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Dal mondo del volley a quello della scrittura. Ti va di raccontarci brevemente questo percorso? Quali sono state le tappe più significative?

“Mi sarebbe piaciuto moltissimo dirti: sai, ero molto forte a giocare a pallavolo, poi mi sono fatto male e ho cominciato ad allenare. Invece io ero sano come un pesce e non avevo il talento dell’atleta quindi la mia formazione e il mio background scolastico è di tutt’altro genere. Mi sono laureato in filosofia. La fortuna mia è stata quella di allenare in contesti culturalmente molto diversi l’uno dall’altro. Oltre a tutte le città dove ho vissuto in Italia, porto i due estremi come esempio, che sono i tre anni che ho passato in Grecia e poi i sei che ho trascorso in Finlandia, prima della Nazionale italiana. È chiaro che il mestiere è lo stesso, cioè tu devi cercare di vincere le partite, ma allenare un atleta greco e uno finlandese non è la stessa cosa.

Tutto nasce da due cose fondamentali: da una curiosità infinita e dalla bellezza di una parola che negli ultimi anni è stata usata tanto, ma con un significato sempre negativo. Sto parlando della parola “contaminazione”. Dovremmo riappropriarci della bellezza di questa parola. Questo è un lavoro che dovremo fare post-pandemia, cioè tornare a convincerci che la relazione, il contatto, la mescolanza delle culture, delle esperienze è un fatto generativo”.

La parola di oggi è “cultura” e mi sembra che il tuo discorso sia perfettamente centrato perché fa parte proprio della cultura saper contaminare le esperienze differenti per andare meglio, raggiungere risultati migliori, cambiare in meglio.

Mauro, nel corso della tua carriera sei stato l’allenatore di pallavolo della Nazionale Olimpica maschile, ottenendo importanti risultati (un secondo posto agli Europei del 2011 e del 2013 e la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra nel 2012). Qual è l’insegnamento più importante che porti con te da questa esperienza? 

“Mi ha lasciato una delle lezioni più grandi della mia vita. Non solo della mia carriera sportiva. Già solo partecipare ai Giochi Olimpici rappresenta una sorta di benzina che genera e tiene vivo il motore degli atleti. Spesso ti accorgi che, lavorando tanto, quel sogno impossibile da realizzare può diventare più “a portata di mano”. Rappresenta il culmine di ogni esperienza sportiva. Io ho avuto la fortuna di partecipare due volte ai Giochi Olimpici: una da assistente allenatore nel 2004, vincendo una medaglia d’argento con Gianpaolo Montali e l’altra a Londra nel 2012, dove ero capo allenatore.

In entrambe le occasioni quello che ho imparato è la meravigliosa ispirazione che ti restituisce l’idea che tu prepari ossessivamente un appuntamento con un’attenzione ai protocolli, ai dettagli, veramente totalizzante. Arrivi perfettamente consapevole e pronto grazie al lavoro che hai fatto nei 4 anni prima e lì scopri che nessun parametro è uguale a quello che pensavi, che preparavi. 

Scopri che esiste una meravigliosa dimensione dell’ “inallenabile” nella prestazione, che a noi allenatori piacerebbe eliminare perché ci piacerebbe avere tutto sotto controllo, avere tutte le soluzioni pronte per qualunque imprevisto succeda e, invece, la differenza la fa quell’area “inallenabile”, perché è vero per definizione che non si può allenare l’inallenabile, ma si può allenare quello che tu fai, il modo in cui tu reagisci quando ti si presenta di fronte una situazione che non potevi prevedere. 

Mi verrebbe da riflettere sul fatto che 13 mesi fa ci è capitata la stessa cosa: naufragati su un’isola deserta. Il naufragio non è una decisione, è una cosa che ti capita. Quello che tu puoi fare quando scopri che sei ancora vivo e ti svegli sulla spiaggia e non hai magari le cose che avevi sulla barca è decidere di rispondere in maniera proattiva a quello che ti è capitato. Questa cosa io l’ho imparata certamente ai Giochi Olimpici, dove qualunque parametro è qualcosa di completamente diverso e nuovo, a partire dall’esperienza del villaggio”.

Tu hai allenato tantissimi atleti nel corso della tua carriera sportiva. Chi è stato l’atleta più “inallenabile”, cioè quello che ti sorprendeva di più?

“Tra i 120 atleti con passaporto italiano che giocano in Serie A, io ti assicuro che la differenza non è più nei 5 o 6 centimetri che uno salta in più, nella qualità tecnica che un atleta può avere di più rispetto a un altro. Maggiore è il talento, maggiore è il rischio che il processo di allenamento possa essere messo in discussione. Più una cosa ti viene facile e naturale, meno è naturale immaginarci di dedicare del tempo per migliorarla. Poi c’è sempre chi abbina queste due caratteristiche. Questi sono i campioni assoluti. A me piace sempre ripetere che il talento è un dono e l’allenamento è una scelta.

A me piacciono i campioni e i talenti che decidono di validare quella scelta. Quindi se tu mi chiedi quali sono i grandi campioni che ho avuto l’onore di allenare mi vengono in mente certamente 2 o 3 nomi. Uno fra tutti: il capitano della mia Nazionale che si chiama Cristian Savani, un meraviglioso esempio di talento non assoluto, ma messo completamente a disposizione dell’allenamento.

Poi mi vengono in mente altri campioni che avevano un talento decisamente inferiore, ma che sono riusciti a tirare fuori tutto il loro potenziale grazie alla qualità e al lavoro dell’allenamento. Se tu pensi alla Nazionale che avevo a Londra c’erano due liberi: uno era Andrea Bari e l’altro Andrea Giovi che sono due ragazzi che per varie situazioni hanno avuto una carriera molto limitata in Serie A1. Sono però due giocatori che hanno saputo mettere a disposizione della squadra il 100% del loro potenziale. 

La capacità di un allenatore di pallavolo è quella di mettere insieme queste tipologie di atleti. La pallavolo ha un grande vantaggio: è l’unico sport al mondo dove è obbligatorio passare la palla. Se ci pensi bene, non esiste in nessun altro sport questa regola. Nella pallavolo non è possibile fermare la palla e toccarla due volte consecutivamente. La cosa interessante di questa regola è che capovolge l’immagine del campione. Mentre in altri sport di squadra (calcio, rugby, basket, ecc.) esiste per un singolo la possibilità di determinare in maniera decisiva la partita, nella pallavolo questa cosa è vietata dal regolamento”.

Sport e cultura. Due ambiti che hanno caratterizzato la tua carriera e la tua vita fino a ora. È possibile rintracciare delle analogie tra questi due mondi?

“Guarda, ti rispondo trasformando quella “e” congiunzione nella “è” con l’accento, nel verbo. Sport è cultura e viceversa. A me piace tanto parlare di “cultura del movimento”. Qui le due parole trovano una sintesi diversa. Io raccontavo prima che ho avuto la fortuna di lavorare per tanti anni in Finlandia, dove la cultura del movimento è immediatamente percettibile. C’è una grande attenzione per lo sport guardato, ma lo sport è prima di tutto praticato. Io credo che questa cultura del movimento debba diventare un diritto costituzionale. È evidente che lo sport è un generatore di risparmio al servizio sanitario nazionale, quindi dialoga direttamente con il “diritto alla salute” (che è previsto dalla Costituzione). È altrettanto evidente che una cultura del movimento vada insegnata nelle scuole, in particolare nella scuola primaria, cioè nel posto dove i nostri bambini dovrebbero imparare ad appassionarsi a qualcosa (alla storia, alla matematica, alle scienze, ecc.). La stessa cosa dovrebbe succedere con lo sport. La cultura del movimento dovrebbe essere un bene e un diritto del cittadino, ovviamente democratico e accessibile. 

La parola sport scritta nella Costituzione cambia un paradigma, una dignità nuova e permette a quel diritto di dialogare, come dicono a Siena durante i giorni del Palio, “per forza e per amore” con altri due diritti fondamentali che sono quelli all’istruzione e alla salute. Una nuova dignità della disciplina ci permette di mettere a fuoco un’enorme potenzialità dello sport che da un lato fa muovere i corpi e dall’altra ha questa grande capacità di ispirare le persone”.

Nella tua autobiografia “Capolavori” (2019, add editore) c’è una storia meravigliosa che ti riguarda. Sto parlando dell’episodio dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montichiari. Durante questo momento il tuo concetto di “allenare”- come tu dichiari – è cambiato tanto. Mauro, che cosa significa allenare?

“Io sono molto legato al sottotitolo di quel libro. Un capolavoro può essere una medaglia olimpica, ma può essere anche il fatto che io quasi cinquantaduenne preparo la maratona iniziando adesso e riesco a farla in 3 ore e mezza realizzando il mio potenziale. Per me quello è un capolavoro. Però dicevo il sottotitolo del libro che sono treverbi fondamentalmente: “allenare”, “allenarsi” (lo stesso verbo al riflessivo perché l’allenamento riguarda sempre anche noi allenatori) e poi c’è un terzo verbo che è “guardare altrove”. Si tratta di un concetto molto antropologico che in qualche modo torna alla nostra prima domanda: questa idea di sapersi misurare e andare a confrontarsi con dei mondi diversi. Che cos’è il gesto dell’“allenare”? C’è una parte di competenze tecniche e tattiche che si imparano, però io credo che fondamentalmente allenare non sia altro che “allenare il desiderio di…”. C’è una bellissima frase che io uso sempre quando voglio spiegare che cosa sia per me allenare. È una frase non di uno sportivo, ma del poeta Antoine de Saint-Exupéry che recita più o meno così: 

“Se vuoi costruire una nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato”.

Questo per me è allenare. Per quanto riguarda invece quell’episodio di cui tu parlavi, in quel periodo io allenavo a Montichiari nella Serie A1 e allenavo anche la Finlandia nella stagione estiva e venni avvicinato dai responsabili della struttura sanitaria dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione di Montichiari. Loro volevano proporre un progetto di sport a un gruppo di detenuti. Mi piaceva l’idea, mi piaceva l’idea di usare anche la pallavolo. Io decisi di impegnarmi a ospitare queste persone nel Palasport di Montichiari il lunedì, quando il Palasport era chiuso. Il contesto era quello della massima serie: palloni di cuoio, le magliette della prima squadra. Per sei mesi, tutti i lunedì, questi ragazzi venivano ad allenarsi in quelle condizioni. Questa esperienza finì con un momento hollywoodiano, in un torneo con delle squadre composte dalle scuole superiori di Montichiari dove questa squadra riuscì a vincere un set. Ci sembrava già qualcosa di straordinario, ma la cosa più straordinaria successe qualche mese dopo la fine di questa esperienza. Tornarono a trovarmi gli operatori dell’Ospedale con dei report dove era scritto che i partecipanti a quel progetto aveva dimezzato le necessità farmacologiche alle quali erano sottoposti. Entrambi gli obiettivi raggiunti erano esclusivamente legati alle condizioni di bellezza all’interno dei quali quei ragazzi avevano operato, cioè il palazzetto della serie A con le luci, i palloni, l’attrezzatura e anche io ero parte di quella scenografia.

Quest’episodio ha cambiato il mio modo di di vedere lo sport. Io da giovane allenatore avevo un po’ la presunzione di avere l’esercizio più bello degli altri e la capacità di costruire un allenamento “perfetto”. Poi più passa il tempo, più hai esperienze diverse, scopri davvero che “allenare” significa “allenare al desiderio di”, risvegliare quel quella nostalgia del mare aperto e infinito di cui parlavamo prima necessario per far costruire la barca. Tutto questo cambia tutto, cambia il modo in cui tu guardi alla tua professione e cambia anche il modo in cui tu guardi fuori la tua professione”. 

Una delle personalità più competitive del mondo dello sport, Michael Jordan, diceva: “Mai dire mai, perché i limiti, come le paure, sono spesso soltanto illusioni”. Che valore ha il “limite” all’interno di tutto questo? Come definisci questo concetto? Come affronti i limiti nel tuo lavoro?

“Io credo che i limiti siano lì per farci capire quanto fortemente vogliamo una cosa. Mi viene da sorridere perché se penso alla mia carriera sportiva e alla mia vita, io mi sono sempre messo di fronte a cose che non conoscevo. Dalla filosofia alla pallavolo. Dopo la pallavolo la Scuola Holden, in un ruolo amministrativo e da amministratore delegato dovevo imparare tutta una serie di nozioni che non mi appartenevano. Poi ancora il tiro con l’arco, una disciplina che non conoscevo, e tante altre esperienze. È chiaro che di fronte a quelle situazioni tu hai due scelte: una è quella di dire “di fronte a queste situazioni nuove non voglio ulteriori problemi” e l’altra è dire “bene, questo è il contesto in cui voglio muovermi”. Se tu sostituisci la parola “problema” con la parola “contesto” sei già nel campo della ricerca delle soluzioni perché un problema può essere dato dalla sfortuna, da qualcosa che non ti meritavi. Se invece definisci il problema come contesto inizi a ricercare le soluzioni per muoverti in quel contesto lì con efficacia. Per me il limite è sempre la capacità di misurarti in un contesto in cui puoi esserti trovato oppure perché lo hai deciso. Questo ti spinge prima di tutto a studiare e quindi a conoscere quel contesto e poi a volerti muovere in un ambito che non è completamente il tuo. Per me quella è davvero la spinta vitale che ci fa proseguire. 

Io, a 52 anni, sono felice di dirti che non so che cosa farò per i prossimi 3 anni.   

Nella nostra azienda superare i limiti vuol dire “innovare” come un atleta che superando i limiti si migliora. Per noi il limite è un’opportunità di crescita, di trasformazione e di impegno. 

“Sì. Tra l’altro l’innovazione si trova sempre all’incrocio delle competenze. Tu puoi essere un bravissimo tassista e poi puoi avere la passione per la programmazione sullo smartphone. Se incroci quelle due competenze e inventi Uber, allora hai fatto innovazione”.

Mauro, arriviamo all’ultima domanda, che è la domanda più difficile. Che cosa dobbiamo ancora aspettarci secondo te nel futuro? Come ti immagini il futuro dello sport e della cultura nei prossimi 10 anni? 

“Questi ultimi mesi sono per noi un’occasione di discontinuità gigantesca. Ci sono due possibilità: la prima è di resistere a quello che succede caparbiamente e di tornare uguale a prima. Questo significherebbe aver avuto la tragedia del Coronavirus senza aver imparato niente. La seconda possibilità è quella di calarci in un contesto generativo di una serie di nuovi modelli che vadano a sostituire i modelli precedenti che sono andati in crisi anche grazie al Coronavirus, ma che non andavano bene neanche prima. 

Perdonami l’altezza del riferimento, è come quando Altiero Spinelli scriveva il Manifesto dell’Europa a Ventotene e lì fuori c’erano i lager, il fascismo e il nazismo. È proprio in quel momento lì che lui ha alzato lo sguardo e ha immaginato un’Europa diversa. 

Noi dobbiamo fare la stessa cosa nelle nostre rispettive competenze. Nell’epicentro del problema dobbiamo alzare lo sguardo e immaginare dei modelli diversi questo vale per quanto riguarda la transizione ecologica, vale per l’innovazione, per la digitalizzazione, vale per la parità di genere, vale per lo sport, per la salute. Non a caso sono tutte aree di missione del Recovery Fund che sarà una gigantesca occasione “once in lifetime”.

Se noi interpretiamo questa situazione con gli strumenti novecenteschi rischiamo davvero di buttare via tutto. Non voglio fare retorica perché non ci sono più oltre 110.000 persone. Ci sono categorie commerciali in ginocchio. Non voglio dire che questa è stata una benedizione dal cielo. Ci mancherebbe altro. Però questo è un momento di discontinuità e noi da questo momento possiamo scegliere come uscire. Mettere le lancette indietro e sperare che tutto torni come prima, oppure costruire davvero modelli nuovi”.

Grazie Mauro, sei stato davvero inspirational!

“Grazie a voi. Ribadisco gli auguri per il compleanno che è sempre un bel modo di guardare un po’ indietro, alla storia che uno ha alle spalle, ma è anche una grande occasione per guardare avanti. Synesthesia è una delle eccellenze della nostra città, è un luogo dove si fa innovazione. Buon compleanno. Dieci, venti, trenta, cinquant’anni di futuro da costruire insieme!”

Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.

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Professore, come si diventa Alessandro Barbero?

“Per una concatenazione di fattori in parte casuali, come tutto quello che ci succede nella vita, secondo me. Quando ci sono dei fattori che vanno a rivelare delle potenzialità o delle capacità che uno neanche sospettava di avere poi, pian piano, si viene instradati e alla fine si rimane incastrati nel ruolo che ci si è cuciti addosso. Io ero un ragazzino timidissimo e poi mi sono avviato a una carriera di studioso. Ho fatto lo studioso, ho scritto. Mi è capitato di scrivere un romanzo 25 anni fa, di vincere un grande premio e di diventare famoso per pochi giorni, come succede in quei casi, e poi di ritornare a essere uno studioso completamente sconosciuto al grande pubblico. Non c’era predestinazione. Durante gran parte della mia vita non mi è mai venuto in mente che una delle mie capacità dovesse essere quella di parlare in pubblico o di raccontare la storia al grande pubblico”.

Quindi i nuovi media e in qualche modo anche Internet hanno contribuito alla diffusione. Come è cominciato questo successo e come la fa sentire questa notorietà? 

“È cominciata in realtà con un vecchio medium, cioè con la televisione. Il primo passo verso questa direzione è stato quando Piero Angela, dopo avermi chiesto qualche consulenza mi ha proposto di andare in trasmissione. Superquark è uno degli appuntamenti annuali fissi. È nata con le “Lezioni di Storia” da parte di Giuseppe Laterza prima all’Auditorium di Roma e poi nei teatri di tutta Italia. È nata, infine, con gli inviti al Festival di Sarzana, dove ho cominciato poi ad andare regolarmente. Internet è stato il moltiplicatore di ciò che stava accadendo, più ancora della televisione direi perché il grande pubblico segue Superquark, ma io in una puntata della trasmissione parlo per  5 minuti, poi viene qualcun altro. Le lezioni possono aver davanti anche 1000, 1200 persone in presenza come mi è capitato per esempio all’Auditorium Sinopoli a Roma. Io non produco niente per Internet. Sono completamente assente dai social. Ci sono delle pagine Facebook con il mio nome, ma le gestiscono altri. Ci sono delle raccolte di podcast miei, ma lo fanno altri.  

Solitamente l’aggettivo “medievale” viene utilizzato per connotare negativamente qualcosa che non è “al passo con i tempi”. In realtà, penso che il medioevo come ogni epoca storica abbia avuto i suoi momenti di luce. Le andrebbe di raccontarci almeno tre scoperte tecnologiche che hanno cambiato la storia dell’uomo e che si sono verificate in questo periodo?

“Premetto che il medioevo è molto lungo. La stragrande maggioranza dei nostri antenati sono vissuti nel medioevo. Mi capita spesso di raccontare questa cosa a lezione. Immagina di trovarti davanti Giulio Cesare o Cicerone e di raccontargli la tua giornata in questo modo: 

Oggi mi sono svegliato, mi sono vestito, mi sono sbottonato la camicia, mi sono messo gli occhiali, ho sfogliato un libro per un po’. Poi avevo degli impegni, sono uscito, sono andato a lezione all’Università, sono andato da un notaio per un contratto, sono andato in Comune (avevo una pratica anche lì). Poi sono anche un credente, e quindi sono andato a messa e ho fatto due chiacchiere con il parroco, sono tornato a casa; ho cucinato una pastasciutta e ci ho grattugiato un po’ di parmigiano sopra. Poi ho sfogliato un libro e ho fatto una partita a scacchi. 

Ecco. Immagini di raccontare tutto questo a Giulio Cesare o Cicerone. Non capiranno una parola. Non sapranno niente di tutto quello che gli hai appena raccontato. Non sapranno neppure che cosa voglia dire sfogliare un libro, perché a quei tempi si srotolavano rotoli e rotoli di papiro. Non hanno idea di che cosa siano gli occhiali e di che cosa siano gli scacchi, che cosa voglia dire andare a lezione all’università, andare dal notaio. Se invece provi a raccontare tutto questo a un fiorentino ai tempi di Dante Alighieri capisce perfettamente tutto, compreso grattugiare il parmigiano sulla pastasciutta. Nel medioevo ovviamente non sanno che cosa voglia dire accendere un PC o preparare un caffè però sanno che cosa significa fare un assegno, fare un’assicurazione. Forse non c’è hardware, ma è tecnologia anche quella. Il libro con le sue pagine da sfogliare, che nasce alla fine dell’antichità e all’inizio del medioevo, è un salto di qualità tecnologico enorme, visto che tutt’ora il libro di carta è la tecnologia più efficace che noi abbiamo per conservare informazioni e testi. I nostri modi di vita moderni, i nostri paesi, i centri storici delle nostre città, le nazioni, le lingue che parliamo sono nati nel medioevo”.

La diffusione della cultura, può avvenire attraverso i mezzi più disparati. L’utilizzo di social, podcast e altri mezzi meno “tradizionali” per coinvolgere un pubblico più ampio può fare realmente la differenza secondo lei?

“L’evoluzione futura che ci sarà sicuramente è molto difficile da prevedere. Non dimentichiamo che nessuno scrittore di fantascienza aveva previsto e immaginato Internet. Gli scrittori di fantascienza di 50 anni fa credevano che saremmo andati in giro con automobili volanti e che avremmo passato il weekend su Marte, che avremmo mangiato cibo in pillole. Quanto a Internet, nessuno aveva immaginato una cosa del genere. Quello che posso dire è che attualmente nel campo della produzione culturale e della comunicazione della cultura a me sembra che Internet sia in una fase in cui sia più efficace come un immenso magazzino dove andare a trovare cose che non sono state pensate per la rete. Voglio dire che, in base alla mia esperienza personale, quando si tratta di contenuti culturali la meraviglia di Internet è che tu ritrovi in un istante qualunque canzone che vuoi sentire, un vecchio film degli anni ‘30, un vecchio manoscritto medievale della Biblioteca Nazionale di Parigi, un saggio per la tua ricerca. Anche in questo senso Internet rappresenta un grandioso moltiplicatore e potenziatore di contenuti non nati per Internet. Là dove andiamo a vedere le cose specifiche di Internet mi sembra di poter dire che lì non c’è ancora e non c’è stata ancora la creazione di contenuti culturali tipici. YouTube è grandioso perché ti mette a disposizione le cose prodotte al di fuori di questo contesto.

Vedere il video del gattino che fa le fusa non è proprio allo stesso livello che vedere un film diĖjzenštejn. A costo di sembrare spudoratamente snob, ma se parliamo di cultura non mi sembra che i vari social ne producano allo stesso livello con cui la rete conserva e ripropone ciò che è stato già prodotto prima. In futuro, certamente, nasceranno nuove forme d’arte e di cultura integralmente nate per Internet, ma siamo solo all’inizio”.

Professore, lei prima diceva che nessuno ha previsto Internet, nessuno ha previsto una rivoluzione di questo tipo. Effettivamente abbiamo vissuto una rivoluzione incredibile nel giro di poco tempo: dalla nascita dei PC fino ad arrivare alla connettività globale, agli smartphone e agli altri dispositivi mobili. Tutto ciò ha effettivamente impattato molto sulla nostra cultura. Questo probabilmente è qualcosa che probabilmente non abbiamo mai vissuto. Secondo lei c’è stata nella storia qualcosa di simile in cui l’umanità è passata dai cambiamenti come quelli che abbiamo vissuto oggi, oppure è una novità assoluta?

“L’umanità è sempre passata attraverso cambiamenti e ha sempre dimostrato di avere una grande capacità di adattarsi ai cambiamenti. Ci sono vari tipi di cambiamenti: sociali, politici, economici. Noi adesso stiamo parlando di un grandioso cambiamento tecnologico, che ci mette a disposizione tecnologie inimmaginabili fino a pochi anni fa, lasciando più o meno uguale tutto il resto (rapporti di potere nella società, gerarchie sociali). C’è chi costruisce nuove fortune sulla base delle nuove tecnologie, ma l’esistenza di Internet non ha cambiato il rapporto tra il disoccupato e il miliardario. Ha certamente creato qualche passatempo in più per il disoccupato per tenerlo tranquillo. Di quello che stiamo vivendo è l’aspetto prettamente tecnologico che colpisce. Direi che quelli che, verso la fine dell’Ottocento o inizio Novecento, hanno visto comparire l’automobile, il telefono, hanno visto scavare le metropolitane nelle viscere delle loro città, hanno visto i loro aeroplani staccarsi da terra, hanno assistito a un cambiamento tecnologico pazzesco. Un cambiamento diverso dal nostro perché più hardware che software. Noi non ci facciamo neppure più caso perché l’Umanità si abitua con una facilità incredibile ai nuovi giocattoli che ha a disposizione”.

Come i nativi digitali daranno per scontato tutta una serie di cose che per noi oggi sono incredibili come risultati della tecnologia, pensiamo ai bambini che oggi prendono in mano un tablet e in pochissimo tempo sono in grado di usarlo meglio dei loro genitori. 

“Alla grande domanda – se il bambino che cresce usando un tablet cresca diverso rispetto ai bambini di una volta – io tenderei a dire di no. Non è che gli esseri umani cambiano così facilmente”.

Questo forse è uno dei problemi dell’Umanità: gli esseri umani non si evolvono altrettanto velocemente con le tecnologie che creano diventandone un po’ succubi.

“Questo diventa un problema nella misura in cui non sappiamo sfruttare bene quello che abbiamo. D’altro canto il fatto che gli esseri umani fondamentalmente non cambino lo trovo molto rassicurante”.

Durante la “Notte dei Ricercatori 2020” ha raccontato come le grandi epidemie del passato abbiano spinto la storia dell’Umanità in una direzione diversa. Allo stesso modo, la pandemia che stiamo attraversando come potrebbe influenzare l’epoca attuale? 

“Premetto che mi avventuro su un terreno che non è il mio. Noi storici è già tanto se riusciamo a raccontarvi qualcosa del passato. La prima cosa che si impara è che tutti coloro che vogliono prevedere qualcosa del futuro non ci azzeccano. Detto questo, si possono intravedere delle direzioni, lì dove dove si mescolano la previsione e il desiderio. Credo che possiamo essere molto felici se il mondo uscisse dalla pandemia con qualche dubbio sull’ideologia unica – che ha dominato gli ultimi 40 anni – del privato, del profitto, della rendicontazione, del pareggio di bilancio, del risparmio sul welfare e così via. Se dovessimo uscire con qualche dubbio sul fatto che conviene smantellare il pubblico perché non serve a niente; che nella sanità dal punto di vista dello stato l’importante è risparmiare chiudendo gli ospedali; che assumere medici o infermieri e ricercatori è meglio non farlo perché così si risparmia e si può presentare all’Europa il pareggio di bilancio, potremmo essere contenti. Ovviamente non dobbiamo muoverci solo in una prospettiva italiana. È forse a livello mondiale che c’è la possibilità di un nuovo keynesismo di un nuovo New Deal. Non dico che il vecchio Joe Biden possa essere il nuovo Roosevelt, però insomma un po’ di spinta che gli Stati devono spendere, investire e assumere e che si sta tutti meglio così; forse quella potrebbe essere la vera svolta culturale che potrebbe portare con se la pandemia”.

Professore, speriamo davvero che la politica e la coscienza comune sia spinta in qualche modo a investire sul lungo periodo. Finora si è sempre guardato al breve periodo e forse questo, la mancanza di lungimiranza politica e la capacità di investire su quello che è importante per costruire il futuro ci ha portati anche ad arrivare a una Pandemia che stiamo vivendo. Cosa succederà nei prossimi 10 anni nel mondo della cultura? 

“Io rimango sempre molto diffidente e in attesa. Non mi aspetto niente per carattere. Nel febbraio dell’anno scorso all’Università Statale di Milano in un grande auditorium strapieno, mi è capitato di chiacchierare con gli studenti sul fatto che la storia sembrava quasi essersi fermata a livello di grandi avvenimenti, intesi come quelli che rimangono nei manuali di storia, di quelli che rimangono legati a una data. Non parlo ovviamente dell’evoluzione storica sotterranea, che ovviamente non si ferma mai, ma facevo riferimento a un grande avvenimento memorabile. Ricordo di aver detto loro che dopo l’11 settembre 2001 apparentemente non è accaduto niente. Quello che ho detto è agli atti: è su Internet e chiunque può recuperarlo. È accaduto nel febbraio 2020. Più smentito di così”.

Noi in Synesthesia abbiamo una Academy, abbiamo dei professori che raccontano e insegnano principalmente tecnologia STEM, quindi scienze “dure” e una serie di corsi anche per bambini e per ragazzi. Puntiamo molto sulla gamification e sulla creatività, ma se dovesse dare un consiglio ai nostri professori per coinvolgere ed essere più efficaci, che cosa direbbe loro?

“È difficile dirlo perché secondo me i modi di insegnare e le tecniche d’insegnamento non sono facilmente svincolabili dai contenuti, anche se forse esiste una pedagogia che pensa che si possano separare le due cose. Io non ci credo. Ho un’esperienza nell’insegnamento di materie umanistiche e mi sentirei di dire che…

l’unica cosa che conta per rendere efficace l’insegnamento è che l’insegnante provi passione per quello di cui parla. Sono convinto di questo. Lo scopo nelle materie umanistiche è quello di appassionare e di far capire una cosa che a prima vista non è ovvia, cioè che la storia è importante, che la letteratura e la filosofia sono importanti per la nostra vita, che se si vive senza si può vivere meno bene.

Queste non sono cose ovvie e non è facile andare a raccontare al figlio di una famiglia operaia che ha il problema del lavoro che farà in futuro che anche la filosofia può avere un posto nella sua vita. È così, e bisogna legittimare tutto questo. Io mi immagino che chi insegna cose scientifiche o tecniche abbia meno questo problema”. 

Penso che sia un ottimo consiglio e che questo sia un problema che accomuna anche chi insegna materie più scientifiche perché a volte ci si trova in situazioni dove ci sono dei pregiudizi. Per esempio, troppo spesso ci troviamo di fronte a situazioni di gender gap, in cui le le ragazze non sono avviate a questo tipo di scienze perché ritenute “cose da maschi”. Il tema è quindi anche quello di coinvolgere e appassionare verso questa direzione, verso queste scienze che hanno molti usi pratici e che costituiscono un bagaglio culturale che serve trasmettere. La passione che lei trasmette è assolutamente contagiosa. Questo è il risultato più bello per chi fa il suo lavoro.

Grazie!

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Arturo, trasformista, attore, illusionista e regista teatrale. Come nasce questa passione? Qual è il termine che senti più tuo?

“Mi piacerebbe essere immaginato come un “fantasticattore”, cioè un attore della fantasia. Diciamo che io ho cominciato come illusionista. A 11 anni i miei genitori mi hanno messo in seminario. Fortunatamente a 14 anni ho conosciuto un prete che faceva giochi di prestigio e lì è cominciato tutto. Sono uscito dalla mia timidezza grazie a questi spettacoli. Poi mi travestivo perché avevo paura del palcoscenico. Ho cominciato a giocare con i costumi: prima tre, poi sei e così via. Adesso ne ho 450. Quindi sono diventato trasformista  e regista molto più tardi, quando negli anni ’90 hanno cominciato a chiedermi di realizzare le cose che facevo per i miei spettacoli anche per gli altri. Tipo Aldo, Giovanni e Giacomo…”

Hai avuto il grande merito di aver riportato in auge, in Italia e in parte d’Europa, l’arte teatrale del trasformismo. Qual è stata la difficoltà maggiore incontrata nel tuo percorso professionale? L’arte del trasformismo cosa rappresenta secondo te dal punto di vista dell’arte e dei valori della società?

“Innanzitutto è un arte italiana perché era una delle gag utilizzate nella commedia dell’arte del ‘500 e ‘600. E poi per me è stata una rivincita sociale: travestirsi e fare giochi di prestigio per dimostrare agli altri che non ero una mezza cartuccia. In collegio mi bullizzavano, mi mettevano nel bidone dell’immondizia, mi prendevano in giro… Per loro ero il più piccolo, il più magro, il più sfigato… Poi a un certo punto grazie a quest’arte è cambiato tutto. 

Il trasformismo è una componente della mia vita comune. Io mi rendo conto che in fondo siamo un po’ tutti vittima del trasformismo. Ci vestiamo a seconda dell’occasione. L’abito fa il monaco e dà l’autorità a una certa azione. Spesso noi mettiamo l’abito e recitiamo una parte ”.

Quindi anche nella vita sei trasformista?

“A volte esco di casa vestito da prete e vado in giro per il mio quartiere. Quando c’è stata l’esposizione della Sindone lo facevo ogni tre giorni. Mettevo una parrucchina bellissima cinematografica che ho preso in prestito a Jean-Paul Belmondo. 

Ricordo che quando sono arrivato al Teatro Marigny di Parigi, nel 2000, prima di me c’era lui che faceva l’Otello. Quindi entro in camerino metto in ordine tutte le mie cose e apro un cassetto pieno di parrucche. Allora chiedo alla sarta del teatro di chi fossero. Lei mi rispose: “C’est Jean-Paul che qui l’a oublié”. Tra queste parrucche ce n’era una un po’ cinematografica, un po’ riccia… Si trattava di una parrucca da 3.000 euro. La sarta mi disse di non sapere nulla e che sarebbero venute a riprendersele. Io ho semplicemente cambiato la parrucca di cassetto. Dopo esser stata lì per ben due mesi, non è più venuto nessuno. A quel punto la sarta mi disse: “je n’ai rien vu, je n’ai rien vu” (non ho visto niente, non ho visto niente), allora je n’ai rien vu ciapa su. Ecco”.

Arturo, Synesthesia si occupa di digitale e di tecnologia. Nella tua vita e nel tuo lavoro, la tecnologia che ruolo ha? 

“Io sono vittima dei gadget tecnologici da sempre. Nei miei spettacoli abbiamo il video mapping. Tutto il mio ultimo spettacolo è in videomapping, però il protagonista dello spettacolo devo essere io, cioè un essere umano. Il video mapping è una cosa in più. La fregatura di queste fantastiche Ferrari tecnologiche è che quando tu le hai vuoi andare sempre ai 250. La tecnologia va usata con parsimonia, non deve sovrastare l’’arte, se no diventi come in quel film di fantascienza in cui la testa è praticamente immersa in un monitor e tutto intorno è “Černobyl”. A volte sento dire: “facciamo le cose in Internet; il futuro del teatro è in Internet”. Ma per me è come far l’amore. È qualcosa che devi vivere lì”.

Per Synesthesia le persone rappresentano il cuore pulsante dell’azienda, con i loro valori, le loro caratteristiche e in totale clima di inclusione. Quanto conta per te l’empatia, il legame emozionale, che si crea con il pubblico durante i tuoi spettacoli? Per te quanto è finzione? 


“L’empatia è necessaria a tutti i livelli. Non solo in teatro o nei mestieri dove uno lavora con il pubblico. L’empatia è alla base della nostra società. E poi è scientificamente dimostrato che noi attiviamo questi neuroni specchio fin dalla prima età grazie ai quali impariamo la compassione, la generosità, dai nostri genitori. Loro ce la trasmettono con le mani, con gli occhi, con il fisico e non attraverso uno schermo.

L’empatia poi smuove le montagne perché tu sei disposto ad ascoltare un individuo che la pensa all’opposto di te solo perché è simpatico, ti è simpatico.

Io penso che ognuno di noi viaggi a una certa velocità. È come se ognuno di noi avesse un proprio voltaggio. Tu hai 220, uno ha 12 volt, l’altro ha 380 ecc ecc. Se io voglio parlare con te è inutile che ti parli a 380 e tu rimani indietro. Devi trovare e capire il tuo voltaggio. Questo è un meccanismo empatico. Con il teatro tutto questo è addirittura esagerato perché il meccanismo empatico è portato su molte più persone che hai davanti. Però è uguale. Per me mille persone o una è uguale. Io so, per esempio, che ho un’ora e mezzo di spettacolo per affascinare queste persone con le mie magie e i racconti. So che ho tutti gli assi nella manica. Quindi per me conquistare un pubblico vasto oppure due persone ad una cena o ancora una sola che ti vuoi rimorchiare è uguale. Anzi, è più difficile una da sola. Molti lo fanno inconsciamente perché c’è gente dotata di natura. Per loro la vita è più facile”.

Siamo quindi noi a porci dei limiti?

“Sicuramente. Perché magari “sogniamo corto”.

Bisogna provare a immaginare di più perché se arrivi a metà è già tantissimo. L’empatia è un meccanismo di comunione, che poi è la base del teatro.

Si tratta di qualcosa che facciamo da 250 mila anni. Da quando c’è un vecchio davanti a un fuoco che racconta la storia degli antenati”.

Arturo, torniamo a parlare di trasformazione. Nel mondo della tecnologia si parla di trasformazione digitale. Che cosa significa per te “trasformare”? Trasformare vuol anche dire includere?

“L’evoluzione del mondo, che è durata 3.000 milioni di anni è una storia che racconta la trasformazione di una cellula che si è trasformata fino a diventare un essere umano. L’uomo rappresenta gli ultimi 250 mila anni, cioè proprio un rutto. E anche noi durante questi 250 mila anni ci siamo trasformati. Ma anche negli ultimi 30 anni ci continuiamo a trasformare. E quindi è così, non puoi farci niente. Questa è la legge, è il quotidiano, è la natura. Trasformazione vuol dire accettare che per andare avanti bisogna trasformarsi. È anche mettere in gioco i propri credi, le proprie convinzioni. Per esempio, 50 anni fa non pensavamo al pianeta, alla salute del pianeta. Adesso ci pensiamo quotidianamente.

Noi ci trasformiamo comunque per sopravvivere. Accettare e prevenire la trasformazione è la cosa ideale. Io guardo sempre al futuro. Per me il più bel giorno è domani perché lo posso immaginare e idealizzare”.

Parlando di futuro. Come vedi il mondo nei prossimi 10 anni? Quali saranno i valori che guideranno, secondo te, la società e le relazioni tra gli esseri umani? Saremo più vicini?

“Se guardo a quello che ci fanno vedere nelle piattaforme streaming sono un po’ preoccupato. Ti ricordi quell’episodio di Black Mirror dove tutti siamo misurati con i like? Forse lo facciamo per scaramanzia a creare queste serie. Secondo me il futuro viaggerà a diverse velocità: da un lato la tecnologia avanzerà in modo esponenziale, dall’altro continueremo ad apprezzare quelle cose fatte a mano come venivano realizzate dagli artigiani con gli scalpelli. Per vedere il futuro basta andare in Cina adesso, dove succedono delle cose tecnologiche impensabili per noi. Quindi, da un lato la Cina è fantascienza, dall’altro lato però magari certe cose manuali non le sanno risolvere come facciamo noi Italiani. Noi Italiani siamo specializzati a risolvere i problemi, nel mettere a posto le cose. Mi sono accorto di questa cosa quando facevo le tournée internazionali con i miei tecnici italiani che riuscivano sempre a trovare le giuste soluzioni ai problemi come se fosse qualcosa di normale. L’Italiano sta sempre a galla perché è abituato a essere sempre alla deriva. Siamo sempre abituati a trovare il salvagente. Penso che anche con l’avvento della tecnologia super all’avanguardia noi resteremo sempre un popolo di artisti perché ce lo abbiamo nel DNA. Un po’ ce l’abbiamo perché noi la nostra cultura lo assorbiamo fin da piccoli. Io mi sono trovato a fare delle tournée negli Stati Uniti, in città come Boston, Denver, Oklahoma, Detroit. In quei posti c’erano solamente centri commerciali e distributori di benzina. I centri erano deserti. Dopo 8 mesi mi sentivo alienato. Mancava la mia cultura, che non è solo leggere libri o andare per musei, ma è tutto ciò che ci circonda. Un bambino di 8 anni in Italia gioca a pallone davanti a una chiesa del ‘600. Lui non lo sa che è una chiesa del ‘600, ma questo ‘600 gli entra negli occhi, in testa, nel sangue. Il gusto, il senso della proporzione e della bellezza gli entrano per forza nel carattere. Questo, per fortuna è difficile da rubare”.  

Qual è l’Arturo che porterai nel futuro?

“Io ho previsto che il mio fisico può tenere così ancora per 10 anni. Per un po’ cercherò di fare gli spettacoli dove c’è da faticare fisicamente al massimo. Poi ho incominciato già adesso a usare la parola: ho cominciato a programmare dei podcast, cose di storytelling o show telling. Voglio raccontare e immaginare cose per altri”.

Mi parlavi poi di altri progetti per aziende. Giusto?

“Sì, adesso realizziamo una formula che si chiama Transform – action in cui parliamo della trasformazione, della metamorfosi e di altri aspetti. Molte aziende hanno la necessità di trasformarsi, devono rinnovarsi. E chi sono quelli che remano maggiormente contro? Quelli della mia età”.

Chi non si trasforma si estingue. Per le aziende la trasformazione è fondamentale. Continuamente c’è la necessità di evolversi. Lo sappiamo bene. Arturo, un’ultima domanda. Se dovessi dire a un bambino cos’è la creatività, cosa gli racconteresti?

“La creatività è un giardino. C’è un posto nel tuo cervello dove tu ci metti tanti semini, che sono dei libri che leggi, delle informazioni, degli spettacoli che vedi, dei film che vedi.

Poi dopo, in questo giardino le piante crescono. Tu le lasci lì e dopo tanti anni ti ritrovi un giardino pieno di frutti. Sei diventato ricco di qualcosa perché hai piantato i semi 10, 20 anni prima. Io mi accorgo che la mia creatività funziona così. È come un software che digerisce per anni informazioni, per cui lo nutri continuamente e dopo 10 anni ho un’idea che sembra originale, ma è il frutto di un semino piantato precedentemente. D’altronde anche Steve Jobs diceva che in fondo la creatività non esiste. Se tu parli con gente creativa ti diranno: “no, ma io in fondo ho solamente visto quelle cose lì e le ho messe insieme. L’abilità sta nel mettere insieme cose preesistenti”.

Anche questo è trasformazione?

“Certo, perché crei una cosa che è nuova perché con gli stessi ingredienti fai una cosa nuova e poi nel futuro qualcun altro farà con i tuoi ingredienti qualcosa di nuovo.

Grazie!

Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Arturo Brachetti? Nessun problema, c’è la versione podcast!

Ascolta “Digital Transformation / Arturo Brachetti” su Spreaker.

Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

Il progetto Children Digi-CORE affronta il tema dei diritti dei bambini, quanto mai attuale e importante. Lo fa attraverso la progettazione e la creazione di un’app intuitiva e innovativa di sensibilizzazione, informazione e denuncia, che consente ai bambini di segnalare le violazioni ai difensori civici locali.

Synesthesia si occuperà della fase di co-progettazione partecipativa e sviluppo dell’app. Il progetto, finanziato dall’Unione Europea, vede il coinvolgimento di partner come l’Università degli Studi di Torino, il Consiglio Regionale del Piemonte e organizzazioni del settore sia italiane che internazionali, tra le quali anche l’associazione Agevolando e l’associazione Hope for Children.

Lo scenario

Secondo la Commissione Europea oggi un minore su tre nell’UE ha subito qualche forma di maltrattamento: dalla disparità di accesso alla tecnologia alla mancanza di protezione dagli abusi in ambiente domestico, ancora troppi bambini/e e adolescenti hanno bisogno di aiuto. Per questi motivi, lo scorso 24 marzo 2021, l’UE ha presentato una strategia generale sui diritti dei minori con l’obiettivo di offrire questo aiuto.

L’innovazione per Synesthesia passa soprattutto attraverso la formazione delle future generazioni. 

Crediamo nei valori e nei principi esposti nella Carta delle Nazioni Unite tracciando concretamente da anni percorsi formativi di avvicinamento in modo consapevole al mondo digitale per bambini/e e ragazzi/e. La formazione in tutti gli ambiti attraverso la creatività e il gioco rappresenta la nostra risposta concreta alla disparità di accesso alla tecnologia e a qualunque forma di discriminazione e violazione dei minori.

Tutti gli stakeholder che collaborano a qualsiasi titolo con Synesthesia sono pienamente consapevoli dell’importanza di rischi di abuso e sfruttamento che il mondo digitale può comportare per i più giovani e di quale sia il corretto utilizzo degli strumenti tecnologici da parte loro.

La soluzione: Children Digi-CORE

Il progetto consiste nello studio e nello sviluppo di un’app per i minori di età compresa tra i 12 e i 17 anni.

Si pone i seguenti obiettivi:

La finalità ultima è quindi quella di proteggere da ogni forma di maltrattamento e abuso, i minori direttamente o indirettamente coinvolti dai servizi, dalle attività e dai progetti di Synesthesia. 

L’applicazione mobile sviluppata per smartphone (iOS e Android) consentirà di ricevere informazioni comprensibili, ma rigorose e dettagliate, su quali situazioni configurino violazioni di diritti:

L’app fornirà, infine, le informazioni su quali siano le autorità giudiziarie competenti a cui rivolgersi e consentirà di inoltrare una richiesta direttamente all’attenzione dei Garanti regionali per l’infanzia e l’adolescenza. L’invio di una mail agli indirizzi delle istituzioni competenti consisterà nella compilazione di un form con i dati necessari. 

La user interface sarà semplice e adatta al target di riferimento. Saranno coinvolti i ragazzi nella fase di progettazione (design con focus group mirati). La progettazione della user experience sarà realizzata attraverso attività di “design thinking” e portata avanti in un design sprint che coinvolgerà utenti finali e operatori (selezionati a cura dell’Università) insieme ai designer per la prototipazione rapida dell’app.

In conclusione

Children Digi-CORE rappresenta un’importante occasione per affrontare l’attualità in modo più concreto e vicino al benessere dei più giovani. Siamo fieri di far parte di questo progetto e non vediamo l’ora di cominciare al fianco dei nostri partner e a tutti coloro che decidono quotidianamente di sposare questa battaglia.


Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

(Conduce l’intervista: Francesco Ronchi, Founder e President di Synesthesia)

[Guarda versione completa dell’intervista – 20 min]

Professor Saracco, dal 17 marzo del 2018 lei è Rettore del Politecnico di Torino, con un passato di studi e di ricerca nel campo della chimica, cosa l’ha portata a questo punto? Qual è stato il “carburante” del suo percorso professionale?

“Da ricercatore a professore associato, occupandomi di un gruppo di ricerca che è cresciuto progressivamente, sono diventato professore ordinario abbastanza in fretta, a 37 anni. Da quel momento in poi ho avuto occasione di occuparmi di temi sempre più rilevanti fino ad arrivare alla dirigenza dell’Istituto Italiano di Tecnologie dove il mio capo era il Prof. Cingolani;  attualmente al capo del Ministero della Transizione Ecologica. In seguito, mi sono candidato nella campagna per diventare rettore del Politecnico di Torino. Si è trattata di un’esperienza che mi ha appassionato molto: mi ha fatto travalicare i confini di quella che era la mia area culturale (la chimica, la fisica, l’ingegneria chimica e le scienze applicate) e mi ha fatto conoscere un Ateneo che per quanto settoriale e tecnologico ha un ampio spettro di competenze. Per esempio, l’architettura, che è una parte che dialoga con le scienze dell’uomo e della società, mi ha arricchito tantissimo. La campagna elettorale che mi ha portato a diventare rettore divenne anche un gran progetto che poi con il supporto dei miei colleghi divenne il piano strategico del Politecnico di Torino: “Polito for Impact”. Siamo a metà mandato e la nostra Università sta diventando foriera di impatto sociale. Custodisce e favorisce la formazione di architetti, designer e pianificatori nel modo tradizionale, come piace all’industria e come piace alla società. Adesso riesco a dialogare con l’interezza di tutto ciò che vive al di fuori delle nostre “mura”. Tutto questo è molto bello. In questo momento credo che il Politecnico di Torino venga percepito molto più di prima come una delle forze di questo territorio”.

Il Politecnico ha subito un cambiamento molto significativo nel corso degli anni. Mi ricordo, una ventina di anni fa, i corridoi un po’ grigi del Poli e riscoprirli negli ultimi anni è stata una sorpresa. Questa trasformazione che il Politecnico ha fatto recentemente è stata molto interessante. Difficile da riscontrare in altre istituzioni. Prendiamo, per esempio, il tema della sostenibilità. Mi pare di capire che sia centrale in questo percorso. Giusto?

“Sì, ne è testimonianza il fatto che la mia Prorettrice è la coordinatrice della rete delle Università  per la Sostenibilità. Lei è in contatto con il Prof. Giovannini che in questo periodo è al Ministero del Trasporto e delle Mobilità Sostenibili. La transizione ecologica, cioè quella energetica che va verso un’economia circolare, è il primo cardine di cambiamento attuale, seguito dalla transizione digitale e poi dall’inclusività che dobbiamo garantire per rimarginare i disagi e le ferite profonde nella società. Questa transizione va di pari passo con il cambio di assetto di un’economia  fortemente liberista che ha portato a quello “schianto“ di cui parla Adam Tooze del 2008.

Adesso dobbiamo ripartire in modo sostenibile. Tutto va in questa direzione: sostenibilità, transizione digitale e inclusività.  Questi in fondo sono i cardini del Next Generation EU, il grande fondo approvato dal Consiglio europeo per sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di COVID-19. Oggi l’Europa ci chiede di fare esattamente questo. Siamo contenti di aver anticipato un po’ i tempi. Pensi che il centro di ricerca dell’IT, che ho ripreso a dirigere in quei due anni prima di fare il rettore, era dedicato inizialmente alla robotica umanoide nello spazio. Poi l’abbiamo convertito in  un centro di tecnologie per un futuro sostenibile, che sono state per un po’ il mio cavallo di battaglia come ricercatore. 

Questo Istituto rappresenta un po’ il motore per lo sviluppo sostenibile della transizione ecologica insieme a tutte le infrastrutture che ha messo a disposizione il Politecnico. Si tratta di un modello che stiamo riproponendo anche a Mirafiori nell’ambito dell’Industria 4.0 dell’autoveicolo e alla Cittadella dello Spazio. 

Abbiamo, poi, avviato anche altri importanti progetti come Tech Stars con le OGR, Smart Beta, il nostro centro interdipartimentale, il piano di ex Fiat Engineering in Corso Ferrucci dedicato alla Cyber Security, all’intelligenza artificiale, all’IoT e allo sviluppo. 

Pianifichiamo di ospitare aziende che si occupano della conversione digitale di tutti quei servizi che vanno dalla burocrazia alla salute, alla mobilità sostenibile e alla domotica. Il mondo delle infrastrutture smart è un mondo molto interessante, dove tutto è collegato a tutto. Ci sono molte opportunità da cogliere rapidamente. Il vantaggio di quel mondo, che voi conoscete molto bene, è che si può “penetrare” con l’innovazione concreta in tempi molto più rapidi rispetto a quelli della transizione ecologica che, come noto, richiedono primariamente un cambio di mentalità e di paradigma di lunga durata”. 

È molto interessante questo spostamento di focus dallo spazio alla terra, ai problemi della sostenibilità, ai problemi che dobbiamo affrontare con una certa urgenza. Trovo molto interessante, inoltre, tutte queste opportunità  e iniziative che lei ha appena elencato legate alla città di Torino e alla crescita tecnologica che danno fiducia verso il futuro. Per noi questa città ha la possibilità di rilanciarsi proprio attraverso le tecnologie del digitale e l’attenzione all’inclusività e a un approccio diverso all’imprenditoria. Questi temi sono al centro del nostro modo di fare impresa. Molte altre aziende si sono accorte che questa è la strada giusta per potersi assicurare un futuro solido.  Alla luce di questo scenario, che impatto avrà la trasformazione digitale nella formazione dei giovani professionisti di domani? 

“Anche il mondo della finanza sta andando verso questa direzione, grazie anche ad una maggiore consapevolezza. Le banche hanno cominciato a capire che occorreva investire in vie che non dessero immediato profitto, ma avessero un impatto sociale, una crescita. Penso a tutte quelle iniziative di social impact che promuovono certi fondi di matrice UniCredit. Io ho avuto l’onore di far parte del board di indirizzo Nord-Ovest di Unicredit e ho visto dietro le quinte come ci si stava orientando verso quel tipo di investimenti. Oggi se non si va a creare uno sviluppo che porta avanti le imprese insieme alla società collassano i conti correnti. Tutti ormai si sono resi conti quanto da soli si è deboli e di quanto occorra fare sistema e progettare insieme. Questo è quello che sta succedendo nel Politecnico di Torino perché ci siamo resi conto che se avessimo continuato a formare ingegneri molto forti sui fondamenti e sulle conoscenze tecnologiche, ma meno sulle scienze dell’uomo e della società, sul saper gestire le persone (le soft skill), sulla capacità di un pensiero critico, questi non sarebbero stati in grado di intervenire nella società.

Mi sono chiesto che significato avesse fare tutto questo per le università italiane. Abbiamo deciso di invertire la rotta e ci siamo occupati di formazione professionalizzante, molto più esperienziale, soprattutto per quanto riguarda i laureandi in triennale, non ancora ingegneri ma molto utili alle piccole e medie imprese. Ci siamo occupati di reskilling e upskilling perché cambia tutto così velocemente che è necessario istruire continuamente le persone. Abbiamo cambiato profondamente il modo in cui formiamo gli ingegneri e gli architetti: più scienze dell’uomo e della società per gli ingegneri e più challenge in cui gruppi di ingegneri e architetti affrontano problemi complessi e opportunità di innovazione. Abbiamo appena varato un progetto che si chiama “Grandi sfide” in cui, già nelle triennali, i ragazzi possono accedere a sei macro gruppi di sfide (la salute, l’ambiente, la digitalizzazione, i cambiamenti climatici) affiancati da due mentori: un tecnologo e uno  scienziato della società. 

All’interno del Politecnico, poi, abbiamo creato un Centro di Studi Umanistici per aiutare i ragazzi ad avere anche altri punti di vista. Si tratta di un approccio che abbiamo preso dall’ EPFL di Losanna. Non ci sono altre università italiane che ce l’abbiano. Si tratta di un tipo di formazione disegnato sull’individuo e sulle sue capacità. La visione tradizionale non ti consente di customizzare nulla su te stesso. 

Un’altra cosa interessante che stiamo cercando di fare è la contaminazione delle filiere della formazione primaria e secondaria. Paradossalmente c’è bisogno di  più scienze e tecnologie nelle scuole dell’obbligo tanto quanto nella scuola del Politecnico c’è bisogno di scienze della società”.

L’apertura mentale è utile per il proprio percorso personale. Proprio a proposito di future generazioni, il Politecnico “sforna” tantissimi professionisti di cui il mercato oggi è affamatissimo ed è importante per tutti evitare che queste persone vadano via ma, al contrario, assicurarsi che restino sul territorio. Come è cambiato il panorama? Quali sono state le sfide da affrontare e come è il mondo oggi?

“Le rispondo in modo molto diretto. In questo momento non ne possiamo più. In 10 giorni l’università italiana è diventata virtuale. Ogni settimana facevo video motivazionali. Adesso se facessi un video mi “spernacchierebbero” immediatamente tutti quanti ed è comprensibile. Non c’è più tolleranza e quindi bisogna resistere. Questo è davvero il semestre più complesso, ho fatto un appello a essere vicini al rettore, a chi non può mollare, a chi rappresenta un po’ la “chiave di volta” su cui si scaricano tutte le tensioni. Però sono anche orgoglioso di essere in questa posizione e di fare ciò che devo. 

Non so cosa succederà, ci riscopriremo dopo il lockdown con un nuovo modo di incontrarci. Sicuramente saremo più poveri. Vedo tante storie di sofferenza, richieste di lavoro, genitori in difficoltà con le tasse universitarie. È molto complesso in questo momento stare dietro questi temi.  Ci siamo dotati di strumenti informatici più “forti”, siamo in grado di offrire in simultanea in ogni parte del mondo lezioni. Abbiamo ragazzi che dal Sud America alla Cina, all’Europa, all’Africa collaborano insieme in classi che fanno progetti di architettura e design. Abbiamo il 15% di studenti stranieri e abbiamo avuto un incremento nell’ultimo periodo proprio grazie alle nuove modalità di erogazione delle lezioni. Non si sa ancora se il prossimo semestre ci sarà la deroga per continuare a erogare da remoto. Abbiamo circa 1200 studenti cinesi, sono la comunità straniera più grande. Ho fatto un appello alle mamme di mandarci i loro studenti che troveremo un modo per vaccinarli e abbiamo aperto anche un canale Wechat in Cina per essere più veloci nell’erogare la didattica verso di loro.

Freak Antoni degli Skiantos diceva “mentre gli altri sono arrivati al fondo della buca e iniziano la risalita, io mi ritrovo a scavare”. Il Covid-19 ci ha fatto scavare e toccare con mano come solo insieme si riesce a ripartire. Il pensiero di Stiglitz che mi ha ispirato, a cui abbiamo dato una laurea honoris causam in occasione del festival della tecnologia per i nostri 160 anni nel 2019: lui ritiene che in questo periodo sono le università, le fondazioni, le associazioni no profit, io aggiungo anche le multi-utility come IREN che possono dare un impulso. Società che hanno un buon bilancio e che ci possono portare a fare il cambio verso uno sviluppo sostenibile perché ne hanno la potenzialità economica e possono indirizzare il cambiamento.

Io collaboro con Iren, con EGEA nel Cuneese che sta facendo una “Granda CO2 free”.

In questi 10 anni il mondo è cambiato soprattutto dal punto di vista della tecnologia. Abbiamo visto il mondo trasformarsi. La parola di oggi è la trasformazione digitale, appunto. Come vede i prossimi 10 anni? Come saremo in una sua ipotetica visione tra 10 anni? Che cosa dobbiamo aspettarci in futuro? Quali scenari ci attendono? 

“Non ho la bacchetta magica, ma quello che ho visto capitare nell’industria chimica è incredibile. La Solvay che si trova a Spinetta Marengo applicando dei criteri di Big Data, Intelligenza Artificiale, multi-sensoristica sullo stesso identico impianto ha cominciato a regolarlo rispetto a quello che erano le sane e tradizionali regole dell’ingegneria dei controlli hanno ottenuto un + 20% di produttività. Questo vuol dire che  dietro le quinte ci sono una marea di opportunità da cogliere grazie alla gestione dei dati non convenzionale attraverso questi algoritmi che siamo pur sempre noi a creare. In futuro qualunque cosa potrà diventare un generatore di dati messi a disposizione in modo del tutto nuovo e funzionale a dare quel cambio di modalità di vita. Io credo che ci saranno dei cambiamenti forti legati essenzialmente a quanto ho appena detto e che non sappiamo ancora dove arriveremo. Certamente conseguiremo prima del 2050 gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Io di questo ne sono ormai convinto. La situazione che abbiamo appena vissuto potrebbe aver accelerato questo processo. Di dati c’è un bisogno enorme. Dietro i dati si nasconde una enorme potenzialità in ogni settore. Penso che Torino andrà molto veloce e che saremo presto un esempio per il resto del Paese”. 

Grazie!

Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.

Ascolta “Digital Transformation / Prof. Guido Saracco” su Spreaker.

Il rapporto che abbiamo quotidianamente con gli oggetti d’uso comune è di natura prevalentemente sensoriale. Tuttavia, per comprendere la natura degli “oggetti digitali”, la mera sensazione non basta. Che cosa differenzia l’usabilità di un oggetto di design da un oggetto digitale?

“Che si tratti di oggetti materiali o immateriali le cose non cambiano molto e la usabilità è sempre una parte specifica del design. L’usabilità è una norma ISO, la 9241-11, e si definisce come:

“l’efficacia, l’efficienza e la soddisfazione con le quali determinati utenti raggiungono determinati obiettivi in determinati contesti”

In questa definizione ci sono sei elementi fondamentali per il concetto di usabilità e per i metodi che portano a produrla nelle fasi di design e a controlla su quanti prodotto. Le caratteristiche dell’utente, gli obiettivi perseguiti usando il frutto della progettazione e il contesto d’uso sono le condizioni al contorno, efficacia, efficienza e soddisfazione sono gli obiettivi del nostro lavoro.

Il fatto che si tratti di oggetti immateriali, se da una parte rende meno difficile e immediato valutarne l’usabilità, dall’altra ci offre grandissime possibilità perché liberi dai vincoli della materia abbiamo una scelta di possibili alternative non solo enorme, ma anche spesso molto più semplice da adottare.

Quando progetto un oggetto fisico, cambiare idea facendo test sugli oggetti finiti o realizzarne diverse versioni è molto costoso, modificare i prototipi di una pagina web o di un’app è molto più immediato e significativamente meno costoso. A chi progetta è richiesta però una profonda conoscenza delle regole che governano la comunicazione tra la pagina e la mente degli utilizzatori e la capacità di scegliere tra le numerosissime possibili soluzioni quelle che hanno senso e che porteranno a interazioni usabili e non confuse. Serve una preparazione specifica, troppo spesso questa non c’è e si lascia che siano i programmatori a fare le cose con il solo buon senso.  

In una catena la resistenza di tutto l’insieme è in carico all’anello più debole, spesso, troppo spesso, si spende molto denaro per le parti interne del sistema (nessuno farebbe mai progettare i database o la sicurezza da dilettanti), ma si lascia che siano i dilettanti a progettare l’interfaccia: un sistema meraviglioso con un’interfaccia modesta sarà percepito come modesto. Senza contare che i difetti di usabilità moltiplicheranno, per esempio, gli errori degli utenti sovraccaricando in modo assolutamente inutile il sistema. Molte delle tragedie degli ultimi tempi su sistemi che prevedevano numerosissimi accessi sono state amplificate dal fatto che non si sia presa nemmeno in considerazione una progettazione ergonomicamente corretta delle pagine!”

Quanto conta in questo caso il fatto che a rapportarsi con un essere umano ci sia un’altra intelligenza (seppur artificiale) in grado di comprendere il nostro linguaggio, di intuire le nostre emozioni e di compiere azioni in relazione al contesto entro il quale si trova ad operare?

“Questa cosa se usata bene è una grandissima opportunità! Le dimensioni delle basi dati disponibili, la potenza di calcolo dei server e la velocità della connessione permettono oggi di realizzare interazioni molto efficaci ed efficienti dove l’intelligenza” e la “cultura” (leggi potenza di calcolo e base dati) dei sistemi che ospitano rendono possibile un’efficacia senza precedenti.

Due esempi tra tutti: i motori di ricerca anche all’interno delle applicazioni mirati all’ambito specifico e l’individuazione e la gestione degli errori possono essere estremamente potenti e possono aiutare gli utenti in modo determinante”.

Nel corso degli anni l’aspetto del World Wide Web è cambiato radicalmente. In quale misura la rivoluzione mobile ha spinto i web designer a stravolgere le loro concezioni di usabilità?

“Qui probabilmente sono un po’ controcorrente. La proliferazione dei diversi “device” è stata certamente determinante nell’evoluzione e nel modificarsi delle tecnologie di interfaccia, si è fatto moltissimo per poter disegnare interfacce responsive e oggi possiamo fare cose fino a qualche anno fa semplicemente impensabili. L’evoluzione delle tecnologie su device diversi ha trasmesso per osmosi nuove possibilità da un ambiente all’altro e questo è stato un gran bene. Io credo però che sia stato spesso travisato il concetto di “mobile first”.

Questa indicazione nasce dall’idea che progettando il sistema per un piccolo display, dove tutto è generalmente più difficile, permetta poi con facilità il trasporto del design  sul display medio e/o grande, dove, in termini di dimensioni, è in generale più semplice concepire spazi, funzioni e ingombri. Purtroppo, in moltissime circostanze, per esempio: importanti banche e importanti società di servizi, si nota chiaramente una grande attenzione sul mobile e una scarsa attenzione sugli stessi sistemi applicati ad altri device, come per esempio il PC desktop. Si è spesso passati dal “mobile first” a una sorta di “mobile only” piuttosto fastidioso.

Dal punto di vista dell’usabilità, e non solo, è vitale dare la stessa importanza ai diversi device sui quali i nostri clienti lavorano differenziando le cose che devono essere diverse e unificando al massimo possibile le “liturgie” delle interfacce. Le stesse cose devono chiamarsi allo stesso identico modo nelle varie versioni dei sistemi, le stesse azioni devono avere lo stesso comportamento ovunque.

Sembra una cosa banalissima, ma spesso, ahimè, non è seguita, a grande discapito della usabilità (purtroppo)”. 

Suo Padre, Luigi Dadda, fu tra i primi a occuparsi di calcolatori elettronici in Italia. Lei ha scritto di essersi “occupato di software prima e di siti internet poi”. In quale misura le idee di suo padre hanno inciso sul suo percorso di ricerca e professionale?

“Mio padre lo portò dagli USA, dove aveva contribuito a progettarlo e costruirlo. Fu il primo calcolatore elettronico acceso nell’Europa continentale (il secondo a distanza di pochi mesi rispetto al Ferranti, avviato nel Regno Unito). L’interfaccia era una semplice telescrivente e, già allora, ricordo che mio padre mi raccontò che si era cercato di rendere l’immissione dei dati il più semplice possibile e la rappresentazione dei risultati comprensibile. Un grande insegnamento che ho avuto da mio padre, un professore vero che ha insegnato per 65 anni, è che per capire i bisogni degli utenti vanno ascoltati gli utenti stessi, troppi si dimenticano di non essere utenti e cercano di indovinare qualcosa che appartiene a un dominio di conoscenza del quale non capiscono nulla. Ricordo mio padre discutere con passione delle modalità di rappresentazione dei dati con i progettisti della diga Edison di Santa Cristina, tra i primi al mondo a utilizzare un calcolatore elettronico per i calcoli strutturali.

Un insegnamento che non ho mai dimenticato e che mi è stato di grande aiuto per tutta la mia vita di progettista”.

Quali sono i fattori determinanti che decretano il successo di un sito web (o di un’app) rispetto a un altro in termini di usabilità? Quali sono le caratteristiche principali che un sito web deve assolutamente avere?

“Un ottimo modo per identificare le caratteristiche di un sistema usabile è una check list di euristiche, ne esistono moltissime, personalmente mi piace questa proposta da Wikipedia che ci dice cosa l’usabilità può fare per il nostro sistema.

È importante adattare la lista scegliendo gli elementi corretti per il sistema che si sta disegnando e applicare controlli periodici relativi a ognuno degli elementi considerati. Non è importante quali parametri di controllo si usino, è importante averne, e considerare le verifiche come un passo molto importante. Ovviamente parlo di usabilità, una condizione necessaria, ma non sufficiente. È vitale che il sito per avere successo offra qualcosa che la gente cerca e della quale ha bisogno in modo efficace ed efficiente”.

Le andrebbe di farci qualche esempio di usabilità ben riuscita? Che cosa ha funzionato e cosa no?

“Il primo sito che mi viene in mente è Google: semplice ed efficace; ha tutto quello che serve, solo quello di cui l’utente ha bisogno e nulla di più. Risolve un solo problema e lo fa benissimo”.

E qualche esempio di pessima usabilità?

“Credo che tutti abbiamo bene in mente i siti non usabili, quelli dove trovi qualcosa la sera e la mattina dopo non riesci più a trovarla, che fanno la stessa cosa in modi diversi in diverse situazioni, che chiamano le stesse cose in modi inspiegabilmente diversi, dove i messaggi di errore non ti fanno capire come porre rimedio a quello che non è andato bene  e così via. Solo per vicinanza all’ultimo utilizzo posso, ahimè, citare quello dei servizi al cittadino della Regione Lombardia, ma non vorrei sparare sulla Croce Rossa. Come esempio di pessima realizzazione dal punto di vista dell’usabilità posso citare quasi tutti i siti sui quali prenotare la vaccinazione anti COVID-19. Al di là del fatto che non si capisca come mai non ci sia una pagina sola per tutti gli italiani, l’usabilità, inspiegabilmente, non è stata nemmeno presa in considerazione. Si tratterebbe quasi sempre di interventi relativamente piccoli che possono portare grande beneficio, ma è una cultura che purtroppo ancora manca”.

Cosa possiamo vedere dietro l’angolo? L’usabilità sta diventando un pilastro con cui disegnare il futuro o le barriere sono ancora troppe?

“Io credo che le possibilità tecnologiche e i metodi ci siano da tempo, serve la consapevolezza della necessità della usabilità e la coscienza che si tratta sempre di più di un fattore critico per il successo praticamente in ogni iniziativa.

Guardando più lontano, io vedo l’evoluzione dei sistemi, e di conseguenza delle interfacce e della loro usabilità come una cosa parallela all’evoluzione delle grandi ondate tecnologiche che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. All’inizio c’è stata l’evoluzione della potenza dei sistemi di calcolo, che è cresciuta seguendo puntualmente la legge di Moore. A questa è poi seguita l’ondata della disponibilità di memoria e  oggi possiamo tranquillamente dire che lavoriamo praticamente con potenza di calcolo infinita e memoria infinita. La terza ondata è stata quella della disponibilità di connessione, oggi praticamente infinita, che ha dato luogo per esempio al fenomeno del cloud.

La prossima ondata sarà quella della disponibilità di sistemi di intelligenza artificiale che, tra le altre cose, ci permetteranno di realizzare interfacce adattabili con reazioni eccezionali al comportamento dell’utente. Una cosa che oggi possiamo solo immaginare.

Il cervello dell’utente potrà utilizzare le proprie capacità per occuparsi solo delle cose veramente importanti e “umane” lasciando alla macchina, o meglio alle macchine, perché collaborano tra loro sempre di più, tutto il resto. Il bello deve ancora venire, credetemi!”

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[Guarda versione completa dell’intervista – 30 min]

Musicista, autore, produttore, sperimentatore. Chi è Max Casacci?

Nelle varie sfaccettature che mi hanno portato dentro la musica come tecnico del suono, chitarrista, compositore, produttore, paroliere ho sempre cercato di rispondere a un’idea artistica che viene da un’altra epoca. Senza nessun intento nostalgico, ma sono molto affezionato all’idea dell’artista manager, che sa barcamenarsi tra uno sponsor e l’altro. Ecco, io rimango attaccato al “non tradir la mia giovinezza” per dirla con le parole di una canzone di Fossati. In tutte le varie applicazioni che compongono il mio essere musicista, a tutto campo, cerco di mantenere quell’immagine lì, quella di un artista che si interroga sulla relazione con il proprio tempo e che cerca un significato in tutto quello che fa. 

Nel 2015 vieni invitato come relatore a una TEDx Conference, sul tema “strade rivoluzionarie”. Bel concetto. Cos’è rivoluzionario per te?

Esistono alcuni fattori, come il talento, che sono molto più diffusi di quanto si immagini. In certi momenti e in certi luoghi questi doni diventano un fattore collettivo che ha lascia il segno. Questo fenomeno è riferibile a ogni contesto culturale. La creatività in genere è legata al fatto che varie discipline entrano in contatto tra di loro amplificando le potenzialità espressive di ciascuna. Se mettiamo una lente di ingrandimento a certe fasi storiche e in certi luoghi precisi, scopriamo che esiste una costellazione di luoghi che favoriscono questo incrocio moltiplicando le potenzialità espressive e il talento dei vari protagonisti.

Questo è uno dei motivi per cui sono molto affezionato alla stagione che questa città (Torino) ha vissuto sulle rive del fiume con i Murazzi. Quel luogo riusciva davvero a “fertilizzare” il talento. Alcune infiorescenze riuscivano a svilupparsi in modo molto più evidente. Quello era il luogo in cui Torino imparava a conoscere se stessa, un luogo in cui ci si incontrava. Lì è nata una scena musicale che si è incrociata con scrittori e artisti visivi, con i narratori degli anni settanta, che nella loro verbosità portavano una serie di preziose testimonianze e racconti. C’era una Torino collinare che si mescolava con i disoccupati. Il tutto era armonizzato in un contesto incredibile. Non è un caso che in un luogo come quello sono nate esperienze artistiche che continuano a vivere ancora oggi.

Nel caso di Revolutionary Road, titolo del TEDx di Lecce, io analizzavo quella bowery, quella “terra di nessuno”, sostenendo che alla fine ciò che oggi risulta essere più rivoluzionario risponde in realtà alle necessità umane. Abbiamo attraversato una fase storica nella quale il mezzo era diventato una finalità. Passare con una canzone in una radio non era solo uno strumento per arrivare al fruitore, ma era diventato il fine. Il numero di passaggi radiofonici era praticamente l’obiettivo a dispetto del fatto che la tua musica finisse per snaturarsi. Quindi interrogarsi sull’esigenza che ti spinge a fare musica era diventata una cosa sconosciuta. Questo vale anche in contesti e ambiti più grandi in realtà.

Papa Francesco è senza dubbio una delle figure più rivoluzionarie di questi tempi, per esempio, ha preso la dottrina cristiana e l’ha applicata in una forma lineare risultando un uomo straordinario. Questo spiega cosa vuol dire quando affermo che oggi essere rivoluzionari vuol dire semplicemente capire cosa significa essere umani. 

Come vedi la situazione oggi in Italia rispetto alla creatività? 

Oggi esiste sempre una vivacità che si auto alimenta sotterraneamente e che poi lancia la sfida al contesto attuale, alle ostruzioni e in alcuni casi riesce anche a vincerla questa sfida. Che piacciano o meno alcuni protagonisti, bisogna ammettere che c’è una rivoluzione generazionale della musica in atto, fatta da musicisti che hanno cominciato a scrivere canzoni, a orientare i codici della propria estetica in una certa direzione. Solo alcuni di questi arrivano dal contenitore dei talent. I più significativi sono cresciuti sotterraneamente, si sono creati i propri codici e hanno imparato a fare musica, e oggi incarnano i punti di riferimento di intere generazioni. 

Dal mio punto di vista, alcuni di questi artisti hanno il talento per superare anche la stagionalità di certe forme estetiche, altri forse sono più imprenditori e un po’ meno capaci di affrontare il lungo periodo. Tutto questo, però, non lo vedo supportato da un contesto culturale che in qualche modo invogli e che sia in grado di dare nuovi strumenti di crescita. In Italia la musica passa sempre attraverso tanti canali che sembrano poi lo stesso canale. La musica è vista come un sottofondo, un tessuto sonoro da inserire tra uno spot e l’altro. 

Non esiste un canale televisivo unicamente votato ad approfondire la musica. Esistono canali televisivi per la cucina, per la storia, per la religione, qualsiasi cosa, ma non per la musica. Si tratta di una cosa che tende un po’ a sacrificare il talento del Paese in cui viviamo, che trova sempre comunque il modo di uscire, fra troppe difficoltà. Andrebbero create le coordinate di un contesto culturale un po’ più valorizzante capaci di esaltare il talento che c’è. 

Due anni fa avete festeggiato il ventennale dell’album “Microchip emozionale” e lo avete fatto con dei talenti che si sono adattati a un capolavoro della musica. Tra quegli artisti ci sono degli artisti che rispecchiano quello che ci dicevi sulla capacità di “superare la stagionalità”? 

Indubbiamente sì. Il criterio con cui abbiamo scelto questi artisti innanzitutto era un criterio anagrafico. Abbiamo scelto tra quelli che oggi hanno l’età che avevamo noi al tempo di “Microchip emozionale” e poi artisti che hanno dichiarato loro stessi di essere stati ispirati da questo album. Per alcuni di loro il concerto dei Subsonica è stato l’incoraggiamento per poi decidere di fare musica nella propria vita. Non c’è niente di più gratificante di capire che quello che hai fatto ha lasciato un segno nella vita di altre persone. Quel tributo racconta anche un po’ questa storia.  

Innovare quindi vuol dire anche guardarsi indietro e cercare di prendere spunto per poter fare meglio rispetto a chi ha già avuto altre esperienze e poi guardare avanti?

Innovare vuol dire lasciare un segno che sia il tuo, diverso da quello di qualcun altro. Il tuo segno è fatto di ciò che sei, delle tue scelte e delle tue ispirazioni; è fatto del bagaglio che porti sulle spalle. È importante come si vive la musica, come la si ascolta; come la si interpreta, come la si fa propria. Tutto questo determina alla fine chi sei e di conseguenza l’unicità del tuo segno. 

Esci spesso dalla tua comfort zone musicale per inoltrarti nei suoni del mondo: ambienti urbani, natura, e adesso le api. Perché?

Questo è un album fatto con i suoni della natura e senza strumenti musicali. Penso che un’esperienza del genere si possa definire tale solo in presenza di uno smarrimento, quando devi attingere alle tue risorse e metterti a confronto con qualcosa che in quel momento ti appare sconosciuto. Lì si creano le condizioni base per un’esperienza. A maggior ragione questo vale nell’ambito artistico e creativo. Sono molto attratto dallo esplorazione di questo tipo di condizione di disorientamento.

La musica senza strumenti musicali nasce dall’esigenza di astrarre i suoni dalla natura e creare nell’ascoltatore un legame empatico con l’ecosistema, inteso anche nella sua fragilità. L’assenza di strumenti mi mette nella condizione di non essere colui che governa il processo creativo. Quando uno come Michelangelo Pistoletto ti chiede di mettere in musica un fiume e di fare di questo fiume una melodia, una tessitura quasi orchestrale, tu gli rispondi di sì e cominci a sudare freddo dopo e ti ritrovi con i microfoni ad aggirarti tra le sorgenti e cerchi di capire quei luoghi e cerchi di capire che storia sonora raccontare (guarda il video).

Ti ritrovi così ad ascoltare la natura come uno spettatore e non come un protagonista. Tutti questi fattori provocano una reazione che mi piace, che mi proietta in quella terra di nessuno dove cerchi di mettere insieme cose che fanno parte del tuo passato e sono un’esplorazione verso un futuro che ancora non conosci. Questo accadeva anche quando collaboravo con gli Africa Unite con quel tipo di reggae molto contaminato. Con i Subsonica in qualche modo abbiamo fatto un percorso analogo: da un lato c’era la scrittura delle canzoni, dall’altra c’era la sintesi di qualcosa che non proveniva solo dal mondo musicale, ma che ci univa e appassionava. Anche un lavoro di sintesi può essere quindi un lavoro estremamente creativo. 

Cultura digitale o Digital transformation. Che suono ha?

Un suono giusto e un suono digitale. Le rivoluzioni tecnologiche in atto hanno stravolto il modo di fare musica, hanno abbattuto i costi di produzione e hanno accelerato i tempi di lavorazione, ma non necessariamente hanno fatto bene alla musica. Far interagire gli artisti a distanza ha eliminato le occasioni di suonare dal vivo insieme, in cui si provava insieme, si facevano errori insieme. Tutto questo ha semplificato molto, ma se paragoniamo la musica dell’altro secolo a quella di oggi non possiamo dire che ci siano stati enormi passi in avanti.

I passi in avanti si sono prodotti dove la tecnologia ha cominciato a suonare “nella sua specificità”, come in certi ambiti di musica elettronica dove si sono creati dei generi musicali in cui il suono digitale è stato usato in quanto tale, non come emulazione di qualcosa di precedente. Io oggi posso permettermi di mettere un’orchestra in un brano risparmiando del budget, ma non necessariamente questa scelta farà del bene alla mia musica. Pensa che sono stati fatti dei generi musicali  sull’errore, sulla disfunzione, su quel linguaggio afasico che certe volte le macchine ogni tanto producono spontaneamente. È lì che ci si muove in un ambito molto diverso dal normale e significativo.

Secondo me il termine di paragone per capire quello che sto dicendo sono i Radiohead, l’ultimo grande gruppo della storia del rock, che a un certo punto (nel 2000) ha iniziato a stravolgere la sintassi musicale usando una sintassi digitale inedita e affacciandosi su una modernità nuova. Hanno cominciato cioè a utilizzare i nuovi strumenti con il loro linguaggio proprio, quello della nuova tecnologia. In questo senso spiego perché la cultura digitale suona digitale.  

“Italy in a day”, la versione italiana diretta da Gabriele Salvatores ha un tuo brano (2014). Quale suono aveva quel giorno l’Italia?

L’Italia aveva un suono molto colorato. Viviamo in un luogo che ha una grande quantità di sfaccettature: dalla disperazione più totale all’amore più viscerale. Tutto questo si rifletteva in una tessitura cromatica di suono pazzesca.

Quale suono avrebbe oggi?

Se i Deproducers facessero una colonna sonora oggi sarebbe più ricca di silenzi perché stiamo vivendo un momento molto più silenzioso. 

“Planetario” tessuto sonoro per la narrazione scientifica dell’astrofisico Fabio Peri è andato in orbita sulla Stazione Spaziale. Mi sveli la ricetta, cosa c’era in quell’album?

È stata ed è tutt’ora una vera esperienza. Siamo partiti in un gruppo di 4 musicisti-produttori (io, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma) e da un’idea di musica di insieme slegata dalla canzone. Volevamo recuperare una dimensione un po’ anni 70 e ci siamo chiusi in un luogo dove si poteva fare musica anche 24 ore al giorno. A un certo punto si trattava di capire dove collocare questa esperienza creativa. L’idea di unire la musica con la scienza ci è sembrata la cosa più opportuna. Da lì è partita quest’idea di sintesi.

Ci siamo esibiti davanti a teatri pieni e abbiamo realizzato un album e uno spettacolo sull’astrofisica, poi sulla botanica con Stefano Mancuso e sulla genetica con Telmo Pievani. Gli scienziati venivano messi provocatoriamente al posto dei frontman. L’idea era evidenziare come il dato scientifico avesse una valenza poetica pari o superiore alle parole del testo di una canzone. Durante lo spettacolo poi il dato veniva veicolato nelle sue forme più quotidiane per darne una fruizione diversa attraverso la musica. Veniva proposta una fruizione diversa della musica, che diventava così il vettore di qualcos’altro.   

Max, siamo arrivati all’ultima domanda, forse quella più difficile: cosa succede nei prossimi dieci anni? Nella tua vita e nella società?

Partiamo dai dati. Nei prossimi dieci anni io vedo la nascita dell’Europa, perché si va in quella direzione ed è un’esigenza percepita soprattutto dalle persone più giovani. Molti ragazzi che abbiamo incontrato durante il nostro tour europeo ci hanno mostrato un’idea di Europa forte. 

Credo che in questo momento rispetto alla tecnologia stiamo vivendo una fase di transizione legata al fatto che i cosiddetti “nativi digitali” sono oggi persone non ancora ammesse nei luoghi dove si prendono le decisioni. Questa cosa spero accada quanto prima, magari alla fine di questi dieci anni. E quindi dal punto di vista del rapporto culturale con questo scenario tecnologico, credo che oggi ancora non capiamo i reali benefici perché ci sono due culture che si stanno compenetrando. Tra dieci anni avremo risposte più nette in termini di benefici, quando la generazione che è nata sarà capace di dare delle risposte e di armonizzare tutte le nuove opportunità tecnologiche con le nostre radici culturali. 

Grazie Max!

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Synesthesia ha da sempre supportato le iniziative di CUS Torino per la valorizzazione del territorio, dello sport, del dialogo volto a progettare un futuro più sostenibile, solidale, equo e ricco di occasioni per tutti, non solo in ambito sportivo, ma anche sociale, economico e professionale.

Just The Woman I Am 2021 è una bellissima iniziativa e Synesthesia è lieta di supportare anche quest’anno il CUS per la realizzazione di un evento unico nel suo genere, nato dall’idea di eguaglianza e di superamento di tutte le forme di discriminazione. 

Synesthesia è da anni impegnata in iniziative contro il gender gap in ambito di formazione e di accesso alle professioni legate al mondo STEM con l’iniziativa Girls Tech, giunta quest’anno alla sua terza edizione (www.girlstech.it).

Le tecnologie più moderne affiancate a operazioni intelligenti e inclusive di comunicazione possono permettere a un evento come JTWIA 2021 di assumere un’identità “virtuale” che, affiancata alla fisicità reale della performance sportiva, consentirà un’esperienza davvero unica e originale.

La pandemia Covid-19 ha creato e crea tantissimi problemi, ma ha dimostrato che unendo le forze si possono superare limiti e sfide, ma soprattutto puntare a risultati ancora più ambiziosi.

Per favorire tutto questo il team eventi di Synesthesia metterà a disposizione di CUS Torino tutte le sue competenze coprendo l’evento del 7 marzo con un’iniziativa innovativa di live experience.  

L’attività principale sarà rappresentata da supporto tecnologico digitale che consentirà ai tantissimi ambassador di JTWIA 2021 di rilasciare in real time la loro testimonianza di corsa dalle diverse città italiane in cui il CUS opera. 

L’evento live condotto dalla showgirl Cristina Chiabotto e da Riccardo D’Elicio, Presidente del CUS Torino, permetterà di “unire” l’Italia in un unico running in rosa, ripreso live e disponibile sui canali social e web di CUS Torino, JTWIA e Advento.live.

Synesthesia si occupa di sviluppo tecnologico e di comunicazione in modo completo: idea, progetta, disegna, sviluppa e promuove soluzioni ad alto valore aggiunto a supporto di imprese, eventi e organizzazioni di tutte le tipologie per garantire la migliore user experience. L’era della “digital transformation” sta cambiando in modo dirompente il mondo in cui viviamo. Il modo di imparare, lavorare, emozionarsi, vivere è caratterizzato ogni giorno da cambiamenti sempre più frequenti.

In tutto questo sono centrali le competenze professionali che Synesthesia mette in campo, gestendo con successo progetti per clienti locali, nazionali e internazionali. Sono più che mai differenzianti le competenze umane: la relazione, la fiducia, la “vision” di un mondo che crede nell’innovazione in modo consapevole, e che tiene fermo il timone puntando in modo concreto al miglioramento sociale. 

«Crediamo fortemente da anni in questa partnership, che è valoriale e strategica. Per noi è occasione per entrare in contatto con tanti ragazzi di differente età, da quelli più giovani e magari interessati alla nostra scuola di tecnologia FuturMakers fino agli studenti universitari, che rappresentano per noi i veri talenti su cui fare scouting costante per elevare il nostro know how. In questo senso sostenere una squadra, ma anche una borsa di studio, è prima di tutto un giveback, un riconoscimento verso un ecosistema culturale che ci ha dato e ci sta dando moltissimo. Non ultimo, il CUS è un contesto integrato di aziende e relazioni con il territorio di elevatissima qualità, con cui vogliamo rafforzare sinergie e accordi. 

È in quest’ottica che abbiamo scelto di essere partner di “Just the Woman I Am” uno degli eventi più coinvolgenti per la nostra città (e ora d’Italia) e di partecipare ai campionati di volley femminile attraverso la nostra sponsorizzazione».

Con queste parole di Riccardo Recalchi, CEO dell’azienda, ha accompagnato l’avvio del progetto di supporto rivolto a CUS Torino e a tutto lo staff di Just the Woman I Am.

Per info e partecipazione clicca qui.


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La tecnologia costituisce una grandiosa opportunità di crescita e di scoperta per l’intera umanità, senza alcuna distinzione di genere. Riconoscere il fondamentale contributo delle donne nella scienza e nella tecnologia rappresenta per noi un impegno che continueremo a portare avanti ogni giorno. Per questa ragione oggi celebriamo la “Giornata mondiale delle donne nella scienza” con le testimonianze di alcune protagoniste della factory digitale di Synesthesia e SYX.

Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni e i loro sogni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.


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Francesco, alla luce di quanto riscontrato finora in Synesthesia, qual è la tua opinione in merito al dibattito attuale legato alle differenze tra smart working e lavoro da remoto?

“Lo Smart Working non è un semplice remote working, ma prevede tutta una serie di elementi chiave che lo qualificano come tale e che si vanno ad aggiungere al lavoro da remoto. Questi elementi prevedono di lavorare per obiettivi, misurare le performance, avere meno controllo, più dialogo e fiducia, tenere un canale aperto di comunicazione con il team, continuare a coltivare il contatto umano (non necessariamente da casa)”. 

Quali sono quindi secondo te gli strumenti essenziali e l’approccio da adottare per uno smart working efficace?

“Un ampio uso dell’approccio di tipo Agile, l’utilizzo di strumenti tecnologici a supporto  dell’organizzazione, un welfare differente unito a momenti di disconnessione e al mantenimento di un’alta professionalità sono, a mio parere, tutti ingredienti essenziali per uno smart working che funzioni”.

Quali sono i vantaggi dello smart working per le aziende?

“Gestire le risorse umane a distanza è un compito che comporta importanti vantaggi per un’azienda, come la possibilità di trattenere o acquisire talenti, ridurre i tempi morti degli spostamenti, ridurre le spese attraverso un utilizzo più efficiente dello spazio lavorativo.

Sono numerose, inoltre, le conseguenze sulla sostenibilità ambientale: meno spostamenti e meno consumo contribuiscono certamente a una riduzione dell’inquinamento generale”.

E per i lavoratori?

“Da tempo si parlava d’introdurre qualche forma di smart working in azienda. Per certi aspetti si tratta di un traguardo che consente di avere maggiore flessibilità e tempo a disposizione, bilanciando meglio la vita lavorativa con quella privata.

Tutto questo ha delle importanti conseguenze per quanto riguarda la riduzione dello stress. Meno stress, meno lavoro fuori orario e più benessere per tutti…“.

All’interno di queste dinamiche quanto è importante saper gestire in modo efficace il tempo e lo spazio?

“Lavorare da casa richiede un’organizzazione accurata del proprio tempo e di uno spazio che solitamente viene concepito per essere vissuto in modo differente. Non tutti sono abituati a questo tipo di gestione. Nell’arco della giornata lavorativa è importante trovare dei momenti di “stacco” tra una call e l’altra per eseguire al meglio le altre attività.

Per quanto riguarda lo spazio diventa fondamentale crearsi all’interno della propria abitazione un’area dedicata al lavoro, tenendo conto anche delle esigenze di tutti i membri della famiglia, che in questo periodo in particolare possono anche essere piuttosto critiche”.

Quali sono invece i punti problematici di questa modalità di lavoro?

“Leadership e obiettivi. Gestire in modo efficace le risorse umane a distanza è un compito che richiede grandi capacità di management. Troppo spesso oggi l’aspetto che ha a che fare con la pianificazione viene ignorato. Non tutti possono o vogliono lavorare in smart working e molti lavoratori potrebbero sentirsi isolati anche nell’affrontare le difficoltà: si pensi a chi non dispone di spazi adeguati o ha figli piccoli a casa.

L’assenza delle solite routine giornaliere, inoltre, crea delle situazioni che spesso non siamo abituati ad affrontare. Il rischio che i propri colleghi diventino, dei semplici indirizzi e-mail da sovraccaricare di compiti lavorativi è molto elevato. Lo smart working deve essere una scelta e non un’imposizione. Oggi i nuovi strumenti di lavoro integrati a metodologie di gestione e progettazione efficace consentono ai componenti di un team di lavorare a distanza, conseguendo gli obiettivi in modo meno stressante. Basta essere organizzati e consapevoli di queste criticità.”

Quali sono le nuove opportunità dello smart working?

“Questo nuovo modo di lavorare apre a nuove possibilità che fino a poco prima dell’emergenza covid-19 erano state del tutto ignorate. Lo sviluppo del software è uno dei pochi settori ad aver conosciuto e usato diffusamente lo smart working già prima dell’attuale crisi sanitaria. Le aziende di software utilizzano spesso metodi di gestione del progetto “agili” che ben si prestano al lavorare per obiettivi. É proprio questa una delle opportunità più importanti nate con lo smart working. La possibilità di lavorare per obiettivi permette di puntare sui tre principi della motivazione: autonomia, cioè il nostro desiderio di essere auto-diretti; padronanza, ovvero l’impulso di acquisire abilità migliori; scopo, il desiderio di fare qualcosa di significativo e importante. Cambia anche il modo di viaggiare per lavoro e di fare formazione (online e diffusa)”.

Come un manager deve gestire da remoto il proprio team?

“É essenziale per un team manager trovare il giusto equilibrio tra il lasciare ai colleghi di team una certa autonomia nell’organizzazione del proprio lavoro e garantire un minimo di linee guida e di controlli. É sicuramente più efficace prestabilire gli obiettivi da raggiungere invece che fissare una rigida programmazione del lavoro. Una tecnica utile, in questo senso, è quella del time blocking, già adottata da Benjamin Franklin e che consiste nell’assegnare il proprio lavoro a specifici blocchi di tempo in cui lo si eseguirà. 

Questa pianificazione bloccata se da un lato può risultare anche molto intensa, perché bisogna concentrarsi sempre nel non impiegare troppo tempo su un solo lavoro, dall’altro permette di aggiungere struttura a giornate lavorative altrimenti caotiche, ottimizzando così la gestione delle ore di lavoro e introducendo dei momenti di pausa fissi”.

Ci puoi fare qualche esempio pratico?

“Una comunicazione costante tra i membri di un team di lavoro e il loro manager è essenziale per creare fiducia e responsabilità reciproca. Per spiegare meglio questo aspetto prendo in prestito alcuni rituali pubblicati da Zapier. I manager iniziano la settimana facendo incontri personali con i singoli membri, il rapporto con il tuo manager è il legame principale con l’azienda. Uno-a-uno è il momento in cui le persone condividono più facilmente e liberamente le loro priorità, chiedono consigli e parlano delle eventuali difficoltà. Alla fine di ogni settimana, poi, tutti pubblicano un aggiornamento del venerdì, che delinea i progressi compiuti sulle priorità principali della settimana e condivide la priorità principali per la settimana successiva. Questi processi e rituali assicurano che la squadra sia allineata. Questi sono modelli attuati e che funzionano per Zapier, ma ogni azienda, poi, deve trovare i rituali che meglio si adattano alla propria realtà, mettendo però sempre al centro la fiducia”.

Qualche suggerimento per il futuro?

“Parlando di futuro aziendale, penso che ci siano diversi temi da considerare. Per esempio, per quanto riguarda i neoassunti, è importante affiancarli a un mentor in azienda, un collega che possa indirizzarli ma soprattutto fare da “compagno di banco” a cui rivolgersi per esigenze non facilmente gestibili. 

Puntare sulla condivisione della documentazione e sulla intranet può essere un plus in tema di accessibilità ai documenti e alle informazioni aziendali più importanti.

Ci sono poi i meeting giornalieri, fondamentali per mantenere il contatto con i colleghi e manager e i cosiddetti standup meeting di gruppo dove confrontarsi rapidamente. Infine mi sembra importante che un’azienda conduca survey costanti sul mood dei propri dipendenti e organizzi workshop interni su come migliorare il lavoro anche nell’ottica di learning by doing in contesto smart working.

In ultimo, ma non per questo meno importante, c’è la cura di momenti extra-lavorativi come, per esempio, un ritiro annuale per tutti i dipendenti fuori dal contesto lavorativo o anche semplici spazi informali insieme ai colleghi nell’arco della giornata.

In questa intervista abbiamo toccato molti punti fondamentali che caratterizzano lo smart working di oggi. Ci auguriamo che ciò che è stato detto qui possa rappresentare un’occasione per riflettere su come migliorare le condizioni e le pratiche lavorative quotidiane di tutti”. 

Un grazie di cuore a Francesco Ronchi per aver risposto alle nostre domande.


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Ti proponiamo, inoltre, il kit completo di 3 moduli per lo smart working dedicato alle aziende che stanno riorganizzando il proprio lavoro a distanza. Il kit completo consentirà ai partecipanti di acquisire metodi e tecniche per un’interazione a distanza professionale efficace. Potenzieranno inoltre tutte quelle competenze emotive, organizzative e progettuali necessarie per lavorare in modo efficiente anche da remoto.