Quando è stato il tempo delle ferrovie, sono state realizzate le ferrovie. Ci è voluta un po’ di creatività per inventare la ferrovia, ma la creatività è un elemento che non manca nella mente umana. La creatività da sola però non può creare nulla. È sempre necessario il contributo di altre persone che pongono le basi e il substrato per una successiva invenzione.
Un tempismo fortunato
Parliamo così di un tempismo fortunato. Se otteniamo il brevetto per l’invenzione della radio non significa che da soli abbiamo inventato la radio. Significa piuttosto che abbiamo avuto la fortuna di essere vissuti quando tutte le tecnologie alla base della nostra invenzione erano già state inventate e che abbiamo “battuto sul tempo” tutti gli altri presentando per primi l’invenzione all’ufficio brevetti.
La storia di Google e Microsoft
La teoria del tempismo fortunato dell’innovazione spiega molti successi e fallimenti dei fondatori di “mitologiche” aziende tecnologiche. Spiega, per esempio, come Google ha potuto creare un fantastico motore di ricerca e allo stesso tempo lanciare una serie di prodotti fallimentari, come G +, Google Video o Stadia. Le storie di successo di Google (la sua piattaforma mobile, la sua suite collaborativa di prodotti per ufficio, la sua tecnologia di gestione dei server, la sua piattaforma video, ecc.) sono tutte frutto di acquisizioni.
Oltre al motore di ricerca, Google ha avuto solo altri due successi “in-house”: il grande clone di Hotmail (Gmail) e Google Foto (utilizzato da più di un miliardo di persone ma solo con Android, un sistema operativo acquistato da altri).
Google non ha inventato la sua strada per il successo, ha “comprato” questa strada.
Questo è uno scenario ben noto. Ricordate Microsoft? Quando Homer Simpson fondò una società tecnologica nel 1998, Bill Gates “lo comprò”. Il processo culminò con i sicari di Gates che distrussero la fabbrica di Homer.
Anche Microsoft ha comprato la sua strada per il successo. La società non solo ha acquisito innumerevoli rivali, ma ha anche sfruttato il suo accesso ai mercati dei capitali per acquistare prodotti sottocosto in modo da impedire ad altre aziende di offrire prodotti concorrenti. Microsoft ha sfruttato il suo dominio – i sistemi operativi – per ottenere il predominio in altri ambiti come le suite di produttività e i browser.
Microsoft ha distrutto Netscape con queste tattiche, ma non ha cercato di usarle contro Google. Come mai? Cosa è successo? Un’umiliante e terribilmente costosa causa antitrust durata sette anni che ha quasi portato la società allo scioglimento. L’esperienza è stata molto pesante per Microsoft, mentre Google segnava una vittoria dopo una vittoria.
Ironicamente Microsoft doveva la propria esistenza a un altro monopolista. Dal 1970 al 1982 IBM è stato trascinato nella più costosa e lunga azione antitrust della storia americana, una situazione di stallo così estenuante che è stata soprannominata “antitrust del Vietnam.” Ogni anno, per 12 anni consecutivi, le spese legali di IBM hanno superato i costi dell’intera divisione antitrust del Dipartimento di giustizia degli USA (DoJ). IBM alla fine ha trionfato, ma ha imparato una lezione importante: non fare impazzire il Dipartimento.
Una delle cose che ha davvero fatto arrabbiare le istituzioni competenti? Unire gli hardware ai sistemi operativi. Ecco perché, quando IBM era pronta a lanciare il suo PC ha trovato una società esterna per sviluppare il sistema operativo. Quella società era MicroSoft e il sistema operativo era DOS.
La vera storia dell’innovazione
Le aziende dominanti sul mercato sostengono di mantenere la loro posizione attraverso “l’innovazione”. Le più grandi aziende tecnologiche del mondo hanno ridotto i loro reparti di ricerca e sviluppo nel corso degli anni, sostituendoli con fusioni, acquisizioni, contratti esclusivi e altri “trucchi”.
Il mito del fondatore della tecnologia come genio visionario copre una storia molto meno poetica: i fondatori in campo tecnologico hanno avuto fortuna una volta (o, in pochissimi casi, due volte) e poi hanno usato il loro accesso ai mercati dei capitali per impedire ad altre persone di avere fortuna nello stesso modo.
Non sono super geni che giocano a scacchi; sono persone ordinarie non più adatte di voi o di me a essere responsabili del destino tecnologico di milioni o miliardi di persone.
Il mondo ha avuto un importante ricordo di questo fatto quando il Delaware’s Court of Chancery ha rilasciato i messaggi di testo ed e-mail di Elon Musk relativi alla sua caotica offerta di acquistare Twitter. È uno sguardo veritiero su cosa c’è dietro ai personaggi pubblici accuratamente costruiti di alcuni dei giocatori più ricchi e potenti della tecnologia.
Si scopre che quando questi ragazzi – quasi tutti i ragazzi – parlano tra loro, quando nessun altro ascolta, fanno quello che tutti noi facciamo: bluffano, inventano cose, invertono la rotta e fingono di non averlo fatto.
Charlie Warzel dell’Atlantic, scrivendo sulla questione, cita un “ex dirigente dei social media” che dice: “Tutti sembrano fottutamente stupidi”, e continua dicendo, “È davvero così che si fanno affari? Non c’è un vero pensiero strategico o analitico. È solo emotivo e fatto senza alcuna preoccupazione reale per le conseguenze.” E ha ragione. I compagni di Musk gli dicono casualmente somme sbalorditive da pagare per l’acquisto: $250,000,000 da Mark Andreesen, un miliardo da Larry Ellison (che aggiunge, “… o qualunque cosa tu voglia”) e Musk risponde dicendo che introdurrà i retweet a pagamento con Dogecoin senza rendersi conto che “la blockchain su Twitter è impossibile.”
Warzel riassume così: “Il desiderio di emergere di Musk e la sua pigrizia nel fare affari rivelano qualcosa di più profondo su questo ecosistema di investimento e sul suo funzionamento. Guardando questi testi, sembra molto più facile capire il recente investimento di 350 milioni di dollari di Andreessen Horowitz nella nuova start-up immobiliare del fondatore di WeWork, Adam Neumann, o l’ammissione di Bankman-Fried che la maggior parte degli investimenti venture-capitalist non sono “l’esempio di mercati efficienti”.
Sei ricco? Allora sei intelligente
Il corollario di “se sei così intelligente, perché non sei ricco?” è “sei ricco, quindi devi essere intelligente.” Dopo tutto il fatto che questi sciocchi abbiano così tanti soldi deve significare che non sono poi così stupidi.
Se il modello di come funziona il business è che le persone brillanti fanno cose incredibili e si arricchiscono, allora essere ricchi significa che sei una persona brillante che fa cose incredibili. Ma se il successo è la combinazione di fortuna, tempismo e una volontà spietata di utilizzare i mercati dei capitali per impedire ai rivali di raggiungere i loro clienti, allora il denaro diventa una conseguenza di un genio sociopatico e non di un creativo.
Insieme per innovare il mondo digitale
Come abbiamo visto in questo articolo le storie di successo, le invenzioni che hanno cambiato le nostre vite sono il frutto della collaborazione tra uomini, della perfetta combinazione di intuizioni brillanti con le giuste tempistiche. Per secoli è stato così.
In Synesthesia sosteniamo tutte quelle idee che puntano all’innovazione. Ogni giorno creiamo nuove soluzioni digitali di successo e occasioni di business grazie alla collaborazione sinergica con altre realtà. La nostra esperienza maturata in questi anni ci ha insegnato che tutto questo è possibile. Non ci sono limiti a quello che si può costruire insieme.
(Tratto da medium.com a cura di Cory Doctorow, tradotto da Synesthesia, in data 14 novembre 2022.Copyright © https://doctorow.medium.com/the-true-genius-of-tech-leaders-46d6e3439989 · all rights reserved).
Già nel 1999 Zygmunt Bauman scriveva ne “La società dell’incertezza” che l’attuale ordine sociale, così come è concepito, ci induce a vivere inevitabilmente in uno stato di disordine globale, dove non c’è posto per la stabilità. Pandemie globali, instabilità geopolitica, disordini culturali: per le organizzazioni cercare di dare un senso a tutto questo probabilmente non è mai stato così difficile. Si tratta di una condizione di disorientamento generale che porta con sé un senso diffuso di difficoltà a comprendere il futuro e conseguentemente a prendere le “giuste” decisioni.
L’acronimo VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) – introdotto e adottato per la prima volta dal US Army War Collage di Carlisle in Pennsylvania, per descrivere il mondo complesso e incerto all’interno del quale ci trovammo a vivere dopo la Guerra Fredda – sembra descrivere correttamente la situazione di cambiamento che stiamo vivendo. Ma che cosa significa esattamente VUCA?
Il significato di VUCA
L’acronimo racchiude in sé quattro concetti emblematici:
- Volatilità (Volatility), indica la rapidità dei cambiamenti non previsti in un determinato contesto socio-economico. Si tratta del parametro più difficile da prevedere per un’azienda (per esempio, le fluttuazioni dei prezzi del gas o del petrolio dovute a crisi geopolitiche improvvise).
- Incertezza (Uncertainty), esprime lo stato di incapacità di comprendere un cambiamento in atto. Maggiore sarà l’indice di incertezza nella comprensione di quello che sta accadendo, maggiore sarà la difficoltà di previsione e quindi di decisione.
- Complessità (Complexity), fa riferimento ai contesti dove è presente una grande interconnessione di fattori, dove vi è, di conseguenza, una crescente difficoltà nel valutare tutte le relazioni reciproche, le variabili e i rischi possibili.
- Ambiguità (Ambiguity), accade quando mancano informazioni complete su un determinato fenomeno. Maggiori sono le ambiguità, maggiore sarà la difficoltà a giungere a conclusioni certe.
Crescere nell’era del VUCA
Secondo Philip Kotler e John A. Caslione la maggior parte dei leader politici ed economici hanno realizzato che l’ambiente VUCA è una condizione permanente e non un fenomeno transitorio. In queste circostanze è necessario monitorare rapidamente i cambi di rotta nelle varie aree di business e spingere l’innovazione, ad esempio attraverso azioni di marketing e di data analytics.
Per le aziende affrontare l’era del VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) significa far fronte a una situazione di business molto complessa che porta a una interazione sociale sempre più limitata. Sono cambiati i modelli di comportamento della società e di conseguenza anche le esigenze quotidiane e i bisogni. I consumatori di oggi, per esempio, sono fortemente dipendenti dai modelli di acquisto online.
Nei casi di grande volatilità e incertezza il modo più efficace per le organizzazioni di reagire è quello di investire sui dati. Maggiori saranno, infatti, i dati a disposizione e migliori modelli statistici si otterranno per fare previsioni sulle cause e sulla durata di un determinato evento non previsto. La corretta interpretazione delle informazioni aiuterà, inoltre, a leggere meglio la complessità dello scenario e a indirizzare la scelta dell’organizzazione verso la soluzione più efficace.
Già nel 2017 la OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sosteneva che l’innovazione delle organizzazioni nella società digitale è strettamente legata a settori come cloud computing, augmented reality, big data, machine learning. Lo sviluppo di processi di decision making efficaci richiede dunque inevitabilmente il processamento dei Big Data e il fatto che si tenga in considerazione il cambiamento dei consumatori e degli stakeholders dovuto all’estensione della mole di informazioni disponibili.
Quando la risposta arriva dal digitale: una sfida (continua) per le PMI?
Il mondo del marketing e quello dell’industria digitale non sono esenti dalla condizione dettata dal contesto VUCA, il modo in cui si promuove e comunica cambia costantemente e deve continuare a evolvere. Le tecnologie e le soluzioni che possono adattarsi e funzionare in una realtà VUCA richiedono nuove competenze, innovazione e l’impiego di framework agili.
Per una PMI gestire questo tipo di complessità non è affatto semplice. Non è facile trovare la giusta soluzione per il business affrontando questo fenomeno con il giusto approccio perché nella maggior parte dei casi non si ha il tempo necessario per farlo oppure manca la giusta serenità. Secondo Marco Cavingioli, un ribaltamento di prospettiva è possibile riformulando l’acronimo VUCA con le nuove “parole antidoto”: Vision / Visione, Understanding / Comprensione, Clarity / Chiarezza, Agility / Agilità.
Cavingioli nel suo post del blog “La PMI Italiana in un mondo “never so much VUCA” e la saggezza della delega” propone di ricorrere alla cosiddetta “saggezza della delega”: delegare a terzi (anche in outsourcing) i temi non core business dell’azienda è senz’altro una soluzione efficace che semplifica tutti quei processi che rallentano la sua crescita. Tutto questo aiuta certamente ad avere una vision migliore e a trasformare una buona idea idea di business in un’idea vincente:
“In rete puoi trovare riflessioni, contributi e bibliografia per farti una cultura e cercare di utilizzarla per affrontare e risolvere questa complessità, alla ricerca della “tua semplicità”, alla ricerca della “semplicità della tua azienda”.
Oggi in molti contesti socio-economici del mondo la crescita è guidata dalle micro, piccole e medio imprese (MSME) e dalle strategie di marketing digitale applicate. In Indonesia, per esempio, funziona così dal 2017. L’estrema flessibilità delle organizzazioni e l’atteggiamento di apertura nei confronti delle nuove strategie di marketing digitale hanno reso possibile e rapidissimo il processo di crescita e adattamento ai cambiamenti sociali che si stavano verificando. La concorrenza nata da questi fenomeni ha stimolato, di conseguenza, le PMI indonesiane a investire sulla formazione, sull’acquisizione di nuove competenze in ambito tecnologico e informatico e sull’utilizzo di nuovi canali per promuovere i propri prodotti. I risultati sono stati sorprendenti: l’Ufficio Centrale di Statistica ha dimostrato che l’empowerment delle MSME ha contribuito a trainare l’economia nazionalefino a raggiungere un aumento strabiliante e inatteso del 60% del Prodotto Interno Lordo (PIL).
Questo importante impulso economico deriva certamente da una capacità di adattamento e quindi da una risposta efficace data tempestivamente al cambiamento che si stava verificando. Quello appena citato, ovviamente, è solo un esempio che però ci fa ben sperare. Le possibilità di crescita sono pressoché infinite. Grazie al digitale tutto questo è possibile.
In conclusione
Come abbiamo visto finora, ogni aspetto della nostra realtà è investito dal fenomeno VUCA. Tutte le organizzazioni ne sono profondamente influenzate (anche le più piccole). Oggi l’utente medio è sempre più connesso e più informato. Se vogliamo ancora offrire ai nostri clienti e partner prodotti/servizi innovativi e originali occorre, dunque, cambiare mentalità, strategia di leadership e promuovere una cultura Agile.
Synesthesia elabora soluzioni di marketing, data analytics, indagini di mercato personalizzate sulla base delle necessità del cliente, con l’obiettivo di supportare la sua attività nel raggiungimento di concreti risultati di crescita sul mercato globale.
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Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia)
L’evoluzione dei social
La nascita dei social media ha segnato un cambiamento nelle dinamiche sociali e relazioni della popolazione mondiale. Oggi possiamo affermare che è praticamente impossibile essere “fuori” dall’ecosistema che queste piattaforme hanno creato. Non si tratta più, infatti, solo di canali di comunicazione tra singoli utenti privati come poteva essere Facebook ai suoi albori. La presenza delle aziende e delle istituzioni sui social è oggi evidente e in alcuni casi predominante (e invadente). Pensiamo, per esempio, a Twitter dove la componente istituzionale è molto forte: quotidianamente le più importanti organizzazioni a livello mondiale rilasciano dichiarazioni proprio utilizzando i ben noti Tweet, molto più diretti e veloci dei vecchi comunicati e lanci d’agenzia.
Per quanto riguarda le aziende, la loro presenza sui social è evidenziata dal fatto che quasi tutte le piattaforme stanno implementando sempre più le funzionalità legate al settore dello shopping online. TikTok marketing è un esempio molto emblematico della diffusione crescente del Social Commerce, ovvero della scelta dei consumatori di fare acquisti direttamente sui social.
Dall’informazione allo shopping, dunque, passando per la condivisione di contenuti e la creazione di relazioni (che sono le basi su cui si fonda la nascita stessa dei social media), le piattaforme social sono oggi i principali attori e artefici dei cambiamenti e delle evoluzioni che si muovono in seno alla società. Ma quali sono i rischi connessi a un panorama così “fluido”, libero e in continua evoluzione?
La disinformazione nel mondo digitale
Come abbiamo già avuto modo di accennare, i social media sono oggi uno dei principali canali di comunicazione e informazione a livello globale. La libertà di pensiero è senz’altro uno dei pilastri su cui, almeno in teoria, si fondano queste piattaforme. Gli utenti possono, infatti, condividere in ogni momento messaggi di testo, immagini o video con la propria rete e non solo. Ma la libera manifestazione del pensiero, se portata all’eccesso ed esercitata senza limiti, può avere ricadute negative anche molto gravi sulla società a livello globale. In un mondo interconnesso come il nostro, infatti, è praticamente impossibile fermare o arginare un’informazione nel caso in cui sia scorretta o addirittura dannosa.
Per questi motivi la lotta alla disinformazione oggi è un tema sempre più urgente che coinvolge tutti. Un interessante saggio di Jonathan Haidt, psicologo americano, intitolato “Why the past 10 years of american life have been uniquely stupid” analizza gli ultimi 10 anni della storia statunitense proprio alla luce della possibile dannosità dei social media. L’autore utilizza un paragone con la vicenda biblica della Torre di Babele: un esempio emblematico di frammentazione della comunicazione con la conseguente impossibilità di far circolare le informazioni.
Haidt afferma che, a partire dal 2010, i social media hanno “armato di frecce” le istituzioni degli USA che a loro volta hanno iniziato ad attaccarsi a vicenda a “colpi di tweet”. Spesso i contenuti di questi messaggi diffusi online si basano su un’informazione modificata e piegata agli interessi ora dell’una ora dell’altra parte. Si è creata così sempre più disinformazione sotto gli occhi dei cittadini americani, come un circolo vizioso. Le conseguenze principali sono state la perdita di credibilità e l’indebolimento della stabilità della stessa democrazia.
Estendendo la riflessione al contesto globale, possiamo affermare che oggi ci sentiamo quasi spaesati, in un mare di informazioni in continua evoluzione, senza riuscire ad approdare nel “porto sicuro” di un’informazione corretta e veritiera. Pensiamo, per esempio, alla disinformazione che ha avvolto quasi totalmente questi ultimi anni di pandemia e che ha creato grandi difficoltà nella gestione della situazione di crisi. Una disinformazione che si è autoalimentata a partire soprattutto dai profili di istituzioni e enti non ufficiali.
Per concludere prendiamo in prestito una frase di Chris Wetherell, l’inventore del bottone del Retweet, che con riferimento proprio alla funzionalità da lui sviluppata disse:
“We might have just handed a 4-year-old a loaded weapon” (potremmo aver appena dato in mano a un bambino di 4 anni una pistola carica).
I social sono uno strumento di manifestazione della libertà di pensiero, ma sono necessarie delle guide e dei limiti stabiliti nell’interesse della collettività. È importante evitare che un’arma carica e pronta a sparare finisca nelle mani di persone sprovvedute e inconsapevoli dei danni che potrebbero causare.
Una possibile strada da percorrere
I social media, però, sono anche un insieme di strumenti che racchiudono grandi opportunità per utenti, aziende e organizzazioni: dalla possibilità di mettersi in contatto con persone in tutto il mondo e di condividere esperienze con un’app sul proprio smartphone, all’occasione per le aziende di raggiungere un pubblico sempre più ampio grazie al social commerce fino alla possibilità di far circolare l’informazione con un semplice clic. La soluzione non è abolire i social media, ma comprendere l’importanza di farne un uso consapevole e rispettoso del bene comune.
Gli effetti positivi di questi strumenti, infatti, sono altrettanto evidenti e numerosi. Pensiamo per esempio alle competenze digitali che i bambini, “nativi digitali”, sviluppano sin da piccoli. E poi è proprio grazie ai social se i ragazzi di oggi hanno a disposizione una grande quantità di fonti di informazione, anche molto diverse tra loro, aspetto che favorisce maggiormente lo sviluppo di un pensiero critico proprio.
I social media, infine, possono costituire uno strumento a disposizione di tutti per sensibilizzare su una causa particolare (si pensi per esempio a tutte le iniziative che nascono “dal basso” in tema di sostenibilità ambientale), riunire persone che condividono gli stessi valori e avere così un impatto nel mondo reale. Per tutti questi motivi è importante combattere la disinformazione a vantaggio di un’informazione libera, veritiera e utile per tutti. È una battaglia condivisa che siamo chiamati a combattere, ciascuno con i mezzi che ha a disposizione.
Vuoi saperne di più su come poter utilizzare i social media in modo efficace per la tua attività? Synesthesia elabora soluzioni di marketing e Social Commerce customizzate sulla base delle necessità del cliente con l’obiettivo di supportare l’attività nel raggiungimento di concreti risultati di crescita e KPI sul mercato globale. Scopri le nostre strategie nella pagina dedicata o chiedi ai nostri esperti.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 29 min]
Natasha è stato davvero molto appassionante leggere la tua biografia online su tutte le diverse attività che hai fatto. Mi piacerebbe che ti descrivessi con parole tue. Cosa ti ha portato nel mondo dei videogiochi?
È una lunga storia in realtà, ma cercherò di essere breve. Non avrei mai pensato di lavorare nell’industria dei videogame. Sono sempre stata una gamer con un grande “cuore” nerd, appassionata di videogiochi fin da piccola grazie ai miei genitori. Loro, pur non essendo sviluppatori nè esperti di videogiochi o di tecnologia, erano appassionati del settore. Nella mia infanzia sono stata privilegiata, perché a casa avevamo i primi computer e quindi avevo a disposizione quasi tutto ciò che riguardava il mondo dei videogame, le console, modelli anche molto vecchi. I videogame facevano parte della mia quotidianità e costituivano una via di fuga dalla realtà.
Molte persone non capivano come una ragazza potesse giocare con i videogame o essere una gamer. A quel tempo a Belgrado, in Serbia, non era “normale”, ma i miei genitori hanno sempre incoraggiato e supportato me e mia sorella a utilizzare tutti gli strumenti tecnologici. Era diventata una “cosa di famiglia”, il mio hobby e la mia passione, ma non avevo mai sognato di lavorare nel mondo dei videogame, non l’avevo mai pianificato, ma sono molto felice che sia successo.
Mi sembra di ricordare che hai una formazione in arti classiche, giusto?
Sì, ho studiato “Tecniche di pittura tradizionale” presso l’Università d’Arte di Belgrado, poi ho fatto il Master in “Tecniche della pittura romana classica” dove ho approfondito gli studi su affreschi, mosaici, graffiti e molte altre opere stupende. Oltre a essere un’appassionata d’arte, ero anche appassionata di tecnologie digitali e design grafico. Un aspetto che mi ha sempre incuriosito molto è il visual storytelling. Specialmente ora, grazie all’utilizzo dei videogiochi come strumento interattivo, ci sono molte più occasioni di impiego per lo storytelling.
È fantastico, sto cominciando a concepire lo sviluppo dei videogame come una forma d’arte più che un “esercizio” di tecnologia. Dato che tu hai detto proprio questo sullo storytelling. Pensavo all’ispirazione che c’è dietro ai giochi e al loro sviluppo. Quanti aspetti della vita reale “entrano” nei videogiochi che tu sviluppi?
Direi quasi tutti. Quando si pensa a una qualsiasi forma d’arte, essa è connessa al suo tempo, a momenti o persone: è tutta una questione di esperienza. I videogiochi, però, non sono solo esperienze “statiche”: nella maggior parte delle forme comunicative (libri e film) lo spettatore assiste a un monologo del creatore.
Nei videogiochi c’è un dialogo tra colui che realizza il gioco e il giocatore. Il videogioco diventa un mezzo di comunicazione e una forma d’arte che è in grado di costruire legami emozionali più forti con gli utenti. L’unica sensazione su cui possiamo davvero fare affidamento è la nostra esperienza personale. È tutto una questione di percezione del momento. Il giocatore percepirà il gioco diversamente tra 20 anni, esattamente come accade per noi oggi rispetto ai videogiochi di 20 anni fa e questo vale per qualsiasi forma d’arte. Essa è parte del suo tempo e si tratta di comprendere a che punto siamo nel comunicarla.
Per gli appassionati di videogame, posso dirlo per esperienza personale, è davvero difficile dire “ho un videogioco preferito”. Io per esempio non ho neanche 10 videogiochi preferiti, ma migliaia e migliaia perché dipende davvero dal mood del momento e da che cosa hai voglia per giocare.
Ci sono giorni in cui vorrei solo sparare a tutto, altri in cui voglio essere un detective o fare puzzle. È come quando guardi Netflix: ci sono giorni in cui vuoi “spegnere il cervello” e guardare qualcosa di rilassante per riposare completamente la testa. Ci sono altri giorni in cui vuoi vedere qualcosa di realmente impegnativo. Lo stesso discorso vale per i videogame, dipende dal tuo stato d’animo, così come accade anche per l’arte: dipende da come ricevi il messaggio, dove ti trovi e come stai quando lo ricevi.
Questa è la bellezza dei videogame: avere più opzioni. Quando si tratta di giocare, diversamente da quanto accade di fronte a un’opera d’arte dove semplicemente si riceve il messaggio dall’artista, diventi un membro attivo. Hai l’illusione della scelta mentre giochi, perché in realtà noi sviluppatori progettiamo ogni cosa con grande attenzione e sappiamo in anticipo cosa accadrà. Ma questo il giocatore non lo sa. L’utente va alla scoperta dell’avventura e si sente “potente”, anche se in verità non c’è alcuna scelta.
L’interattività fa sì che l’illusione di raggiungere qualsiasi cosa con la fantasia renda tutto realistico. Per fare qualche esempio: pensiamo alla possibilità di trasformarci in guerrieri spaziali, domatori notturni di draghi, soccorritori di principesse o semplicemente collezionisti di gettoni d’oro. Qualsiasi cosa tu voglia fare, i giochi ti offrono l’opportunità di “dar vita” davvero alla fantasia.
Noi sviluppatori creiamo per i giocatori questi mondi da scoprire. Ma è un’illusione, perché è tutto predeterminato nella produzione del gioco.
Quando parli di “illusione della scelta” mi fai pensare ad alcuni psicologi che affermano che i giochi riflettono molto fedelmente la vita.
La società si sta sviluppando su tutti i livelli e questo è un aspetto che rientra anche nei videogiochi. Ci sono molte teorie sull’insegnamento. Quando pensi ai bambini, per esempio, per loro imparare consiste nell’imitare gli adulti. Le bambine organizzavano il the con le amiche e si prendevano cura delle bambole perché si preparavano a diventare madri; mentre i bambini giocavano con le macchinine. Ma adesso non funziona più così, a mia figlia, per esempio, piace la robotica. Al giorno d’oggi ci sono donne che costruiscono robot e uomini che cucinano ed è giusto che sia così. Questa è sicuramente la bellezza che caratterizza i videogiochi: garantiscono un ambiente sicuro in cui provare diverse esperienze. E questo “ambiente” sicuro lo crei applicando le tecnologie dei videogiochi nell’ambito dell’educazione, dell’assistenza sanitaria, o a qualsiasi altro settore.
Attraverso i videogiochi, poi, le persone imparano anche ad affrontare il fallimento. Una delle cose, infatti, per cui i videogiochi sono sempre stati insuperabili è l’insegnamento. La parte più interessante, specialmente a livello psicologico, è che il giocatore anche quando fallisce nella missione vuole riprovare e vincere la sfida per raggiungere un punteggio migliore. C’è proprio una motivazione di fondo e giocare ci permette di conoscere cosa ci motiva di più, cosa ci spinge a fare sempre meglio.
E poi c’è l’aspetto commerciale dello sviluppo dei videogiochi, sul quale credo che dovremmo concentrarci quando realizziamo soluzioni di gamification. In qualità di insegnante posso confermare che i docenti si concentrano sul CV, sull’apprendimento degli studenti, ma in generale un insegnante non gioca, non è un game designer.
Chiedere, quindi, a un docente di elaborare soluzioni di gamification nel proprio ambito è sbagliato, non è il suo lavoro.
E così, per questo motivo, in passato abbiamo assistito a numerose soluzioni di gamification che hanno riscosso scarso successo. L’unico modo per realizzare soluzioni efficaci è coinvolgere esperti nell’ambito di interesse. Questo vuol dire che docenti e game designer trovano insieme le soluzioni nell’interesse dell’utente finale, cioè lo studente. Questo metodo di lavoro è molto più complesso rispetto a scrivere semplicemente un codice, ma quello non è creare gamification. Devi pensare a come utilizzare la tecnologia e il design per un coinvolgimento emozionale dell’utente finale.
Dobbiamo integrare e collaborare con i professionisti di altri ambiti a seconda delle necessità. In questo senso la collaborazione e l’ascolto sono essenziali.
“Digitalizzare una cosa” non la rende automaticamente un’esperienza digitale. Abbiamo parlato di come la vita reale incide sullo sviluppo dei videogiochi. Secondo te, considerato anche l’anno che abbiamo passato con la pandemia, quanto tutto questo ha influenzato il tuo settore? Hai visto dei cambiamenti nel tuo lavoro?
Innanzitutto è necessario dire che noi sviluppatori di videogames siamo sparsi in tutto il mondo, per cui siamo abituati a collaborare a livello internazionale e soprattutto a distanza. Per cui la pandemia non ha modificato il nostro modo di lavorare.
In secondo luogo, abbiamo assistito al boom di crescita più forte di sempre nel settore dei giochi. Nel momento in cui le persone sono rimaste a casa, infatti, hanno cominciato a giocare ancora di più rispetto a prima.
La pandemia ha stravolto ogni equilibrio di mercato e ha messo in evidenza alcune esigenze che prima erano assolutamente imprevedibili.
E così è cambiato l’approccio con i videogiochi e con le tecnologie di gaming. Si è capito che non si trattava solo di intrattenimento. Molti genitori sono sempre stati preoccupati che i propri figli passassero troppo tempo davanti a uno schermo. Anche quando ero piccola io, i miei genitori venivano criticati dai propri amici a causa del tempo che mi lasciavano passare a giocare davanti allo schermo.
Quindi la questione è che oggi i videogiochi sono molto popolari e costituiscono uno strumento per socializzare.
Per quanto riguarda il tempo passato davanti allo schermo, i bambini troveranno sempre un modo per passare questo tempo, che ci piaccia o no; non puoi davvero evitare loro gli smartphone e qualunque altro dispositivo per restare in contatto con gli amici.
Possiamo invece concentrarci sulla qualità del contenuto anzichè proibire l’utilizzo dei dispositivi. Quindi, invece, di creare un “frutto proibito” è meglio avere a disposizione contenuti di qualità, realizzati da sviluppatori esperti in collaborazione con professionisti del settore, specialmente per l’ambito educativo.
Credo che cambierà molto la percezione delle persone riguardo a dove sia realmente il problema. Prima dei telefoni cellulari c’erano i fumetti, che costituivano una distrazione: ma tutto faceva parte della normale evoluzione.
Sono completamente d’accordo: è il contenuto che conta. Tornando a parlare di educazione, potresti farci qualche esempio in questo ambito? Gaming ed educazione per le future generazioni: come possono operare insieme?
Se parliamo della tecnologia dei videogiochi impiegata per realizzare soluzioni e strumenti di gamification, stiamo prendendo in considerazione solo un altro strumento. Quando si parla di educazione non ci sarà mai niente che potrà sostituire integralmente insegnanti, medici o qualunque altro esperto in un settore. Qualsiasi tipo di strumento, che sia utilizzato per i loro bisogni o per raggiungere un obiettivo, dev’essere pensato per aiutarli nel loro intento.
Che siano persone, studenti o clienti, dipende dal tipo di materiale educativo e di gaming di cui parliamo.
È una cosa che sta emergendo di nuovo e le tecnologie del gaming possono dare molti spunti. Si tratta di consentire alle persone di raggiungere davvero il modo migliore per apprendere e interagire con i contenuti in base alle proprie esigenze e capacità personali. Il fatto è che tutti noi, specialmente quando parliamo di apprendimento, impariamo, ci approcciamo e riceviamo quella stessa informazione in modo diverso. Soprattutto con l’apprendimento, perché ognuno di noi ha un metodo diverso per memorizzare le informazioni. Qualcuno è più bravo a fare cose manuali, qualcuno si ricorda meglio le cose leggendo e altri semplicemente ascoltando.
Quindi attraverso la tecnologia del gaming, ogni individuo può utilizzare effettivamente quel contenuto in modo che sia accessibile e si adatti a risolvere le proprie esigenze specifiche. E abbiamo visto che soprattutto gli strumenti sanitari e terapeutici influiscono sull’apprendimento e sulla sanità, sui progressi della terapia. Il curriculum tradizionale di insegnamento dovrebbe essere uguale e obiettivo per tutti, ma siamo tutti diversi ed è per questo che non funziona molto bene. Ciò si nota soprattutto con gli studenti: io, per esempio, ricordo di aver avuto bisogno di molti giorni di studio per entrare all’Accademia di Stato dove avrei trovato molta concorrenza. Per raggiungere quello che volevo avrei dovuto impegnarmi molto, studiare molto e, quindi, ho sfidato me stessa per raggiungere i miei obiettivi.
Tutti dovrebbero cercare di dare il meglio di sé e in questo la tecnologia e i videogame ti permettono di capire di cosa hai davvero bisogno.
Ecco, quindi, che si comprende l’evoluzione dell’ambito educativo. Qui in Finlandia il sistema è molto all’avanguardia: educatori e insegnanti hanno una mentalità molto aperta e sono disponibili a collaborare con professionisti di diversi settori. Questa co-creazione realizzata da sviluppatori e insegnanti è all’ordine del giorno. Qui le persone, compresi gli studenti, non hanno paura di sperimentare nuove strade.
Questo è uno dei motivi per cui la Finlandia è al primo posto nell’ambito educativo , perché non ha paura di sperimentare. Non c’è timore di scoprire qualcosa di nuovo che possa aiutare gli insegnanti stessi a lavorare meglio. In molti altri paesi, anche europei, non è proprio la stessa cosa. Si tratta, quindi, di un’evoluzione lenta e la pandemia non ha fatto altro che mostrare la necessità di questo cambiamento di mentalità.
Un ambiente dove la passione, gli interessi e le qualità del singolo individuo sono valorizzate è molto più sano e salutare rispetto a una realtà dove la cultura e il sapere sono fini a sé stessi. Come può il gaming supportare questo cambiamento? Come vedi il futuro nei prossimi 10 anni?
Se avessi davvero queste risposte, probabilmente le avrei già vendute e avrei guadagnato parecchio. Chiunque dica di averle, in realtà, in mente.
Credo che ilfuturo si basi sul sostenere gli individui, i loro bisogni e interessi. In questa stessa direzione penso vadano anche le tecnologie del gaming. Le nostre vite, in fondo, sono già “gamificate”.
Pensiamo alle tecnologie che stiamo utilizzando per realizzare questa intervista: è tutto parte di una soluzione di gaming. Per non parlare poi dei social media che costituiscono un grande esempio di gamification con il meccanismo dei like, dei follower, ecc.
Vedo un futuro dove gli sviluppatori saranno sempre più necessari per trovare il giusto modo di creare e progettare esperienze insieme a professionisti di diversi settori.
Il gaming perderà quello “stigma” che lo lega solo al contesto dell’intrattenimento e diventerà una tecnologia sempre più utilizzata per andare incontro ai bisogni e agli interessi delle persone.
Diventerà un modo per sperimentare le proprie abilità e disabilità. Per scoprire i punti di forza e di debolezza che tutti abbiamo e che ci rendono unici. Credo, quindi, che la tecnologia del gaming metterà in evidenza la nostra unicità, andando incontro ai nostri bisogni.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Natasha Skult!
Ascolta “Gaming / Natasha Skult [Novembre 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
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[Guarda la versione completa dell’intervista – 30 min]
Liz, lavori nella cronaca giornalistica da più di 20 anni. Nel tuo ultimo ruolo, alla BBC News, hai gestito una redazione composta da oltre 100 giornalisti internazionali. Ora sei Vice Direttrice dei media e Direttrice delle news per European Broadcasting Union (EBU) e fornisci notizie a più di 115 membri dell’organizzazione, che raggiungono un pubblico di oltre un miliardo di persone in tutto il mondo. In questi anni molte cose sono cambiate: dai servizi a consumo, agli smartphone abilitati per l’IoT e alle disruptive technology. In che modo la tecnologia ha interagito nel campo delle notizie e dei servizi di cronaca? E quali cambiamenti ha portato nel tuo ambiente lavorativo?
“Ci sono stati grandi cambiamenti negli ultimi 20 anni. I telefoni non servono più solo per telefonare e i servizi giornalistici non sono più girati sui nastri. Ora tutto è in digitale, esistono piattaforme con cui la gente può accedere alle notizie in modo semplice e immediato e questo rappresenta un cambiamento radicale”.
Parliamo un po’ della tua esperienza: come fai di solito a scoprire nuove news?
“All’inizio della mia carriera ho lavorato nei telegiornali. Al tempo la maggior parte delle notizie erano trasmesse dalla televisione, poi, di recente, sono passate in forma digitale.Quando ho cominciato a lavorare nel giornale locale, il modo in cui trovavamo le news dipendeva dalla storia che dovevamo raccontare e che sarebbe, successivamente, entrata a far parte dell’edizione stampata e trasmessa sia dalla radio sia in televisione. Avevamo cicli di notizie di 24h (o settimanali), ma ora i tempi e i modi con cui si possono reperire le notizie sono completamente diversi. Dal punto di vista delle trasmissioni, il notiziario serale è ancora un appuntamento ordinario e molto seguito nella maggior parte dei paesi.
Le persone, per tenersi aggiornate, attivano le notifiche sul telefono, trascorrendo molto tempo sulle piattaforme digitali per l’informazione. Per questo, il modo in cui facciamo giornalismo è inevitabilmente cambiato”.
Una delle cose che hai accennato prima è il cambiamento nel consumo di notizie. Ora, secondo te, la disruptive technology ha in qualche modo cambiato la “competizione naturale”?
“I media di servizio pubblico hanno ovviamente un numero enorme di concorrenti, poiché si sono diffusi di recente e arrivano al pubblico in modo più diretto. Alcune persone descriverebbero i media come un filtro di informazioni, un “luogo affidabile” di cui potersi fidare, vedendo i giornalisti come dei “curatori di notizie”. Il problema è che oggi le notizie si diffondono molto rapidamente, le persone hanno accesso a ogni tipo di informazione, ma non sono tutte affidabili. Per il nostro settore, navigare su internet e informarsi sulle notizie che stanno circolando è fondamentale tanto quanto sapere se il pubblico consuma contenuti di qualità.
Le famose “fake news”, un tempo, le avremmo semplicemente ignorate, ora non possiamo più. Dobbiamo occuparci di quel contenuto ed è nostro compito aiutare il pubblico a distinguere l’enorme quantità di notizie”.
Prima hai detto che preferisci vedere il giornalista dei media come il “curatore di notizie”, o forse sarebbe più appropriato dire “curatore responsabile di notizie”, poiché ha la responsabilità di selezionare le notizie in base alla loro veridicità.
“Esatto. Alcune persone utilizzano internet come strumento per ottenere le informazioni “non filtrate”, pensando di avere accesso alle fonti reali per distinguere le notizie vere da quelle false. E poi ci sono, al contrario, tante persone che non si fidano di quello che leggono su internet. Per questo motivo, apprezzano il fatto che i siti delle testate giornalistiche verifichino e filtrino le news prima di pubblicarle. Il telegiornale è, per molti versi, una specie di intrattenimento, ma la competizione e il consumo nel nostro settore sono cambiati. Quando venivano trasmesse le notizie, solitamente dalle 18.00 alle 19.00, lo spettatore aveva l’opzione di passare da un canale all’altro e la concorrenza si limitava ai diversi canali televisivi. Adesso, sui nostri telefoni, abbiamo a disposizione tantissime piattaforme di social media, musica, giochi o provider di streaming e la concorrenza è aumentata in modo esponenziale.
Per questo noi giornalisti abbiamo la responsabilità di rendere i contenuti il più possibile “attraenti””.
Mi faresti degli esempi di modifiche, apportate al notiziario delle 18.00/19.00, di stile, forma o contenuto, per combattere questo ambiente altamente competitivo e riuscire a mantenere viva l’attenzione dello spettatore?
“Negli ultimi 5/10 anni abbiamo cambiato molte cose, grazie agli insegnamenti ricevuti dai contenuti digitali che abbiamo prodotto. La televisione permette di ricevere un feedback sul numero approssimativo di persone che stanno guardando il tuo notiziario. Invece, quando si pubblica un contenuto online, si riceve una grande quantità di dati che rivelano molto sulle preferenze del pubblico. Quello che abbiamo fatto per l’industria della televisione è stato introdurre nel notiziario televisivo alcuni insegnamenti derivanti dal mondo digitale. Ho lavorato per circa 10 anni nei notiziari e saprei esattamente come strutturare un servizio, o un “pacchetto televisivo” come lo definiamo noi, in modo impeccabile. L’unico feedback che avrei ricevuto sarebbe stato quello dei miei colleghi, i quali avrebbero approvato il mio lavoro. Una volta lanciato il servizio sulle piattaforme, però, ci saremo resi conto che quel modulo televisivo non funzionava affatto online.
La televisione è un prodotto “appiccicoso” perché ha il compito di incollare allo schermo il pubblico, il quale è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e può decidere da un momento all’altro di cambiare canale. L’online, invece, è un luogo in cui se non ti piace quello che stai guardando puoi cliccare su qualche altro contenuto. È una user experience molto diversa, che ci ha insegnato a realizzare i video televisivi con tecniche differenti. Così la televisione ha cominciato a cambiare come mai prima d’ora. Anche la tecnologia ha aiutato sotto vari punti di vista: fotocamere più piccole e software di editing più sofisticati hanno aperto nuove frontiere. Ricordo ancora quando mi dividevo tra film in cassetta e video sugli schermi e non è passato molto tempo da allora, ma quella progressione è stata davvero veloce. Improvvisamente dall’esterno sono arrivate nuove regole, che hanno portano con loro sfide affascinanti”.
Hai reso perfettamente l’idea generale, ma potresti farmi qualche esempio più specifico?
“Quando realizzi un servizio televisivo, potresti avere dei problemi nella struttura o nel “pensiero chiave” del pezzo, ma aprendo il servizio con una magnifica immagine di un paesaggio o di un’alba riusciresti a catturare l’attenzione del pubblico. In digitale, invece, hai davvero pochissimi secondi per rapire l’occhio dell’utente e non serviranno a nulla le foto di paesaggi, se perdi la loro attenzione se ne andranno. Ricorda: hanno il mouse in mano e rischi di perderli da un momento all’altro. Quindi il coinvolgimento tra l’online e la televisione sono molto diversi. I notiziari televisivi sono tra i più prestigiosi, ma anche tradizionali e leggermente a rischio a causa di questi cambiamenti, nonostante godano di un pubblico di affezionati.
Alcune volte bisogna correre il rischio di sperimentare e commettere qualche errore”.
Quando penso a come viene solitamente trasmessa una notizia, mi viene in mente ciò che fa da sfondo a quella notizia. Questo aspetto è ancora così importante?
“Il reporting avrebbe bisogno di entrare in un’altra mentalità. Non serve più fare un elenco di tutte le notizie, ma bisognerebbe raccontarle ed esplorarle insieme alle persone. Questo è il tipo di atteggiamento che il digitale sta incentivando a cambiare, perché il pubblico non è stupido e sa di poter trovare le informazioni che cerca dove vuole. Se in un paese ci sono solo 4 o 5 canali televisivi disponibili, la limitata possibilità di scelta porta le persone a fidarsi. Internet invece ha cancellato questo privilegio di cui godevano le trasmissioni. Per cui riuscire a costruire un legame di fiducia con il pubblico è fondamentale”.
Hai notato dei cambiamenti nel linguaggio dei giornalisti?
“Sì, c’è stato un cambiamento consapevole. Il pubblico apprezza di più se ci rivolgiamo in modo amichevole e cordiale, rispetto al tono più “predicatorio” che utilizzavamo precedentemente. Per questo, se pensiamo ai notiziari televisivi del mattino, il tono di voce utilizzato è tradizionalmente più “delicato”, più colloquiale, motivo per il quale hanno avuto grande successo. Da decenni i notiziari del mattino hanno un ruolo molto particolare, grazie a quel tipo di approccio confidenziale”.
Tornando al discorso della disruptive technology, ci sono stati dei cambiamenti nel modo in cui si registrano i contenuti? Mi piacerebbe sentire alcune critiche tecniche su ciò che è cambiato.
“Chiunque abbia uno smartphone ora può registrare e trasmettere contenuti multimediali. Fino a 20 anni fa non era assolutamente così, mentre oggi chiunque è in grado di registrare servizi improvvisati di qualità. Ogni giornalista può utilizzare uno smartphone per la produzione di foto e video, ma sono anche dotati di apparecchiature più sofisticate e costose, con le quali realizzano bellissime immagini per telegiornali e documentari. Oggi disponiamo di computer, schermi e software che rendono il nostro lavoro davvero stimolante e creativo. Anche il modo di registrare è cambiato: oggi, grazie al registratore, un giornalista è in grado di produrre un servizio in autonomia, fungendo da troupe televisiva e tecnico del suono. Ma, in realtà, nell’ambito della televisione e della creazione di video,
lavorare in team rappresenta ancora un valore aggiunto, collaborare è molto importante. Per cui il lavoro può essere svolto da una sola persona, ma nel complesso è un lavoro di squadra”.
Parliamo di concorrenza: la tecnologia ha apportato dei cambiamenti nella produzione di notizie o nel modo di trasmettere le notizie dell’ultima ora?
“Sì, ma la base è ancora la stessa: un giornalista dalla sua scrivania trasmette e condivide una notizia con la radio e la televisione. Quindi il lavoro di per sé non è cambiato, ma la velocità con cui dobbiamo lavorare è completamente diversa. Questa progressione, iniziata alla fine degli anni ‘90 con i canali di notizie a rotazione, è stata ulteriormente incoraggiata dal digitale, soprattutto con l’esordio delle app che ci tengono aggiornati sulle notizie dell’ultima ora. Anche tra noi giornalisti si sono diffusi gli avvisi per trasmetterci le storie in arrivo, ma quando non ci sono nuove storie da raccontare, non dobbiamo cadere nella tentazione di “riempire gli spazi vuoti”. Alcune volte capita di trasmettere un servizio di cui non si conoscono molti dettagli e, nonostante il pubblico voglia sapere di più, possiamo solo limitarci a dare la notizia. Il problema è che le informazioni richieste sono insaziabili, le persone vogliono sapere tutto e subito, senza capire perché non riusciamo a rispondere alle loro richieste nell’immediato. Quindi il nostro compito non è solo dire ciò che sappiamo, ma anche comunicare al pubblico che non abbiamo tutte le risposte alle loro domande.
È curioso il fatto che oggi la televisione sia considerata uno strumento di comunicazione piuttosto vecchio, ma le persone si rivolgono ancora in gran numero ai telegiornali televisivi per avere le notizie dell’ultima ora. L’immediatezza offerta dalla televisione, però, ha trovato un rivale: le notifiche del telefono”.
Riesci a farmi qualche esempio di notizie che, negli ultimi anni, hanno avuto un impatto nel cambiamento nella cronaca giornalistica?
“Non c’è stato solo un evento, ma direi che il conflitto in Siria ha cambiato considerevolmente il modo in cui i giornalisti operano sul campo. Non necessariamente dal punto di vista tecnologico, ma da quello della sicurezza e del modo in cui si trasmettevano le notizie, nonostante l’ambiente pericoloso.
I giornalisti tendevano a collaborare tra loro scambiandosi racconti sulle esperienze vissute, tenendosi fuori dal conflitto.
Per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, posso fare l’esempio di un servizio andato in onda sull’impiego dell’intelligenza artificiale per identificare i VIP. Era stata utilizzata, per la prima volta, in occasione di un matrimonio nel Regno Unito per riconoscere i volti degli invitati e fu una novità enormemente apprezzata dal pubblico.
Certi avvenimenti portano a fare dei grandi passi avanti, dopodiché non si torna più indietro”.
Tornando al discorso della disruptive technology, prima hai parlato delle notizie dell’ultima ora: dopo aver ricevuto e verificato una notizia, la mandate a tutti i membri dell’organizzazione della BBC. Quindi anche in questo mondo moderno, dove tutto è flessibile, quelle strutture consolidate sono ancora importanti?
“Esattamente, l’organizzazione funziona ancora così: riceve le informazioni dai suoi membri e le distribuisce a tutti gli altri. Quindi le news provenienti dal mondo intero giungono a Ginevra per essere controllate e successivamente scambiate con tutti gli Stati Membri. Questo tipo di collaborazione è fondamentale, lavoriamo così da oltre 60 anni. Anche se le cose cambieranno molto nei prossimi decenni perché non avremo molte risorse per trovare nuovi modi di condividere i contenuti, dato che la maggior parte dei nostri membri utilizza il denaro pubblico. In questo momento stiamo lavorando per trovare il modo di condividere contenuti online tra noi Stati Membri. È una sfida enorme, se si considera la quantità di lingue che ogni membro rappresenta. Per semplificare il lavoro stiamo utilizzando la traduzione automatica, nell’intento che gli utenti di tutto il mondo possano avere l’accessibilità al giornalismo digitale”.
Dopo aver parlato delle notizie dell’ultima ora, vorrei che mi raccontassi qualcosa sulle “esclusive”. Esistono ancora oggi? Come sono?
“Certo, le esclusive esistono ancora e la loro esclusività dipende davvero dalla natura della notizia. Molto spesso i giornalisti vanno alla ricerca di un’esclusiva, ma spesso la loro “caccia” non dà risultati. È davvero difficile assicurarsi di avere una storia senza che qualcun altro ne venga a conoscenza. Nel mondo in cui viviamo, possiamo avere un vantaggio sui competitor di un paio di ore, per trasmettere la notizia, ma richiede una grande pianificazione del lavoro e in ogni caso non sarà una storia esclusivamente nostra.
Posso dire di avere un’esclusiva solo nel caso in cui l’intervistato abbia deciso di riservare quell’intervista solo a me. Tutto ciò richiede un grande lavoro, poiché prima bisogna modificare l’intervista, poi dobbiamo crearne una versione ridotta per il telegiornale, per il notiziario radiofonico e per i social media. Alla fine si troveranno una decina (o più) versioni della stessa storia.
È molto importante adattare il contenuto alla piattaforma su cui viene pubblicato, perché il pubblico è sempre più diversificato.
Il giornalismo richiede numerosi investimenti, non solo per la produzione di contenuti di qualità, ma anche per la lotta alle fake news. Quindi, mentre alcune persone inventano notizie false dalla loro camera da letto, noi mettiamo in guardia il pubblico da questo tipo di contenuti, spendendo molti soldi per raggiungere il maggior numero degli utenti. Grazie ai feedback ricevuti sui media abbiamo capito di cosa la gente ha realmente bisogno: accessibilità e chiarimenti.
Spesso su internet si trovano notizie poco chiare o non classificate, ma se si investe nel giornalismo bisogna pensare strategicamente alle notizie che si pubblicano, in modo da creare una sorta di viaggio per il pubblico”.
A proposito di viaggi, come sarà il viaggio nel futuro che ci attende? Che aspetto avranno le notizie e dove ci condurrà la disruptive technology nei prossimi 10 anni?
“Sicuramente le cose continueranno a cambiare e dovremo abituarci a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione. Si discute molto sull’uso dell’intelligenza artificiale e delle macchine coinvolte nella selezione di notizie e nella successiva fase di controllo. Ma perché non utilizzare tutto ciò che di utile ci offre la tecnologia? I vantaggi permetterebbero di semplificare il nostro lavoro e investire in aree più complesse. Lo vedo come un cambiamento continuo, non come un “non ritorno”. Anche la pandemia ha cambiato molto del nostro lavoro. Abbiamo fatto dei grandi cambiamenti, sotto alcuni punti di di vista, in un periodo di tempo molto breve. Credo che gli utenti continueranno a voler accedere alle notizie, per questo noi dobbiamo continuare a essere presenti e fornire loro tutte le informazioni che desiderano. Le cose cambieranno rapidamente e per rimanere in vita dobbiamo continuare a essere flessibili e disponibili”.
È un grande lavoro quello che fai e che l’industria dell’informazione ha svolto per molte decine di anni. Un lavoro complesso e continuerà a esserlo sempre di più nel futuro. Grazie davvero per averci dedicato il tuo tempo e la tua esperienza.
È stato un piacere.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Liz Corbin!
Ascolta “Disruptive Technologies /Liz Corbin. [Ottobre 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 31 min]
Nella tua vita hai seguito tantissime strade. Sei imprenditore, hai co-fondato “Digital Magics”, ma hai anche lavorato in TV, hai avuto una band, una carriera davvero “disruptive”, ma sicuramente con un filo conduttore ben preciso. Qual è questo filo e come ti puoi definire oggi? Chi è oggi Bibop?
“Al di là delle identità che secondo me non contano molto, nessuna etichetta e nessuna identità può definirci. Io credo che il filo conduttore, che ha “suonato” come un leitmotiv in background in tutta la mia vita, è stata la visione dell’uomo rinascimentale. Mi ha sempre colpito il fatto che Leonardo fosse uno scienziato, ma anche un artista.
Non c’era una distinzione tra la figura di un artista e quella di uno scienziato. Lo scienziato inventava le soluzioni più innovative ma allo stesso tempo dipingeva, suonava… Era un tutt’uno. È così che abbiamo reso grande l’Italia nel mondo, grazie a questo concetto rinascimentale.
Poi sono arrivati elementi di influenza esterna per cui i due ambiti, scienza e arte, hanno preso direzioni diverse. Io ho iniziato come programmatore. Avevo 9 anni. Poi con i soldi che mettevo da parte compravo strumenti musicali, computer e così mi sono appassionato al mondo digitale, che per me comunque era costituito sempre da note musicali. Questo quindi mi ha accompagnato per tutta la vita. Ho fatto il mio primo disco. Sono arrivato in Europa con il mio gruppo, con la musica dance degli anni ‘90 ed è stato molto divertente.
Ho quindi dovuto lasciare il mio lavoro di programmatore perché abbiamo fatto 21 dischi, di cui 6 primi in classifica. Da lì è partita la mia passione per i media.
Ho fondato “Bibop” e l’ho venduta a Telecom Italia. Ho iniziato così la mia carriera con questa vendita per 11 miliardi delle vecchie Lire (4 milioni di Euro circa). Ho poi co-fondato “Digital magics” insieme a Enrico Gasperini.
Alcune delle startup che abbiamo fondato hanno avuto grande successo come, per esempio, “Talent garden”. Le prime exit in Italia le abbiamo fatte noi. Poi ho deciso che a un certo punto era il momento di andare in California perché il sogno della California è sempre stato il mio “pallino” e se non l’avessi fatto a 40 anni non lo avrei mai più fatto. È in quella situazione che è nata la scintilla con Elon Musk e il progetto Hyperloop. Siccome lui aveva detto che non lo voleva realizzare, io e il mio socio abbiamo deciso di farlo.
Il resto è storia. Abbiamo creato la più grande società di Hyperloop al mondo, abbiamo depositato il brand in 56 Paesi. Non tutti sanno che il marchio “Hyperloop” lo detengo io nella maggior parte dei Paesi.
Da lì è partito, lo scorso anno, il progetto italiano”.
Quindi il progetto italiano è più avanti rispetto a molti altri progetti nel mondo? Siamo tra i primi? Abbiamo qualche vantaggio?
“Con enorme sorpresa. L’Italia fa sempre questi slanci. Si chiamano “leapfrog”. È sempre indietro di tutti fino a quando non si trova davanti. È stato così in tanti ambiti: per quanto riguarda i cellulari, l’mp3, ecc.
Tutta una serie di settori sono stati innovati improvvisamente. Pensiamo anche ai computer con Olivetti, l’abbiamo creata noi la Silicon Valley.
Una grande sorpresa c’è stata nel 2019 quando le delegazioni del Veneto e dell’ANAS mi vennero a trovare in California, dove ha sede la mia società, e volevano assolutamente parlare con me. Io avevo bandito qualsiasi rapporto con l’Italia, me ne ero un po’ distaccato per 14 anni.
La loro insistenza mi aveva molto colpito. Ricordo che mi illustrarono una cosa che io non sapevo: l’Italia nel dopoguerra sviluppò tutto il piano di ricostruzione con un approccio unico. Hanno previsto un corridoio “relitto” da 20 a 60 metri lungo tutte le autostrade e le ferrovie per un totale di 30.000 km e 10.000 km di parallelismo. Cioè 10.000 km di questo corridoio sono in parallelo con un’autostrada e una ferrovia contemporaneamente di fianco. Questa è una cosa pazzesca perché significa avere un corridoio naturale di 20 metri, quando a noi, per Hyperloop, al massimo ne servono 18. Sembra quasi fatto apposta. È come se al tempo si fosse intuito che sarebbe arrivato Hyperloop.
Questo ha fatto accendere una lampadina e abbiamo dato il via ad alcuni workshop con ANAS e con Ugo Di Bernardo, direttore generale di ANAS, che con molta lungimiranza mi ha convinto a guardare all’Italia come possibile target in un momento particolarmente favorevole perché stavamo decidendo dove implementare la prima linea Hyperloop. Avevamo già costruito a Tolosa mezzo km di “certification track”, ma ci siamo resi subito conto che eravamo dentro un vecchio aeroporto militare bombardato dopo la guerra mondiale e tutto lo sminamento ci ha fatto capire che quella situazione non poteva essere ampliata.
E quindi mentre ci stavamo guardando intorno una serie di governatori in Italia ci ha dato a disposizione del terreno per lavorare e implementare una linea Hyperloop in Italia”.
Possiamo sognare quindi di essere i primi in Italia ad avere una linea Hyperloop?
“Per me volere è potere. Tra sognare e realizzare l’unica differenza è lo step. Cioè se riesci a immaginare ogni step necessario per arrivare a quel sogno vuol dire che è possibile e lo puoi realizzare. Noi oggi ce li siamo immaginati tutti.
Oggi stiamo lavorando a una cosa molto bella per l’Italia”.
Immagino che ci siamo state molte sfide difficili da risolvere proprio dal punto di vista tecnologico. “Hyperloop” è qualcosa di “disruptive” appunto, che non esisteva prima. Lo stesso Musk forse aveva sottovalutato alcune difficoltà tecniche…
“In realtà il discorso di Hyperloop non lo aveva fatto proprio Elon. È un concetto che arriva dal 1800. Il primo sistema Hyperloop è stato concepito sotto la metropolitana di New York nel 1889 da un imprenditore, Ely Beach, che concepì un treno a ridotta pressione sotto quella che sarà poi chiamata la metropolitana di New York tra Warren e Broadway. Non tutti sanno che 1 km della prima metropolitana di NYC era Hyperloop. Lui ha creato per 7 anni, illegalmente, sotto Broadway, questo tunnel dove ha posizionato una carrozza funzionante. Lo comprò poi JP Morgan e costruì la metropolitana di NYC.
Il concetto di Hyperloop fu tentato più volte. Anche il padre della Rocket Science Robert Goddard, nel 1904 pubblicò un brevetto su “Popular mechanics”, la “bibbia” delle invenzioni mondiali. Lui dimostrò come si poteva collegare New York a Los Angeles in meno di due ore con questo vactrain sotterraneo.
La comunità scientifica si schierò contro, affermando che l’uomo non poteva viaggiare sopra i 100 km/h. Il progetto venne quindi abbandonato. E così oggi abbiamo i missili che vanno su Marte ma non abbiamo ancora Hyperloop.
Più di una volta, quindi, questo concetto fu studiato. Il gravity vacuum e il vactrain erano molto simili a Hyperloop. Quando Elon pubblica il “White paper” realizzato da due suoi stagisti (uno dei due lo abbiamo poi assunto noi), non ha inventato niente di nuovo, ha solo dato l’input per guardare oltre a un modello efficiente, sostenibile ed economicamente realizzabile. Ci ha dato così l’opportunità di puntare un gigantesco riflettore su questa tecnologia e permetterci di lanciare Hyperloop nel mondo. Da lì, poi, più di 800 scienziati si sono uniti alla nostra società da 52 Paesi, creando uno dei più grandi progetti di crowdsourcing al mondo”.
La dimostrazione che volere è potere. Risolvere cose credute infattibili semplicemente perché nessuno è riuscito prima, le rende fattibili. Qual è la cosa più difficile che avete dovuto risolvere? Qual è stato l’ostacolo più grande?
“Dal punto di vista tecnico devo dire che tantissime delle tecnologie che abbiamo utilizzato (la maggior parte) erano già state inventate. In realtà la cosa straordinaria che abbiamo fatto è stato proprio questo nuovo modo di costruire l’azienda. È facile parlare otto anni dopo, quando sono stati fatti due case study a Harvard e si insegna proprio lì il nostro modello. Alcuni grandi temi di oggi come housing, food, energy sono approcciati proprio attraverso questo nostro nuovo modello di azienda.
Ma immaginiamo di essere nel 2013 quando ancora non si parlava di crowdfunding, dove l’intuizione è stata quella di dare a chiunque volesse contribuire stock dell’azienda in cambio di ore di lavoro. Questa cosa ci ha permesso da subito di avere grandi aziende come Leybold, inventore delle pompe a vacuo, che è subito intervenuta proponendo le sue soluzioni già in uso (come l’hadron collider del CERN), alcune utilizzate in ambiti dove si raggiunge la pressione di dieci alla meno dieci, mentre noi ci fermavamo a dieci alla meno tre (1 pascal). Loro potevano garantire sistemi in grado di funzionare a questo tipo di pressioni e anche di più.
Un’altra tecnologia di cui si parlava era quella della levitazione magnetica, consistente nello spingere l’aria sotto la capsula. Ma in un tubo a ridotta pressione questa soluzione provocava degli “air flow”, creando così instabilità sia sul tubo sia sulla stessa capsula e non era quindi fattibile. Il professor Richard Post, scienziato che ha lavorato nel laboratorio Lawrence Livermore National Lab di Einstein, ora in pensione, ci ha scritto dicendo: “negli anni ‘90 ho sviluppato un sistema di levitazione passiva che poi è stato secretato e attualmente è utilizzato dal governo americano per stabilizzare i proiettili dentro i cannoni. A voi serve la stessa cosa: un sistema che all’aumentare della velocità, generi levitazione in maniera passiva”.
Ci ha mostrato questo sistema. Aveva 2 km già sviluppati a San Diego, alla General Atomics, dove c’era un track in disuso che aveva già dimostrato di funzionare con un peso di 80 tonnellate e noi non abbiamo fatto altro che ammirare questo prototipo che si muoveva avanti e indietro perfettamente.
Tutti i brevetti che abbiamo acquisito sono stati presi grazie alla segnalazione e al lavoro di questi scienziati in giro per il mondo.
Abbiamo avuto scienziati come l’inventore della missione Apollo della NASA, provenienti dal MIT, da Stanford, ecc..”.
È veramente una cosa bellissima il fatto che siate riusciti a coinvolgere le migliori menti dell’Umanità in una modalità completamente interdisciplinare, mettendo insieme competenze di mondi completamente differenti. Questo dimostra come l’umanità possa fare cose meravigliose semplicemente decidendo di lavorare a un progetto comune. L’interdisciplinarietà mi riporta a quello che dicevi tu all’inizio: la tecnologia e tutte le scienze sono spesso accompagnate dalla creatività. Non c’è solo la competenza dell’ingegnere che fa il suo lavoro, ma spesso c’è anche una grande creatività. Sarebbe bello riunire proprio questi aspetti. Noi in Synesthesia abbiamo un’iniziativa, “FuturMakers”, costituita da corsi di tecnologia STEM a cui abbiamo aggiunto anche la “A” di arte, facendoli diventare così STE(A)M. Puntiamo tanto a stimolare la creatività artistica dei ragazzi che seguono i nostri corsi perché l’interdisciplinarietà e la diversity sono gli ingredienti che fanno emergere poi le potenzialità umane migliori.
“È fondamentale quello che stai dicendo. Noi dobbiamo partire dalle scuole, dalle università. Quando parlo di “nuovo Rinascimento” o di quarta rivoluzione industriale non è un claim, ma bisogna pensare proprio a un nuovo uomo. Sono temi sviluppati a livello mondiale e trattati in maniera molto seria anche da grandi aziende come Unilever, P&G.
Stiamo passando da homo sapiens a homo “evolutus”, dove la differenza sta proprio nella capacità di “aumentarci” tramite il knowledge, ma anche tramite i device. Pensiamo anche a quello che sta facendo Elon, l’idea di “iniettare” chip nel cervello (Neuralink), che spaventa molto il pubblico. Io credo che la tecnologia ci aumenterà, ma lo deve fare in maniera funzionale all’uomo. Quando noi parliamo di riformare la scuola, dobbiamo partire proprio da questo.
Mi piace il tuo concetto di STE(A)M che ti ruberò subito perché è proprio quello che sto cercando di realizzare con “L’oasi della quarta rivoluzione industriale”: un progetto che stiamo per presentare proprio per ripartire dalle scuole.
Oggi se devo cercare un “ingegnere Hyperloop” non esiste, lo devo formare io e lo devo fare in un modo completamente nuovo. Sono molto contento, quindi, che un’azienda come la vostra stia guardando e capendo questi concetti. Bravissimi”.
Una curiosità: Elon Musk più volte è entrato nel nostro discorso, ma che tipo è? È davvero questo “genio folle” che viene descritto?
“Io ho una stima enorme per lui e non saremmo partiti con questo progetto se non fosse stato per lui e per il suo input iniziale.
Ci sono milioni di “Elon Musk” in giro per il mondo che stanno solo aspettando di avere la loro occasione. Io credo che in Italia dobbiamo cercare di avere questi modelli e abbiamo un bisogno fondamentale di questi modelli. Quindi ben venga Elon, ma anche il suo estro e la sua “discontinuità”.
Oggi le nuove generazioni iniziano ad avere dei modelli che sono i nuovi imprenditori. Bisogna, quindi, avere tanto rispetto di Elon e apprezzare quello che sta facendo: ci sta portando su Marte e lo sta facendo in una maniera spettacolare. Io, nel mio piccolo, per ora sono rimasto “a Terra”. Partiamo dalla Terra. Io sono un “presentista” non sono un “futurista””.
Bisogna seminare oggi per il futuro. Io sono molto d’accordo con te sul fatto che le nuove generazioni sono anche migliori di quelle presenti e passate. Hanno una marcia in più. Vedo proprio una coscienza rispetto al mondo e all’ambiente che noi non abbiamo più. Questo mi rende molto ottimista rispetto al futuro. Purtroppo quello che stiamo lasciando è un mondo che ha un sacco di problemi, ma loro per fortuna hanno la volontà e forse anche i mezzi per cambiare.
“Noi abbiamo il dovere di essere ottimisti. Basta con queste “etiche della crisi”, che poi loro non sanno neanche cosa voglia dire crisi. Vuol dire rinascita. Io sono un fanatico delle persone “che fanno” invece di lamentarsi e basta. I giovani non possono non essere ottimisti.
Hanno un libro bianco da scrivere, hanno possibilità che noi non avevamo. Noi cercavamo le informazioni, loro le devono solo filtrare, selezionare.
Hanno lo scibile umano a disposizione e non hanno più scuse. Non c’è una possibilità di non avere successo perché con l’accesso all’informazione non ci sono limiti. Magari sbagli, una, due, tre volte, ma non importa, si va avanti.
Io sono un entusiasta del momento e secondo me la pandemia ci ha anche riportato un po’ “con i piedi per terra”. È stata una grande batosta però è stata anche una grande “doccia di realismo” per rimetterci davanti a noi stessi e spero che le persone si stiano chiedendo: ma sto facendo ciò che mi piace? Sto facendo il lavoro giusto? Sto pensando a me?
Secondo me questo periodo ci deve servire proprio a ri-bilanciarci e far ri-iniziare la voglia di fare”.
Sono pienamente d’accordo con te. Bibop, lasciamoci con un’ultima domanda. Tu prima hai detto che sei un “presentista” ma se dovessi pensare al mondo tra 10 anni, cosa vedi? Come te lo immagini?
Non potrà che essere migliore di oggi. Abbiamo tecnologie che stanno “spaccando” tutto, stanno arrivando a toccare i centri nevralgici dell’essere umano. Tutti gli “-ismi” che abbiamo costruito (capitalismo, socialismo, comunismo,…) scompariranno sotto i colpi inesorabili del progresso. Il progresso dice, per esempio, che dovremmo lavorare di meno e tornare a quello che ci riesce meglio. Magari lavoreremo solo una, due, tre ore ma faremo tanto altro.
Torneremo a vivere, torneremo ad amare in maniera libera, con le nostre famiglie. Io credo che l’umanità sia di fronte a uno dei suoi momenti più belli perché la tecnologia ci permetterà di non lavorare più, perchè non ci sarà un lavoro. I computer ci prenderanno tutti i lavori principali.
Ci servirà cambiare proprio anche tutte le regole.
“Il concetto di economia, concepito sulla scarsità, implica che a un certo punto sarà tutto in mano allo 0,5% della popolazione e tutto il resto è tralasciato. Quindi qualcuno si deve porre il problema che forse c’è qualcosa che non funziona in questo modello.
Troveremo, spero, un “-ismo” nuovo, a misura d’uomo, dove ci sarà finalmente un equilibrio tra l’empatia e l’amore che dovremmo avere e su cui dovremmo impostare tutta la nostra società, se no ci autodistruggiamo. Quello che Elon, infatti, sta cercando di fare è conquistare Marte perché così se sulla Terra non ce la facciamo, su Marte magari resistiamo come “specie multi planetaria”.
Ma al di là di questo, io credo che queste nuove generazioni ci consentiranno di non autodistruggerci e di trovare nuove soluzioni sempre migliori“.
È stato veramente un piacere e ti ringrazio tantissimo per le parole e le idee condivise.
“Grazie a voi”.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Bibop Gresta!
Ascolta “Disruptive Technology / Bibop Gresta [Ottobre 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
Storicamente la compressione dei dati – video, audio – è stata uno dei fattori di successo per molte aziende che operano nel settore della tecnologia dell’informazione. Come stanno oggi le cose?
“La compressione di audio e video ha abilitato un business che si è espanso molto, ma le tecnologie tradizionali che sono state sfruttate al momento hanno rallentato il loro corso. La standard MPAI invece è entrato decisamente in una nuova era, applicando nuove tecnologie anche ad altri settori di mercato e permettendo loro di trarre nuovi benefici”.
MPAI intende sviluppare standard di codifica dei dati in una varietà di contesti di interesse pratico grazie all’impiego dell’Intelligenza Artificiale (AI). Puoi farci qualche esempio? A quali ambiti si può applicare questo strumento? Da quali esigenze nasce MPAI?
“Applicare l’Intelligenza Artificiale alla compressione dei dati significa sfruttare meglio le loro proprietà statistiche in modo da estrapolare informazioni aggiuntive e complementari. Per esempio analizzare l’ingente mole dei dati finanziari che produce un’azienda (quelli di produzione, sull’andamento del mercato, del personale, ecc. che non sono statici ma cambiano nel corso del tempo) significa far emergere scenari che diversamente non sarebbe stato facile o addirittura possibile considerare prima. Attraverso l’impiego dell’AI si può approfondire come mai prima d’ora, perché il potenziale della compressione è vastissimo, anche per comprendere ulteriormente la stessa natura dei dati”.
Il Context-based Audio Enhancement (MPAI-CAE) è uno dei progetti che rappresenta una risposta alle necessità del settore?
“Sì lo è. Il grande valore della standardizzazione è definire un campo aperto all’interno del quale tutti possano concorrere invece di confinare le competenze all’interno di cerchie ristrette, che non si influenzano e sono addirittura inutili perché ostacolano il progresso. L’innovazione porta benefici a chi crea prodotti o servizi e a chi ne fruisce solo se si stabilisce un corretto codice di comunicazione”.
Synesthesia è diventata principal member di MPAI. A quali categorie afferiscono gli altri attori che fanno parte dell’organizzazione e che tipo di contributo ti aspetti da loro?
“Synesthesia rappresenta un ottimo esempio del potenziale dirompente e positivo nella risoluzione di un problema per cui risulta essenziale attingere a nuove tecnologie di AI per migliorare l’esperienza non solo dell’utente ma anche del produttore. Circa il 40% dei soci di MPAI è costituito da università o centri di ricerca – settori in forte crescita, dalla smisurata quota innovativa in ballo, e che sono garanzia per lo sviluppo di standard sempre più potenti. L’altra componente dell’organizzazione è data dalla cosiddetta industria (operatori telefonici, broadcaster, costruttori, aziende specializzati nel ramo informatico), aziende che possono evitare di diventare sudditi di grandi aziende potendo operare all’interno di un campo aperto con regole stabilite. L’ MPAI si pone come fattore fortemente abilitante, gettando le basi per un sistema di condivisione e cooperazione, e maggiori possibilità, specie per le PMI, di portare competenze all’interno dell’organizzazione”.
Numerosi esperti dell’industria, della scienza e del mondo accademico fanno già parte di MPAI o sono stati invitati a unirsi a essa per lo sviluppo di standard abilitati dall’Intelligenza Artificiale. Quanto è importante in questa partita fare rete e sfruttare la connessione con il mondo della ricerca per raggiungere gli obiettivi?
“É fondamentale interagire con professionisti in campi simili o complementari: MPAI facilita la collaborazione e l’interazione tra aziende. Mettere a patrimonio a livello sistemico le competenze dei vari attori consente l’accesso a soluzioni più potenti e maggiormente utilizzabili. Le innovazioni devono essere spinte da precise esigenze di business sulla base di requisiti funzionali alle necessità dello standard utilizzato. Quest’ultimo determina come un prodotto o servizio possa essere utilizzato, mentre l’accesso alla proprietà intellettuale è stabilito nella trattativa tra un’azienda e i detentori di brevetti”.
MPEG ha avuto un incredibile impatto a livello tecnologico: quali sono le sue previsioni sulla portata che potrebbe avere MPAI?
“Sono senz’altro più ambiziose, perché non confinate ai sistemi audio e video; si parla infatti della sua applicazione a dati finanziari, al miglioramento della performance nelle multiuser gaming e una vastità che al momento non è ancora determinabile, e ha come driver l’AI. Le tecnologie tradizionali stanno perdendo l’impeto iniziale di 30 anni fa, non soltanto perché sono al loro margine di sviluppo ma per l’impossibilità pratica di ottenere tutti i brevetti necessari all’implementazione di uno standard. Questo è uno degli aspetti fondanti dell’MPAI per applicare l’AI a tutti i tipi di dati: quando si sviluppa uno standard gli utenti futuri devono avere chiari i termini di utilizzo dei brevetti che saranno necessari, anche se non il valore monetario per ragioni di antitrust. La portata quindi non è soltanto di natura tecnica, ma anche legale, nell’ambito di una licenza quadro, legata all’elaborazione di uno standard. Il risultato atteso è una garanzia assicurata a chi definisce la tecnologia in uno standard godendo delle relative royalties e a chi ne fruirà. Definire licenze quadro è il sistema per raggiungere tale obiettivo ed è la vera sfida che si pone MPAI”.
Auguriamo al team MPAI un grande successo per tutto quello che stanno progettando e realizzando. A Leonardo Chiariglione il nostro ringraziamento per averci raccontato l’iniziativa e per l’estrema simpatia e disponibilità.
Sviluppiamo soluzioni di AI per il tuo business. Inviaci le tue richieste attraverso il nostro modulo di contatto. Ti risponderemo al più presto.
PeraBite è una agenzia di Torino, che affianca aziende b2b, micro e piccole imprese con entrate inferiori ai 4 milioni di euro in tutto ciò che è comunicazione Digital & Mobile.
I co-fondatori Marco Portinaro e Manuel Falasco si sono conosciuti nel 2010 lavorando a un evento organizzato per promuovere lo sport a Torino: da quel momento hanno deciso di mettere insieme le loro conoscenze, esperienze e contatti per lanciare PeraBite. Dopo aver lavorato a progetti di marketing digitale ed eventi per grandi nomi dello sport, il team ha deciso di ampliare il proprio bacino di clienti includendo il mondo Corporate anche grazie ai contatti acquisiti negli anni attraverso gli sponsor degli eventi sportivi. L’agenzia offre servizi di Marketing digitale, sviluppo Web e E-commerce e crea contenuti a supporto della comunicazione aziendale, foto, video e testuali.
L’intervista
Parlando Covid-19: come ha impattato secondo te sulla trasformazione digitale?
“Per metà delle PMI Italiane l’online è stato la salvezza. La pandemia di Covid-19 e il relativo lockdown hanno cambiato le nostre vite e rivoluzionato alcune delle nostre abitudini. Metà degli italiani, per esempio, ha aumentato gli acquisti online privilegiando non soltanto i big come Amazon e E-Bay ma anche piccoli negozi e fornitori. Non stupisce così che un terzo delle PMI italiane operative su Facebook abbia realizzato oltre il 25% delle proprie vendite su canali online nell’ultimo mese. Una tendenza che indica una delle strade da imboccare per ripartire”.
Quali cambiamenti ha comportato per i vostri clienti?
“I nostri clienti hanno capito che la qualità della loro presenza digitale è fondamentale. Non basta semplicemente essere online. C’è bisogno di strumenti specifici e tecnologie avanzate. Questo è stato il grande cambiamento dell’emergenza Covid-19: le aziende si sono rese conto di quanto sia importante il digitale, non solo per rivolgersi ai clienti, ma anche per lavorare con i dipendenti. Zoom o Google Meet non sono abbastanza, c’è bisogno di soluzioni intranet specifiche per operare in modo davvero intelligente e nel contempo di strategie specifiche per comunicare con i clienti in un periodo in cui questi sono raggiungibili principalmente attraverso strumenti digitali”.
“Mi vengono in mente alcuni esempi locali, aziende che volevano diventare digitali senza aver valutato quali fossero gli strumenti necessari. Per esempio, i ristoranti che non erano presenti su un servizio di delivery, hanno messo un cartello in vetrina per segnalare che si erano attrezzati per la consegna a domicilio, oppure hanno aperto un semplice account Instagram o Facebook e hanno inviato lì i loro clienti. E ha funzionato! Queste aziende si sono rese conto che aprendo una pagina Facebook avrebbero potuto raggiungere i loro clienti agevolmente. Ovviamente non è sempre così facile, ma funziona.
Un mio amico ha un’attività che sarebbe potuta rimanere aperta durante il coronavirus: un negozio di piante. All’inizio non aveva una presenza digitale, nessun sito web o e-commerce. Ha aperto una pagina Instagram e ha iniziato a vendere prodotti in questo modo. È stata un’esperienza positiva per lui e al contempo, una storia di successo secondo me, che lo ha convinto ad aprire il suo primo negozio digitale“.
“I nostri clienti hanno capito che la qualità della loro presenza digitale è fondamentale. Non basta semplicemente essere online..”
Sarà molto interessante vedere come evolverà la situazione attuale. Pensando al futuro, quali prospettive ci sono per la comunicazione nel mondo delle imprese e quali cambiamenti dobbiamo aspettarci?
“Per quelle che sopravviveranno aumenterà la necessità di strategie di comunicazione e di soluzioni digitali. Alcuni servizi o tipologie di evento potrebbero rimanere in forma digitale definitivamente, ma come prima cosa abbiamo bisogno che l’economia rientri in una situazione di normalità per comprendere fino in fondo quali saranno i reali cambiamenti”.
Perabite è storicamente legata al mondo dello sport, ma negli ultimi anni vi siete concentrati maggiormente sui clienti B2B e nello specifico sulle PMI. Quali esperienze legate al mondo dello sport ti porti dietro quando lavori con un cliente che invece si muove in una dimensione diversa?
“Il mercato sportivo ha tre anime: lo spettacolo, il cliente e lo sponsor. Quando lavori nel mercato dello sport devi concentrarti sui bisogni reali del tuo cliente, ma anche sull’empatia e l’emozione perché se da un lato lo sponsor vuole promuovere il proprio servizio, marchio o bene, non bisogna assolutamente mettere in secondo piano il fatto che l’utente finale stia assistendo a uno spettacolo. Questo è ciò che cerchiamo di portare nel nostro modello di business: non perdere il focus del consumatore e delle sue esigenze reali ma allo stesso tempo trasmettere empatia ed emozione attraverso la comunicazione dei nostri clienti“.
Immagino che nel mondo B2B possa essere difficile comunicare con empatia per certe aziende o servizi. Puoi farmi qualche esempio di situazione in cui ci siete riusciti?
“Con una buona comunicazione e lavorando bene con immagini e video puoi portare empatia e trasmettere emozioni. Con Synesthesia, per esempio abbiamo lavorato in questo senso: creando del materiale significativo siamo riusciti a rendere coinvolgente ed emozionante un evento aziendale per sviluppatori. Puoi sempre portare emozioni nella comunicazione”.
Quello che fate è creare e documentare la storia dei vostri clienti e dei loro prodotti?
“Esatto. Una delle mie esperienze più difficili è stata lavorare per un cliente che vendeva batterie industriali. Quando non hai una storia dietro un prodotto, lavori sulla storia dietro alle persone e probabilmente questa è la chiave: capire qual è la loro storia, cosa aggiunge al prodotto o come lo vivono nella quotidianità”.
“Puoi sempre portare emozioni nella comunicazione”
Perché le foto originali sono così importanti per supportare la comunicazione?
“Le foto stock sono una buona opzione e possono rispondere velocemente ad esigenze diverse, soprattutto quando c’è un budget limitato. Il problema è venuto fuori quando tantissime aziende hanno pensato che per avere un buon sito web o una buona comunicazione potesse essere sufficiente usare foto o immagini stock senza rendersi conto che la stessa immagine sarebbe stata poi usata per promuovere prodotti diversi e comparire in moltissimi contesti diversi.
Questo è il motivo per cui è meglio scegliere di far scattare delle foto originali per raccontare la propria storia, per non raccontarla con qualcosa di veramente personale, non con un’immagine o un video che possono avere tutti. Ricordo che in passato utilizzavo una foto d’archivio per pubblicizzare un prodotto assicurativo di un cliente e dopo un paio d’anni ho visto la stessa immagine della stessa ragazza sulla comunicazione per un dentista. Non puoi avere la stessa ragazza che promuove assicurazioni e servizi dentali!
Oltretutto, in questa nuova era digitale, le persone vogliono vedere testimonianze reali. vogliono vedere i tuoi veri clienti e la tua storia. Con il coronavirus siamo stati bombardati da contenuti video, che funzionavano perché erano reali. Non perché la regia o la post produzione fosse professionale ma perché erano pezzi di storie ver. Questo è ciò che le persone vogliono vedere: i tuoi dipendenti, i tuoi clienti, l’anima della tua azienda. È questo che vogliono vedere sul tuo sito web. Ecco perché suggerisco ai miei clienti di costruire un portfolio personale di foto e video; per essere autentici”.
“Questo è ciò che le persone vogliono vedere: i tuoi dipendenti, i tuoi clienti, l’anima della tua azienda”
Essere autentici è fondamentale. In questa nuova era digitale, con una così ampia scelta di piattaforme e canali attraverso cui comunicare online e offline come incoraggiate i vostri clienti affinché riescano a distinguersi?
“Può essere complicato, ma noi incoraggiamo tutti i nostri clienti a rivolgersi a professionisti perché non è affatto semplice. Hai bisogno di qualcuno che conosca il mercato, che conosca tutte le possibilità e possa suggerirti quelle giuste per te. Faccio un esempio: Internet potrebbe non essere il modo giusto per comunicare per la tua azienda, anche se sei online potrebbe non essere il punto migliore da cui partire. Per prima cosa chiediamo ai nostri clienti di parlarci della loro attività, dei loro clienti, di come comunicano, di raccontarci qual è il loro obiettivo. Avendo chiari tutti questi elementi capiamo insieme quale sia lo strumento giusto per raggiungere questi obiettivi.
Molte agenzie propongono di aprire un sito web o di fare pubblicità su Google o sui social media pensando che sia sufficiente, ma quando si va ad analizzare i risultati ci si rende conto che queste soluzioni non funzionano sempre e per tutti. Per questo motivo è importante rivolgersi a qualcuno che capisca davvero la tua attività, che conosca gli strumenti, che conosca il mondo della comunicazione e che possa assicurarti di raggiungere con precisione il tuo cliente finale”.
Come hai detto da subito, il “digitale” non è sempre la risposta, bisogna valutare tutte le opzioni e saper scegliere quella più corretta.
“Esatto, a volte può essere solo una comunicazione digitale, altre una tradizionale, oppure ancora il cliente può avere bisogno di una soluzione digitale a livello di comunicazione aziendale ma anche di uno strumento più fisico per raggiungere il suo target in una campagna specifica. Dipende sempre dall’attività e scegliere lo strumento giusto è fondamentale. Lo stesso strumento è perfetto per qualcuno e sbagliato per un altro“.
Il messaggio è che gli strumenti non devono necessariamente essere gli stessi per tutti. Vedo la tua chitarra acustica appoggiata al muro… quali sono i tuoi interessi e le tue passioni? Quali porti nel tuo lavoro in PeraBite?
“Ciò che conta per me, nella mia attività imprenditoriale e con i miei partner commerciali, è portare nel nostro lavoro strumenti “umani”. Quando abbiamo avviato insieme l’agenzia, la parte professionale era quasi data per scontata. Abbiamo costruito una buona azienda perché ci siamo concentrati sul lato umano. Questo fa la differenza per i tuoi colleghi e per i tuoi clienti. Se non valorizzi il lato umano non puoi raggiungere i clienti neanche in modo professionale“.
“raggiungere con precisione il tuo cliente finale”
E per essere una buona agenzia di comunicazione bisogna anche saper comunicare bene se stessi, giusto?
“Sì. Devi essere in grado di valorizzare te stesso per portare la tua professionalità ai clienti”.
C’è qualcosa della tua esperienza personale che ti aiuta in queste circostanze? Viaggi, musica, studi particolari o la tua famiglia?
“Sì, la musica è stata una vera e propria palestra. Per imparare a suonare uno strumento hai bisogno di dedizione e costanza ed è qualcosa che metto anche nel mio lavoro: dedizione e costanza con i clienti e in generale come approccio in tutte le situazioni”.
E questo i tuoi clienti lo apprezzeranno parecchio! Riguardando indietro, dai clienti nel mondo dello sport a quelli delle aziende B2B, qual è il lavoro di cui vai più fiero?
“C’è un lavoro di cui noi tre siamo particolarmente orgogliosi. L’abbiamo costruito noi, come agenzia, non per un cliente. Si tratta di una piattaforma digitale chiamata SporTorino, dove si possono trovare luoghi e associazioni per praticare sport a Torino. Puoi cercare per area, per singolo sport o attività specifica. Ne siamo molto orgogliosi perché è una piattaforma che aiuta in modo davvero concreto e semplice le persone a fare sport”.
“Quando non hai una storia dietro un prodotto, lavori sulla storia dietro alle persone e probabilmente questa è la chiave del successo”
Cosa vi ha spinto a dare vita a questo progetto?
“Siamo tutti e tre persone sportive. Io giocavo a squash, uno sport che non è molto popolare in Italia, per questo facevo fatica a trovare una palestra dove fare delle partite o allenarmi perché sembrava che nessuno lo conoscesse. Tutto è iniziato così, per coinvolgere le persone e far conoscere loro anche gli sport di nicchia“.
Dove avete reperito i dati per popolare la vostra piattaforma?
“Prima di tutto abbiamo raccolto tutte le informazioni disponibili online, poi abbiamo stretto delle partnership per ottenere dati sullo sport in regione e abbiamo poi integrato il tutto. La particolarità che ci distingue da un motore di ricerca qualsiasi è l’attenzione che mettiamo nel fornire i dati ai nostri utenti. Per esempio l’indirizzo di un’associazione dedicata a uno sport è quasi sempre diverso da quello della palestra o del luogo dove questo viene poi effettivamente praticato per cui noi ci assicuriamo di avere i dati sulla posizione corretti, perché è questo che interessa davvero all’utente finale”.
È un progetto ancora attivo?
“Sì, è ancora attivo e online e funziona bene. Abbiamo collaborato anche con Decathlon negli ultimi cinque o sei anni e sta funzionando bene”.
Grazie per il tuo tempo, per i tuoi pensieri e le tue esperienze! Buona fortuna per tutto.
“Grazie a voi!”.
—
Cosa abbiamo imparato parlando con Marco:
- Le aziende che erano passate a una comunicazione completamente online adesso spesso cercano un contatto più reale e fisico con il loro target e puntano a un bilanciamento tra la comunicazione online e offline.
- Una presenza online di valore è più di una semplice vetrina. Sono necessari tool professionali per comunicare efficacemente sia all’interno che verso l’esterno dell’azienda, specialmente in tempi come quelli della quarantena dove le persone erano raggiungibili esclusivamente per vie telematiche.
- Mettere insieme comunicazione online e offline può essere un’ottima soluzione, anche se inizialmente è stata messa in piedi in fretta e furia: un cartello scritto a mano e un account Instagram ben gestito può essere un metodo efficace per rimanere in contatto con i clienti
- Nel mondo dello sport una comunicazione “emozionale” è fondamentale per il pubblico. Questo approccio può essere utilissimo anche nella realtà delle aziende B2B, per portare i clienti finali più vicini al prodotto o al servizio.
- Se il prodotto o il servizio non hanno una bella storia da raccontare probabilmente i loro creatori invece ce l’hanno! Cosa li ha portati a creare quella soluzione o come sono arrivati in azienda?
- Mettere insieme un portfolio di foto e video personali dell’azienda e dei suoi prodotti è uno strumento potentissimo per raccontare la loro storia ai clienti.
- In mezzo a tanti strumenti e canali di comunicazione è fondamentale lavorare con un’agenzia in grado di trovare e mettere in atto le migliori strategie per raggiungere il proprio obiettivo.
- La prima cosa da fare è sempre capire il prodotto o il servizio, il suo mercato di riferimento e quali sono gli obiettivi da raggiungere.
- Quando si tratta di comunicare non esiste una soluzione che vada bene per tutti. È importante valutare le necessità del cliente e mettere in atto strategie e soluzioni che vadano incontro a questi bisogni, offline e online.
- La Unique Selling Proposition di un business di successo può anche essere rappresentata dalle competenze personali del team, non solo da quelle professionali.
Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
Il mondo sta cambiando così come abitudini e lo stile di vita di molti Italiani. A raccontare questa accelerazione della “rivoluzione digitale” tutt’ora in corso sono gli ultimi numeri riportati da Hootsuite e dall’Osservatorio e-Commerce B2C. Già a gennaio 2020 Hootsuite aveva evidenziato alcuni dati relativi alle attività online degli utenti con significativi incrementi rispetto all’anno precedente.
Considerato tradizionalmente, soprattutto in Italia, come una forma di acquisto subordinato a quello tradizionale, oggi l’e-commerce ha acquisito un ruolo determinante spingendo verso un ripensamento delle strategie di vendita e di interazione con i consumatori, basti pensare che nel 2020 l’incidenza dell’e-commerce B2C sul totale vendite retail è passato dal 6% del 2019 all’8%.
L’e-commerce in Italia prima di gennaio 2020
La fotografia che Hootsuite aveva scattato a gennaio 2020 dell’Italia mostrava uno scenario nel quale l’impiego dell’e-commerce era già in forte crescita: l’87% degli utenti online cercava già prodotti o servizi da acquistare online. Percentuali alte, numeri e prospettive di crescita importanti per diversi settori dell’innovation retail rispetto all’anno precedente: +16% fashion & beauty; + 15% electronics & physical media; + 20% food & personal care; +20% furniture & appliances; +5,3% toys; DIY & hobbies; +2% travel; +1,1% digital music; +5,5% video games.
L’e-commerce durante l’emergenza COVID-19
A livello globale l’impatto della pandemia di Covid-19 è stato considerevole sull’e-commerce, soprattutto per quanto riguarda alcune categorie merceologiche come per esempio i generi alimentari con un +251% e la tecnologia con un +78%.

A livello globale, le indagini svolte ci mostravano, inoltre, anche un altro dato interessante, cioè che il 52% degli utenti che acquistavano online facevano uso di mobile device. Si tratta, tuttavia, di un valore che durante il lockdown, nonostante la maggior parte degli utenti fosse bloccata nelle proprie case, ha registrato un calo pari solamente all’1%. Questo ci induce a constatare quanto in realtà l’utilizzo dello smartphone per fare acquisti sia diventata un’abitudine diffusa e radicata all’interno delle nostre vite.


In Italia, in particolare, – stando a quanto sostenuto dall’Osservatorio eCommerce B2c (promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano) e riportato da diyandgarden.com – il lockdown avrebbe favorito la crescita del food&grocery (che vale oggi 2,5 miliardi di euro, +56%), arredamento e home living (2,3 miliardi, +30%) e una serie di altre nicchie di mercato come il pharma, il beauty e lo sport&fitness.
Come dichiara diyandgarden.com, abbiamo assistito all’incremento in valore assoluto più alto di sempre: 4,7 miliardi in più in un solo anno rispetto al 2019. Tale centralità del canale online si traduce in una crescita del valore degli acquisti online di prodotto che nel 2020 dovrebbero sfiorare i 22,7 miliardi di euro (+26% rispetto al 2019).
Quali prospettive?
In Italia, così come nel resto del mondo, l’e-commerce ha svolto un ruolo fondamentale per la ripresa delle attività commerciali degli ultimi mesi. Durante questo periodo sono cambiate molte abitudini e stili di vita ed è cresciuta conseguentemente una maggiore fiducia nel digitale. Sempre più italiani hanno deciso di acquistare online (+2 milioni nel 2020). Tale aumento è il frutto non solo dell’eccezionalità del periodo storico, ma anche di un’azione di marketing operata da molte aziende sempre più attenta e mirata.
Oggi, infatti, il mondo del marketing è sempre più vicino alle esigenze dei clienti e sempre più aziende hanno potenziato i loro canali digitali per facilitare le modalità di vendita basate sull’integrazione tra esperienze online e offline. É in corso un cambio epocale di paradigma dei consumi e dei costumi che richiede profondi ripensamenti in termini di produzione, organizzazione, investimenti, e capacità di comprensione dei bisogni del proprio target.
Sempre più nuovi modelli integrati di e-commerce stanno nascendo. Grazie al digitale anche le aziende più piccole e delocalizzate oggi hanno la possibilità di ridefinire l’esperienza d’acquisto degli utenti come mai è stato fatto prima: sono in grado di fare rete tra loro e organizzarsi come un marketplace vero e proprio, proponendo all’interno di un’unica piattaforma online un’offerta sempre più ricca. Tale sistema omnicanale di interconnessione e integrazione tra più punti vendita pone l’esperienza d’acquisto del consumatore al centro dei propri obiettivi e rappresenta l’alternativa innovativa ad Amazon più utilizzata dai retailer internazionali.
I vantaggi di un e-commerce omnichannel e integrato
Tante sono le tipologie di approccio che ultimamente stanno interessando la trasformazione digitale in corso. Tra queste vi è certamente il click & collect, cioè la possibilità di ordinare online un prodotto e di ritirarlo in negozio. Si tratta di un modello che piace molto ai consumatori per una serie di motivi: i prezzi online sono allineati al canale fisico; il ritiro è gratuito (non vi sono costi di consegna se il totale supera una certa cifra); i tempi di evasione dell’ordine sono molto rapidi e il pagamento avviene comodamente online. Tale approccio risulta efficace e ricco di opportunità per le aziende coinvolte, ma non è l’unico.
L’altra tendenza del mondo e-commerce che esprime la vicinanza del marketing all’esperienza di acquisto personalizzata del singolo utente è quella dei data driven, dove le tecnologie più all’avanguardia di raccolta e analisi dei dati sugli utenti sono messe a disposizione per creare strategie commerciali in base alle esigenze di specifici target. I vantaggi di un e-commerce Data Driven sono enormi: importanti decisioni mirate vengono prese in tempi molto brevi grazie a una gestione efficace dei dati e da più fonti.
In conclusione…
Il campo dell’e-commerce strategy è in continua evoluzione. I retailer di tutto il mondo cercano ogni giorno di quantificare il mercato e-commerce B2C dei prodotti per trovare la migliore soluzione possibile. L’integrazione tra esperienza online e offline sembra oggi essere la strada più percorribile, che meglio si adatta alle esigenze dell’utente. I vantaggi come abbiamo visto sono tanti e le prospettive di crescita molto elevate. Synesthesia aiuta le aziende più ambiziose a essere competitive sul mercato globale attraverso una consulenza completa in ambito e-commerce. Si prende cura delle loro idee e delle loro attività online: dalla pianificazione costi e ricavi fino alla fase di creazione e gestione di contenuti per le vetrine online. Offre piani dettagliati di lancio sul marketplace che consentono la creazione di una vetrina negozio visibile da milioni di potenziali clienti in tutto il mondo.
Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.