Maurizio, Marcopolo è una realtà molto particolare nel panorama della comunicazione torinese e non solo. Un’attività consolidata che è attiva da molti anni e che è riuscita a rimanere sempre a un altissimo livello, crescendo e adattandosi alle esigenze che il mercato richiede. Qual è il vostro metodo? Che tipo di strategia avete attuato per ottenere questo tipo di posizionamento?

Io sono un imprenditore di prima generazione, ma di tardiva vocazione. Prima di “mettermi in proprio” ho lavorato quasi quindici anni in una multinazionale leader mondiale nella meccanica di precisione, SKF, che in quegli anni si era da poco fusa con la RIV di Villar Perosa. Essermi formato in un simile contesto, che già allora riteneva innovazione e cultura d’impresa fondamentali per la crescita, ha sicuramente influenzato anche il modo in cui ho indirizzato la crescita e lo sviluppo di Marcopolo.

Oggi i pilastri su cui si poggia la nostra Agenzia sono due, che possono apparentemente sembrare in antitesi l’uno con l’altro, ma che in realtà ci mantengono in equilibrio: la continuità e l’innovazione.

La prima è fondamentale in un mercato in continua evoluzione ma sempre alla ricerca di certezze come quello del business to business; la seconda, sia che significhi stare al passo con le innovazioni dei nostri clienti, sia che implichi l’essere noi a stimolare loro a utilizzare strategie e strumenti innovativi per promuovere se stessi e i propri prodotti, è cruciale per restare contemporanei e “sul pezzo”.

Ecco la nostra strategia: empatia, formazione continua, un team che è un mix ben bilanciato di professionisti giovani e curiosi e figure cruciali di esperienza. Inoltre, la scelta di abbracciare il metodo del Design Thinking nello sviluppo dei nostri progetti, che portiamo avanti da qualche tempo e che stiamo cercando di rendere sempre più consistente, contribuisce a posizionarci in modo ancora più netto.

Il mondo del digitale con le mille rivoluzioni che lo contraddistinguono ha cambiato il modo di lavorare delle agenzie, ma soprattutto la relazione con i partner e i clienti. Come si è mossa Marcopolo in questo senso? Come ha davvero cambiato il vostro modo di stare sul mercato e di lavorare?

In effetti in trent’anni di vita di agenzia ne abbiamo viste forse anche più di mille di rivoluzioni digitali; basti pensare che quando iniziammo, nel 1993 mandavamo una newsletter via fax che si chiamava MEMEX, dal nome del primo tentativo di realizzare una macchina per ipertesti ed utilizzavamo le BBS (Bulletin Board System) per scambiarci file con i colleghi! Una cosa però è rimasta la stessa in mezzo a tutti questi cambiamenti: la nostra curiosità. 

Il desiderio di approfondire ogni novità, provare a comprenderla e gestirla, ci ha permesso di gestire in modo consapevole il cambiamento. Prendiamo per esempio quanto sta accadendo con l’AI: noi siamo interessatissimi all’argomento, ma non ce ne lasciamo soverchiare e cerchiamo di ricordarci che, fondamentalmente, si tratta “semplicemente” di un meraviglioso nuovo strumento, utile a realizzare i progetti che definiamo insieme ai nostri clienti.

Il creare un rapporto di fiducia con loro, l’essere riconosciuti come consulenti affidabili e competenti è ciò che conta di più. Per questo abbiamo scelto di formarci in ambito Design Thinking e co-progettazione e di lavorare sempre più in sinergia con loro, tenendo in alta considerazione i loro bisogni reali. Poi, per cercare di sfruttare al massimo tutto il potenziale del digitale, ci formiamo continuamente e ci facciamo supportare da professionisti verticali, alcuni dei quali sono entrati nella nostra Factory, che ci possono aiutare a individuare e gestire al meglio i tool più adatti al raggiungimento dell’obiettivo prefissato, integrando le nostre competenze interne.

Maurizio Bazzano_Marcopolo

Ogni agenzia dice che è bravissima a fare tutto. Forse questa non è la filosofia giusta. Ma l’approccio commerciale spesso richiede anche questo tipo di “comunicazione”. Marcopolo nel tempo si è invece contraddistinta per la ricerca di ambiti di innovazione ed eccellenza. Questo approccio è premiante? Quali sono secondo te le caratteristiche che vi permettono di fare davvero la differenza?

Noi non siamo specializzati in un’attività, ma in un settore. È quello il nostro segreto.Nel 2025 andrà in pensione un dipendente di Marcopolo che ha lavorato con noi dal 1994, Alberto.

Dal 1998 il suo ruolo è quello di Project Manager. Ci tengo a sottolinearlo perché il fatto che Marcopolo si sia dotata di una figura “ponte” come quella del PM già in quegli anni, dominati dalla “sacra trimurti” account+art+copy, è indicativa dell’importanza che per noi ha sempre rivestito il costruire una relazione più approfondita per il cliente. Una relazione che ha come perno un responsabile di progetto (il PM appunto) e che si basa su una profonda comprensione del prodotto, essenziale per chi come noi lavora per il settore del business to business.

Content management rigoroso + collaborazione continua con il cliente + creatività. Ecco cosa ci permette di fare davvero la differenza.

Maurizio sappiamo che per te la componente umana e di relazione è fondamentale. Anche l’idea di creare il Circolo del Design da zero va in questa direzione. Nella tua attività professionale, negli anni, a cosa ha preferito dare priorità? 

In realtà, oltre all’entrare in relazione con l’altro, è l’atto del costruire insieme che su di me esercita un fascino irresistibile! Condividere un progetto, collaborare per realizzarlo, impegnarsi in prima persona per il raggiungimento di obiettivi collettivi. Questi elementi sono alla base del mio modo di vivere e di agire fin dall’infanzia; basti pensare che, da bambino, con mia sorella avevamo costituito un’associazione a cui avevamo associato i vari elettrodomestici della casa!

Per questa ragione è per me difficile scindere fra vita privata e attività professionale, quando si parla di questi concetti. E, allo stesso modo, è impossibile stabilire priorità. Il contributo che ho sempre cercato di dare in questo senso, nella comunità cristiana prima e nella politica poi, si è semplicemente in questa fase di vita convogliato nell’ambito del terzo settore e dei corpi intermedi imprenditoriali.

Venendo al Circolo è importante sottolineare che, di certo, non ho mai fatto nulla da solo: il Circolo ha più di cinquecento soci, un un consiglio direttivo composto da quattro persone e una Direttrice con un team di sei professionisti a disposizione!

Io ho semplicemente dato la spinta iniziale, sull’onda di un entusiasmo che è frutto più di un mio personale (e inevitabile) modus vivendi che di un razionale modus operandi imprenditoriale.

Veniamo al rapporto con Synesthesia. Come è nata questa collaborazione e cosa ti aspetti dal futuro? Ci sono ambiti in cui pensi che possa nascere qualcosa di particolarmente interessante e stimolante per entrambe le strutture?

Il rapporto con Synesthesia è nato conoscendo Francesco Ronchi a una cena. Sapete com’è fatto Francesco: il giorno dopo nella mail già avevo la proposta di partecipare a una gara per una occasione che si era verificata con un cliente in Emilia-Romagna! La gara finì in nulla dal punto di vista commerciale, ma segnò l’inizio di un rapporto che si è mantenuto negli anni. Da allora sia Synesthesia che Marcopolo sono cresciute e si sono andate definendo sempre meglio, per posizionamento e approccio. Ci siamo sempre guardati con reciproca stima e credo che sia stato proprio questo a spingerci ad avviare questa partnership.

Desideriamo contribuire apportando la nostra profonda conoscenza di un settore di mercato il cui desiderio di raccontarsi e comunicare è potenzialmente in enorme espansione. Insieme alla vostra specializzazione verticale sui tools digitali credo potremo fare grandi cose e io non vedo l’ora di iniziare.

Grazie Maurizio!


Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

Intervista a cura di Francesco Ronchi (Presidente e Founder di Synesthesia).

Marco, com’è nata l’idea di LGP1?

“LGP1 sta per “Let’s Go Player 1”. Si tratta di un progetto che ha avuto un percorso piuttosto lungo. Già nel 2019 mi era venuto in mente di fare qualcosa nel campo degli e-Sports. Mi sono sempre interessato ai Reality Shows come modello di esperimento sociale e forma di intrattenimento. Mi sono poi chiesto se tra i vari format che sono presenti in giro c’era qualcosa di interessante per i giovani ed è per questo motivo che abbiamo deciso di focalizzare la nostra attenzione sui videogiochi. 

Inizialmente il progetto era nato con il nome di “Yalla Player 1”. A quei tempi volevamo dare vita a un contenuto digitale che avesse nello stesso tempo anche un impatto sociale e volevamo girare a Dubai un reality show, una specie di X-Factor sugli e-Sports. Tutto si concentrava su delle squadre miste che dovevano progredire all’interno del mondo mediorientale dei videogiochi. Purtroppo non siamo riusciti a farlo per tutta una serie di ragioni. Il modello stesso degli e-Sports, per esempio, risultava problematico: non era possibile fare un contenuto che non fosse commerciale. Abbiamo dovuto, pertanto, stravolgere la nostra idea e concentrarci su una piattaforma interattiva in cui si integra, da una parte il reality show e dall’altro lato una piattaforma di tornei gamificata”.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una straordinaria evoluzione nel settore del gaming. In molti hanno incominciato a interessarsi all’argomento, non solo imprenditori, ma anche i media. Quindi, è molto interessante l’idea di trasformare gli e-Sports in un reality. In che modo il pubblico viene coinvolto in questa piattaforma?

“Il pubblico viene coinvolto costantemente. I competitor arrivano direttamente dal pubblico. Sono proprio i componenti del pubblico che possono far parte dello show. Per cui, da quel punto di vista, siamo molto democratici, ma non solo. Durante ogni puntata e nel corso di ogni stagione ci sarà un continuo ripescaggio dal pubblico all’interno delle fila dei tornei: il pubblico dovrà sia votare l’eliminazione, sia scommettere su chi sono i vincitori e a un certo punto dovrà addirittura indovinare chi sarà il traditore della squadra vincente. In questo modo è possibile quindi interagire anche con altri spettatori e partecipanti del torneo. Se indovini la scommessa e, quindi, il voto, vieni ripescato per far parte tu stesso del torneo. Tutto avviene da remoto, quindi c’è un continuo rimescolarsi tra i personaggi e le star. C’è immedesimazione e coinvolgimento. Tutto è intercambiabile. LGP1 è l’unica piattaforma dove il pubblico diventa eroe”.

LGP1

Questa è la vera rivoluzione di LGP1. Tutto questo è possibile grazie alla piattaforma che abbiamo sviluppato insieme. Quali saranno i giochi disponibili per questa piattaforma oggi e nel futuro?

“La piattaforma di per sé si comporta come un framework, una cornice. Cominciamo con  CS:GO che nonostante abbia già 12 anni rimane l’e-Sport più popolare al mondo. Vogliamo cominciare con questo gioco perché è più facile da capire e ci teniamo ad avere un prodotto che abbia anche un crossover appeal anche per un pubblico che non è necessariamente costituito da esperti di videogame. Vogliamo poi espanderci anche su altri e-Sports come League of Legends, che è molto popolare in Italia”. 

Tra l’altro ti confesso che quando il nostro team ha testato la piattaforma si è divertito tantissimo. È stato un momento veramente bello perché in Factory avevamo 30 sviluppatori che erano lì per giocare. Hanno fatto una vera e propria festa, un po’ come un tempo si facevano i lan party dove si giocava tutti insieme. Perché hai scelto Synesthesia come partner per la realizzazione di questo progetto così importante?

“Bisognava trovare un partner che sapesse tradurre idea intangibile che avevo in testa in una realtà funzionante, che fosse solida.

Synesthesia è stata la nostra scelta logica non solo per le sue capacità tecniche, ma anche per la sua capacità di arricchire le esperienze digitali con degli aspetti umani ed emozionali. È stata, dunque, una scelta logica”.

Grazie Marco per queste parole. Per noi il contatto umano conta tantissimo. Si tratta di uno dei grandi aspetti che ci contraddistingue oltre, ovviamente alla competenza tecnica. Ci puoi raccontare quindi come sono andate poi le cose? Sei contento del lavoro svolto?

“Sono contentissimo per quello che è stato fatto. Ho un rapporto eccellente con molti membri del team di Synesthesia e non avrei potuto sperare di trovare un partner migliore, più competente, lungimirante e supportante di Synesthesia”. 

Proviamo a guardare al futuro. Quali evoluzioni vedi per questa piattaforma?

 “Vogliamo che questo progetto sia il più sostenibile possibile. Ovviamente immaginiamo di scalare e di crescere in modo modulare nel tempo. Abbiamo finalmente un POC (proof of Concept). A breve faremo poi un evento pilota che utilizzeremo per una campagna di crowdfunding e a breve lanceremo la prima stagione. Si tratta di stagioni molto brevi che ci consentono di impare molto in fretta. Contiamo quindi di espanderci abbracciando altri e-Sports (come detto prima, per esempio, tra 6-9 stagioni avremo già un’offerta su League of Legends e su altri videogiochi). Nel frattempo avremo implementato anche  feature di interattività un pochino più avanzate (per es. individuare il traditore).

Bene, bene. Un’ultima domanda. Tu sei un imprenditore seriale. Questo è uno dei tanti progetti che stai portando avanti e che ti contraddistinguono. Ci puoi raccontare qualche altro progetto che hai nel cassetto?

“Un amico mi ha definito un imprenditore di massa, non solo seriale. In questo momento sto lanciando altre due startup. LGP1 sarebbe il mio terzo progetto nel mondo dei videogiochi. Il primo è stato lanciato due anni fa. Adesso sto lanciando un progetto che si chiama CRYPTO CHRONIC che è un videogame casual basato su tecnologia cryptografica e consente di guadagnare mentre si gioca cercando di rivoluzionare il concetto dei Pokemon e dei Tamagotchi. Poi sto facendo qualcosa di totalmente differente nel settore del food tech. Il progetto si chiama We cook ed è dedicato a cuochi che vogliono incrementare il loro business,noi gli forniamo tutte le infrastrutture digitali e fisiche. Tutto questo lo sto facendo perché il mio sogno è lavorare nel venture capital. Questo penso sia l’aspetto più nobile del capitalismo: trasformare un’idea astratta in una cosa tangibile è estremamente motivante ed edificante per me”. 

Grazie Marco. Ti faccio un grosso in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti! Speriamo di lavorare insieme per i tuoi progetti futuri e rimanete sintonizzati per la prima stagione di LGP1.

“Grazie a voi. Grazie Francesco per avermi aiutato a concretizzare questo sogno”.


Vuoi saperne di più sul progetto LGP1? Visita il nostro portfolio qui!

Apple Vision Pro ha molte caratteristiche tecniche di alto profilo, ma l’enfasi è stata posta soprattutto sul display in vetro ad altissima risoluzione, dotato di una sofisticata tecnologia di eye tracking e di un set di sensori a bassissima latenza per ridurre al minimo i problemi di nausea tipici dell’utilizzo prolungato con questo tipo di dispositivi.

 Il costo del prodotto, fissato inizialmente sui 3500 dollari, ha suscitato nel pubblico alcuni dubbi e perplessità in vista di una futura diffusione di massa di Apple Vision Pro. Ma alcuni rumors parlano già di versioni più semplificate ed economiche. L’azienda di Cupertino, con questa presentazione, ha sancito l’importanza dell’XR (Extended Reality) come prossima piattaforma tecnologica.

Molti in rete hanno paragonato il lancio di questo dispositivo a quello avvenuto per l’Apple Watch, ma è necessario ricordare che anche il primo iPhone ha richiesto diverso tempo per diventare il prodotto che oggi tutti noi conosciamo. Molto dipenderà, inoltre, dalle reazioni e dalle proposte della concorrenza, che cercheranno di portare sul mercato nuove proposte a diversi prezzi per target di pubblico sempre nuovi.

Siamo di fronte a una rivoluzione nel mondo della Realtà Aumentata e nella Realtà Virtuale? Quali possono essere le nuove opportunità per le imprese con Apple Vision Pro?

Le opportunità per le imprese

La prima grande novità è che Apple Vision Pro avrà uno store dedicato alle app realizzate in Realtà Virtuale (VR), Realtà Aumentata (AR) e Realtà Mista (XR).  Saranno, inoltre, presto disponibili degli strumenti per la progettazione che gli sviluppatori potranno utilizzare, con il supporto della piattaforma Unity, per creare nuovi componenti.

Un’opportunità straordinaria per i developer e non solo. Apple farà crescere molto il suo ecosistema XR nei prossimi 5 anni, ed essere tra i primi nello store può essere un’opportunità per diventare un punto di riferimento con la propria app che sfrutta il sistema operativo VisionOS. 

La presentazione del prodotto al WWDC 2023 si è limitata a mostrare schermate e funzioni basilari, lasciando così spazio libero per pensare alla realizzazione di nuove app e software in AR / VR/ XR. Apple Vision Pro sembra avere il vantaggio, rispetto agli altri visori sul mercato, di usufruire di una potenza di calcolo incredibilmente elevata  (un chip M2 + coprocessore R1), un plus che gli sviluppatori potranno sfruttare per creare fantastiche applicazioni immersive e in grado di potenziare ulteriormente il dispositivo appena uscito. 

Di questo passo sarà così possibile creare esperienze di gioco e di fruizione del nuovo visore Apple Vision Pro con una qualità e una definizione che al momento non è possibile raggiungere su Meta Quest o su HoloLens. 

Realizza con noi la tua app per il nuovo Apple vision Pro!

Synesthesia si occupa da tempo di sviluppare applicazioni fruibili anche con i dispositivi per la Realtà Virtuale e Realtà Aumentata. Insieme possiamo realizzare il tuo  progetto e creare l’applicazione più adatta alle tue  esigenze anche sul nuovo Apple Vision Pro. 

Ecco alcuni ambiti ed esempi in cui le nuove app di Apple Vision Pro potrebbero trovare utilizzo.

1. Assistenza sanitaria: creazione di strumenti diagnostici e di monitoraggio, come per esempio la rilevazione di patologie oculari o per la valutazione della salute della pelle, ma anche sistemi assistivi per chi ha problemi di deambulazione e di movimento (spazi arricchiti e assistivi).

2. Retail: miglioramento dell’esperienza di acquisto nei negozi, per esempio per la rilevazione delle taglie o per la valutazione della forma del viso per la scelta degli occhiali. Nel caso degli operatori e della logistica per rilevare la presenza a scaffale ed eventuali problemi di rifornimento e posizionamento prodotto.

3. Sicurezza: rilevazione di oggetti sospetti o per il riconoscimento di volti.

4. Automazione industriale: controllo della qualità dei prodotti o per la rilevazione di difetti.

5. Intrattenimento: creazione di giochi interattivi o sistemi di infotainment evoluti.

6. Cultura: applicazioni museali realmente immersive e caratterizzate da nuovi percorsi interattivi in grado di fornire un ausilio importante anche a chi ha un handicap o per utenti anziani.

7. Formazione: realizzazione di corsi interattivi basati anche sulla gamification e adatti a tutti gli utenti, anche a chi ha problematiche legate all’accessibilità o a limitazioni di tipo cognitivo e motorio. 

Questi sono solo alcuni dei possibili ambiti di utilizzo per le nuove app di Apple Vision Pro, ma le potenzialità di questa tecnologia sono molteplici e ancora in fase di esplorazione.


È il momento giusto per creare un’esperienza utente completamente nuova e il nostro team è già pronto per supportarvi in tutte le fasi, dalla progettazione allo sviluppo vero e proprio. Contattaci per saperne di più!

Lo scenario

Oggi nel mondo sempre più digitale in cui viviamo l’accessibilità non è più un optional, ma una caratteristica che deve essere nativa. Le applicazioni mobile sono diventate parte integrante della nostra vita quotidiana e non possiamo più farne a meno. Sembrava solo ieri quando Apple nel 2009, con il suo spot pubblicitario “There’s an app for that” ne introduceva il loro uso e spiegava in pochi secondi le infinite potenzialità che può avere un’applicazione sul proprio smartphone.

Da quel momento tanto è cambiato: ora con le app possiamo accedere alla nostra banca, fare un prelievo, prenotare una visita medica, scaricare un certificato di nascita e tanto altro. Questi servizi dovrebbero essere progettati tenendo presente tutti gli utenti, quindi anche persone ipovedenti per esempio, ma più in generale tutte quelle persone per cui l’utilizzo di un’app, se non progettata bene, risulta essere un’impresa ostica o, peggio, impossibile. 

Dal nostro punto di vista di progettisti e sviluppatori, crediamo fermamente che ogni prodotto digitale, e in particolare le app mobile, debbano essere progettate pensando a tutte le persone che potrebbero utilizzarle, anche da chi può comportarsi in modo differente rispetto alla generalità degli utenti approcciandosi al servizio in modo non convenzionale, per esempio con l’utilizzo di plugin o screen reader.

Com’è fatta un’app accessibile?

Prima di capire meglio quali possono essere i vantaggi derivanti da un’app mobile accessibile, cerchiamo di definire cosa intendiamo per “accessibilità”. 

Come riporta, infatti, l’Agenzia per l’Italia Digitale (AGID):

“per accessibilità si intende la capacità dei sistemi informatici di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari”. 

Se, per esempio, nelle fasi di progettazione viene implementata la possibilità di ridimensionare il testo a proprio piacimento, consentiamo in questo modo a tutte le tipologie di utenti di fruire del contenuto all’interno della nostra applicazione, rendendola quindi utilizzabile da un gruppo sempre più ampio di persone. Il concetto di “normalità” non esiste. Il fil rouge che dovrebbe essere alla base della buona progettazione è: ideare qualcosa di utilizzabile da tutti. Non solo per chi non ha problemi o deficit di qualche tipo, allargando in questo modo la platea il più possibile. Sono molte le caratteristiche di accessibilità di una app: tra le principali, troviamo quella di fornire delle descrizioni testuali alternative alle immagini (i così definiti “alt text”), la compatibilità con gli screen reader e la possibilità di ruotare lo schermo da orizzontale a verticale.

Si definisce quindi una app “accessibile” se pensata per tutte le tipologie di utenti che potranno beneficiare di quel prodotto o servizio, indipendentemente dalla loro situazione e predisposizione fisica e/o mentale e dal possesso o meno di disabilità. L’accessibilità ha un posto di primaria importanza per tutti i principali produttori di sistemi operativi, come Apple, Google e Microsoft.

Proprio per questo motivo è fondamentale progettare l’accessibilità all’interno delle applicazioni mobile fin dall’inizio, in quanto  rappresenta un valore etico, un vantaggio economico e una necessità normativa per tutte quelle imprese che decidono di svilupparla con questi requisiti.

Etica dell’inclusività

Viviamo in un mondo diversificato, in cui le persone hanno esigenze, abilità e competenze differenti, in continuo cambiamento. Creare un’app che non tiene conto di questa diversità significa escludere una parte della popolazione, il che non solo è ingiusto, ma è anche un’opportunità persa sotto diversi punti di vista. 

Secondo il rapporto di Diamond sullo Stato dell’Accessibilità sui dispositivi mobili, il 65% delle app gratuite per iOS e il 75% delle app gratuite per Android presenti sui rispettivi Store hanno superato gli standard di accessibilità. Tuttavia, le app a pagamento hanno ottenuto risultati deludenti nel complesso: solo il 35% delle app iOS e il 29% delle app Android sono riuscite a superare i test.

Non sviluppare un’app accessibile significa escludere coloro che, per qualsiasi motivo, potrebbero avere difficoltà con un’interfaccia standard, che per un’impresa vuol dire escludere in automatico dei potenziali clienti. 

Vantaggi economici

Dal punto di vista economico, rendere le app accessibili amplia enormemente il bacino di utenti potenziali, aumentando in questo modo le opportunità economiche di un’azienda. 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa un miliardo di persone, ovvero il 15% della popolazione mondiale, vive con una qualche forma di disabilità. Questa condizione, inevitabilmente, si riversa anche nelle azioni che coinvolgono l’utilizzo di app per smartphone o tablet. Se, infatti, un’applicazione non rispetta correttamente i requisiti di accessibilità, questa può impedire all’utente di proseguire nella navigazione e sottoporlo a una esperienza utente negativa, con il possibile abbandono dell’applicazione.

Quello dell’accessibilità è un tema che riguarda tutti gli utenti e le future generazioni sempre più inclini a passare il loro tempo con dispositivi digitali.  Secondo il report di PWC, ben oltre l’86% degli intervistati ha dichiarato che sarebbe disposto a pagare di più per avere una migliore esperienza utente che tenga, quindi, in considerazione anche tutti gli aspetti legati all’accessibilità. 

Ignorare queste persone significherebbe perdere un segmento di mercato enorme e altamente coinvolto. In termini puramente economici, l’accessibilità non è, quindi, solamente una questione di equità, ma anche di buon senso commerciale. 

Normative sull’accessibilità

Su questo sia l’Unione Europea che l’Italia hanno leggi specifiche che obbligano a sviluppare applicazioni e software secondo criteri di accessibilità: un aspetto da non sottovalutare in fase di progettazione e pianificazione dei lavori e che a posteriori può costare anche molto caro. Gli obblighi in materia riguarderanno non solo, com’è sempre stato, le pubbliche amministrazioni, ma anche moltissimi soggetti privati, fino a essere esteso, nel 2025, a tutti gli operatori economici.

In Europa, la Direttiva (UE) 2016/2102 del Parlamento Europeo obbliga le autorità pubbliche a rendere i loro siti web e le app mobile accessibili a tutti, secondo i principi di seguito elencati.

In Italia, la legge Stanca n°4 del 2004 stabilisce criteri specifici di accessibilità per i software e gli applicativi delle pubbliche amministrazioni e dei servizi privati di pubblico interesse, non permettendo la realizzazione di sistemi non a norma. 

Conclusioni

Sviluppare app mobile accessibili è una pratica che unisce etica, economia e rispetto della normativa. È un impegno che in Synesthesia prendiamo molto seriamente. Riteniamo che ogni persona, indipendentemente dalle sue abilità, debba avere la possibilità di interagire liberamente con il mondo digitale. Siamo orgogliosi di contribuire a rendere questo mondo più inclusivo attraverso il nostro lavoro quotidiano. Ricorda: un mondo digitale più accessibile è un mondo migliore per tutti. Grazie per aver letto e continuate a seguirci per ulteriori aggiornamenti l’importanza dell’accessibilità nel mondo delle app mobile!


Nella nostra digital factory lavorano team di esperti e giovani entusiasti. Le competenze in campo sono quelle che servono per disegnare il futuro e offrire ai nostri clienti e partner le soluzioni migliori per comunicare, sviluppare il loro business ed essere all’avanguardia. Come? Scopritelo in questa pagina dedicata!

Federica e Anas, oggi siete Software Engineer in Belka. La vostra storia è legata al mondo di React Native. Ricordate quando tutto questo ha avuto inizio?

Federica: “Ho conosciuto React Native proprio in Synesthesia! È stato il primo linguaggio che ho usato per lavoro e mi ha incuriosito molto poter sviluppare applicazioni sia per Android sia per iOS con una sola codebase. Ho visto subito l’enorme potenzialità di questo framework e le analogie con React mi hanno portata a sviluppare sia su web sia su mobile”.

Anas: “Tutto cominciò due anni fa quando durante le vacanze di Natale decisi un po’ per gioco di imparare questo framework. Pensavo che mi sarebbe bastato seguire qualche video su YouTube. Ovviamente non è così che funziona, allora decisi di iscrivermi al Frontend Master e di seguire il corso di Kadi Kraman. Dopo settimane di corsi ed esperimenti ho avuto l’opportunità di lavorare su un progetto vero e proprio in Belka e da lì mi sono innamorato di questo framework”.

Stiamo per inaugurare React Native Heroes. Che cosa vi aspettate da questa prima edizione?

Federica: “Sono molto contenta di incontrare altri developer a Torino che utilizzano React Native! Giusto il mese scorso siamo stati ad App.js a Cracovia, conferenza dedicata a React Native organizzata da Software Mansion ed Expo. Per React Native Heroes devo solo fare un viaggio di mezz’ora per incontrare la community e scambiare opinioni, idee e consigli con altri dev di tutta Italia”.

Anas: “Nonostante sia la prima edizione mi aspetto una grande partecipazione all’evento. Onestamente non vedo l’ora di avere l’opportunità di parlare, imparare e confrontarmi con la community italiana di React Native”.

Il vostro talk si intitola “DESIGN SYSTEMS IN REACT NATIVE: A STORYBOOK APPROACH”. Ci potete già svelare qualche anticipazione?

Federica: “Abbiamo diviso il talk in due parti: nella prima andiamo a definire cosa è un design system e il lavoro che abbiamo fatto come team per standardizzare il processo di sviluppo per questo tipo di progetti. Nella seconda andremo ad analizzare le potenzialità di Storybook e di come può essere utilizzato in React Native. Siamo molto entusiasti di portare fuori da Belka il lavoro che abbiamo fatto come team per creare uno standard da seguire per i progetti dedicati ai design system. È stata una sfida per noi e spero che il risultato che abbiamo ottenuto possa essere utile alla community per affrontare una situazione simile”.

Anas: “Racconteremo la nostra esperienza con i design system in Belka: in particolare parleremo di cosa sono, quando ha senso crearne uno per il tuo prodotto, di come abbiamo standardizzato alcuni processi e quali concetti possiamo riutilizzare dal mondo web. Ci focalizzeremo anche su Storybook e su come sia un tool fondamentale durante lo sviluppo di un design system”.

Qual è il vostro personale approccio all’utilizzo di React Native? 

Federica: “Utilizzo il framework per lo sviluppo di applicazioni mobile, per Android e iOS. Dedico sempre un occhio di riguardo allo sviluppo delle interfacce e dei temi delle applicazioni e trovo molto interessante risolvere le diversità di layout tra i due sistemi operativi. Da un anno a questa parte utilizzo Expo e la mia developer experience è decisamente migliorata. Non può essere utilizzato in tutti i casi, soprattutto se l’app richiede delle funzionalità native, ma semplifica di molto lo sviluppo e i rilasci delle applicazioni negli store”.

Anas: “Al momento ho avuto l’opportunità di utilizzare React Native solo per sviluppare applicazioni per Android e iOS, però nonostante qualche limite, c’è la possibilità di creare prodotti anche per web, Windows, macOS, Android TV, tvOS e molti altri ancora. Ora che Apple ha presentato Vision Pro e visionOS sono molto curioso di sapere come questo framework si adatterà a questo tipo di interfacce”.

Come pensate che cambierà l’approccio a questo framework nel futuro?

Federica: “Sono convinta che in un futuro non troppo lontano React Native verrà usato anche per lo sviluppo web in maniera molto più semplice e con meno limitazioni rispetto ad ora. Da una sola codebase potremo creare applicazioni in due diversi ecosistemi: web e mobile. Sia Expo che React Native stanno facendo un enorme lavoro nell’ultimo anno per rendere le “universal app” una realtà”.

Anas: “Secondo me React Native sarà sempre più simile al cugino React. A tal punto che si utilizzerà senza alcuna limitazione un solo framework per entrambe le piattaforme: web e mobile. La community è molto attiva e grazie anche al grande lavoro che stanno portando avanti, credo che in futuro sia le performance sia l’ecosistema di questo framework miglioreranno esponenzialmente”.

Grazie a Federica e Anas per aver risposto alle nostre domande e per il vostro tempo. Non vediamo l’ora di vedervi in azione sul palco di React Native Heroes!

Grazie a voi!


Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni. Intervista a cura di Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).

TEDxMirandola: time to CARE

“Negli ultimi anni molti aspetti della nostra vita sono stati rimessi in gioco e alla prova, a partire dai nostri modi di vivere fino alla libertà e alla pace. Oggi siamo chiamati a trovare nuove soluzioni per prenderci ancora più cura delle persone e di ciò che davvero conta: il nostro tempo, la nostra libertà, il nostro pianeta e soprattutto la nostra salute e qualità di vita”. 

Con questo messaggio forte e chiaro, il TEDxMirandola annuncia il tema della sua attesissima terza edizione, legato alla cura della vita della persona e delle cose importanti con idee, storie e riflessioni sulle più grandi fortune che abbiamo. 

Manca ormai meno di un mese. L’ormai nota manifestazione si terrà sabato 24 giugno come sempre all’Auditorium “Rita Levi Montalcini”. L’edizione del 2023, per la prima volta, non avrà più i limiti di capienza previsti dalle regole internazionali TED, quindi potrà raggiungere la massima capienza dell’Auditorium, oltre quota 400 persone. L’edizione di quest’anno sarà, inoltre, Climate Neutral. Questo significa che saranno sviluppati piani di riduzione delle emissioni prodotte per sostenere progetti certificati di tutela ambientale. L’obiettivo è promuovere pratiche di sostenibilità grazie alla partnership con Climate Standard.

Il programma 

Già svelato l’elenco completo degli speaker TEDx che saliranno sul palco dell’Auditorium. Sono previsti diversi speech d’eccezione: del mondo dei social media, ma anche delle neuroscienze, dell’aerospazio e dell’astrofisica.

Tra le personalità coinvolte troviamo Emanuele Ferrari (Content Creator, Influencer a colori), Francesca Martinelli (Home Stager, Autrice, Docente, Influencer), Chiara Bucello e Ludovica Billi (Fondatrici The Deaf Soul, Content Creators), Sergio Suma (Cardiologo e Dirigente Medico), Gianluca Ales (Giornalista, Reporter Sky TG24, Scrittore), Umberto Saetti (Prof. Aerospace Engineering), Francesca Benuzzi (Prof.ssa di Neuropsicologia e Neuroscienze), Andrealuna Pizzetti (PhD Student in Astrofisica), Camilla Ronchetti e Francesca Basaglia (The Opposite: Duo Musicale Emergente).

La giornata sarà preceduta da Biomedical Valley (23 giugno), il workshop del MedTech & Healthcare italiano che – sempre nella stessa arena – darà voce alle eccellenze del territorio. Una grande edizione del TEDx Mirandola è, dunque,  in arrivo per il territorio modenese.

Come sostiene Matteo Stefanini (licenziatario di TEDx Mirandola): 

“Mirandola ha tanto da offrire, sia dal punto di vista scientifico sia culturale. L’entusiasmo che si prova unendo scienza, cultura e intrattenimento è difficile da tradurre a parole, l’unico modo è viverlo in prima persona a un evento TEDx ben fatto. A Mirandola abbiamo costruito una community di partner e volontari davvero straordinaria. Dopo le prime due edizioni di lancio, che hanno raccolto un successo di pubblico e mediatico oltre le attese, la sfida che ora più ci motiva a fare bene è di rispettare le altissime aspettative che si sono create per la qualità culturale e organizzativa dell’appuntamento. Lo dobbiamo anche a questo territorio, che crea tanta ricchezza e merita riconoscenza e riconoscimento”.

Synesthesia è supporter dell’evento

Synesthesia è felice di annunciare il proprio supporto alla terza edizione di TEDx Mirandola, la manifestazione che promuove la condivisione di idee in ambito sociale e tecnologico.

Come sostiene Riccardo Recalchi (CEO di Synesthesia):

“La storia di Synesthesia è da sempre legata a quella del TEDx. Da anni siamo, infatti, partner ufficiale dell’edizione torinese. Abbiamo anche una sede a Modena e per questo motivo siamo molto felici di raddoppiare il nostro sostegno e supportare la terza edizione del TEDxMirandola. Per noi si tratta di un’occasione di dialogo importante con il territorio modenese, un territorio che ha grandissime possibilità di crescita e innovazione. 

Il tema di quest’anno poi ci sta particolarmente a cuore perché pone l’attenzione sul modo di vivere la quotidianità e di stare insieme agli altri. Siamo tutti chiamati a trovare nuove soluzioni e a prenderci cura di chi ci sta attorno. E in questo senso siamo sicuri che l’innovazione digitale e tecnologica possano recitare un ruolo molto importante per migliorare le connessioni e rafforzare i legami tra le persone. In fondo prendersi cura degli altri significa anche questo”. 


Per avere maggiori informazioni sull’evento, clicca qui.

Il 10 e 11 giugno 2023 è in programma la nuova edizione di Open House Torino, l’evento pubblico che consente di visitare case, edifici storici, moderni o contemporanei, palazzi, uffici, appartamenti privati, spazi verdi o sociali e luoghi di interesse in città, abitualmente non accessibili. Due giorni all’insegna della bellezza. Una importante manifestazione dedicata a tutte e tutti coloro che hanno il desiderio e la curiosità di scoprire le meraviglie più nascoste del capoluogo piemontese (e non solo) in modo diverso.

Studio 127: il nuovo smart space di Synesthesia nella nuova edizione di Open House Torino

Tra le location torinesi previste nel ricco programma dell’edizione 2023 di Open House Torino vi sarà anche “Studio 127”,  il nuovo smart space di Synesthesia immaginato come un modello moderno di ufficio, tra tecnologia, design e sostenibilità. Al suo interno trovano casa anche Bianco Tangerine, Innovalang, Tandu, Perabite, Papagena e il team di Synesthesia Events.

Nel 2022 Synesthesia ha inaugurato Studio 127 per offrire a ai suoi dipendenti e ai suoi partner un nuovo modo di lavorare, in un ambiente all’insegna del comfort e della tecnologia. Lo Studio 127 non è solamente un luogo, ma un modello moderno e sostenibile di ufficio. 

Come sostiene Francesco Ronchi (Presidente e fondatore di Synesthesia):

“È stato progettato pensando a noi stessi e a come vogliamo vivere gli spazi di lavoro e lo abbiamo riempito di bellezza, perché le case devono essere funzionali, ma anche belle e divertenti. Ed è per questo che lo abbiamo definito “smart space”. Uno spazio da vivere, fuori dagli schemi, ma anche con semplicità e normalità”.

Synesthesia è partner tecnologico di Open House Torino

Si rinnova anche quest’anno la partnership tra Synesthesia e Open House Torino.

Come racconta Riccardo Recalchi (CEO di Synesthesia):

“Dal 2019 siamo partner tecnologico di Open House Torino e questo ci rende molto felici perché grazie al lavoro delle ragazze e dei ragazzi della nostra Factory contribuiamo ogni anno in modo concreto a rendere maggiormente accessibile le bellezze del territorio. Abbiamo realizzato l’app che consente la registrazione e prenotazione di questa straordinaria manifestazione che apre le porte di luoghi solitamente inaccessibili (alcuni del tutto sconosciuti). Buon Open House Torino 2023 a tutti!”

Quali sono le tappe da non perdere?

L’edizione di quest’anno sarà ancora più ricca rispetto a quella del 2022: oltre 130 luoghi, edifici storici e pionieristici saranno visitabili da visitatori provenienti da tutto il mondo. Ecco qualche piccola anticipazione presente all’interno del ricchissimo programma.

Per gli amanti del caffè, grande curiosità e interesse suscita sicuramente la Factory 1895, che da anni ospita il principale stabilimento produttivo di Lavazza. All’interno del complesso produttivo, nel 2020 è stato aperto uno spazio di degustazione e racconto – dalla selezione dei chicchi alla lavorazione – pensato come una torrefazione d’avanguardia tutta da scoprire.

Facciamo un viaggio dentro l’eccellenza musicale e artigianale italiana visitando l’Accademia Liuteria Piemontese San Filippo. Ospitata dentro il complesso di San Filippo Neri questo luogo nasce per tramandare la bellezza e il rigore del mestiere di liutaio. Qui maestri liutai, scienziati e professionisti di diversi settori insegnano l’arte della costruzione degli strumenti musicali a studenti e studentesse di tutte le età favorendo la crescita di nuove botteghe di liuteria. Un luogo ricco di storia tutto da scoprire, non solo per gli appassionati di musica.

Non mancheranno poi gli edifici sostenibili come Casa Hollywood (dotato di serre verdi bioclimatiche) e Molecular Biotechnology Center – MBC (con un meraviglioso giardino posto al suo interno cortile) e il 25 Verde (un intero condominio concepito come una vera e propria foresta abitabile). A proposito di giardini, sotto il monte dei Cappuccini esiste un luogo incantato che nasconde un’oasi verde, ricca di piante e spazi per il relax, dove un acero giapponese è il protagonista. Il Giardino Segreto incarna tutta la bellezza nata dall’unione fra natura e design. Nelle stanze di gusto classico, interamente dipinte di bianco e con boiserie d’epoca, risaltano le forme e i colori caldi di un arredamento variegato.

Tra le bellezze architettoniche contemporanee più affascinanti troviamo Casa Y. Con una larga finestra rettangolare aperta sulla collina di Pino Torinese, l’edificio in cemento e vetro ha ricevuto un’importante attenzione in Italia e all’estero dalla stampa specialistica e non. 

Per gli amanti dell’arte segnaliamo CRAG Gallery, uno spazio di sperimentazione e condivisione artistica. Oltre alla scultura e alla fotografia, la galleria dedica un’attenzione particolare alla pittura figurativa e all’attività di scouting verso artisti e artiste emergenti. Lo spazio “neutro” di un contenitore bianco diventa così il luogo ideale per finalizzare questa ricerca, in una zona della città sempre più legata alla cultura e all’arte contemporanea.

Le tappe qui elencate sono solo una minima parte di quelle presenti all’interno dell’intenso programma di quest’anno. Non sarà facile scegliere quale luogo visitare.

Open House Torino fa parte di Open House Worldwide, rete internazionale diffusa in oltre 50 città nel mondo in tutti i continenti.


Ogni giorno, Synesthesia, grazie al lavoro di team esperti, sviluppa applicazioni all’avanguardia per i propri clienti e per i propri partner. Scopri le nostre Creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata.

Lorenzo, la tua storia è legata a quella di React Native. Da anni sei un Senior Software Engineer in Microsoft. Ci racconti un po’ di te e del tuo percorso?

“Sono sviluppatore in Microsoft da tre anni e React Native Maintainer da cinque. Ho iniziato il mio percorso come Maintainer di React Native che ero già qui a Londra nel circuito delle startup e in quel periodo lo stavo facendo in maniera completamente volontaria fuori dall’orario di lavoro.

Successivamente, sono passato a una società di consulenza americana dove è iniziato a diventare parte integrante delle mie responsabilità, fino a quando sono entrato in Microsoft. Da questo momento in poi, ho iniziato a lavorare su React Native in modalità full time. Attualmente il mio lavoro è quello di rendere React Native il miglior tool possibile per le necessità di Microsoft e la community in generale – ed essere un Maintainer del progetto stesso mi abilita a farlo al meglio”.

Stiamo per inaugurare React Native Heroes. Che cosa ti aspetti da questa esperienza?

“Penso che sia un’ottima domanda. Io ho fatto il Politecnico a Torino e poi dopo un anno e mezzo di lavoro mi sono trasferito a Londra. Prima della pandemia, qui a Londra c’era quasi un meetup a settimana solo per JavaScript. In generale, la comunità degli sviluppatori qui era talmente attiva che una delle battute con dei miei amici era che, se uno avesse voluto sarebbe riuscito a sopravvivere di pizza ogni sera andando sempre ad un meetup diverso. A Torino invece, che io sappia, c’erano solo due piccole community. Ricordo bene che ne esisteva una che si chiamava TorinoJS.

Mi aspetto che da allora le cose siano cambiate anche un po’ qua; in questo senso questa conferenza me la immagino come l’onda di un sonar che viene inviata per capire cosa ci sia effettivamente nella comunità italiana degli sviluppatori JavaScript, React e React Native. Adesso che sono lontano è difficile capire quanto effettivamente questo software sia usato nel panorama italiano e non vedo l’ora di parlare con le altre persone alla conferenza e imparare dalle loro esperienze”.

Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo talk “THE WORK THAT YOU DON’T SEE”?

“Il mio talk nasce dal desiderio di spiegare quanto React Native non sia solo quello che uno vede al primo colpo d’occhio.

Quando ci si approccia a React Native, se uno apre la repository su GitHub, nello specchietto laterale non c’è un linguaggio dominante, ma ce ne sono addirittura sei diversi e questa complessità può intimorire. Non solo quello: di solito, quello che succede quando si fa una nuova release è che si annunciano le feature nuove, quelle più esaltanti, quelle che spingono lo sviluppatore a fare un upgrade.

Però c’è anche tutta una serie di altri processi e lavori in corso dietro le quinte e nel mio talk voglio puntare i riflettori proprio su questi avvenimenti, che sono fondamentali per la salute del progetto. È un po’ come se stessimo rifacendo le fondamenta di una casa senza che nessuno degli abitanti se ne accorga. Di tanto in tanto, secondo me, è anche importante celebrare le cose che di solito non vengono celebrate”.

Qual è l’approccio di Microsoft? Come usate il framework?

“Non c’è una risposta semplice. Microsoft ha fin da subito guardato a React Native con molto interesse e diversi team avevano cominciato a cercare di capire come utilizzarlo fin dalle prime release. A grandi linee, il concetto chiave di React Native è “uso Javascript tramite un layer intermedio per controllare e creare applicazioni native”, e questa flessibilità ha dato modo a team come quello di Skype di utilizzarlo per le loro app mobile e ormai da anni sono completamente in React Native. 

In maniera “simile ma diversa” dentro Office si sono interrogati: “perché limitare questo approccio solo ad Android e iOS? Cosa ci impedisce di espanderci a Windows e macOS?” questo perché, ovviamente, la suite Office è soprattutto desktop. Proprio grazie al fatto che questo layer intermedio è componibile in applicazioni native già esistenti (io posso avere Word e aggiungere questo layer in maniera mirata per implementare una feature precisa) sono riusciti, nel corso del tempo, non solo a espandere React Native su Windows e Mac OS (nota: anche questi progetti sono disponibili su GitHub), ma anche ad aumentare i prodotti di punta con integrazioni tramite React Native, e adesso siamo al punto che più di 20 software Microsoft usano React Native in un modo o nell’altro.

Anche Windows 11 usa React Native nello Start Menu, nella raccomandazione del launcher e nei settings di sistema. La componibilità di React Native, aggiunta al fatto che è open source ed è quindi espandibile, è stata la ricetta perfetta per noi per assimilarlo in maniere diverse all’interno di tantissimi nostri software e prodotti”.

Qual è il tuo personale approccio all’utilizzo di React Native? Come pensi che cambierà l’approccio a questo framework nel futuro?

“È un po’ difficile per me avere un’opinione strettamente personale perché sono talmente coinvolto in React Native che diventa complicato definire i confini tra la mia visione del progetto e come vogliamo farlo evolvere. Quello che penso è, quindi, direttamente collegato con quello che vedo succedere. La cosa che più di tutte mi aveva affascinato di React Native era la semplicità, visuale e non, del codice. Ho sempre trovato React Native e JavaScript molto accessibili e sono convinto che sia ancora così. Non solo: secondo me non abbiamo ancora visto la forma finale di React Native – ci sono tecnologie che dopo 5 anni bene o male sono stabili; invece React è in giro da dieci anni, React Native da otto, e ancora adesso comunque stiamo costantemente rivisitando anche delle sue parti e idee fondamentali.

Si tratta di un progetto vivace con una community estremamente appassionata, proprio per via di quello di cui parlavo prima: l’accessibilità. Per fare un esempio pratico: con React Native non ti serve più un Mac da millemila euro per sviluppare applicazioni iOS, perché puoi usare servizi come Expo che ti permettono di fare le build delle tue app tramite il cloud, e poiché uno può modificare il codice JavaScript al runtime “over the air”, di colpo ti basta anche solo un browser (attraverso Expo Snack, per esempio) per scrivere il tuo codice e il tuo cellulare può diventare il “test device” della tua demo app. E, bene o male, quello stesso codice funzionerà allo stesso modo su Android!

Ma anche in ambienti corporate React Native è uno strumento che aumenta l’accessibilità. Ad esempio, uno dei miei colleghi qualche giorno fa raccontava in un talk che dentro Office c’è ancora del codice degli anni Ottanta, e quel codice è sicuramente inaccessibile: sarebbe difficile oggi assumere uno sviluppatore in grado di lavorarci. Però se aggiungi dei layer intermedi come React Native e permetti agli sviluppatori di usare JavaScript per contribuire a questi applicativi (con risultati che sono poi effettivamente nativi) di tenere vivo quel software.

In conclusione, React Native è un grande abilitatore. Non abbiamo ancora visto tutto e, secondo me, non ci annoieremo. Trovo incredibile il fatto che un software che è in giro da quasi dieci anni sia ancora così tanto “in movimento”. Tutto questo mi dà un senso di sicurezza, perché vuol dire che i problemi vengono discussi e in gran parte risolti per venire incontro alle esigenze attuali del mondo del software”.

Grazie Lorenzo, ci vediamo a React Native Heroes!

“Grazie a voi. A presto!”


Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni. Intervista a cura di Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).

Da circa 6 anni sei Tech Leader React Native in Synesthesia. Quali pensi siano i punti di forza di questo framework?

“Sicuramente un punto di forza di React Native è l’utilizzo di codice cross platform, cioè la condivisione di codice di sviluppo eseguibile sia su Android che su iOS, ma anche web, macOS e Windows, ovviamente con le giuste accortezze. Questo consente un significativo risparmio nella scrittura e manutenzione del codice per le due piattaforme. React Native si basa su React. Questo consente agli sviluppatori React di avere una curva di apprendimento più agevole poiché molti dei concetti e principi di sviluppo rimangono gli stessi. Per non parlare della community, React Native ha alle spalle una grandissima community che contribuisce alla crescita del framework sviluppando e mantenendo molte librerie utili per lo sviluppo”.

Stiamo per inaugurare React Native Heroes. Le prime edizioni hanno sempre un sapore speciale. Questa è anche la prima volta per te che sali sul palco del Museo dell’Automobile per parlare di React Native. Come ti senti? Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo talk, “React Native and Web3: blockchain capabilities”?

“L’idea mi emoziona molto, diciamo che erano anni che speravo in questo evento e finalmente sarà inaugurato. A mio parere, questi eventi sono di enorme importanza perché offrono la possibilità di immergersi in un contesto stimolante e arricchente per la crescita come programmatore. Oltre a ciò, consentono di confrontarsi con altri professionisti del settore e acquisire nuove competenze. Parlando del talk vedremo come React Native può essere utilizzato per realizzare applicazioni in grado di interagire con una blockchain, attraverso librerie open source, quali etherjs e web3js. Vedremo, quindi, come sviluppando una piccola app in react native sia possibile eseguire sulla blockchain alcune delle principali operazioni come invio/ricezione di token”.

Quali sono secondo te gli speech da non perdere assolutamente?

“Sicuramente il talk di Lorenzo Spinelli che parlerà di come creare un’architettura scalabile e mantenibile nel tempo. Una buona architettura è fondamentale per garantire lo sviluppo e la crescita di un progetto, soprattutto nel lungo periodo. Spesso, gli sviluppatori possono trovarsi in difficoltà nel mantenere e far evolvere le loro applicazioni se l’architettura non è stata progettata adeguatamente fin dall’inizio.

Il talk di Tomasz Sapeta che ci parlerà di come sviluppare un modulo nativo con expo, questo per molti è un limite poiché richiede conoscenze di programmazione nativa che non tutti i programmatori React Native possiedono, sono curioso di vedere come sia possibile semplificare il processo”.

Parliamo del futuro di React Native. Come sta evolvendo il framework? Che cosa possiamo aspettarci?

“Al momento, React Native sta attraversando un periodo di transizione significativo. Da circa un anno, è stata rilasciata (in fase sperimentale) una nuova architettura che rivoluziona l’intero framework. Questa nuova architettura si concentra sull’ottimizzazione della scalabilità e delle performance delle applicazioni. Per rispondere alla crescente competizione con altri framework sono state rilasciate numerose librerie e strumenti che puntano a migliorare le performance complessive e l’esperienza di sviluppo delle applicazioni.

Guardando al futuro, mi aspetto ulteriori sviluppi e innovazioni nel framework. La comunità di sviluppatori è molto attiva: fornisce costantemente feedback, contributi e nuove idee per il miglioramento del framework. Questo significa che possiamo aspettarci nuove ottimizzazioni delle prestazioni, nuove funzionalità, miglioramenti dell’usabilità e un supporto sempre crescente per una vasta gamma di piattaforme”.

Grazie Umberto, ci vediamo a React Native Heroes!

“Grazie a voi”.

Che cos’è Faber?

Da ormai 15 anni, Faber Meeting favorisce l’incontro di giovani creativi con le imprese e le organizzazioni. Il progetto nasce a Torino nel 2007 con l’obiettivo di promuovere la conoscenza e la diffusione di mezzi e strumenti legati alla creatività digitale attraverso un concorso nazionale e un premio. L’iniziativa mira, infatti, a creare un ambiente dove i vincitori del concorso, le aziende e i partner coinvolti sono immersi in uno spazio di interazione e collaborazione per progettare, esplorare e sperimentare il rapporto tra gli strumenti digitali e lo sviluppo economico e sociale, per allargare il mercato del digitale verso le PMI  e per stimolare la domanda di prodotti innovativi.

Importanti le ricadute professionali: più del 90% dei partecipanti alla scorsa edizione hanno infatti riconosciuto un ruolo fondamentale dell’iniziativa nel proprio percorso imprenditoriale e lavorativo. Faber ha visto partecipare oltre 1000 giovani nelle fasi di concorso, sono stati 470 i progetti presentati e più di 150 quelli premiati che hanno potuto partecipare al Faber Meeting. In cinque edizioni, le imprese partner sono state più di 200 e 106 gli speaker coinvolti in workshop, talk, tavole rotonde. Quest’anno sono ben 4 le categorie di concorso previste: Live action & Animazione, Visual & Graphic design, Gaming, realtà aumentata e realtà virtuale, Web, app, social.

Come si partecipa al Faber Meeting

Faber si sviluppa in due momenti principali:

Il Faber Meeting è a numero chiuso: può partecipare solo chi è stato segnalato dal concorso. Per iscriversi, occorre selezionare una delle quattro categorie di concorso e candidare un proprio progetto con una singola opera per ogni sezione del concorso. L’opera realizzata dovrà essere inedita e non c’è nessun vincolo tematico.  

Synesthesia partecipa al Faber Meeting

Quest’anno Synesthesia sarà sponsor ufficiale di Faber. Come sostiene Francesco Ronchi (Presidente e fondatore di Synesthesia):

“Da sempre supportiamo le idee innovative e i giovani creativi nel loro percorso imprenditoriale e lavorativo. Solo se siamo disposti a percorrere nuove strade e a promuovere queste visioni possiamo davvero fornire delle risposte adeguate alle esigenze di un mercato che cambia in continuazione. Per questo motivo siamo felici di aderire al prestigioso concorso Faber come partner. Non vediamo l’ora di conoscere nuovi talenti e scoprire le idee brillanti,  in grado di anticipare i trend e i grandi cambiamenti”.