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Chet, Chief Developer Advocate per Google, com’è cambiato il tuo ruolo negli ultimi anni?

“Raduno un po’ le idee di questi quasi vent’anni di esperienza. Ho iniziato a parlare di tecnologia quando lavoravo per la precedente azienda, la Sun Microsystem. Ricordo che a un certo punto ho pensato “Hey questo è un lavoro davvero divertente: programmare con la tecnologia e poi parlare con gli sviluppatori su come funziona la tecnologia stessa”. Certamente ho visto un’evoluzione in questo settore. Non solo nell’ambito delle piattaforme su cui ho lavorato e nella tecnologia in sé, ma anche nel settore della “developer advocacy” e in generale dei software. Penso che il più grande cambiamento consista nel fatto che le sfide stanno diventando sempre più grandi e complicate. C’è molta più tecnologia in tutto, ci sono più piattaforme, ci sono più tipi di tecnologie. Quando ho iniziato il mio percorso professionale, il mobile o gli smartphone non esistevano. Si poteva forse intravedere la nascita di qualcosa, ma certamente non tutte le funzionalità che abbiamo oggi.

Una cosa, però, non è cambiata: credo fermamente che i developer advocate non siano solo persone che salgono sul palco o scrivono un articolo o parlano di questi argomenti. Questo è un plus, un piccolo dettaglio in più della professione. Il nostro vero lavoro consiste nell’essere ingegneri, nel comprendere a fondo le dinamiche di funzionamento della piattaforma che presenterai poi agli sviluppatori. Scrivi un codice, lo studi a fondo e poi esci e vai dalle persone per spiegare come funziona, cosa la piattaforma può fornire in risposta alle varie necessità.

Aggiungerei comunque che ci sono stati importanti cambiamenti nell’ultimo anno a causa di questa terribile situazione in cui ci troviamo tuttora. Per i developer advocate parte del lavoro consiste proprio nel viaggiare, incontrare gli sviluppatori di tutto il mondo a eventi come “droidcon Italy” e scoprire quali sono i temi “più caldi”, aiutando tutti a comprenderli meglio. Sono lati della professione che implicano, appunto, viaggiare, incontrare persone ed entrambi questi aspetti sono stati bloccati in modo pesante da ormai più di un anno. Tutto questo implica che siamo stati costretti a privilegiare nuovi incontri online come stiamo facendo anche adesso. È stato un cambiamento interessante: sempre più contenuti video, sempre più coinvolgimento online, conferenze online. Dall’altro lato, però, penso penso che non abbiamo ancora scoperto come raggiungere lo stesso livello di coinvolgimento che si ottiene negli eventi “di persona”. Abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”.

Sono pienamente d’accordo con te riguardo la situazione globale, ci sono stati molti cambiamenti nel settore della tecnologia. A parte il lavoro da remoto, in quale misura, secondo te, tutti questi cambiamenti hanno influito sul ruolo di uno sviluppatore?

“Le cose stanno diventando più diversificate, non necessariamente più complesse, ma ci sono più opportunità, più tecnologie, più strumenti da usare, più linguaggi, più approcci, più piattaforme sulle quali programmare. Per alcuni aspetti sta a noi comprendere molte di queste nuove possibilità per poter prendere decisioni su quale sia la cosa migliore da fare. Se torniamo indietro a venti o trenta anni fa, a quel tempo potevi concentrarti solo su una materia, studiarla a fondo, diventarne un esperto. Ecco io credo che questo oggi non rappresenti più un reale vantaggio perché quella cosa che hai studiato può cambiare come ogni aspetto della tecnologia che muta in modo incredibilmente veloce.

Tutto questo può spaventare un po’, ma francamente lo vedo come un vantaggio, dal momento che agli ingegneri piace giocare con le novità. Il fatto che ci siano sempre giochi nuovi nel settore ingegneristico è molto divertente. 

Occorre avere il giusto approccio mentale per dire “io ho davvero bisogno di uscire e imparare come funzionano queste novità”, “di giocarci” un po’ e capire come possono essere integrate con il lavoro di sviluppatore”. 

Come ci hai ricordato il mercato si è evoluto, diventando più ampio e complesso. Leggendo tra le righe, però, mi sembra di capire che è anche più interessante, vero? Qual è stato il tuo dispositivo o applicazione preferiti, su cui hai lavorato? Quali sono stati, secondo te, i veri highlight della tua professione? 

“Il mio dispositivo preferito è stato il “Nexus One” e ci sono un paio di ragioni per cui dico questo: la prima è che è stato il mio primo smartphone. Non ero mai stato nel mondo degli smartphone fino a quando mi sono unito al “team Android” a metà del 2010. Mi sono unito al team e ho iniziato a giocare un po’ con i vari device, ne ho avuto alcuni tra cui appunto il Nexus One: un dispositivo molto carino, che stava bene tra le mani, aveva tutte queste incredibili funzionalità ed era molto veloce per quei tempi. Poi lo schermo era enorme, una cosa che sembra ridicola rispetto ai dispositivi di adesso. Mi ricordo la gioia e l’entusiasmo per quei device. Certo adoro il mio Pixel 4 che uso tutti i giorni, è un device fantastico, ma non ha quel velo di nostalgia che i miei primi Nexus avevano.

Per quanto riguarda le app, direi che la mia preferita è Calendar. Io tendo a essere un po’ sbadato, per anni e anni ci sono state riunioni a cui avrei dovuto partecipare e che puntualmente mi perdevo. Le scrivevo sul calendario o su un pezzo di carta (quando usavamo ancora la pergamena e la piuma), ne segnavo altre sul mio pc, ma questo non implicava necessariamente che io avessi sott’occhio gli appuntamenti al momento giusto. Mi perdevo costantemente i meeting perché non ricevevo un promemoria dell’evento. Lo smartphone oggi può connettere tutte queste informazioni della nostra vita cosicché qualcuno può creare un evento per me nel suo calendario, mandarlo a un server e il server spedisce nuovamente indietro l’informazione al mio telefono che mi notifica l’impegno”.

L’esempio della tecnologia che risolve i problemi è davvero molto importante. È così che la tecnologia fa la differenza. In quest’ottica che cosa significa per te “think mobile”?

“Torno all’esempio di Calendar, ma ce ne sono molti altri, quando connettiamo servizi, informazioni e device nella nostra vita. È tutto intorno a noi e possiamo avere le informazioni necessarie ovunque ci troviamo. Tornando a qualche tempo fa, per il mio lavoro come developer advocate, viaggiare costituiva la parte principale della mia professione. Dovevo radunare tutti i dettagli utili insieme: sapere quale fosse il mio volo, quale fosse la mia corrispondenza, dove sarei atterrato, dove si trovasse l’aeroporto, l’hotel, come spostarmi da un posto a un altro, quali fossero i mezzi pubblici disponibili, dove fosse la mia destinazione, chi fossero le persone che dovevo incontrare, ecc. Mettere insieme tutto questo era davvero molto stressante. Oggi vai all’aeroporto, sali sull’aereo, sbarchi, prendi il tuo smartphone e hai tutte le informazioni di cui hai bisogno. Ci sono le informazioni sull’hotel, puoi visualizzare la mappa, capire dove ti trovi e come spostarti con i mezzi pubblici. Hai le email con le indicazioni sulla meta e le persone che devi incontrare. Puoi connetterti con chiunque per avere ulteriori informazioni. Oggi questi dati non sono più in tanti posti differenti, ma sono custoditi ovunque, “galleggiano” magicamente nel cloud e puoi scaricarli sul tuo dispositivo quando vuoi. 

La mia vita è molto meno sotto stress, sapendo che posso sempre avere tutte le informazioni che mi servono sul mio smartphone o su un qualunque dispositivo connesso alla rete”. 

Mi ricordo quando viaggiavo con una mappa stampata sulla carta, camminavo per le strade, parlavo con le persone in una lingua che non conoscevo. È così diverso dalla realtà che tu hai appena descritto. Pensi che la realtà di adesso, racchiusa nel palmo della mano sia in qualche modo migliore?

“Ci sono un paio di approcci diversi. Mi piace l’immagine idilliaca che hai descritto. Ho vissuto la stessa esperienza quando viaggiavo per il mondo, ma farei una distinzione tra un viaggio di lavoro, dove hai degli appuntamenti da rispettare ed è importante che tu sia puntuale ed efficiente e un viaggio “di piacere”, in cui è bello atterrare in un luogo, guardarti intorno e parlare con le altre persone. L’esempio che facevo prima, quindi, era riferito più all’aspetto lavorativo“.

Parlando di mobile, quali sono le più grandi opportunità del settore al momento?

“Penso di poter rispondere a questa domanda solo per quanto riguarda la mia esperienza personale e conoscenza del settore perché io ho sempre pensato al software. Ci sono, tuttavia, anche altre opportunità nell’hardware e in tutto il settore del mobile. Per me tutto riguarda il software perché penso che fornisca infinite possibilità.

Tutto è possibile con il software che programmi. Hai solo bisogno di un’idea e del tempo per scrivere il codice che possa realizzarla.

È straordinaria la quantità di cose che possiamo realizzare. Una volta che hai a disposizione gli elementi di connessione, i dati e i servizi, li colleghi insieme e così hai un enorme potenziale di crescita0. Abbiamo solo bisogno di tempo per scrivere un codice e poi possiamo fare di tutto. Quindi non vedo l’ora che ci siano innovazioni sempre più sorprendenti. Non so quali saranno. Ma saranno fantastiche“.

Un altro tema che mi interessa molto sono i comportamenti umani legati al mobile. Secondo te c’è qualcosa che dovrebbe essere cambiato o migliorato nel comportamento o nell’uso dei dispositivi?

“Mi auguro che non saremo più tutti così “incollati” agli schermi dei nostri telefoni. È un po’ spiacevole passeggiare vicino a una fila di persone quando vedi tutti fare la stessa cosa. In tempi più felici di solito prendevo il bus per andare a lavoro e c’erano con me altre trenta persone che aspettavano di salire e tutte, compreso me, fissavano il telefono. Potevi leggere le ultime notizie, dare uno sguardo a Twitter o qualsiasi altro social. Mi auguro, però, che cambieremo questo comportamento, che interagiremo di più fra noi e spenderemo più tempo “fuori” dai nostri schermi“.

Parlando ancora di questo argomento, secondo te, ci sono delle particolari opportunità o cambiamenti che debbano essere fatti a favore delle minoranze, come chi ha handicap visivi, uditivi o semplicemente è più avanti nell’età?

“Certamente. Credo che si siano fatti molti passi avanti e ce ne sono ancora molti da fare. C’è un’attenzione costante da parte dei fornitori delle piattaforme e da parte delle stesse applicazioni che sono sviluppate con l’obiettivo di fornire strumenti abilitanti per questo tipo di audience. Mia mamma, per esempio, attualmente è ipovedente, la sua vista peggiora a causa dell’età avanzata e per questi motivi lei apprezza molto le funzionalità che evidenziano le icone, su cui io ho lavorato per anni e che consentono di ingrandire ogni singola parte dello schermo. 

Prima potevi ingrandire il testo ma questo non implicava necessariamente che anche i comandi fossero più grandi o le icone sullo schermo, con cui hai bisogno di interagire. Ma adesso che puoi ingrandire l’area interattiva di ogni applicazione è molto più facile per lei utilizzare il dispositivo come facciamo tutti. Allo stesso tempo ci sono anche funzionalità che leggono i testi: puoi cliccare sulle icone e una voce le legge per te. Non siamo ancora arrivati “al traguardo” comunque. Ci sono numerosi team di persone che lavorano in questi ambiti in Google e in molte altre compagnie perché è molto importante non solo per le persone che sono là fuori oggi, ma per tutta la popolazione che costantemente invecchia”.

Abbiamo già parlato dello scenario dell’ultimo anno, della pandemia e di come essa abbia dato una forte spinta alla presenza del mobile nella quotidianità. Tutto questo ha contribuito anche a creare una forte disparità: se non avevi il giusto dispositivo non potevi lavorare o studiare da casa. Quali sono stati, dal tuo punto di vista, i cambiamenti più rilevanti nel mobile?

“Credo che questo contesto abbia, in gran parte, enfatizzato l’importanza della interconnessione e di avere a disposizione tutti i dispositivi necessari. È bello che i device negli ultimi anni siano diventati sempre più accessibili a livello di prezzo. Agli inizi gli smartphone erano prodotti riservati a un’élite che poteva permetterseli. Oggi invece ci sono questi dispositivi che sono molto più economici e comunque molto potenti nonostante ci siano ancora grandi disparità di mezzi, anche in termini di capacità di utilizzare questi device.

Non puoi fare i compiti su uno smartphone, ma hai bisogno di un PC che però molti non si possono permettere. Ci sono sistemi scolastici che non hanno tutte le infrastrutture di cui avrebbero bisogno.  All’improvviso tutti i bambini sono rimasti a casa, a seguire le lezioni scolastiche dalle proprie abitazioni e dovevano, dunque, avere tutti gli strumenti per ricevere le informazioni dalla scuola, dagli insegnanti, per seguire le lezioni, per fare i compiti e consegnarli. 

Penso che la pandemia abbia accelerato molte competenze e abbia contribuito a potenziare molte funzionalità nel mobile per aiutare le persone, ma penso anche che abbia contribuito a causare molte disparità con le persone che questi mezzi non li avevano o con le scuole che non avevano le infrastrutture per far fronte a tutto adeguatamente. 

Credo che molte persone abbiano sofferto per questo: per non essere in grado di imparare abbastanza e per non poter lavorare perché non avevano questi strumenti. Una volta usciti da questa situazione, sarà interessante vedere dove saranno i “gap” e come potremo prepararci meglio ad affrontare le circostanze avverse“. 

Ci ha aperto gli occhi questa pandemia. Una questione molto banale, ma che si collega con tutto quello di cui abbiamo parlato finora. Tutto ciò non esisterebbe senza i telefoni ricaricabili. In futuro, potrà diventare più semplice ricaricare i telefonini? 

“Spero proprio di sì. Credo che ci stiamo arrivando. Alcuni anni fa, non mi ricordo quale device fosse della linea Nexus, c’era un sistema di ricarica wireless. Il mondo non era ancora pronto per questo, per il compromesso tra la dimensione di cui hai bisogno per un device e la dimensione necessaria per una batteria grande, per lo schermo e per tutti gli accessori. I caricabatterie erano molto costosi, non c’erano molti dispositivi. E oggi i device di fascia alta o almeno i livelli medio-alti hanno questo sistema di ricarica wireless che è molto più comodo. La possibilità che ho di camminare per casa e posizionare questa ricarica ovunque è molto più facile. 

Mi ricordo i vecchi tempi con il cavo USB, lo collegavi e poi ti accorgevi che non era il verso giusto allora lo staccavi e lo collegavi di nuovo e ti rendevi conto che in realtà era di nuovo sbagliato e guardavi il dispositivo e poi il cavo. Ci volevano sempre almeno tre tentativi. E poi dovevi essere abbastanza vicino al cavo e alla presa di corrente, ricordarti di prenderlo quando viaggiavi. Almeno una volta è successo a tutti che al momento dell’atterraggio ti accorgevi che non avevi il cavo USB e andavi a comprarne un’altro. Credo che la situazione migliorerà con i caricabatterie wireless”.

La parola “compromesso” sintetizza bene molti concetti di cui abbiamo parlato. E il compromesso sembra essere la chiave quando ci sono delle novità e dobbiamo capire cosa perdiamo o sacrifichiamo. I prossimi dieci anni come saranno? Cosa accadrà?

“Per intuito penso che saremo tutti ancora seduti nelle nostre case aspettando che questa pandemia finisca perché sembra che questo ultimo anno sia già durato secoli. Mi auguro che potremo uscire da tutto questo nei prossimi mesi e tornare a un certo senso di normalità, qualsiasi cosa essa sia, ma è molto difficile prevedere il futuro della tecnologia. Se fossi vissuto a metà degli anni ‘90 probabilmente avrei fatto difficoltà a prevedere la nascita degli smartphone o fino a dove potessero arrivare, così come l’avvento dei dati mobili insieme a tutte le capacità delle CPU. Qual è il prossimo passo? Dove può andare il mobile a partire da qui?

Oggi i dispositivi connessi non sono più solo gli smartphone. Abbiamo preso la potenza dei computer desktop di dieci o quindici anni fa e l’abbiamo messa nelle tue tasche. Oggi puoi anche avere tutto questo sul polso o in una forma più grande come un tablet“.

Grazie mille Chet e arrivederci alla prossima intervista!

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Chet Haase!

Ascolta “Mobile / Chet Haase [settembre 2021]” su Spreaker.

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Le modifiche di Tik Tok

Con i suoi 689 milioni di utenti attivi, di cui 5,4 milioni solo in Italia, Tik Tok è il settimo social network più popolare al mondo. Attualmente è più utilizzato nel sud-est asiatico, ma la sua popolarità è in aumento anche in occidente. Dopo neanche 4 anni dal lancio iniziale, ha superato la quota di due miliardi di download, registrando nel primo quadrimestre del 2020 la cifra di 350 milioni di download in tutto il mondo. Ma la piattaforma dai numeri stratosferici ha di recente attuato alcune modifiche che interesseranno i suoi utenti:

“Potremmo raccogliere identificatori biometrici e informazioni biometriche, come definito dalle leggi statunitensi, come impronte facciali e impronte vocali, dai contenuti utente. Laddove richiesto dalla legge, chiederemo all’utente tutte le autorizzazioni necessarie prima di tale raccolta”.

Con questa breve nota il celebre social network cinese ha annunciato la modifica alla propria informativa sulla privacy. 

Un cambiamento non indifferente che interesserà direttamente la vita e la privacy di tutti gli utenti (per ora) di nazionalità statunitense. La raccolta di dati biometrici da parte di Tik Tok consiste nell’attività eseguita dal social di identificare oggetti e scenari, l’esistenza e la posizione all’interno di un’immagine di caratteristiche del corpo e del viso e il testo delle parole pronunciate. In realtà non è l’unico social che elabora i dati degli utenti in questo modo, ma ne esistono già altri che utilizzano la stessa strategia per ottimizzare gli annunci pubblicitari. Tik Tok, inoltre,sembrerebbe voler soltanto migliorare le proprie funzionalità, per questo la nuova privacy policy avverte che la raccolta di immagini e audio sarà utile per abilitare “effetti video speciali per la moderazione dei contenuti, per la classificazione demografica, per i contenuti e i consigli sugli annunci e per altre operazioni non di identificazione personale“.

La “questione” della privacy

L’annuncio da parte dell’app sulla raccolta dei dati biometrici, per quanto vaga, ha già suscitato numerose preoccupazioni. Tik Tok, infatti, non ha specificato lo scopo di questa raccolta, né tantomeno le modalità con cui chiederà il consenso per il trattamento dei dati. Ha soltanto svelato che inizierà con i dati degli utenti statunitensi e non è sicuramente un caso, considerando che in pochi Stati sono presenti delle leggi che tutelano la privacy biometrica. Per questo motivo, laddove non esista una legislazione specifica, molte persone potrebbero non essere avvisate sulla raccolta dei dati. Sembrerebbe però non essere questa l’intenzione di Tik Tok, che assicura di essere sempre molto attenta alla privacy del suo pubblico. La piattaforma che per tutta la durata dell’Amministrazione Trump era stata considerata come una minaccia per la sicurezza nazionale, ora sta cercando di riconquistare la fiducia degli utenti statunitensi. Per questo motivo ha più volte dichiarato di archiviare le loro informazioni in data center degli US e di Singapore, assicurando di non averli mai condivisi con il governo cinese. 

Il futuro di Tik Tok 

Tik Tok raccoglie già moltissime informazioni dal profilo dei suoi utenti, come i contenuti da loro creati, i cookie, le app e i file presenti sul loro smartphone, la posizione del dispositivo utilizzato e addirittura lo stato della batteria e i ritmi di battitura. Per cui, a cosa serviranno i dati biometrici? 

Per il momento restano i dubbi e le polemiche di molti utenti di Tik Tok. Nei prossimi mesi scopriremo se l’app avrà fatto una scelta sbagliata, spaventando e facendo “scappare” dalla piattaforma tutti quelle persone preoccupate per la loro privacy, o se gli utenti saranno riusciti a digerire questa novità mantenendo attiva la loro presenza sull’app. 

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Instagram nel corso degli anni: cambiamenti e novità 

Quando è stato lanciato per la prima volta nel 2010, Instagram era un semplice raccoglitore di foto in ordine cronologico. Con il tempo e l’aumento della popolarità del social, molte più persone hanno cominciato a iscriversi e pubblicare contenuti, rendendo sempre più complicata la gestione della piattaforma. Era diventato ormai difficile per gli utenti vedere i post dei loro amici e parenti, finendo così per tralasciare molti contenuti potenzialmente interessanti. Nel 2016 le persone si perdevano circa il 70% dei post della home, inclusa quasi la metà dei post delle persone a loro più vicine. La soluzione è arrivata poco dopo: Instagram ha sviluppato e introdotto un aggiornamento che ordinava i post in base ai loro contenuti preferiti. 

È doveroso chiarire che esiste un algoritmo e quali sono i suoi compiti. A differenza delle false credenze degli utenti, l’algoritmo non “spia” cosa fanno o vedono le persone sull’app, ma fornisce dei dati in base all’utilizzo di ciascun utente. Ogni parte dell’app – Home, Esplora, Reel e Stories – ha cominciato a utilizzare un proprio algoritmo realizzato in base alle preferenze dell’utente, classificando i contenuti da mostrargli e personalizzando le varie sezioni. Senza un algoritmo che riordini questi contenuti, il sistema di fatto non potrebbe funzionare. Utilizzando Instagram ogni utente manda quelli che la piattaforma definisce “segnali”, ovvero tutte le informazioni circa la sua attività sull’app.  

In base a cosa Instagram decide quali contenuti mostrare? 

La home e le stories sono i due “luoghi” in cui gli utenti vogliono vedere i contenuti dei loro amici, familiari e tutte le persone a loro più vicine. In queste due sezioni Instagram presenta determinati post in base all’interesse che l’utente dimostra nei confronti del contenuto stesso. Da queste due sezioni, le informazioni più rilevanti che la piattaforma riceve sono quelle sull’attività dell’utente che ha interagito con il post, la popolarità che riesce a raggiungere e le informazioni della persona che ha postato. Successivamente elabora alcune ipotesi sulle probabili interazioni che un utente potrebbe eseguire di fronte a un post. 

Le 5 interazioni a cui Instagram dà più importanza sono: il tempo che un utente spende su un post, se un utente lascia un commento o un like, se un post è salvato e se l’utente è così interessato alla persona che ha pubblicato quel contenuto da visualizzare il suo profilo Instagram. Più un utente compie quelle azioni, più vedrà quel post in alto: ecco su cosa si basa l’algoritmo di Instagram. 

L’originalità dei contenuti e la costante ricerca del “nuovo” sono concetti che Instagram considera fondamentali, motivo per il quale ultimamente ha cominciato a svantaggiare le Stories ri-postate dalla home. Come descritto, inoltre, nelle linee guida della Community, Instagram combatte la disinformazione e la divulgazione di contenuti che compromettano la sicurezza delle persone. Per questo motivo, tutti gli utenti che non rispettano le regole saranno penalizzati e noteranno una diminuzione della visibilità del loro profilo. Instagram potrebbe, infatti, arrivare a oscurare i loro post o, addirittura, sospendere l’account. 

Le sezioni esplora e reel, a differenza della home e delle stories, sono i due luoghi in cui Instagram mostra i nuovi contenuti, derivanti dagli account che l’utente non segue. Per scegliere foto e video da mostrare, Instagram si basa sui like che l’utente lascia, sui salvataggi e sulle foto che commenta, alla ricerca di contenuti di suo interesse. I reel, pensati per intrattenere le persone, permettono anche ai piccoli creatori di raggiungere una grande visibilità. 

Unico consiglio: creare contenuti di alta qualità deve essere sempre una priorità, per questo i reel con poca risoluzione, così come quelli che trattano temi politici, sono penalizzati e oscurati da Instagram. 

Un altro punto che Instagram riconosce di non aver mai definito con chiarezza è relativo allo Shadow banning. Letteralmente significa “ban ombra” ed è utilizzato per riferirsi a un’azione di moderazione che consente di nascondere un utente da una comunità online. Molto spesso, questo termine è impiegato in modo inappropriato dalle persone per descrivere alcune situazioni spiacevoli che hanno vissuto su Instagram, come per esempio il fatto di ricevere meno like o commenti. Come ha spiegato il team di Instagram, la diminuzione della visibilità di un post non dipende dalla piattaforma, ma dai follower di quell’utente e dalla loro attività, poiché solitamente i contenuti che sono visualizzati sulla home sono meno della metà. 

Le promesse di Instagram

Nell’ultimo anno gli utenti delle piattaforme social sono aumentati del 13%, con quasi mezzo miliardo di nuove persone, per un totale di 4,2 miliardi. Mentre il tempo speso sulle piattaforme continua a crescere, attestandosi a 2 ore e 25 minuti al giorno. Motivo per il quale Instagram promette a tutti i suoi affezionati, e ai nuovi arrivati, di essere continuamente al lavoro per aggiornare e risolvere i problemi esistenti sull’app. 

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