Davide, nel 2019 hai fondato TOSWIM, la community per tutti gli appassionati del nuoto. Com’è nata questa idea?
“L’idea è nata in maniera abbastanza casuale. Devo dire che, come ex nuotatore agonistico della nazionale giovanile di nuoto, ho sempre continuato a nuotare, soprattutto in estate.
Ogni volta che andavo a nuotare in un bel posto ho sempre pensato che sarebbe stato utile trovare un’app che mi consentisse di inserire la mia posizione e indicare il tragitto fatto per condividere questa esperienza con qualcun altro appassionato di nuoto come me.
Ho deciso allora di parlarne con i miei soci della Rari Nantes Torino, (anche loro tutti ex nuotatori e adesso dirigenti sportivi). Da quel momento sono nate poi una serie di connessioni, idee e sogni da realizzare che ci hanno portato a fondare TOSWIM. Volevamo dare vita a una società, un “libero pensatoio” per creare una community di nuoto e un ecosistema dedicato ai nuotatori e a tutti quelli che vogliono avvicinarsi al mondo del nuoto”.
Che cosa offre TOSwim?
“L’essenza di TOSWIM è quella di permettere a tutti di adottare come stile di vita il nuoto. Può sembrare un obiettivo troppo alto, ma alla fine va incontro ai bisogni di tante persone.
Il nuoto è concepito come uno sport individuale dall’esterno, ma non lo è. Il nuoto è uno sport praticato nei laghi, nel mare, nelle piscine e normalmente si fa da soli, ma la presenza fisica di qualcuno a fianco ti consente di vivere meglio l’esperienza.
Il nuoto poi è uno sport difficile da approcciare. Normalmente si inizia a praticarlo da bambini perché obbligati dai genitori. È come una piramide: abbiamo una base molto ampia che con l’avanzare dell’età si restringe sempre di più. I bambini, crescendo, cominciano ad amare altri sport più coinvolgenti come il calcio, il basket o la pallavolo. Pochi sono quelli che rimangono, anche se quei pochi sono un numero importante a livello mondiale: stiamo parlando di 10 milioni di persone che fanno attività agonistica nel mondo del nuoto.
Il nostro obiettivo, dunque, è di permettere a tutti di avvicinarsi al nuoto con meno titubanze. È uno sport che si pratica nudi e quindi va a toccare tutta una serie di paure intrinseche a noi stessi, come la vergogna del proprio corpo oppure come quella di confrontarsi con altre persone.
TOSWIM vuole essere un mezzo che consente a tutti di rompere queste paure e avvicinarsi serenamente a uno degli sport più salutari e belli del mondo”.
Può la tecnologia rendere più unita la community degli appassionati di questo sport? In che modo?
“Negli ultimi anni abbiamo visto come la tecnologia, e in modo particolare i social, possono dividere le persone e indurle a rinchiudersi in se stesse. Ma così come la tecnologia è riuscita a far implodere il sistema di comunicazione e il modo di stare insieme, così lo può fare esplodere, permettendo di nuovo alle persone di incontrarsi.
Questo vale soprattutto per lo sport. Le persone che hanno in comune domande, paure e passioni, possono conoscersi e iniziare un’attività insieme. Come può avvenire tutto questo nel nuoto? Io vado a nuotare da solo e se sono appassionato passo tre quarti d’ora in piscina. Ma vi assicuro, da ex nuotatore, che dopo 5 o 10 minuti ho già voglia di uscire perché a volte la motivazione non è così forte.
Se avessi, invece, qualcuno al mio fianco con cui condividere l’allenamento o una semplice nuotata, riuscirei a chiudere i tre quarti d’ora di nuoto felice e soddisfatto di me stesso.
Oppure, pensiamo a un genitore che deve scegliere dove portare i bambini a nuotare. Ci sono una serie di domande alle quali vorrà trovare una risposta: l’acqua sarà pulita? Gli istruttori saranno bravi?
Con TOSWIM è possibile condividere tutte le informazioni utili e mettere a disposizione le esperienze di altri genitori. In questo modo è possibile abbattere le barriere e consentire ai genitori di portare serenamente i propri figli a nuotare”.
Esistono esperienze simili (anche in altri sport) che hai usato come punto di riferimento per definire l’idea e avviare la startup?
“Quando abbiamo fondato TOSWIM avuto la possibilità di affrontare un percorso di accelerazione pre-seed con il Founder Institutedi Palo Altoche ci ha instillato un modo di pensare e affrontare tutte le difficoltà che una startup comporta. Questo ci ha permesso anche di guardarci intorno, di prendere spunto dall’esperienza di altre società e abbiamo analizzato quello che era successo anche in altri sport. Per esempio nel running un’applicazione come Strava ha permesso in pochi anni di creare una community di corridori e di farla crescere. In poco tempo sono passati da 200 milioni di runner nel mondo a 600 milioni. Ci siamo ispirati alle nuove app e startup che stanno nascendo nel mondo del padel o nel tennis. Questo ha migliorato la nostra offerta e ci ha aiutati a riflettere sui servizi che noi potevamo offrire ai nostri utenti e appassionati di nuoto”.
Perché avete scelto Synesthesia?
“La scelta dei partner con cui intraprendere il nostro percorso è stata abbastanza complessa. Hai le idee, stabilisci una strategia e una timeline, ma poi deve esserci qualcuno che lavora con te e che sia esperto nella creazione di soluzioni digitali e tecnologiche.
Devo dire che la scelta del partner è anche una scelta che ti porterai dietro per tutta la vita della startup. Possono esserci poi dei cambiamenti nel percorso però la prima fase di crescita, che non riguarda solo i primi mesi, ma dura diversi anni, è molto importante perché in essa crea una condivisione di obiettivi e di strategie. Anche qui abbiamo fatto “scouting” sul terreno. Ci siamo fatti consigliare da advisor che erano già all’interno di startup o di società che avevano già avuto i primi round di finanziamento o erano già sul mercato con un percorso positivo.
Ci siamo fatti consigliare anche dagli advisor di 3P e siamo arrivati a Synesthesia, sapendo che andavamo a scegliere un “cavallo di razza”. Abbiamo subito puntato a una società con un’esperienza più che decennale in questo settore e questo ci ha permesso anche di riflettere e migliorare la nostra offerta, la user experience e riflettere su problemi nuovi”.
Quale sarà l’apporto di Synesthesia? Che cosa ti aspetti?
“Da Synesthesia mi aspetto un rapporto diretto, franco e anche un “po’ crudele” nell’elaborare le soluzioni migliori e le tecnologie più adatte da inserire all’interno di TOSwim.
Attualmente TOSwim è un neonato che sta crescendo giorno dopo giorno. Stiamo cominciando a studiare diverse funzionalità, le leve di engagement e gamification che vogliamo inserire all’interno del progetto.
Sono aspetti che non conosciamo, quindi ci aspettiamo (e siamo sicuri che avverrà) da Synesthesia un efficace supporto per le scelte migliori da effettuare per TOSWIM”.
Grazie Davide per la tua disponibilità.
Ogni giorno, Synesthesia, grazie al lavoro di team esperti, sviluppa applicazioni all’avanguardia per i propri clienti e per i propri partner. Scopri le nostre Creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata.
È un compleanno speciale per Swift Heroes che quest’anno soffia le sue prime 5 candeline. La quinta edizione della conferenza internazionale dedicata agli sviluppatori dell’ecosistema Apple torna il 7 e l’8 aprile, in modalità ibrida (in presenza e online). Dalla meravigliosa cornice del Museo dell’Automobile di Torino (MAUTO), l’evento sarà trasmesso in live streaming in tutto il mondo.
“L’evento Swift Heroes è nato per diventare un punto di riferimento per gli sviluppatori del mondo Apple, con specifico riferimento a Swift. Quest’anno la conferenza soffia le sue prime 5 candeline e a distanza di 5 anni possiamo dire che Swift Heroes è diventata in Europa uno tra i principali eventi per sviluppatori Apple. Siamo molto orgogliosi di tutto questo e non vediamo l’ora di dare vita a questa nuova nuova edizione” (Francesco Ronchi, Presidente e Fondatore di Synesthesia).
Il talk annuale sul linguaggio ideato per la creazione di prodotti, servizi e soluzioni di distribuzione dati destinati ai dispositivi mobile Apple rappresenta un appuntamento unico che vede riunita, in un unico contesto, la numerosa community attenta alle nuove tendenze di programmazione iOS. Ed è proprio questa community a rappresentare uno dei punti di forza dell’evento. Come afferma il resident expert e testimonial dell’evento Stefano Mondino (Mobile Platform Leader – iOS Tech Leader in Synesthesia):
“Swift Heroes ha successo perché riesce a portare tanti sviluppatori da ogni parte del mondo nello stesso luogo per scambiarsi idee, dubbi e soluzioni. E dopo due anni di “isolamento” sono convinto che sarà ancora più speciale per tutti. L’agenda di quest’anno sarà ricchissima. Oltre alla novità della modalità ibrida (in presenza e on line) abbiamo optato per un’unica traccia su due giornate,e con 2 workshop anche nella giornata di sabato. Stiamo ancora lavorando su alcune piccole novità da introdurre durante lo show, non ultime le nuove mascotte dell’evento”.
Per l’occasione sono previste dunque tante sorprese. Il ricco programma di Swift Heroes 2022 proporrà una serie di interventi esclusivi con le ultime novità sul linguaggio di programmazione impiegato per la creazione di app native su iPhone, iPad e Mac, workshop e molto altro ancora. Dal palco del MAUTO si alterneranno prestigiosi speaker internazionali tra i quali troviamo Krzysztof Zabłocki( Swift Engineer, The Browser Company e Shai Mishali (Senior iOS Tech Lead, monday.com) con un talk dedicato alla Swift Concurrency. Degna di nota è la presenza di Alessandro Chiarotto (Test Engineering, Sky), Aleksandar Gotev (Principal Engineer, Sky), Peter Friese (Developer Advocate,Google), Charlotte Liang (Software Engineer, Google), Davide Repetto (Senior iOS Developer, Synesthesia), Jane Bondar (iOS Tech Lead, NIX) e molti altri professionisti del mondo Apple.

I partecipanti potranno toccare con mano soluzioni adottate da grandi professionisti, approfondendo i casi di successo di grandi aziende e imparando ad applicare soluzioni Apple all’interno delle loro realtà.
“Avere a disposizione 20 esperti IOS pronti a raccontare le loro esperienze sarà qualcosa di sensazionale. Ci aspettiamo molta partecipazione e tante domande su tutti i canali di trasmissione dell’evento” (Francesco Brocero, Director Events and Training of Swift Heroes).
La conferma del successo di Swift Heroes arriva anche dai partner di spicco che supportano l’evento: Main Sponsor per il secondo anno consecutivo Telepass che conferma il sostegno alla kermesse accompagnato da altri sponsor come Subito, Bitrise, Empatica e Synesthesia. Queste sono solo alcune delle realtà che rappresentano la volontà di informare e informarsi sui cambiamenti e le possibilità date dal linguaggio di programmazione di Apple, partecipando attivamente alla descrizione, al confronto e al cambiamento.
A guidare l’evento è ancora una volta Synesthesia, la digital experience company torinese ideatrice del format, che arricchisce il calendario dell’evento grazie alla realizzazione di una kermesse unica e imperdibile grazie alle soluzioni di Advento.live nate per creare eventi digitali e ibridi con un’elevata componente di interazione con il pubblico.
Swift Heroes vi aspetta il 7 e 8 aprile!
I biglietti sono in vendita. Scopri qui la soluzione giusta per te!

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È un compleanno speciale per Swift Heroes che quest’anno soffia le sue prime 5 candeline. Quale è il segreto per non perdere mai lo spirito di entusiasmo che da sempre accompagna la realizzazione di questo evento?
“Lo spirito di entusiasmo è lo stesso che noi sviluppatori mettiamo nel nostro lavoro quotidiano e con Swift Heroes abbiamo l’opportunità di condividerlo con l’intera community. Diciamo che viene tutto molto naturale. Noi sviluppatori coinvolti nell’organizzazione siamo molto motivati e l’intero team eventi (Advento.live) è decisamente sul pezzo!”
L’edizione di quest’anno torna in presenza con un format “ibrido”. Sei emozionato?
“Sono emozionato e curioso. Finora abbiamo realizzato due edizioni completamente in presenza e due edizioni full-digital: “sincronizzare” il tutto è una grossa sfida, ma sono sicuro che andrà alla grande! Sarà bello per gli speaker tornare a parlare di fronte a una platea. Lo abbiamo appena sperimentato con Flutter Heroes ed è stato proprio speciale”.
Per l’edizione 2022, quali sono gli speech imperdibili per la community di developer?
“Shai Mishali aprirà la conferenza con un talk su Swift Concurrency, credo sarà uno dei più attesi e apprezzati. Personalmente sono un grande fan di XcodeGen e sono curioso di sentire Firas Safa a riguardo. Menzione speciale per il talk del “nostro” Davide Repetto sui property wrappers… Oltre ovviamente a tutto il resto della lineup”.
Da tempo Swift Heroes, attira l’attenzione di numerosi sponsor del settore tecnologico. Puoi svelare quali saranno quelli di quest’anno? C’è qualche riconferma?
“La conferma del successo di Swift Heroes arriva anche dai partner di spicco che supportano l’evento. Main Sponsor per il secondo anno consecutivo Telepass che conferma il sostegno alla kermesse accompagnato da altri sponsor come Subito, Bitrise, Empatica e Synesthesia”.
Quali vantaggi sono previsti per chi decide di sostenere Swift Heroes?
“Presentare la propria azienda o il proprio prodotto, distribuire gadget (vanno sempre a ruba!) e in generale farsi conoscere dal pubblico degli sviluppatori. Oltre al classico recruiting, molte aziende avranno l’opportunità di fare employer branding e quindi aumentare la propria reputazione di azienda digital nel mondo del lavoro. Si tratta di una scelta che ha sicuramente importanti ripercussioni in termini di attrazione per i giovani developer”.
Perchè un developer dovrebbe partecipare a Swift Heroes?
“Perché non sono molte le occasioni in cui un’intera community si raduna nello stesso posto per parlare di Swift. Vorrei ricordare che Swift Heroes è l’unica conferenza iOS e MacOS in Italia. È estremamente importante (e molto divertente) confrontarsi con altri sviluppatori e creare una rete di contatti. È sempre utile conoscere qualcuno a cui chiedere consigli in caso di difficoltà. I talk, inoltre, toccano argomenti non scontati e c’è davvero tanto da imparare”.
Grazie Stefano. In bocca al lupo!
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Nel 1932 il giurista americano Edwin Merrick Dodd scriveva: “Le attività di impresa sono permesse e incoraggiate dalla legge perché sono un servizio alla società piuttosto che fonte di profitto per i suoi proprietari”. Una frase che, a distanza di novant’anni, sembra risuonare come un invito a evolvere lo status di azienda e trasformarla in una realtà capace di andare oltre la sola distribuzione di dividendi.
Ma cosa significa nel concreto essere una società che evolve, che integra nel proprio assetto societario e sociale lo scopo di avere un impatto positivo sulla società? Cosa significa quindi essere una Società Benefit?
Essere una Società Benefit comporta una piena e matura consapevolezza di dover andare oltre il tradizionale paradigma adottando un mindset che guarda all’impresa come un bene a disposizione degli azionisti, dei dipendenti e quindi della società in senso esteso.

Questo tipo di evoluzione richiede responsabilità. Responsabilità alla quale Synesthesia, ha deciso di rispondere intraprendendo con convinzione il percorso che oggi la porta a essere una tra le 1000 Società Benefit Italiane. Un tassello che si aggiunge e ufficializza tutto quello che l’azienda già da tempo porta avanti in ambito di benefit sociali ed economici che Synesthesia ha generato e sviluppato su diversi fronti. Basti pensare a TuttiConnessi, il progetto che ha avuto come obiettivo la fornitura di strumenti tecnologici digitali agli studenti per poter garantire la partecipazione alle lezioni a distanza; all’iniziativa di SpesaSospesa per l’acquisto, la vendita e la donazione di generi alimentari di prima necessità e alla crescente attenzione alle tematiche ed iniziative legate alla Corporate Digital Responsibility (CDR), volte all’uso dei dati e della tecnologia in un modo socialmente, economicamente, e ecologicamente responsabile. Sono molti i progetti che hanno permesso e che permettono a Synesthesia di dare un valore umano al significato di essere e fare impresa.
Come afferma Francesco Ronchi (Presidente e fondatore di Synesthesia):
“È giunto il momento di domandarsi che cosa significa davvero fare impresa. Oggi più che mai abbiamo la possibilità di ripensare il concetto di azienda alla luce dei principi di sostenibilità ambientale, parità di genere e diritto all’innovazione e all’informazione per tutti. Il numero di Società Benefit in Italia continua ad aumentare. Questo è un ottimo segnale, ma non basta, c’è ancora tanto da fare.
Trasformare il business in una forza per il bene di tutti è possibile. In Synesthesia crediamo che le soluzioni digitali possano aiutare in modo concreto a colmare le disuguaglianze sociali e lo abbiamo dimostrato tra l’altro con le iniziative contro il digital divide, la discriminazione di genere e il supporto alle realtà del terzo settore che condividono questi obiettivi. Siamo molto orgogliosi di questi traguardi e continueremo a lavorare avendo a cuore l’innovazione sociale ed il benessere condiviso.
Prossimo passo? La certificazione internazionale B Corp entro la fine del 2022. Un passaggio ambizioso e complesso, che però vediamo come punto di partenza e non di arrivo dei nostri obiettivi da perseguire nei prossimi anni”.
Questo processo evolutivo fondamentale per Synesthesia è stato condotto con l’assistenza legale dell’avv. Milena Prisco, counsel del team di CBA esperta di Corporate M&A e politiche ESG, che con passione e competenza ha affiancato il board aziendale di Synesthesia portandolo in breve tempo alla costruzione del programma di implementazione delle politiche ESG culminato con questo importante risultato.
L’avv. Milena Prisco:
“il progetto di Synesthesia è molto sfidante in quanto coniuga la innata attitudine della società ai fattori sociali e ambientali con la forte propensione alla CDR (corporate digital responsibility) che verrà declinata per i ciascuno dei fattori ESG.”
I profili notarili sono stati curati da Milano Notai nelle persone del Notaio Monica De Paoli e dell’avv. Francesca Pasi.
Con la classificazione di Società Benefit, Synesthesia si impegnerà ulteriormente a trasformare tutte le attività, non solo quelle riconducibili a scopi imprenditoriali, in azioni specifiche e ben programmate che hanno come fine ultimo il sociale. Dipendenti, collaboratori e aziende partner saranno coinvolti attivamente all’interno di questo processo e prenderanno parte al cambiamento, per una società più sostenibile e inclusiva.
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Il libro di Synesthesia
In Synesthesia siamo convinti che il futuro passi attraverso la condivisione di storie e di idee di donne e uomini che nel corso della storia hanno creduto con coraggio e determinazione – spesso anche passando attraverso fallimenti – nel progresso scientifico, tecnologico e sociale. Innovare significa dare vita a un cambiamento rispetto a uno stato di cose esistente per favorire la nascita di una condizione migliore, riconosciuta socialmente da tutti.
In occasione dei nostri primi 10 anni di vita abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta del futuro e abbiamo deciso di raccontarlo in un libro in compagnia di Max Casacci, Guido Saracco, Arturo Brachetti, Mauro Berruto, Alessandro Barbero, Alyssa Carson, Horacio Pagani, Walter Rolfo, Paola Allamano, Pietro Leo, Sara De Simoni, Chet Haase, Bibop G. Gresta, Liz Corbin, Natasha Skult, Emilio Casalini, Riccardo Recalchi e Francesco Ronchi. Amici e personalità che ci hanno accompagnato lungo un percorso durato 10 mesi.
Da questo confronto “illuminante” hanno preso forma le interviste pubblicate a partire dal 21 marzo del 2021, la data del nostro compleanno, sul web, sui podcast, sui social media e, infine, nel libro “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna”.
Partendo dalla video interviste, abbiamo infatti creato una raccolta di testimonianze e visioni sui 10 temi cari al mondo dell’innovazione e non solo.

Conoscenza fa rima con solidarietà
Da sempre siamo impegnati in prima linea nella realizzazione di progetti, iniziative e soluzioni digitali utili a tutti. Ci sentiamo coinvolti quando pensiamo a chi fa tanto per gli altri, è nel nostro DNA: far bene il nostro mestiere e provare a cambiare in meglio le cose che ci circondano.
Da oggi il libro è ufficialmente in vendita su Amazon. Potrete acquistarlo e supportare così due importanti progetti umanitari. L’intero ricavato delle vendite di questo libro sarà, infatti, devoluto alla Fondazione Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino (F.O.R.M.A. Onlus Torino) e al progetto umanitario a supporto delle giovani atlete afghane profughe in Italia (iniziativa promossa da Mauro Berruto).
In conclusione
Che cosa ci aspetta quindi nei prossimi dieci anni? Non ti resta che scoprirlo ripercorrendo tutte le tappe di questo straordinario viaggio “alle origini del futuro”, un percorso ricco di storie e testimonianze da raccontare, di emozioni da vivere e di geniali intuizioni alle quali ispirarsi.
Puoi acquistare “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna” qui.
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Le feste natalizie sono alle porte e la fine di questo 2021 si avvicina. Un anno importante per noi, un anno di crescita e di grandi traguardi.
Negli ultimi anni Synesthesia è cresciuta molto e la nostra offerta si è ampliata. Oggi rappresentiamo un modello di crescita nel campo del digitale: ci occupiamo di marketing, di digital transformation, di eventi e formazione, di progetti innovativi. Durante la crisi siamo riusciti a non fermarci e lanciare nuove iniziative, anche nel periodo del lockdown più duro, in cui le distanze sono aumentate e lo smartworking ci ha allontanato.
La tecnologia, che è il nostro “mondo”, ci ha aiutato comunque a stare insieme e nonostante le difficoltà non abbiamo mai smesso di tenere fede ai nostri principi. Siamo rimasti vicini a tutti i nostri collaboratori con azioni concrete di supporto e senza mai ricorrere agli ammortizzatori sociali. Abbiamo maturato anche una fusione con un’altra azienda poco prima di “chiudere” gli uffici e passare per qualche mese in full-smartworking. Accogliere nuove persone senza mai averle incontrate prima è stata una sfida complessa da gestire. La pandemia ha finito per accelerare l’adozione del digitale, rilanciando con decisione settori come l’e-commerce e rafforzando la domanda in tutti gli ambiti.
Possiamo tranquillamente dire che il 2021 per noi è stato anche un anno di conferme: per la quarta volta consecutiva siamo tra le aziende “Leader della Crescita” de Il Sole 24 Ore. Infine, ma non meno importante, stiamo rilanciando la nostra academy e i corsi per giovani talenti in ambito STEM. Come ormai ben sapete, quest’anno abbiamo festeggiato i nostri 10 anni di vita. Per nostra natura guardiamo all’innovazione e al progresso. Abbiamo quindi deciso di festeggiare questa ricorrenza così importante guardando al futuro, scrutando le sue infinite possibilità in compagnia di illustri personalità in campi come creatività, digital transformation, cultura, AI, gaming, per un totale di 10 temi: 10 parole chiave.
Queste parole non raccontano solo una storia aziendale, rappresentano uno specchio in cui riflettersi per tracciare un bilancio, ma soprattutto per guardare con slancio alle prossime sfide. Sono i valori e gli ambiti in cui ci sentiamo più forti e in grado di pensare al futuro, per noi e per chi ci accompagna in questo percorso. Abbiamo raccontato visioni diverse cercando di individuare elementi stimolanti, curiosi, di ispirazione. Da questo confronto hanno preso forma le interviste pubblicate nell’arco di dieci mesi (a partire dal 21 marzo del 2021, la data del nostro compleanno) sul web, podcast, social media e, infine, sul libro “10 anni di futuro. Interviste dalla Luna”. Questo libro rappresenta un segno del nostro impegno concreto, un regalo di compleanno per tutti, non solo per noi.
Max Casacci, Guido Saracco, Arturo Brachetti, Mauro Berruto, Alessandro Barbero, Alyssa Carson, Horacio Pagani, Walter Rolfo, Paola Allamano, Pietro Leo, Sara De Simoni, Chet Haase, “Bibop” Gabriele Gresta, Liz Corbin, Natasha Skult, Emilio Casalini: questi sono i nomi illustri che hanno sposato la nostra causa con entusiasmo. Confrontarci con loro è stato per noi illuminante: crediamo fermamente che il futuro passi proprio attraverso le visioni di persone come queste, e che non possa prescindere dal progresso scientifico, tecnologico e sociale.
Il ricavato delle vendite di questo libro sarà devoluto interamente alla Fondazione Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino e al progetto umanitario a supporto delle giovani atlete afghane profughe in Italia (grazie in gran parte a Mauro Berruto). Ci sentiamo coinvolti quando pensiamo a chi fa tanto per gli altri, è un po’ nel nostro DNA: far bene il nostro mestiere e provare a cambiare in meglio le cose che ci circondano.
Il libro sarà in vendita nel mese di gennaio, vi comunicheremo la data di lancio a breve.
Tanti auguri “synesthetici” di buon Natale e di un felice 2022 da tutto il team di Synesthesia!
[Guarda la versione completa dell’intervista – 36 min]
FRANCESCO – Eccoci qui. Siamo arrivati al termine di questi 10 mesi di festeggiamenti per i 10 anni di Synesthesia. Durante questo percorso abbiamo incontrato e intervistato un sacco di persone incredibili, che ci hanno raccontato le loro storie, le loro visioni legate ai temi che abbiamo affrontato. Oggi tocca a noi. Tanti sono i ricordi di questi 10 anni che ci portiamo dietro, alcuni molto forti, molto recenti. A te cosa viene in mente?
RICCARDO – Con questi festeggiamenti abbiamo affrontato un po’ tutti gli argomenti sui quali ci siamo concentrati in Synesthesia in questi anni. Si tratta di temi che continueranno a essere presenti anche nel nostro futuro. La nostra esperienza passa attraverso tutte queste “parole chiave”: dalle persone che fanno parte della nostra azienda fino alla tecnologia. È stato emozionante vedere la passione nelle persone con le quali abbiamo trattato questi temi, quella stessa passione che ha contraddistinto il nostro modo di operare e che ci ha sempre guidato fin qui in questi anni. Tutto questo mi fa venire in mente il nostro primo droidcon.
F – Sì. Synesthesia, tra l’altro, ha avuto come claim per tanti anni “tecnologia e passione” e, di fatto, è ancora così, anche se ci siamo evoluti. Il primo droidcon è stato uno dei momenti topici. Mi ricordo quando abbiamo deciso di organizzare la prima conferenza. In quegli anni eravamo un piccolo gruppo in Synesthesia. È stata davvero una scommessa.
Ricordo quando abbiamo iniziato a lavorare al sito e pubblicato per la prima volta i contenuti, ma solo nel momento in cui è stato comprato il primo biglietto ci siamo davvero resi conto che avremmo dovuto farlo veramente. Il nostro progetto, che fino a quel momento era stato solo un’idea eterea nelle nostre menti, stava finalmente diventando reale. È stato un momento incredibile.
R – Tra l’altro nell’ultima edizione, che si è tenuta in presenza, hanno partecipato più di 1000 persone e vedere tutta quella affluenza è stato davvero emozionante.
F – Poi c’è stata la pandemia, che ci ha costretti a trasferire online non solo i nostri eventi, ma tutto quello che facciamo.
R – La pandemia ci ha messo di fronte a tanti temi, che sono stati gli stessi che abbiamo affrontato per i festeggiamenti: la creatività, il gaming, l’inclusione di tutte le persone che vivevano situazioni differenti. Il fatto di dover coinvolgere i nostri ragazzi da lontano, cercando di mantenere quei valori che sono nel DNA della nostra società, non è stato semplice: c’era chi era a casa da solo, chi con la famiglia, chi aveva dei figli piccoli da guardare. Trovare delle soluzioni per portare avanti la società in quei momenti è stata sicuramente una delle sfide più difficili che abbiamo dovuto affrontare.
F – È proprio così, è una sfida che ci ha messo tutti alla prova, nessuno escluso. Credo che lo sforzo che abbiamo fatto tutti insieme sia stato proprio quello di portare avanti non solo quello che facevamo prima, ma anche tutti i valori e le cose in cui crediamo e continuiamo a credere: l’inclusione delle persone mettendole al centro. Le persone per Synesthesia sono state, sono tuttora e saranno sempre il motore dell’azienda. L’azienda è nata attorno alle persone e si basa su di loro. Non è retorica, è la realtà.
Tutto ciò che facciamo dipende esclusivamente dalle competenze, dalla passione e dalla volontà di creare il posto di lavoro dove volevamo lavorare noi in primis.
Synesthesia nasce con quell’idea lì, cioè creare una società dove le persone con cui lavoriamo avrebbero voluto continuare a essere anche nel futuro.
R – Durante questo periodo c’è stata tanta creatività, perché in pochissimo tempo abbiamo trasformato droidcon in un evento completamente digitale. Grazie a questa soluzione anche Swift Heroes è andato molto bene, arrivando a oltre 1500 contatti provenienti da tutto il mondo.
Sono queste le cose che ti spingono a credere che se credi fermamente in quello che fai, prima o poi, puoi raggiungere grandi risultati.
Ma adesso che ci troviamo qui, in questa veste di intervistatore e intervistato, vorrei partire da cosa significa “Synesthesia”. È un nome assolutamente evocativo che richiama i valori e la visione che tu hai avuto 10 anni fa e che noi stiamo portando avanti insieme, guardando al futuro. Perché hai scelto Synesthesia?
F – È un nome che mi frullava nella testa da tanto tempo. Quando c’è stato da scegliere il nome per la mia società ho pensato che Synesthesia fosse quello giusto. È un termine di origine greca composto da due parole che significano “sentire” e “insieme”. “Sentire” nel senso dei 5 sensi, della percezione. Aveva sicuramente un richiamo alla multimedialità, quindi rimanda a tutto quello che facciamo a livello pratico nella tecnologia e nel digitale. Però aveva anche un importante richiamo allo “stare insieme”, al vivere delle esperienze insieme. Questa parte è l’altra componente fondamentale dell’idea di Synesthesia, cioè quella di non voler essere un’azienda tradizionale, ma un’azienda che sperimenta, che osa per andare fuori dagli schemi con tutte quelle intuizioni come droidcon, Swift Heroes, GirlsTech e il mondo dell’Academy.
Le attività che svolgiamo con tutte le startup, sono tutte emanazioni dell’idea di imprenditoria un po’ diversa e innovativa. Fin dalla sua nascita Synesthesia ha avuto la fortuna di incontrare persone che hanno capito questa filosofia. Sono sicuro che non avremmo potuto fare tutto questo se non avessimo condiviso insieme questo progetto un po’ folle.
R – Io ho faticato un po’ all’inizio perché è un mix tra la concretezza che deve avere un’azienda e il sogno di gestire la società attraverso un percorso non convenzionale, legato molto ai valori in cui credi. Quindi festeggiare questo traguardo con un percorso fatto di contenuti importanti condivisi con personalità di grandissimo rilievo, è stato veramente emozionante per entrambi.
L’incontro con queste persone ha come filo conduttore l’approccio che noi abbiamo avuto nello sviluppare Synesthesia in questi anni. Quindi pensiamo al futuro in maniera non convenzionale, rischiando anche di fallire, ma investendo sulle idee concretamente.
Per noi si tratta anche di un tentativo di restituzione. Abbiamo pensato questo progetto con l’idea di restituire qualcosa che abbiamo ricevuto in questi anni dal nostro territorio, ma non solo.
F – Sì, Synesthesia nasce a Torino, una città un po’ strana in cui tante cose nascono, hanno successo, poi si perdono e finiscono in altri luoghi. Invece quello che noi vogliamo fare è proprio investire tanto per restituire tutto ciò che questa città ci ha sempre offerto: droidcon, per esempio, l’abbiamo voluto fortemente qui, anche se forse sarebbe stato più facile farlo a Milano.
Lo stesso vale anche per tutti gli altri eventi principali che organizziamo e che vogliamo portare sul territorio. Io sono convinto che Torino abbia un’enorme potenzialità in termini di innovazione e crescita economica, legata al mondo del digitale. È in questa città che sono nate e stanno nascendo tante aziende e numerose iniziative, che sono poi andate in giro per il mondo. Pensiamo anche all’MPEG adesso MPAI, il consorzio che lavora con l’intelligenza artificiale per la definizione di nuovi standard, nato a Torino da Leonardo Chiariglione, il padre dell’MP3, di cui noi facciamo parte, sin dall’inizio.
Tante iniziative stanno nascendo in questa città, come l’Istituto Italiano di intelligenza artificiale. Poi ci sono le OGR, che sono diventate sempre più il centro nevralgico di incontro, dove anche noi abbiamo voluto essere presenti. Il nostro modello di imprenditoria si ispira molto alla storia di Olivetti. Quella era una visione molto innovativa. Oggi, se si fa imprenditoria, secondo me, non si può prescindere da quel tipo di approccio e dalla responsabilità sociale, dall’attenzione alla cultura e all’inclusione: tutti temi che fanno parte delle 10 parole chiave che abbiamo affrontato.
R – Quando sono arrivato in Synesthesia il mio ruolo era quello di sviluppatore, come il tuo. In fin dei conti noi nasciamo come sviluppatori e non lo rinneghiamo. Quando sono arrivato in quest’azienda inizialmente pensavo di trovarmi in una realtà puramente tecnica. Con il passare del tempo, però, ho capito che Synesthesia non si limitava a quello ed è iniziata così la grande trasformazione: la digital transformation è avvenuta anche e soprattutto su noi stessi. Quindi ci siamo evoluti rispetto al nostro setup di base, che è fatto di mobile, web, e-commerce.
Siamo riusciti a trasformarci in qualcosa di differente, molto più orientato verso il futuro e abbiamo cominciato ad affrontare temi diversi di cui abbiamo parlato con i nostri ospiti: intelligenza artificiale, gaming, disruptive technology e ovviamente mobile, perché Synesthesia ha davvero anticipato i tempi rispetto allo sviluppo tecnologico, soprattutto in Italia. Toccare questi temi per i nostri festeggiamenti era doveroso anche per ricordare le nostre radici e raccontare la nostra visione di futuro.
F – Sì, radici che sono tuttora molto solide perché Synesthesia si basa ancora fortemente sull’elemento tecnologico (mobile, web, sviluppo frontend, e-commerce). Quello che abbiamo fatto è stato guardare un po’ oltre ed evitare che la tecnologia e la componente digitale venisse vista solo come una “commodity”, un qualcosa di rimpiazzabile.
Volevamo dare un valore aggiunto reale e abbiamo cominciato a costruire tutta una serie di competenze anche di marketing digitale, consulenza strategica, design e progettazione del prodotto, del servizio digitale e dell’esperienza dell’utente. Per questo noi oggi ci definiamo una digital experience company, cioè una società che si occupa di esperienza digitale che si occupa di tutto quello che riguarda il mondo digitale. Dalla progettazione al design, fino ad arrivare alla comunicazione: trasformazione digitale a 360 gradi.
R – Uno degli argomenti che è stato un po’ il filo conduttore di tante interviste è stata la contaminazione.
In fondo quello che abbiamo fatto è stato farci contaminare da quelli che sono argomenti e temi non tecnici. Quindi abbiamo visto come l’inclusione, la sostenibilità, la cultura in generale e la creatività facciano parte della nostra contaminazione, che ci ha permesso di crescere e di far crescere le persone intorno a noi in maniera sinergica.
Diverse persone nelle interviste hanno parlato di come la contaminazione sia un argomento estremamente importante nella crescita di un’azienda, ma anche delle persone. Quindi oggi, tutti gli argomenti che riguardano l’inclusione, il gender gap, sia in ambito tecnologico sia in ambito sociale e culturale, devono essere affrontati pensando a quali possano essere le ricadute positive, in un qualsiasi contesto della vita. E questo è uno dei motivi per cui amo sempre di più lavorare in questo ambiente.
F – Sì la contaminazione è alla base della creatività. Quando Brachetti diceva “di fatto anche i più grandi creativi re-mixano in qualche modo quelle che sono le esperienze che hanno avuto l’altro ieri o 10 anni fa, che messe tutte insieme hanno permesso di crescere quel giardino interiore della creatività e hanno permesso di creare qualche cosa di nuovo”.
Questo è fondamentale ed è uno dei fili conduttori della nostra azienda. Invece, per quanto riguarda il tema della Corporate Social Responsibility (CSR), se ne parla tanto ed è sempre più mainstream. Adesso diventerà quasi indispensabile avere un profilo di quel genere, legato quindi alla componente sociale e a quella culturale. Anche in questo, secondo me, siamo stati dei precursori, perché abbiamo sempre voluto fare questa cosa prima che fosse così codificata. Adesso vogliamo diventare anche società benefit e probabilmente, entro fine anno, riusciremo a farlo. Poi, vorremmo intraprendere un percorso di certificazione B Corp. Si tratta di un percorso naturale per noi, che ci caratterizza e fa parte del nostro DNA da sempre.
R – Un altro elemento che ho trovato interessante, e che si interseca con la modalità e gli argomenti discussi per i festeggiamenti, è il nostro rapporto con le startup, cioè
cercare tutte quelle disruptive technologies, quei prodotti e le persone molto interessanti, ovviamente partendo sempre dal nostro territorio.
Quindi noi abbiamo fatto un percorso insieme a tante startup a cui ci siamo approcciati con ruoli molto differenti, però anche questo fa parte del guardare al futuro in maniera aperta.
Nelle giovani startup (come nel recente caso di Wibo) vediamo quella freschezza, quella grande quantità di idee e quell’entusiasmo che ci spingono a sceglierle come partner. Noi cerchiamo di sostenere sempre queste iniziative mettendo a disposizione la nostra esperienza preziosa. Siamo molto orgogliosi dei nostri progetti con queste nuove realtà.
F – Come GirlsTech per esempio.
R – Sì, GirlsTech è stata un’esperienza particolare. Abbiamo presentato un’idea differente rispetto a quello che è un approccio molto “antico” al mondo del lavoro STEM, cioè che la donna non sia portata o non sia in grado di fare dei lavori legati a questo mondo. Oggi le donne che hanno successo nel nostro campo sono tantissime. Però in Italia non è semplice riuscire ad affrontare questo argomento. C’è ancora tanto da fare.
Il fatto che all’interno di grosse compagnie ci siano tante donne di successo, dimostra ai giovani che una donna non solo può essere parte del meccanismo, ma può diventarne la protagonista. Questo è ciò che cerchiamo di trasmettere attraverso i corsi di FuturMakers e GirlsTech.
F – È fondamentale che esistano questi modelli, perché i role model maschili nell’ambito della tecnologia e dell’innovazione sono numerosi: Elon Musk, Steve Jobs sono solo alcune delle tante altre persone carismatiche come loro. È importante andare a cercare dei role model femminili perché ispirano e sappiamo bene che uno dei motori più potenti è l’ispirazione che traina e può fare la differenza.
GirlsTech nasce tra l’altro da FuturMakers, che è un altro progetto di quelli un po’ folli e ambiziosi che abbiamo voluto creare: una scuola di coding, robotica e STEM in generale per bambini e ragazzi in età scolare. Un progetto nato in sordina dal quale si sono in seguito sviluppati tutti gli altri corsi in presenza e online. Noi crediamo che la formazione tecnologica sia molto importante per i ragazzi e per il loro futuro.
In questo momento abbiamo tanto bisogno di talenti e tutte le aziende che lavorano nel nostro mercato sanno benissimo che è difficile trovare risorse in questo settore. Per la nostra crescita, quindi, le collaborazioni che portiamo avanti in questo ambito con ITS, con l’Università di Torino e con il Politecnico di Torino, sono un elemento fondamentale.
Nel futuro dobbiamo abituarci a una formazione costante e permanente.
In questo senso la nostra Academy va in questa direzione, va a supportare i professionisti. Sappiamo bene che i bambini oggi non sanno che lavoro faranno da grandi probabilmente perché il lavoro che faranno oggi non esiste. Lo stesso vale anche per gli adulti. Nel futuro, probabilmente, ci dovremo reinventare, quindi formarci anche in età adulta e continuare a imparare è fondamentale.
R – È arrivato il momento fatidico. Ora tocca a noi farci questa domanda che abbiamo fatto a tutti. La domanda è questa caro Francesco, come immagini il futuro tra 10 anni?
F – Mi hai battuto sul tempo, così non posso farla a te! Difficilissimo rispondere oggi. Stiamo vivendo dal punto di vista della tecnologia una crescita esponenziale, quella che viene chiamata la singolarità tecnologica da alcuni analisti. Questa accelerazione fa sì che dal punto di vista della tecnologia sia quasi impossibile fare delle previsioni a lungo termine. Si possono fare, però, delle ipotesi. Possiamo provare a pensare a quelli che saranno alcuni trend (non solo del digitale).
Possiamo parlare della medicina, della bioingegneria, dell’esplorazione spaziale. Ultimamente stanno accadendo cose che neanche immaginavamo quando eravamo ragazzi. Le accelerazioni tecnologiche hanno un grande impatto sulla società ed è ancora più imprevedibile questo tipo di impatto perché la società e gli esseri umani non crescono a velocità esponenziali, ma in modo lineare. Questo fa sì che nella maggior parte dei casi ci si trovi impreparati.
La società non è ancora pronta a tutto quello a cui stiamo assistendo da un punto di vista tecnologico e scientifico. Le innovazioni si stanno sviluppando a una velocità assurda. Questo porta a una serie di interrogativi e sfide che dobbiamo affrontare nel prossimo futuro. Tanti sono i cambiamenti e le necessità. Dobbiamo studiare e informarci per cercare di essere parte attiva di questi cambiamenti e non subirli. Questo, a mio avviso, è l’unico modo probabilmente per arrivare a un futuro migliore.
È una visione ottimistica, non voglio essere pessimista, nel senso che tante cose stanno migliorando anche se ci sono molte incertezze nei periodi di cambiamento.
La pandemia poi è stata veramente un acceleratore di tante cose, sia tecnologiche, sia culturali, ma anche di tanti problemi che sono diventati ancora più forti, come i problemi sociali e geopolitici. Quindi saranno delle sfide davvero interessanti da affrontare nel futuro.
R – Concordo con la tua visione, l’unica cosa che spero davvero è
che tutti questi cambiamenti siano in qualche modo disruptive rispetto a quelli che sono le relazioni umane.
Ultimamente lo sviluppo della tecnologia ha dato anche un impulso a un allontanamento dal punto di vista sociale. La tecnologia, che noi diciamo essere sinestetica, invece dovrebbe essere inclusiva e in grado di consentire alle persone di stare insieme.
Quindi io spero che nei prossimi 10 anni la tecnologia impari e lavori sempre di più per unire di nuovo le persone. Alcune innovazioni tecnologiche che abbiamo visto hanno permesso di velocizzare processi, di fare la spesa online, di organizzare i viaggi, facendo tutta una serie di cose cambiando il panorama del mondo come quello lavorativo, creando nuove professioni e nuove opportunità.
In qualche modo ha lasciato indietro delle persone, quindi ha creato del bene, ma anche delle difficoltà. Però questo deve arrivare a un processo di maturazione e spero che le persone e la socialità, che abbiamo visto essere così importante, abbiano un ruolo decisivo nelle scelte che si faranno a livello tecnologico perché senza il rapporto umano si perde completamente il valore anche di quello che facciamo noi.
Altro tema importante è quello ecologico e della sostenibilità. I giovani sono molto attenti a questo tema, molto più di quanto lo siamo stati noi, che arriviamo dal consumismo sfrenato. Quindi spero che questi argomenti siano affrontati anche attraverso la tecnologia. Speriamo di farne parte anche noi tra 10 anni con Synesthesia!
F – Prima di chiudere questa intervista vorrei dire che tutti i proventi raccolti del libro che state leggendo saranno devoluti all’Ospedale infantile Regina Margherita e ai profughi afgani richiedenti asilo in Italia. Quindi, come è nel nostro stile e modo di essere, abbiamo pensato di restituire questo grande regalo che ci hanno fatto tutte le persone che hanno contribuito a questo progetto concretizzandolo per scopi benefici.
Con questo si conclude il nostro percorso di interviste e questo nostro lungo festeggiamento dei 10 anni. Ringraziamo ancora una volta tutti quelli che l’hanno reso possibile, tutte le persone che si sono prestate a svolgere le interviste, tutte quelle che hanno lavorato al progetto.
Infine, un grande grazie per i 10 anni di Synesthesia va anche a tutte le persone che fanno parte di questa grande famiglia e che hanno portato un pezzo di Synesthesia nel mondo, come qualcuno dei ragazzi che ha preso strade differenti e ci hanno detto:
“ovunque andrò porterò la testimonianza di quello che ho imparato e visto qui”.
Un onore che ci ripaga di tanti sforzi e sacrifici fatti per arrivare a oggi e ai festeggiamenti per questo bel traguardo raggiunto insieme. Quindi grazie, grazie a tutte e a tutti.
Ci vediamo nel futuro, tra 10 anni o anche prima.
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Francesco e Riccardo? Nessun problema, c’è la versione podcast sul canale Synesthesia Talks!
Ascolta “Synesthesia / Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi [Dicembre 2021]” su Spreaker.Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
Giulia, perché oggi è diventato così importante sistemare i cookie sui siti web?
“Dobbiamo sistemare i nostri siti web perché il Garante della Privacy ha pubblicato le nuove linee guida sui cookie. L’idea è di aiutare a mettere in ordine gli orrori che proliferano in rete. Sapete tutti quanto è difficile navigare su un sito web con i continui pop up e banner che ci impediscono di proseguire. Ecco il perché di queste nuove regole, che intendono tutelare gli utenti e semplificare la navigazione. Aggiungo che probabilmente da gennaio 2022 inizieranno i controlli online da parte del Garante – e coi controlli le multe”.
A cosa servono i cookie?
“I cookie sono piccoli file di testo che vengono salvati sul dispositivo dell’utente e utilizzati dai siti web per memorizzare alcune informazioni. I cookie per esempio vengono usati per tenere traccia della lingua con cui si preferisce visualizzare i contenuti, o dei prodotti aggiunti al carrello nel caso di un e-commerce”.
L’attivazione dei cookie avviene già al primo accesso in un sito web?
“Esatto. Fin dal primo accesso, i siti web cominciano il tracciamento delle informazioni dell’utente in modo da poterle riutilizzare in futuro per diversi scopi”.
Che vantaggi porta usare i cookie su un sito web?
“Come si può immaginare uno degli scopi più comuni per i quali vengono usati i cookie è tracciare le abitudini di navigazione degli utenti in modo da poter offrire pubblicità personalizzata. Avete presente quando, navigando sul web, vi ritrovate ovunque la pubblicità di quella stessa lampada che avete appena visto sul sito dell’Ikea? Tutto merito dei cookie, che permettono a Ikea di profilarvi per raggiungere i suoi obiettivi di business. L’uso dei cookie quindi può essere utile sia alle aziende, sia agli utenti: infatti permette di proporre contenuti personalizzati”.
È sempre necessario richiedere il consenso all’utilizzo dei cookie attraverso un banner?
“Quando un sito persegue l’obiettivo di profilare i propri utenti, il consenso è obbligatorio. Non solo: il consenso deve precedere l’inizio del tracciamento. In altre parole finché l’utente non accetta i cookie, il sito web non può nemmeno cominciare la profilazione”.
Come si fa a navigare senza essere profilati? Basta chiudere il banner cliccando sulla “X”?
“La X serve proprio a semplificare il (naturale) rifiuto del tracciamento. Immaginate che l’esperienza degli utenti venga assimilata a quella in un negozio fisico. Devo poter entrare e fare un giro senza che nessuno sia in grado di riconoscermi. Il gestore del negozio naturalmente può chiedermi dei dati e devo poter essere libero di decidere se darglieli o meno”.
Chi naviga su un sito web può cambiare le preferenze espresse precedentemente?
“Certamente. Per supportare fino in fondo l’idea di trasparenza che sostiene queste linee guida è necessario fornire agli utenti la possibilità di gestire con facilità le preferenze espresse in precedenza. Questo si può fare attraverso un’area accessibile sul sito, come per esempio una pagina dedicata ai cookie”.
Per quanto tempo devono essere registrate e conservate le preferenze dell’utente?
“La scelta dell’utente deve essere registrata e conservata per un periodo prolungato di almeno 6 mesi”.
Perché conviene ai gestori dei siti seguire le linee guida del garante?
“Sempre di più gli utenti imparano a dare valore alla propria privacy e a valutare positivamente i fornitori di servizi e di beni che sono sulla loro lunghezza d’onda. Una corretta gestione dei cookie è probabilmente la prima occasione che possiamo cogliere per dimostrare che lavoriamo bene, il primo biglietto da visita della nostra azienda al pubblico. Non dimentichiamoci che da gennaio 2022, al Garante basterà navigare sul sito web di un’azienda per fare un controllo. In altre parole, non gli sarà più necessario ispezionare a fondo l’impianto privacy della nostra azienda per emettere una sanzione. E poi, se trova o gli viene segnalato un sito internet con i cookie fuori posto non procede ad una verifica ancora più adeguata?”
Quali caratteristiche NON deve avere il banner?
“Vediamo insieme i 4 errori da evitare:
- il famigerato cookie wall: un monolite che oscura i contenuti tenendoli in ostaggio finché l’utente non accetta di essere tracciato;
- il viscidone: l’insidioso, quello che fa valere un semplice scroll o un qualsiasi clic sulla pagina come un consenso;
- la peperonata, quella che non si riesce a digerire, che si ripropone, insistentemente, all’utente che ha già espresso le proprie preferenze;
- il labirinto che rende arzigogolata la strada per rifiutare i cookie costringendo l’utente a una maratona di click.
- Errore bonus n.5: non affidarsi a Synesthesia e Smart Flow!”
Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.
Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 29 min]
Natasha è stato davvero molto appassionante leggere la tua biografia online su tutte le diverse attività che hai fatto. Mi piacerebbe che ti descrivessi con parole tue. Cosa ti ha portato nel mondo dei videogiochi?
È una lunga storia in realtà, ma cercherò di essere breve. Non avrei mai pensato di lavorare nell’industria dei videogame. Sono sempre stata una gamer con un grande “cuore” nerd, appassionata di videogiochi fin da piccola grazie ai miei genitori. Loro, pur non essendo sviluppatori nè esperti di videogiochi o di tecnologia, erano appassionati del settore. Nella mia infanzia sono stata privilegiata, perché a casa avevamo i primi computer e quindi avevo a disposizione quasi tutto ciò che riguardava il mondo dei videogame, le console, modelli anche molto vecchi. I videogame facevano parte della mia quotidianità e costituivano una via di fuga dalla realtà.
Molte persone non capivano come una ragazza potesse giocare con i videogame o essere una gamer. A quel tempo a Belgrado, in Serbia, non era “normale”, ma i miei genitori hanno sempre incoraggiato e supportato me e mia sorella a utilizzare tutti gli strumenti tecnologici. Era diventata una “cosa di famiglia”, il mio hobby e la mia passione, ma non avevo mai sognato di lavorare nel mondo dei videogame, non l’avevo mai pianificato, ma sono molto felice che sia successo.
Mi sembra di ricordare che hai una formazione in arti classiche, giusto?
Sì, ho studiato “Tecniche di pittura tradizionale” presso l’Università d’Arte di Belgrado, poi ho fatto il Master in “Tecniche della pittura romana classica” dove ho approfondito gli studi su affreschi, mosaici, graffiti e molte altre opere stupende. Oltre a essere un’appassionata d’arte, ero anche appassionata di tecnologie digitali e design grafico. Un aspetto che mi ha sempre incuriosito molto è il visual storytelling. Specialmente ora, grazie all’utilizzo dei videogiochi come strumento interattivo, ci sono molte più occasioni di impiego per lo storytelling.
È fantastico, sto cominciando a concepire lo sviluppo dei videogame come una forma d’arte più che un “esercizio” di tecnologia. Dato che tu hai detto proprio questo sullo storytelling. Pensavo all’ispirazione che c’è dietro ai giochi e al loro sviluppo. Quanti aspetti della vita reale “entrano” nei videogiochi che tu sviluppi?
Direi quasi tutti. Quando si pensa a una qualsiasi forma d’arte, essa è connessa al suo tempo, a momenti o persone: è tutta una questione di esperienza. I videogiochi, però, non sono solo esperienze “statiche”: nella maggior parte delle forme comunicative (libri e film) lo spettatore assiste a un monologo del creatore.
Nei videogiochi c’è un dialogo tra colui che realizza il gioco e il giocatore. Il videogioco diventa un mezzo di comunicazione e una forma d’arte che è in grado di costruire legami emozionali più forti con gli utenti. L’unica sensazione su cui possiamo davvero fare affidamento è la nostra esperienza personale. È tutto una questione di percezione del momento. Il giocatore percepirà il gioco diversamente tra 20 anni, esattamente come accade per noi oggi rispetto ai videogiochi di 20 anni fa e questo vale per qualsiasi forma d’arte. Essa è parte del suo tempo e si tratta di comprendere a che punto siamo nel comunicarla.
Per gli appassionati di videogame, posso dirlo per esperienza personale, è davvero difficile dire “ho un videogioco preferito”. Io per esempio non ho neanche 10 videogiochi preferiti, ma migliaia e migliaia perché dipende davvero dal mood del momento e da che cosa hai voglia per giocare.
Ci sono giorni in cui vorrei solo sparare a tutto, altri in cui voglio essere un detective o fare puzzle. È come quando guardi Netflix: ci sono giorni in cui vuoi “spegnere il cervello” e guardare qualcosa di rilassante per riposare completamente la testa. Ci sono altri giorni in cui vuoi vedere qualcosa di realmente impegnativo. Lo stesso discorso vale per i videogame, dipende dal tuo stato d’animo, così come accade anche per l’arte: dipende da come ricevi il messaggio, dove ti trovi e come stai quando lo ricevi.
Questa è la bellezza dei videogame: avere più opzioni. Quando si tratta di giocare, diversamente da quanto accade di fronte a un’opera d’arte dove semplicemente si riceve il messaggio dall’artista, diventi un membro attivo. Hai l’illusione della scelta mentre giochi, perché in realtà noi sviluppatori progettiamo ogni cosa con grande attenzione e sappiamo in anticipo cosa accadrà. Ma questo il giocatore non lo sa. L’utente va alla scoperta dell’avventura e si sente “potente”, anche se in verità non c’è alcuna scelta.
L’interattività fa sì che l’illusione di raggiungere qualsiasi cosa con la fantasia renda tutto realistico. Per fare qualche esempio: pensiamo alla possibilità di trasformarci in guerrieri spaziali, domatori notturni di draghi, soccorritori di principesse o semplicemente collezionisti di gettoni d’oro. Qualsiasi cosa tu voglia fare, i giochi ti offrono l’opportunità di “dar vita” davvero alla fantasia.
Noi sviluppatori creiamo per i giocatori questi mondi da scoprire. Ma è un’illusione, perché è tutto predeterminato nella produzione del gioco.
Quando parli di “illusione della scelta” mi fai pensare ad alcuni psicologi che affermano che i giochi riflettono molto fedelmente la vita.
La società si sta sviluppando su tutti i livelli e questo è un aspetto che rientra anche nei videogiochi. Ci sono molte teorie sull’insegnamento. Quando pensi ai bambini, per esempio, per loro imparare consiste nell’imitare gli adulti. Le bambine organizzavano il the con le amiche e si prendevano cura delle bambole perché si preparavano a diventare madri; mentre i bambini giocavano con le macchinine. Ma adesso non funziona più così, a mia figlia, per esempio, piace la robotica. Al giorno d’oggi ci sono donne che costruiscono robot e uomini che cucinano ed è giusto che sia così. Questa è sicuramente la bellezza che caratterizza i videogiochi: garantiscono un ambiente sicuro in cui provare diverse esperienze. E questo “ambiente” sicuro lo crei applicando le tecnologie dei videogiochi nell’ambito dell’educazione, dell’assistenza sanitaria, o a qualsiasi altro settore.
Attraverso i videogiochi, poi, le persone imparano anche ad affrontare il fallimento. Una delle cose, infatti, per cui i videogiochi sono sempre stati insuperabili è l’insegnamento. La parte più interessante, specialmente a livello psicologico, è che il giocatore anche quando fallisce nella missione vuole riprovare e vincere la sfida per raggiungere un punteggio migliore. C’è proprio una motivazione di fondo e giocare ci permette di conoscere cosa ci motiva di più, cosa ci spinge a fare sempre meglio.
E poi c’è l’aspetto commerciale dello sviluppo dei videogiochi, sul quale credo che dovremmo concentrarci quando realizziamo soluzioni di gamification. In qualità di insegnante posso confermare che i docenti si concentrano sul CV, sull’apprendimento degli studenti, ma in generale un insegnante non gioca, non è un game designer.
Chiedere, quindi, a un docente di elaborare soluzioni di gamification nel proprio ambito è sbagliato, non è il suo lavoro.
E così, per questo motivo, in passato abbiamo assistito a numerose soluzioni di gamification che hanno riscosso scarso successo. L’unico modo per realizzare soluzioni efficaci è coinvolgere esperti nell’ambito di interesse. Questo vuol dire che docenti e game designer trovano insieme le soluzioni nell’interesse dell’utente finale, cioè lo studente. Questo metodo di lavoro è molto più complesso rispetto a scrivere semplicemente un codice, ma quello non è creare gamification. Devi pensare a come utilizzare la tecnologia e il design per un coinvolgimento emozionale dell’utente finale.
Dobbiamo integrare e collaborare con i professionisti di altri ambiti a seconda delle necessità. In questo senso la collaborazione e l’ascolto sono essenziali.
“Digitalizzare una cosa” non la rende automaticamente un’esperienza digitale. Abbiamo parlato di come la vita reale incide sullo sviluppo dei videogiochi. Secondo te, considerato anche l’anno che abbiamo passato con la pandemia, quanto tutto questo ha influenzato il tuo settore? Hai visto dei cambiamenti nel tuo lavoro?
Innanzitutto è necessario dire che noi sviluppatori di videogames siamo sparsi in tutto il mondo, per cui siamo abituati a collaborare a livello internazionale e soprattutto a distanza. Per cui la pandemia non ha modificato il nostro modo di lavorare.
In secondo luogo, abbiamo assistito al boom di crescita più forte di sempre nel settore dei giochi. Nel momento in cui le persone sono rimaste a casa, infatti, hanno cominciato a giocare ancora di più rispetto a prima.
La pandemia ha stravolto ogni equilibrio di mercato e ha messo in evidenza alcune esigenze che prima erano assolutamente imprevedibili.
E così è cambiato l’approccio con i videogiochi e con le tecnologie di gaming. Si è capito che non si trattava solo di intrattenimento. Molti genitori sono sempre stati preoccupati che i propri figli passassero troppo tempo davanti a uno schermo. Anche quando ero piccola io, i miei genitori venivano criticati dai propri amici a causa del tempo che mi lasciavano passare a giocare davanti allo schermo.
Quindi la questione è che oggi i videogiochi sono molto popolari e costituiscono uno strumento per socializzare.
Per quanto riguarda il tempo passato davanti allo schermo, i bambini troveranno sempre un modo per passare questo tempo, che ci piaccia o no; non puoi davvero evitare loro gli smartphone e qualunque altro dispositivo per restare in contatto con gli amici.
Possiamo invece concentrarci sulla qualità del contenuto anzichè proibire l’utilizzo dei dispositivi. Quindi, invece, di creare un “frutto proibito” è meglio avere a disposizione contenuti di qualità, realizzati da sviluppatori esperti in collaborazione con professionisti del settore, specialmente per l’ambito educativo.
Credo che cambierà molto la percezione delle persone riguardo a dove sia realmente il problema. Prima dei telefoni cellulari c’erano i fumetti, che costituivano una distrazione: ma tutto faceva parte della normale evoluzione.
Sono completamente d’accordo: è il contenuto che conta. Tornando a parlare di educazione, potresti farci qualche esempio in questo ambito? Gaming ed educazione per le future generazioni: come possono operare insieme?
Se parliamo della tecnologia dei videogiochi impiegata per realizzare soluzioni e strumenti di gamification, stiamo prendendo in considerazione solo un altro strumento. Quando si parla di educazione non ci sarà mai niente che potrà sostituire integralmente insegnanti, medici o qualunque altro esperto in un settore. Qualsiasi tipo di strumento, che sia utilizzato per i loro bisogni o per raggiungere un obiettivo, dev’essere pensato per aiutarli nel loro intento.
Che siano persone, studenti o clienti, dipende dal tipo di materiale educativo e di gaming di cui parliamo.
È una cosa che sta emergendo di nuovo e le tecnologie del gaming possono dare molti spunti. Si tratta di consentire alle persone di raggiungere davvero il modo migliore per apprendere e interagire con i contenuti in base alle proprie esigenze e capacità personali. Il fatto è che tutti noi, specialmente quando parliamo di apprendimento, impariamo, ci approcciamo e riceviamo quella stessa informazione in modo diverso. Soprattutto con l’apprendimento, perché ognuno di noi ha un metodo diverso per memorizzare le informazioni. Qualcuno è più bravo a fare cose manuali, qualcuno si ricorda meglio le cose leggendo e altri semplicemente ascoltando.
Quindi attraverso la tecnologia del gaming, ogni individuo può utilizzare effettivamente quel contenuto in modo che sia accessibile e si adatti a risolvere le proprie esigenze specifiche. E abbiamo visto che soprattutto gli strumenti sanitari e terapeutici influiscono sull’apprendimento e sulla sanità, sui progressi della terapia. Il curriculum tradizionale di insegnamento dovrebbe essere uguale e obiettivo per tutti, ma siamo tutti diversi ed è per questo che non funziona molto bene. Ciò si nota soprattutto con gli studenti: io, per esempio, ricordo di aver avuto bisogno di molti giorni di studio per entrare all’Accademia di Stato dove avrei trovato molta concorrenza. Per raggiungere quello che volevo avrei dovuto impegnarmi molto, studiare molto e, quindi, ho sfidato me stessa per raggiungere i miei obiettivi.
Tutti dovrebbero cercare di dare il meglio di sé e in questo la tecnologia e i videogame ti permettono di capire di cosa hai davvero bisogno.
Ecco, quindi, che si comprende l’evoluzione dell’ambito educativo. Qui in Finlandia il sistema è molto all’avanguardia: educatori e insegnanti hanno una mentalità molto aperta e sono disponibili a collaborare con professionisti di diversi settori. Questa co-creazione realizzata da sviluppatori e insegnanti è all’ordine del giorno. Qui le persone, compresi gli studenti, non hanno paura di sperimentare nuove strade.
Questo è uno dei motivi per cui la Finlandia è al primo posto nell’ambito educativo , perché non ha paura di sperimentare. Non c’è timore di scoprire qualcosa di nuovo che possa aiutare gli insegnanti stessi a lavorare meglio. In molti altri paesi, anche europei, non è proprio la stessa cosa. Si tratta, quindi, di un’evoluzione lenta e la pandemia non ha fatto altro che mostrare la necessità di questo cambiamento di mentalità.
Un ambiente dove la passione, gli interessi e le qualità del singolo individuo sono valorizzate è molto più sano e salutare rispetto a una realtà dove la cultura e il sapere sono fini a sé stessi. Come può il gaming supportare questo cambiamento? Come vedi il futuro nei prossimi 10 anni?
Se avessi davvero queste risposte, probabilmente le avrei già vendute e avrei guadagnato parecchio. Chiunque dica di averle, in realtà, in mente.
Credo che ilfuturo si basi sul sostenere gli individui, i loro bisogni e interessi. In questa stessa direzione penso vadano anche le tecnologie del gaming. Le nostre vite, in fondo, sono già “gamificate”.
Pensiamo alle tecnologie che stiamo utilizzando per realizzare questa intervista: è tutto parte di una soluzione di gaming. Per non parlare poi dei social media che costituiscono un grande esempio di gamification con il meccanismo dei like, dei follower, ecc.
Vedo un futuro dove gli sviluppatori saranno sempre più necessari per trovare il giusto modo di creare e progettare esperienze insieme a professionisti di diversi settori.
Il gaming perderà quello “stigma” che lo lega solo al contesto dell’intrattenimento e diventerà una tecnologia sempre più utilizzata per andare incontro ai bisogni e agli interessi delle persone.
Diventerà un modo per sperimentare le proprie abilità e disabilità. Per scoprire i punti di forza e di debolezza che tutti abbiamo e che ci rendono unici. Credo, quindi, che la tecnologia del gaming metterà in evidenza la nostra unicità, andando incontro ai nostri bisogni.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Natasha Skult!
Ascolta “Gaming / Natasha Skult [Novembre 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 30 min]
Liz, lavori nella cronaca giornalistica da più di 20 anni. Nel tuo ultimo ruolo, alla BBC News, hai gestito una redazione composta da oltre 100 giornalisti internazionali. Ora sei Vice Direttrice dei media e Direttrice delle news per European Broadcasting Union (EBU) e fornisci notizie a più di 115 membri dell’organizzazione, che raggiungono un pubblico di oltre un miliardo di persone in tutto il mondo. In questi anni molte cose sono cambiate: dai servizi a consumo, agli smartphone abilitati per l’IoT e alle disruptive technology. In che modo la tecnologia ha interagito nel campo delle notizie e dei servizi di cronaca? E quali cambiamenti ha portato nel tuo ambiente lavorativo?
“Ci sono stati grandi cambiamenti negli ultimi 20 anni. I telefoni non servono più solo per telefonare e i servizi giornalistici non sono più girati sui nastri. Ora tutto è in digitale, esistono piattaforme con cui la gente può accedere alle notizie in modo semplice e immediato e questo rappresenta un cambiamento radicale”.
Parliamo un po’ della tua esperienza: come fai di solito a scoprire nuove news?
“All’inizio della mia carriera ho lavorato nei telegiornali. Al tempo la maggior parte delle notizie erano trasmesse dalla televisione, poi, di recente, sono passate in forma digitale.Quando ho cominciato a lavorare nel giornale locale, il modo in cui trovavamo le news dipendeva dalla storia che dovevamo raccontare e che sarebbe, successivamente, entrata a far parte dell’edizione stampata e trasmessa sia dalla radio sia in televisione. Avevamo cicli di notizie di 24h (o settimanali), ma ora i tempi e i modi con cui si possono reperire le notizie sono completamente diversi. Dal punto di vista delle trasmissioni, il notiziario serale è ancora un appuntamento ordinario e molto seguito nella maggior parte dei paesi.
Le persone, per tenersi aggiornate, attivano le notifiche sul telefono, trascorrendo molto tempo sulle piattaforme digitali per l’informazione. Per questo, il modo in cui facciamo giornalismo è inevitabilmente cambiato”.
Una delle cose che hai accennato prima è il cambiamento nel consumo di notizie. Ora, secondo te, la disruptive technology ha in qualche modo cambiato la “competizione naturale”?
“I media di servizio pubblico hanno ovviamente un numero enorme di concorrenti, poiché si sono diffusi di recente e arrivano al pubblico in modo più diretto. Alcune persone descriverebbero i media come un filtro di informazioni, un “luogo affidabile” di cui potersi fidare, vedendo i giornalisti come dei “curatori di notizie”. Il problema è che oggi le notizie si diffondono molto rapidamente, le persone hanno accesso a ogni tipo di informazione, ma non sono tutte affidabili. Per il nostro settore, navigare su internet e informarsi sulle notizie che stanno circolando è fondamentale tanto quanto sapere se il pubblico consuma contenuti di qualità.
Le famose “fake news”, un tempo, le avremmo semplicemente ignorate, ora non possiamo più. Dobbiamo occuparci di quel contenuto ed è nostro compito aiutare il pubblico a distinguere l’enorme quantità di notizie”.
Prima hai detto che preferisci vedere il giornalista dei media come il “curatore di notizie”, o forse sarebbe più appropriato dire “curatore responsabile di notizie”, poiché ha la responsabilità di selezionare le notizie in base alla loro veridicità.
“Esatto. Alcune persone utilizzano internet come strumento per ottenere le informazioni “non filtrate”, pensando di avere accesso alle fonti reali per distinguere le notizie vere da quelle false. E poi ci sono, al contrario, tante persone che non si fidano di quello che leggono su internet. Per questo motivo, apprezzano il fatto che i siti delle testate giornalistiche verifichino e filtrino le news prima di pubblicarle. Il telegiornale è, per molti versi, una specie di intrattenimento, ma la competizione e il consumo nel nostro settore sono cambiati. Quando venivano trasmesse le notizie, solitamente dalle 18.00 alle 19.00, lo spettatore aveva l’opzione di passare da un canale all’altro e la concorrenza si limitava ai diversi canali televisivi. Adesso, sui nostri telefoni, abbiamo a disposizione tantissime piattaforme di social media, musica, giochi o provider di streaming e la concorrenza è aumentata in modo esponenziale.
Per questo noi giornalisti abbiamo la responsabilità di rendere i contenuti il più possibile “attraenti””.
Mi faresti degli esempi di modifiche, apportate al notiziario delle 18.00/19.00, di stile, forma o contenuto, per combattere questo ambiente altamente competitivo e riuscire a mantenere viva l’attenzione dello spettatore?
“Negli ultimi 5/10 anni abbiamo cambiato molte cose, grazie agli insegnamenti ricevuti dai contenuti digitali che abbiamo prodotto. La televisione permette di ricevere un feedback sul numero approssimativo di persone che stanno guardando il tuo notiziario. Invece, quando si pubblica un contenuto online, si riceve una grande quantità di dati che rivelano molto sulle preferenze del pubblico. Quello che abbiamo fatto per l’industria della televisione è stato introdurre nel notiziario televisivo alcuni insegnamenti derivanti dal mondo digitale. Ho lavorato per circa 10 anni nei notiziari e saprei esattamente come strutturare un servizio, o un “pacchetto televisivo” come lo definiamo noi, in modo impeccabile. L’unico feedback che avrei ricevuto sarebbe stato quello dei miei colleghi, i quali avrebbero approvato il mio lavoro. Una volta lanciato il servizio sulle piattaforme, però, ci saremo resi conto che quel modulo televisivo non funzionava affatto online.
La televisione è un prodotto “appiccicoso” perché ha il compito di incollare allo schermo il pubblico, il quale è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e può decidere da un momento all’altro di cambiare canale. L’online, invece, è un luogo in cui se non ti piace quello che stai guardando puoi cliccare su qualche altro contenuto. È una user experience molto diversa, che ci ha insegnato a realizzare i video televisivi con tecniche differenti. Così la televisione ha cominciato a cambiare come mai prima d’ora. Anche la tecnologia ha aiutato sotto vari punti di vista: fotocamere più piccole e software di editing più sofisticati hanno aperto nuove frontiere. Ricordo ancora quando mi dividevo tra film in cassetta e video sugli schermi e non è passato molto tempo da allora, ma quella progressione è stata davvero veloce. Improvvisamente dall’esterno sono arrivate nuove regole, che hanno portano con loro sfide affascinanti”.
Hai reso perfettamente l’idea generale, ma potresti farmi qualche esempio più specifico?
“Quando realizzi un servizio televisivo, potresti avere dei problemi nella struttura o nel “pensiero chiave” del pezzo, ma aprendo il servizio con una magnifica immagine di un paesaggio o di un’alba riusciresti a catturare l’attenzione del pubblico. In digitale, invece, hai davvero pochissimi secondi per rapire l’occhio dell’utente e non serviranno a nulla le foto di paesaggi, se perdi la loro attenzione se ne andranno. Ricorda: hanno il mouse in mano e rischi di perderli da un momento all’altro. Quindi il coinvolgimento tra l’online e la televisione sono molto diversi. I notiziari televisivi sono tra i più prestigiosi, ma anche tradizionali e leggermente a rischio a causa di questi cambiamenti, nonostante godano di un pubblico di affezionati.
Alcune volte bisogna correre il rischio di sperimentare e commettere qualche errore”.
Quando penso a come viene solitamente trasmessa una notizia, mi viene in mente ciò che fa da sfondo a quella notizia. Questo aspetto è ancora così importante?
“Il reporting avrebbe bisogno di entrare in un’altra mentalità. Non serve più fare un elenco di tutte le notizie, ma bisognerebbe raccontarle ed esplorarle insieme alle persone. Questo è il tipo di atteggiamento che il digitale sta incentivando a cambiare, perché il pubblico non è stupido e sa di poter trovare le informazioni che cerca dove vuole. Se in un paese ci sono solo 4 o 5 canali televisivi disponibili, la limitata possibilità di scelta porta le persone a fidarsi. Internet invece ha cancellato questo privilegio di cui godevano le trasmissioni. Per cui riuscire a costruire un legame di fiducia con il pubblico è fondamentale”.
Hai notato dei cambiamenti nel linguaggio dei giornalisti?
“Sì, c’è stato un cambiamento consapevole. Il pubblico apprezza di più se ci rivolgiamo in modo amichevole e cordiale, rispetto al tono più “predicatorio” che utilizzavamo precedentemente. Per questo, se pensiamo ai notiziari televisivi del mattino, il tono di voce utilizzato è tradizionalmente più “delicato”, più colloquiale, motivo per il quale hanno avuto grande successo. Da decenni i notiziari del mattino hanno un ruolo molto particolare, grazie a quel tipo di approccio confidenziale”.
Tornando al discorso della disruptive technology, ci sono stati dei cambiamenti nel modo in cui si registrano i contenuti? Mi piacerebbe sentire alcune critiche tecniche su ciò che è cambiato.
“Chiunque abbia uno smartphone ora può registrare e trasmettere contenuti multimediali. Fino a 20 anni fa non era assolutamente così, mentre oggi chiunque è in grado di registrare servizi improvvisati di qualità. Ogni giornalista può utilizzare uno smartphone per la produzione di foto e video, ma sono anche dotati di apparecchiature più sofisticate e costose, con le quali realizzano bellissime immagini per telegiornali e documentari. Oggi disponiamo di computer, schermi e software che rendono il nostro lavoro davvero stimolante e creativo. Anche il modo di registrare è cambiato: oggi, grazie al registratore, un giornalista è in grado di produrre un servizio in autonomia, fungendo da troupe televisiva e tecnico del suono. Ma, in realtà, nell’ambito della televisione e della creazione di video,
lavorare in team rappresenta ancora un valore aggiunto, collaborare è molto importante. Per cui il lavoro può essere svolto da una sola persona, ma nel complesso è un lavoro di squadra”.
Parliamo di concorrenza: la tecnologia ha apportato dei cambiamenti nella produzione di notizie o nel modo di trasmettere le notizie dell’ultima ora?
“Sì, ma la base è ancora la stessa: un giornalista dalla sua scrivania trasmette e condivide una notizia con la radio e la televisione. Quindi il lavoro di per sé non è cambiato, ma la velocità con cui dobbiamo lavorare è completamente diversa. Questa progressione, iniziata alla fine degli anni ‘90 con i canali di notizie a rotazione, è stata ulteriormente incoraggiata dal digitale, soprattutto con l’esordio delle app che ci tengono aggiornati sulle notizie dell’ultima ora. Anche tra noi giornalisti si sono diffusi gli avvisi per trasmetterci le storie in arrivo, ma quando non ci sono nuove storie da raccontare, non dobbiamo cadere nella tentazione di “riempire gli spazi vuoti”. Alcune volte capita di trasmettere un servizio di cui non si conoscono molti dettagli e, nonostante il pubblico voglia sapere di più, possiamo solo limitarci a dare la notizia. Il problema è che le informazioni richieste sono insaziabili, le persone vogliono sapere tutto e subito, senza capire perché non riusciamo a rispondere alle loro richieste nell’immediato. Quindi il nostro compito non è solo dire ciò che sappiamo, ma anche comunicare al pubblico che non abbiamo tutte le risposte alle loro domande.
È curioso il fatto che oggi la televisione sia considerata uno strumento di comunicazione piuttosto vecchio, ma le persone si rivolgono ancora in gran numero ai telegiornali televisivi per avere le notizie dell’ultima ora. L’immediatezza offerta dalla televisione, però, ha trovato un rivale: le notifiche del telefono”.
Riesci a farmi qualche esempio di notizie che, negli ultimi anni, hanno avuto un impatto nel cambiamento nella cronaca giornalistica?
“Non c’è stato solo un evento, ma direi che il conflitto in Siria ha cambiato considerevolmente il modo in cui i giornalisti operano sul campo. Non necessariamente dal punto di vista tecnologico, ma da quello della sicurezza e del modo in cui si trasmettevano le notizie, nonostante l’ambiente pericoloso.
I giornalisti tendevano a collaborare tra loro scambiandosi racconti sulle esperienze vissute, tenendosi fuori dal conflitto.
Per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, posso fare l’esempio di un servizio andato in onda sull’impiego dell’intelligenza artificiale per identificare i VIP. Era stata utilizzata, per la prima volta, in occasione di un matrimonio nel Regno Unito per riconoscere i volti degli invitati e fu una novità enormemente apprezzata dal pubblico.
Certi avvenimenti portano a fare dei grandi passi avanti, dopodiché non si torna più indietro”.
Tornando al discorso della disruptive technology, prima hai parlato delle notizie dell’ultima ora: dopo aver ricevuto e verificato una notizia, la mandate a tutti i membri dell’organizzazione della BBC. Quindi anche in questo mondo moderno, dove tutto è flessibile, quelle strutture consolidate sono ancora importanti?
“Esattamente, l’organizzazione funziona ancora così: riceve le informazioni dai suoi membri e le distribuisce a tutti gli altri. Quindi le news provenienti dal mondo intero giungono a Ginevra per essere controllate e successivamente scambiate con tutti gli Stati Membri. Questo tipo di collaborazione è fondamentale, lavoriamo così da oltre 60 anni. Anche se le cose cambieranno molto nei prossimi decenni perché non avremo molte risorse per trovare nuovi modi di condividere i contenuti, dato che la maggior parte dei nostri membri utilizza il denaro pubblico. In questo momento stiamo lavorando per trovare il modo di condividere contenuti online tra noi Stati Membri. È una sfida enorme, se si considera la quantità di lingue che ogni membro rappresenta. Per semplificare il lavoro stiamo utilizzando la traduzione automatica, nell’intento che gli utenti di tutto il mondo possano avere l’accessibilità al giornalismo digitale”.
Dopo aver parlato delle notizie dell’ultima ora, vorrei che mi raccontassi qualcosa sulle “esclusive”. Esistono ancora oggi? Come sono?
“Certo, le esclusive esistono ancora e la loro esclusività dipende davvero dalla natura della notizia. Molto spesso i giornalisti vanno alla ricerca di un’esclusiva, ma spesso la loro “caccia” non dà risultati. È davvero difficile assicurarsi di avere una storia senza che qualcun altro ne venga a conoscenza. Nel mondo in cui viviamo, possiamo avere un vantaggio sui competitor di un paio di ore, per trasmettere la notizia, ma richiede una grande pianificazione del lavoro e in ogni caso non sarà una storia esclusivamente nostra.
Posso dire di avere un’esclusiva solo nel caso in cui l’intervistato abbia deciso di riservare quell’intervista solo a me. Tutto ciò richiede un grande lavoro, poiché prima bisogna modificare l’intervista, poi dobbiamo crearne una versione ridotta per il telegiornale, per il notiziario radiofonico e per i social media. Alla fine si troveranno una decina (o più) versioni della stessa storia.
È molto importante adattare il contenuto alla piattaforma su cui viene pubblicato, perché il pubblico è sempre più diversificato.
Il giornalismo richiede numerosi investimenti, non solo per la produzione di contenuti di qualità, ma anche per la lotta alle fake news. Quindi, mentre alcune persone inventano notizie false dalla loro camera da letto, noi mettiamo in guardia il pubblico da questo tipo di contenuti, spendendo molti soldi per raggiungere il maggior numero degli utenti. Grazie ai feedback ricevuti sui media abbiamo capito di cosa la gente ha realmente bisogno: accessibilità e chiarimenti.
Spesso su internet si trovano notizie poco chiare o non classificate, ma se si investe nel giornalismo bisogna pensare strategicamente alle notizie che si pubblicano, in modo da creare una sorta di viaggio per il pubblico”.
A proposito di viaggi, come sarà il viaggio nel futuro che ci attende? Che aspetto avranno le notizie e dove ci condurrà la disruptive technology nei prossimi 10 anni?
“Sicuramente le cose continueranno a cambiare e dovremo abituarci a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione. Si discute molto sull’uso dell’intelligenza artificiale e delle macchine coinvolte nella selezione di notizie e nella successiva fase di controllo. Ma perché non utilizzare tutto ciò che di utile ci offre la tecnologia? I vantaggi permetterebbero di semplificare il nostro lavoro e investire in aree più complesse. Lo vedo come un cambiamento continuo, non come un “non ritorno”. Anche la pandemia ha cambiato molto del nostro lavoro. Abbiamo fatto dei grandi cambiamenti, sotto alcuni punti di di vista, in un periodo di tempo molto breve. Credo che gli utenti continueranno a voler accedere alle notizie, per questo noi dobbiamo continuare a essere presenti e fornire loro tutte le informazioni che desiderano. Le cose cambieranno rapidamente e per rimanere in vita dobbiamo continuare a essere flessibili e disponibili”.
È un grande lavoro quello che fai e che l’industria dell’informazione ha svolto per molte decine di anni. Un lavoro complesso e continuerà a esserlo sempre di più nel futuro. Grazie davvero per averci dedicato il tuo tempo e la tua esperienza.
È stato un piacere.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Liz Corbin!
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