Quest’anno festeggiamo 10 anni e sin dalla nostra nascita abbiamo sempre prestato molta attenzione al miglioramento costante e continuo della qualità dei servizi offerti ai nostri clienti e partner. Negli ultimi anni di attività, nonostante la pandemia covid-19, siamo cresciuti molto rapidamente e oggi la nostra realtà è formata da oltre 100 professionisti appassionati in Italia e all’estero. Siamo passati dall’essere una piccola azienda, nata da un’idea innovativa, alla realtà dinamica, solida e distribuita (grazie anche allo smart working) che rappresentiamo oggi.
Per guidare nel migliore dei modi questo processo di crescita, abbiamo deciso di strutturarci meglio consolidando il nostro sistema di gestione. Lo scorso 3 agosto abbiamo ottenuto le certificazioni che attestano che il nostro sistema di gestione è conforme alle norme internazionali ISO 9001:2015 Sistema di gestione per la qualità e ISO/IEC 27001:2013 Sistema di gestione per la sicurezza delle informazioni per le attività di sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti e servizi innovativi ad alto valore tecnologico.
Le certificazioni sono state rilasciate dall’ente di certificazione Associazione Svizzera per Sistemi di Qualità e di Management (SQS) partner di IQNET Association – The International Certification Network.
Come racconta Felice Di Luca (Responsabile del sistema integrato di gestione di Synesthesia), le radici di questa certificazione arrivano da molto lontano:
“Da oltre 25 anni ho avuto a che fare con i sistemi di gestione aziendale. Entrando in Synesthesia ho subito notato come molti processi fossero già ben strutturati. Il mio lavoro è stato quello di armonizzarli all’interno di un unico sistema di gestione. Chiaramente questi risultati rappresentano solamente il punto di partenza. Il nostro obiettivo è il miglioramento continuativo”.
Il raggiungimento di questo traguardo rappresenta per Synesthesia un presupposto importante per far fronte ai continui e rapidi cambiamenti che caratterizzano il mercato. Una scelta necessaria. Come racconta Riccardo Recalchi (CEO di Synesthesia):
“Le certificazioni sono un ulteriore passo avanti per Synesthesia: la crescita molto veloce degli ultimi anni ci ha imposto uno sforzo organizzativo importante, una continua revisione dei processi per sostenere il nostro business. Lavorando alla certificazione abbiamo “messo a terra” il lavoro fatto e questo ci permetterà di operare in modo strutturato per migliorare continuamente la nostra organizzazione, con l’obiettivo di essere sempre più produttivi e di rispondere velocemente ai cambiamenti del mercato, supportare al meglio il percorso di crescita che abbiamo impostato nel nostro piano triennale”.
Siamo molto orgogliosi dei risultati finora ottenuti. Grazie a questo traguardo siamo pronti a guardare al prossimo futuro con una prospettiva ancora più ampia: continueremo a far crescere ulteriormente i nostri standard di qualità. I presupposti ci sono tutti. Noi siamo pronti.
We Are Synesthesia!
Le certificazioni sono disponibili seguendo questo link.
Vuoi saperne di più su quello che facciamo? Visita la nostra area dedicata alle soluzioni Web, App, e-commerce.
L’evento Wibo per l’“Italian Tech Week 2021”: le novità
Per l’edizione di quest’anno i suoi organizzatori hanno scelto Wibo come partner tecnologico che, per dare la possibilità al grande pubblico di partecipare all’evento, ha messo in palio 20 biglietti: 10 per il 23 settembre e 10 per il 24 settembre, quando sarà presente come ospite speciale Elon Musk. Le richieste di partecipazione sono state molto numerose. La conferenza, accessibile esclusivamente su invito è stata riservata principalmente a un’audience di professionisti del settore, per un totale di 500 posti.
Per l’assegnazione dei biglietti, dunque, la modalità scelta è stata quella del quiz: 16 domande in totale, divise in due momenti di gioco, 4 opzioni di risposta, il tutto a tema “Elon Musk”. Una modalità meritocratica di assegnazione dei biglietti, che ha premiato coloro che nei giorni precedenti al 9 settembre hanno seguito con attenzione i contenuti pubblicati sulla pagina IG e sito di Italian Tech e su La Repubblica. Le risposte alle domande erano, infatti, nascoste tra le pillole della serie online “Essere Elon Musk”, scritta da Pier Luigi Pisa.
A presentare l’evento di assegnazione dei biglietti c’era Riccardo Luna, noto volto di La Repubblica e tra i più influenti giornalisti tech italiani, che per una sera si è trasformato in conduttore del quiz, commentando le domande e premiando i vincitori.
I risultati
L’evento è stato un successo ee aspettative sono state ampiamente raggiunte. Il format è riuscito a creare un elevato livello di engagement per tutta la durata del quiz. Come racconta Tommaso Seita (co-founder & CEO di Wibo):
“Siamo felici che Wibo sia stato scelto dagli organizzatori dell’Italian Tech Week per dar la possibilità alla loro community di vincere i biglietti dell’evento. Un grazie particolare va a tutto il team di Wibo che ha lavorato durante l’evento per garantire il successo dello spettacolo e a Riccardo Luna per aver presentato il quiz”
Synesthesia e Wibo collaborano per trasformare eventi corporate in esperienze interattive uniche. Per saperne di più contattaci.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 27 min]
Chet, Chief Developer Advocate per Google, com’è cambiato il tuo ruolo negli ultimi anni?
“Raduno un po’ le idee di questi quasi vent’anni di esperienza. Ho iniziato a parlare di tecnologia quando lavoravo per la precedente azienda, la Sun Microsystem. Ricordo che a un certo punto ho pensato “Hey questo è un lavoro davvero divertente: programmare con la tecnologia e poi parlare con gli sviluppatori su come funziona la tecnologia stessa”. Certamente ho visto un’evoluzione in questo settore. Non solo nell’ambito delle piattaforme su cui ho lavorato e nella tecnologia in sé, ma anche nel settore della “developer advocacy” e in generale dei software. Penso che il più grande cambiamento consista nel fatto che le sfide stanno diventando sempre più grandi e complicate. C’è molta più tecnologia in tutto, ci sono più piattaforme, ci sono più tipi di tecnologie. Quando ho iniziato il mio percorso professionale, il mobile o gli smartphone non esistevano. Si poteva forse intravedere la nascita di qualcosa, ma certamente non tutte le funzionalità che abbiamo oggi.
Una cosa, però, non è cambiata: credo fermamente che i developer advocate non siano solo persone che salgono sul palco o scrivono un articolo o parlano di questi argomenti. Questo è un plus, un piccolo dettaglio in più della professione. Il nostro vero lavoro consiste nell’essere ingegneri, nel comprendere a fondo le dinamiche di funzionamento della piattaforma che presenterai poi agli sviluppatori. Scrivi un codice, lo studi a fondo e poi esci e vai dalle persone per spiegare come funziona, cosa la piattaforma può fornire in risposta alle varie necessità.
Aggiungerei comunque che ci sono stati importanti cambiamenti nell’ultimo anno a causa di questa terribile situazione in cui ci troviamo tuttora. Per i developer advocate parte del lavoro consiste proprio nel viaggiare, incontrare gli sviluppatori di tutto il mondo a eventi come “droidcon Italy” e scoprire quali sono i temi “più caldi”, aiutando tutti a comprenderli meglio. Sono lati della professione che implicano, appunto, viaggiare, incontrare persone ed entrambi questi aspetti sono stati bloccati in modo pesante da ormai più di un anno. Tutto questo implica che siamo stati costretti a privilegiare nuovi incontri online come stiamo facendo anche adesso. È stato un cambiamento interessante: sempre più contenuti video, sempre più coinvolgimento online, conferenze online. Dall’altro lato, però, penso penso che non abbiamo ancora scoperto come raggiungere lo stesso livello di coinvolgimento che si ottiene negli eventi “di persona”. Abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”.
Sono pienamente d’accordo con te riguardo la situazione globale, ci sono stati molti cambiamenti nel settore della tecnologia. A parte il lavoro da remoto, in quale misura, secondo te, tutti questi cambiamenti hanno influito sul ruolo di uno sviluppatore?
“Le cose stanno diventando più diversificate, non necessariamente più complesse, ma ci sono più opportunità, più tecnologie, più strumenti da usare, più linguaggi, più approcci, più piattaforme sulle quali programmare. Per alcuni aspetti sta a noi comprendere molte di queste nuove possibilità per poter prendere decisioni su quale sia la cosa migliore da fare. Se torniamo indietro a venti o trenta anni fa, a quel tempo potevi concentrarti solo su una materia, studiarla a fondo, diventarne un esperto. Ecco io credo che questo oggi non rappresenti più un reale vantaggio perché quella cosa che hai studiato può cambiare come ogni aspetto della tecnologia che muta in modo incredibilmente veloce.
Tutto questo può spaventare un po’, ma francamente lo vedo come un vantaggio, dal momento che agli ingegneri piace giocare con le novità. Il fatto che ci siano sempre giochi nuovi nel settore ingegneristico è molto divertente.
Occorre avere il giusto approccio mentale per dire “io ho davvero bisogno di uscire e imparare come funzionano queste novità”, “di giocarci” un po’ e capire come possono essere integrate con il lavoro di sviluppatore”.
Come ci hai ricordato il mercato si è evoluto, diventando più ampio e complesso. Leggendo tra le righe, però, mi sembra di capire che è anche più interessante, vero? Qual è stato il tuo dispositivo o applicazione preferiti, su cui hai lavorato? Quali sono stati, secondo te, i veri highlight della tua professione?
“Il mio dispositivo preferito è stato il “Nexus One” e ci sono un paio di ragioni per cui dico questo: la prima è che è stato il mio primo smartphone. Non ero mai stato nel mondo degli smartphone fino a quando mi sono unito al “team Android” a metà del 2010. Mi sono unito al team e ho iniziato a giocare un po’ con i vari device, ne ho avuto alcuni tra cui appunto il Nexus One: un dispositivo molto carino, che stava bene tra le mani, aveva tutte queste incredibili funzionalità ed era molto veloce per quei tempi. Poi lo schermo era enorme, una cosa che sembra ridicola rispetto ai dispositivi di adesso. Mi ricordo la gioia e l’entusiasmo per quei device. Certo adoro il mio Pixel 4 che uso tutti i giorni, è un device fantastico, ma non ha quel velo di nostalgia che i miei primi Nexus avevano.
Per quanto riguarda le app, direi che la mia preferita è Calendar. Io tendo a essere un po’ sbadato, per anni e anni ci sono state riunioni a cui avrei dovuto partecipare e che puntualmente mi perdevo. Le scrivevo sul calendario o su un pezzo di carta (quando usavamo ancora la pergamena e la piuma), ne segnavo altre sul mio pc, ma questo non implicava necessariamente che io avessi sott’occhio gli appuntamenti al momento giusto. Mi perdevo costantemente i meeting perché non ricevevo un promemoria dell’evento. Lo smartphone oggi può connettere tutte queste informazioni della nostra vita cosicché qualcuno può creare un evento per me nel suo calendario, mandarlo a un server e il server spedisce nuovamente indietro l’informazione al mio telefono che mi notifica l’impegno”.
L’esempio della tecnologia che risolve i problemi è davvero molto importante. È così che la tecnologia fa la differenza. In quest’ottica che cosa significa per te “think mobile”?
“Torno all’esempio di Calendar, ma ce ne sono molti altri, quando connettiamo servizi, informazioni e device nella nostra vita. È tutto intorno a noi e possiamo avere le informazioni necessarie ovunque ci troviamo. Tornando a qualche tempo fa, per il mio lavoro come developer advocate, viaggiare costituiva la parte principale della mia professione. Dovevo radunare tutti i dettagli utili insieme: sapere quale fosse il mio volo, quale fosse la mia corrispondenza, dove sarei atterrato, dove si trovasse l’aeroporto, l’hotel, come spostarmi da un posto a un altro, quali fossero i mezzi pubblici disponibili, dove fosse la mia destinazione, chi fossero le persone che dovevo incontrare, ecc. Mettere insieme tutto questo era davvero molto stressante. Oggi vai all’aeroporto, sali sull’aereo, sbarchi, prendi il tuo smartphone e hai tutte le informazioni di cui hai bisogno. Ci sono le informazioni sull’hotel, puoi visualizzare la mappa, capire dove ti trovi e come spostarti con i mezzi pubblici. Hai le email con le indicazioni sulla meta e le persone che devi incontrare. Puoi connetterti con chiunque per avere ulteriori informazioni. Oggi questi dati non sono più in tanti posti differenti, ma sono custoditi ovunque, “galleggiano” magicamente nel cloud e puoi scaricarli sul tuo dispositivo quando vuoi.
La mia vita è molto meno sotto stress, sapendo che posso sempre avere tutte le informazioni che mi servono sul mio smartphone o su un qualunque dispositivo connesso alla rete”.
“Ci sono un paio di approcci diversi. Mi piace l’immagine idilliaca che hai descritto. Ho vissuto la stessa esperienza quando viaggiavo per il mondo, ma farei una distinzione tra un viaggio di lavoro, dove hai degli appuntamenti da rispettare ed è importante che tu sia puntuale ed efficiente e un viaggio “di piacere”, in cui è bello atterrare in un luogo, guardarti intorno e parlare con le altre persone. L’esempio che facevo prima, quindi, era riferito più all’aspetto lavorativo“.
Parlando di mobile, quali sono le più grandi opportunità del settore al momento?
“Penso di poter rispondere a questa domanda solo per quanto riguarda la mia esperienza personale e conoscenza del settore perché io ho sempre pensato al software. Ci sono, tuttavia, anche altre opportunità nell’hardware e in tutto il settore del mobile. Per me tutto riguarda il software perché penso che fornisca infinite possibilità.
Tutto è possibile con il software che programmi. Hai solo bisogno di un’idea e del tempo per scrivere il codice che possa realizzarla.
È straordinaria la quantità di cose che possiamo realizzare. Una volta che hai a disposizione gli elementi di connessione, i dati e i servizi, li colleghi insieme e così hai un enorme potenziale di crescita0. Abbiamo solo bisogno di tempo per scrivere un codice e poi possiamo fare di tutto. Quindi non vedo l’ora che ci siano innovazioni sempre più sorprendenti. Non so quali saranno. Ma saranno fantastiche“.
Un altro tema che mi interessa molto sono i comportamenti umani legati al mobile. Secondo te c’è qualcosa che dovrebbe essere cambiato o migliorato nel comportamento o nell’uso dei dispositivi?
“Mi auguro che non saremo più tutti così “incollati” agli schermi dei nostri telefoni. È un po’ spiacevole passeggiare vicino a una fila di persone quando vedi tutti fare la stessa cosa. In tempi più felici di solito prendevo il bus per andare a lavoro e c’erano con me altre trenta persone che aspettavano di salire e tutte, compreso me, fissavano il telefono. Potevi leggere le ultime notizie, dare uno sguardo a Twitter o qualsiasi altro social. Mi auguro, però, che cambieremo questo comportamento, che interagiremo di più fra noi e spenderemo più tempo “fuori” dai nostri schermi“.
Parlando ancora di questo argomento, secondo te, ci sono delle particolari opportunità o cambiamenti che debbano essere fatti a favore delle minoranze, come chi ha handicap visivi, uditivi o semplicemente è più avanti nell’età?
“Certamente. Credo che si siano fatti molti passi avanti e ce ne sono ancora molti da fare. C’è un’attenzione costante da parte dei fornitori delle piattaforme e da parte delle stesse applicazioni che sono sviluppate con l’obiettivo di fornire strumenti abilitanti per questo tipo di audience. Mia mamma, per esempio, attualmente è ipovedente, la sua vista peggiora a causa dell’età avanzata e per questi motivi lei apprezza molto le funzionalità che evidenziano le icone, su cui io ho lavorato per anni e che consentono di ingrandire ogni singola parte dello schermo.
Prima potevi ingrandire il testo ma questo non implicava necessariamente che anche i comandi fossero più grandi o le icone sullo schermo, con cui hai bisogno di interagire. Ma adesso che puoi ingrandire l’area interattiva di ogni applicazione è molto più facile per lei utilizzare il dispositivo come facciamo tutti. Allo stesso tempo ci sono anche funzionalità che leggono i testi: puoi cliccare sulle icone e una voce le legge per te. Non siamo ancora arrivati “al traguardo” comunque. Ci sono numerosi team di persone che lavorano in questi ambiti in Google e in molte altre compagnie perché è molto importante non solo per le persone che sono là fuori oggi, ma per tutta la popolazione che costantemente invecchia”.
Abbiamo già parlato dello scenario dell’ultimo anno, della pandemia e di come essa abbia dato una forte spinta alla presenza del mobile nella quotidianità. Tutto questo ha contribuito anche a creare una forte disparità: se non avevi il giusto dispositivo non potevi lavorare o studiare da casa. Quali sono stati, dal tuo punto di vista, i cambiamenti più rilevanti nel mobile?
“Credo che questo contesto abbia, in gran parte, enfatizzato l’importanza della interconnessione e di avere a disposizione tutti i dispositivi necessari. È bello che i device negli ultimi anni siano diventati sempre più accessibili a livello di prezzo. Agli inizi gli smartphone erano prodotti riservati a un’élite che poteva permetterseli. Oggi invece ci sono questi dispositivi che sono molto più economici e comunque molto potenti nonostante ci siano ancora grandi disparità di mezzi, anche in termini di capacità di utilizzare questi device.
Non puoi fare i compiti su uno smartphone, ma hai bisogno di un PC che però molti non si possono permettere. Ci sono sistemi scolastici che non hanno tutte le infrastrutture di cui avrebbero bisogno. All’improvviso tutti i bambini sono rimasti a casa, a seguire le lezioni scolastiche dalle proprie abitazioni e dovevano, dunque, avere tutti gli strumenti per ricevere le informazioni dalla scuola, dagli insegnanti, per seguire le lezioni, per fare i compiti e consegnarli.
Penso che la pandemia abbia accelerato molte competenze e abbia contribuito a potenziare molte funzionalità nel mobile per aiutare le persone, ma penso anche che abbia contribuito a causare molte disparità con le persone che questi mezzi non li avevano o con le scuole che non avevano le infrastrutture per far fronte a tutto adeguatamente.
Credo che molte persone abbiano sofferto per questo: per non essere in grado di imparare abbastanza e per non poter lavorare perché non avevano questi strumenti. Una volta usciti da questa situazione, sarà interessante vedere dove saranno i “gap” e come potremo prepararci meglio ad affrontare le circostanze avverse“.
Ci ha aperto gli occhi questa pandemia. Una questione molto banale, ma che si collega con tutto quello di cui abbiamo parlato finora. Tutto ciò non esisterebbe senza i telefoni ricaricabili. In futuro, potrà diventare più semplice ricaricare i telefonini?
“Spero proprio di sì. Credo che ci stiamo arrivando. Alcuni anni fa, non mi ricordo quale device fosse della linea Nexus, c’era un sistema di ricarica wireless. Il mondo non era ancora pronto per questo, per il compromesso tra la dimensione di cui hai bisogno per un device e la dimensione necessaria per una batteria grande, per lo schermo e per tutti gli accessori. I caricabatterie erano molto costosi, non c’erano molti dispositivi. E oggi i device di fascia alta o almeno i livelli medio-alti hanno questo sistema di ricarica wireless che è molto più comodo. La possibilità che ho di camminare per casa e posizionare questa ricarica ovunque è molto più facile.
Mi ricordo i vecchi tempi con il cavo USB, lo collegavi e poi ti accorgevi che non era il verso giusto allora lo staccavi e lo collegavi di nuovo e ti rendevi conto che in realtà era di nuovo sbagliato e guardavi il dispositivo e poi il cavo. Ci volevano sempre almeno tre tentativi. E poi dovevi essere abbastanza vicino al cavo e alla presa di corrente, ricordarti di prenderlo quando viaggiavi. Almeno una volta è successo a tutti che al momento dell’atterraggio ti accorgevi che non avevi il cavo USB e andavi a comprarne un’altro. Credo che la situazione migliorerà con i caricabatterie wireless”.
La parola “compromesso” sintetizza bene molti concetti di cui abbiamo parlato. E il compromesso sembra essere la chiave quando ci sono delle novità e dobbiamo capire cosa perdiamo o sacrifichiamo. I prossimi dieci anni come saranno? Cosa accadrà?
“Per intuito penso che saremo tutti ancora seduti nelle nostre case aspettando che questa pandemia finisca perché sembra che questo ultimo anno sia già durato secoli. Mi auguro che potremo uscire da tutto questo nei prossimi mesi e tornare a un certo senso di normalità, qualsiasi cosa essa sia, ma è molto difficile prevedere il futuro della tecnologia. Se fossi vissuto a metà degli anni ‘90 probabilmente avrei fatto difficoltà a prevedere la nascita degli smartphone o fino a dove potessero arrivare, così come l’avvento dei dati mobili insieme a tutte le capacità delle CPU. Qual è il prossimo passo? Dove può andare il mobile a partire da qui?
Oggi i dispositivi connessi non sono più solo gli smartphone. Abbiamo preso la potenza dei computer desktop di dieci o quindici anni fa e l’abbiamo messa nelle tue tasche. Oggi puoi anche avere tutto questo sul polso o in una forma più grande come un tablet“.
Grazie mille Chet e arrivederci alla prossima intervista!
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Chet Haase!
Ascolta “Mobile / Chet Haase [settembre 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 35 min]
Emilio, nel tuo sito web parli di te come scrittore, narratore e giornalista. Forse sono tanti lati di una stessa medaglia? Cosa ti occupa di più in questo momento?
“La mia vita e la mia esperienza sono una declinazione continua e credo che sia proprio il segno dei tempi. Una volta avevamo lavori molto fissi per cui eravamo preparati fin da piccoli e li portavamo avanti fino alla fine. Oggi non solo siamo nell’epoca della singularity dove tutto cambia velocemente, ma siamo anche noi stessi a cambiare. Io continuo a “evolvermi” molto velocemente, assecondando quello che succede intorno a me.
Mi occupo di valorizzazione della bellezza e di strumenti di narrazione dell’identità. Sono consulente per i territori, con l’obiettivo di andare alla ricerca dei modi migliori per raccontare un’identità, perché quando hai qualcosa che ha valore, devi conoscerlo e raccontarlo prima a chi vive in quel luogo e poi offrirlo anche agli altri. Questa è narrazione, è un racconto di quello che sei e del valore che hai. Serve per creare un valore aggiunto, lavoro e benessere.
Mi sto poi occupando anche di una cooperativa di comunità a Sciacca, in provincia di Agrigento, dove sono il direttore creativo di un progetto che si chiama “Museo diffuso dei cinque sensi”. Sciacca è una cittadina di 40.000 abitanti, con un centro storico molto carino, ma poco valorizzato. La comunità locale ha deciso insieme di raccontarsi e di organizzarsi per accogliere un turismo di qualità. L’obiettivo è creare una forma di accoglienza “famigliare” e in amicizia con persone con cui condividere la propria identità. È un progetto molto grande, che sta crescendo.
Mi occupo, inoltre, di un programma televisivo che è andato in onda nel 2019 con 5 puntate che si chiama “Generazione bellezza” su Rai Tre. È andato molto bene, ci siamo poi bloccati per il Covid, ma adesso riprenderemo a girare e andremo in onda a dicembre”.
Effettivamente è tutto connesso e il filo conduttore è molto chiaro: la bellezza e la sostenibilità legate a questo progetto turistico. Mi viene in mente quella frase di Peppino Impastato che diceva: “Se insegnassimo alla gente la bellezza, gli daremmo un antidoto all’omertà, alla depressione”, a tutta una serie di condizioni negative. Perché è importante raccontare la bellezza? Si può insegnare la bellezza alle persone?
“La frase di Peppino Impastato porta a un tema che è quello della consapevolezza: non riuscirai mai a convincere qualcuno davvero dell’importanza della sostenibilità finchè non ne capisce il valore. Puoi imporgli quello che vuoi, ma finchè non lo capisce, il sacchetto della spazzatura, per esempio, lo butterà sempre fuori, sulla strada. Finché non c’è uno switch mentale, è inutile imporre un concetto con la forza o con multe e sanzioni. Tutto diventa diverso quando capisci il valore delle cose.
La bellezza è una specie di paradigma che mette insieme tutto. Parlo di un modo di essere belli non esteticamente, ma soprattutto dentro. È un modo di migliorare il nostro sistema di vita. È un modo di considerare tutto quello che ci circonda come un valore: dall’ambiente alle risorse materiali e immateriali. Nel momento in cui capisci il valore di questo contesto generale, di conseguenza aumenti la consapevolezza che porta poi all’azione. E quindi tu stesso diventi un autore.
Ecco perché è così importante la narrazione della bellezza secondo me. Per fare un esempio pratico pensiamo a quando gli italiani viaggiano all’estero e dicono “guarda questi che non hanno niente cosa hanno combinato, che bravi che sono a raccontarlo. Pensa noi cosa potremmo fare…”Perché non lo facciamo?”. Allora ecco il mio ruolo oggi è questo: “rispondiamo alla domanda”. Non lo facciamo perchè siamo viziati e siamo un popolo circondato dalla bellezza, quindi essa va da sé. Noi non dobbiamo sforzarci per trovarla, è tutto troppo facile. È come se vivessi accanto a un albero che dà frutti buonissimi. Allunghi la mano e mangi. Perchè devi impegnarti a fare qualcosa? Noi siamo più o meno sulla stessa linea, andiamo avanti per inerzia, ma oggi questo “accontentarsi” non basta più.
La narrazione della bellezza è la presa di consapevolezza del valore di quello che siamo, del patrimonio materiale e immateriale creato dall’uomo, del patrimonio naturale che non abbiamo fatto noi. Prendiamo consapevolezza di noi stessi, delle nostre skills, dei nostri talenti. Mettere insieme questi “saperi” e trasformarli in azione è la realizzazione della bellezza”.
Quindi la bellezza va narrata ancora di più rispetto al semplice mostrare i momenti in cui questa rischia di essere rovinata o denunciare situazioni di pericolo. Occorre far innamorare le persone di questa bellezza?
“Io ho lavorato per tantissimi anni con “Report”, un programma straordinario di denuncia. Dopo questo primo step di denuncia, però, deve esserci anche una fase di costruzione. Nel mio nuovo programma voglio raccontare “quelli che fanno”. Tutti diciamo sempre: “bisogna fare questo e quest’altro” poi però a muoversi davvero sono in pochi.
Per secoli, quando lavoravi, o puntavi al mero guadagno di denaro o agivi per il solo scopo di fare del bene. Le due cose raramente andavano bene insieme. Oggi invece sono stati realizzati tantissimi progetti ed è cresciuta la consapevolezza delle aziende dell’importanza di assumere un ruolo “morale” perché tutti facciamo parte sempre di più di una connessione globale.
Oggi, dunque, devi ragionare in termini di comunità. Se tu ti senti connesso con gli altri, inizi a lavorare meglio per te stesso e per gli altri. Quello che stiamo facendo a Sciacca è qualcosa di concreto. Faccio un esempio: siamo un territorio che ragiona per turismo. Il turismo è una straordinaria opportunità a livello aziendale perché protegge il territorio, deve preservarlo il meglio possibile, è un’economia diffusa e tendenzialmente antimafia, è contro le organizzazioni criminali collettive perché è capillare, difficile da controllare, pieno di iniziative veloci, di soldi che arrivano e sono subito reinvestiti.
La pandemia ha acceso la luce su un tessuto davvero debole e inefficiente. Abbiamo una “coperta piena di buchi”. I borghi, per esempio, sono il futuro ma devi imparare a strutturarli.
Se non c’è narrazione, se non c’è comunicazione, non ci sono infrastrutture, non c’è accoglienza, è molto difficile attrarre turisti e visitatori. Noi a Sciacca stiamo lavorando per un centro storico che è molto bello, considerato come un museo a cielo aperto, circondato, però, dalle tante “montagne di cemento” che contraddistinguono le nostra città.
Abbiamo radunato ceramisti e corallari per offrire un turismo esperienziale: vieni con noi e realizzi il tuo gioiello, imparando l’arte del corallo. Il corallo di Sciacca, inoltre, è integralmente sostenibile perché è fossile. Le strutture ricettive lavorano in gruppo, collettivamente. Abbiamo creato chat ad hoc dove ciascuno scrive le prenotazioni che ha e se non ha posto per tutti i clienti chiede aiuto agli altri albergatori. La comunità che si muove insieme così ci guadagna, potendo ospitare sempre più persone e in modo sempre più accogliente e di alta qualità.
I ristoratori raccontano il territorio e raccontano i contadini: le arance che assaggi a colazione, le possiamo spedire, per esempio, fino a Londra per tutto l’anno.
Questo meccanismo complessivo, anche in periodi di crisi come quello attuale, ti fa sentire parte di una comunità coesa. Per rispondere, quindi, alla tua domanda: la bellezza è la nostra identità. È tutto quello che siamo noi e abbiamo il dovere di proteggerla, facendola diventare qualcosa di concreto. Per me, il concetto di comunità in questo momento è estremamente moderno, lontano da qualsiasi stereotipo del passato ed è cooperazione, gestione della complessità: hai tanti soggetti diversi in gioco.
Oggi, quindi, l’impresa sociale è gestione della complessità”.
Mi vengono in mente altri progetti che negli anni passati sono stati fatti, per esempio negli anni ‘70 erano nate comunità attorno ai borghi che poi però nel tempo si sono un po’ perse. Avete già pensato a un modello di sostenibilità ma anche di replicabilità, in altri posti d’Italia, di questa attività che state portando avanti a Sciacca?
“Sì, è tutto pensato e concepito sia per essere ultra sostenibile, sia per essere totalmente scalabile. Abbiamo strutturato un percorso in quattro fasi fondato sulla comunità: awareness, engagement, empowerment e management. Le persone così diventano consapevoli innanzitutto del valore di quello che posseggono e che le circonda. È un percorso di comunità che si fa insieme: i singoli prendono consapevolezza di quello che hanno per poterlo condividere come comunità.
Poi c’è una forma di empowerment per cui si riesce a capire cosa fare e con quali strumenti. Il percorso non è top-down, ma neanche bottom-up. È un percorso peer-to-peer, tra pari. Ti organizzi e ti procuri gli strumenti necessari e ovviamente ricevi competenza. All’artigiano che non ha mai fatto turismo esperienziale occorre spiegare come fare.
Per questi motivi, abbiamo aperto 10 infopoint ospitati in 10 negozi (pub, locali, librerie) nel centro storico, che avranno a disposizione cartine geografiche e Google Nest Translator per poter dialogare in diverse lingue.
Poi c’è l’engagement: ti connetti agli altri e offri il tuo valore al mondo, imparando a gestire la complessità.
È un modello che passa innanzitutto attraverso il capire quanto è utile lavorare insieme in una concezione moderna, non di buonismo. Lavoriamo insieme perché serve a entrambi, siamo troppo fragili da soli.
In questo percorso di lavoro insieme, dove sta la sostenibilità? Rientra in una sostenibilità ambientale: i dispenser dentro le strutture ricettive, per esempio, hanno consentito di ridurre l’utilizzo delle saponette e di trasformarlo in sapone liquido. I dispenser sono fatti dal ceramista di Sciacca secondo un modello disegnato dalla struttura ricettiva stessa. Il sapone è fatto in Sicilia con prodotti naturali che valorizzano il territorio. E quindi con un QR code, inquadrando il dispenser, puoi acquistarlo, avendo a disposizione il catalogo dei prodotti sulla piattaforma.
Abbiamo realizzato un sito (www.museodiffusosciacca.it) che racconta quello che siamo e stiamo lavorando a una piattaforma, un marketplace, per creare anche un luogo dove tutta la comunità offre sé stessa e si racconta. Con il QR code quindi entri nella piattaforma e compri il dispenser, ma se vuoi puoi prenotare anche l’esperienza per andare tu stesso a disegnare il tuo dispenser. Così hai creato connessioni sociali tra l’artigiano e la struttura ricettiva e hai creato un nuovo intreccio di comunità. In questo modo la sostenibilità non è più solo quanto risparmiamo di sapone o di imballaggi, ma è anche il percorso che facciamo per arrivare al prodotto e alla soluzione finale.
Facciamo capire che ci guadagniamo tutti: il singolo risparmia, si alza il profilo qualitativo della struttura ricettiva, arrivano clienti che pagano di più perché sanno che ha valore quello che si sta offrendo. Tutto il percorso si estende poi agli altri. È una sostenibilità ambientale e anche economica, nel senso che stiamo creando un percorso che ha un futuro anche finanziario”.
La sostenibilità ambientale non può prescindere da quella economica. Sono esattamente come dicevi tu prima: interconnesse. Una cosa sostenibile ha sempre comunque bisogno di un apporto dall’esterno. Il vostro modello mi pare molto interessante perché concilia tutti questi aspetti: la sostenibilità economica, il km 0, il rispetto per il territorio, la bellezza e la valorizzazione delle eccellenze locali.
“Spesso sento dire “potremmo vivere della nostra bellezza”, ma poi questo accade solo in minima parte. Allora siccome io faccio inchieste, voglio capire perché c’è questo riscontro così piccolo nei fatti.
Ho scritto il libretto “Rifondata sulla bellezza”, dove, dopo 4 anni di studio, ogni elemento è analizzato per capire cosa non funziona (la narrazione, i cartelli stradali sbagliati, i musei che hanno delle narrazioni “da psicopatici” con parole incomprensibili ed etichette microscopiche).
Come fai a valorizzare un patrimonio culturale immenso come il nostro se poi l’unico strumento che utilizzi è un’etichetta illeggibile appiccicata su qualche muro qui e là? È impossibile. Ma per fortuna tutto questo sta cambiando. Mi è capitato un episodio emblematico: a Villa Adriano leggevo un cartello dove c’era scritto “questa bellissima sostruzione” e subito pensavo a un errore di battitura. Poi ho capito che l’ignorante ero io, perchè esiste la parola sostruzione, ma ho dovuto cercare su internet per capirlo.
Ma se sei il Paese con la più grande concentrazione di patrimonio culturale del mondo, dovrai lavorare su questo e risolvere simili problemi. Ecco la narrazione. Pensiamo alle nostre case. Perchè su AirBnB gli utenti/offerenti caricano foto brutte? Devi “vendere” la tua casa e fai una foto che nemmeno un bambino di tre anni con un telefono di media fascia farebbe così male. In realtà con una bella foto pubblicizzi meglio quello che hai.
Allora inizi a tutelare la casa bella, poi capisci che la casa non è bella solo dentro ma anche fuori e allora cominci a preoccuparti anche della facciata. Magari se siete in tre interessati a valorizzare quella zona, allora i risultati si conseguono prima e meglio. È un circolo virtuoso e così cominciano a cambiare le cose”.
Prima dicevi che stanno cambiando alcune cose: nei musei cominciano a esserci più temi come la gamification, cioè le logiche di gioco che conducono a interessarsi di qualcosa. Come vedi la possibilità effettivamente di uscire da questo circolo vizioso in cui è stata l’Italia fino a oggi e cominciare a vivere davvero della nostra bellezza?
“Io sono ultra ottimista. Secondo me non poteva andarci meglio. Siamo i privilegiati del mondo. Per quello che hanno fatto i nostri antenati e quello che si è creato nel nostro paese, abbiamo una “strada in discesa” davanti a noi.
Non è merito nostro, abbiamo una biodiversità culturale che è unica”.
Non ce ne rendiamo conto. Questo accade forse solo quando andiamo fuori a visitare altri Paesi.
“Esatto. La cosa incredibile è che nel momento in cui iniziamo a trasformarlo in valorizzazione tutto cambia. Citavi prima la gamification. Nel film tu sei spettatore, nel videogame tu sei l’attore protagonista, non c’è più uno storytelling ma c’è uno story doing. Sei tu che agisci da protagonista. Allora la tua interpretazione di un luogo è nuova. Non è solo il gaming in quanto tale, ma è proprio l’approccio che sta dietro il gaming. L’obiettivo è coinvolgere lo spettatore, coinvolgerti. Guarda cosa ha fatto il direttore degli Uffici Schmidt, ha coinvolto una influencer, Chiara Ferragni, e se n’è parlato per settimane sui social e non solo.
Quando è scoppiata la pandemia sono usciti dopo un paio di mesi siti di musei orgogliosi perché avevano messo online la visita virtuale. Ma solo nel 2020 si è arrivati a questo traguardo? Perché non lo hai fatto per dieci anni?
La pandemia è stata, quindi, una “botta” pazzesca che ha fatto saltare una quantità di calcificazioni “incrostate” nel vecchiume mentale diffuso.
Io sono stra ottimista perché la nostra biodiversità culturale oltreché enogastronomica (del cibo, della gastronomia, della lingua, del patrimonio di questa identità diffusa) è una ricchezza enorme. Tra quei paesini, uno accanto all’altro, dove noi pensiamo soprattutto alla rivalità hai la biodiversità e quindi in ogni luogo c’è qualcosa di nuovo.
Il sistema di Sciacca si può trasferire ovunque perché si fonda sulla valorizzazione dell’identità, qualunque essa sia. Noi non abbiamo tante cose belle che costituiscono la nostra identità e questo riguarda ogni posto d’Italia. Valorizzare quello che abbiamo, offrirlo al mondo, mantenendo un controllo sulla sostenibilità. È un rapporto molto equilibrato.
Andiamo alla ricerca degli strumenti giusti per gestire la complessità: devi sapere quanti soggetti coinvolgere e come. La cosa bella è che quanto tu attivi tutti, trovi soluzioni e idee completamente imprevedibili.
Faccio un esempio: abbiamo attivato delle esperienze con un’attenzione particolare all’accessibilità. Abbiamo fatto un colloquio con Stefano Tortorici che è il responsabile dell’Unione Ciechi di Sciacca ed è non vedente. Una volta mentre chiacchieravamo, lui mi chiese “ma tu sai guidare la barca?” Io risposi:“no” e lui: “domani allora ti insegno”. Al mattino arrivo, mi copre gli occhi con delle bende e mi insegna a guidare. Come fa lui a guidare? Mi dice: “Emilio, portaci verso Sud Ovest”, ma io non sapevo orientarmi e lui mi dice: “Dov’è il Sole? E il vento? E le voci del porto?”. Mi aveva fatto scoprire tutti gli elementi per orientarmi.
E oggi noi abbiamo, tra le nostre esperienze, la blind sailing experience, (ne abbiamo in totale 54 di esperienze che offriamo ai nostri turisti) in cui si insegna a guidare alle persone senza vedere. È come se ti insegnassero a usare i super poteri: super udito, super sensibilità ed è una grande emozione.
Chi allora, facendo turismo esperienziale, avrebbe mai potuto anche solo pensare una cosa del genere? Ma in realtà quando apri a tutti quanti, saltano fuori persone come Stefano che si inventano queste idee geniali. È anche un gioco e ci stiamo divertendo un sacco”.
Prima parlavamo di strumenti digitali, delle “nuove” tecnologie. Queste tecnologie, che poi sono quelle che noi come Synesthesia “dominiamo”, contribuiscono anche al supporto della sostenibilità? Vedi delle opportunità in questo? Come possono aiutare a emozionare e, nello storytelling, a trasmettere un messaggio in modo coinvolgente e diretto?
“Partiamo da Sciacca. Tutti realizzano molte piattaforme che poi riempiono di contenuti. Si fa il contenitore e poi si cercano i contenuti. Noi abbiamo fatto la scelta opposta e la nostra piattaforma è costruita sui nostri bisogni. Noi quindi non siamo concorrenziali con Booking o AirBnB.
Siamo unici perché raccontiamo il nostro territorio e diamo uno strumento per uscire nel mondo comprendendone il valore e la bellezza. In realtà stiamo connettendo le persone attraverso lo strumento digitale.
Il nostro percorso ha una potenzialità straordinaria, incalcolabile. Neanche la più grande corporazione del pianeta può avere le risorse per attivare tutto un territorio. Il territorio che si attiva, invece, connettendosi, sì.
Allora immaginiamo la quantità di esperienze possibili per esempio sul cibo. Noi abbiamo tutte le strutture ricettive che usano cibo locale. Lo fanno assaggiare e si trasformano così in “tester”. Allora tu assaggi l’arancia e poi ti chiedo “dove vivi? Nei sobborghi di Londra?”, allora alla sesta giornata di pioggia una cassetta di arance può tirare su il morale. C’è così una narrazione anche del territorio che diventa connessione e si esprime a livello digitale: prenoti le arance, l’olio, il miele, tutto quello che vuoi.
Noi insegniamo a fare la pasta, ma partiamo dal contadino, ti insegniamo a fare la cassata ma partiamo dal pastore. Nel momento in cui hai tutto il territorio che si valorizza ed è iperconnesso, come fai a tenerlo insieme? Ti servono gli strumenti digitali. Anche qui in realtà c’è una dinamica di gaming perchè cominci a costruirti la tua vacanza attraverso una pre experience di racconto che noi ti diamo e lì entrano in gioco le piattaforme gratuite. Abbiamo izi.Travel per i racconti dove puoi caricare i contenuti e diventa tutto interattivo. Noi siamo no-profit e i nostri guadagni vengono redistribuiti sul territorio.
Tutto questo costituisce la piattaforma digitale che valorizza il territorio stesso. Immagina questo modello che si realizza ovunque: per esempio nei 10 territori intorno a noi. Di colpo la stessa cosa non è concorrenziale, ma semplicemente si apre il bacino e hai un altri soggetti che offrono altri servizi dal karting, alle gite in kayak e molto altro.
Ecco che il digitale si trasforma in uno strumento per prendere consapevolezza del valore di quello che hai e per offrirlo al mondo fuori.
Diventa così anche un mezzo straordinario per la gestione della complessità. Siamo tanti (abbiamo 54 protocolli di intesa firmati) e abbiamo coinvolto anche la sovraintendenza ai beni culturali che ha firmato un protocollo con noi.
Quando arrivano fondi da un piccolo bando noi attiviamo gli artigiani e la soprintendenza arriva velocemente e decidiamo subito cosa fare: questa scalinata la rivestiamo in ceramica ed è fatto. Ci si mette molto meno tempo, tutti sono soddisfatti e una parte della città è migliorata. Questa è la sostenibilità del territorio.
L’esempio che facevi prima di Peppino Impastato è quotidiano. Lui diceva: “se non riesci a spiegare il valore, a farlo capire e sentire, metteranno sempre solo due tendine per abbellire e si illuderanno di aver migliorato il tutto”. Quando inizi a vedere davvero la bellezza, ammiri una scalinata piena di maioliche e ceramiche fatte dai tuoi artigiani ed è bellissimo! Viene anche a te voglia di fare un foto, anche se è casa tua e prima non l’avresti mai fatta.
Il digitale serve per tenere insieme tutti questi pezzi di comunità.
Io ho dato il mio contributo, ma la cosa davvero bella è che c’è una comunità vera dietro le spalle, che sta crescendo e il contributo di tutti non è retorica, ma è fondamentale. Ci sono due ragazze, Anna e Desirè, due neolaureate di 24 anni in valorizzazione dei beni culturali, che sono le colonne del progetto. Stanno investendo tutto perché credono nella possibilità di vivere nel loro territorio e che questa valorizzazione collettiva darà degli stipendi.
Quando sarà a regime noi prenderemo come cooperativa di comunità una percentuale sulla vendita che non va a Booking.com o ad altro, ma rimane sul territorio e dà lavoro a chi ci vive. Alla testa di tutto questo poi c’è una donna, Viviana Rizzuto, che è tornata dopo 15 anni di carriera come program manager per multinazionali di tutto il mondo, USA, Giappone, Svizzera. Tornata in Sicilia, Viviana applica le sue competenze sul territorio. Ecco perché abbiamo bisogno delle competenze.
Allora questa magia che si sta creando è perchè si stanno attirando sempre più persone. Tu parti e poi la cooperativa di comunità nasce da Viviana che mette insieme le persone e pensa a come poter valorizzare l’identità collettiva.
È la bellezza di competenze che si aggregano e che trasformano tutto questo in valore reale, sostenibile ma anche di visione.
Si vede l’entusiasmo e io mi sto divertendo molto. C’è una potenza anche emozionale dietro questo che smuove tutto. Per anni si sono combattuti tra ceramisti, per esempio, di località vicini. Io lavoro anche in Toscana e quando vai tra Pisa e Livorno la rivalità è fortissima. Invece quando si capisce il valore di questa dinamica, si vede che è una meraviglia quello che accade e le persone partecipano volentieri. Unisci così etico e utile, la competenza e gli approcci di un’azienda uniti ai valori di una famiglia.
Non facciamo i soldi per farli, ma dobbiamo avere quel confronto reale per funzionare bene. Tutte le nuove tecnologie combaciano con la creatività italiana e con la valorizzazione dell’identità. Ecco che questo diventa un progetto che ha molto da dire sulla sostenibilità e sul valore della bellezza”.
Emilio, rimarrei delle ore ad ascoltarti e mi auguro che in futuro anche come Synesthesia, con il nostro team, potremo avere occasioni per collaborare a questo progetto. Un’ultima domanda. Questo ottimismo proiettiamolo nel futuro. Proviamo a immaginare il mondo che sarà fra 10 anni. Come vedi queste evoluzioni di cui abbiamo parlato in un futuro lontano? Prima hai citato la “singularity” che rende molto difficile guardare nel futuro in questo periodo storico, cosa ne pensi?
“Io vedo un periodo veramente affascinante dove la conoscenza è uno strumento di valorizzazione di quello che siamo noi come persone e dell’identità.
È un’epoca in cui inventeremo continuamente ruoli, cambieremo. Non si tratta più di cercare un lavoro, ma di capire qual è il tuo ruolo in questo contesto, in quella rete incredibile di complessità.
I prossimi 10 anni serviranno sempre di più, secondo me, a riassettare il sistema in cui ci troviamo. Non abbiamo più nessuna certezza sul lavoro futuro. Oggi un ragazzino di 16 anni non sa nemmeno se ci sarà quel tipo di lavoro”.
Oggi molti ragazzi stanno facendo lavori che dieci anni fa neanche esistevano.
“Questo accadrà molto più velocemente ed è una grandissima opportunità perché se non hai riferimenti all’esterno, l’unico riferimento giusto sei tu. Oggi è l’epoca in cui essere sognatori è una garanzia di razionalità.
Io penso, quindi, che i prossimi dieci anni saranno straordinari soprattutto perchè siamo in Italia ed è incredibile il potenziale che abbiamo in termini di valore. Non parlo solo di turismo, ma anche di design, economia, bellezza. È tutto connesso in questo concetto di identità e di valore.
Io spero in decine, centinaia di “modelli Sciacca”, ovvero la comunità che si attiva e diventa un corpo coeso, competente e consapevole del proprio valore. Poi connettendosi come macro aree si crea un’offerta straordinaria e di valorizzazione non solo del territorio, ma anche di noi stessi. Io credo che sarà una corsa meravigliosa nel “diventare finalmente un cigno”.
Grazie infinite Emilio, in bocca al lupo e a presto.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Emilio Casalini!
Ascolta “Sostenibilità / Emilio Casalini [agosto 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
L’Horacio Pagani di 13 anni, che creava modelli con materiali di fortuna, cosa direbbe all’Horacio Pagani di oggi? Sarebbe orgoglioso del modo in cui ha rispettato e seguito quel sogno?
“Diciamo che è un percorso che sto continuando ancora oggi. Ho sempre lavorato con la stessa energia, serietà, entusiasmo e passione. Credo che tutto stia andando avanti com’è nato 50 anni fa. Non ci sono grandi differenze, se non quella di avere adesso una compagnia che richiede una responsabilità molto superiore rispetto a quando ero da solo ed ero un ragazzino. Il concetto è sempre quello”.
Per essere liberi bisogna avere radici. Quanta Argentina c’è stata e c’è ancora oggi nei progetti e nei modelli che crea?
“L’Argentina mi ha dato tante cose, ho vissuto molti meno anni in Argentina che in Italia. Ho 65 anni e sono arrivato qui a 27, perciò c’è tanto di Italia nella mia vita. I miei figli sono italiani, la mia famiglia l’ho formata in Italia. Sicuramente più che l’Argentina, è l’educazione che ho ricevuto dalla mia famiglia, dai miei genitori, dai miei nonni a darmi le basi per poter camminare e andare avanti”.
La sua storia è un esempio di quanto valga investire sulle proprie passioni. Talento, ingegno e creatività, in quale misura queste tre componenti diventano fondamentali nel perseguire un progetto?
“Partiamo dalla passione. In qualsiasi area è la passione che dà l’energia a tutto. Più passione hai più energia hai per andare avanti a prescindere da quello che fai. Le persone che hanno fatto delle cose e che storicamente sono ricordate anche in diverse discipline, sono persone che hanno soprattutto passione e sanno trasmettere questa passione agli altri cioè sanno coinvolgere gli altri.
Quali sono gli ingredienti per fare delle cose nella vita in qualsiasi settore? La disciplina. Essere rigorosi, essere molto costanti, avere un enorme dose di pazienza e amare il proprio lavoro.
Il nostro lavoro ci dà la possibilità di progredire, di far crescere i nostri figli e dare un contributo alla società. Non importa quello che fai, l’importante è che lo fai bene, con impegno e con serietà. Poi se devo dire quanto talento e quanto sudore, 10% talento e 90% sudore”.
Maggiore è il sogno, più grande è dunque la sua forza inclusiva. Il suo sogno è stato in grado di ispirare non solo intere generazioni di designer, ma anche tutti coloro che rincorrono ogni giorno le proprie aspirazioni. Che effetto le fa questa cosa?
“Io quello che ho fatto, l’ho fatto perchè era la mia passione. Non l’ho fatto per diventare famoso, ma perché amo il lavoro, amo le macchine, amo le cose che faccio. Mi è sempre piaciuto interagire, lavorare in team e nel lavorare in team devi avere rispetto per gli altri, devi stimolarli, devi avere una certa capacità di leadership. Se questo oggi può essere utile a qualcuno, meglio. Diciamo che io non sono mai stato uno studente brillante, non ero il migliore della classe. Ho fatto fatica persino a disegnare, a imparare a disegnare. Vengo dall’Argentina, dalla Pampa, un posto in cui non c’era una cultura automobilistica del design. Non era né Modena, né Torino, né Detroit o Stoccarda. Se può essere utile agli altri che una persona, piccola, senza nemmeno tanta forza o energia fisica, senza nemmeno essere stato bravo a livello scolastico è riuscito a fare questo, vuol dire che per chi nasce in un mondo come quello di oggi dove le informazioni, le conoscenze, le opportunità sono di molto superiori rispetto alle mie, sicuramente ha mille volte più possibilità di quelle che ho avuto io”.
Da pioniere nell’utilizzo di materiali compositi su vetture di serie, cosa significa per lei il termine “innovazione”? È solo un processo tecnico o diventa un modo per evolversi come persona e professionista?
“Credo che la curiosità quotidiana sia la cosa che ti permette di imparare. Nella misura in cui tu hai curiosità, osservi le cose, hai voglia di studiare e vuoi aumentare le tue conoscenze.
La vita in fondo è un esperimento, un percorso, un viaggio sperimentale dove puoi trovare delle cose che non ti aspettavi nel bene e nel male. In questo percorso devi sperimentare. Quello che ho fatto e quello che facciamo con tutti i miei colleghi è portare avanti delle attività che sono sperimentali, di ricerca. Poi lo devi sempre fare con passione. Se ti accompagna lei tu sei sereno”.
Quindi l’innovazione è una necessità?
“L’Innovazione vuol dire progresso in ogni area.
Se l’uomo è arrivato alla Luna e vuole arrivare a Marte si deve dare da fare per capire come far arrivare queste navicelle fino a Marte. Per fare quello ci vuole innovazione. Se vogliamo migliorare il pianeta dobbiamo metterci a lavorare, studiare, aumentare le conoscenze per poi vedere come trovare i mezzi per salvare questo pianeta, un tema molto caldo oggi”.
Come vede le nuove generazioni nel futuro? Ci saranno più donne in questo lavoro?
“Allora, verso le nuove generazioni sono molto ottimista. Se pensiamo che la Pagani ha un’età media di 31-32 anni, è una azienda molto giovane. Temo che però in generale oggi la gente sia molto distratta, pensa troppo all’informazione. Si alza la mattina e vuole o leggere il giornale o guardare la TV. Hanno bisogno quotidianamente di informazioni e invece l’informazione dovrebbe essere rimpiazzata dalla conoscenza e dallo studio.
Credo nei giovani assolutamente, però ci deve essere anche una consapevolezza di sviluppare di più il senso del dovere che non quello del dovuto. Per quanto riguarda le donne, io credo fortemente nelle donne, nutro un grande rispetto e credo che oggi abbiano più energia rispetto agli uomini. I ragazzi giovani sono bravi, ma sono estremamente fragili. La donna ha più coraggio, più energia. Questo è quello che vedo nella media. Qui ci sono stati momenti in cui le donne occupavano posti nell’ufficio commerciale, nella produzione, nel personale. Credo molto nel lavoro delle donne.
Prendiamo per esempio la tecnologia dei materiali compositi. Da noi ci sono tante donne che si occupano anche della lavorazione del carbonio con estrema precisione. Riescono a fare qualcosa che prima era solo appannaggio degli uomini Realizzano cioè anche un telaio di un’auto, ovvero un lavoro che in passato veniva svolto esclusivamente da uomini perché comportava saldare, piegare una lamiera, ecc. Oggi, invece, da noi, le donne fanno anche il telaio e la carrozzeria di una vettura”.
Quali consigli darebbe a un giovane designer che vuole diventare l’Horacio Pagani del futuro?
“Io non ho mai lavorato per diventare Enzo Ferrari o Ferruccio Lamborghini.
Ognuno deve seguire un suo percorso. Se poi hai dei punti di riferimento e ispirazione importanti – come per me sono stati Pininfarina, Gandini, Bertone, Giugiaro, Enzo Ferrari, ma anche Einstein e Leonardo Da Vinci – penso che sia naturale e anche molto bello perchè è comunque un premio. Ognuno, però, deve diventare se stesso.
Quello che suggerisco è di imparare a disegnare bene con le mani e poi studiare per quanto possibile la storia di Leonardo e la sua filosofia, perché studiando Leonardo puoi davvero imparare come seguire la tua carriera, che tu sia un architetto, un ingegnere, un designer, un ricercatore. Leonardo ti dà più o meno la risposta a tutto. Era un tipo molto semplice, una persona molto molto positiva e creativa. Era un genio perché era umile, perché sapeva parlare con le altre persone. Si metteva alla prova continuamente, era una persona che soffriva anche molto, una persona con una marcata sensibilità. Lui è stato probabilmente, credo, il primo che ha detto che arte e scienza sono due discipline che possono camminare mano nella mano”.
Come vede il futuro del design e dell’automotive nei prossimi 10 anni?
“Tutti i costruttori di automobili, noi compresi, lavoriamo molto per cercare di fare in modo che le macchine siano più pulite per la salvaguardia dell’ambiente.
In ogni modo bisogna lavorare tutti insieme per cercare prima di tutto di trovare il modo di produrre energia elettrica con delle fonti che non siano inquinanti come il petrolio e come il carbone.
Ci vorrebbe gente con conoscenze tecniche e scientifiche per dare un supporto a chi deve prendere delle decisioni. Non deve essere una questione demagogica. Deve essere una questione veramente oggettiva, altrimenti rischiamo di farci del male. Credo che la macchina elettrica sia molto importante per il trasporto all’interno delle città perché la concentrazione demografica è molto alta. All’interno della città non ti serve una macchina con mille cavalli, nemmeno con 350 o 500 cavalli. Ti serve una macchina che faccia i 50 o i 60 km all’ora, a due posti perché la maggior parte della gente si sposta con poche persone e poi bisogna abituarsi a usare le bicicletta e a camminare. Io abito a 3 km di distanza da qui e vengo a lavorare o a piedi o in bicicletta perchè il mezzo di trasporto più è semplice più è economico. Quando sono a Milano mi muovo in bicicletta o a piedi perchè è il mezzo di trasporto più comodo. Bisogna cominciare a prendere delle abitudini che siano più sagge”.
Questo richiede un cambio culturale?
“Einstein diceva che i giornali vanno letti alla rovescia e io sono d’accordo con Einstein”.
Grazie!
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Horacio Pagani!
Ascolta “People and inclusion / Horacio Pagani [giugno 2021]” su Spreaker.Il rapporto che abbiamo quotidianamente con gli oggetti d’uso comune è di natura prevalentemente sensoriale. Tuttavia, per comprendere la natura degli “oggetti digitali”, la mera sensazione non basta. Che cosa differenzia l’usabilità di un oggetto di design da un oggetto digitale?
“Che si tratti di oggetti materiali o immateriali le cose non cambiano molto e la usabilità è sempre una parte specifica del design. L’usabilità è una norma ISO, la 9241-11, e si definisce come:
“l’efficacia, l’efficienza e la soddisfazione con le quali determinati utenti raggiungono determinati obiettivi in determinati contesti”
In questa definizione ci sono sei elementi fondamentali per il concetto di usabilità e per i metodi che portano a produrla nelle fasi di design e a controlla su quanti prodotto. Le caratteristiche dell’utente, gli obiettivi perseguiti usando il frutto della progettazione e il contesto d’uso sono le condizioni al contorno, efficacia, efficienza e soddisfazione sono gli obiettivi del nostro lavoro.
Il fatto che si tratti di oggetti immateriali, se da una parte rende meno difficile e immediato valutarne l’usabilità, dall’altra ci offre grandissime possibilità perché liberi dai vincoli della materia abbiamo una scelta di possibili alternative non solo enorme, ma anche spesso molto più semplice da adottare.
Quando progetto un oggetto fisico, cambiare idea facendo test sugli oggetti finiti o realizzarne diverse versioni è molto costoso, modificare i prototipi di una pagina web o di un’app è molto più immediato e significativamente meno costoso. A chi progetta è richiesta però una profonda conoscenza delle regole che governano la comunicazione tra la pagina e la mente degli utilizzatori e la capacità di scegliere tra le numerosissime possibili soluzioni quelle che hanno senso e che porteranno a interazioni usabili e non confuse. Serve una preparazione specifica, troppo spesso questa non c’è e si lascia che siano i programmatori a fare le cose con il solo buon senso.
In una catena la resistenza di tutto l’insieme è in carico all’anello più debole, spesso, troppo spesso, si spende molto denaro per le parti interne del sistema (nessuno farebbe mai progettare i database o la sicurezza da dilettanti), ma si lascia che siano i dilettanti a progettare l’interfaccia: un sistema meraviglioso con un’interfaccia modesta sarà percepito come modesto. Senza contare che i difetti di usabilità moltiplicheranno, per esempio, gli errori degli utenti sovraccaricando in modo assolutamente inutile il sistema. Molte delle tragedie degli ultimi tempi su sistemi che prevedevano numerosissimi accessi sono state amplificate dal fatto che non si sia presa nemmeno in considerazione una progettazione ergonomicamente corretta delle pagine!”
Quanto conta in questo caso il fatto che a rapportarsi con un essere umano ci sia un’altra intelligenza (seppur artificiale) in grado di comprendere il nostro linguaggio, di intuire le nostre emozioni e di compiere azioni in relazione al contesto entro il quale si trova ad operare?
“Questa cosa se usata bene è una grandissima opportunità! Le dimensioni delle basi dati disponibili, la potenza di calcolo dei server e la velocità della connessione permettono oggi di realizzare interazioni molto efficaci ed efficienti dove l’intelligenza” e la “cultura” (leggi potenza di calcolo e base dati) dei sistemi che ospitano rendono possibile un’efficacia senza precedenti.
Due esempi tra tutti: i motori di ricerca anche all’interno delle applicazioni mirati all’ambito specifico e l’individuazione e la gestione degli errori possono essere estremamente potenti e possono aiutare gli utenti in modo determinante”.
Nel corso degli anni l’aspetto del World Wide Web è cambiato radicalmente. In quale misura la rivoluzione mobile ha spinto i web designer a stravolgere le loro concezioni di usabilità?
“Qui probabilmente sono un po’ controcorrente. La proliferazione dei diversi “device” è stata certamente determinante nell’evoluzione e nel modificarsi delle tecnologie di interfaccia, si è fatto moltissimo per poter disegnare interfacce responsive e oggi possiamo fare cose fino a qualche anno fa semplicemente impensabili. L’evoluzione delle tecnologie su device diversi ha trasmesso per osmosi nuove possibilità da un ambiente all’altro e questo è stato un gran bene. Io credo però che sia stato spesso travisato il concetto di “mobile first”.
Questa indicazione nasce dall’idea che progettando il sistema per un piccolo display, dove tutto è generalmente più difficile, permetta poi con facilità il trasporto del design sul display medio e/o grande, dove, in termini di dimensioni, è in generale più semplice concepire spazi, funzioni e ingombri. Purtroppo, in moltissime circostanze, per esempio: importanti banche e importanti società di servizi, si nota chiaramente una grande attenzione sul mobile e una scarsa attenzione sugli stessi sistemi applicati ad altri device, come per esempio il PC desktop. Si è spesso passati dal “mobile first” a una sorta di “mobile only” piuttosto fastidioso.
Dal punto di vista dell’usabilità, e non solo, è vitale dare la stessa importanza ai diversi device sui quali i nostri clienti lavorano differenziando le cose che devono essere diverse e unificando al massimo possibile le “liturgie” delle interfacce. Le stesse cose devono chiamarsi allo stesso identico modo nelle varie versioni dei sistemi, le stesse azioni devono avere lo stesso comportamento ovunque.
Sembra una cosa banalissima, ma spesso, ahimè, non è seguita, a grande discapito della usabilità (purtroppo)”.
Suo Padre, Luigi Dadda, fu tra i primi a occuparsi di calcolatori elettronici in Italia. Lei ha scritto di essersi “occupato di software prima e di siti internet poi”. In quale misura le idee di suo padre hanno inciso sul suo percorso di ricerca e professionale?
“Mio padre lo portò dagli USA, dove aveva contribuito a progettarlo e costruirlo. Fu il primo calcolatore elettronico acceso nell’Europa continentale (il secondo a distanza di pochi mesi rispetto al Ferranti, avviato nel Regno Unito). L’interfaccia era una semplice telescrivente e, già allora, ricordo che mio padre mi raccontò che si era cercato di rendere l’immissione dei dati il più semplice possibile e la rappresentazione dei risultati comprensibile. Un grande insegnamento che ho avuto da mio padre, un professore vero che ha insegnato per 65 anni, è che per capire i bisogni degli utenti vanno ascoltati gli utenti stessi, troppi si dimenticano di non essere utenti e cercano di indovinare qualcosa che appartiene a un dominio di conoscenza del quale non capiscono nulla. Ricordo mio padre discutere con passione delle modalità di rappresentazione dei dati con i progettisti della diga Edison di Santa Cristina, tra i primi al mondo a utilizzare un calcolatore elettronico per i calcoli strutturali.
Un insegnamento che non ho mai dimenticato e che mi è stato di grande aiuto per tutta la mia vita di progettista”.
Quali sono i fattori determinanti che decretano il successo di un sito web (o di un’app) rispetto a un altro in termini di usabilità? Quali sono le caratteristiche principali che un sito web deve assolutamente avere?
“Un ottimo modo per identificare le caratteristiche di un sistema usabile è una check list di euristiche, ne esistono moltissime, personalmente mi piace questa proposta da Wikipedia che ci dice cosa l’usabilità può fare per il nostro sistema.
- aumenta l’efficienza
- aumenta la produttività
- riduce gli errori
- aumenta la sicurezza
- riduce il bisogno di addestramento
- riduce il bisogno di supporto all’utente
- aumenta l’accettazione
- diminuisce i costi di sviluppo
- aumenta le vendite
È importante adattare la lista scegliendo gli elementi corretti per il sistema che si sta disegnando e applicare controlli periodici relativi a ognuno degli elementi considerati. Non è importante quali parametri di controllo si usino, è importante averne, e considerare le verifiche come un passo molto importante. Ovviamente parlo di usabilità, una condizione necessaria, ma non sufficiente. È vitale che il sito per avere successo offra qualcosa che la gente cerca e della quale ha bisogno in modo efficace ed efficiente”.
Le andrebbe di farci qualche esempio di usabilità ben riuscita? Che cosa ha funzionato e cosa no?
“Il primo sito che mi viene in mente è Google: semplice ed efficace; ha tutto quello che serve, solo quello di cui l’utente ha bisogno e nulla di più. Risolve un solo problema e lo fa benissimo”.
E qualche esempio di pessima usabilità?
“Credo che tutti abbiamo bene in mente i siti non usabili, quelli dove trovi qualcosa la sera e la mattina dopo non riesci più a trovarla, che fanno la stessa cosa in modi diversi in diverse situazioni, che chiamano le stesse cose in modi inspiegabilmente diversi, dove i messaggi di errore non ti fanno capire come porre rimedio a quello che non è andato bene e così via. Solo per vicinanza all’ultimo utilizzo posso, ahimè, citare quello dei servizi al cittadino della Regione Lombardia, ma non vorrei sparare sulla Croce Rossa. Come esempio di pessima realizzazione dal punto di vista dell’usabilità posso citare quasi tutti i siti sui quali prenotare la vaccinazione anti COVID-19. Al di là del fatto che non si capisca come mai non ci sia una pagina sola per tutti gli italiani, l’usabilità, inspiegabilmente, non è stata nemmeno presa in considerazione. Si tratterebbe quasi sempre di interventi relativamente piccoli che possono portare grande beneficio, ma è una cultura che purtroppo ancora manca”.
Cosa possiamo vedere dietro l’angolo? L’usabilità sta diventando un pilastro con cui disegnare il futuro o le barriere sono ancora troppe?
“Io credo che le possibilità tecnologiche e i metodi ci siano da tempo, serve la consapevolezza della necessità della usabilità e la coscienza che si tratta sempre di più di un fattore critico per il successo praticamente in ogni iniziativa.
Guardando più lontano, io vedo l’evoluzione dei sistemi, e di conseguenza delle interfacce e della loro usabilità come una cosa parallela all’evoluzione delle grandi ondate tecnologiche che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. All’inizio c’è stata l’evoluzione della potenza dei sistemi di calcolo, che è cresciuta seguendo puntualmente la legge di Moore. A questa è poi seguita l’ondata della disponibilità di memoria e oggi possiamo tranquillamente dire che lavoriamo praticamente con potenza di calcolo infinita e memoria infinita. La terza ondata è stata quella della disponibilità di connessione, oggi praticamente infinita, che ha dato luogo per esempio al fenomeno del cloud.
La prossima ondata sarà quella della disponibilità di sistemi di intelligenza artificiale che, tra le altre cose, ci permetteranno di realizzare interfacce adattabili con reazioni eccezionali al comportamento dell’utente. Una cosa che oggi possiamo solo immaginare.
Il cervello dell’utente potrà utilizzare le proprie capacità per occuparsi solo delle cose veramente importanti e “umane” lasciando alla macchina, o meglio alle macchine, perché collaborano tra loro sempre di più, tutto il resto. Il bello deve ancora venire, credetemi!”
Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
Avete mai provato a leggere una informativa privacy?
Quel “muro di testo” con il quale quasi nessuno ha voglia di confrontarsi, ma dentro cui si trova ogni informazione relativa all’utilizzo dei nostri dati da parte di qualsiasi piattaforma o app che utilizziamo quotidianamente. Io sì, ma d’altra parte lo faccio per lavoro. Sono Maurizio Bulgarini esperto di privacy e Data Protection Officer di Synesthesia.
Voglio cominciare facendo “coming out”: anche io mi sono iscritto a qualche servizio senza leggere con attenzione l’informativa, o i “Termini e Condizioni”. I testi sono troppo prolissi, scritti in “legalese” e solitamente presentati in maniera tale che è difficile coglierne il contenuto.
Il mio lavoro sarebbe estremamente più semplice se le persone con cui vengo a contatto fossero più consapevoli dell’utilizzo dei propri dati personali da parte di terzi. Alcune delle compagnie tech più in vista provano a realizzare infografiche o video per avvicinare il navigatore alla consultazione delle informative, ma non si può contare solo su questi supporti.
Hack the Doc: il primo “legal design hackathon” europeo
Lo scorso autunno, in una mattina come un’altra, complice uno dei canali Telegram che seguo abitualmente, scopro l’esistenza di Legal Hackers. Curiosando sul loro portale, mi imbatto nel bando di “Hack the Doc”. L’obiettivo della challenge del primo legal design europeo è “hackerare” i documenti, ossia le informative privacy presenti sui siti e sulle app che navighiamo, per renderle più fruibili da parte degli utenti.
Gli organizzatori hanno previsto tre ruoli per i partecipanti alla challenge: esperti legali, consulenti di comunicazione e designer, per ridisegnare graficamente, oltre che concettualmente, le informative prese in esame.
Il Collegio del Garante della Privacy italiano ha promosso questa manifestazione al fine di contaminare la cultura giuridica rendendola accessibile agli utenti comuni e facendo valere, allo stesso tempo, il loro diritto di essere informati sui motivi e le modalità di trattamento dei loro dati. “L’Autorità per essere tale deve risiedere in mezzo alla società” – ha dichiarato Guido Scorza, avvocato e membro del collegio – “e sgretolare formalismi burocrazia e lentezza”.
L’idea mi conquista e inizio a parlarne col mio team. Poi, al termine di una riunione con Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi, per integrare l’offerta di Synesthesia con servizi sulla compliance al GDPR, accenno loro la questione. Francesco, in appena cinque minuti, condivide un concetto estremamente interessante: perché non usare l’intelligenza artificiale per decifrare le privacy policy e trarre le informazioni più importanti?
La realizzazione del progetto
La proposta mi affascina perché si tratta di un’idea ben diversa dal modificare il design di un’informativa. In breve tempo la macchina si mette in moto: Francesco mi presenta Matteo Grella, suo amico e grande esperto di trattamento automatico del linguaggio naturale (Natural Language Processing) e relativi modelli di apprendimento automatico (Machine Learning).
Il motore fornitoci da Matteo ci permetterebbe di masticare e restituire ogni tipo di testo. I modelli di apprendimento automatico funzionano molto bene quando, all’interno di un dominio conosciuto, esistono esempi da cui la macchina può apprendere. Proprio come nel caso delle informative privacy.
Abbiamo giusto il tempo di fare una riunione per presentarci e iscriverci: è già il 10 dicembre e la manifestazione sta partendo. La partecipazione è numerosa, inaspettata e attivissima, nonostante il conseguente disagio per la gestione su Zoom di un evento di questo genere.
I due giorni successivi sono febbrili e scanditi dal ritmo frenetico dei compiti da portare a termine.
L’informativa privacy di Instagram (4769 parole) è il nostro punto di partenza.
Dopo 48 ore dall’inizio della sfida presentiamo ai giudici il volto del nostro prodotto, Informa.me, una Social Knowledge Base con funzionalità di ricerca in linguaggio naturale e Speech to Text, interrogabile dai navigatori. In questo modo diventa possibile conoscere tipologie di dati raccolti da qualsiasi piattaforma, finalità, diritti e comunicazione. Il nostro portale spicca tra gli altri progetti per la natura originale e diversa dell’approccio all’obiettivo della challenge. Abbiamo anche ridotto la lunghezza dell’informativa del testo originale (che ora conta solo 1205 parole, circa il 75% in meno). Il risultato è ampiamente raggiunto.
I giudici decidono di promuovere il nostro team al giorno successivo, per il round finale con i big boss tra cui proprio Guido Scorza, in rappresentanza dell’Autorità Garante della Privacy. Domenica mattina sfidiamo altri 8 team che presentano altrettanti progetti interessanti e molto ben curati. Non siamo stati premiati dalla giuria in finale (qui l’elenco dei vincitori), ma abbiamo potuto confrontarci con realtà istituzionali e sociali interessate al tema della data protection al di là della mera logica commerciale.
In conclusione
Il nostro lavoro rimane attuale e coinvolgente per chiunque abbia interesse e consapevolezza dell’importanza dell’argomento. Si tratta di un punto di partenza per allargare il cono di visibilità del tema anche a coloro che navigano su siti e app senza preoccuparsi di “che fine faranno” i propri dati, perché “a me non interessa della privacy”, “io non ho niente da nascondere”.
Noi di Smart Flow ringraziamo ancora una volta Francesco e Matteo per averci voluto sostenere e aiutare in questa iniziativa: al prossimo hackathon, sperando sia “dal vivo”!
Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.
Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
Guarda la presentazione integrale
La total digital audience di settembre 2020
Settembre è il mese che coincide tradizionalmente con la ripresa delle attività lavorative e scolastiche dopo la pausa estiva.
Considerata la radicale anomalia del periodo che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo tuttora, i dati di questo autunno, se da un lato confermano una generale ripresa dell’attività lavorativa in rete, dall’altro evidenziano una crescita sensibile e molto significativa della presenza online, rispetto a periodi analoghi degli anni precedenti. A settembre 2020, secondo quando riportato da Audiweb, la total digital audience ha raggiunto la soglia di 42,2 milioni di utenti in Italia contro i 41,6 milioni dell’anno precedente. Quest’anno, dunque, circa un milione in più di persone è connessa a internet, andiamo a vedere più nel dettaglio quali sono le motivazione e le modalità di questo cambiamento.
I dispositivi di connessione

Uno degli aspetti più interessanti, evidenziati dal report di Audiweb, riguarda i dispositivi utilizzati per connettersi alla rete. La percentuale di persone online rispetto al mese di agosto non cambia in modo rilevante (nel mese di settembre si registra un aumento del 2.3%), ma ciò che invece muta sensibilmente sono i mezzi utilizzati.
L’utilizzo del PC per navigare il web aumenta del 30.9% rispetto al mese di agosto, mentre lo smartphone registra un aumento pari solo allo 0.1%. Un simile quadro indica chiaramente che il ricorso ai dispositivi mobile per accedere alla rete è ormai radicato nelle abitudini degli utenti italiani, tanto in un contesto lavorativo quanto nei momenti di svago e riposo.
L’incremento riguardante l’utilizzo dei PC, invece, può certamente essere spiegato alla luce della ripresa delle attività lavorative, e, per quest’anno in modo particolare, scolastiche (si pensi alla ormai nota DAD, “didattica a distanza”). Un computer richiede una scrivania e una sedia per poter essere utilizzato agevolmente. Nel periodo estivo non sempre si hanno a disposizione questi strumenti, per non menzionare il fatto che quando si viaggia un PC è meno pratico di uno smartphone da trasportare.
Chi sono gli utenti della rete?

Dai dati raccolti in merito al totale delle utenze digitali per il mese di settembre 2020, salta immediatamente all’occhio come le percentuali più elevate si registrano tra le fasce “ attive” della popolazione, ovvero tra i soggetti in età lavorativa. La percentuale del 72.1% registrata con riguardo ai giovanissimi (18-24 anni), in età per lo più scolastica, è destinata a crescere e a raggiungere il suo picco massimo (79.8%) nella popolazione compresa tra i 25 e i 44 anni di età, per poi ricominciare lentamente a decrescere in modo inversamente proporzionale all’aumentare dell’età (solo il 27.9% delle persone con più di 64 anni si connette quotidianamente a internet). Da una simile analisi si può dedurre come l’utilizzo della rete sia sempre di più uno strumento usato per lavorare, tanto da parte di coloro che entrano nel mondo del lavoro e che solitamente hanno conoscenze informatiche e digitali più “fresche di studi”, quanto per tutti i lavoratori già “avviati” ma che devono comunque fare i conti con l’innovazione costante per rimanere al passo con i tempi. D’altra parte il lifelong learning è un ingrediente essenziale per affrontare le sfide della società odierna sempre più digitale e interconnessa.
Tuttavia, a fronte dello scenario fin qui tracciato, ovvero di una consistente crescita dell’attività lavorativa svolta online, è doveroso prendere in considerazione un’altra faccia della medaglia. Secondo il report “Digital 2020”, pubblicato dall’agenzia We are social in collaborazione con Hootsuite, al giorno d’oggi ancora il 40% della popolazione mondiale non ha accesso a internet. Il numero delle donne “tagliate fuori” dalla connessione al web è, inoltre, di molto superiore rispetto a quello degli uomini. Si stima che nei territori corrispondenti al sud dell’Asia gli uomini abbiamo possibilità tre volte superiori rispetto alle donne di “frequentare” i social network. Il digital divide e gender gap rappresentano, quindi, le sfide più urgenti da affrontare per una società che sta diventando sempre più digitale e interconnessa.
Cosa cercano gli utenti online?

Passiamo ora a considerare un ultimo dato interessante: le differenti categorie di siti web e la variazione del loro numero di visitatori tra i mesi di agosto e settembre 2020.
Innanzitutto, dalle percentuali che mettono a confronto i due mesi, possiamo subito notare che hanno registrano un incremento del numero di visitatori tutti quei siti correlati a servizi internet, di software, di email e più in generale riguardanti strumenti digitali utilizzati per scopi lavorativi, o comunque professionali.
La categoria internet tools/web services è quella che registra il maggior numero di utenti a settembre, con un incremento percentuale del 1.4% rispetto ad agosto.
Dunque la ripresa delle attività scolastiche e lavorative ha coinciso con un aumento di traffico verso le categorie di siti riguardanti strumenti digitali per le aziende, per la comunicazione “istituzionale” (le email sono preferite rispetto alla messaggistica istantanea che ha registrato invece un decremento di -0.5% rispetto ad agosto) e lo studio; un’ulteriore conferma di come internet sia oggi uno strumento di lavoro imprescindibile per la maggior parte degli italiani.
In conclusione, possiamo affermare che ormai una gran parte dell’attività lavorativa e professionale, e oggi anche scolastica, è svolta completamente online.
Web e lavoro 2020: un occhio costante ai social tra tradizione e innovazione
Secondo la ricerca pubblicata da Hootsuite a ottobre negli ultimi 12 mesi 2020, i social network hanno registrato una crescita, a livello mondiale, pari al 12%.
Gli utenti attivi sulle varie piattaforme da Instagram a Tik Tok, passando per Facebook, Twitter e molti altri ammontano a 4.14 miliardi su una popolazione mondiale di 7.81 miliardi. Più della metà degli abitanti del nostro pianeta hanno, quindi, almeno un account su un social network. Di conseguenza, ricorrere ai canali social per far crescere il proprio business sta diventando, per le aziende, sempre più una scelta “obbligata”, o quanto meno da privilegiare. Ma non basta essere presenti sui social network per arrivare a un pubblico target. É fondamentale essere presenti nel modo giusto. Quali piattaforme sono più utilizzate dalle persone a cui voglio rivolgermi? Come posso farmi notare in modo interessante e coinvolgente su queste piattaforme? Queste sono solo alcune delle domande che un’impresa deve porsi se vuole crescere ed essere al passo con i tempi.
Accanto ai social più “tradizionali” e ben noti, un cenno ad hoc merita sicuramente la new entry: Tik Tok.
La sempre più diffusa app cinese di video musicali, lanciata nel 2016 con il nome di musical.ly, non sembra voler arrestare la propria crescita neanche di fronte alle opposizioni dei vari Governi mondiali.
L’ultima decisione volta a contrastare la popolarità dell’app cinese è stata presa dall’India che alla fine dello scorso giugno ha bandito la piattaforma all’interno del proprio territorio. A seguito di tale provvedimento, il social network ha perso circa 200 milioni di utenti in un solo colpo. Nonostante questo, gli utenti di Tik Tok sono aumenti di 80 milioni di unità tra giugno e settembre e oggi si stima che il pubblico raggiungibile tramite la piattaforma sia pari a 700 milioni in tutto il pianeta. Una vetrina che merita di essere tenuta in considerazione e analizzata passo passo in tutto il suo iter di crescita ed evoluzione.
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Per il terzo anno consecutivo il Sole 24 Ore e Statista ci hanno inserito nella prestigiosa classifica italiana di Leader della Crescita (edizione 2021), un premio riservato alle aziende italiane che hanno registrato la maggiore crescita di fatturato nell’ultimo triennio (2016-2019).
All’interno del rapporto, pubblicato sul Sole 24 Ore, edizione cartacea e online dal 25 novembre 2020, sono presenti le storie più interessanti delle imprese italiane leader della crescita e dei loro fondatori, azionisti e manager. Protagoniste sono quindi quelle realtà che quest’anno hanno progettato coraggiosi piani di rilancio per il post Covid-19 e che hanno scommesso di più sulla crescita per il futuro.
Cosa vuol dire essere “Leader della Crescita”? Lo abbiamo chiesto al nostro President & Founder Francesco Ronchi
“Essere “Leader della Crescita” è un importante riconoscimento del grande lavoro fatto in anni di attività che ci riempie di soddisfazione e di orgoglio. Si tratta sicuramente di una tappa di un percorso di crescita e trasformazione che, ormai da tre anni, ci conferma tra le eccellenze del nostro Paese.
Un periodo come questo rappresenta una sfida importante e complessa soprattutto per le PMI che nessuno era preparato ad affrontare. La nostra scelta di puntare da sempre sull’innovazione e sull’eccellenza digitale ci ha permesso di affrontarlo nel migliore dei modi e di guardare al futuro con fiducia”.
Che cosa ha fatto Synesthesia in quest’ultimo triennio?Lo abbiamo chiesto al nostro CEO, Riccardo Recalchi
“Synesthesia in questo triennio ha vissuto un vero e proprio percorso di crescita verticale su più fronti. Si tratta di una crescita non solo in termini di fatturato, ma anche e soprattutto di un percorso dal punto di vista organizzativo e di posizionamento. Siamo passati dall’essere una piccola azienda nata da un’idea innovativa alla realtà dinamica e “numerosa” che oggi siamo.
Per poter compiere questo passo da un lato abbiamo creato una struttura organizzativa efficace per tutte le persone coinvolte nell’azienda e dall’altro abbiamo fatto una scelta chiara in termini di posizionamento sul mercato. Insomma è stata una crescita a 360 gradi.
É il terzo anno consecutivo che riceviamo questo riconoscimento e ne siamo molto fieri. Il fatto poi che Synesthesia riesca ad avere clienti sempre più grandi, che il personale sia cresciuto in maniera esponenziale e che la nostra realtà sia riuscita a strutturarsi di conseguenza è davvero un risultato strepitoso.
Abbiamo un’organizzazione pronta a guardare al prossimo triennio con una prospettiva ancora più ampia di quella attuale.
Guardando alla strada fatta, a un certo punto, ci siamo trovati a dover scegliere se continuare ad assumere personale oppure se accogliere in Synesthesia delle strutture già formate. Tale scelta ovviamente è stata frutto del lavoro di organizzazione svolto nel corso degli anni. Il nostro obiettivo è crescere ulteriormente anche attraverso legami futuri con nuove realtà. Faccio riferimento, per esempio, alla recente fusione con TheLab.
In questo periodo abbiamo, quindi, affrontato queste due sfide parallele: da un lato continuare lo sviluppo con delle linee di business ben definite e dall’altro sostenerle con basi solide. Riuscire a fare entrambe le cose insieme è stata la vittoria principale di questi 3 anni”.
In conclusione…
Questo riconoscimento ci identifica come una tra le più dinamiche e innovative realtà italiane per il terzo anno consecutivo.
Essere “Leader della Crescita” non vuol dire solamente possedere buone capacità imprenditoriali, ma significa anche e soprattutto impegnarsi ogni giorno nella ricerca di nuove opportunità di sviluppo, partendo da strutture organizzative interne consolidate nel corso degli anni. Cerchiamo di realizzare tutto questo mantenendo sempre un’attenzione costante al benessere delle persone con cui lavoriamo, alla soddisfazione dei nostri clienti e alla qualità dei servizi che mettiamo a disposizione.
Scopri il ranking completo dei campioni della crescita su Il Sole 24 Ore e sul sito ilsole24ore.com.
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Storicamente la compressione dei dati – video, audio – è stata uno dei fattori di successo per molte aziende che operano nel settore della tecnologia dell’informazione. Come stanno oggi le cose?
“La compressione di audio e video ha abilitato un business che si è espanso molto, ma le tecnologie tradizionali che sono state sfruttate al momento hanno rallentato il loro corso. La standard MPAI invece è entrato decisamente in una nuova era, applicando nuove tecnologie anche ad altri settori di mercato e permettendo loro di trarre nuovi benefici”.
MPAI intende sviluppare standard di codifica dei dati in una varietà di contesti di interesse pratico grazie all’impiego dell’Intelligenza Artificiale (AI). Puoi farci qualche esempio? A quali ambiti si può applicare questo strumento? Da quali esigenze nasce MPAI?
“Applicare l’Intelligenza Artificiale alla compressione dei dati significa sfruttare meglio le loro proprietà statistiche in modo da estrapolare informazioni aggiuntive e complementari. Per esempio analizzare l’ingente mole dei dati finanziari che produce un’azienda (quelli di produzione, sull’andamento del mercato, del personale, ecc. che non sono statici ma cambiano nel corso del tempo) significa far emergere scenari che diversamente non sarebbe stato facile o addirittura possibile considerare prima. Attraverso l’impiego dell’AI si può approfondire come mai prima d’ora, perché il potenziale della compressione è vastissimo, anche per comprendere ulteriormente la stessa natura dei dati”.
Il Context-based Audio Enhancement (MPAI-CAE) è uno dei progetti che rappresenta una risposta alle necessità del settore?
“Sì lo è. Il grande valore della standardizzazione è definire un campo aperto all’interno del quale tutti possano concorrere invece di confinare le competenze all’interno di cerchie ristrette, che non si influenzano e sono addirittura inutili perché ostacolano il progresso. L’innovazione porta benefici a chi crea prodotti o servizi e a chi ne fruisce solo se si stabilisce un corretto codice di comunicazione”.
Synesthesia è diventata principal member di MPAI. A quali categorie afferiscono gli altri attori che fanno parte dell’organizzazione e che tipo di contributo ti aspetti da loro?
“Synesthesia rappresenta un ottimo esempio del potenziale dirompente e positivo nella risoluzione di un problema per cui risulta essenziale attingere a nuove tecnologie di AI per migliorare l’esperienza non solo dell’utente ma anche del produttore. Circa il 40% dei soci di MPAI è costituito da università o centri di ricerca – settori in forte crescita, dalla smisurata quota innovativa in ballo, e che sono garanzia per lo sviluppo di standard sempre più potenti. L’altra componente dell’organizzazione è data dalla cosiddetta industria (operatori telefonici, broadcaster, costruttori, aziende specializzati nel ramo informatico), aziende che possono evitare di diventare sudditi di grandi aziende potendo operare all’interno di un campo aperto con regole stabilite. L’ MPAI si pone come fattore fortemente abilitante, gettando le basi per un sistema di condivisione e cooperazione, e maggiori possibilità, specie per le PMI, di portare competenze all’interno dell’organizzazione”.
Numerosi esperti dell’industria, della scienza e del mondo accademico fanno già parte di MPAI o sono stati invitati a unirsi a essa per lo sviluppo di standard abilitati dall’Intelligenza Artificiale. Quanto è importante in questa partita fare rete e sfruttare la connessione con il mondo della ricerca per raggiungere gli obiettivi?
“É fondamentale interagire con professionisti in campi simili o complementari: MPAI facilita la collaborazione e l’interazione tra aziende. Mettere a patrimonio a livello sistemico le competenze dei vari attori consente l’accesso a soluzioni più potenti e maggiormente utilizzabili. Le innovazioni devono essere spinte da precise esigenze di business sulla base di requisiti funzionali alle necessità dello standard utilizzato. Quest’ultimo determina come un prodotto o servizio possa essere utilizzato, mentre l’accesso alla proprietà intellettuale è stabilito nella trattativa tra un’azienda e i detentori di brevetti”.
MPEG ha avuto un incredibile impatto a livello tecnologico: quali sono le sue previsioni sulla portata che potrebbe avere MPAI?
“Sono senz’altro più ambiziose, perché non confinate ai sistemi audio e video; si parla infatti della sua applicazione a dati finanziari, al miglioramento della performance nelle multiuser gaming e una vastità che al momento non è ancora determinabile, e ha come driver l’AI. Le tecnologie tradizionali stanno perdendo l’impeto iniziale di 30 anni fa, non soltanto perché sono al loro margine di sviluppo ma per l’impossibilità pratica di ottenere tutti i brevetti necessari all’implementazione di uno standard. Questo è uno degli aspetti fondanti dell’MPAI per applicare l’AI a tutti i tipi di dati: quando si sviluppa uno standard gli utenti futuri devono avere chiari i termini di utilizzo dei brevetti che saranno necessari, anche se non il valore monetario per ragioni di antitrust. La portata quindi non è soltanto di natura tecnica, ma anche legale, nell’ambito di una licenza quadro, legata all’elaborazione di uno standard. Il risultato atteso è una garanzia assicurata a chi definisce la tecnologia in uno standard godendo delle relative royalties e a chi ne fruirà. Definire licenze quadro è il sistema per raggiungere tale obiettivo ed è la vera sfida che si pone MPAI”.
Auguriamo al team MPAI un grande successo per tutto quello che stanno progettando e realizzando. A Leonardo Chiariglione il nostro ringraziamento per averci raccontato l’iniziativa e per l’estrema simpatia e disponibilità.
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