Alice, tra le tante attività che svolgi in ambito digitale, dirigi un interessante progetto editoriale, l’Osservatorio di Antropologia digitale Be Unsocial. Di cosa si tratta esattamente? Come nasce l’idea di dar vita a questa iniziativa di antropologia digitale?

“Be Unsocial ha radici lontane. Sono inciampata sull’etnografia digitale per caso parecchi anni fa ed è stato amore a prima vista. Non poteva essere altrimenti: ho un background ibrido, a cavallo tra lettere moderne prima e pubblicità, e da tempo cercavo di portare un approccio più umanistico nel mio lavoro di digital strategist.

L’etnografia digitale mi ha fatto capire che era possibile affiancare al marketing uno sguardo più autentico e vicino alle persone. Da queste premesse, il mio interesse per l’antropologia digitale è esploso negli ultimi due anni e la nascita di Be Unsocial ha coronato il sogno di portare questa cultura anche nel nostro Paese e nei processi aziendali.

Avvicinarsi all’antropologia digitale è come intraprendere un viaggio che si rivela essere molto più lungo di quanto avevi inizialmente programmato. Lo scopo del mio osservatorio è quello di fornire mappe utili per capire come noi esseri umani ci muoviamo in Rete. Si impara tanto degli altri, che possiamo osservare come vere e proprio tribù, ma anche di noi stessi.

Questo accade perché tale disciplina cerca di trovare un equilibrio tra l’universale e il particolare, tra somiglianze e differenze. Cerca di comprendere le connessioni all’interno della società e il digitale e di spiegare le interrelazioni con i dispositivi tecnologici che ci circondano”. 

Che cosa vuol dire essere una ricercatrice di cultural insight e small data per le aziende tecnologiche? 

“Significa comprendere innanzitutto le identità culturali delle persone, dove per “cultura” non intendiamo “quanti libri hanno letto o quali musei hanno visitato” ma quell’insieme di pattern che sono adottati nella quotidianità: i gesti, le abitudini, le credenze, le emozioni che si provano. Sono tutti insight importanti, ovvero conoscenze che possiamo raccogliere sul pubblico. A volte si usa il termine “thick data”, proprio per sottolineare che si tratta di informazioni “di un certo peso”; altre semplicemente si usa small data, perché in fondo sono piccoli dati visibili solo a un occhio umano.

Tornando al termine “cultura”, è interessante notare come questo termine abbia origine dalla parola latina colere, che si traduce “coltivare”. In effetti, l’antropologia cerca di far avanzare la conoscenza sugli aspetti dell’umanità che non sono naturali (innati) ma piuttosto coltivati, acquisiti.

Come i comportamenti, le relazioni e il linguaggio. E sono proprio questi tre aspetti a essere indagati dall’etnografia digitale soprattutto quando applicata al mondo corporate.

È immenso il patrimonio di conoscenze che un brand può acquisire semplicemente grazie all’osservazione dei propri consumatori: come si comportano con il loro prodotto, quali sono le leve di engagement dentro la community di riferimento, che linguaggio utilizzano. Small data, appunto, che affiancano i risultati dell’analisi quantitativa (e che spesso ne restituiscono un significato)”.

“È immenso il patrimonio di conoscenze che un brand può acquisire semplicemente grazie all’osservazione dei propri consumatori”

Che rapporto c’è secondo te tra la tecnologia e la cultura?

“La relazione tra le due è strettissima, un tutt’uno. Basta stare a una delle definizioni più classiche di cultura fatta risalire all’antropologo vittoriano Sir Edward B. Tylor, che nel 1871 definì la cultura come “quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, le arti, la morale, la legge, i costumi e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo”. Una definizione questa che ci suggerisce che la cultura si riferisce alle capacità mentali (pensieri) e al comportamento (azioni); implica che sia appresa e condivisa, integrata e dialettica. Non è forse questa la natura stessa della Rete? 

La cultura è l’insieme di capacità, nozioni e forme di comportamento che gli individui hanno acquisito come membri di una società. E la tecnologia, in tutte le sue forme, ne è la massima espressione. In antropologia, per “artefatti culturali” ci si riferisce a tutto ciò che è stato creato da un essere umano che può fornirci informazioni sulla cultura del suo creatore e degli utenti. Eccoci dunque a studiare gli strumenti – smartphone, tablet, assistenti vocali – ma anche l’uso che si fa di questi strumenti – selfie su Instagram, video su TikTok, recensioni su Amazon”. 

“la cultura si riferisce alle capacità mentali (pensieri) e al comportamento (azioni); implica che sia appresa e condivisa, integrata e dialettica. Non è forse questa la natura stessa della Rete?” 

Che rapporto hai tu con le nuove tecnologie?

“Sono curiosa, e mi approccio agli strumenti da consumatrice, prima ancora che da ricercatrice. Mio padre è stato un early adopter di ogni genere di tecnologia e così ho avuto la fortuna di crescere tra i primi computer e cellulari, nonché di potermi muovere in Rete quando ancora era poco diffusa in Italia. Ero piccola, e mai avrei immaginato che un domani sarebbe diventato il mio lavoro. 

Con l’adolescenza, ho vissuto poi un lungo periodo nerd: smontavo i case, montavo schede grafiche, passavo intere giornate prima sulle messaggerie e poi su IRC. A guardarmi indietro, ciò che mi affascinava di più era capire cosa c’era dietro agli strumenti che abitavano la mia casa e come le persone interagivano tra loro online. Ieri come oggi”.

Nel 2018 hai pubblicato il primo saggio italiano sull’approccio netnografico “People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale” (Cesati). Perché è così importante studiare il comportamento degli utenti in rete?

“Perché siamo esseri umani anche dietro ai nostri schermi, con le nostre paure e i nostri bisogni. Ed è riduttivo segmentare gli utenti in Rete secondo le logiche del marketing e delle personas. Siamo molto altro, e possiamo scoprirlo solo attraverso l’osservazione umana che va ben oltre le analisi di mercato. 

Come riporto nel primo capitolo del libro, il gesto del trasformare in storie i dati raccolti dall’osservazione è antichissimo. Erodoto, per esempio, già nel quinto secolo avanti Cristo, ha scritto dei “popoli barbari” a Est e a Nord della penisola greca. Ha fatto quello che oggi fa un netnografo: si è impegnato in uno studio culturale comparativo nel confrontare i costumi e le credenze di queste “community” con quelli di Atene. Perché Erodoto prima e noi dopo osserviamo gli altri? Per contestualizzare il presente, capire il passato, e soprattutto tracciare la proiezione del futuro. Osservare aiuta a prevedere ciò che potrebbe accadere, quali trend potrebbero prendere piede e diventare nuovi riti”.

“Perché Erodoto prima e noi dopo osserviamo gli altri? Per contestualizzare il presente, capire il passato, e soprattutto tracciare la proiezione del futuro.”

Come è cambiato il nostro comportamento in Rete dopo il Covid? 

“Ad Aprile, ero convinta che qualcosa stesse cambiando nel nostro uso dei social media: sembrava stessimo diventando tutti più consapevoli dell’esposizione in Rete. Mi sono dovuta ricredere a posteriori, lo ammetto. A livello individuale, a conti fatti, l’emergenza sanitaria non ci ha reso persone migliori; semplicemente, ci ha resi più “noi stessi”, più autentici agli occhi degli altri. 

“l’emergenza sanitaria non ci ha reso persone migliori; semplicemente, ci ha resi più noi stessi”

Il lockdown ha imposto una narrativa più reale, ma non perché abbiamo capito chissà quale valore spirituale della vita. Semplicemente, ciò che poteva rappresentarci era limitato: per mesi al posto degli aperitivi in piazza o a bordo piscina, abbiamo pubblicato il pane fatto in casa perché era la massima rappresentazione “patinata” che potevamo fare di noi. Con le riaperture, siamo tornati a fare quello che facevamo prima: essere indignati su Facebook e mostrare le spiagge paradisiache su Instagram. Un ulteriore segno che l’essere umano si adatta a ogni circostanza, ma tende a non voler cambiare schemi di comportamento”.

È possibile rintracciare nel linguaggio dei social network tracce di futuro?

“Certamente, ma occorre non fare l’errore che ho commesso io durante il lockdown:avere fretta di giungere a conclusioni e dare giudizi affrettati. Intercettare tracce di futuro significa avere pazienza, immaginare scenari, collezionare segnali, mappare delle ricorrenze di comportamenti, usi e costumi sul medio e lungo termine. Su questo uno strumento estremamente interessante da usare come punto di partenza è Google Trends, che ci permette di monitorare gli andamenti delle tracce che stiamo seguendo”.

Parliamo ora di un tema particolarmente caro a GirlsTech, il gender gap in ambito STEM. Secondo Alice a che punto siamo oggi? 

“Uno dei miei principali campi di interesse con Be Unsocial riguarda la Generazione Alpha, i bimbi nati dopo il 2010 per intenderci. Ancora più delle generazioni precedenti, gli Alpha tendono a imparare e giocare allo stesso tempo. I contenuti “a domicilio” su YouTube stanno diventando sempre più popolari, soprattutto quelli che stimolano le competenze STEM. Interessanti, per esempio, i casi esteri di Coding Critters, RosieReality e Funexpected. Oppure Amazon STEM Club, che incoraggia l’esplorazione e la creatività tra bambini di tre e quattro anni con giocattoli scelti da esperti.

“Ancora più delle generazioni precedenti, gli Alpha tendono a imparare e giocare allo stesso tempo”

In Italia seguo con interesse il progetto Stem*Lab Scoprire Trasmettere Emozionare Motivare, selezionato da Con I Bambini Impresa Sociale nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coordinato dal Consorzio Kairos di Torino. Insomma, da osservatrice esterna, le cose si stanno muovendo lentissime, ma nella giusta direzione”.

Ultima domanda: Alice cosa farà nel futuro?

“Sarò breve: porterò avanti Be Unsocial, cercando di far crescere in Italia la conoscenza di questa affascinante materia che è l’antropologia digitale e la consapevolezza del valore degli small data che si possono raccogliere. Soprattutto per i brand”. 

Continuate a seguire Synesthesia e Girls Tech (evento dedicato alla lotta contro il gender gap femminile in ambito STEM) per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Continueremo a raccontarvi le loro storie e visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.

Questa iniziativa nasce dalla sua esperienza pastorale negli Atenei Universitari della città?

“Il mio lavoro è quello del «coordinatore». Abbiamo avviato da alcuni mesi il servizio per l’Apostolato Digitale come prima diocesi d’Italia per ripensare in chiave teologica all’impatto che l’ambito informatico ha comportato nella società, quindi per me questa “missione” rappresenta l’emanazione dell’impegno che ho assunto. Insegnando teologia della trasformazione digitale all’Università Cattolica a Milano e spiritualità delle società emergenti all’Università di Torino, l’aspetto scientifico, accademico e pastorale si è unito al background della consulenza legale che mi apparteneva prima. L’idea di proporre Torino come capitale per l’Intelligenza Artificiale nasce dall’affetto viscerale per questa città. Da cappellano universitario percepisco quotidianamente la fatica di studenti che vorrebbero mettere radici in questa città ma le opportunità per farlo sono scarse. Come parroco invece respiro la stanchezza di 40enni che vorrebbero costruire un futuro più concreto per i loro figli. A partire dal placet del Vescovo, passando da quello della Sindaca, quindi a seguire gli Atenei, l’Unione Industriale e a propagazione tante altre realtà, tra cui anche Synesthesia. L’idea che nasca dalla Chiesa questo interesse è senz’altro disruptive, ma è anche garanzia del fatto che l’azione non sia inficiata da scopi politici e imprenditoriali, ma dettata da complici alchimie spontanee che si stanno facendo avanti per rendere protagonista un tessuto connettivo tecnologico promettente”.

Quali scenari si pensa di poter contaminare con questa candidatura?

“La ricerca e lo sviluppo per le imprese in primis, poi una governance che subentrerà per assicurare un equilibrio sistemico alle filiere, andando così a legittimare una candidatura seria. Torino non deve costituire un indirizzo fisico specifico quanto un riferimento che nulla tolga ad altri siti ad alto tasso di innovazione, quali l’eolico presso il Lago Maggiore o l’agrifood nel cuneese. L’intento è creare dei cluster che afferiscano a una città collettore di possibilità e nodi la cui rete neuronale sia il più capillare possibile”.

Quali sono i prossimi passi che si è prefisso di riuscire a compiere?

“Una visione profetica, politica e industriale non deve esaurirsi in una conferenza stampa ma prefiggersi la durabilità dei progetti nel tempo. Nell’epoca del diluvio della trasformazione digitale ciò che accade oggi, se non lascia un segno tangibile, domani è già dimenticato. Il processo di ascolto delle imprese, delle diverse realtà coinvolte e degli studenti sta modificando continuamente la progettazione della filiera in modo che possa portare risultati concreti grazie a figure competenti che consentono la delicata costruzione di questi passaggi. Questo processo è ciò che muove i grandi attori quanto i piccoli, come l’equilibrio ricalibrato costantemente tra i reciproci interventi. Il tentativo è innescare un cambiamento accompagnandolo, per poi farsi da parte e lasciarlo gestire a chi sarà deputato al compito”.

A tendere l’obiettivo più ambizioso quale potrebbe essere?

“Non fregiarsi di qualche titolo ma avere l’onore  di giocare questa partita per conto dell’Italia, perché può dimostrare di esserne all’altezza, se la stima se la saprà guadagnare. Puntiamo a rafforzare il senso di consapevolezza tecnologica e sul saper fare squadra, dato che la capacità di affermazione non manca. Non possiamo aspettare che qualcuno lo faccia per noi o che ci sottragga l’occasione. In autunno i tempi saranno maturi per portare avanti le azioni incisive che determineranno i risultati dell’operazione. Non possiamo aspettare, il futuro ci troverà pronti”.


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Wolfgang, nel 2003 nasce Droplet. Ti va di raccontarci la sua storia?

“Droplet nasce a seguito di quella che era stata la grande disillusione di Internet. Tra il 1996 e il 2000 c’era stato il boom delle Internet Company e molte aziende erano entrate in borsa promettendo grandi fatturati. Tutto questo non era successo e nessuno più credeva nel web. In quel periodo avevamo trent’anni e avevamo subito capito che pubblicare un contenuto e vederlo immediatamente disponibile a decine di miglia di distanza era un fenomeno dal quale non si sarebbe più tornati indietro. L’altra cosa di cui ci siamo accorti in quel periodo è che la moda italiana non era ben rappresentata all’estero: in America, per esempio, i prodotti di moda italiana dei grandi marchi erano presenti soltanto nelle grandi città e se volevi comprare una borsa made in Italy dovevi prendere l’aereo. Ci siamo accorti ancora che c’era un bel differenziale di prezzo tra il prodotto italiano e quello americano. Abbiamo fatto due più due e abbiamo fondato Droplet, una gocciolina nel mare del web, e creato il nostro primo sito di e-commerce, Styledrops.com. Da allora ci siamo messi a vendere su internet accessori di moda italiana con più di 75.000 clienti ricorrenti e abbiamo spedito in 140 nazioni nel mondo. Una decina di anni fa è poi capitata un’altra cosa importante; a un certo punto produttori, rivenditori, terze parti, agenzie di trading si sono messi tutti a vendere prodotti online e noi abbiamo capito che avevamo l’opportunità di rivolgerci ad altre aziende fornendo servizi di e-commerce a 360°”.

Se non avessi creato Droplet?

“Questa è una domanda molto difficile perché vuol dire riflettere su una possibilità del passato. Io in realtà non ho iniziato a fare questo lavoro, non ho iniziato a fare e-commerce, non ho iniziato a occuparmi di internet, anche perché per tutte queste cose il mio mestiere non esisteva. Con il web è stato amore a prima vista. Se non avessi creato Droplet penso che avrei comunque creato Droplet o un’azienda che si sarebbe occupata di web e di e-commerce perché entrambe sono passioni forti per me”.

Quali sono i punti di forza di Droplet?

“Droplet ha una caratteristica particolare rispetto ad altre aziende che fanno lo stesso mestiere: ha fatto e-commerce in prima persona. Quindi noi portiamo sulle nostre spalle un’esperienza di ormai 17 anni di e-commerce e capiamo perfettamente quali sono le cose necessarie per vendere online. Un errore che vedo fare spesso è considerare il proprio sito come punto di arrivo. Il sito è il punto di partenza. Vi sono tutte una serie di attività come il social media management, il digital marketing, come la costante cura del catalogo per offrire al cliente un servizio migliore, di marketplace, di assistenza clienti. Noi ci siamo sempre occupati di spedizioni internazionali e conosciamo bene tutte le problematiche dei dazi. Rispetto ad altre aziende il nostro punto di forza è quello di riuscire a instaurare un dialogo con i nostri clienti supportandoli nel loro percorso di e-commerce con le attività che sono per loro importanti”.

Quale tipo di metodologia utilizzate nello svolgimento dei progetti?

“Nello svolgimento dei progetti cerchiamo di utilizzare perlopiù metodologie AGILE, cioè con sviluppi di prodotto costante e incrementale: ogni 15 giorni cerchiamo di far vedere al cliente un pezzo nuovo di progetto. Oppure cerchiamo di utilizzare metodologie DevOps, quindi con la possibilità di avere costantemente nuove funzionalità in produzione. Questo perché riteniamo sia meglio avere un feedback immediato del cliente. Ancora meglio riteniamo se si può avere il feedback degli utenti invece che avere cicli di lavorazione molto lunghi di 5-6 mesi o peggio un anno per cui non si sa mai se il prodotto realizzato avrà successo oppure no”.

Negli ultimi due anni avete lavorato insieme a Synesthesia su diversi progetti in ambito e-commerce. Quanto è stato importante lavorare con Synesthesia? Qual è stato il suo apporto? 

“Synesthesia è un’azienda che ci piace moltissimo per una serie di motivi. Cercherò di elencarne alcuni, ma non penso siano esaustivi. Il primo è che pensa costantemente all’innovazione e al futuro ed è in grado di cogliere per i propri clienti e partner quelli che sono gli spunti tecnologici più importanti, cioè quelli che sono in grado di creare business. Il secondo motivo è rappresentato dalla sua capacità di fare network con altre aziende. Il campo digital è vastissimo e con molte specializzazioni. Per le piccole e medie aziende non è facile avere tutte le competenze digitali al suo interno. Synesthesia è riuscita a fare network con altre aziende e partner, per cui c’è sempre uno scambio prolifico e utile di competenze e di aggiornamenti di tecnologie. Per noi è importante fare squadra con Synesthesia su progetti che per noi sarebbero troppo impegnativi. Un po’ come una sorella maggiore riesce a coinvolgerci su progetti che hanno importanza anche internazionale. Con Synesthesia abbiamo creato team di sviluppatori Magento con 5-6 programmatori che hanno lavorato in ambito AGILE su progetti a livello corporate, cosa che difficilmente Droplet avrebbe potuto fare da sola”. 

Quali sono gli scenari futuri che attendono Droplet?

“Gli sviluppi futuri che attendono Droplet sono connessi con l’evoluzione dell’e-commerce. Ormai da 5 anni si parla di due tendenze: il multi-channel e l’omnichannel. Il multi-channel è la possibilità di sviluppare canali di vendita diversi. Le aziende popolano i canali di Facebook, e-commerce e il negozio fisico in modo indipendente. Invece, l’omnichannel rappresenta una tendenza molto più pervasiva perché le aziende provano a costruire quello che viene definito una customer journey unica, per cui io posso vedere un prodotto su Facebook, andarlo a provare in negozio e acquistarlo sul sito dell’azienda. Questo approccio fino a qualche tempo fa veniva stigmatizzato. Negli ultimi anni in Cina sono stati creati dei negozi in cui vai provi il prodotto e lo ordini sullo smartphone. Altri esperimenti nel mondo dell’e-commerce vanno in questa direzione. Vi sarà sempre più integrazione tra il mondo fisico e quello online. I filosofi parlano di mondo “on life”. L’altra grande tendenza è l’e-commerce guidato dai dati, il cosiddetto “data-driven”: avere a disposizione i dati serve a migliorare il digital marketing da un lato e dall’altro a strutturare dei percorsi all’interno del mio e-commerce per determinate tipologie di utenti. Posso quindi creare dei cluster di utenti ordinati per tipologia. Si tratta di settori molto impegnativi che coinvolgono l’intelligenza artificiale e settori avanzati a livello tecnologico.

L’ottica è sempre quella di dare ai clienti di Droplet un’esperienza full-service il più possibile completa. Per questo è importante per noi appoggiarci ad aziende come Synesthesia che possono fare da guida verso nuovi scenari e nuove tecnologie”.


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Nicola, ci racconti la tua storia in Synesthesia?

“La mia storia professionale comincia prima che Synesthesia nascesse. Ho iniziato a collaborare con Francesco (CEO di Synesthesia) nel 2010 su alcuni progetti di sviluppo Android. Per circa due anni ho lavorato con lui che all’epoca era un freelance e siamo rimasti costantemente in contatto. Dopo la nascita di Synesthesia ho seguito con interesse la sua crescita fino al 2012, quando la mia voglia di cambiare si è incrociata con la necessità di avere il primo project manager dedicato in Syn e nell’ottobre 2012 sono salito a bordo.  Synesthesia era piccola, contava meno di 10 persone, quasi tutti sviluppatori mobile”.

In che cosa consiste il ruolo che svolgi? Di cosa ti occupi esattamente?

“Nell’arco di questi 8 anni, Synesthesia è cresciuta in modo vertiginoso. I ruoli si sono arricchiti e strutturati. Per parlare del lavoro che svolgo io partirei un po’ dalla sua evoluzione: a partire dall’essere un project manager fino ad aver responsabilità su altre aree con team di 60-70 persone. Ciò che faccio è coordinare tutta l’area produttiva della Factory, capisco quali sono le sue necessità e mando avanti il flusso. Mi occupo della fase di pre-sales, quindi delle stime economiche dei progetti, di effort e durata (cioè quanto ci vuole per produrre quel determinato pezzo di software) Mi occupo delle trattative, partecipo alle gare, curo la parte di delivery e operations, quindi coordino il gruppo di PM sui vari progetti, verifico il budget e l’allocazione delle persone”.

Qual è l’approccio che il tuo team ha nella fase di sviluppo dei progetti?

“Siamo versatili e ci adattiamo alle esigenze e alla struttura del cliente. Ci sono progetti che partono con una fase di analisi e design, altri che partono direttamente nella fase di sviluppo. In generale prediligiamo l’approccio AGILE, in particolare SCRUM. Questo, però, chiaramente non è sempre possibile perché dipende dal progetto e dal tipo di budget che il cliente ha a disposizione. Passiamo da progetti che sono waterfall fino ad arrivare a progetti più complessi e strutturati, quelli richiesti dai clienti più grandi che hanno la forza di poterli portare avanti e mantenerli. In questo caso, si tratta di progetti che sono puramente AGILE. Team autogestiti partecipano attivamente alla riuscita di queste commesse condividendo con gli altri le migliori soluzioni. Questa è una delle caratteristiche dell’approccio AGILE, cioè il fatto di essere maggiormente interattivo e migliorativo. Così facendo, ogni progetto, ogni sprint di progetto ci viene un po’ meglio di quello precedente”. 

Le nuove applicazioni utilizzano tecnologie sempre più innovative e di frontiera, basate su importanti scoperte scientifiche e sul significativo impiego dell’intelligenza artificiale. Fino a dove queste tecnologie potranno spingersi?

“Sicuramente ben oltre quello che noi immaginiamo in questo momento. Grazie alla tecnologia a disposizione: possiamo continuare a vivere le nostre vite, ordinare il cibo a casa, vedere film senza andare al cinema per proteggerci dal contagio del coronavirus. Oggi ci sono tecnologie che sono talmente avanti da sembrare quasi magiche, come la traduzione del linguaggio in tempo reale in un’altra lingua; l’identificazione dei pattern nelle foto o nei video; i Sentiment analysis, che consentono di capire il mood di una frase. C’è poi un’altra interessante evoluzione che tende a “portare fuori” la tecnologia dai classici dispositivi (pc, telefoni, televisori) per trasferirli in oggetti che fino a qualche tempo fa erano considerati “non intelligenti”, come per esempio gli orologi o i sensori di vario genere, ora in grado di adattarsi in base all’ambiente”. 

Oggi Google Home e Alexa hanno ormai portato il sistema di riconoscimento vocale nelle case di tutti, un po’ come avvenne tempo fa con le televisioni. Come te le immagini le applicazioni del futuro?

“Le applicazioni del futuro probabilmente non saranno applicazioni. Se portiamo questo paradigma all’estremo non avremo più applicazioni come le intendiamo oggi. Forse non avremo più bisogno di avere un’interfaccia, ci basterà parlare o fare dei gesti. Per esempio, il frigo potrà ordinare dei prodotti non perché l’intelligenza artificiale gli avrà fatto capire che lo yogurt è finito, ma avrà capito che io ne voglio comprare ancora semplicemente perché lo desidero e perché ho un determinato budget da spendere. Molti sistemi simili a quelli che ho descritto esistono già, ma si tratta di sistemi che ignorano alcuni fattori, come per esempio quello del prezzo. Siamo solamente agli inizi di tutto questo. Le applicazioni del futuro saranno certamente molto più integrate con tutto quello che ci circonda. Stiamo andando incontro a una sempre più estesa “virtualizzazione dei processi umani”, che ci permette di compiere qualunque azione attraverso un’applicazione, tramite un servizio, senza dover andare fisicamente in un luogo. Questo rappresenta un vantaggio indiscutibile ”.

Lavorare per Synesthesia significa? 

“Crescere. Crescere con delle persone a cui voglio bene. Significa fare un lavoro che amo profondamente. Lo amo perché lo faccio con le persone giuste che mi danno la fiducia di farlo. É un’avventura incredibile. Quando ho iniziato a lavorare ricordavo a me stesso che ogni due anni volevo cambiare azienda. Per i primi anni è stato così, fino a quando ho iniziato a lavorare qui. Mi auguro di continuare così”.


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Un po’ di storia. Paolo come nasce MELA?

“Mela nasce dalla volontà di mettere a frutto le esperienze maturate su Amazon USA. Infatti, sia io sia il mio collega Pietro Scaglia abbiamo seguito i lanci di diversi prodotti in USA lavorando come produttori in private label. Amazon USA può essere considerata la “serie A” dei marketplace mondiali, il mercato è enorme ma proprio per questo la concorrenza è spietata. Ormai qualsiasi azienda che voglia avere qualche speranza di competere su Amazon USA deve affidarsi ad agenzie specializzate altrimenti non può pensare di emergere rispetto alla concorrenza. Forti di questa esperienza abbiamo deciso di proporci come supporto alle aziende europee che vogliano intraprendere la strada dei marketplace.

Successivamente abbiamo deciso di estendere l’offerta includendo AliExpress, eBay e ultimamente anche il b2b su Alibaba”.

Ci racconti di cosa vi occupate? 

“Noi possiamo aiutare qualsiasi azienda o negozio a pubblicare i propri prodotti fisici sui marketplace. Tipicamente iniziamo con un’intervista per capire le esigenze e soprattutto le potenzialità dei prodotti. Non è raro infatti scoprire che alcuni prodotti non sono adatti ai marketplace b2c oppure che è necessario riprogettare l’offerta con bundle. Altre volte orientiamo il cliente su soluzioni b2b oppure e-commerce che però non seguiamo direttamente.

La competitività è quasi sempre legata alla creazione di un brand che caratterizzi fortemente i prodotti e che possa essere riconosciuto in tutta Europa. Questo è lo scenario ideale. Poi, dopo aver analizzato i prodotti e il brand, elaboriamo una strategia di lancio e mantenimento tipicamente sui 12 mesi. È necessario far comprendere che il lancio sul marketplace è un’attività strategica di medio o lungo termine ma che permette di creare una vetrina negozio visibile da centinaia di milioni di potenziali clienti in tutto il mondo”.

Lo scenario in cui operate è molto competitivo. Qual è la vostra strategia in questo periodo? Come fate la differenza? 

“La strategia è analizzare attentamente le nicchie di mercato su cui posizionare i prodotti. Fortunatamente esistono molti strumenti che ci permettono di avere già un’idea chiara dei volumi raggiungibili, quindi è importante far capire al cliente i punti di forza e le difficoltà e una volta decisa una strategia, partire senza esitazioni. Il nostro valore aggiunto è l’esperienza fatta in USA che ci permette, grazie all’uso approfondito di analytics, di produrre vetrine estremamente ottimizzate e catturare la maggior quantità di traffico organico”.

Come sta cambiando il mondo dell’e-commerce? Quali saranno gli scenari futuri?

“Domanda da un milione di dollari. Diciamo che abbiamo deciso di specializzarci su una verticale molto specifica dell’e-commerce che è quella relativa ai marketplace. E anche solo in questo settore le regole cambiano praticamente ogni giorno: è necessario essere sempre aggiornati per evitare non solo di non performare ma anche di incorrere in sospensioni o penalizzazioni. Le tecniche di lancio e mantenimento, inoltre, sono in continua evoluzione. Tra gli scenari futuri più promettenti io personalmente vedo il social commerce, quindi creare dei feed video o live per presentare i propri prodotti ad audience non ancora coperte dai marketplace tradizionali”.

In che modo Synesthesia e Mela collaboreranno insieme?

“Subito dopo essere passato da venditore private label in USA ad agenzia in Italia ho trovato in Synesthesia il partner ideale per fornire ai clienti soluzioni globali. Spesso infatti le aziende non hanno bisogno solo di proporsi sui marketplace ma cercano un supporto completo per passare dal mercato nazionale, magari fatto da distributori e GDO, a quello internazionale senza intermediari tipico dei marketplace ma anche dell’e-commerce standard. Per fare questo è necessario pensare a una vera e propria digital transformation, passare da un’azienda di produzione e vendita tramite agenti a un’azienda fortemente automatizzata che può far fronte a nuove sfide come l’esportazione in Europa o nel mondo e alla vendita B2C. Grazie a Synesthesia finalmente possiamo offrire una consulenza completa, dalla semplice ottimizzazione di una vetrina prodotto fino alle più complete soluzioni strategiche che impattano su design del brand, comunicazione, logistica, CRM, HR per rendere le aziende competitive sul mercato globale. È una grande sfida, ma siamo convinti che, anche grazie al coinvolgimento di Synesthesia, il nostro obiettivo sia raggiungibile”.

Synesthesia aiuta le aziende più ambiziose a essere competitive sul mercato globale attraverso una consulenza completa in ambito e-commerce. Si prende cura delle loro idee e delle loro attività online: dalla pianificazione costi e ricavi fino alla fase di creazione e gestione di contenuti per le vetrine online. Offre piani dettagliati di lancio sul marketplace che consentono la creazione di una vetrina negozio visibile da milioni di potenziali clienti in tutto il mondo


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Che cos’è TheLab?

“Oggi TheLab è un’azienda specializzata nello sviluppo e nella commercializzazione di app. Siamo partiti con un’idea, validata e finanziata nella Silicon Valley. Poi abbiamo creato un team molto agile con competenze specifiche. Dall’esperienza come start-up abbiamo tratto gli insegnamenti che cerchiamo di condividere con le altre aziende con cui lavoriamo. Facciamo da mentor a chi ha le idee giuste ma ancora poca esperienza”.

Qual è la sfida più grande nel produrre app ?

“Dipende a chi lo chiedi! L’elemento di sviluppo comporta necessariamente aggiornamento quotidiano e una gestione “agile” del team che ci permette di collaborare “seamlessly” con altri dev team, in particolare con i gruppi di lavoro di Synesthesia.

Ma abbiamo imparato che senza tenere conto del marketing non si va da nessuna parte. Non solo bisogna sapere commercializzare l’app in mercati e su piattaforme con un pubblico differente, ma soprattutto integrare i criteri del digital marketing già dal design del prodotto. Questo vuol dire pensare a una UX che valorizzi e aumenti le conversioni, e soprattutto conoscere nel dettaglio e sfruttare al massimo strumenti come sonde e analytics. Grazie al minuzioso lavoro di marketing, oggi abbiamo app come Facestar e Facebrity nella top 10 di molti paesi in ambito entertainment”.

Pensi che aziende più grandi e strutturate possano adottare questa attitudine?

“Dovrebbero e in parte qualcuno sta già cambiando approccio. Ma i tempi di trasformazione per una realtà molto grande sono lunghi. Il nostro vantaggio è che ci siamo “pensati” già per questo flusso di lavoro. Anche nel periodo più recente, con tutti i problemi legati all’emergenza Covid-19, riusciamo a lavorare su molti progetti con un team ridotto ma molto affiatato, che non si spaventa se il progetto cambia direzione. Il momento di pivot è la norma per le start-up, mentre in ambito corporate non è visto di buon occhio”.

Parliamo di progetti conto terzi. Cosa cercano i clienti in TheLab ?

“Competenze specifiche e tempi rapidi di sviluppo. Non posso entrare nei dettagli, ma stiamo lavorando con un provider ad un’app per la gestione della fatturazione elettronica. Poi ci sono dei progetti legati al food, in cui ci viene chiesto di gestire (sempre con un’app) prenotazioni e community. Sicuramente adattabilità e processi ben rodati. Su questo non possiamo che essere contenti di lavorare su DevOps (sulla piattaforma Microsoft Azure). Forse la cosa che manca di più (in giro) sono le figure di analisti funzionali e tester. Noi abbiamo investito molto in questo comparto”.

Ora affiancate anche giovani imprenditori e start-up come mentor. Su quali progetti state lavorando?

“Registro ci sta dando grandi soddisfazioni. L’app (la cui idea e sviluppo iniziale è merito di un ex liceale, ora ingegnere) permette di gestire il registro elettronico e la propria vita scolastica a migliaia di studenti. L’app, compatibile con la maggior parte dei registri ufficiali, è già alla 2.0 per iOS e in sviluppo per Android.

Stiamo anche per lanciare un’app social, ma non dico altro altrimenti i soci mi sgridano… Non vediamo l’ora che sia l’autunno. Ci aspettano molte novità!”

Grazie per il vostro tempo e in bocca al lupo per tutto.


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FuturMakers nasce all’interno di Synesthesia, una delle più importanti digital experience company italiane, dove il digitale fa parte del quotidiano.

Ci piace pensare di poter accompagnare, appassionare e indirizzare le nuove generazioni a un utilizzo consapevole della tecnologia, all’apprendimento di quelle che sono le competenze del mondo del futuro.

Abbiamo chiesto ai nostri ragazzi di FuturMakers cosa pensavano della loro “scuola di tecnologia”, dei coach e delle tante cose che hanno imparato durante workshop e corsi, anche negli uffici dei genitori.
Ne è nato un video, divertente e simpatico, pieno della loro freschezza ed energia.

Buona visione a tutti.


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Lucio, come definisci RedAbissi?

“Una start-up con due anime: un’agenzia per la creazione di contenuti di qualità e un prodotto fornito come servizio per la creazione di palinsesti di comunicazione social, cross-canale e multi-punto. Redhab è infatti una piattaforma che consente una gestione centralizzata dei contenuti, permette di misurare i risultati, personalizzare e definire l’autonomia del network e proteggere il brand aumentando al contempo il reach”.

Che cosa significa per voi trovare soluzioni rapide ed efficaci per la comunicazione nel mondo digitale?

“Il presidio delle piattaforme social è ormai imprescindibile per qualsiasi brand e la comunicazione deve portare contenuto e valore al proprio audience, sempre più selettivo ed esigente. La viralità si ottiene con un’attenta strategia da declinare sui singoli canali col giusto tone of voice e parte da una personalizzazione sempre più spinta, fino ad arrivare al real-time marketing”.

Possiamo parlare di obiettivi e strategie comuni tra Synesthesia e RedAbissi?

“RedAbissi si intreccia perfettamente con Synesthesia potenziando e integrando il team di digital marketing, creando un’agenzia digital con un approccio innovativo e olistico. Synesthesia adotta e fa propria la piattaforma innovativa arricchendo la propria offerta. Synesthesia affiancherà RedAbissi nello sviluppo e nell’evoluzione della piattaforma RedHab, mettendo, inoltre, a disposizione la sua rete commerciale”.

Parliamo di team. In che modo le due squadre collaborano insieme?

“Il team di RedAbissi e l’area Digital Marketing di Synesthesia stanno già collaborando insieme da alcuni mesi con lo stesso approccio al mercato in attività di marketing, SEO, SEM e social media. Si tratta di un team congiunto che funziona come una digital agency completa e ricca di professionalità”.


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Giambattista, come definisci Grigua?

“Siamo agili, innovativi e anche un po’ visionari. Qualche volta queste visioni ci portano a fare degli errori, altre volte ci portano a trovare delle strade che altri non hanno mai percorso. Noi ci definiamo degli “esploratori”, esploratori di business perché siamo sempre pronti a cercare nuove sfide e nuove strade”.

Che cosa significa essere “esploratori” all’interno di questo scenario competitivo? “Ogni giorno cerchiamo di applicare questa nostra filosofia alla nostra nicchia. Noi siamo un’azienda piccola che lavora però con grandi multinazionali. Essere innovatori e agili in questo caso è fondamentale. La competizione è diventata ormai globale e quindi diventa necessario far sapere ai nostri potenziali clienti quello che facciamo. Una volta che abbiamo seminato bene segue sempre qualcos’altro”. 

Possiamo parlare di obiettivi e strategie comuni tra Synesthesia e Grigua? “Certamente. Abbiamo molti elementi in comune. Synesthesia è un’azienda più strutturata e grande di Grigua. Si tratta di un’azienda giovane e dinamica, che ha voglia di fare e di mettersi in gioco per esplorare nuove strade. Tutto questo è dimostrato dalle cose che fa. L’idea di metterci insieme è maturata in forma del tutto naturale. Noi avevamo bisogno di avere una struttura alle spalle come quella di Synesthesia che, a sua volta, aveva bisogno di acquisire delle competenze nel nostro mercato. Grigua ci guadagnerà in termini di progettualità e di sviluppo. Sono sicuro che anche Synesthesia potrà guadagnare da questa operazione. Noi abbiamo a che fare con grandi multinazionali che utilizzano tutti i servizi che Synesthesia offre. Sarà naturale. Nasceranno nuovi progetti e nuovi prodotti”.

Parliamo di Team. In che modo le due squadre collaboreranno insieme?

“Andremo a creare una nuova divisione che si occuperà di tutto il mondo del retail. Le nostre competenze, le nostre risorse tecniche e tecnologiche stanno già lavorando con quelle di Synesthesia. L’idea è creare un team dedicato che si occupi di far fronte alle esigenze di questa divisione. Per far questo però abbiamo bisogno di un team entusiasta e preparato che sia disposto a seguirci.

Sono molto sereno. Non ci sbilanciamo, ma abbiamo una visione comune e questo è già un ottimo punto di partenza”. 

Per maggiori informazioni su Grigua consulta il sito web aziendale.


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Ciao Massimiliano, ci racconti com’è nata l’idea di Wetaxi?

“L’idea di Wetaxi nasce circa tre anni fa da me Luca e Ignazio. All’epoca lavoravamo al Politecnico di Torino e volevamo costruire un servizio rivolto ai giovani, che fosse trasparente ed economico per potersi muovere in sicurezza”. 

Cosa offre Wetaxi?

“Quando abbiamo incominciato a lavorare al progetto Wetaxi era il periodo in cui Uber stava chiudendo in Italia e volevamo offrire qualcosa di diverso ai nostri utenti. Volevamo offrire una piattaforma tecnologica che fosse davvero collaborativa. Quindi, abbiamo pensato di mettere al centro tanti nostri utenti e ai tassisti a cui offrire dei vantaggi. Riusciamo a garantire a tutti i nostri utenti dei vantaggi esclusivi e delle garanzie”.

Quali sono i punti di forza di della vostra applicazione?

“I punti di forza di Wetaxi sono: la collaborazione, la trasparenza e la condivisione. Noi piaciamo a tutti (ai nostri utenti e ai nostri tassisti). Con Wetaxi sai subito quanto spendi, inserisci l’origine e la destinazione e noi ti diciamo il prezzo. Questo prezzo è la tariffa massima che pagherai. Potresti pagare di meno se il tassametro indica di meno, ma non puoi pagare di più. Quindi se abbiamo indicato un prezzo troppo basso, sarai garantito comunque da questo prezzo. Siamo stati il primo servizio di taxi in Europa a offrire la possibilità di condividere il taxi in tempo reale. Questa cosa permette ai giovani di viaggiare in modo conveniente”.

Ti va di raccontarci gli sviluppi recenti?

“Wetaxi è sicuramente all’inizio. Siamo partiti due anni fa da Torino per poi arrivare in altre 21 città, come Milano, Roma e Napoli. Ora ci tocca continuare questa crescita, migliorare il nostro servizio e magari guardare anche all’estero”.

Quali sono le difficoltà incontrate finora?

“Le difficoltà che si incontrano sono moltissime. Si fa tanta fatica tutti i giorni, ma forse in fondo è anche questo quello che diverte. Ci muoviamo in un mercato molto competitivo: a Torino, per esempio, oltre a Wetaxi ci sono ancora Uber Taxi e Free Now (ex My Taxi è parte del gruppo Mercedes e BMW). Quindi c’è una competizione molto forte e con grandi capacità finanziarie. Il nostro modello è molto diverso. Noi non consumiamo così tante risorse finanziarie e abbiamo un modello molto più collaborativo. Si fa tanta fatica a raccontare il nostro modello e a coinvolgere altri partner. Però devo dire che più che le fatiche che abbiamo fatto mi piace ricordare le soddisfazioni che ci stiamo togliendo”.

Qual è stato l’apporto di Synesthesia?

“Synesthesia è stata una figura chiave nello sviluppo del nostro progetto. Ci ha accompagnato da quando eravamo quattro persone nel nostro ufficio. Noi siamo una start-up, per noi è fondamentale portare competenze e risorse a bordo della nostra azienda. Synesthesia ci ha permesso di gestire tutto quello che non riuscivamo a fare da soli. Da sempre abbiamo avuto supporto dal lato mobile e lato front-end, quindi lato web. Abbiamo sempre avuto supporto in termini di competenze (ad alto livello), esperienza, simpatia e voglia di lavorare insieme”. 

Quale futuro attende Wetaxi?

“Negli ultimi sei mesi abbiamo chiuso due importanti aumenti di capitale che oggi ci fa guardare al futuro con tanta voglia di fare. Quando si pensa a una piattaforma come la nostra, solitamente si pensa che il problema che dobbiamo affrontare sia quello di creare solo un’applicazione per permettere agli utenti di chiamare un taxi. In realtà quello che facciamo è molto di più. Ogni giorno ci interroghiamo non solo su come chiamare un taxi ai nostri utenti, ma come aiutare gli utenti a risolvere i loro problemi, ovvero come muoversi in città. Il problema diventa ogni giorno più complicato perché oltre a risolvere il problema di muoverci in maniera sicura, economica e veloce dobbiamo sempre più rispondere alla sostenibilità ambientale. Quindi vedo un futuro sempre più green, vedo una voglia di andare oltre il confine e di farlo in una maniera ambientalmente sostenibile”

Grazie Max per la tua disponibilità e in bocca al lupo per tutto!


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