Quando è stato il tempo delle ferrovie, sono state realizzate le ferrovie. Ci è voluta un po’ di creatività per inventare la ferrovia, ma la creatività è un elemento che non manca nella mente umana. La creatività da sola però non può creare nulla. È sempre necessario il contributo di altre persone che pongono le basi e il substrato per una successiva invenzione.

Un tempismo fortunato

Parliamo così di un tempismo fortunato. Se otteniamo il brevetto per l’invenzione della radio non significa che da soli abbiamo inventato la radio. Significa piuttosto che abbiamo avuto la fortuna di essere vissuti quando tutte le tecnologie alla base della nostra invenzione erano già state inventate e che abbiamo “battuto sul tempo” tutti gli altri presentando per primi l’invenzione all’ufficio brevetti.

La storia di Google e Microsoft

La teoria del tempismo fortunato dell’innovazione spiega molti successi e fallimenti dei fondatori di “mitologiche” aziende tecnologiche. Spiega, per esempio, come Google ha potuto creare un fantastico motore di ricerca e allo stesso tempo lanciare una serie di prodotti fallimentari, come G +, Google Video o Stadia. Le storie di successo di Google (la sua piattaforma mobile, la sua suite collaborativa di prodotti per ufficio, la sua tecnologia di gestione dei server, la sua piattaforma video, ecc.) sono tutte frutto di acquisizioni.

Oltre al motore di ricerca, Google ha avuto solo altri due successi “in-house”: il grande clone di Hotmail (Gmail) e Google Foto (utilizzato da più di un miliardo di persone ma solo con Android, un sistema operativo acquistato da altri).

Google non ha inventato la sua strada per il successo, ha “comprato” questa strada.

Questo è uno scenario ben noto. Ricordate Microsoft? Quando Homer Simpson fondò una società tecnologica nel 1998, Bill Gates “lo comprò”. Il processo culminò con i sicari di Gates che distrussero la fabbrica di Homer.

Anche Microsoft ha comprato la sua strada per il successo. La società non solo ha acquisito innumerevoli rivali, ma ha anche sfruttato il suo accesso ai mercati dei capitali per acquistare prodotti sottocosto in modo da impedire ad altre aziende di offrire prodotti concorrenti. Microsoft ha sfruttato il suo dominio – i sistemi operativi – per ottenere il predominio in altri ambiti come le suite di produttività e i browser.

Microsoft ha distrutto Netscape con queste tattiche, ma non ha cercato di usarle contro Google. Come mai? Cosa è successo? Un’umiliante e terribilmente costosa causa antitrust durata sette anni che ha quasi portato la società allo scioglimento. L’esperienza è stata molto pesante per Microsoft, mentre Google segnava una vittoria dopo una vittoria.

Ironicamente Microsoft doveva la propria esistenza a un altro monopolista. Dal 1970 al 1982 IBM è stato trascinato nella più costosa e lunga azione antitrust della storia americana, una situazione di stallo così estenuante che è stata soprannominata “antitrust del Vietnam.” Ogni anno, per 12 anni consecutivi, le spese legali di IBM hanno superato i costi dell’intera divisione antitrust del Dipartimento di giustizia degli USA (DoJ). IBM alla fine ha trionfato, ma ha imparato una lezione importante: non fare impazzire il Dipartimento.

Una delle cose che ha davvero fatto arrabbiare le istituzioni competenti? Unire gli hardware ai sistemi operativi. Ecco perché, quando IBM era pronta a lanciare il suo PC ha trovato una società esterna per sviluppare il sistema operativo. Quella società era MicroSoft e il sistema operativo era DOS.

La vera storia dell’innovazione

Le aziende dominanti sul mercato sostengono di mantenere la loro posizione attraverso “l’innovazione”. Le più grandi aziende tecnologiche del mondo hanno ridotto i loro reparti di ricerca e sviluppo nel corso degli anni, sostituendoli con fusioni, acquisizioni, contratti esclusivi e altri “trucchi”.

Il mito del fondatore della tecnologia come genio visionario copre una storia molto meno poetica: i fondatori in campo tecnologico hanno avuto fortuna una volta (o, in pochissimi casi, due volte) e poi hanno usato il loro accesso ai mercati dei capitali per impedire ad altre persone di avere fortuna nello stesso modo.

Non sono super geni che giocano a scacchi; sono persone ordinarie non più adatte di voi o di me a essere responsabili del destino tecnologico di milioni o miliardi di persone.

Il mondo ha avuto un importante ricordo di questo fatto quando il Delaware’s Court of Chancery ha rilasciato i messaggi di testo ed e-mail  di Elon Musk relativi alla sua caotica offerta di acquistare Twitter. È uno sguardo veritiero su cosa c’è dietro ai personaggi pubblici accuratamente costruiti di alcuni dei giocatori più ricchi e potenti della tecnologia.

Si scopre che quando questi ragazzi – quasi tutti i ragazzi – parlano tra loro, quando nessun altro ascolta, fanno quello che tutti noi facciamo: bluffano, inventano cose, invertono la rotta e fingono di non averlo fatto.

Charlie Warzel dell’Atlantic, scrivendo sulla questione, cita un “ex dirigente dei social media” che dice: “Tutti sembrano fottutamente stupidi”, e continua dicendo, “È davvero così che si fanno affari? Non c’è un vero pensiero strategico o analitico.  È solo emotivo e fatto senza alcuna preoccupazione reale per le conseguenze.” E ha ragione. I compagni di Musk gli dicono casualmente somme sbalorditive da pagare per l’acquisto: $250,000,000 da Mark Andreesen, un miliardo da Larry Ellison (che aggiunge, “… o qualunque cosa tu voglia”) e Musk risponde dicendo che introdurrà i retweet a pagamento con Dogecoin senza rendersi conto che “la blockchain su Twitter è impossibile.”

Warzel riassume così: “Il desiderio di emergere di Musk e la sua pigrizia nel fare affari rivelano qualcosa di più profondo su questo ecosistema di investimento e sul suo funzionamento. Guardando questi testi, sembra molto più facile capire il recente investimento di 350 milioni di dollari di Andreessen Horowitz nella nuova start-up immobiliare del fondatore di WeWork, Adam Neumann, o l’ammissione di Bankman-Fried che la maggior parte degli investimenti venture-capitalist non sono “l’esempio di mercati efficienti”.

Sei ricco? Allora sei intelligente

Il corollario di “se sei così intelligente, perché non sei ricco?” è “sei ricco, quindi devi essere intelligente.” Dopo tutto il fatto che questi sciocchi abbiano così tanti soldi deve significare che non sono poi così stupidi.

Se il modello di come funziona il business è che le persone brillanti fanno cose incredibili e si arricchiscono, allora essere ricchi significa che sei una persona brillante che fa cose incredibili. Ma se il successo è la combinazione di fortuna, tempismo e una volontà spietata di utilizzare i mercati dei capitali per impedire ai rivali di raggiungere i loro clienti, allora il denaro diventa una conseguenza di un genio sociopatico e non di un creativo.

Insieme per innovare il mondo digitale

Come abbiamo visto in questo articolo le storie di successo, le invenzioni che hanno cambiato le nostre vite sono il frutto della collaborazione tra uomini, della perfetta combinazione di intuizioni brillanti con le giuste tempistiche. Per secoli è stato così. 

In Synesthesia sosteniamo tutte quelle idee che puntano all’innovazione. Ogni giorno creiamo nuove soluzioni digitali di successo e occasioni di business grazie alla collaborazione sinergica con altre realtà. La nostra esperienza maturata in questi anni ci ha insegnato che tutto questo è possibile. Non ci sono limiti a quello che si può costruire insieme.


(Tratto da medium.com a cura di Cory Doctorow, tradotto da Synesthesia, in data 14 novembre 2022.Copyright © https://doctorow.medium.com/the-true-genius-of-tech-leaders-46d6e3439989 · all rights reserved).

Ti presentiamo Barter

Barter è una piattaforma B2B di scambio che consente ai negozi retail di fare rete tra loro e di rifornire il magazzino in cambio di merce che altrimenti andrebbe svenduta. Nata nel 2020 da un’idea di Daniele Ghigo (Ideatore & CEO di Barter Srl e Sportification Lab Srl), la start-up torinese è cresciuta molto in pochissimo tempo: a soli due anni dalla sua nascita Barter attualmente conta circa 35 negozi aderenti nel settore dell’abbigliamento e delle calzature sportive (in Piemonte, Liguria e Lombardia). 

L’app offre vantaggi notevoli per i negozi, tra i quali:

Premi e riconoscimenti 

Barter ha da poco terminato il secondo round di investimenti. Questa operazione consentirà ben presto all’azienda di trovare risorse utili per il proprio percorso di crescita e di aprirsi anche ad altri settori, quali cosmesi e profumeria. 

Le prospettive sono molto positive: a oggi le aziende coinvolte fanno parte dell’area nord-ovest dell’Italia. Prossima tappa? Il resto dell’Italia e poi l’Europa, dove il sistema distributivo dei grandi brand è già da tempo centralizzato. 

A premiare gli sforzi fatti finora, lo scorso 28 giugno 2022 a Roma, è arrivato anche un importante riconoscimento nazionale per l’innovazione promosso dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche). 

Il supporto supporto strategico di Synesthesia 

Synesthesia crede nell’open innovation e nella collaborazione sinergica con le altra aziende. 
Come sostiene il suo Presidente Francesco Ronchi:

“Supportiamo le start-up attraverso specifici programmi di sviluppo e advisory che includono la condivisione di processi, idee e servizi, finalizzati all’accelerazione della crescita attraverso un supporto concreto sui fronti tecnologici, organizzativi e commerciali. Entrare a far parte di questo innovativo progetto imprenditoriale si inserisce in una serie di attività legate al settore della “retail tech”, sul quale Synesthesia lavora e investe da tempo. 

Ridurre gli sprechi in modo “intelligente” ottimizzando la gestione dei magazzini attraverso il digitale è possibile: l’idea di Barter ci piace proprio perché incarna anche un modello virtuoso, etico e sostenibile di fare azienda. Favorire il dialogo e la collaborazione (anche a distanza) tra i retailer in ambito gestionale si riflette poi in modo positivo sul modo di pianificare delle aziende e conseguentemente anche sull’esperienza d’acquisto finale offerta al cliente”.

Come racconta Daniele Ghigo (ideatore e CEO di Barter Srl):

“Avere il sostegno di Synesthesia per noi è stato molto importante per comprendere le dinamiche e i processi di sviluppo del nostro progetto. Confrontarsi in maniera cadenzata con un mentor dedicato pronto a metterci di fronte a scenari anche scomodi e di difficile analisi ci ha permesso di esser più pronti a decisioni strategiche all’interno di un mercato in continuo cambiamento come quello del mondo Retail e della sua distribuzione dall’inizio della pandemia a oggi. L’esperienza e la professionalità messa in campo da Synesthesia ci ha reso più consapevoli, più forti, più dinamici e anche più squadra”.

Come dice Felice Di Luca (Business Development and Chief Quality Officer in Synesthesia):

“Abbiamo conosciuto Barter nel 2020. Si sono rivolti a Synesthesia perché cercavano un partner per lo sviluppo della loro app mobile. Quando gli abbiamo presentato il nostro servizio di supporto per l’accelerazione delle startup, hanno aderito con entusiasmo iniziando subito il percorso. Siamo diventati un loro partner strategico con l’obiettivo di supportare la definizione della strategia e cadenzare il ritmo dell’execution. Siamo entrati in stretto contatto con il team. Insieme a loro abbiamo vissuto i successi, i dubbi, i momenti di sconforto e quelli di incontenibile gioia. È sempre meraviglioso essere vicini alla crescita di una startup”.

Synesthesia è al fianco di chi vuole migliorare il mondo con il digitale

Il nostro obiettivo futuro è molto ambizioso e il nostro impegno è concreto. Continueremo a sostenere tutte quelle idee brillanti e innovative che vogliono migliorare la vita e l’esperienza di tutti attraverso il digitale. La nostra esperienza maturata in questi anni ci ha insegnato che tutto questo è possibile. Basta solo crescere nel modo giusto. Basta crederci. Basta farlo insieme a noi.

Alcune note aziende e start-up italiane, come Onyon, Wibo, Miacar (exit nel 2021), WeTaxi, CityAround, Bitmonds, Regusto, LastMinuteSottoCasa, Ponyzero (oggi FoodPony), Midori Energy, Morerecognition, lo hanno già fatto. 

Come creare una nuova impresa con Synesthesia

Synesthesia fornisce servizi di mentorship, formazione, condivisione di spazi di lavoro e assistenza per il reperimento delle necessarie risorse tecniche e logistiche.

Con la tua idea di business e la nostra esperienza nel realizzare soluzioni per le start-up basate su opportunità di mercato, non ci sono limiti a quello che possiamo raggiungere insieme. Creiamo nuove occasioni di business insieme, unendo le idee e le risorse e cercando nuovi modi di fare impresa con una predilezione per il social impact.

Siamo pionieri nel campo imprenditoriale dell’innovazione: esploriamo il mercato, ci focalizziamo sulle aree che possono garantire i risultati migliori, individuiamo i punti deboli del percorso verso l’innovazione e andiamo alla ricerca di buone idee per rafforzarli.

Synesthesia è il tuo partner ideale per realizzare il prossimo grande passo: noi ti forniamo procedure consolidate di crescita, il know-how e la tecnologia necessari per lanciare la tua idea di start-up innovativa.

Contattaci per saperne di più.

Che cos’è l’email marketing?

L’email marketing è lo strumento di comunicazione diretta con i propri contatti che sfrutta la posta elettronica. Per aumentare le vendite del proprio e-commerce ci sono diverse strategie da poter attuare con questo canale.

La parte fondamentale e preliminare è la definizione degli obiettivi, che vanno a determinare quale strategia occorre intraprendere. Una volta definiti gli obiettivi, infatti, sarà più semplice stabilire la metodologia da utilizzare per raggiungerli.

Ma quali sono le diverse strategie da utilizzare per aumentare le vendite con l’email marketing?

Offri uno sconto per l’iscrizione alla newsletter

La prima via che può essere percorsa è quella di offrire uno sconto di benvenuto al momento dell’iscrizione alla newsletter. Questo espediente non solo invoglia i visitatori a iscriversi per ricevere comunicazioni, facendo così aumentare al brand il proprio database di contatti, ma fornisce anche un incentivo a effettuare un primo acquisto.

Grazie alla piattaforma di email marketing 4Dem puoi creare un form di compilazione da inserire all’interno del tuo sito web a cui poter collegare una lista. Quest’ultima, inserita all’interno di un flusso di automazione creato ad hoc, invia una email di benvenuto a tutti coloro che si iscrivono alla newsletter, inviando il codice sconto. 

Questa strategia genera nuovi iscritti interessati ai prodotti dell’e-commerce, ai quali poter inviare successivamente comunicazioni via newsletter.

Profila il database

Ogni iscritto alla lista ha le sue necessità e preferenze. Proprio per questo è bene inviare comunicazioni mirate sulla base dei bisogni e gusti. Per fare questo la profilazione del database effettuata sulla base del comportamento degli utenti è fondamentale per conoscere le loro preferenze e inviare comunicazioni mirate.

Tutto questo è possibile grazie ai tag comportamentali: particolari tag da inserire nei link all’interno della comunicazione da inviare. Così facendo saremo in grado di inviare comunicazioni più intelligenti a diversi gruppi di utenti con caratteristiche differenti. 

Per fare un esempio, potremmo inviare comunicazioni su prodotti per gatti solo a chi ha già mostrato interesse verso questi prodotti, evitando di inviare a loro le promozioni relative ai prodotti per conigli.

In questo modo è possibile non inviare newsletter generiche che rischiano di abbassare l’interesse dell’utente nei confronti delle comunicazioni del brand.

Email di buon compleanno

Un metodo sottovalutato ma molto efficace è quello di inviare una email di buon compleanno con all’interno un codice sconto dedicato. Questo tipo di comunicazione fa sentire l’utente apprezzato, oltre che a indurlo a effettuare un acquisto in breve tempo.

aumenta le vendite con l'email marketing

Ricorda sempre che soprattutto le email di compleanno devono avere un campo personalizzato come per esempio il nome del destinatario. Il codice sconto, inoltre, deve avere una scadenza a breve termine, tale da instaurare un senso di urgenza nel fruitore.

Recupera i carrelli abbandonati

Un problema di molti e-commerce sono i carrelli abbandonati, dovuti agli utenti che, navigando sul sito, hanno aggiunto alcuni prodotti al carrello senza procedere all’acquisto vero e proprio.

Comunicazioni a questi utenti per ricordare loro il carrello abbandonato è, inoltre, un’ottima strategia per finalizzare gli acquisti e aumentare le vendite. Inviando queste email automatiche e personalizzate, è possibile comunicare la disponibilità dei prodotti e far leva sul senso di scarsità.

Grazie al software di email marketing automation 4Dem è possibile integrare il proprio e-commerce con la piattaforma, realizzando in modo facile e veloce un flusso automatico per recuperare un carrello abbandonato. Basterà inserire il trigger sulla tipologia dell’evento scatenante e definire l’arco di tempo da aspettare prima di far partire l’automazione.


Synesthesia da anni è partner di 4Dem, la piattaforma all-in-one che ti aiuta a gestire l’intero funnel di digital marketing. Vuoi intraprendere una strategia di email marketing, ma non sai da dove iniziare? Synesthesia elabora soluzioni di email marketing efficaci supportando i propri clienti nel raggiungimento di concreti risultati di crescita sul mercato globale. Chiedi ai nostri esperti.

L’evoluzione dei social

La nascita dei social media ha segnato un cambiamento nelle dinamiche sociali e relazioni della popolazione mondiale. Oggi possiamo affermare che è praticamente impossibile essere “fuori” dall’ecosistema che queste piattaforme hanno creato. Non si tratta più, infatti, solo di canali di comunicazione tra singoli utenti privati come poteva essere Facebook ai suoi albori. La presenza delle aziende e delle istituzioni sui social è oggi evidente e in alcuni casi predominante (e invadente). Pensiamo, per esempio, a Twitter dove la componente istituzionale è molto forte: quotidianamente le più importanti organizzazioni a livello mondiale rilasciano dichiarazioni proprio utilizzando i ben noti Tweet, molto più diretti e veloci dei vecchi comunicati e lanci d’agenzia. 

Per quanto riguarda le aziende, la loro presenza sui social è evidenziata dal fatto che quasi tutte le piattaforme stanno implementando sempre più le funzionalità legate al settore dello shopping online. TikTok marketing è un esempio molto emblematico della diffusione crescente del Social Commerce, ovvero della scelta dei consumatori di fare acquisti direttamente sui social. 

Dall’informazione allo shopping, dunque, passando per la condivisione di contenuti e la creazione di relazioni (che sono le basi su cui si fonda la nascita stessa dei social media), le piattaforme social sono oggi i principali attori e artefici dei cambiamenti e delle evoluzioni che si muovono in seno alla società. Ma quali sono i rischi connessi a un panorama così “fluido”, libero e in continua evoluzione? 

La disinformazione nel mondo digitale

Come abbiamo già avuto modo di accennare, i social media sono oggi uno dei principali canali di comunicazione e informazione a livello globale. La libertà di pensiero è senz’altro uno dei pilastri su cui, almeno in teoria, si fondano queste piattaforme. Gli utenti possono, infatti, condividere in ogni momento messaggi di testo, immagini o video con la propria rete e non solo. Ma la libera manifestazione del pensiero, se portata all’eccesso ed esercitata senza limiti, può avere ricadute negative anche molto gravi sulla società a livello globale. In un mondo interconnesso come il nostro, infatti, è praticamente impossibile fermare o arginare un’informazione nel caso in cui sia scorretta o addirittura dannosa. 

Per questi motivi la lotta alla disinformazione oggi è un tema sempre più urgente che coinvolge tutti. Un interessante saggio di Jonathan Haidt, psicologo americano,  intitolato “Why the past 10 years of american life have been uniquely stupid” analizza gli ultimi 10 anni della storia statunitense proprio alla luce della possibile dannosità dei social media. L’autore utilizza un paragone con la vicenda biblica della Torre di Babele: un esempio emblematico di frammentazione della comunicazione con la conseguente impossibilità di far circolare le informazioni. 

Haidt afferma che, a partire dal 2010, i social media hanno “armato di frecce” le istituzioni degli USA che a loro volta hanno iniziato ad attaccarsi a vicenda a “colpi di tweet”. Spesso i contenuti di questi messaggi diffusi online si basano su un’informazione modificata e piegata agli interessi ora dell’una ora dell’altra parte. Si è creata così sempre più disinformazione sotto gli occhi dei cittadini americani, come un circolo vizioso. Le conseguenze principali sono state la perdita di credibilità e l’indebolimento della stabilità della stessa democrazia. 

Estendendo la riflessione al contesto globale, possiamo affermare che oggi ci sentiamo quasi spaesati, in un mare di informazioni in continua evoluzione, senza riuscire ad approdare nel “porto sicuro” di un’informazione corretta e veritiera. Pensiamo, per esempio, alla disinformazione che ha avvolto quasi totalmente questi ultimi anni di pandemia e che ha creato grandi difficoltà nella gestione della situazione di crisi. Una disinformazione che si è autoalimentata a partire soprattutto dai profili di istituzioni e enti non ufficiali.

Per concludere prendiamo in prestito una frase di Chris Wetherell, l’inventore del bottone del Retweet, che con riferimento proprio alla funzionalità da lui sviluppata disse:

“We might have just handed a 4-year-old a loaded weapon” (potremmo aver appena dato in mano a un bambino di 4 anni una pistola carica). 

I social sono uno strumento di manifestazione della libertà di pensiero, ma sono necessarie delle guide e dei limiti stabiliti nell’interesse della collettività. È importante evitare che un’arma carica e pronta a sparare finisca nelle mani di persone sprovvedute e inconsapevoli dei danni che potrebbero causare. 

Una possibile strada da percorrere

I social media, però, sono anche un insieme di strumenti che racchiudono grandi opportunità per utenti, aziende e organizzazioni: dalla possibilità di mettersi in contatto con persone in tutto il mondo e di condividere esperienze con un’app sul proprio smartphone, all’occasione per le aziende di raggiungere un pubblico sempre più ampio grazie al social commerce fino alla possibilità di far circolare l’informazione con un semplice clic. La soluzione non è abolire i social media, ma comprendere l’importanza di farne un uso consapevole e rispettoso del bene comune.

Gli effetti positivi di questi strumenti, infatti, sono altrettanto evidenti e numerosi. Pensiamo per esempio alle competenze digitali che i bambini, “nativi digitali”, sviluppano sin da piccoli. E poi è proprio grazie ai social se i ragazzi di oggi hanno a disposizione una grande quantità di fonti di informazione, anche molto diverse tra loro, aspetto che favorisce maggiormente lo sviluppo di un pensiero critico proprio. 

I social media, infine, possono costituire uno strumento a disposizione di tutti per sensibilizzare su una causa particolare (si pensi per esempio a tutte le iniziative che nascono “dal basso” in tema di sostenibilità ambientale), riunire persone che condividono gli stessi valori e avere così un impatto nel mondo reale. Per tutti questi motivi è importante combattere la disinformazione a vantaggio di un’informazione libera, veritiera e utile per tutti. È una battaglia condivisa che siamo chiamati a combattere, ciascuno con i mezzi che ha a disposizione.


Vuoi saperne di più su come poter utilizzare i social media in modo efficace per la tua attività? Synesthesia elabora soluzioni di marketing e Social Commerce customizzate sulla base delle necessità del cliente con l’obiettivo di supportare l’attività nel raggiungimento di concreti risultati di crescita e KPI sul mercato globale. Scopri le nostre strategie nella pagina dedicata o chiedi ai nostri esperti.

La decisione del Garante della privacy in Italia

Come abbiamo già avuto occasione di analizzare nel nostro precedente articolo “Google Analytics e GDPR: i rischi per gli utenti dell’UE”, la questione del trattamento dei dati da parte della nota azienda americana ha attirato l’attenzione di numerose Autorità Garanti di diversi paesi Europei.

Le garanzie, infatti, previste dalle leggi americane  in questo ambito sono molto più deboli e meno “protettive” nei confronti dei titolari dei dati, rispetto a quelle previste dalle normative europee e dal GDPR. Con il comunicato del 23 giugno 2022, il Garante della privacy italiana ha espresso un punto critico già sollevato da molti utenti e Autorità anche in altri Paesi Europei. Si legge che:

“il Garante ha evidenziato, in particolare, la possibilità, per le Autorità governative e le agenzie di intelligence statunitensi, di accedere ai dati personali trasferiti senza le dovute garanzie, rilevando al riguardo che, alla luce delle indicazioni fornite dall’EDPB (Raccomandazione n. 1/2020 del 18 giugno 2021), le misure che integrano gli strumenti di trasferimento adottate da Google non garantiscono, allo stato, un livello adeguato di protezione dei dati personali degli utenti”.

La nota del nostro Garante è molto chiara e si colloca perfettamente in linea con la precedente decisione dell’Autorità austriaca che aveva dichiarato, a sua volta, che le “clausole contrattuali standard firmate dalle parti (nel caso di specie il gestore di un sito austriaco e Google) non offrono un livello di protezione adeguato” rispetto alle norme previste dal Regolamento Europeo per protezione dei dati personali.

A seguito di questa decisione, dunque, è evidente che i gestori di siti web in Italia dovranno fare a meno dei servizi finora offerti da Google Analytics.

L’Autorità italiana, infatti, ha stabilito un termine di 90 giorni entro il quale

 “tutti i titolari del trattamento sono tenuti a verificare la conformità delle modalità di utilizzo di cookie e altri strumenti di tracciamento utilizzati sui propri siti web, con particolare attenzione a Google Analytics e ad altri servizi analoghi, con la normativa in materia di protezione dei dati personali”.

Allo scadere di questo periodo, l’Autorità Garante si riserva di verificare la conformità al Regolamento Europeo dei soggetti interessati e, in caso di esito negativo, di procedere con le sanzioni previste dalle normative applicabili. 

Gli effetti negativi che simili decisioni producono anche sulle stesse attività di Google non sono difficili da immaginare. È probabile, infatti, che con il susseguirsi di queste restrizioni da parte delle Autorità europee, la stessa azienda americana proceda presto con modifiche ai suoi standard di sicurezza per essere in linea con le disposizioni del GDPR.

Un’altra strada potrebbe anche essere quella per cui Stati Uniti e Unione Europea scelgano di modificare i propri accordi in materia di privacy e protezione dati in modo da facilitare le attività delle aziende che operano in questo settore. 

Possibili strade alternative: Matomo

I servizi offerti da Google Analytics costituiscono oggi una fonte di informazioni essenziale per tantissime aziende in Italia e in Europa.

Per questo motivo occorre trovare soluzioni alternative che consentano ai soggetti interessati di continuare a usufruire di tutti i vantaggi e i servizi che Analytics ha sempre fornito. 

Una di queste soluzioni è Matomo: un software libero open source grazie al quale i gestori di siti web possono ottenere report dettagliati e in tempo reale sui visitatori, sui motori di ricerca utilizzati di questi ultimi, sulle parole chiave cercate, sulla lingua e anche sulle pagine di maggiore interesse. 

Le funzionalità del software sono estendibili e personalizzabili secondo le esigenze dell’utilizzatore con la semplice installazione di un plugin. In questo modo si migliora ulteriormente la compliance con le specifiche normative sulla privacy e sulla tutela dei dati. 

Un elemento molto importante, infine, che differenzia Matomo da Google Analytics è il fatto che questo software si installa sul server del gestore/owner del sito web e di conseguenza i dati sul traffico sono memorizzati nel proprio database e non vengono trasferiti in paesi terzi. 


Grazie all’esperienza maturata sul campo e alla professionalità dei nostri team, in Synesthesia siamo in grado di mettere a disposizione dei nostri clienti nuove soluzioni come Matomo, per far fronte nel modo migliore alle esigenze di ogni progetto. Contattaci! Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze. 

Il metaverso sarà davvero la “prossima versione” di Internet?

Prima di Facebook e della sua operazione di rebranding nell’ottobre 2021, il termine “metaverso” non era molto presente in rete. Secondo le statistiche di Google Trends degli anni precedenti, le poche persone che ne parlavano attivamente avevano tutti a che fare con il mondo delle criptovalute, dei token e con quello della blockchain. 

A causa della pandemia da Covid-19 negli ultimi anni molte cose sono cambiate: il tempo trascorso online è aumentato in modo esponenziale e buona parte della nostra quotidianità improvvisamente è stata proiettata (molto più di prima) dentro uno schermo di uno smartphone o di un computer.

Questo fenomeno ha stimolato fortemente il mercato tecnologico dando il via a un’imponente ondata di investimenti che sono andati verso la nascita di una nuova versione del web, più immersiva e in realtà aumentata. I segni di questo cambiamento, tuttavia, erano intuibili già da molto tempo, probabilmente da quando nel 2014 Zuckerberg acquistò Oculus, la più importante società produttrice di visori per realtà virtuale. Questo episodio probabilmente è stata una tappa importantissima che ha influenzato gli altri operatori indicando quale strada percorrere per il futuro.

Oggi le “Big Tech” (e non solo), con Meta in testa, sono impazienti di capire se gli ingenti investimenti economici fatti finora per la realizzazione di nuovi mondi virtuali (o metaversi) e innovativi modelli di business stiano andando nella giusta direzione. I dubbi da sciogliere e le perplessità che ruotano a questo tema sono ancora tanti.

Quale metaverso?

Recentemente l’articolo di Wired “Il metverso non esiste” (10 giugno 2022, a firma di Andrea Signorelli) ha creato non poco scalpore sollevando forti perplessità sulla reale esistenza del metaverso inducendo i suoi lettori a riflettere e a soffermarsi sul profondo significato e sull’utilità del metaverso.

Secondo l’autore, quotidianamente assistiamo al proliferare di comunicati stampa che annunciano l’ingresso di nuove aziende nel metaverso. 

“C’è un solo problema: il metaverso non esiste. E allora come fanno le aziende a entrarci? E come fanno – stando a una miriade di articoli pubblicati in ogni angolo del globo – le persone a sposarsi nel metaverso? A speculare nel metaverso? A partecipare a eventi nel metaverso? A lavorare nel metaverso e addirittura a subire molestie nel metaverso?” (Andrea Signorelli, “Il Metaverso non esiste”, Wired).

Sempre secondo l’autore attualmente esistono, tante, troppe piattaforme che non sono collegate l’una all’altra. Le aziende che decidono, inoltre, di “entrare” nel metaverso si limiterebbero ad adottare una piattaforma già esistente per organizzare eventi brandizzati o fare riunioni, team building o formazione in realtà virtuale.

Il metaverso: un addio alla realtà? 

Le questioni che ci pongono “in dubbio” nei confronti di questo “paradigma digitale” fanno riferimento non tanto al suo essere troppo parcellizzato, quanto al modo di organizzare la vita collettiva delle persone.

Stando alle previsioni di Gartner entro il 2026 il 25% delle persone passerà almeno un’ora al giorno nel Metaverso. Siamo davvero sicuri in futuro di voler trascorrere tutto questo tempo chiusi in casa indossando dei visori che ci isolano completamente dal resto del mondo per compiere azioni quotidiane all’interno di un mondo virtuale popolato da avatar? Siamo davvero sicuri di voler vivere dentro una realtà dove le emozioni sono espresse in modo stereotipato e dove niente diventa davvero emozionale e imprevedibile?

Per funzionare davvero il metaverso forse richiederebbe tutta una serie di presupposti “sociali” e antropologici legati per molti aspetti a situazioni e a contesti emergenziali (come per esempio una pandemia). Con questo non vogliamo dire che il metaverso rappresenti una scommessa che siamo disposti a perdere (in partenza). Come abbiamo visto nel precedente articolo, tante sono le opportunità e i benefici che ne potrebbero derivare (in ogni ambito). Il metaverso così come ci è stato raccontato finora si farà, ma presumibilmente ci vorrà tempo. Forse non siamo ancora pronti per dare definitivamente addio alla realtà (o anche solo a parte di essa). Probabilmente in futuro non molto distante riusciremo a fare esperienza di nuovo world wide web più immersivo, in 3D e in realtà virtuale. Forse un domani riusciremo a spostarci da una piattaforma all’altra con la stessa facilità con cui oggi ci muoviamo nel web con il nostro browser. Ma c’è ancora tanto da fare, proprio a partire da ciò che ci è più vicino, l’individuo e i suoi bisogni concreti e reali.


Vuoi saperne di più su come poter avviare la trasformazione digitale della tua azienda? Vuoi saperne di più su come la tua organizzazione può cogliere le opportunità del futuro Metaverso? Synesthesia elabora soluzioni con l’impiego anche delle tecnologia di AR/VR e Blockchain/NFT sulla base delle necessità del cliente e con l’obiettivo di supportare la sua attività nel raggiungimento di concreti risultati di crescita sul mercato globale. Chiedi ai nostri esperti.

Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).

Perché comunicare sui social media? I numeri parlano chiaro…

I social network rappresentano certamente il luogo principale per raggiungere il nostro target di riferimento. Secondo il Digital 2022 Global Overview Report – il report annuale nato dalla collaborazione tra We Are Social e Hootsuite – quest’anno gli utilizzatori di social media sono cresciuti rispetto all’anno precedente di oltre il 10%, raggiungendo i 4,62 miliardi di persone, circa il 58,4% della popolazione mondiale, oltre il 71% di quella italiana e il 93,4% degli utenti Internet. 

Se, invece, proviamo a guardare al tempo medio speso durante una giornata, scopriremo che ai primi posti troviamo la Nigeria e le Filippine con oltre 4 ore al giorno, mentre l’Italia si attesta a 1 ora e 47 minuti. 

Per quanto riguarda le piattaforme dove si passa maggior tempo, il Digital 2022 Global Overview Report anche quest’anno conferma che YouTube resta la piattaforma dove si passa maggior tempo (circa 24 ore al mese), seguito da Facebook e TikTok (con 19,6 ore ciascuno). Se, invece, proviamo a guardare i dati relativi alla pubblicità noteremo che sui social media viene speso il 33,1% del budget dedicato all’advertising (dato del tutto simile a quello dell’anno passato).

Come migliorare la brand awareness con i social media?

Utilizzare i social media in modo strategico per ottenere maggiore visibilità nei confronti di un nuovo pubblico rappresenta un ottimo punto di partenza per incrementare la notorietà del tuo brand. Facebook, Instagram, Twitter, TikTok e gli altri canali sono popolati da milioni di utenti potenzialmente interessati ai tuoi prodotti o servizi che non hanno mai sentito parlare del tuo brand. Le opportunità sono tantissime. Un’accurata gestione di una pagina social aziendale su una piattaforma social è in grado di far conoscere agli altri che cosa fai, che cosa distingue il tuo brand dai tuoi competitor e far sì, quindi, che la tua community social si faccia portavoce dei suoi valori. 

Come gestire la reputazione del tuo brand? Il dialogo costante con gli utenti

Esistono molti modi per entrare in contatto con il tuo target. Anche in questo caso la strategia fa la differenza: è possibile costruire o mostrare (nel caso l’identità del brand sia già consolidata) la personalità della tua azienda delineando un determinato tono di voce (TOV) coerente con il target, con i valori e con gli obiettivi di mercato dell’azienda. La gestione efficace di questi elementi ti consentirà di dialogare costantemente con gli utenti della tua community captando con tempismo i loro interessi, le loro esigenze e le loro reazioni. I vantaggi sono tantissimi. Uno su tutti: la possibilità di dialogare e interagire con il brand contribuisce notevolmente al rafforzamento della fidelizzazione.

Incremento del traffico del sito web

L’aumento del traffico sul proprio sito web rappresenta certamente uno degli obiettivi più comuni e importanti da raggiungere per tutte quelle aziende che vogliono attirare più clienti. I social media rappresentano certamente una delle fonti principali in vista di tale incremento. La condivisione dei link sui social che rimandano alle pagine del sito ha delle importanti ripercussioni anche in termini di posizionamento delle pagine nei risultati di ricerca Google (SEO). L’interazione del pubblico e gli stessi link contribuiscono, infatti, a migliorare il ranking nei motori di ricerca perché segnalano la validità e la coerenza dei contenuti.

Ma in che modo i social network sono in grado di generare traffico verso un sito? 

I social media come strumento di analisi dei competitor

Le pagine social delle aziende mostrano ai più attenti molte informazioni che riguardano i nostri competitor e il target. Tali informazioni sono preziosissime per individuare e per predisporre strategie mirate per il brand, il posizionamento e le vendite.

Come generare lead attraverso i social media 

I Social Media rappresentano anche il veicolo principale per portare verso i nostri prodotti o servizi persone interessate alla nostra offerta (potenziali clienti). La migliore piattaforma social per fare lead generation è quella dove è più facile trovare il tuo pubblico. È possibile, infatti, entrare in contatto con il tuo pubblico e ottenere una vastissima quantità di informazioni grazie a un ottimo lavoro di targeting svolto a monte. Le azioni di comunicazione per fare lead generation attraverso i social media sono tante.

Uno dei modi più comunemente impiegati è sicuramente l’utilizzo di un contest che sia strettamente connesso ai servizi o ai prodotti che offre la tua azienda. Se i premi in palio saranno interessanti per i partecipanti, questa scelta consentirà alla tua azienda di generare un contatto con il tuo target. 

Un altro modo per generare lead è quello di trovare un “lead magnet” che sia in grado di attirare i tuoi lead, un valido motivo (un tutorial, una guida, un pdf, un e-book, webinar) per cui il tuo target potenziale trovi giusto rilasciare i propri dati.

Ma quale social media è più efficace per generare lead? Facebook – con quasi 2,5 miliardi di utente al mese – è considerato il miglior social network per fare lead generation. Non è solamente una questione di numeri, al suo interno vi sono alcune determinate funzionalità che rendono più semplice questa operazione. Grazie a Facebook Lead Ads è possibile raccogliere le informazioni degli utenti profilati all’interno della piattaforma social. Dovrai creare un Lead Ads Form che serve per specificare quali dati intendi raccogliere (generalità, professione, città, interessi ecc.). È possibile, inoltre, inserire anche domande a risposta multipla e aperta. Anche Instagram ha le sue Lead Ads, ma le modalità di utilizzo sono differenti: i campi di utilizzo sono standardizzati. Per personalizzarli dovrai compilare manualmente il modulo di inserzione. Per quanto riguarda il marketing B2B, Linkedin sembra essere quello più efficace: stando a quello che sostiene l’account ufficiale di LinkedIn Marketing Solutions è in grado di generare un volume doppio di lead rispetto agli altri social.

In conclusione

Finora abbiamo visto come i social, se supportati da una social media strategy adeguata, rappresentino una risorsa imprescindibile per le aziende, uno strumento eccellente per raccogliere dati, migliorare la reputazione del brand, informarsi sui servizi e prodotti offerti, ottimizzare i contenuti e farsi conoscere da potenziali clienti. Molte opportunità, tuttavia, restano ancora inesplorate. Oggi non sembrano esserci ragioni per cui un’azienda non debba investire nel social media marketing. Contribuire al successo di un brand attraverso una comunicazione social è possibile, basta farlo nel modo giusto attraverso un impiego “strategico” dei canali di comunicazione. Affidati a Synesthesia!

I nostri servizi di marketing e social media trasformano idee brillanti ma complesse in soluzioni digitali semplici, rapide e innovative, che proponiamo e progettiamo insieme al cliente per aiutare la sua azienda in modo concreto a raggiungere importanti obiettivi di brand e di mercato. Grazie al lavoro di team esperti sviluppiamo strategie di comunicazione social e piani editoriali all’avanguardia per i nostri clienti e partner.


Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.

Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia). 

NFT: un valore identitario tutt’altro che fungibile

Unici nel loro genere. Irripetibili e dal valore inestimabile. Non stiamo parlando del celebre Pink Star (diamante rosa da 59,60 carati) oppure dell’ultimo quadro di Francis Bacon battuto all’asta da Sotheby’s, ma di “NFT” (non-fungible token). 

Attualmente al centro di un mercato in grande espansione, gli NFT sembrano indicare una strada che può essere percorsa per una vastissima serie di attività umane digitali. Basti pensare che nel mondo esistono molti beni non fungibili, che magari possono sembrare uguali e ripetibili, ma che in realtà non lo sono. Prendiamo proprio l’esempio di un’opera d’arte digitale. In questi casi, per quanto accurata possa essere la copia, l’originale porterà con sé un’identità che nessun’altra opera potrà mai ripetere. Questo attestato di autenticità è fornito direttamente dagli NFT, cioè quelle “informazioni digitali” che fanno sì che il file a cui sono associate abbia una sua peculiarità.  

Sì, ma che cosa sono esattamente gli NFT? Sono “risorse del mondo digitale” che possono essere acquistate e vendute come qualsiasi altro oggetto di proprietà, ma che non hanno una forma tangibile. Si tratta, in sostanza, di uno speciale token crittografico che attesta l’atto di proprietà scritto su blockchain di un bene unico (digitale o fisico) e ne certifica l’autenticità, consentendo di stabilire i diritti sull’opera, la quale, nelle sue forme più usuali, assume le sembianze di GIF, tweet, figurine virtuali, immagini di oggetti o anche skin per videogiochi.

Le piattaforme dove comprare NFT

Oggi un’economia basata sugli NFT esiste già. Tra i più celebri marketplace presenti in rete dove è possibile vendere o comprare NFT ricordiamo, per citarne alcuni: 

“Everydays: the first 5000 days”: come sta cambiando il mercato dell’arte e dei beni di lusso con gli NFT

Dal primo maggio al 2007 al 7 gennaio 2021 l’americano Mike Winkelmann, in arte Beeple, ha postato online la sua illustrazione artistica. Sette anni e mezzo di lavoro per un totale di 5.000 pezzi realizzati per dar vita a un gigantesco collage di jpg (21.069 pixel x 21.069 pixel) intitolato “Everydays: the first 5000 days”. Si tratta per l’esattezza della prima opera d’arte “NFT” mai battuta dalla casa d’aste Christie’s per un valore di oltre 69 milioni di dollari. Quest’esempio rappresenta certamente un episodio che, probabilmente, segnerà l’inizio di un nuovo capitolo della storia dell’arte e non solo.

Altri creatori di contenuti digitali e brand hanno già realizzato GIF, stickers e clip art da vendere all’asta con valori incredibili. Gucci, per esempio, ha creato una GIF animata ritraente un fantasma brandizzato su sfondo giallo, che ha venduto alla cifra di 16.300 dollari. 

Non solo arte digitale

Gli NFT non sono legati esclusivamente all’arte digitale o al mercato del lusso. È proprio questo il caso molto recente di NBA Top Shot. Sul sito più di centomila utenti hanno “spostato” oltre 250 milioni di dollari comprando e vendendo video rarissimi di partite di basket (in edizione limitata, con una tiratura che ne stabilisce il prezzo).

La NFT mania sembra non risparmiare neppure il mondo del gaming come dimostra la recente notizia riguardante la nota catena di prodotti e servizi videoludici GameStop.

L’azienda statunitense avrebbe stretto una partnership con Immutable X per costruire un mercato per NFT entro fine anno sfruttando un investimento da 100 milioni di dollari. I consumatori potranno, così, acquistare e vendere NFT collegati a risorse digitali da utilizzare in vari videogiochi. Gli oggetti includeranno elementi come immobili virtuali, skin dei personaggi e armi. 

Gli NFT possono essere canzoni, video, GIF, tweet. Le sue infinite applicazioni sperimentate finora non hanno limiti. L’importante è che ci sia qualcuno interessato a investire nella proprietà digitale nell’unicità di qualcosa attraverso gli NFT. Un mercato, dunque, tutt’altro che “non fungibile”, si prospetta per molti investitori, artisti, musicisti e influencer. In molti sono oggi ingolositi dall’idea di far propria una risorsa digitale e rivendicarne la proprietà.

È importante precisare che acquistare un NFT nella maggior parte dei casi non comprende anche il copyright dell’oggetto digitale. L’acquirente non potrà quindi reclamare i diritti d’autore o decidere il suo utilizzo e condivisione. Tutte le stampe e le condivisioni di quel determinato oggetto digitale non saranno altro che copie. 

Solo alcuni NFT danno la possibilità di ricevere automaticamente una quota fissa ogni qual volta un’opera d’arte viene rivenduta. Questo vale soprattutto per gli autori dell’opera, per i digital artist. Grazie agli smart contracts, infatti, è possibile incidere nel codice il diritto al 5% di ogni successiva transizione, rendendo così la vendita delle opere un’operazione da cui poter continuare a guadagnare nel corso del tempo. 

Quali prospettive? 

Aver esteso i concetti di unicità e autenticità anche al mondo digitale, riproducibile per sua stessa definizione, rappresenta un’intuizione che funziona. All’interno di questo fenomeno socio-economico in costante evoluzione, dove mondo reale e mondo digitale si integrano vicendevolmente, il Metaverso gioca un ruolo fondamentale e sembra aprire all’orizzonte scenari che fino a poco tempo fa erano stati solamente immaginati. 

In futuro queste risorse potrebbero addirittura essere impiegate per comprare e certificare la proprietà di luoghi, automobili, vestiti da usare in nuovi mondi digitali. Man mano che l’universo virtuale prenderà forma, gli NFT diventeranno sempre più indispensabili e la loro crescente richiesta non farà altro che aumentarne il valore. 

Tuttavia, I temi aperti sono ancora tanti, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza (la blockchain è solida, ma tutto l’ecosistema digitale che ruota attorno a essa non lo è nella stessa misura) e l’impatto ambientale (secondo Memo Akten, artista computazionale, ingegnere e ricercatore, sistema Crypto comporta uno sfruttamento massiccio delle risorse minerarie il consumo energetico medio per transazione sulla piattaforma SuperRare è di 82 kWh, pari a 48 kg di Co2). 

Nonostante i limiti e il pericolo di bolle speculative sia molto alto, oggi la convinzione che gli NFT rappresentino un modo intelligente per investire le proprie criptovalute sta crescendo vertiginosamente. Gli NFT potrebbero davvero rappresentare una parte molto interessante dell’economia del futuro, un’economia ancor di più decentralizzata, dove l’interesse del singolo – si spera – possa trovare presto il suo equilibrio con il resto del mercato.


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Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).

Reale o non reale? Sarà questo il problema del futuro?

Reale o non reale? Sarà forse questo uno dei futuri problemi esistenziali che gli appassionati della tecnologia, i filosofi, gli scienziati e i politici del futuro si porranno nei prossimi 10 anni? Che cos’è effettivamente il Metaverso? Siamo davvero sicuri che si tratti di un’idea del tutto nuova?

Quello a cui stiamo assistendo oggi non è altro che la naturale conseguenza di una rivoluzione tecnologica e sociale iniziata tempo fa. Immaginato e raccontato da anni nella letteratura (la parola “metaverso” appare per la prima volta nel 1992 nel romanzo postcyberpunk “Snow Crash” di Neal Stephenson), nella scienza, nel cinema, nel mondo della tecnologia e nella filosofia, la realizzazione di un Metaverso si sta concretizzando davanti ai nostri occhi in un progetto con infinite potenzialità e implicazioni per quanto riguarda il nostro futuro.

Dietro questa svolta epocale in campo tecnologico – per molti aspetti del tutto simile a quella avvenuta con il lancio del primo smartphone – vi sono importanti ragioni strategiche legate al brand. Per ovvie ragioni, il nome “Facebook” era diventato troppo limitante per l’azienda, dal momento che finiva per ancorarla solamente a uno dei suoi prodotti di punta, l’omonimo social network. Occorreva, dunque, un forte cambiamento.

Lo stato della tecnologia: a che punto siamo con la creazione del Metaverso?

Oggi si sente spesso parlare di Metaverso e della creazione di un nuovo mondo phygital, una dimensione che si colloca oltre i confini della realtà attualmente conosciuta e che integra in sé il mondo fisico e quello digitale (da cui appunto il neologismo phygital che deriva dalla crasi dei termini inglesi “physical” e “digital”).

Con il suo annuncio in occasione della conferenza “Connect” tenutasi in diretta streaming lo scorso 28 ottobre, Zuckerberg ha voluto inaugurare una nuova era per i social media e non solo, facendo dello sviluppo del Metaverso un principio cardine della crescita futura della propria azienda.

Un unico e grande obiettivo sembra guidare questa evoluzione: aiutare le persone che non sono presenti all’interno dello stesso spazio fisico a essere sempre più connesse attraverso un tipo di interazione sociale totalmente immersiva e coinvolgente.

Quotidianamente sperimentiamo l’utilizzo della tecnologia di realtà aumentata (AR). Basti pensare a quando scansioniamo un QR code con la telecamera dello smartphone e attiviamo azioni o file digitali. È evidente però che l’esperienza della realtà passa così attraverso la mediazione necessaria del nostro dispositivo diventando di fatto bidimensionale. Questo aspetto è proprio ciò che Meta, con la creazione del Metaverso, vuole superare, garantendo agli utenti un’esperienza virtuale non differente da quella vissuta nella realtà fisica. 

Meta è intenzionata a incorporare internet nel mondo reale e rendere più accessibile al maggior numero di persone possibile la Realtà Virtuale. Per queste ragioni l’azienda sta lavorando per rendere sempre più piccoli processori molto potenti che potranno essere inseriti all’interno di normalissimi occhiali da vista o da sole, o addirittura, chissà, in lenti a contatto e microchip sottocutanei.

Attualmente esistono numerosi dispositivi indossabili che adottano la realtà virtuale (VR). Nel mondo dei videogame, per esempio, ci sono i visori Oculus VR. Questi dispositivi, peraltro, possono essere utilizzati anche in un contesto lavorativo. A questo scopo la stessa Meta ha introdotto le Horizon Workrooms: il visore VR consente di interagire con i propri colleghi attraverso avatar, di usare l’audio spaziale per rendere l’esperienza ancora più realista e di avere a disposizione vere e proprie sale riunioni digitali.

Un nuovo mondo: le nuove opportunità del Metaverso

Tutti conosciamo Blockbuster e la “triste” fine che il colosso americano ha fatto a fronte delle neonate piattaforme streaming come Netflix. Tuttavia Blockbuster non è scomparso del tutto. A Bend, in Oregon, esiste un unico punto vendita superstite, meta degli appassionati. Ma nel Metaverso Blockbuster potrebbe “rivivere” fino al punto di ottenere la propria rivincita sulla principale rivale: Netflix appunto.

Una comunità di investitori, note come Dao (decentralized autonomous organisation), gestite mediante una blockchain, punta a raccogliere cinque milioni di dollari per acquistare il brand storico e rilanciarlo come servizio streaming proprio nel Metaverso. 

Tutto questo sarebbe possibile grazie all’emissione di NFT (non-fungible tokens), oggetti digitali, come creazioni artistiche, video e musica, unici e insostituibili, che sono alla base dell’economia del Metaverso. In questo modo sarebbe possibile acquistare e vendere titoli sul mercato con l’obiettivo di arrivare alla creazione di una piattaforma streaming decentralizzata e allo sviluppo di contenuti originali. Si arriverebbe alla realizzazione di una “Netflix” di nuova generazione, del tutto decentralizzata e già pronta per il Metaverso.

Il Metaverso sarà il migliore dei mondi possibili?

La rivoluzione digitale, tutt’ora in corso, ha permesso negli ultimi anni di migliorare notevolmente le nostre vite. Ma siamo sicuri che tutto questo sia realizzabile? Siamo sicuri che gli utenti vogliano davvero essere proiettati in un Metaverso?

Come abbiamo visto il Metaverso non sarà una nuova realtà che si sovrapporrà alle nostre vite, ma un mondo virtuale che diventerà una parte integrata del mondo fisico. Una realtà phygital così concepita rappresenta un’opportunità molto appetibile e interessante per moltissimi brand che stanno già sperimentando nel metaverso nuove forme di interazione con il proprio pubblico. Siamo solo all’inizio. Molto c’è ancora da fare e tante sono ancora le questioni aperte, come per esempio la regolamentazione e la tutela della privacy degli utenti, le disuguaglianze sociali ed economiche (già fortemente presenti nella nostra società e in molti paesi del mondo), l’accesso universale alla tecnologia e alle sue infinite potenzialità, solo per citarne alcune.

Quello che ci auspichiamo è una “colonizzazione consapevole” e regolamentata da leggi che tutelino la libertà e i diritti di tutti i loro utenti. Che sia dunque, un Metaverso più inclusivo e che arricchisca le nostre vite di nuovi stimoli e interessi.

Vero è che nessun “architetto del Metaverso” potrà pensare di se stesso di essere “Dio”. In fondo, è proprio questo stato di imperfezione e finitezza che ci spinge a cooperare e connetterci gli uni con gli altri per realizzare un nuovo mondo, con nuove opportunità per tutti: nuove esperienze per un numero di utenti illimitati, nuove occasioni di business per le aziende, il tutto senza limiti alla creatività. 

Sarà quindi questo il migliore dei mondi possibili di cui tanto parlava Leibniz? Tutto dipenderà dalla tua volontà: 

“Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio”. (Morpheus, tratto dal primo capitolo di Matrix, 1999)


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Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).

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[Guarda la versione completa dell’intervista – 30 min]

Liz, lavori nella cronaca giornalistica da più di 20 anni. Nel tuo ultimo ruolo, alla BBC News, hai gestito una redazione composta da oltre 100 giornalisti internazionali. Ora sei Vice Direttrice dei media e Direttrice delle news per  European Broadcasting Union (EBU) e fornisci notizie a più di 115 membri dell’organizzazione, che raggiungono un pubblico di oltre un miliardo di persone in tutto il mondo. In questi anni molte cose sono cambiate: dai servizi a consumo, agli smartphone abilitati per l’IoT e alle disruptive technology. In che modo la tecnologia ha interagito nel campo delle notizie e dei servizi di cronaca? E quali cambiamenti ha portato nel tuo ambiente lavorativo? 

“Ci sono stati grandi cambiamenti negli ultimi 20 anni. I telefoni non servono più solo per telefonare e i servizi giornalistici non sono più girati sui nastri. Ora tutto è in digitale, esistono piattaforme con cui la gente può accedere alle notizie in modo semplice e immediato e questo rappresenta un cambiamento radicale”.

Parliamo un po’ della tua esperienza: come fai di solito a scoprire nuove news? 

“All’inizio della mia carriera ho lavorato nei telegiornali. Al tempo la maggior parte delle notizie erano trasmesse dalla televisione, poi, di recente, sono passate in forma digitale.Quando ho cominciato a lavorare nel giornale locale, il modo in cui trovavamo le news dipendeva dalla storia che dovevamo raccontare e che sarebbe, successivamente, entrata a far parte dell’edizione stampata e trasmessa sia dalla radio sia in televisione. Avevamo cicli di notizie di 24h (o settimanali), ma ora i tempi e i modi con cui si possono reperire le notizie sono completamente diversi. Dal punto di vista delle trasmissioni, il notiziario serale è ancora un appuntamento ordinario e molto seguito nella maggior parte dei paesi. 

Le persone, per tenersi aggiornate, attivano le notifiche sul telefono, trascorrendo molto tempo sulle piattaforme digitali per l’informazione. Per questo, il modo in cui facciamo giornalismo è inevitabilmente cambiato”.

Una delle cose che hai accennato prima è il cambiamento nel consumo di notizie. Ora, secondo te, la disruptive technology ha in qualche modo cambiato la “competizione naturale”?   

“I media di servizio pubblico hanno ovviamente un numero enorme di concorrenti, poiché si sono diffusi di recente e arrivano al pubblico in modo più diretto. Alcune persone descriverebbero i media come un filtro di informazioni, un “luogo affidabile” di cui potersi fidare, vedendo i giornalisti come dei “curatori di notizie”. Il problema è che oggi le notizie si diffondono molto rapidamente, le persone hanno accesso a ogni tipo di informazione, ma non sono tutte affidabili. Per il nostro settore, navigare su internet e informarsi sulle notizie che stanno circolando è fondamentale tanto quanto sapere se il pubblico consuma contenuti di qualità. 

Le famose “fake news”, un tempo, le avremmo semplicemente ignorate, ora non possiamo più. Dobbiamo occuparci di quel contenuto ed è nostro compito aiutare il pubblico a distinguere l’enorme quantità di notizie”.

Prima hai detto che preferisci vedere il giornalista dei media come il “curatore di notizie”, o forse sarebbe più appropriato dire “curatore responsabile di notizie”, poiché ha la responsabilità di selezionare le notizie in base alla loro veridicità. 

“Esatto. Alcune persone utilizzano internet come strumento per ottenere le informazioni “non filtrate”, pensando di avere accesso alle fonti reali per distinguere le notizie vere da quelle false. E poi ci sono, al contrario, tante persone che non si fidano di quello che leggono su internet. Per questo motivo, apprezzano il fatto che i siti delle testate giornalistiche verifichino e filtrino le news prima di pubblicarle. Il telegiornale è, per molti versi, una specie di intrattenimento, ma la competizione e il consumo nel nostro settore sono cambiati. Quando venivano trasmesse le notizie, solitamente dalle 18.00 alle 19.00, lo spettatore aveva l’opzione di passare da un canale all’altro e la concorrenza si limitava ai diversi canali televisivi. Adesso, sui nostri telefoni, abbiamo a disposizione tantissime piattaforme di social media, musica, giochi o provider di streaming e la concorrenza è aumentata in modo esponenziale.

Per questo noi giornalisti abbiamo la responsabilità di rendere i contenuti il più possibile “attraenti””. 

Mi faresti degli esempi di modifiche, apportate al notiziario delle 18.00/19.00, di stile, forma o contenuto, per combattere questo ambiente altamente competitivo e riuscire a mantenere viva l’attenzione dello spettatore?     

“Negli ultimi 5/10 anni abbiamo cambiato molte cose, grazie agli insegnamenti ricevuti dai contenuti digitali che abbiamo prodotto. La televisione permette di ricevere un feedback sul numero approssimativo di persone che stanno guardando il tuo notiziario. Invece, quando si pubblica un contenuto online, si riceve una grande quantità di dati che rivelano molto sulle preferenze del pubblico. Quello che abbiamo fatto per l’industria della televisione è stato introdurre nel notiziario televisivo alcuni insegnamenti derivanti dal mondo digitale. Ho lavorato per circa 10 anni nei notiziari e saprei esattamente come strutturare un servizio, o un “pacchetto televisivo” come lo definiamo noi, in modo impeccabile. L’unico feedback che avrei ricevuto sarebbe stato quello dei miei colleghi, i quali avrebbero approvato il mio lavoro. Una volta lanciato il servizio sulle piattaforme, però, ci saremo resi conto che quel modulo televisivo non funzionava affatto online. 

La televisione è un prodotto “appiccicoso” perché ha il compito di incollare allo schermo il pubblico, il quale è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e può decidere da un momento all’altro di cambiare canale. L’online, invece, è un luogo in cui se non ti piace quello che stai guardando puoi cliccare su qualche altro contenuto. È una user experience molto diversa, che ci ha insegnato a realizzare i video televisivi con tecniche differenti. Così la televisione ha cominciato a cambiare come mai prima d’ora. Anche la tecnologia ha aiutato sotto vari punti di vista: fotocamere più piccole e software di editing più sofisticati hanno aperto nuove frontiere. Ricordo ancora quando mi dividevo tra film in cassetta e video sugli schermi e non è passato molto tempo da allora, ma quella progressione è stata davvero veloce. Improvvisamente dall’esterno sono arrivate nuove regole, che hanno portano con loro sfide affascinanti”.

Hai reso perfettamente l’idea generale, ma potresti farmi qualche esempio più specifico?

“Quando realizzi un servizio televisivo, potresti avere dei problemi nella struttura o nel “pensiero chiave” del pezzo, ma aprendo il servizio con una magnifica immagine di un paesaggio o di un’alba riusciresti a catturare l’attenzione del pubblico. In digitale, invece, hai davvero pochissimi secondi per rapire l’occhio dell’utente e non serviranno a nulla le foto di paesaggi, se perdi la loro attenzione se ne andranno.  Ricorda: hanno il mouse in mano e rischi di perderli da un momento all’altro. Quindi il coinvolgimento tra l’online e la televisione sono molto diversi. I notiziari televisivi sono tra i più prestigiosi, ma anche tradizionali e leggermente a rischio a causa di questi cambiamenti, nonostante godano di un pubblico di affezionati.

Alcune volte bisogna correre il rischio di sperimentare e commettere qualche errore”.

Quando penso a come viene solitamente trasmessa una notizia, mi viene in mente ciò che fa da sfondo a quella notizia. Questo aspetto è ancora così importante?  

“Il reporting avrebbe bisogno di entrare in un’altra mentalità. Non serve più fare un elenco di tutte le notizie, ma bisognerebbe raccontarle ed esplorarle insieme alle persone. Questo è il tipo di atteggiamento che il digitale sta incentivando a cambiare, perché il pubblico non è stupido e sa di poter trovare le informazioni che cerca dove vuole. Se in un paese ci sono solo 4 o 5 canali televisivi disponibili, la limitata possibilità di scelta porta le persone a fidarsi. Internet invece ha cancellato questo privilegio di cui godevano le trasmissioni. Per cui riuscire a costruire un legame di fiducia con il pubblico è fondamentale”.

Hai notato dei cambiamenti nel linguaggio dei giornalisti?

“Sì, c’è stato un cambiamento consapevole. Il pubblico apprezza di più se ci rivolgiamo in modo amichevole e cordiale, rispetto al tono più “predicatorio” che utilizzavamo precedentemente. Per questo, se pensiamo ai notiziari televisivi del mattino, il tono di voce utilizzato è tradizionalmente più “delicato”, più colloquiale, motivo per il quale hanno avuto grande successo. Da decenni i notiziari del mattino hanno un ruolo molto particolare, grazie a quel tipo di approccio confidenziale”. 

Tornando al discorso della disruptive technology, ci sono stati dei cambiamenti nel modo in cui si registrano i contenuti? Mi piacerebbe sentire alcune critiche tecniche su ciò che è cambiato.

“Chiunque abbia uno smartphone ora può registrare e trasmettere contenuti multimediali. Fino a 20 anni fa non era assolutamente così, mentre oggi chiunque è in grado di registrare servizi improvvisati di qualità. Ogni giornalista può utilizzare uno smartphone per la produzione di foto e video, ma sono anche dotati di apparecchiature più sofisticate e costose, con le quali realizzano bellissime  immagini per telegiornali e documentari. Oggi disponiamo di computer, schermi e software che rendono il nostro lavoro davvero stimolante e creativo. Anche il modo di registrare è cambiato: oggi, grazie al registratore, un giornalista è in grado di produrre un servizio in autonomia, fungendo da troupe televisiva e tecnico del suono. Ma, in realtà, nell’ambito della televisione e della creazione di video,

lavorare in team rappresenta ancora un valore aggiunto, collaborare è molto importante. Per cui il lavoro può essere svolto da una sola persona, ma nel complesso è un lavoro di squadra”.

Parliamo di concorrenza: la tecnologia ha apportato dei cambiamenti nella produzione di notizie o nel modo di trasmettere le notizie dell’ultima ora? 

“Sì, ma la base è ancora la stessa: un giornalista dalla sua scrivania trasmette e condivide una notizia con la radio e la televisione. Quindi il lavoro di per sé non è cambiato, ma la velocità con cui dobbiamo lavorare è completamente diversa. Questa progressione, iniziata alla fine degli anni ‘90 con i canali di notizie a rotazione, è stata ulteriormente incoraggiata dal digitale, soprattutto con l’esordio delle app che ci tengono aggiornati sulle notizie dell’ultima ora. Anche tra noi giornalisti si sono diffusi gli avvisi per trasmetterci le storie in arrivo, ma quando non ci sono nuove storie da raccontare, non dobbiamo cadere nella tentazione di “riempire gli spazi vuoti”. Alcune volte capita di trasmettere un servizio di cui non si conoscono molti dettagli e, nonostante il pubblico voglia sapere di più, possiamo solo limitarci a dare la notizia. Il problema è che le informazioni richieste sono insaziabili, le persone vogliono sapere tutto e subito, senza capire perché non riusciamo a rispondere alle loro richieste nell’immediato. Quindi il nostro compito non è solo dire ciò che sappiamo, ma anche comunicare al pubblico che non abbiamo tutte le risposte alle loro domande.    

È curioso il fatto che oggi la televisione sia considerata uno strumento di comunicazione piuttosto vecchio, ma le persone si rivolgono ancora in gran numero ai telegiornali televisivi per avere le notizie dell’ultima ora. L’immediatezza offerta dalla televisione, però, ha trovato un rivale: le notifiche del telefono”. 

Riesci a farmi qualche esempio di notizie che, negli ultimi anni, hanno avuto un impatto nel cambiamento nella cronaca giornalistica?

“Non c’è stato solo un evento, ma direi che il conflitto in Siria ha cambiato considerevolmente il modo in cui i giornalisti operano sul campo. Non necessariamente dal punto di vista tecnologico, ma da quello della sicurezza e del modo in cui si trasmettevano le notizie, nonostante l’ambiente pericoloso.

I giornalisti tendevano a collaborare tra loro scambiandosi racconti sulle esperienze vissute, tenendosi fuori dal conflitto.

Per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, posso fare l’esempio di un servizio andato in onda sull’impiego dell’intelligenza artificiale per identificare i VIP. Era stata utilizzata, per la prima volta, in occasione di un matrimonio nel Regno Unito per riconoscere i volti degli invitati e fu una novità enormemente apprezzata dal pubblico.

Certi avvenimenti portano a fare dei grandi passi avanti, dopodiché non si torna più indietro”.

Tornando al discorso della disruptive technology, prima hai parlato delle notizie dell’ultima ora: dopo aver ricevuto e verificato una notizia, la mandate a tutti i membri dell’organizzazione della BBC. Quindi anche in questo mondo moderno, dove tutto è flessibile, quelle strutture consolidate sono ancora importanti? 

“Esattamente, l’organizzazione funziona ancora così: riceve le informazioni dai suoi membri e le distribuisce a tutti gli altri. Quindi le news provenienti dal mondo intero giungono a Ginevra per essere controllate e successivamente scambiate con tutti gli Stati Membri. Questo tipo di collaborazione è fondamentale, lavoriamo così da oltre 60 anni. Anche se le cose cambieranno molto nei prossimi decenni perché non avremo molte risorse per trovare nuovi modi di condividere i contenuti, dato che la maggior parte dei nostri membri utilizza il denaro pubblico. In questo momento stiamo lavorando per trovare il modo di condividere contenuti online tra noi Stati Membri. È una sfida enorme, se si considera la quantità di lingue che ogni membro rappresenta. Per semplificare il lavoro stiamo utilizzando la traduzione automatica, nell’intento che gli utenti di tutto il mondo possano avere l’accessibilità al giornalismo digitale”. 

Dopo aver parlato delle notizie dell’ultima ora, vorrei che mi raccontassi qualcosa sulle “esclusive”. Esistono ancora oggi? Come sono? 

“Certo, le esclusive esistono ancora e la loro esclusività dipende davvero dalla natura della notizia. Molto spesso i giornalisti vanno alla ricerca di un’esclusiva, ma spesso la loro “caccia” non dà risultati. È davvero difficile assicurarsi di avere una storia senza che qualcun altro ne venga a conoscenza. Nel mondo in cui viviamo, possiamo avere un vantaggio sui competitor di un paio di ore, per trasmettere la notizia, ma richiede una grande pianificazione del lavoro e in ogni caso non sarà una storia esclusivamente nostra. 

Posso dire di avere un’esclusiva solo nel caso in cui l’intervistato abbia deciso di riservare quell’intervista solo a me. Tutto ciò richiede un grande lavoro, poiché prima bisogna modificare l’intervista, poi dobbiamo crearne una versione ridotta per il telegiornale, per il notiziario radiofonico e per i social media. Alla fine si troveranno una decina (o più) versioni della stessa storia.

È molto importante adattare il contenuto alla piattaforma su cui viene pubblicato, perché il pubblico è sempre più diversificato.

Il giornalismo richiede numerosi investimenti, non solo per la produzione di contenuti di qualità, ma anche per la lotta alle fake news. Quindi, mentre alcune persone inventano notizie false dalla loro camera da letto, noi mettiamo in guardia il pubblico da questo tipo di contenuti, spendendo molti soldi per raggiungere il maggior numero degli utenti. Grazie ai feedback ricevuti sui media abbiamo capito di cosa la gente ha realmente bisogno: accessibilità e chiarimenti. 

Spesso su internet si trovano notizie poco chiare o non classificate, ma se si investe nel giornalismo bisogna pensare strategicamente alle notizie che si pubblicano, in modo da creare una sorta di viaggio per il pubblico”.  

A proposito di viaggi, come sarà il viaggio nel futuro che ci attende? Che aspetto avranno le notizie e dove ci condurrà la disruptive technology nei prossimi 10 anni? 

“Sicuramente le cose continueranno a cambiare e dovremo abituarci a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione. Si discute molto sull’uso dell’intelligenza artificiale e delle macchine coinvolte nella selezione di notizie e nella successiva fase di controllo. Ma perché non utilizzare tutto ciò che di utile ci offre la tecnologia? I vantaggi permetterebbero di semplificare il nostro lavoro e investire in aree più complesse. Lo vedo come un cambiamento continuo, non come un “non ritorno”. Anche la pandemia ha cambiato molto del nostro lavoro. Abbiamo fatto dei grandi cambiamenti, sotto alcuni punti di di vista, in un periodo di tempo molto breve. Credo che gli utenti continueranno a voler accedere alle notizie, per questo noi dobbiamo continuare a essere presenti e fornire loro tutte le informazioni che desiderano. Le cose cambieranno rapidamente e per rimanere in vita dobbiamo continuare a essere flessibili e disponibili”. 

È un grande lavoro quello che fai e che l’industria dell’informazione ha svolto per molte decine di anni. Un lavoro complesso e continuerà a esserlo sempre di più nel futuro. Grazie davvero per averci dedicato il tuo tempo e la tua esperienza.

È stato un piacere.

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Liz Corbin!

Ascolta “Disruptive Technologies /Liz Corbin. [Ottobre 2021]” su Spreaker.

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