mio collega Pietro Scaglia abbiamo seguito i lanci di diversi prodotti in USA lavorando come produttori in private label. Amazon USA può essere considerata la “serie A” dei marketplace mondiali, il mercato è enorme ma proprio per questo la concorrenza è spietata. Ormai qualsiasi azienda che voglia avere qualche speranza di competere su Amazon USA deve affidarsi ad agenzie specializzate altrimenti non può pensare di emergere rispetto alla concorrenza. Forti di questa esperienza abbiamo deciso di proporci come supporto alle aziende europee che vogliano intraprendere la strada dei marketplace.

Successivamente abbiamo deciso di estendere l’offerta includendo AliExpress, eBay e ultimamente anche il b2b su Alibaba”.

Ci racconti di cosa vi occupate? 

“Noi possiamo aiutare qualsiasi azienda o negozio a pubblicare i propri prodotti fisici sui marketplace. Tipicamente iniziamo con un’intervista per capire le esigenze e soprattutto le potenzialità dei prodotti. Non è raro infatti scoprire che alcuni prodotti non sono adatti ai marketplace b2c oppure che è necessario riprogettare l’offerta con bundle. Altre volte orientiamo il cliente su soluzioni b2b oppure e-commerce che però non seguiamo direttamente.

La competitività è quasi sempre legata alla creazione di un brand che caratterizzi fortemente i prodotti e che possa essere riconosciuto in tutta Europa. Questo è lo scenario ideale. Poi, dopo aver analizzato i prodotti e il brand, elaboriamo una strategia di lancio e mantenimento tipicamente sui 12 mesi. È necessario far comprendere che il lancio sul marketplace è un’attività strategica di medio o lungo termine ma che permette di creare una vetrina negozio visibile da centinaia di milioni di potenziali clienti in tutto il mondo”.

Lo scenario in cui operate è molto competitivo. Qual è la vostra strategia in questo periodo? Come fate la differenza? 

“La strategia è analizzare attentamente le nicchie di mercato su cui posizionare i prodotti. Fortunatamente esistono molti strumenti che ci permettono di avere già un’idea chiara dei volumi raggiungibili, quindi è importante far capire al cliente i punti di forza e le difficoltà e una volta decisa una strategia, partire senza esitazioni. Il nostro valore aggiunto è l’esperienza fatta in USA che ci permette, grazie all’uso approfondito di analytics, di produrre vetrine estremamente ottimizzate e catturare la maggior quantità di traffico organico”.

Come sta cambiando il mondo dell’e-commerce? Quali saranno gli scenari futuri?

“Domanda da un milione di dollari. Diciamo che abbiamo deciso di specializzarci su una verticale molto specifica dell’e-commerce che è quella relativa ai marketplace. E anche solo in questo settore le regole cambiano praticamente ogni giorno: è necessario essere sempre aggiornati per evitare non solo di non performare ma anche di incorrere in sospensioni o penalizzazioni. Le tecniche di lancio e mantenimento, inoltre, sono in continua evoluzione. Tra gli scenari futuri più promettenti io personalmente vedo il social commerce, quindi creare dei feed video o live per presentare i propri prodotti ad audience non ancora coperte dai marketplace tradizionali”.

In che modo Synesthesia e Mela collaboreranno insieme?

“Subito dopo essere passato da venditore private label in USA ad agenzia in Italia ho trovato in Synesthesia il partner ideale per fornire ai clienti soluzioni globali. Spesso infatti le aziende non hanno bisogno solo di proporsi sui marketplace ma cercano un supporto completo per passare dal mercato nazionale, magari fatto da distributori e GDO, a quello internazionale senza intermediari tipico dei marketplace ma anche dell’e-commerce standard. Per fare questo è necessario pensare a una vera e propria digital transformation, passare da un’azienda di produzione e vendita tramite agenti a un’azienda fortemente automatizzata che può far fronte a nuove sfide come l’esportazione in Europa o nel mondo e alla vendita B2C. Grazie a Synesthesia finalmente possiamo offrire una consulenza completa, dalla semplice ottimizzazione di una vetrina prodotto fino alle più complete soluzioni strategiche che impattano su design del brand, comunicazione, logistica, CRM, HR per rendere le aziende competitive sul mercato globale. È una grande sfida, ma siamo convinti che, anche grazie al coinvolgimento di Synesthesia, il nostro obiettivo sia raggiungibile”.

Synesthesia aiuta le aziende più ambiziose a essere competitive sul mercato globale attraverso una consulenza completa in ambito e-commerce. Si prende cura delle loro idee e delle loro attività online: dalla pianificazione costi e ricavi fino alla fase di creazione e gestione di contenuti per le vetrine online. Offre piani dettagliati di lancio sul marketplace che consentono la creazione di una vetrina negozio visibile da milioni di potenziali clienti in tutto il mondo


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