Che cos’è Faber?
Da ormai 15 anni, Faber Meeting favorisce l’incontro di giovani creativi con le imprese e le organizzazioni. Il progetto nasce a Torino nel 2007 con l’obiettivo di promuovere la conoscenza e la diffusione di mezzi e strumenti legati alla creatività digitale attraverso un concorso nazionale e un premio. L’iniziativa mira, infatti, a creare un ambiente dove i vincitori del concorso, le aziende e i partner coinvolti sono immersi in uno spazio di interazione e collaborazione per progettare, esplorare e sperimentare il rapporto tra gli strumenti digitali e lo sviluppo economico e sociale, per allargare il mercato del digitale verso le PMI e per stimolare la domanda di prodotti innovativi.
Importanti le ricadute professionali: più del 90% dei partecipanti alla scorsa edizione hanno infatti riconosciuto un ruolo fondamentale dell’iniziativa nel proprio percorso imprenditoriale e lavorativo. Faber ha visto partecipare oltre 1000 giovani nelle fasi di concorso, sono stati 470 i progetti presentati e più di 150 quelli premiati che hanno potuto partecipare al Faber Meeting. In cinque edizioni, le imprese partner sono state più di 200 e 106 gli speaker coinvolti in workshop, talk, tavole rotonde. Quest’anno sono ben 4 le categorie di concorso previste: Live action & Animazione, Visual & Graphic design, Gaming, realtà aumentata e realtà virtuale, Web, app, social.
Come si partecipa al Faber Meeting
Faber si sviluppa in due momenti principali:
- un concorso nazionale, aperto tra il 15 aprile e il 18 giugno 2023, che permette a giovani creativi che si vogliono cimentare nelle quattro categorie del contest di farsi conoscere e scegliere dalle imprese e dai partner di progetto;
- un premio che consiste nella partecipazione al Faber Meeting, che si svolgerà il 17 e il 18 novembre 2023. L’evento, della durata di due giorni, sarà ricco di incontri, workshop e seminari finalizzati all’incontro e alla collaborazione tra vincitori e aziende, all’interno del quale saranno attribuiti premi sotto forma di denaro, servizi, beni ecc.
Il Faber Meeting è a numero chiuso: può partecipare solo chi è stato segnalato dal concorso. Per iscriversi, occorre selezionare una delle quattro categorie di concorso e candidare un proprio progetto con una singola opera per ogni sezione del concorso. L’opera realizzata dovrà essere inedita e non c’è nessun vincolo tematico.
Synesthesia partecipa al Faber Meeting
Quest’anno Synesthesia sarà sponsor ufficiale di Faber. Come sostiene Francesco Ronchi (Presidente e fondatore di Synesthesia):
“Da sempre supportiamo le idee innovative e i giovani creativi nel loro percorso imprenditoriale e lavorativo. Solo se siamo disposti a percorrere nuove strade e a promuovere queste visioni possiamo davvero fornire delle risposte adeguate alle esigenze di un mercato che cambia in continuazione. Per questo motivo siamo felici di aderire al prestigioso concorso Faber come partner. Non vediamo l’ora di conoscere nuovi talenti e scoprire le idee brillanti, in grado di anticipare i trend e i grandi cambiamenti”.
Il libro di Synesthesia
In Synesthesia siamo convinti che il futuro passi attraverso la condivisione di storie e di idee di donne e uomini che nel corso della storia hanno creduto con coraggio e determinazione – spesso anche passando attraverso fallimenti – nel progresso scientifico, tecnologico e sociale. Innovare significa dare vita a un cambiamento rispetto a uno stato di cose esistente per favorire la nascita di una condizione migliore, riconosciuta socialmente da tutti.
In occasione dei nostri primi 10 anni di vita abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta del futuro e abbiamo deciso di raccontarlo in un libro in compagnia di Max Casacci, Guido Saracco, Arturo Brachetti, Mauro Berruto, Alessandro Barbero, Alyssa Carson, Horacio Pagani, Walter Rolfo, Paola Allamano, Pietro Leo, Sara De Simoni, Chet Haase, Bibop G. Gresta, Liz Corbin, Natasha Skult, Emilio Casalini, Riccardo Recalchi e Francesco Ronchi. Amici e personalità che ci hanno accompagnato lungo un percorso durato 10 mesi.
Da questo confronto “illuminante” hanno preso forma le interviste pubblicate a partire dal 21 marzo del 2021, la data del nostro compleanno, sul web, sui podcast, sui social media e, infine, nel libro “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna”.
Partendo dalla video interviste, abbiamo infatti creato una raccolta di testimonianze e visioni sui 10 temi cari al mondo dell’innovazione e non solo.

Conoscenza fa rima con solidarietà
Da sempre siamo impegnati in prima linea nella realizzazione di progetti, iniziative e soluzioni digitali utili a tutti. Ci sentiamo coinvolti quando pensiamo a chi fa tanto per gli altri, è nel nostro DNA: far bene il nostro mestiere e provare a cambiare in meglio le cose che ci circondano.
Da oggi il libro è ufficialmente in vendita su Amazon. Potrete acquistarlo e supportare così due importanti progetti umanitari. L’intero ricavato delle vendite di questo libro sarà, infatti, devoluto alla Fondazione Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino (F.O.R.M.A. Onlus Torino) e al progetto umanitario a supporto delle giovani atlete afghane profughe in Italia (iniziativa promossa da Mauro Berruto).
In conclusione
Che cosa ci aspetta quindi nei prossimi dieci anni? Non ti resta che scoprirlo ripercorrendo tutte le tappe di questo straordinario viaggio “alle origini del futuro”, un percorso ricco di storie e testimonianze da raccontare, di emozioni da vivere e di geniali intuizioni alle quali ispirarsi.
Puoi acquistare “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna” qui.
Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
Un po’ di storia
Nel 1972 fece la sua prima apparizione sul quotidiano France Soir per dare risalto alle notizie positive che apparivano sulla testata. Inizia così la storia di un simbolo che nel corso dei suoi 50 anni ha dato vita a un’icona pop e un’impresa di successo.
Il disegno fu realizzato dal giornalista Franklin Loufrani su invito dell’editore del quotidiano francese che voleva far dimenticare uno scandalo fiscale in cui era stato coinvolto il primo ministro Chaban-Delmas.
Lo slogan della campagna recitava: “Prendetevi il tempo per sorridere”. Il successo fu planetario e grazie a questa trovata il suo inventore riuscì a diventare milionario (un centesimo su ciascuno dei 12 milioni di adesivi distribuiti). Loudrani fondò così The Smiley Company, la società che ancora oggi detiene i diritti della faccina sorridente, una delle più importanti al mondo nel mercato di ricavi dalle licenze d’uso dell’emoticon.
Negli anni ‘70 lo smiley al centro di un’importante crescita del mercato del licensing e del merchandising e la maggior parte delle attività della Smiley Company prevedevano sostanzialmente il monitoraggio su tutte le attività realizzate dai partner.
Dopo il logo, nel 1997, fu registrata anche la parola “Smiley”. Subito dopo seguirà un’altra intuizione vincente: in quegli anni furono sviluppate le primissime emoticon grafiche (quelle che vediamo tutti i giorni nei messaggi di testo).
The Smiley oggi
Attualmente The Smiley Company è un’azienda con sede a Londra che detiene i diritti della faccina sorridente in oltre 100 paesi. La gestione del marchio è un po’ cambiata con il passare del tempo. All’interno dell’azienda lavorano dirigenti e designer, incaricati di affiancare i partner nell’utilizzo del marchio e i criteri con cui sono selezionate le aziende licenziatarie sono molto più selettivi.
Quale futuro? Pronti a sbarcare sul metaverso?
Come hanno dichiarato Franklin Loufrani (il fondatore) e il figlio Nicolas, oggi a capo dell’azienda a una recente intervista per Forbes, nel 2023 lanceranno la campagna “Future Positive” per far conoscere al mondo il loro impegno riguardo al tema della sostenibilità. Il loro obiettivo è agire per cambiare le logiche nell’industria del licensing:
“entro cinque anni i nostri licenziatari saranno sul mercato con un’offerta al 100% sostenibile nelle gamme di prodotto a marchio Smiley”.
Un’altra interessante iniziativa sembra riguardare un altro progetto per quanto riguarda l’approdo di Smiley nel metaverso:
“innoviamo costantemente e guardiamo sempre con grande attenzione a tutto quello che il mercato ci offre. Questo è il motivo per cui siamo ancora qui dopo 50 anni e che mi spinge a guardare con fiducia al nostro futuro”.
Il successo? Una questione di “semplicità”, di creatività e…
Qual è il segreto del successo planetario di questo simbolo? La semplicità universale del messaggio riconoscibile ovunque e applicabile quasi a qualunque categoria merceologica: moda e accessori, bellezza, decorazioni per la casa, editoria, cibo e bevande.
La storia di Smiley ha tanto da insegnarci. È soprattutto un’esortazione alla creatività e a credere nelle proprie idee fino in fondo. Essere un innovatore è soprattutto dare vita a un cambiamento positivo rispetto a uno stato di cose esistente per favorire la nascita di qualcosa di diverso e riconosciuto da tutti nello stesso tempo.
A distanza di 50 anni possiamo dire che questa invenzione, seppur semplicissima, ha sicuramente portato più sorrisi, contribuendo probabilmente, in molti casi, a migliorare il mondo e a vedere le cose in una forma differente, con più ottimismo.
Buon compleanno Smiley!
[Guarda la versione completa dell’intervista – 36 min]
FRANCESCO – Eccoci qui. Siamo arrivati al termine di questi 10 mesi di festeggiamenti per i 10 anni di Synesthesia. Durante questo percorso abbiamo incontrato e intervistato un sacco di persone incredibili, che ci hanno raccontato le loro storie, le loro visioni legate ai temi che abbiamo affrontato. Oggi tocca a noi. Tanti sono i ricordi di questi 10 anni che ci portiamo dietro, alcuni molto forti, molto recenti. A te cosa viene in mente?
RICCARDO – Con questi festeggiamenti abbiamo affrontato un po’ tutti gli argomenti sui quali ci siamo concentrati in Synesthesia in questi anni. Si tratta di temi che continueranno a essere presenti anche nel nostro futuro. La nostra esperienza passa attraverso tutte queste “parole chiave”: dalle persone che fanno parte della nostra azienda fino alla tecnologia. È stato emozionante vedere la passione nelle persone con le quali abbiamo trattato questi temi, quella stessa passione che ha contraddistinto il nostro modo di operare e che ci ha sempre guidato fin qui in questi anni. Tutto questo mi fa venire in mente il nostro primo droidcon.
F – Sì. Synesthesia, tra l’altro, ha avuto come claim per tanti anni “tecnologia e passione” e, di fatto, è ancora così, anche se ci siamo evoluti. Il primo droidcon è stato uno dei momenti topici. Mi ricordo quando abbiamo deciso di organizzare la prima conferenza. In quegli anni eravamo un piccolo gruppo in Synesthesia. È stata davvero una scommessa.
Ricordo quando abbiamo iniziato a lavorare al sito e pubblicato per la prima volta i contenuti, ma solo nel momento in cui è stato comprato il primo biglietto ci siamo davvero resi conto che avremmo dovuto farlo veramente. Il nostro progetto, che fino a quel momento era stato solo un’idea eterea nelle nostre menti, stava finalmente diventando reale. È stato un momento incredibile.
R – Tra l’altro nell’ultima edizione, che si è tenuta in presenza, hanno partecipato più di 1000 persone e vedere tutta quella affluenza è stato davvero emozionante.
F – Poi c’è stata la pandemia, che ci ha costretti a trasferire online non solo i nostri eventi, ma tutto quello che facciamo.
R – La pandemia ci ha messo di fronte a tanti temi, che sono stati gli stessi che abbiamo affrontato per i festeggiamenti: la creatività, il gaming, l’inclusione di tutte le persone che vivevano situazioni differenti. Il fatto di dover coinvolgere i nostri ragazzi da lontano, cercando di mantenere quei valori che sono nel DNA della nostra società, non è stato semplice: c’era chi era a casa da solo, chi con la famiglia, chi aveva dei figli piccoli da guardare. Trovare delle soluzioni per portare avanti la società in quei momenti è stata sicuramente una delle sfide più difficili che abbiamo dovuto affrontare.
F – È proprio così, è una sfida che ci ha messo tutti alla prova, nessuno escluso. Credo che lo sforzo che abbiamo fatto tutti insieme sia stato proprio quello di portare avanti non solo quello che facevamo prima, ma anche tutti i valori e le cose in cui crediamo e continuiamo a credere: l’inclusione delle persone mettendole al centro. Le persone per Synesthesia sono state, sono tuttora e saranno sempre il motore dell’azienda. L’azienda è nata attorno alle persone e si basa su di loro. Non è retorica, è la realtà.
Tutto ciò che facciamo dipende esclusivamente dalle competenze, dalla passione e dalla volontà di creare il posto di lavoro dove volevamo lavorare noi in primis.
Synesthesia nasce con quell’idea lì, cioè creare una società dove le persone con cui lavoriamo avrebbero voluto continuare a essere anche nel futuro.
R – Durante questo periodo c’è stata tanta creatività, perché in pochissimo tempo abbiamo trasformato droidcon in un evento completamente digitale. Grazie a questa soluzione anche Swift Heroes è andato molto bene, arrivando a oltre 1500 contatti provenienti da tutto il mondo.
Sono queste le cose che ti spingono a credere che se credi fermamente in quello che fai, prima o poi, puoi raggiungere grandi risultati.
Ma adesso che ci troviamo qui, in questa veste di intervistatore e intervistato, vorrei partire da cosa significa “Synesthesia”. È un nome assolutamente evocativo che richiama i valori e la visione che tu hai avuto 10 anni fa e che noi stiamo portando avanti insieme, guardando al futuro. Perché hai scelto Synesthesia?
F – È un nome che mi frullava nella testa da tanto tempo. Quando c’è stato da scegliere il nome per la mia società ho pensato che Synesthesia fosse quello giusto. È un termine di origine greca composto da due parole che significano “sentire” e “insieme”. “Sentire” nel senso dei 5 sensi, della percezione. Aveva sicuramente un richiamo alla multimedialità, quindi rimanda a tutto quello che facciamo a livello pratico nella tecnologia e nel digitale. Però aveva anche un importante richiamo allo “stare insieme”, al vivere delle esperienze insieme. Questa parte è l’altra componente fondamentale dell’idea di Synesthesia, cioè quella di non voler essere un’azienda tradizionale, ma un’azienda che sperimenta, che osa per andare fuori dagli schemi con tutte quelle intuizioni come droidcon, Swift Heroes, GirlsTech e il mondo dell’Academy.
Le attività che svolgiamo con tutte le startup, sono tutte emanazioni dell’idea di imprenditoria un po’ diversa e innovativa. Fin dalla sua nascita Synesthesia ha avuto la fortuna di incontrare persone che hanno capito questa filosofia. Sono sicuro che non avremmo potuto fare tutto questo se non avessimo condiviso insieme questo progetto un po’ folle.
R – Io ho faticato un po’ all’inizio perché è un mix tra la concretezza che deve avere un’azienda e il sogno di gestire la società attraverso un percorso non convenzionale, legato molto ai valori in cui credi. Quindi festeggiare questo traguardo con un percorso fatto di contenuti importanti condivisi con personalità di grandissimo rilievo, è stato veramente emozionante per entrambi.
L’incontro con queste persone ha come filo conduttore l’approccio che noi abbiamo avuto nello sviluppare Synesthesia in questi anni. Quindi pensiamo al futuro in maniera non convenzionale, rischiando anche di fallire, ma investendo sulle idee concretamente.
Per noi si tratta anche di un tentativo di restituzione. Abbiamo pensato questo progetto con l’idea di restituire qualcosa che abbiamo ricevuto in questi anni dal nostro territorio, ma non solo.
F – Sì, Synesthesia nasce a Torino, una città un po’ strana in cui tante cose nascono, hanno successo, poi si perdono e finiscono in altri luoghi. Invece quello che noi vogliamo fare è proprio investire tanto per restituire tutto ciò che questa città ci ha sempre offerto: droidcon, per esempio, l’abbiamo voluto fortemente qui, anche se forse sarebbe stato più facile farlo a Milano.
Lo stesso vale anche per tutti gli altri eventi principali che organizziamo e che vogliamo portare sul territorio. Io sono convinto che Torino abbia un’enorme potenzialità in termini di innovazione e crescita economica, legata al mondo del digitale. È in questa città che sono nate e stanno nascendo tante aziende e numerose iniziative, che sono poi andate in giro per il mondo. Pensiamo anche all’MPEG adesso MPAI, il consorzio che lavora con l’intelligenza artificiale per la definizione di nuovi standard, nato a Torino da Leonardo Chiariglione, il padre dell’MP3, di cui noi facciamo parte, sin dall’inizio.
Tante iniziative stanno nascendo in questa città, come l’Istituto Italiano di intelligenza artificiale. Poi ci sono le OGR, che sono diventate sempre più il centro nevralgico di incontro, dove anche noi abbiamo voluto essere presenti. Il nostro modello di imprenditoria si ispira molto alla storia di Olivetti. Quella era una visione molto innovativa. Oggi, se si fa imprenditoria, secondo me, non si può prescindere da quel tipo di approccio e dalla responsabilità sociale, dall’attenzione alla cultura e all’inclusione: tutti temi che fanno parte delle 10 parole chiave che abbiamo affrontato.
R – Quando sono arrivato in Synesthesia il mio ruolo era quello di sviluppatore, come il tuo. In fin dei conti noi nasciamo come sviluppatori e non lo rinneghiamo. Quando sono arrivato in quest’azienda inizialmente pensavo di trovarmi in una realtà puramente tecnica. Con il passare del tempo, però, ho capito che Synesthesia non si limitava a quello ed è iniziata così la grande trasformazione: la digital transformation è avvenuta anche e soprattutto su noi stessi. Quindi ci siamo evoluti rispetto al nostro setup di base, che è fatto di mobile, web, e-commerce.
Siamo riusciti a trasformarci in qualcosa di differente, molto più orientato verso il futuro e abbiamo cominciato ad affrontare temi diversi di cui abbiamo parlato con i nostri ospiti: intelligenza artificiale, gaming, disruptive technology e ovviamente mobile, perché Synesthesia ha davvero anticipato i tempi rispetto allo sviluppo tecnologico, soprattutto in Italia. Toccare questi temi per i nostri festeggiamenti era doveroso anche per ricordare le nostre radici e raccontare la nostra visione di futuro.
F – Sì, radici che sono tuttora molto solide perché Synesthesia si basa ancora fortemente sull’elemento tecnologico (mobile, web, sviluppo frontend, e-commerce). Quello che abbiamo fatto è stato guardare un po’ oltre ed evitare che la tecnologia e la componente digitale venisse vista solo come una “commodity”, un qualcosa di rimpiazzabile.
Volevamo dare un valore aggiunto reale e abbiamo cominciato a costruire tutta una serie di competenze anche di marketing digitale, consulenza strategica, design e progettazione del prodotto, del servizio digitale e dell’esperienza dell’utente. Per questo noi oggi ci definiamo una digital experience company, cioè una società che si occupa di esperienza digitale che si occupa di tutto quello che riguarda il mondo digitale. Dalla progettazione al design, fino ad arrivare alla comunicazione: trasformazione digitale a 360 gradi.
R – Uno degli argomenti che è stato un po’ il filo conduttore di tante interviste è stata la contaminazione.
In fondo quello che abbiamo fatto è stato farci contaminare da quelli che sono argomenti e temi non tecnici. Quindi abbiamo visto come l’inclusione, la sostenibilità, la cultura in generale e la creatività facciano parte della nostra contaminazione, che ci ha permesso di crescere e di far crescere le persone intorno a noi in maniera sinergica.
Diverse persone nelle interviste hanno parlato di come la contaminazione sia un argomento estremamente importante nella crescita di un’azienda, ma anche delle persone. Quindi oggi, tutti gli argomenti che riguardano l’inclusione, il gender gap, sia in ambito tecnologico sia in ambito sociale e culturale, devono essere affrontati pensando a quali possano essere le ricadute positive, in un qualsiasi contesto della vita. E questo è uno dei motivi per cui amo sempre di più lavorare in questo ambiente.
F – Sì la contaminazione è alla base della creatività. Quando Brachetti diceva “di fatto anche i più grandi creativi re-mixano in qualche modo quelle che sono le esperienze che hanno avuto l’altro ieri o 10 anni fa, che messe tutte insieme hanno permesso di crescere quel giardino interiore della creatività e hanno permesso di creare qualche cosa di nuovo”.
Questo è fondamentale ed è uno dei fili conduttori della nostra azienda. Invece, per quanto riguarda il tema della Corporate Social Responsibility (CSR), se ne parla tanto ed è sempre più mainstream. Adesso diventerà quasi indispensabile avere un profilo di quel genere, legato quindi alla componente sociale e a quella culturale. Anche in questo, secondo me, siamo stati dei precursori, perché abbiamo sempre voluto fare questa cosa prima che fosse così codificata. Adesso vogliamo diventare anche società benefit e probabilmente, entro fine anno, riusciremo a farlo. Poi, vorremmo intraprendere un percorso di certificazione B Corp. Si tratta di un percorso naturale per noi, che ci caratterizza e fa parte del nostro DNA da sempre.
R – Un altro elemento che ho trovato interessante, e che si interseca con la modalità e gli argomenti discussi per i festeggiamenti, è il nostro rapporto con le startup, cioè
cercare tutte quelle disruptive technologies, quei prodotti e le persone molto interessanti, ovviamente partendo sempre dal nostro territorio.
Quindi noi abbiamo fatto un percorso insieme a tante startup a cui ci siamo approcciati con ruoli molto differenti, però anche questo fa parte del guardare al futuro in maniera aperta.
Nelle giovani startup (come nel recente caso di Wibo) vediamo quella freschezza, quella grande quantità di idee e quell’entusiasmo che ci spingono a sceglierle come partner. Noi cerchiamo di sostenere sempre queste iniziative mettendo a disposizione la nostra esperienza preziosa. Siamo molto orgogliosi dei nostri progetti con queste nuove realtà.
F – Come GirlsTech per esempio.
R – Sì, GirlsTech è stata un’esperienza particolare. Abbiamo presentato un’idea differente rispetto a quello che è un approccio molto “antico” al mondo del lavoro STEM, cioè che la donna non sia portata o non sia in grado di fare dei lavori legati a questo mondo. Oggi le donne che hanno successo nel nostro campo sono tantissime. Però in Italia non è semplice riuscire ad affrontare questo argomento. C’è ancora tanto da fare.
Il fatto che all’interno di grosse compagnie ci siano tante donne di successo, dimostra ai giovani che una donna non solo può essere parte del meccanismo, ma può diventarne la protagonista. Questo è ciò che cerchiamo di trasmettere attraverso i corsi di FuturMakers e GirlsTech.
F – È fondamentale che esistano questi modelli, perché i role model maschili nell’ambito della tecnologia e dell’innovazione sono numerosi: Elon Musk, Steve Jobs sono solo alcune delle tante altre persone carismatiche come loro. È importante andare a cercare dei role model femminili perché ispirano e sappiamo bene che uno dei motori più potenti è l’ispirazione che traina e può fare la differenza.
GirlsTech nasce tra l’altro da FuturMakers, che è un altro progetto di quelli un po’ folli e ambiziosi che abbiamo voluto creare: una scuola di coding, robotica e STEM in generale per bambini e ragazzi in età scolare. Un progetto nato in sordina dal quale si sono in seguito sviluppati tutti gli altri corsi in presenza e online. Noi crediamo che la formazione tecnologica sia molto importante per i ragazzi e per il loro futuro.
In questo momento abbiamo tanto bisogno di talenti e tutte le aziende che lavorano nel nostro mercato sanno benissimo che è difficile trovare risorse in questo settore. Per la nostra crescita, quindi, le collaborazioni che portiamo avanti in questo ambito con ITS, con l’Università di Torino e con il Politecnico di Torino, sono un elemento fondamentale.
Nel futuro dobbiamo abituarci a una formazione costante e permanente.
In questo senso la nostra Academy va in questa direzione, va a supportare i professionisti. Sappiamo bene che i bambini oggi non sanno che lavoro faranno da grandi probabilmente perché il lavoro che faranno oggi non esiste. Lo stesso vale anche per gli adulti. Nel futuro, probabilmente, ci dovremo reinventare, quindi formarci anche in età adulta e continuare a imparare è fondamentale.
R – È arrivato il momento fatidico. Ora tocca a noi farci questa domanda che abbiamo fatto a tutti. La domanda è questa caro Francesco, come immagini il futuro tra 10 anni?
F – Mi hai battuto sul tempo, così non posso farla a te! Difficilissimo rispondere oggi. Stiamo vivendo dal punto di vista della tecnologia una crescita esponenziale, quella che viene chiamata la singolarità tecnologica da alcuni analisti. Questa accelerazione fa sì che dal punto di vista della tecnologia sia quasi impossibile fare delle previsioni a lungo termine. Si possono fare, però, delle ipotesi. Possiamo provare a pensare a quelli che saranno alcuni trend (non solo del digitale).
Possiamo parlare della medicina, della bioingegneria, dell’esplorazione spaziale. Ultimamente stanno accadendo cose che neanche immaginavamo quando eravamo ragazzi. Le accelerazioni tecnologiche hanno un grande impatto sulla società ed è ancora più imprevedibile questo tipo di impatto perché la società e gli esseri umani non crescono a velocità esponenziali, ma in modo lineare. Questo fa sì che nella maggior parte dei casi ci si trovi impreparati.
La società non è ancora pronta a tutto quello a cui stiamo assistendo da un punto di vista tecnologico e scientifico. Le innovazioni si stanno sviluppando a una velocità assurda. Questo porta a una serie di interrogativi e sfide che dobbiamo affrontare nel prossimo futuro. Tanti sono i cambiamenti e le necessità. Dobbiamo studiare e informarci per cercare di essere parte attiva di questi cambiamenti e non subirli. Questo, a mio avviso, è l’unico modo probabilmente per arrivare a un futuro migliore.
È una visione ottimistica, non voglio essere pessimista, nel senso che tante cose stanno migliorando anche se ci sono molte incertezze nei periodi di cambiamento.
La pandemia poi è stata veramente un acceleratore di tante cose, sia tecnologiche, sia culturali, ma anche di tanti problemi che sono diventati ancora più forti, come i problemi sociali e geopolitici. Quindi saranno delle sfide davvero interessanti da affrontare nel futuro.
R – Concordo con la tua visione, l’unica cosa che spero davvero è
che tutti questi cambiamenti siano in qualche modo disruptive rispetto a quelli che sono le relazioni umane.
Ultimamente lo sviluppo della tecnologia ha dato anche un impulso a un allontanamento dal punto di vista sociale. La tecnologia, che noi diciamo essere sinestetica, invece dovrebbe essere inclusiva e in grado di consentire alle persone di stare insieme.
Quindi io spero che nei prossimi 10 anni la tecnologia impari e lavori sempre di più per unire di nuovo le persone. Alcune innovazioni tecnologiche che abbiamo visto hanno permesso di velocizzare processi, di fare la spesa online, di organizzare i viaggi, facendo tutta una serie di cose cambiando il panorama del mondo come quello lavorativo, creando nuove professioni e nuove opportunità.
In qualche modo ha lasciato indietro delle persone, quindi ha creato del bene, ma anche delle difficoltà. Però questo deve arrivare a un processo di maturazione e spero che le persone e la socialità, che abbiamo visto essere così importante, abbiano un ruolo decisivo nelle scelte che si faranno a livello tecnologico perché senza il rapporto umano si perde completamente il valore anche di quello che facciamo noi.
Altro tema importante è quello ecologico e della sostenibilità. I giovani sono molto attenti a questo tema, molto più di quanto lo siamo stati noi, che arriviamo dal consumismo sfrenato. Quindi spero che questi argomenti siano affrontati anche attraverso la tecnologia. Speriamo di farne parte anche noi tra 10 anni con Synesthesia!
F – Prima di chiudere questa intervista vorrei dire che tutti i proventi raccolti del libro che state leggendo saranno devoluti all’Ospedale infantile Regina Margherita e ai profughi afgani richiedenti asilo in Italia. Quindi, come è nel nostro stile e modo di essere, abbiamo pensato di restituire questo grande regalo che ci hanno fatto tutte le persone che hanno contribuito a questo progetto concretizzandolo per scopi benefici.
Con questo si conclude il nostro percorso di interviste e questo nostro lungo festeggiamento dei 10 anni. Ringraziamo ancora una volta tutti quelli che l’hanno reso possibile, tutte le persone che si sono prestate a svolgere le interviste, tutte quelle che hanno lavorato al progetto.
Infine, un grande grazie per i 10 anni di Synesthesia va anche a tutte le persone che fanno parte di questa grande famiglia e che hanno portato un pezzo di Synesthesia nel mondo, come qualcuno dei ragazzi che ha preso strade differenti e ci hanno detto:
“ovunque andrò porterò la testimonianza di quello che ho imparato e visto qui”.
Un onore che ci ripaga di tanti sforzi e sacrifici fatti per arrivare a oggi e ai festeggiamenti per questo bel traguardo raggiunto insieme. Quindi grazie, grazie a tutte e a tutti.
Ci vediamo nel futuro, tra 10 anni o anche prima.
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Francesco e Riccardo? Nessun problema, c’è la versione podcast sul canale Synesthesia Talks!
Ascolta “Synesthesia / Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi [Dicembre 2021]” su Spreaker.Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
[Guarda versione completa dell’intervista – 21 min]
Arturo, trasformista, attore, illusionista e regista teatrale. Come nasce questa passione? Qual è il termine che senti più tuo?
“Mi piacerebbe essere immaginato come un “fantasticattore”, cioè un attore della fantasia. Diciamo che io ho cominciato come illusionista. A 11 anni i miei genitori mi hanno messo in seminario. Fortunatamente a 14 anni ho conosciuto un prete che faceva giochi di prestigio e lì è cominciato tutto. Sono uscito dalla mia timidezza grazie a questi spettacoli. Poi mi travestivo perché avevo paura del palcoscenico. Ho cominciato a giocare con i costumi: prima tre, poi sei e così via. Adesso ne ho 450. Quindi sono diventato trasformista e regista molto più tardi, quando negli anni ’90 hanno cominciato a chiedermi di realizzare le cose che facevo per i miei spettacoli anche per gli altri. Tipo Aldo, Giovanni e Giacomo…”
Hai avuto il grande merito di aver riportato in auge, in Italia e in parte d’Europa, l’arte teatrale del trasformismo. Qual è stata la difficoltà maggiore incontrata nel tuo percorso professionale? L’arte del trasformismo cosa rappresenta secondo te dal punto di vista dell’arte e dei valori della società?
“Innanzitutto è un arte italiana perché era una delle gag utilizzate nella commedia dell’arte del ‘500 e ‘600. E poi per me è stata una rivincita sociale: travestirsi e fare giochi di prestigio per dimostrare agli altri che non ero una mezza cartuccia. In collegio mi bullizzavano, mi mettevano nel bidone dell’immondizia, mi prendevano in giro… Per loro ero il più piccolo, il più magro, il più sfigato… Poi a un certo punto grazie a quest’arte è cambiato tutto.
Il trasformismo è una componente della mia vita comune. Io mi rendo conto che in fondo siamo un po’ tutti vittima del trasformismo. Ci vestiamo a seconda dell’occasione. L’abito fa il monaco e dà l’autorità a una certa azione. Spesso noi mettiamo l’abito e recitiamo una parte ”.
Quindi anche nella vita sei trasformista?
“A volte esco di casa vestito da prete e vado in giro per il mio quartiere. Quando c’è stata l’esposizione della Sindone lo facevo ogni tre giorni. Mettevo una parrucchina bellissima cinematografica che ho preso in prestito a Jean-Paul Belmondo.
Ricordo che quando sono arrivato al Teatro Marigny di Parigi, nel 2000, prima di me c’era lui che faceva l’Otello. Quindi entro in camerino metto in ordine tutte le mie cose e apro un cassetto pieno di parrucche. Allora chiedo alla sarta del teatro di chi fossero. Lei mi rispose: “C’est Jean-Paul che qui l’a oublié”. Tra queste parrucche ce n’era una un po’ cinematografica, un po’ riccia… Si trattava di una parrucca da 3.000 euro. La sarta mi disse di non sapere nulla e che sarebbero venute a riprendersele. Io ho semplicemente cambiato la parrucca di cassetto. Dopo esser stata lì per ben due mesi, non è più venuto nessuno. A quel punto la sarta mi disse: “je n’ai rien vu, je n’ai rien vu” (non ho visto niente, non ho visto niente), allora je n’ai rien vu ciapa su. Ecco”.
Arturo, Synesthesia si occupa di digitale e di tecnologia. Nella tua vita e nel tuo lavoro, la tecnologia che ruolo ha?
“Io sono vittima dei gadget tecnologici da sempre. Nei miei spettacoli abbiamo il video mapping. Tutto il mio ultimo spettacolo è in videomapping, però il protagonista dello spettacolo devo essere io, cioè un essere umano. Il video mapping è una cosa in più. La fregatura di queste fantastiche Ferrari tecnologiche è che quando tu le hai vuoi andare sempre ai 250. La tecnologia va usata con parsimonia, non deve sovrastare l’’arte, se no diventi come in quel film di fantascienza in cui la testa è praticamente immersa in un monitor e tutto intorno è “Černobyl”. A volte sento dire: “facciamo le cose in Internet; il futuro del teatro è in Internet”. Ma per me è come far l’amore. È qualcosa che devi vivere lì”.
Per Synesthesia le persone rappresentano il cuore pulsante dell’azienda, con i loro valori, le loro caratteristiche e in totale clima di inclusione. Quanto conta per te l’empatia, il legame emozionale, che si crea con il pubblico durante i tuoi spettacoli? Per te quanto è finzione?
“L’empatia è necessaria a tutti i livelli. Non solo in teatro o nei mestieri dove uno lavora con il pubblico. L’empatia è alla base della nostra società. E poi è scientificamente dimostrato che noi attiviamo questi neuroni specchio fin dalla prima età grazie ai quali impariamo la compassione, la generosità, dai nostri genitori. Loro ce la trasmettono con le mani, con gli occhi, con il fisico e non attraverso uno schermo.
L’empatia poi smuove le montagne perché tu sei disposto ad ascoltare un individuo che la pensa all’opposto di te solo perché è simpatico, ti è simpatico.
Io penso che ognuno di noi viaggi a una certa velocità. È come se ognuno di noi avesse un proprio voltaggio. Tu hai 220, uno ha 12 volt, l’altro ha 380 ecc ecc. Se io voglio parlare con te è inutile che ti parli a 380 e tu rimani indietro. Devi trovare e capire il tuo voltaggio. Questo è un meccanismo empatico. Con il teatro tutto questo è addirittura esagerato perché il meccanismo empatico è portato su molte più persone che hai davanti. Però è uguale. Per me mille persone o una è uguale. Io so, per esempio, che ho un’ora e mezzo di spettacolo per affascinare queste persone con le mie magie e i racconti. So che ho tutti gli assi nella manica. Quindi per me conquistare un pubblico vasto oppure due persone ad una cena o ancora una sola che ti vuoi rimorchiare è uguale. Anzi, è più difficile una da sola. Molti lo fanno inconsciamente perché c’è gente dotata di natura. Per loro la vita è più facile”.
Siamo quindi noi a porci dei limiti?
“Sicuramente. Perché magari “sogniamo corto”.
Bisogna provare a immaginare di più perché se arrivi a metà è già tantissimo. L’empatia è un meccanismo di comunione, che poi è la base del teatro.
Si tratta di qualcosa che facciamo da 250 mila anni. Da quando c’è un vecchio davanti a un fuoco che racconta la storia degli antenati”.
Arturo, torniamo a parlare di trasformazione. Nel mondo della tecnologia si parla di trasformazione digitale. Che cosa significa per te “trasformare”? Trasformare vuol anche dire includere?
“L’evoluzione del mondo, che è durata 3.000 milioni di anni è una storia che racconta la trasformazione di una cellula che si è trasformata fino a diventare un essere umano. L’uomo rappresenta gli ultimi 250 mila anni, cioè proprio un rutto. E anche noi durante questi 250 mila anni ci siamo trasformati. Ma anche negli ultimi 30 anni ci continuiamo a trasformare. E quindi è così, non puoi farci niente. Questa è la legge, è il quotidiano, è la natura. Trasformazione vuol dire accettare che per andare avanti bisogna trasformarsi. È anche mettere in gioco i propri credi, le proprie convinzioni. Per esempio, 50 anni fa non pensavamo al pianeta, alla salute del pianeta. Adesso ci pensiamo quotidianamente.
Noi ci trasformiamo comunque per sopravvivere. Accettare e prevenire la trasformazione è la cosa ideale. Io guardo sempre al futuro. Per me il più bel giorno è domani perché lo posso immaginare e idealizzare”.
Parlando di futuro. Come vedi il mondo nei prossimi 10 anni? Quali saranno i valori che guideranno, secondo te, la società e le relazioni tra gli esseri umani? Saremo più vicini?
“Se guardo a quello che ci fanno vedere nelle piattaforme streaming sono un po’ preoccupato. Ti ricordi quell’episodio di Black Mirror dove tutti siamo misurati con i like? Forse lo facciamo per scaramanzia a creare queste serie. Secondo me il futuro viaggerà a diverse velocità: da un lato la tecnologia avanzerà in modo esponenziale, dall’altro continueremo ad apprezzare quelle cose fatte a mano come venivano realizzate dagli artigiani con gli scalpelli. Per vedere il futuro basta andare in Cina adesso, dove succedono delle cose tecnologiche impensabili per noi. Quindi, da un lato la Cina è fantascienza, dall’altro lato però magari certe cose manuali non le sanno risolvere come facciamo noi Italiani. Noi Italiani siamo specializzati a risolvere i problemi, nel mettere a posto le cose. Mi sono accorto di questa cosa quando facevo le tournée internazionali con i miei tecnici italiani che riuscivano sempre a trovare le giuste soluzioni ai problemi come se fosse qualcosa di normale. L’Italiano sta sempre a galla perché è abituato a essere sempre alla deriva. Siamo sempre abituati a trovare il salvagente. Penso che anche con l’avvento della tecnologia super all’avanguardia noi resteremo sempre un popolo di artisti perché ce lo abbiamo nel DNA. Un po’ ce l’abbiamo perché noi la nostra cultura lo assorbiamo fin da piccoli. Io mi sono trovato a fare delle tournée negli Stati Uniti, in città come Boston, Denver, Oklahoma, Detroit. In quei posti c’erano solamente centri commerciali e distributori di benzina. I centri erano deserti. Dopo 8 mesi mi sentivo alienato. Mancava la mia cultura, che non è solo leggere libri o andare per musei, ma è tutto ciò che ci circonda. Un bambino di 8 anni in Italia gioca a pallone davanti a una chiesa del ‘600. Lui non lo sa che è una chiesa del ‘600, ma questo ‘600 gli entra negli occhi, in testa, nel sangue. Il gusto, il senso della proporzione e della bellezza gli entrano per forza nel carattere. Questo, per fortuna è difficile da rubare”.
Qual è l’Arturo che porterai nel futuro?
“Io ho previsto che il mio fisico può tenere così ancora per 10 anni. Per un po’ cercherò di fare gli spettacoli dove c’è da faticare fisicamente al massimo. Poi ho incominciato già adesso a usare la parola: ho cominciato a programmare dei podcast, cose di storytelling o show telling. Voglio raccontare e immaginare cose per altri”.
Mi parlavi poi di altri progetti per aziende. Giusto?
“Sì, adesso realizziamo una formula che si chiama Transform – action in cui parliamo della trasformazione, della metamorfosi e di altri aspetti. Molte aziende hanno la necessità di trasformarsi, devono rinnovarsi. E chi sono quelli che remano maggiormente contro? Quelli della mia età”.
Chi non si trasforma si estingue. Per le aziende la trasformazione è fondamentale. Continuamente c’è la necessità di evolversi. Lo sappiamo bene. Arturo, un’ultima domanda. Se dovessi dire a un bambino cos’è la creatività, cosa gli racconteresti?
“La creatività è un giardino. C’è un posto nel tuo cervello dove tu ci metti tanti semini, che sono dei libri che leggi, delle informazioni, degli spettacoli che vedi, dei film che vedi.
Poi dopo, in questo giardino le piante crescono. Tu le lasci lì e dopo tanti anni ti ritrovi un giardino pieno di frutti. Sei diventato ricco di qualcosa perché hai piantato i semi 10, 20 anni prima. Io mi accorgo che la mia creatività funziona così. È come un software che digerisce per anni informazioni, per cui lo nutri continuamente e dopo 10 anni ho un’idea che sembra originale, ma è il frutto di un semino piantato precedentemente. D’altronde anche Steve Jobs diceva che in fondo la creatività non esiste. Se tu parli con gente creativa ti diranno: “no, ma io in fondo ho solamente visto quelle cose lì e le ho messe insieme. L’abilità sta nel mettere insieme cose preesistenti”.
Anche questo è trasformazione?
“Certo, perché crei una cosa che è nuova perché con gli stessi ingredienti fai una cosa nuova e poi nel futuro qualcun altro farà con i tuoi ingredienti qualcosa di nuovo.
Grazie!
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[Guarda versione completa dell’intervista – 30 min]
Musicista, autore, produttore, sperimentatore. Chi è Max Casacci?
Nelle varie sfaccettature che mi hanno portato dentro la musica come tecnico del suono, chitarrista, compositore, produttore, paroliere ho sempre cercato di rispondere a un’idea artistica che viene da un’altra epoca. Senza nessun intento nostalgico, ma sono molto affezionato all’idea dell’artista manager, che sa barcamenarsi tra uno sponsor e l’altro. Ecco, io rimango attaccato al “non tradir la mia giovinezza” per dirla con le parole di una canzone di Fossati. In tutte le varie applicazioni che compongono il mio essere musicista, a tutto campo, cerco di mantenere quell’immagine lì, quella di un artista che si interroga sulla relazione con il proprio tempo e che cerca un significato in tutto quello che fa.
Nel 2015 vieni invitato come relatore a una TEDx Conference, sul tema “strade rivoluzionarie”. Bel concetto. Cos’è rivoluzionario per te?
Esistono alcuni fattori, come il talento, che sono molto più diffusi di quanto si immagini. In certi momenti e in certi luoghi questi doni diventano un fattore collettivo che ha lascia il segno. Questo fenomeno è riferibile a ogni contesto culturale. La creatività in genere è legata al fatto che varie discipline entrano in contatto tra di loro amplificando le potenzialità espressive di ciascuna. Se mettiamo una lente di ingrandimento a certe fasi storiche e in certi luoghi precisi, scopriamo che esiste una costellazione di luoghi che favoriscono questo incrocio moltiplicando le potenzialità espressive e il talento dei vari protagonisti.
Questo è uno dei motivi per cui sono molto affezionato alla stagione che questa città (Torino) ha vissuto sulle rive del fiume con i Murazzi. Quel luogo riusciva davvero a “fertilizzare” il talento. Alcune infiorescenze riuscivano a svilupparsi in modo molto più evidente. Quello era il luogo in cui Torino imparava a conoscere se stessa, un luogo in cui ci si incontrava. Lì è nata una scena musicale che si è incrociata con scrittori e artisti visivi, con i narratori degli anni settanta, che nella loro verbosità portavano una serie di preziose testimonianze e racconti. C’era una Torino collinare che si mescolava con i disoccupati. Il tutto era armonizzato in un contesto incredibile. Non è un caso che in un luogo come quello sono nate esperienze artistiche che continuano a vivere ancora oggi.

Nel caso di Revolutionary Road, titolo del TEDx di Lecce, io analizzavo quella bowery, quella “terra di nessuno”, sostenendo che alla fine ciò che oggi risulta essere più rivoluzionario risponde in realtà alle necessità umane. Abbiamo attraversato una fase storica nella quale il mezzo era diventato una finalità. Passare con una canzone in una radio non era solo uno strumento per arrivare al fruitore, ma era diventato il fine. Il numero di passaggi radiofonici era praticamente l’obiettivo a dispetto del fatto che la tua musica finisse per snaturarsi. Quindi interrogarsi sull’esigenza che ti spinge a fare musica era diventata una cosa sconosciuta. Questo vale anche in contesti e ambiti più grandi in realtà.
Papa Francesco è senza dubbio una delle figure più rivoluzionarie di questi tempi, per esempio, ha preso la dottrina cristiana e l’ha applicata in una forma lineare risultando un uomo straordinario. Questo spiega cosa vuol dire quando affermo che oggi essere rivoluzionari vuol dire semplicemente capire cosa significa essere umani.
Come vedi la situazione oggi in Italia rispetto alla creatività?
Oggi esiste sempre una vivacità che si auto alimenta sotterraneamente e che poi lancia la sfida al contesto attuale, alle ostruzioni e in alcuni casi riesce anche a vincerla questa sfida. Che piacciano o meno alcuni protagonisti, bisogna ammettere che c’è una rivoluzione generazionale della musica in atto, fatta da musicisti che hanno cominciato a scrivere canzoni, a orientare i codici della propria estetica in una certa direzione. Solo alcuni di questi arrivano dal contenitore dei talent. I più significativi sono cresciuti sotterraneamente, si sono creati i propri codici e hanno imparato a fare musica, e oggi incarnano i punti di riferimento di intere generazioni.
Dal mio punto di vista, alcuni di questi artisti hanno il talento per superare anche la stagionalità di certe forme estetiche, altri forse sono più imprenditori e un po’ meno capaci di affrontare il lungo periodo. Tutto questo, però, non lo vedo supportato da un contesto culturale che in qualche modo invogli e che sia in grado di dare nuovi strumenti di crescita. In Italia la musica passa sempre attraverso tanti canali che sembrano poi lo stesso canale. La musica è vista come un sottofondo, un tessuto sonoro da inserire tra uno spot e l’altro.
Non esiste un canale televisivo unicamente votato ad approfondire la musica. Esistono canali televisivi per la cucina, per la storia, per la religione, qualsiasi cosa, ma non per la musica. Si tratta di una cosa che tende un po’ a sacrificare il talento del Paese in cui viviamo, che trova sempre comunque il modo di uscire, fra troppe difficoltà. Andrebbero create le coordinate di un contesto culturale un po’ più valorizzante capaci di esaltare il talento che c’è.
Due anni fa avete festeggiato il ventennale dell’album “Microchip emozionale” e lo avete fatto con dei talenti che si sono adattati a un capolavoro della musica. Tra quegli artisti ci sono degli artisti che rispecchiano quello che ci dicevi sulla capacità di “superare la stagionalità”?
Indubbiamente sì. Il criterio con cui abbiamo scelto questi artisti innanzitutto era un criterio anagrafico. Abbiamo scelto tra quelli che oggi hanno l’età che avevamo noi al tempo di “Microchip emozionale” e poi artisti che hanno dichiarato loro stessi di essere stati ispirati da questo album. Per alcuni di loro il concerto dei Subsonica è stato l’incoraggiamento per poi decidere di fare musica nella propria vita. Non c’è niente di più gratificante di capire che quello che hai fatto ha lasciato un segno nella vita di altre persone. Quel tributo racconta anche un po’ questa storia.
Innovare quindi vuol dire anche guardarsi indietro e cercare di prendere spunto per poter fare meglio rispetto a chi ha già avuto altre esperienze e poi guardare avanti?
Innovare vuol dire lasciare un segno che sia il tuo, diverso da quello di qualcun altro. Il tuo segno è fatto di ciò che sei, delle tue scelte e delle tue ispirazioni; è fatto del bagaglio che porti sulle spalle. È importante come si vive la musica, come la si ascolta; come la si interpreta, come la si fa propria. Tutto questo determina alla fine chi sei e di conseguenza l’unicità del tuo segno.
Esci spesso dalla tua comfort zone musicale per inoltrarti nei suoni del mondo: ambienti urbani, natura, e adesso le api. Perché?

Questo è un album fatto con i suoni della natura e senza strumenti musicali. Penso che un’esperienza del genere si possa definire tale solo in presenza di uno smarrimento, quando devi attingere alle tue risorse e metterti a confronto con qualcosa che in quel momento ti appare sconosciuto. Lì si creano le condizioni base per un’esperienza. A maggior ragione questo vale nell’ambito artistico e creativo. Sono molto attratto dallo esplorazione di questo tipo di condizione di disorientamento.
La musica senza strumenti musicali nasce dall’esigenza di astrarre i suoni dalla natura e creare nell’ascoltatore un legame empatico con l’ecosistema, inteso anche nella sua fragilità. L’assenza di strumenti mi mette nella condizione di non essere colui che governa il processo creativo. Quando uno come Michelangelo Pistoletto ti chiede di mettere in musica un fiume e di fare di questo fiume una melodia, una tessitura quasi orchestrale, tu gli rispondi di sì e cominci a sudare freddo dopo e ti ritrovi con i microfoni ad aggirarti tra le sorgenti e cerchi di capire quei luoghi e cerchi di capire che storia sonora raccontare (guarda il video).
Ti ritrovi così ad ascoltare la natura come uno spettatore e non come un protagonista. Tutti questi fattori provocano una reazione che mi piace, che mi proietta in quella terra di nessuno dove cerchi di mettere insieme cose che fanno parte del tuo passato e sono un’esplorazione verso un futuro che ancora non conosci. Questo accadeva anche quando collaboravo con gli Africa Unite con quel tipo di reggae molto contaminato. Con i Subsonica in qualche modo abbiamo fatto un percorso analogo: da un lato c’era la scrittura delle canzoni, dall’altra c’era la sintesi di qualcosa che non proveniva solo dal mondo musicale, ma che ci univa e appassionava. Anche un lavoro di sintesi può essere quindi un lavoro estremamente creativo.
Cultura digitale o Digital transformation. Che suono ha?
Un suono giusto e un suono digitale. Le rivoluzioni tecnologiche in atto hanno stravolto il modo di fare musica, hanno abbattuto i costi di produzione e hanno accelerato i tempi di lavorazione, ma non necessariamente hanno fatto bene alla musica. Far interagire gli artisti a distanza ha eliminato le occasioni di suonare dal vivo insieme, in cui si provava insieme, si facevano errori insieme. Tutto questo ha semplificato molto, ma se paragoniamo la musica dell’altro secolo a quella di oggi non possiamo dire che ci siano stati enormi passi in avanti.
I passi in avanti si sono prodotti dove la tecnologia ha cominciato a suonare “nella sua specificità”, come in certi ambiti di musica elettronica dove si sono creati dei generi musicali in cui il suono digitale è stato usato in quanto tale, non come emulazione di qualcosa di precedente. Io oggi posso permettermi di mettere un’orchestra in un brano risparmiando del budget, ma non necessariamente questa scelta farà del bene alla mia musica. Pensa che sono stati fatti dei generi musicali sull’errore, sulla disfunzione, su quel linguaggio afasico che certe volte le macchine ogni tanto producono spontaneamente. È lì che ci si muove in un ambito molto diverso dal normale e significativo.
Secondo me il termine di paragone per capire quello che sto dicendo sono i Radiohead, l’ultimo grande gruppo della storia del rock, che a un certo punto (nel 2000) ha iniziato a stravolgere la sintassi musicale usando una sintassi digitale inedita e affacciandosi su una modernità nuova. Hanno cominciato cioè a utilizzare i nuovi strumenti con il loro linguaggio proprio, quello della nuova tecnologia. In questo senso spiego perché la cultura digitale suona digitale.
“Italy in a day”, la versione italiana diretta da Gabriele Salvatores ha un tuo brano (2014). Quale suono aveva quel giorno l’Italia?
L’Italia aveva un suono molto colorato. Viviamo in un luogo che ha una grande quantità di sfaccettature: dalla disperazione più totale all’amore più viscerale. Tutto questo si rifletteva in una tessitura cromatica di suono pazzesca.
Quale suono avrebbe oggi?
Se i Deproducers facessero una colonna sonora oggi sarebbe più ricca di silenzi perché stiamo vivendo un momento molto più silenzioso.
“Planetario” tessuto sonoro per la narrazione scientifica dell’astrofisico Fabio Peri è andato in orbita sulla Stazione Spaziale. Mi sveli la ricetta, cosa c’era in quell’album?

È stata ed è tutt’ora una vera esperienza. Siamo partiti in un gruppo di 4 musicisti-produttori (io, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma) e da un’idea di musica di insieme slegata dalla canzone. Volevamo recuperare una dimensione un po’ anni 70 e ci siamo chiusi in un luogo dove si poteva fare musica anche 24 ore al giorno. A un certo punto si trattava di capire dove collocare questa esperienza creativa. L’idea di unire la musica con la scienza ci è sembrata la cosa più opportuna. Da lì è partita quest’idea di sintesi.
Ci siamo esibiti davanti a teatri pieni e abbiamo realizzato un album e uno spettacolo sull’astrofisica, poi sulla botanica con Stefano Mancuso e sulla genetica con Telmo Pievani. Gli scienziati venivano messi provocatoriamente al posto dei frontman. L’idea era evidenziare come il dato scientifico avesse una valenza poetica pari o superiore alle parole del testo di una canzone. Durante lo spettacolo poi il dato veniva veicolato nelle sue forme più quotidiane per darne una fruizione diversa attraverso la musica. Veniva proposta una fruizione diversa della musica, che diventava così il vettore di qualcos’altro.
Max, siamo arrivati all’ultima domanda, forse quella più difficile: cosa succede nei prossimi dieci anni? Nella tua vita e nella società?
Partiamo dai dati. Nei prossimi dieci anni io vedo la nascita dell’Europa, perché si va in quella direzione ed è un’esigenza percepita soprattutto dalle persone più giovani. Molti ragazzi che abbiamo incontrato durante il nostro tour europeo ci hanno mostrato un’idea di Europa forte.
Credo che in questo momento rispetto alla tecnologia stiamo vivendo una fase di transizione legata al fatto che i cosiddetti “nativi digitali” sono oggi persone non ancora ammesse nei luoghi dove si prendono le decisioni. Questa cosa spero accada quanto prima, magari alla fine di questi dieci anni. E quindi dal punto di vista del rapporto culturale con questo scenario tecnologico, credo che oggi ancora non capiamo i reali benefici perché ci sono due culture che si stanno compenetrando. Tra dieci anni avremo risposte più nette in termini di benefici, quando la generazione che è nata sarà capace di dare delle risposte e di armonizzare tutte le nuove opportunità tecnologiche con le nostre radici culturali.
Grazie Max!
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