[Guarda la versione completa dell’intervista – 31 min]

Nella tua vita hai seguito tantissime strade. Sei imprenditore, hai co-fondato “Digital Magics”, ma hai anche lavorato in TV, hai avuto una band, una carriera davvero “disruptive”, ma sicuramente con un filo conduttore ben preciso. Qual è questo filo e come ti puoi definire oggi? Chi è oggi Bibop? 

“Al di là delle identità che secondo me non contano molto, nessuna etichetta e nessuna identità può definirci. Io credo che il filo conduttore, che ha “suonato” come un leitmotiv in background in tutta la mia vita, è stata la visione dell’uomo rinascimentale. Mi ha sempre colpito il fatto che Leonardo fosse uno scienziato, ma anche un artista. 

Non c’era una distinzione tra la figura di un artista e quella di uno scienziato. Lo scienziato inventava le soluzioni più innovative ma allo stesso tempo dipingeva, suonava… Era un tutt’uno. È così che abbiamo reso grande l’Italia nel mondo, grazie a questo concetto rinascimentale.

Poi sono arrivati elementi di influenza esterna per cui i due ambiti, scienza e arte, hanno preso direzioni diverse. Io ho iniziato come programmatore. Avevo 9 anni. Poi con i soldi che mettevo da parte compravo strumenti musicali, computer e così mi sono appassionato al mondo digitale, che per me comunque era costituito sempre da note musicali. Questo quindi mi ha accompagnato per tutta la vita. Ho fatto il mio primo disco. Sono arrivato in Europa con il mio gruppo, con la musica dance degli anni ‘90 ed è stato molto divertente.

Ho quindi dovuto lasciare il mio lavoro di programmatore perché abbiamo fatto 21 dischi, di cui 6 primi in classifica. Da lì è partita la mia passione per i media.

Ho fondato “Bibop” e l’ho venduta a Telecom Italia. Ho iniziato così la mia carriera con questa vendita per 11 miliardi delle vecchie Lire (4 milioni di Euro circa). Ho poi co-fondato “Digital magics” insieme a Enrico Gasperini.

Alcune delle startup che abbiamo fondato hanno avuto grande successo come, per esempio, “Talent garden”. Le prime exit in Italia le abbiamo fatte noi. Poi ho deciso che a un certo punto era il momento di andare in California perché il sogno della California è sempre stato il mio “pallino” e se non l’avessi fatto a 40 anni non lo avrei mai più fatto. È in quella situazione che è nata la scintilla con Elon Musk e il progetto Hyperloop. Siccome lui aveva detto che non lo voleva realizzare, io e il mio socio abbiamo deciso di farlo.

Il resto è storia. Abbiamo creato la più grande società di Hyperloop al mondo, abbiamo depositato il brand in 56 Paesi. Non tutti sanno che il marchio “Hyperloop” lo detengo io nella maggior parte dei Paesi.

Da lì è partito, lo scorso anno, il progetto italiano”.

Quindi il progetto italiano è più avanti rispetto a molti altri progetti nel mondo? Siamo tra i primi? Abbiamo qualche vantaggio?

“Con enorme sorpresa. L’Italia fa sempre questi slanci. Si chiamano “leapfrog”. È sempre indietro di tutti fino a quando non si trova davanti. È stato così in tanti ambiti: per quanto riguarda i cellulari, l’mp3, ecc.

Tutta una serie di settori sono stati innovati improvvisamente. Pensiamo anche ai computer con Olivetti, l’abbiamo creata noi la Silicon Valley. 

Una grande sorpresa c’è stata nel 2019 quando le delegazioni del Veneto e dell’ANAS mi vennero a trovare in California, dove ha sede la mia società, e volevano assolutamente parlare con me. Io avevo bandito qualsiasi rapporto con l’Italia, me ne ero un po’ distaccato per 14 anni.

La loro insistenza mi aveva molto colpito. Ricordo che mi illustrarono una cosa che io non sapevo: l’Italia nel dopoguerra sviluppò tutto il piano di ricostruzione con un approccio unico. Hanno previsto un corridoio “relitto” da 20 a 60 metri lungo tutte le autostrade e le ferrovie per un totale di 30.000 km e 10.000 km di parallelismo. Cioè 10.000 km di questo corridoio sono in parallelo con un’autostrada e una ferrovia contemporaneamente di fianco. Questa è una cosa pazzesca perché significa avere un corridoio naturale di 20 metri, quando a noi, per Hyperloop, al massimo ne servono 18. Sembra quasi fatto apposta. È come se al tempo si fosse intuito che sarebbe arrivato Hyperloop. 

Questo ha fatto accendere una lampadina e abbiamo dato il via ad alcuni workshop con ANAS e con Ugo Di Bernardo, direttore generale di ANAS, che con molta lungimiranza mi ha convinto a guardare all’Italia come possibile target in un momento particolarmente favorevole perché stavamo decidendo dove implementare la prima linea Hyperloop. Avevamo già costruito a Tolosa mezzo km di “certification track”, ma ci siamo resi subito conto che eravamo dentro un vecchio aeroporto militare bombardato dopo la guerra mondiale e tutto lo sminamento ci ha fatto capire che quella situazione non poteva essere ampliata. 

E quindi mentre ci stavamo guardando intorno una serie di governatori in Italia ci ha dato a disposizione del terreno per lavorare e implementare una linea Hyperloop in Italia”.

Possiamo sognare quindi di essere i primi in Italia ad avere una linea Hyperloop? 

“Per me volere è potere. Tra sognare e realizzare l’unica differenza è lo step. Cioè se riesci a immaginare ogni step necessario per arrivare a quel sogno vuol dire che è possibile e lo puoi realizzare. Noi oggi ce li siamo immaginati tutti.

Oggi stiamo lavorando a una cosa molto bella per l’Italia”.

Immagino che ci siamo state molte sfide difficili da risolvere proprio dal punto di vista tecnologico. “Hyperloop” è qualcosa di “disruptive” appunto, che non esisteva prima. Lo stesso Musk forse aveva sottovalutato alcune difficoltà tecniche…

“In realtà il discorso di Hyperloop non lo aveva fatto proprio Elon. È un concetto che arriva dal 1800. Il primo sistema Hyperloop è stato concepito sotto la metropolitana di New York nel 1889 da un imprenditore, Ely Beach, che concepì un treno a ridotta pressione sotto quella che sarà poi chiamata la metropolitana di New York tra Warren e Broadway. Non tutti sanno che 1 km della prima metropolitana di NYC era Hyperloop. Lui ha creato per 7 anni, illegalmente, sotto Broadway, questo tunnel dove ha posizionato una carrozza funzionante. Lo comprò poi JP Morgan e costruì la metropolitana di NYC. 

Il concetto di Hyperloop fu tentato più volte. Anche il padre della Rocket Science Robert Goddard, nel 1904 pubblicò un brevetto su “Popular mechanics”, la “bibbia” delle invenzioni mondiali. Lui dimostrò come si poteva collegare New York a Los Angeles in meno di due ore con questo vactrain sotterraneo.

La comunità scientifica si schierò contro, affermando che l’uomo non poteva viaggiare sopra i 100 km/h. Il progetto venne quindi abbandonato. E così oggi abbiamo i missili che vanno su Marte ma non abbiamo ancora Hyperloop.

Più di una volta, quindi, questo concetto fu studiato. Il gravity vacuum e il vactrain erano molto simili a Hyperloop. Quando Elon pubblica il “White paper” realizzato da due suoi stagisti (uno dei due lo abbiamo poi assunto noi), non ha inventato niente di nuovo, ha solo dato l’input per guardare oltre a un modello efficiente, sostenibile ed economicamente realizzabile. Ci ha dato così l’opportunità di puntare un gigantesco riflettore su questa tecnologia e permetterci di lanciare Hyperloop nel mondo. Da lì, poi, più di 800 scienziati si sono uniti alla nostra società da 52 Paesi, creando uno dei più grandi progetti di crowdsourcing al mondo”. 

La dimostrazione che volere è potere. Risolvere cose credute infattibili semplicemente perché nessuno è riuscito prima, le rende fattibili. Qual è la cosa più difficile che avete dovuto risolvere? Qual è stato l’ostacolo più grande? 

“Dal punto di vista tecnico devo dire che tantissime delle tecnologie che abbiamo utilizzato (la maggior parte) erano già state inventate. In realtà la cosa straordinaria che abbiamo fatto è stato proprio questo nuovo modo di costruire l’azienda. È facile parlare otto anni dopo, quando sono stati fatti due case study a Harvard e si insegna proprio lì il nostro modello. Alcuni grandi temi di oggi come housing, food, energy sono approcciati proprio attraverso questo nostro nuovo modello di azienda.

Ma immaginiamo di essere nel 2013 quando ancora non si parlava di crowdfunding, dove l’intuizione è stata quella di dare a chiunque volesse contribuire stock dell’azienda in cambio di ore di lavoro. Questa cosa ci ha permesso da subito di avere grandi aziende come Leybold, inventore delle pompe a vacuo, che è subito intervenuta proponendo le sue soluzioni già in uso (come l’hadron collider del CERN), alcune utilizzate in ambiti dove si raggiunge la pressione di dieci alla meno dieci, mentre noi ci fermavamo a dieci alla meno tre (1 pascal). Loro potevano garantire sistemi in grado di funzionare a questo tipo di pressioni e anche di più.

Un’altra tecnologia di cui si parlava era quella della levitazione magnetica, consistente nello spingere l’aria sotto la capsula. Ma in un tubo a ridotta pressione questa soluzione provocava degli “air flow”, creando così instabilità sia sul tubo sia sulla stessa capsula e non era quindi fattibile. Il professor Richard Post, scienziato che ha lavorato nel laboratorio Lawrence Livermore National Lab di Einstein, ora in pensione, ci ha scritto dicendo: “negli anni ‘90 ho sviluppato un sistema di levitazione passiva che poi è stato secretato e attualmente è utilizzato dal governo americano per stabilizzare i proiettili dentro i cannoni. A voi serve la stessa cosa: un sistema che all’aumentare della velocità, generi levitazione in maniera passiva”.

Ci ha mostrato questo sistema. Aveva 2 km già sviluppati a San Diego, alla General Atomics, dove c’era un track in disuso che aveva già dimostrato di funzionare con un peso di 80 tonnellate e noi non abbiamo fatto altro che ammirare questo prototipo che si muoveva avanti e indietro perfettamente.

Tutti i brevetti che abbiamo acquisito sono stati presi grazie alla segnalazione e al lavoro di questi scienziati in giro per il mondo.

Abbiamo avuto scienziati come l’inventore della missione Apollo della NASA, provenienti dal MIT, da Stanford, ecc..”.

È veramente una cosa bellissima il fatto che siate riusciti a coinvolgere le migliori menti dell’Umanità in una modalità completamente interdisciplinare, mettendo insieme competenze di mondi completamente differenti. Questo dimostra come l’umanità possa fare cose meravigliose semplicemente decidendo di lavorare a un progetto comune. L’interdisciplinarietà mi riporta a quello che dicevi tu all’inizio: la tecnologia e tutte le scienze sono spesso accompagnate dalla creatività. Non c’è solo la competenza dell’ingegnere che fa il suo lavoro, ma spesso c’è anche una grande creatività. Sarebbe bello riunire proprio questi aspetti. Noi in Synesthesia abbiamo un’iniziativa, “FuturMakers”, costituita da corsi di tecnologia STEM a cui abbiamo aggiunto anche la “A” di arte, facendoli diventare così STE(A)M. Puntiamo tanto a stimolare la creatività artistica dei ragazzi che seguono i nostri corsi perché l’interdisciplinarietà e la diversity sono gli ingredienti che fanno emergere poi le potenzialità umane migliori. 

“È fondamentale quello che stai dicendo. Noi dobbiamo partire dalle scuole, dalle università. Quando parlo di “nuovo Rinascimento” o di quarta rivoluzione industriale non è un claim, ma bisogna pensare proprio a un nuovo uomo. Sono temi sviluppati a livello mondiale e trattati in maniera molto seria anche da grandi aziende come Unilever, P&G. 

Stiamo passando da homo sapiens a homo “evolutus”, dove la differenza sta proprio nella capacità di “aumentarci” tramite il knowledge, ma anche tramite i device. Pensiamo anche a quello che sta facendo Elon, l’idea di “iniettare” chip nel cervello (Neuralink), che spaventa molto il pubblico. Io credo che la tecnologia ci aumenterà, ma lo deve fare in maniera funzionale all’uomo. Quando noi parliamo di riformare la scuola, dobbiamo partire proprio da questo. 

Mi piace il tuo concetto di STE(A)M che ti ruberò subito perché è proprio quello che sto cercando di realizzare con “L’oasi della quarta rivoluzione industriale”: un progetto che stiamo per presentare proprio per ripartire dalle scuole. 

Oggi se devo cercare un “ingegnere Hyperloop” non esiste, lo devo formare io e lo devo fare in un modo completamente nuovo. Sono molto contento, quindi, che un’azienda come la vostra stia guardando e capendo questi concetti. Bravissimi”. 

Una curiosità: Elon Musk più volte è entrato nel nostro discorso, ma che tipo è? È davvero questo “genio folle” che viene descritto? 

“Io ho una stima enorme per lui e non saremmo partiti con questo progetto se non fosse stato per lui e per il suo input iniziale.

Ci sono milioni di “Elon Musk” in giro per il mondo che stanno solo aspettando di avere la loro occasione. Io credo che in Italia dobbiamo cercare di avere questi modelli e abbiamo un bisogno fondamentale di questi modelli. Quindi ben venga Elon, ma anche il suo estro e la sua “discontinuità”. 

Oggi le nuove generazioni iniziano ad avere dei modelli che sono i nuovi imprenditori. Bisogna, quindi, avere tanto rispetto di Elon e apprezzare quello che sta facendo: ci sta portando su Marte e lo sta facendo in una maniera spettacolare. Io, nel mio piccolo, per ora sono rimasto “a Terra”. Partiamo dalla Terra. Io sono un “presentista” non sono un “futurista””. 

Bisogna seminare oggi per il futuro. Io sono molto d’accordo con te sul fatto che le nuove generazioni sono anche migliori di quelle presenti e passate. Hanno una marcia in più. Vedo proprio una coscienza rispetto al mondo e all’ambiente che noi non abbiamo più. Questo mi rende molto ottimista rispetto al futuro. Purtroppo quello che stiamo lasciando è un mondo che ha un sacco di problemi, ma loro per fortuna hanno la volontà e forse anche i mezzi per cambiare.

“Noi abbiamo il dovere di essere ottimisti. Basta con queste “etiche della crisi”, che poi loro non sanno neanche cosa voglia dire crisi. Vuol dire rinascita. Io sono un fanatico delle persone “che fanno” invece di lamentarsi e basta. I giovani non possono non essere ottimisti.

Hanno un libro bianco da scrivere, hanno possibilità che noi non avevamo. Noi cercavamo le informazioni, loro le devono solo filtrare, selezionare.

Hanno lo scibile umano a disposizione e non hanno più scuse. Non c’è una possibilità di non avere successo perché con l’accesso all’informazione non ci sono limiti. Magari sbagli, una, due, tre volte, ma non importa, si va avanti.

Io sono un entusiasta del momento e secondo me la pandemia ci ha anche riportato un po’ “con i piedi per terra”. È stata una grande batosta però è stata anche una grande “doccia di realismo” per rimetterci davanti a noi stessi e spero che le persone si stiano chiedendo: ma sto facendo ciò che mi piace? Sto facendo il lavoro giusto? Sto pensando a me?

Secondo me questo periodo ci deve servire proprio a ri-bilanciarci e far ri-iniziare la voglia di fare”. 

Sono pienamente d’accordo con te. Bibop, lasciamoci con un’ultima domanda. Tu prima hai detto che sei un “presentista” ma se dovessi pensare al mondo tra 10 anni, cosa vedi? Come te lo immagini? 

Non potrà che essere migliore di oggi. Abbiamo tecnologie che stanno “spaccando” tutto, stanno arrivando a toccare i centri nevralgici dell’essere umano. Tutti gli “-ismi” che abbiamo costruito (capitalismo, socialismo, comunismo,…) scompariranno sotto i colpi inesorabili del progresso. Il progresso dice, per esempio, che dovremmo lavorare di meno e tornare a quello che ci riesce meglio. Magari lavoreremo solo una, due, tre ore ma faremo tanto altro. 

Torneremo a vivere, torneremo ad amare in maniera libera, con le nostre famiglie. Io credo che l’umanità sia di fronte a uno dei suoi momenti più belli perché la tecnologia ci permetterà di non lavorare più, perchè non ci sarà un lavoro. I computer ci prenderanno tutti i lavori principali. 

Ci servirà cambiare proprio anche tutte le regole.

“Il concetto di economia, concepito sulla scarsità, implica che a un certo punto sarà tutto in mano allo 0,5% della popolazione e tutto il resto è tralasciato. Quindi qualcuno si deve porre il problema che forse c’è qualcosa che non funziona in questo modello.

Troveremo, spero, un “-ismo” nuovo, a misura d’uomo, dove ci sarà finalmente un equilibrio tra l’empatia e l’amore che dovremmo avere e su cui dovremmo impostare tutta la nostra società, se no ci autodistruggiamo. Quello che Elon, infatti, sta cercando di fare è conquistare Marte perché così se sulla Terra non ce la facciamo, su Marte magari resistiamo come “specie multi planetaria”.

Ma al di là di questo, io credo che queste nuove generazioni ci consentiranno di non autodistruggerci e di trovare nuove soluzioni sempre migliori“.

È stato veramente un piacere e ti ringrazio tantissimo per le parole e le idee condivise. 

“Grazie a voi”. 

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Bibop Gresta!

Ascolta “Disruptive Technology / Bibop Gresta [Ottobre 2021]” su Spreaker.

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[Guarda la versione completa dell’intervista – 35 min]

Pietro, nella vita fai tantissime cose. Per citarne solo alcune: sei IBM Italy Executive Architect, Chief Scientist and Strategist for Active, Intelligence, Member of IBM Academy of Technology Leadership, Head of IBM Italy Center for Advanced Studies. Come trascorri il tuo tempo libero?

“Bella domanda. All’aumentare del numero dei titoli diminuisce mediamente il tempo lavorativo, è tutto molto condensato. Qualche anno fa sul mio profilo Twitter ho scritto: “vivo a dieci anni da qui”, nel futuro evidentemente. Questo fa sì che possa vedere  l’attualità e tutto quello che mi circonda da una prospettiva diversa. Ho tanto tempo per i miei trulli, il mio ulivo e il mio orto. Sto scrivendo un libro “Lo zen e l’arte di riparare il motozappa”: è un’avventura”. 

Quindi per vedere meglio le cose che succedono bisogna sempre cercare di guardare avanti per poter poi vivere al meglio il presente?

“Questa è l’ambizione. L’esatto contrario di ciò che fa l’Intelligenza Artificiale, dove si cerca di guardare al passato e di trovare le regolarità per il futuro. Io faccio esattamente il contrario: cerco di mettermi nei panni del futuro per capire e modificare il presente”.

La parola di oggi quindi è “Intelligenza Artificiale”. Se dovessi spiegarla a un bambino, quale metafora useresti?

“Che bello questo esercizio. Chiaramente quando si è in grado di spiegare questo concetto a un bambino significa che lo si masticato molto bene. Il bambino lo capisce immediatamente. Se dovessi spiegarlo a mia figlia Greta, che ha 9 anni e che frequenta peraltro GirlsTech le direi che…

Si tratta di un modo per cui le macchine diventano meno antipatiche.

Tutte le macchine, non solo i computer anche l’ascensore, sono “antipatiche”. Sono molto distanti da noi. L’Intelligenza Artificiale aiuta a impedire di essere innaturali. Per esempio, noi quando parliamo con le macchine schiacciamo dei tasti, muoviamo delle leve. L’AI non è altro che una sofisticazione della macchina che l’aiuta a essere più vicina a noi, a capire la nostra voce, i nostri gesti, a essere proattiva in qualche modo, anticipando qualche nostro bisogno. L’AI renderà le macchine sempre meno antipatiche. Attenzione però che questa AI è qualcosa che sta dentro le macchine, non si tocca, non si vede. È quasi un ingrediente, uno dei tanti, della ricetta complessiva che crea un sistema. È così pervasiva e lo diventerà sempre di più,che quasi non ce ne accorgeremo”.

Perché oggi è così di interesse? Che differenza c’è tra le intelligenze artificiali che usiamo tutti noi come utenti e quella che usano le industrie al proprio interno?

“Dal mio punto di vista non c’è nessuna differenza: così come non c’è alcuna differenza tra il cellulare che usi in azienda e quello che usi a casa. Cambiano i problemi a cui viene applicata l’AI. L’industria richiede un’Intelligenza Artificiale “più robusta”, ovvero deve resistere a maggiori problematiche di errore che potrebbe ricevere quel sistema, ma la percezione è la stessa. Gli algoritmi sono gli stessi. L’Intelligenza Artificiale che sta dietro al tocco di un tasto sullo smartphone o sulla smart TV è la stessa che sta dietro a un’azienda: invia le e-mail per catturare l’attenzione dei propri clienti.

Cambiano i casi d’uso e quindi i tipi di utilizzo. L’Intelligenza Artificiale è sempre più una questione di pubblico dominio, non è solo “per addetti ai lavori” perché tutti ormai cominciamo a vedere gli effetti di questi algoritmi. Non stiamo parlando di magia, di nuovi esseri animati, ma stiamo parlando di oggetti artificiali, che rendono, in qualche modo, le cose che ci circondano molto più “simpatiche”. 

Oggi è possibile fare una traduzione simultanea da una lingua a un’altra, o addirittura riuscire a “parlare” a un oggetto che abbiamo sulla scrivania o a un frigorifero senza commettere errori. Questi sono gli effetti eclatanti che la maggior parte delle persone vede. Nasce, quindi, anche il bisogno dei consumatori di comprendere quello che accade.

Ciò che sta avvenendo, sia dal punto di vista industriale sia dal punto di vista dei governi, è che ci stiamo rendendo conto che questa informatica di nuova generazione -di cui l’Intelligenza Artificiale fa parte insieme ad altre macro tecnologie che aiutano a creare sistemi complessi – può contribuire a rendere la nostra società complessivamente molto più efficace nei confronti dei propri cittadini. Cominciamo a vedere dei piani strategici a livello anche sovranazionale”.

Parliamo di responsability computing. Che relazione c’è tra Intelligenza Artificiale  e sostenibilità? L’industria IT sta diventando più responsabile? Perché si dice che l’Intelligenza Artificiale “consuma” energia più di altre tecnologie?

“Questo è un discorso chiave che siamo arrivati a fare dopo che la quantità di applicazioni dell’Intelligenza Artificiale che ci circonda è aumentata. L’AI nasce tanti anni fa con tecnologie che si sono nel tempo rinnovate. Specialmente nell’ultimo periodo, con il deep learning o “apprendimento profondo”, le tecnologie non fanno altro che una grande, enorme sintesi dei dati di addestramento che hanno avuto in ingresso. Questa sintesi altro non è che una funzione matematica. È come se la macchina avesse avuto un imprinting dei dati di addestramento che può riutilizzare per classificare altri dati nuovi rispetto a questa funzione. 

Nel momento in cui siamo entrati in contatto con sistemi che pervadono sempre più la nostra società come consumer, come industria e come governi, ci siamo resi conto che questi sistemi per lavorare hanno bisogno di enormi quantità di dati. Dati che noi stessi generiamo come individui o che sono raccolti dall’ambiente. A questo punto, tutto quello che è questo patrimonio immateriale del dato viene sfruttato nel modo opportuno. La questione dell’uso responsabile di questo elemento di sintesi dipende non solo dallo strumento, ma anche da come i dati sono stati utilizzati per realizzarlo, se contengono o no dei bias, dei pregiudizi. 

Una delle dimensioni di questa responsabilità, che i sistemi di AI – anche conosciuta come “etica delle AI”- stanno ponendo sul tavolo degli addetti ai lavori, è proprio questo: fin dove ci si deve spingere nell’accettare un sistema di AI in modo responsabile o no rispetto, per esempio, ai dati che sono stati acquisiti e utilizzati. 

Il responsible computing è un discorso molto vasto che impatta anche l’ambiente, il consumo energetico. L’intera bolletta energetica dell’intera informatica di tutti i sistemi tecnologici, del computer, dello smartphone, di tutto quello che noi schiacciamo e si accende con l’energia elettrica, consuma qualcosa tra il 5 e il 10% dell’intera bolletta energetica mondiale. Alcune proiezioni portano a dire che il consumo energetico nei prossimi anni andrà quasi a rasentare il 20%. I sistemi IT, nel loro complesso, assorbono davvero tanta energia e quindi dobbiamo essere responsabili, per esempio, nella loro efficienza. 

All’interno di questi sistemi, ritornando alle AI, i consumatori più “ingordi” di energia sono gli algoritmi di Intelligenza Artificiale di ultima generazione, cioè quelli che fanno riferimento a questo deep learning. Sono calcoli matematici molto intensi, sistemi computazionali o acceleratori hardware che assorbono molta energia. Per dare un esempio: il nostro cervello consuma più o meno 20 Watt. Puoi accendere un piccolo led, una lampadina. 

Per fare l’equivalente: per far muovere fisicamente la mia auto ibrida, per fare 30 km,si esauriscono i 10 kW di batteria che ho e devo fare una ricarica di 10 kW per fare altri 30 km.

Se io prendo un solo algoritmo di AI, per esempio, uno dei più famosi è il GTP 3, un algoritmo in grado di sintetizzare una marea di dati testuali, puoi chiedergli quello che vuoi e lui ti risponde, in qualche modo, estraendo cose più o meno sensate da questo amalgama di dati che si è fatto. Ecco, per addestrare questo algoritmo open AI ha consumato quasi 190.000 kWh, per il solo addestramento. Quindi il mio cervello 20 watt, la mia auto 10.000 watt per fare 30 km, per addestrare questo algoritmo, invece, ci hanno messo 190.000 kW che sarebbe l’equivalente di prendere un’auto e farla viaggiare velocissima fino alla Luna e ritorno. E sto parlando solo dell’addestramento. Poi tutti gli usi che vengono fatti di quell’algoritmo, magari, hanno un ordine di grandezza ulteriore di questo consumo. E poi ci sono tutte le varianti di questo algoritmo sparse in tutte le aziende”.

Questo dà un’idea di come l’Intelligenza Artificiale dal punto di vista energetico fagociti sostanzialmente le risorse energetiche. Ecco perché insieme al tema dati, al tema energetico e di produzione di CO2 è importante fare un ragionamento di tipo responsabile.

Si dice che l’Intelligenza Artificiale  amplifichi le nostre capacità di percepire e predire. Per quanto riguarda gli aspetti creativi o artistici possiamo dire che funziona allo stesso modo? 

“Questo è uno degli argomenti più affascinanti e suggestivi. Prima abbiamo parlato dell’Intelligenza Artificiale che aiuta a rendere le macchine meno antipatiche e più smart. 

Noi siamo circondati da tante cose, abbiamo visto tanti esempi interessanti, specie negli ultimi anni, di tante cose che hanno a che fare con la sigla “fake”: fake news, fake face, fake music, ecc. Nel corso degli anni gli algoritmi utilizzati sono diventati sempre più “indipendenti”, essendo in grado di generare essi stessi nuovi dati sintetici che addirittura non erano presenti in quelli di addestramento. Si tratta, quindi, di una “faccia sintetica” verosimile. È come se fosse una faccia vera, ma è completamente finta. Una notizia verosimile, ma completamente falsa perché generata. Si tratta di un processo creativo, come se in un universo fatto di pianeti e di stelle, qualcuno stesse lì a riempire i buchi neri con ulteriori idee: non riesci più a distinguere il falso dal vero. Anche questo è creatività, completamente diversa dall’idea di creatività che noi vediamo, per esempio, nel realizzare un quadro, un dipinto o una canzone. 

L’Intelligenza Artificiale sta cominciando a essere applicata su qualcosa che si trova esattamente nell’intersezione tra umanesimo e tecnologia, nel mondo dei creativi. Per quale ragione si è arrivati fin lì? Non stiamo parlando solo di un programma che aiuta ad automatizzare dei task di ritocco delle foto, aiutandoti a migliorare il tuo lavoro. Qui entriamo in una sorta di “Photoshop creativo”,  dove addirittura l’algoritmo è in grado di suggerirti delle nuove possibilità, dei nuovi spazi esplorativi e creativi da investigare. Tu parti da uno schizzo e poi lasci proseguire l’algoritmo che può inventare un soggetto e sintetizzare uno stile (dati tutti i quadri di Van Gogh l’algoritmo incamera quello stile). Quando fai il tuo dipinto puoi dire all’algoritmo “trasformalo in un Van Gogh”. 

Cos’è allora l’AI rispetto alle arti creative musicali, visive e altro? È un acceleratore della possibilità che l’uomo possa esplorare spazi, che, in alcuni casi, ci sono voluti secoli per scovare.

Qualche giorno fa ho visto un bel lavoro svolto dal Politecnico di Milano: hanno realizzato un’analisi sull’acustica, sulla curvatura e sullo spessore del legno che deve avere lo Stradivari. Hanno costruito degli algoritmi in grado di predire, dato un legno, data la composizione e la reattività di quel materiale, il giusto spessore dei vari elementi del piatto del violino, per fare in modo di replicare le frequenze naturali di quel particolare oggetto. L’artigiano per capire quale spessore dare a quel legno ci ha messo la sua maestria e anni di sperimentazione per arrivarci. In questo caso, per l’artigiano, l’AI rappresenta quasi una bacchetta magica per esplorare spazi ulteriori.

Per creatività  non intendo solo l’opera d’arte, ma anche l’arte applicata all’industria, al design del prodotto. C’è un bel sistema, per esempio, fatto da open AI che si chiama “Dalè” che è stato addestrato con foto le più disparate. In questo sistema tu immetti una query testuale e puoi chiedere semplicemente di disegnare anche una poltrona a forma di avocado. Questo sistema ti fa vedere tante varianti di poltrone che uniscono i due concetti di poltrona e avocado in tutte le forme possibili. Gli strumenti di Intelligenza Artificiale nelle mani di un creativo saranno come una una terza mano che permetterà di accedere più rapidamente a una quantità maggiore di elementi creativi a disposizione.

Rinnovare il metodo scientifico è veramente diventata la priorità di tutti noi che lavoriamo nel mondo tecnico, per cercare di combinarlo con aspetti umanistici. Il nostro metodo scientifico è andato avanti per secoli e secoli allo stesso modo, procedendo sempre nel solito ciclo: raccolgo dati, osservo e faccio ipotesi. Con l’AI abbiamo una sorta di generazione di ipotesi che può essere molto più rapida e vasta di quella che potremmo fare con il metodo classico.

Pensiamo alla pandemia Covid-19 e a quanto è successo nella farmaceutica, al concetto del riuso del farmaco per scopi diversi da quelli per cui è nato. È un esempio classico di riapplicazione e accelerazione del metodo scientifico. Per arrivare a un farmaco ci vogliono solitamente dieci anni. Poi arriva  Sars-Cov2. Come è fatto questo virus? Con cosa interagisce a livello biologico? Troviamo qualcosa nella nostra libreria tra tutte quelle che avevamo prima di inventarci una medicina nuova. Troviamo una medicina compatibile che in qualche modo interferisce con gli stessi “bersagli del Covid”. 

È quello che è stato fatto all’inizio della pandemia quando ci sono stati tanti modelli di simulazione, per capire se i vecchi farmaci che già usavamo per altre patologie potevano essere riusati in qualche misura come “candidati” ad affrontare la patologia. Questo è un esempio di creatività industriale”. 

AI e apprendimento: impariamo più rapidamente o impariamo più cose?

“C’è una doppia valenza. È l’uno e l’altro, nel senso che è sia larga sia alta. Ti permette di andare sia in altezza sia in ampiezza. Ovviamente noi adesso stiamo usando il termine Intelligenza Artificiale per una pluralità di concetti. Come dire, stiamo applicando l’intelligenza umana allo stesso modo dell’Intelligenza Artificiale. Dietro queste tecnologie ci sono decine e decine di anni di ricerca fatta da ricercatori, accademici, industriali. 

L’Intelligenza Artificiale quindi non è una cosa, ma è tantissime cose: ci aiuta ad andare più velocemente e a fare più cose.

In questo paniere andiamo a  trovare non solo algoritmi che vengono scritti da noi umani, ma anche algoritmi che sono generati per forza “bruta” partendo dai dati.  L’effetto che ci permette di andare più velocemente nell’apprendere conoscenze lo stiamo vedendo con i nostri figli: i programmi didattici e gli stimoli multimodali che i bambini hanno ricevuto anche durante il periodo Covid con la DAD, hanno permesso loro di acquisire più velocemente una quantità maggiore di concetti rispetto alle generazioni precedenti. In definitiva gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale ci permetteranno di fare ginnastica mentale e sempre di più ci consentono di ampliare le nostre conoscenze e i concetti da tenere a mente”.

Tu hai detto che vivi 10 anni avanti. Allora noi ti chiediamo: come vedi il mondo nei prossimi 10 anni? Il nostro futuro sarà più automatizzato? Come conviveremo con le macchine?

“Io vedo con gli occhi di 10 anni fa. Alla fine la nostra società è questa e resterà più o meno immutata. A livello microscopico non vedo grandi cambiamenti. In Giappone hanno cercato di formulare una prospettiva particolare per indirizzare l’intero sviluppo del Paese. Questo modello, lanciato nel 2017, si chiama “Società 5.0”. Secondo questa visione si tratta di una società  che pone al centro le persone, gli individui, le famiglie. Quindi l’essere umano e poi tutte le altre cose attorno. Tutto quello che ci circonda sarà “automatizzato”. Noi staremo lì. Anziché andare a cercare le informazioni, saranno le informazioni stesse, utilizzando gli stessi corrieri dell’online, a bussare alla nostra porta. Non saremo noi a cercare le informazioni, ma saranno le informazioni stesse a cercarci. Tutto ciò che ci circonda non solo sarà automatizzato, ma potrà essere reso proattivo per farci stare complessivamente bene. Io amo definire questo sistema come “sistema di intelligenza attiva” , nel senso che attivamente il sistema si fa carico – con opportune deleghe – di prendere decisioni per noi, addirittura perché tiene a cuore il nostro benessere. È un po’ come il GPS: quando entriamo in macchina entriamo in una logica alla quale oggi ci siamo anche un po’ assuefatti. Ci affidiamo al GPS, ci lasciamo guidare”. 

Qual è il confine e quali sono i rischi di tutto questo? 

“Ritorniamo un po’ sulla questione della responsabilità dei sistemi computazionali. Questo avverrà: saremo circondati sempre più da cose autonome a cui noi delegheremo pezzettini della nostra vita, a livello aziendale e individuale. Nello stesso tempo dovremo avere sempre più sistemi industriali “robusti” anche da un punto di vista etico, affinché tu possa delegare. Proprio recentemente l’Unione Europea ha prodottoil primo draft di un framework regolamentare che ha l’obiettivo di fornire le indicazioni sul quale dovranno nascere le leggi, i regolamenti più opportuni e operativi per disciplinare l’uso dei sistemi di Intelligenza Artificiale. Quindi tra 10 anni io vedo quantomeno la traiettoria  molto simile a quella della società 5.0 dei giapponesi con dei sistemi di regolamentazione molto forti. Noi in Europa per quanto riguarda questo argomento siamo degli apripista. È un po’ come il traffico a inizio secolo. Se tu ci pensi bene, all’inizio del secolo scorso, quando sono state introdotte le automobili, le città di quegli anni erano estremamente popolate da macchine e persone che viaggiavano a destra e a sinistra senza regole e semafori. C’era una gran confusione che poi ha portato a una regolamentazione del traffico (semafori, strisce pedonali, cinture di sicurezza, ecc.) che aiuta a evitare che questa eccessiva delega verso le macchine diventi un boomerang che vada verso di noi”.

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Pietro Leo!

Ascolta “Intelligenza Artificiale / Pietro Leo [luglio 2021]” su Spreaker.

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Un algoritmo per prevedere il decorso della malattia

Le strutture ospedaliere raccolgono quotidianamente grandissime quantità di dati, originati da esami e test sanitari effettuati sui pazienti. Le informazioni, una volta raccolte, costituiscono una fonte preziosa di “dati di addestramento” per gli algoritmi di Intelligenza Artificiale. Questo binomio di tecnologia e scienza medica ha già portato grandi vantaggi in numerosi settori della medicina.

Da qui nasce, dunque, l’idea di ingegneri, ricercatori e medici di tutto il mondo di applicare le tecnologie di AI alla lotta contro il Coronavirus. “Abbiamo un team di radiologi, medici, ingegneri e data scientist che, in collaborazione con il Certh (Centre for Research & Technology-Hellas), stanno lavorando a un algoritmo per l’identificazione rapida dei pazienti che necessitano di un trattamento immediato, in modo da accelerare il percorso diagnostico-terapeutico, soprattutto per coloro che necessitano il ricovero in terapia intensiva”, così Arturo Chiti, direttore dell’Unità Operativa di Medicina Nucleare spiega l’innovativo progetto avviato da Humanitas. 

L’Intelligenza Artificiale, dopo esser stata adeguatamente “addestrata” con i dati raccolti dalle TAC e da altri esami di screening effettuati su pazienti affetti da Covid-19, è in grado di identificare già in una fase molto precoce la gravità della malattia, consentendo così ai medici di applicare immediatamente le cure più adeguate alle esigenze del singolo paziente. I vantaggi di una simile soluzione sono molto evidenti, in modo particolare per coloro che contraggono l’infezione virale nella forma più aggressiva. Poter sapere subito se un paziente si aggraverà nel decorso della malattia, fino al punto di necessitare di terapie intensive, porta ad anticipare le cure scongiurando il peggio. 

AI e varianti: nella lotta al Covid-19

Gli algoritmi di Intelligenza Artificiale si sono rivelati molto utili anche nello studio delle varianti della SARS-CoV-2 e dei meccanismi che conducono alla loro generazione.

Nel momento in cui un soggetto contrae la malattia viene contagiato da una grande quantità di particelle virali che presentano sottili differenze tra loro in termini di sequenza genomica: queste sono le varianti. La loro identificazione è possibile grazie a esperimenti di sequenziamento, ma la vera sfida oggi consiste nel predire i meccanismi di diffusione di queste varianti nella popolazione. Una volta compreso questo aspetto, infatti, sarebbe possibile arrivare alla “radice” del problema, escogitando un modo per impedirne la propagazione. 

Una risposta interessante è arrivata da un team di scienziati italiani. Alex Graudenzi (Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate), Marco Antoniotti (Dipartimento di informatica, Sistemistica e Comunicazione dell’Università di Milano-Bicocca) e Rocco Piazza (Dipartimento di medicina e chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca) sono gli autori della progettazione di due algoritmi in grado di prevedere la generazione di nuove varianti e la loro evoluzione nel tempo. 

“Il primo metodo, chiamato VERSO (Viral Evolution ReconStructiOn) permette di ricostruire la storia evolutiva del patogeno, di trovare collegamenti epidemiologici tra due persone infette, ossia un potenziale contatto tra due individui, e di intercettare varianti possibilmente pericolose prima che si diffondano nella popolazione”, spiega Alex Graudenzi. 

Il secondo, invece, permette di quantificare i meccanismi che si trovano alla base della generazione delle varianti stesse.

In conclusione

La collaborazione tra due settori diversi, quello della tecnologia e quello della medicina, può rappresentare una soluzione molto vantaggiosa nella lotta al Coronavirus. L’innovazione tecnologica e le nuove scoperte in ambito scientifico vanno sempre più “di pari passo” e, se unite, offrono opportunità sempre più grandi di miglioramento del benessere collettivo e di tutela della salute di tutti.

Le nostre soluzioni web, app, e-Commerce trasformano idee brillanti ma complesse in soluzioni digitali semplici, rapide e innovative, che proponiamo e progettiamo insieme al cliente per aiutare la sua azienda in modo concreto a raggiungere importanti obiettivi di brand e di mercato.

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L’Horacio Pagani di 13 anni, che creava modelli con materiali di fortuna, cosa direbbe all’Horacio Pagani di oggi? Sarebbe orgoglioso del modo in cui ha rispettato e seguito quel sogno? 

“Diciamo che è un percorso che sto continuando ancora oggi. Ho sempre lavorato con la stessa energia, serietà, entusiasmo e passione. Credo che tutto stia andando avanti com’è nato 50 anni fa. Non ci sono grandi differenze, se non quella di avere adesso una compagnia che richiede una responsabilità molto superiore rispetto a quando ero da solo ed ero un ragazzino. Il concetto è sempre quello”.  

Per essere liberi bisogna avere radici. Quanta Argentina c’è stata e c’è ancora oggi nei progetti e nei modelli che crea? 

“L’Argentina mi ha dato tante cose, ho vissuto molti meno anni in Argentina che in Italia. Ho 65 anni e sono arrivato qui a 27, perciò c’è tanto di Italia nella mia vita. I miei figli sono italiani, la mia famiglia l’ho formata in Italia. Sicuramente più che l’Argentina, è l’educazione che ho ricevuto dalla mia famiglia, dai miei genitori, dai miei nonni a darmi le basi per poter camminare e andare avanti”.  

La sua storia è un esempio di quanto valga investire sulle proprie passioni. Talento, ingegno e creatività, in quale misura queste tre componenti diventano fondamentali nel perseguire un progetto?

“Partiamo dalla passione. In qualsiasi area è la passione che dà l’energia a tutto. Più passione hai più energia hai per andare avanti a prescindere da quello che fai. Le persone che hanno fatto delle cose e che storicamente sono ricordate anche in diverse discipline, sono persone che hanno soprattutto passione e sanno trasmettere questa passione agli altri cioè sanno coinvolgere gli altri. 

Quali sono gli ingredienti per fare delle cose nella vita in qualsiasi settore? La disciplina. Essere rigorosi, essere molto costanti, avere un enorme dose di pazienza e amare il proprio lavoro.

Il nostro lavoro ci dà la possibilità di progredire, di far crescere i nostri figli e dare un contributo alla società. Non importa quello che fai, l’importante è che lo fai bene, con impegno e con serietà. Poi se devo dire quanto talento e quanto sudore, 10% talento e 90% sudore”. 

Maggiore è il sogno, più grande è dunque la sua forza inclusiva. Il suo sogno è stato in grado di ispirare non solo intere generazioni di designer, ma anche tutti coloro che rincorrono ogni giorno le proprie aspirazioni. Che effetto le fa questa cosa?

“Io quello che ho fatto, l’ho fatto perchè era la mia passione. Non l’ho fatto per diventare famoso, ma perché amo il lavoro, amo le macchine, amo le cose che faccio. Mi è sempre piaciuto interagire, lavorare in team e nel lavorare in team devi avere rispetto per gli altri, devi stimolarli, devi avere una certa capacità di leadership. Se questo oggi può essere utile a qualcuno, meglio. Diciamo che io non sono mai stato uno studente brillante, non ero il migliore della classe. Ho fatto fatica persino a disegnare, a imparare a disegnare. Vengo dall’Argentina, dalla Pampa, un posto in cui non c’era una cultura automobilistica del design. Non era né Modena, né Torino, né Detroit o Stoccarda. Se può essere utile agli altri che una persona, piccola, senza nemmeno tanta forza o energia fisica, senza nemmeno essere stato bravo a livello scolastico è riuscito a fare questo, vuol dire che per chi nasce in un mondo come quello di oggi dove le informazioni, le conoscenze, le opportunità sono di molto superiori rispetto alle mie, sicuramente ha mille volte più possibilità di quelle che ho avuto io”. 

Da pioniere nell’utilizzo di materiali compositi su vetture di serie, cosa significa per lei il termine “innovazione”? È solo un processo tecnico o diventa un modo per evolversi come persona e professionista?

“Credo che la curiosità quotidiana sia la cosa che ti permette di imparare. Nella misura in cui tu hai curiosità, osservi le cose, hai voglia di studiare e vuoi aumentare le tue conoscenze. 

La vita in fondo è un esperimento, un percorso, un viaggio sperimentale dove puoi trovare delle cose che non ti aspettavi nel bene e nel male. In questo percorso devi sperimentare. Quello che ho fatto e quello che facciamo con tutti i miei colleghi è portare avanti delle attività che sono sperimentali, di ricerca. Poi lo devi sempre fare con passione. Se ti accompagna lei tu sei sereno”.

Quindi l’innovazione è una necessità?

“L’Innovazione vuol dire progresso in ogni area.

Se l’uomo è arrivato alla Luna e vuole arrivare a Marte si deve dare da fare per capire come far arrivare queste navicelle fino a Marte. Per fare quello ci vuole innovazione. Se vogliamo migliorare il pianeta dobbiamo metterci a lavorare, studiare, aumentare le conoscenze per poi vedere come trovare i mezzi per salvare questo pianeta, un tema molto caldo oggi”.

Come vede le nuove generazioni nel futuro? Ci saranno più donne in questo lavoro?

“Allora, verso le nuove generazioni sono molto ottimista. Se pensiamo che la Pagani ha un’età media di 31-32 anni, è una azienda molto giovane. Temo che però in generale oggi la gente sia molto distratta, pensa troppo all’informazione. Si alza la mattina e vuole o leggere il giornale o guardare la TV. Hanno bisogno quotidianamente di informazioni e invece l’informazione dovrebbe essere rimpiazzata dalla conoscenza e dallo studio. 

Credo nei giovani assolutamente, però ci deve essere anche una consapevolezza di sviluppare di più il senso del dovere che non quello del dovuto. Per quanto riguarda le donne, io credo fortemente nelle donne, nutro un grande rispetto e credo che oggi abbiano più energia rispetto agli uomini. I ragazzi giovani sono bravi, ma sono estremamente fragili. La donna ha più coraggio, più energia. Questo è quello che vedo nella media. Qui ci sono stati momenti in cui le donne occupavano posti nell’ufficio commerciale, nella produzione, nel personale. Credo molto nel lavoro delle donne. 

Prendiamo per esempio la tecnologia dei materiali compositi. Da noi ci sono tante donne che si occupano anche della lavorazione del carbonio con estrema precisione. Riescono a fare qualcosa che prima era solo appannaggio degli uomini Realizzano cioè anche un telaio di un’auto, ovvero un lavoro che in passato veniva svolto esclusivamente da uomini perché comportava saldare, piegare una lamiera, ecc. Oggi, invece, da noi, le donne fanno anche il telaio e la carrozzeria di una vettura”.

Quali consigli darebbe  a un giovane designer che vuole diventare l’Horacio Pagani del futuro?

“Io non ho mai lavorato per diventare Enzo Ferrari o Ferruccio Lamborghini.

Ognuno deve seguire un suo percorso. Se poi hai dei punti di riferimento e ispirazione importanti – come per me sono stati Pininfarina, Gandini, Bertone, Giugiaro, Enzo Ferrari, ma anche Einstein e Leonardo Da Vinci – penso che sia naturale e anche molto bello perchè è comunque un premio. Ognuno, però, deve diventare se stesso. 

Quello che suggerisco è di imparare a disegnare bene con le mani e poi studiare per quanto possibile la storia di Leonardo e la sua filosofia, perché studiando Leonardo puoi davvero imparare come seguire la tua carriera, che tu sia un architetto, un ingegnere, un designer, un ricercatore. Leonardo ti dà più o meno la risposta a tutto. Era un tipo molto semplice, una persona molto molto positiva e creativa. Era un genio perché era umile, perché sapeva parlare con le altre persone. Si metteva alla prova continuamente, era una persona che soffriva anche molto, una persona con una marcata sensibilità. Lui è stato probabilmente, credo, il primo che ha detto che arte e scienza sono due discipline che possono camminare mano nella mano”. 

Come vede il futuro del design e dell’automotive  nei prossimi 10 anni?

“Tutti i costruttori di automobili, noi compresi, lavoriamo molto per cercare di fare in modo che le macchine siano più pulite per la salvaguardia dell’ambiente. 

In ogni modo bisogna lavorare tutti insieme per cercare prima di tutto di trovare il modo di produrre energia elettrica con delle fonti che non siano inquinanti come il petrolio e come il carbone. 

Ci vorrebbe gente con conoscenze tecniche e scientifiche per dare un supporto a chi deve prendere delle decisioni. Non deve essere una questione demagogica. Deve essere una questione veramente oggettiva, altrimenti rischiamo di farci del male. Credo che la macchina elettrica sia molto importante per il trasporto all’interno delle città perché la concentrazione demografica è molto alta. All’interno della città non ti serve una macchina con mille cavalli, nemmeno con 350 o 500 cavalli. Ti serve una macchina che faccia i 50 o i 60 km all’ora, a due posti perché la maggior parte della gente si sposta con poche persone e poi bisogna abituarsi a usare le bicicletta e a camminare. Io abito a 3 km di distanza da qui e vengo a lavorare o a piedi o in bicicletta perchè il mezzo di trasporto più è semplice più è economico. Quando sono a Milano mi muovo in bicicletta o a piedi perchè è il mezzo di trasporto più comodo. Bisogna cominciare a prendere delle abitudini che siano più sagge”. 

Questo richiede un cambio culturale?

“Einstein diceva che i giornali vanno letti alla rovescia e io sono d’accordo con Einstein”. 

Grazie!

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Horacio Pagani!

Ascolta “People and inclusion / Horacio Pagani [giugno 2021]” su Spreaker.

I mezzi di comunicazione: dove si incontrano domanda e offerta 

Trovare il mezzo giusto per veicolare un messaggio – e intercettare così un pubblico target – è un obiettivo essenziale per le aziende che operano sul mercato. Le spese pubblicitarie, si sa, costituiscono una voce importante di costo nel bilancio complessivo di un’azienda e se non sono correttamente indirizzate possono tradursi in sprechi e perdite rilevanti. È utile, prima di tutto, capire dove “sta” il pubblico che si vuole raggiungere per poi trovare i mezzi per arrivare proprio in quel “luogo”. Secondo il “Total Audience Report” di marzo 2021 realizzato da Nielsen, i media su cui gli utenti statunitensi maggiorenni trascorrono più tempo nell’arco della settimana sono la televisione e le app/siti web da smartphone, con un tempo rispettivamente di quasi 31 ore per la prima e di 20 ore per i secondi. È la radio, però, il mezzo di comunicazione che raggiunge il pubblico più ampio con un’audience pari all’88%, seguita da app/web su smartphone (85%) e dalla TV (80%). La risposta delle aziende allo scenario appena descritto è “speculare” e laddove si trova il pubblico arrivano le aziende. La televisione costituisce, infatti, la voce principale della spesa pubblicitaria complessiva negli USA, coprendo il 68% del totale, seguita dal digitale con il 15%. La pandemia, inoltre, costringendo tutti a trascorrere molto più tempo nelle proprie abitazioni, ha favorito ancora di più l’utilizzo di mezzi di intrattenimento e comunicazione da sempre molto diffusi come la TV, anche sotto “nuove vesti” (si pensi per esempio alla diffusione delle internet TV). Non stupisce allora il dato che conferma questo medium come il più efficace per intercettare il pubblico di ogni età.

Baby boomers: un pubblico che fa la differenza

L’individuazione del mezzo pubblicitario giusto non basta per far crescere la propria attività. Occorre individuare il pubblico, capire quale siano i clienti più “appetibili”, quale siano le loro caratteristiche, esigenze e desideri per poter poi plasmare un messaggio efficace. Per approfondire il tema prendiamo in considerazione una recente ricerca condotta da Hootsuite che ha evidenziato una presenza sempre più consistente nel mondo digitale dei “baby boomers”, persone nate a cavallo degli anni ‘40 e ‘60 del secolo scorso. Si tratta di una generazione che, nonostante abbia risentito anch’essa delle conseguenza economiche della pandemia, gode mediamente di una situazione finanziaria più “solida” rispetto alle generazioni successive. Secondo i dati riportati da Hootsuite, il 70% degli utenti del web, di età compresa tra i 55 e i 64 anni, afferma di aver effettuato acquisti online nell’ultimo mese e il 37% dichiara di voler continuare, con maggiore frequenza, anche una volta che la pandemia sarà conclusa. Si tratta di un pubblico molto “appetibile” per le aziende di numerosi settori. Trascurare questi dati potrebbe tradursi in un grave errore. La pandemia, inoltre, ha indotto sempre più utenti “baby boomers” a “frequentare” i social network, Facebook primo fra tutti. Secondo i dati in esame, negli ultimi 4 anni, c’è stato un aumento del 66% nella scoperta di nuovi brand da parte dei baby boomers attraverso i social e oltre un quarto trascorre oggi ancora più tempo sui social a causa della situazione pandemica. È fondamentale quindi per le aziende attive sul mercato tenere in considerazione tutti questi aspetti quando si compiono scelte per interagire con il pubblico. 

In conclusione: unire il mezzo al pubblico 

Dopo aver raccolto informazioni accurate in merito alla distribuzione del pubblico sui vari mezzi di comunicazione e aver individuato la clientela potenzialmente più propensa all’acquisto, non resta che “mettere insieme tutti i pezzi” per elaborare una strategia pubblicitaria e di comunicazione efficace. Si è visto come la televisione e il digitale costituiscano oggi i mezzi che riescono a intercettare la quota maggiore di pubblico. Abbiamo individuato il pubblico dei baby boomers come quello più disponibile a fare acquisti anche online e nel lungo periodo. Nel realizzare la propria campagna di comunicazione non resta, dunque, che elaborare il messaggio giusto, che catturi l’attenzione degli utenti più “interessanti” e interessati, tenendo in considerazioni gli elementi (pubblico e mezzo) analizzati e le loro caratteristiche.

Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

(Conduce l’intervista: Francesco Ronchi, Founder e President di Synesthesia)

[Guarda versione completa dell’intervista – 20 min]

Professor Saracco, dal 17 marzo del 2018 lei è Rettore del Politecnico di Torino, con un passato di studi e di ricerca nel campo della chimica, cosa l’ha portata a questo punto? Qual è stato il “carburante” del suo percorso professionale?

“Da ricercatore a professore associato, occupandomi di un gruppo di ricerca che è cresciuto progressivamente, sono diventato professore ordinario abbastanza in fretta, a 37 anni. Da quel momento in poi ho avuto occasione di occuparmi di temi sempre più rilevanti fino ad arrivare alla dirigenza dell’Istituto Italiano di Tecnologie dove il mio capo era il Prof. Cingolani;  attualmente al capo del Ministero della Transizione Ecologica. In seguito, mi sono candidato nella campagna per diventare rettore del Politecnico di Torino. Si è trattata di un’esperienza che mi ha appassionato molto: mi ha fatto travalicare i confini di quella che era la mia area culturale (la chimica, la fisica, l’ingegneria chimica e le scienze applicate) e mi ha fatto conoscere un Ateneo che per quanto settoriale e tecnologico ha un ampio spettro di competenze. Per esempio, l’architettura, che è una parte che dialoga con le scienze dell’uomo e della società, mi ha arricchito tantissimo. La campagna elettorale che mi ha portato a diventare rettore divenne anche un gran progetto che poi con il supporto dei miei colleghi divenne il piano strategico del Politecnico di Torino: “Polito for Impact”. Siamo a metà mandato e la nostra Università sta diventando foriera di impatto sociale. Custodisce e favorisce la formazione di architetti, designer e pianificatori nel modo tradizionale, come piace all’industria e come piace alla società. Adesso riesco a dialogare con l’interezza di tutto ciò che vive al di fuori delle nostre “mura”. Tutto questo è molto bello. In questo momento credo che il Politecnico di Torino venga percepito molto più di prima come una delle forze di questo territorio”.

Il Politecnico ha subito un cambiamento molto significativo nel corso degli anni. Mi ricordo, una ventina di anni fa, i corridoi un po’ grigi del Poli e riscoprirli negli ultimi anni è stata una sorpresa. Questa trasformazione che il Politecnico ha fatto recentemente è stata molto interessante. Difficile da riscontrare in altre istituzioni. Prendiamo, per esempio, il tema della sostenibilità. Mi pare di capire che sia centrale in questo percorso. Giusto?

“Sì, ne è testimonianza il fatto che la mia Prorettrice è la coordinatrice della rete delle Università  per la Sostenibilità. Lei è in contatto con il Prof. Giovannini che in questo periodo è al Ministero del Trasporto e delle Mobilità Sostenibili. La transizione ecologica, cioè quella energetica che va verso un’economia circolare, è il primo cardine di cambiamento attuale, seguito dalla transizione digitale e poi dall’inclusività che dobbiamo garantire per rimarginare i disagi e le ferite profonde nella società. Questa transizione va di pari passo con il cambio di assetto di un’economia  fortemente liberista che ha portato a quello “schianto“ di cui parla Adam Tooze del 2008.

Adesso dobbiamo ripartire in modo sostenibile. Tutto va in questa direzione: sostenibilità, transizione digitale e inclusività.  Questi in fondo sono i cardini del Next Generation EU, il grande fondo approvato dal Consiglio europeo per sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di COVID-19. Oggi l’Europa ci chiede di fare esattamente questo. Siamo contenti di aver anticipato un po’ i tempi. Pensi che il centro di ricerca dell’IT, che ho ripreso a dirigere in quei due anni prima di fare il rettore, era dedicato inizialmente alla robotica umanoide nello spazio. Poi l’abbiamo convertito in  un centro di tecnologie per un futuro sostenibile, che sono state per un po’ il mio cavallo di battaglia come ricercatore. 

Questo Istituto rappresenta un po’ il motore per lo sviluppo sostenibile della transizione ecologica insieme a tutte le infrastrutture che ha messo a disposizione il Politecnico. Si tratta di un modello che stiamo riproponendo anche a Mirafiori nell’ambito dell’Industria 4.0 dell’autoveicolo e alla Cittadella dello Spazio. 

Abbiamo, poi, avviato anche altri importanti progetti come Tech Stars con le OGR, Smart Beta, il nostro centro interdipartimentale, il piano di ex Fiat Engineering in Corso Ferrucci dedicato alla Cyber Security, all’intelligenza artificiale, all’IoT e allo sviluppo. 

Pianifichiamo di ospitare aziende che si occupano della conversione digitale di tutti quei servizi che vanno dalla burocrazia alla salute, alla mobilità sostenibile e alla domotica. Il mondo delle infrastrutture smart è un mondo molto interessante, dove tutto è collegato a tutto. Ci sono molte opportunità da cogliere rapidamente. Il vantaggio di quel mondo, che voi conoscete molto bene, è che si può “penetrare” con l’innovazione concreta in tempi molto più rapidi rispetto a quelli della transizione ecologica che, come noto, richiedono primariamente un cambio di mentalità e di paradigma di lunga durata”. 

È molto interessante questo spostamento di focus dallo spazio alla terra, ai problemi della sostenibilità, ai problemi che dobbiamo affrontare con una certa urgenza. Trovo molto interessante, inoltre, tutte queste opportunità  e iniziative che lei ha appena elencato legate alla città di Torino e alla crescita tecnologica che danno fiducia verso il futuro. Per noi questa città ha la possibilità di rilanciarsi proprio attraverso le tecnologie del digitale e l’attenzione all’inclusività e a un approccio diverso all’imprenditoria. Questi temi sono al centro del nostro modo di fare impresa. Molte altre aziende si sono accorte che questa è la strada giusta per potersi assicurare un futuro solido.  Alla luce di questo scenario, che impatto avrà la trasformazione digitale nella formazione dei giovani professionisti di domani? 

“Anche il mondo della finanza sta andando verso questa direzione, grazie anche ad una maggiore consapevolezza. Le banche hanno cominciato a capire che occorreva investire in vie che non dessero immediato profitto, ma avessero un impatto sociale, una crescita. Penso a tutte quelle iniziative di social impact che promuovono certi fondi di matrice UniCredit. Io ho avuto l’onore di far parte del board di indirizzo Nord-Ovest di Unicredit e ho visto dietro le quinte come ci si stava orientando verso quel tipo di investimenti. Oggi se non si va a creare uno sviluppo che porta avanti le imprese insieme alla società collassano i conti correnti. Tutti ormai si sono resi conti quanto da soli si è deboli e di quanto occorra fare sistema e progettare insieme. Questo è quello che sta succedendo nel Politecnico di Torino perché ci siamo resi conto che se avessimo continuato a formare ingegneri molto forti sui fondamenti e sulle conoscenze tecnologiche, ma meno sulle scienze dell’uomo e della società, sul saper gestire le persone (le soft skill), sulla capacità di un pensiero critico, questi non sarebbero stati in grado di intervenire nella società.

Mi sono chiesto che significato avesse fare tutto questo per le università italiane. Abbiamo deciso di invertire la rotta e ci siamo occupati di formazione professionalizzante, molto più esperienziale, soprattutto per quanto riguarda i laureandi in triennale, non ancora ingegneri ma molto utili alle piccole e medie imprese. Ci siamo occupati di reskilling e upskilling perché cambia tutto così velocemente che è necessario istruire continuamente le persone. Abbiamo cambiato profondamente il modo in cui formiamo gli ingegneri e gli architetti: più scienze dell’uomo e della società per gli ingegneri e più challenge in cui gruppi di ingegneri e architetti affrontano problemi complessi e opportunità di innovazione. Abbiamo appena varato un progetto che si chiama “Grandi sfide” in cui, già nelle triennali, i ragazzi possono accedere a sei macro gruppi di sfide (la salute, l’ambiente, la digitalizzazione, i cambiamenti climatici) affiancati da due mentori: un tecnologo e uno  scienziato della società. 

All’interno del Politecnico, poi, abbiamo creato un Centro di Studi Umanistici per aiutare i ragazzi ad avere anche altri punti di vista. Si tratta di un approccio che abbiamo preso dall’ EPFL di Losanna. Non ci sono altre università italiane che ce l’abbiano. Si tratta di un tipo di formazione disegnato sull’individuo e sulle sue capacità. La visione tradizionale non ti consente di customizzare nulla su te stesso. 

Un’altra cosa interessante che stiamo cercando di fare è la contaminazione delle filiere della formazione primaria e secondaria. Paradossalmente c’è bisogno di  più scienze e tecnologie nelle scuole dell’obbligo tanto quanto nella scuola del Politecnico c’è bisogno di scienze della società”.

L’apertura mentale è utile per il proprio percorso personale. Proprio a proposito di future generazioni, il Politecnico “sforna” tantissimi professionisti di cui il mercato oggi è affamatissimo ed è importante per tutti evitare che queste persone vadano via ma, al contrario, assicurarsi che restino sul territorio. Come è cambiato il panorama? Quali sono state le sfide da affrontare e come è il mondo oggi?

“Le rispondo in modo molto diretto. In questo momento non ne possiamo più. In 10 giorni l’università italiana è diventata virtuale. Ogni settimana facevo video motivazionali. Adesso se facessi un video mi “spernacchierebbero” immediatamente tutti quanti ed è comprensibile. Non c’è più tolleranza e quindi bisogna resistere. Questo è davvero il semestre più complesso, ho fatto un appello a essere vicini al rettore, a chi non può mollare, a chi rappresenta un po’ la “chiave di volta” su cui si scaricano tutte le tensioni. Però sono anche orgoglioso di essere in questa posizione e di fare ciò che devo. 

Non so cosa succederà, ci riscopriremo dopo il lockdown con un nuovo modo di incontrarci. Sicuramente saremo più poveri. Vedo tante storie di sofferenza, richieste di lavoro, genitori in difficoltà con le tasse universitarie. È molto complesso in questo momento stare dietro questi temi.  Ci siamo dotati di strumenti informatici più “forti”, siamo in grado di offrire in simultanea in ogni parte del mondo lezioni. Abbiamo ragazzi che dal Sud America alla Cina, all’Europa, all’Africa collaborano insieme in classi che fanno progetti di architettura e design. Abbiamo il 15% di studenti stranieri e abbiamo avuto un incremento nell’ultimo periodo proprio grazie alle nuove modalità di erogazione delle lezioni. Non si sa ancora se il prossimo semestre ci sarà la deroga per continuare a erogare da remoto. Abbiamo circa 1200 studenti cinesi, sono la comunità straniera più grande. Ho fatto un appello alle mamme di mandarci i loro studenti che troveremo un modo per vaccinarli e abbiamo aperto anche un canale Wechat in Cina per essere più veloci nell’erogare la didattica verso di loro.

Freak Antoni degli Skiantos diceva “mentre gli altri sono arrivati al fondo della buca e iniziano la risalita, io mi ritrovo a scavare”. Il Covid-19 ci ha fatto scavare e toccare con mano come solo insieme si riesce a ripartire. Il pensiero di Stiglitz che mi ha ispirato, a cui abbiamo dato una laurea honoris causam in occasione del festival della tecnologia per i nostri 160 anni nel 2019: lui ritiene che in questo periodo sono le università, le fondazioni, le associazioni no profit, io aggiungo anche le multi-utility come IREN che possono dare un impulso. Società che hanno un buon bilancio e che ci possono portare a fare il cambio verso uno sviluppo sostenibile perché ne hanno la potenzialità economica e possono indirizzare il cambiamento.

Io collaboro con Iren, con EGEA nel Cuneese che sta facendo una “Granda CO2 free”.

In questi 10 anni il mondo è cambiato soprattutto dal punto di vista della tecnologia. Abbiamo visto il mondo trasformarsi. La parola di oggi è la trasformazione digitale, appunto. Come vede i prossimi 10 anni? Come saremo in una sua ipotetica visione tra 10 anni? Che cosa dobbiamo aspettarci in futuro? Quali scenari ci attendono? 

“Non ho la bacchetta magica, ma quello che ho visto capitare nell’industria chimica è incredibile. La Solvay che si trova a Spinetta Marengo applicando dei criteri di Big Data, Intelligenza Artificiale, multi-sensoristica sullo stesso identico impianto ha cominciato a regolarlo rispetto a quello che erano le sane e tradizionali regole dell’ingegneria dei controlli hanno ottenuto un + 20% di produttività. Questo vuol dire che  dietro le quinte ci sono una marea di opportunità da cogliere grazie alla gestione dei dati non convenzionale attraverso questi algoritmi che siamo pur sempre noi a creare. In futuro qualunque cosa potrà diventare un generatore di dati messi a disposizione in modo del tutto nuovo e funzionale a dare quel cambio di modalità di vita. Io credo che ci saranno dei cambiamenti forti legati essenzialmente a quanto ho appena detto e che non sappiamo ancora dove arriveremo. Certamente conseguiremo prima del 2050 gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Io di questo ne sono ormai convinto. La situazione che abbiamo appena vissuto potrebbe aver accelerato questo processo. Di dati c’è un bisogno enorme. Dietro i dati si nasconde una enorme potenzialità in ogni settore. Penso che Torino andrà molto veloce e che saremo presto un esempio per il resto del Paese”. 

Grazie!

Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.

Ascolta “Digital Transformation / Prof. Guido Saracco” su Spreaker.

Il rapporto che abbiamo quotidianamente con gli oggetti d’uso comune è di natura prevalentemente sensoriale. Tuttavia, per comprendere la natura degli “oggetti digitali”, la mera sensazione non basta. Che cosa differenzia l’usabilità di un oggetto di design da un oggetto digitale?

“Che si tratti di oggetti materiali o immateriali le cose non cambiano molto e la usabilità è sempre una parte specifica del design. L’usabilità è una norma ISO, la 9241-11, e si definisce come:

“l’efficacia, l’efficienza e la soddisfazione con le quali determinati utenti raggiungono determinati obiettivi in determinati contesti”

In questa definizione ci sono sei elementi fondamentali per il concetto di usabilità e per i metodi che portano a produrla nelle fasi di design e a controlla su quanti prodotto. Le caratteristiche dell’utente, gli obiettivi perseguiti usando il frutto della progettazione e il contesto d’uso sono le condizioni al contorno, efficacia, efficienza e soddisfazione sono gli obiettivi del nostro lavoro.

Il fatto che si tratti di oggetti immateriali, se da una parte rende meno difficile e immediato valutarne l’usabilità, dall’altra ci offre grandissime possibilità perché liberi dai vincoli della materia abbiamo una scelta di possibili alternative non solo enorme, ma anche spesso molto più semplice da adottare.

Quando progetto un oggetto fisico, cambiare idea facendo test sugli oggetti finiti o realizzarne diverse versioni è molto costoso, modificare i prototipi di una pagina web o di un’app è molto più immediato e significativamente meno costoso. A chi progetta è richiesta però una profonda conoscenza delle regole che governano la comunicazione tra la pagina e la mente degli utilizzatori e la capacità di scegliere tra le numerosissime possibili soluzioni quelle che hanno senso e che porteranno a interazioni usabili e non confuse. Serve una preparazione specifica, troppo spesso questa non c’è e si lascia che siano i programmatori a fare le cose con il solo buon senso.  

In una catena la resistenza di tutto l’insieme è in carico all’anello più debole, spesso, troppo spesso, si spende molto denaro per le parti interne del sistema (nessuno farebbe mai progettare i database o la sicurezza da dilettanti), ma si lascia che siano i dilettanti a progettare l’interfaccia: un sistema meraviglioso con un’interfaccia modesta sarà percepito come modesto. Senza contare che i difetti di usabilità moltiplicheranno, per esempio, gli errori degli utenti sovraccaricando in modo assolutamente inutile il sistema. Molte delle tragedie degli ultimi tempi su sistemi che prevedevano numerosissimi accessi sono state amplificate dal fatto che non si sia presa nemmeno in considerazione una progettazione ergonomicamente corretta delle pagine!”

Quanto conta in questo caso il fatto che a rapportarsi con un essere umano ci sia un’altra intelligenza (seppur artificiale) in grado di comprendere il nostro linguaggio, di intuire le nostre emozioni e di compiere azioni in relazione al contesto entro il quale si trova ad operare?

“Questa cosa se usata bene è una grandissima opportunità! Le dimensioni delle basi dati disponibili, la potenza di calcolo dei server e la velocità della connessione permettono oggi di realizzare interazioni molto efficaci ed efficienti dove l’intelligenza” e la “cultura” (leggi potenza di calcolo e base dati) dei sistemi che ospitano rendono possibile un’efficacia senza precedenti.

Due esempi tra tutti: i motori di ricerca anche all’interno delle applicazioni mirati all’ambito specifico e l’individuazione e la gestione degli errori possono essere estremamente potenti e possono aiutare gli utenti in modo determinante”.

Nel corso degli anni l’aspetto del World Wide Web è cambiato radicalmente. In quale misura la rivoluzione mobile ha spinto i web designer a stravolgere le loro concezioni di usabilità?

“Qui probabilmente sono un po’ controcorrente. La proliferazione dei diversi “device” è stata certamente determinante nell’evoluzione e nel modificarsi delle tecnologie di interfaccia, si è fatto moltissimo per poter disegnare interfacce responsive e oggi possiamo fare cose fino a qualche anno fa semplicemente impensabili. L’evoluzione delle tecnologie su device diversi ha trasmesso per osmosi nuove possibilità da un ambiente all’altro e questo è stato un gran bene. Io credo però che sia stato spesso travisato il concetto di “mobile first”.

Questa indicazione nasce dall’idea che progettando il sistema per un piccolo display, dove tutto è generalmente più difficile, permetta poi con facilità il trasporto del design  sul display medio e/o grande, dove, in termini di dimensioni, è in generale più semplice concepire spazi, funzioni e ingombri. Purtroppo, in moltissime circostanze, per esempio: importanti banche e importanti società di servizi, si nota chiaramente una grande attenzione sul mobile e una scarsa attenzione sugli stessi sistemi applicati ad altri device, come per esempio il PC desktop. Si è spesso passati dal “mobile first” a una sorta di “mobile only” piuttosto fastidioso.

Dal punto di vista dell’usabilità, e non solo, è vitale dare la stessa importanza ai diversi device sui quali i nostri clienti lavorano differenziando le cose che devono essere diverse e unificando al massimo possibile le “liturgie” delle interfacce. Le stesse cose devono chiamarsi allo stesso identico modo nelle varie versioni dei sistemi, le stesse azioni devono avere lo stesso comportamento ovunque.

Sembra una cosa banalissima, ma spesso, ahimè, non è seguita, a grande discapito della usabilità (purtroppo)”. 

Suo Padre, Luigi Dadda, fu tra i primi a occuparsi di calcolatori elettronici in Italia. Lei ha scritto di essersi “occupato di software prima e di siti internet poi”. In quale misura le idee di suo padre hanno inciso sul suo percorso di ricerca e professionale?

“Mio padre lo portò dagli USA, dove aveva contribuito a progettarlo e costruirlo. Fu il primo calcolatore elettronico acceso nell’Europa continentale (il secondo a distanza di pochi mesi rispetto al Ferranti, avviato nel Regno Unito). L’interfaccia era una semplice telescrivente e, già allora, ricordo che mio padre mi raccontò che si era cercato di rendere l’immissione dei dati il più semplice possibile e la rappresentazione dei risultati comprensibile. Un grande insegnamento che ho avuto da mio padre, un professore vero che ha insegnato per 65 anni, è che per capire i bisogni degli utenti vanno ascoltati gli utenti stessi, troppi si dimenticano di non essere utenti e cercano di indovinare qualcosa che appartiene a un dominio di conoscenza del quale non capiscono nulla. Ricordo mio padre discutere con passione delle modalità di rappresentazione dei dati con i progettisti della diga Edison di Santa Cristina, tra i primi al mondo a utilizzare un calcolatore elettronico per i calcoli strutturali.

Un insegnamento che non ho mai dimenticato e che mi è stato di grande aiuto per tutta la mia vita di progettista”.

Quali sono i fattori determinanti che decretano il successo di un sito web (o di un’app) rispetto a un altro in termini di usabilità? Quali sono le caratteristiche principali che un sito web deve assolutamente avere?

“Un ottimo modo per identificare le caratteristiche di un sistema usabile è una check list di euristiche, ne esistono moltissime, personalmente mi piace questa proposta da Wikipedia che ci dice cosa l’usabilità può fare per il nostro sistema.

È importante adattare la lista scegliendo gli elementi corretti per il sistema che si sta disegnando e applicare controlli periodici relativi a ognuno degli elementi considerati. Non è importante quali parametri di controllo si usino, è importante averne, e considerare le verifiche come un passo molto importante. Ovviamente parlo di usabilità, una condizione necessaria, ma non sufficiente. È vitale che il sito per avere successo offra qualcosa che la gente cerca e della quale ha bisogno in modo efficace ed efficiente”.

Le andrebbe di farci qualche esempio di usabilità ben riuscita? Che cosa ha funzionato e cosa no?

“Il primo sito che mi viene in mente è Google: semplice ed efficace; ha tutto quello che serve, solo quello di cui l’utente ha bisogno e nulla di più. Risolve un solo problema e lo fa benissimo”.

E qualche esempio di pessima usabilità?

“Credo che tutti abbiamo bene in mente i siti non usabili, quelli dove trovi qualcosa la sera e la mattina dopo non riesci più a trovarla, che fanno la stessa cosa in modi diversi in diverse situazioni, che chiamano le stesse cose in modi inspiegabilmente diversi, dove i messaggi di errore non ti fanno capire come porre rimedio a quello che non è andato bene  e così via. Solo per vicinanza all’ultimo utilizzo posso, ahimè, citare quello dei servizi al cittadino della Regione Lombardia, ma non vorrei sparare sulla Croce Rossa. Come esempio di pessima realizzazione dal punto di vista dell’usabilità posso citare quasi tutti i siti sui quali prenotare la vaccinazione anti COVID-19. Al di là del fatto che non si capisca come mai non ci sia una pagina sola per tutti gli italiani, l’usabilità, inspiegabilmente, non è stata nemmeno presa in considerazione. Si tratterebbe quasi sempre di interventi relativamente piccoli che possono portare grande beneficio, ma è una cultura che purtroppo ancora manca”.

Cosa possiamo vedere dietro l’angolo? L’usabilità sta diventando un pilastro con cui disegnare il futuro o le barriere sono ancora troppe?

“Io credo che le possibilità tecnologiche e i metodi ci siano da tempo, serve la consapevolezza della necessità della usabilità e la coscienza che si tratta sempre di più di un fattore critico per il successo praticamente in ogni iniziativa.

Guardando più lontano, io vedo l’evoluzione dei sistemi, e di conseguenza delle interfacce e della loro usabilità come una cosa parallela all’evoluzione delle grandi ondate tecnologiche che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. All’inizio c’è stata l’evoluzione della potenza dei sistemi di calcolo, che è cresciuta seguendo puntualmente la legge di Moore. A questa è poi seguita l’ondata della disponibilità di memoria e  oggi possiamo tranquillamente dire che lavoriamo praticamente con potenza di calcolo infinita e memoria infinita. La terza ondata è stata quella della disponibilità di connessione, oggi praticamente infinita, che ha dato luogo per esempio al fenomeno del cloud.

La prossima ondata sarà quella della disponibilità di sistemi di intelligenza artificiale che, tra le altre cose, ci permetteranno di realizzare interfacce adattabili con reazioni eccezionali al comportamento dell’utente. Una cosa che oggi possiamo solo immaginare.

Il cervello dell’utente potrà utilizzare le proprie capacità per occuparsi solo delle cose veramente importanti e “umane” lasciando alla macchina, o meglio alle macchine, perché collaborano tra loro sempre di più, tutto il resto. Il bello deve ancora venire, credetemi!”

Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

Come nasce il progetto

Reale Group offre soluzioni e tutela a più di 4,5 milioni di clienti in campo assicurativo, bancario, immobiliare e dei servizi, evidenziando una solidità tra le più elevate del mercato.

L’obiettivo è quello di realizzare 4 applicazioni B2C destinate ai clienti di Reale Mutua Assicurazioni e Italiana Assicurazioni (per device Android e iOS) con React Native che siano in grado di supportare i propri assicurati durante tutta la fase di gestione del portafoglio polizze. 

Il rapporto che lega Reale Mutua ai propri clienti si basa sulla rete capillare di Agenzie distribuite sul territorio. Lo sviluppo dell’applicazione richiesta punta, tra le altre cose, a rendere più rapido e agevole il lavoro delle singole Agenzie.

Siamo stati scelti per:

Soluzione

Abbiamo preso parte alla realizzazione delle applicazioni B2C per Reale Mutua Assicurazioni e Italiana Assicurazioni dopo aver svolto un’analisi approfondita (soprattutto per quanto riguarda la parte di UX). Il team si è occupato di tutto il processo: dalla progettazione e design fino ad arrivare all’implementazione di tutta la filiera dello sviluppo, compresa la quality assurance.

L’approccio utilizzato è di tipo Agile, con un team Scrum. La Digital Factory di Reale Mutua Assicurazioni ha partecipato attivamente durante tutta la fase di sviluppo dell’applicazione e, prima di includerci nel progetto, aveva già avviato ricerche avanzate in materia di flusso, design e sviluppo. 

Abbiamo fornito loro un importante supporto anche per quanto riguarda la parte di UXD.

Il progetto è stato diviso in due wave:

Tra le funzionalità dell’app troviamo:

Nella wave 2 troviamo, inoltre, una sezione integrativa con altre piattaforme di monitoraggio della salute, come HealthKit o Google Fit, con l’obiettivo di raccogliere dati sulla attività fisica dell’utente al fine di riconoscergli eventualmente ulteriori bonus sulle polizze. Questa funzionalità rappresenta la novità più significativa rispetto alla wave 1.

Risultati

L’app è stata pubblicata a dicembre 2020. La wave 2 è stata confermata da parte di Reale Group con molta soddisfazione dopo la chiusura della wave 1 (novembre 2020). Le attività di sviluppo della wave 2 sono cominciate in contemporanea alla prima ondata del Coronavirus, per questo motivo il team di sviluppo ha lavorato in modalità smart working. Nonostante la distanza, il clima che ruota attorno all’ambiente di lavoro è stato molto positivo e collaborativo. Tutto questo ha favorito il nascere di soluzioni innovative che hanno soddisfatto il nostro cliente. 

Volete saperne di più su quello che facciamo e sulla parte di sviluppo App? Visitate la nostra area dedicata alle soluzioni Web, App, e-commerce.

Il 9 dicembre 2020 è stata inaugurata a Torino Green Pea, la nuova iniziativa imprenditoriale ideata dal fondatore di EATALY, Oscar Farinetti. 

Dopo l’esperienza di successo nel mondo del cibo, con il modello EATALY, Green Pea è un format che punta agli altri mercati: i beni che costituiscono la parte più corposa delle attività a consumo dell’essere umano, come l’energia, il movimento, il fashion, la casa e il tempo libero. 

L’iniziativa imprenditoriale prende avvio da Torino perché a detta dello stesso Oscar Farinetti: “Da Torino prendono vita tutte le cose innovative che hanno poi avuto successo in Italia e nel mondo”. 

Green Pea nasce con l’obiettivo di dimostrare che è possibile, da subito, acquistare prodotti e servizi di grande qualità e bellezza, costruiti in armonia con la Natura e funzionali a una forma di utilizzo davvero responsabile e sostenibile.  Green Pea trasforma il rispetto per l’ambiente in qualcosa che è anche bello. Non è solo una questione etica, ma anche un nuovo modo di percepire la qualità del prodotto, la bellezza e un mood positivo e responsabile in linea con gli stili di vita moderni.

Un’iniziativa imprenditoriale che, come EATALY, vuole portare l’eccellenza italiana nel mondo rappresentata da aziende leader nel loro settore e votate al rispetto della Natura in un ciclo di produzione e vendita equilibrato per costruire un futuro più bello, rispettoso e con un occhio allo spirito imprenditoriale italiano.

Le aziende all’avvio saranno per la quasi totalità italiane, con l’impegno e auspicio di coinvolgere anche compagnie straniere a patto che siano originali e in linea con i principi del manifesto di Green Pea. Il concetto di filiera raccontato da Green Pea costituisce una parte importante di tutto il progetto.

In questa iniziativa, sin da subito, è stata coinvolta Synesthesia. L’obiettivo: creare un’app mobile innovativa in grado di accompagnare in modo digitale il consumatore dentro la nuova esperienza di Green Pea, con elementi di semplicità e usabilità unici. Un touchpoint considerato da subito come uno dei punti di maggior rilievo del progetto di comunicazione della nuova iniziativa e del suo digital environment.

Synesthesia entra a far parte del progetto anche per il suo comportamento green. Adottiamo da sempre politiche aziendali di rispetto per l’ambiente, utilizziamo energia da fonti 100% rinnovabili, favoriamo l’economia circolare e l’inclusione sotto diversi punti di vista, non ultima la lotta al gender gap.

La app che è stata pubblicata già all’avvio del progetto per gli store mobile di Apple e Google è in ottica omnicanale un elemento del progetto stesso, una guida, un assistente, un “diario di viaggio” che tiene traccia della vita del consumatore nei vari “mondi” rappresentati da Green Pea, con un particolare riferimento all’ultimo livello denominato Otium dedicato al relax e al tempo libero. La app mobile è un punto di connessione tra la fisicità del punto vendita e la community che sarà creata intorno al nuovo brand del “pisello verde”. Una community che sarà protagonista di questa rivoluzione e che potrà partecipare alla vita del brand e alle tante iniziative che saranno messe a disposizione per gli iscritti in collaborazione con altri partner autorevoli, come A-World e Short Édition.

L’utente può creare il suo Profilo Green e migliorare i suoi comportamenti sostenibili giorno per giorno, diventando parte della community. Attraverso giochi di vario tipo potrà quindi guadagnare Green Pea Points. Grazie alla selezione quotidiana di news e mini storie l’utente potrà, inoltre, informarsi e rimanere in contatto con il brand e con il resto della community.

Synesthesia ha messo a disposizione del progetto un team mobile di eccellenza e dedicato, con oltre una decina di anni di esperienza nel campo dello sviluppo di applicazioni mobile innovative.

L’app Green Pea è realizzata integrando la tecnologia di A-World. La startup innovativa Italiana scelta dalle Nazioni Unite per la promozione dei Sustainable Development Goals tramite la campagna ACTNOW e ha sviluppato l’omonima app che premia le persone per i loro comportamenti sostenibili.

In questo modo, i clienti possono usufruire di contenuti sulla sostenibilità, imparare a misurare il miglioramento del proprio stile di vita, ottenere  riconoscimenti grazie alle proprie azioni Green e ai propri acquisti. Ogni azione è premiata con punti, badge e livelli, che si traducono in sconti e accessi a servizi dedicati.

L’app è poi Integrata con Short Édition: distributori automatici di mini storie, in italiano e in inglese. Un meccanismo tecnologico e poetico con cui scoprire narrazioni sui pensieri dei grandi filosofi greci, testi originali sul tema Green curati dalla Scuola Holden, pensieri dei GP Members e dei GP Partners. Attraverso l’app Green Pea tutti i GP Members potranno inviare i propri scritti, che diventeranno parte di questo progetto narrativo condiviso e saranno distribuiti ai visitatori. 

Nella app dal lancio trovano spazio: il manifesto di Green Pea, la presentazione dei partner, l’interazione con A-World e molte altre funzionalità che via via cresceranno per arrivare nel giro di poco tempo a definire il touch point mobile completo del mondo Green Pea.

Dalle parole del fondatore e Presidente di Synesthesia Francesco Ronchi: “Siamo onorati di far parte di questa esperienza, innovativa e autorevole sia per la nostra città sia per il mondo imprenditoriale internazionale. Noi veniamo dal mondo della tecnologie e dell’innovazione e abbiam sempre fondato la nostra azione sul rispetto, sulla sostenibilità e sulla qualità della vita, partendo dai nostri team di lavoro fino ad arrivare al rapporto con il territorio e con i nostri clienti e partner. Comunichiamo i nostri valori anche con iniziative che vanno oltre il nostro core business. Adottiamo energie green, favoriamo lo smart working e l’utilizzo di sistemi green anche per la realizzazione dei nostri eventi di divulgazione”.


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Storicamente la compressione dei  dati – video, audio – è stata uno dei fattori di successo per molte aziende che operano nel settore della tecnologia dell’informazione. Come stanno oggi le cose?

“La compressione di audio e video ha abilitato un business che si è espanso molto, ma le tecnologie tradizionali che sono state sfruttate al momento hanno rallentato il loro corso. La standard MPAI invece è entrato decisamente in una nuova era, applicando nuove tecnologie anche ad altri settori di mercato e permettendo loro di trarre nuovi benefici”.

MPAI intende sviluppare standard di codifica dei dati in una varietà di contesti di interesse pratico grazie all’impiego dell’Intelligenza Artificiale (AI). Puoi farci qualche esempio? A quali ambiti si può applicare questo strumento? Da quali esigenze nasce MPAI? 

“Applicare l’Intelligenza Artificiale alla compressione dei dati significa sfruttare meglio le loro  proprietà statistiche in modo da estrapolare informazioni aggiuntive e complementari.  Per esempio analizzare l’ingente mole dei dati finanziari che produce un’azienda (quelli di produzione, sull’andamento del mercato, del personale, ecc. che non sono statici ma cambiano nel corso del tempo) significa far emergere scenari che diversamente non sarebbe stato facile o addirittura possibile considerare prima. Attraverso l’impiego dell’AI si può approfondire come mai prima d’ora, perché il potenziale della compressione è vastissimo, anche per comprendere ulteriormente la stessa natura dei dati”.

Il Context-based Audio Enhancement (MPAI-CAE) è uno dei progetti che rappresenta una risposta alle necessità del settore? 

“Sì lo è. Il grande valore della standardizzazione è definire un campo aperto all’interno del quale tutti possano concorrere invece di confinare le competenze all’interno di cerchie ristrette, che non si influenzano e sono addirittura inutili perché ostacolano il progresso. L’innovazione porta benefici a chi crea prodotti o servizi e a chi ne fruisce solo se si stabilisce un corretto codice di comunicazione”. 

Synesthesia è diventata principal member di MPAI. A quali categorie afferiscono gli altri attori che fanno parte dell’organizzazione e che tipo di contributo ti aspetti da loro? 

“Synesthesia rappresenta un ottimo esempio del potenziale dirompente e positivo nella risoluzione di un problema per cui risulta essenziale attingere a nuove tecnologie di AI per migliorare l’esperienza non solo dell’utente ma anche del produttore. Circa il 40% dei soci di MPAI è costituito da università o centri di ricerca – settori in forte crescita, dalla smisurata quota innovativa in ballo, e che sono garanzia per lo sviluppo di standard sempre più potenti. L’altra componente dell’organizzazione è data dalla cosiddetta industria (operatori telefonici, broadcaster, costruttori, aziende specializzati nel ramo informatico), aziende che possono evitare di diventare sudditi di  grandi aziende potendo operare all’interno di un campo aperto con regole stabilite. L’ MPAI si pone come fattore fortemente abilitante, gettando le basi per un sistema di condivisione e cooperazione, e maggiori possibilità, specie per le PMI, di portare competenze all’interno dell’organizzazione”.

Numerosi esperti dell’industria, della scienza e del mondo accademico fanno già parte di MPAI o sono stati invitati a unirsi a essa per lo sviluppo di standard abilitati dall’Intelligenza Artificiale. Quanto è importante in questa partita fare rete e sfruttare la connessione con il mondo della ricerca per raggiungere gli obiettivi? 

“É fondamentale interagire con professionisti in campi simili o complementari: MPAI facilita la collaborazione e l’interazione tra aziende. Mettere a patrimonio a livello sistemico le competenze dei vari attori consente l’accesso a soluzioni più potenti e maggiormente utilizzabili. Le innovazioni devono essere spinte da precise esigenze di business sulla base di requisiti funzionali alle necessità dello standard utilizzato. Quest’ultimo determina come un prodotto o servizio possa essere utilizzato, mentre l’accesso alla proprietà intellettuale è stabilito nella trattativa tra un’azienda e i detentori di brevetti”.

MPEG ha avuto un incredibile impatto a livello tecnologico: quali sono le sue previsioni sulla portata che potrebbe avere MPAI? 

“Sono senz’altro più ambiziose, perché non confinate ai sistemi audio e video; si parla infatti della sua applicazione a dati finanziari, al miglioramento della performance nelle multiuser gaming e una vastità che al momento non è ancora determinabile, e ha come driver l’AI. Le tecnologie tradizionali stanno perdendo l’impeto iniziale di 30 anni fa, non soltanto perché sono al loro margine di sviluppo ma per l’impossibilità pratica di ottenere tutti i brevetti necessari all’implementazione di uno standard. Questo è uno degli aspetti fondanti dell’MPAI per applicare l’AI a tutti i tipi di dati: quando si sviluppa uno standard gli utenti futuri devono avere chiari i termini di utilizzo dei brevetti che saranno necessari, anche se non il valore monetario per ragioni di antitrust. La portata quindi non è soltanto di natura tecnica, ma anche legale, nell’ambito di una licenza quadro, legata all’elaborazione di uno standard. Il risultato atteso è una garanzia assicurata a chi definisce la tecnologia in uno standard godendo delle relative royalties e a chi ne fruirà. Definire licenze quadro è il sistema per raggiungere tale obiettivo ed è la vera sfida che si pone MPAI”.

Auguriamo al team MPAI un grande successo per tutto quello che stanno progettando e realizzando. A Leonardo Chiariglione il nostro ringraziamento per averci raccontato l’iniziativa e per l’estrema simpatia e disponibilità.


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