“Per te il giorno in cui ho causato la fuoriuscita dei tuoi dati insieme a quelli di altri 533 milioni di utenti è stato il più importante della tua vita, ma per me? Per me è stato un giorno qualsiasi”. Mark Zuckerberg (probabilmente) 

(a cura di Smart Flow)

Perché ci permettiamo di iniziare quella che dovrebbe essere una riflessione responsabile su un tema molto serio e in un “contenitore autorevole” con una citazione diretta da “Street Fighter”? Un po’ ci piace pensare che “Zuck” ami vestirsi come M. Bison, il villain interpretato da Raul Julia in uno dei b movie più cult degli ultimi trent’anni. 

In verità la situazione è davvero seria. Sebbene per molti di noi il giorno (o per meglio dire i mesi) in cui Facebook permetteva di effettuare lo scraping di milioni di dati personali in tutto il mondo non è il più importante nella vita, la portata della vicenda è tale da coinvolgere tutti gli utenti del social network e non solo coloro direttamente coinvolti nel famigerato leak.

Iniziamo subito con una doverosa premessa. I file che contengono i milioni di dati sono facilmente individuabili sul web, tuttavia vi consigliamo di non procedere oltre con la ricerca: in primo luogo, si deve avere una minima dimestichezza con il materiale che si troverebbe. Secondo, si tratta di avere a che fare con dati personali ottenuti senza autorizzazione, quindi c’è il rischio di “passare dei guai”.

Se si vuole controllare il proprio numero di telefono, si può fare attraverso il portale “haveibeenpwned” di Troy Hunt, famoso ricercatore e speaker di Web Security.

Si può parlare di data breach

Come ha confermato la stessa azienda di Menlo Park, a partire dal 2019 un (gruppo di?) hacker ha sfruttato una funzionalità che allora permetteva di cercare un utente Facebook attraverso il numero di telefono. Grazie a questa tecnica poteva(no) individuare un profilo, copiare ed esportare una lista degli amici di questo, a meno che non fosse impostata come privata. Per ogni contatto esportato sulla lista comparivano poi informazioni come l’ID del portale, nome e cognome, spesso città di residenza e provenienza, grado di istruzione eccetera. Questo è lo scraping: una raccolta di informazioni superficiali, sfruttando le disattenzioni dei portali.

Non si può parlare di leak, ma di certo è un data breach “coi fiocchi” in quanto i dati sono stati raccolti “uno a uno” utilizzando i servizi della piattaforma stessa. Per questo il famoso file incriminato è strutturato con numeri sequenziali: gli hacker sono partiti da +10000000001 e hanno ottenuto 533 mln di profili chiedendo a Facebook l’utente di riferimento.

Da un paio di anni non si può più effettuare la ricerca di utente tramite numero telefonico, ma la versione mobile di Messenger, il sistema di messaggistica di Facebook, ha supportato questa caratteristica per un periodo di tempo più prolungato, consentendo verosimilmente l’estrazione di ancora più dati.

Una degli aspetti più bizzarri che alcune persone stanno verificando in questi giorni, è che sebbene in passato non avessero mai fornito il numero di cellulare a Facebook nei file trafugati compare comunque. Per questo fenomeno ci possono essere tante soluzioni possibili, a noi ne vengono in mente un paio:

Numerosi sono anche i casi di persone che dicono di aver subito la esfiltrazione dei propri dati ma che il telefono non corrisponde al loro. In questo caso ci potrebbero essere altre due ipotesi:

Che tipo di dati ci sono in rete ora? Cosa può succedere?

I dati online sono quelli di cui avrete già letto e i numeri sono impressionanti: in Italia si parla di 36 milioni di numeri di telefono e 440 mila email (praticamente tutti gli utenti Facebook del “bel Paese”). Gli altri dati sono l’ID del profilo nome e cognome, status relazionale, città di provenienza. Non sempre si tratta di informazioni complete, dipende da quanto il social ci conosce. Le possibili minacce, purtroppo, sono molteplici.

Il rischio di SIM swap è certamente uno dei più reali. Sapendo qual è il tuo numero di cellulare e ipotizzando i servizi a cui ti sei registrato (ipotesi che posso corroborare tenendo d’occhio i social, tra l’altro) posso provare a effettuare il log in ai suddetti servizi con il numero di cellulare o tentare di recuperare il codice di controllo con tecniche di sostituzione di persona stile truffa telefonica.

Se pensate di essere esenti da questo pericolo solo perché il vostro portafoglio elettronico non trabocca di Bitcoin, fate attenzione comunque: se usate il numero di telefono come ricevente per il PIN di autenticazione per la posta elettronica, la Banca o ogni altro servizio, siete a rischio di truffa.

Un altro rischio è collegato al telemarketing selvaggio. Vi sembra meno pericoloso del quadro prospettato in precedenza? Probabilmente sì, tuttavia immaginate di dover passare i prossimi mesi a lottare contro nefasti call center che hanno deciso di sfruttare questa occasione per approvvigionare letteralmente milioni di nuovi contatti.

Un terzo pericolo molto concreto è collegato al vostro UID di Facebook. Anche se utilizzate pseudonimi, infatti, sul sito si può risalire attraverso quello e il vostro numero di cellulare ad altri dati personali. Se siete un personaggio pubblico, impegnato nel sociale o che ha preso posizioni sgradite a una minoranza rumorosa magari non avrete voglia (come gli altri) che i vostri dati e i vostri numeri siano alla mercé di tutti.

Al momento efficaci contromisure non ce ne sono. Ormai i file sono circolati su internet per cui non è possibile limitare la diffusione dei dati trafugati. Il Garante per la protezione dei dati personali si è dato da fare nel corso della settimana per chiudere tanti domini che diffondevano i dati fuoriusciti illegalmente, anche se alcuni di questi portali si erano proposti, con buone intenzioni, di dare una mano alle persone colpite.

In conclusione, quali sono i prossimi passi per noi utenti

Ritorniamo al discorso con cui abbiamo iniziato. La situazione è seria perché dal modo in cui la comunità internazionale, la comunità degli utenti di Facebook e Facebook stessa reagiranno alla vicenda si determinerà un percorso importante nella gestione dei dati personali di ciascuno di noi.

In primo luogo, Facebook non si può difendere adducendo come scusa che i perpetratori hanno approfittato di una falla che non è più in attività nel suo sistema. Il Garante italiano, come altri Enti corrispondenti nel mondo, ha chiesto alla compagnia americana di attivare un servizio di verifica sul portale per dar modo agli utenti di controllare facilmente se numero o e-mail siano stati esfiltrati. 

Per quanto riguarda noi utenti, che ogni settimana veniamo a conoscenza di casi di data breach sempre più importanti sia come numeri sia come entità coinvolte, dobbiamo mantenere costante la soglia di attenzione. Il pericolo di assuefarsi a queste notizie è sempre più alto, ma siccome si parla di dati personali, una moneta di scambio fondamentale nelle transazioni digitali del web e dei social network, impariamo a tenere ben stretta la nostra identità tout court. 

Infine, è consigliabile non affidarsi a canali ambigui per il recupero dei dati che sono stati pubblicati online perché non c’è più possibilità di secretare quelle informazioni. C’è anzi il rischio di esporsi ancora di più, consegnando altri dati personali (e soldi) a compagini poco raccomandabili, con la prospettiva di dover “sganciare” in un futuro ancora più denaro.

Cosa può essere peggio di trovarsi tra quei 36 milioni di italiani colpiti dallo scraping su Facebook nel 2019? Essere iscritto anche a LinkedIn.

Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.


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Un anno di DAD

Lo scorso 8 marzo 2020 l’Italia entrava nel suo primo lockdown con la conseguente chiusura di tutti gli istituti scolastici e le università. Dopo un primo momento di assestamento al cambiamento repentino e di presa di coscienza della situazione, la scuola ha trovato un suo nuovo equilibrio grazie a una didattica erogata, appunto, a distanza, con il supporto degli strumenti digitali. Ma la soluzione, senz’altro ottimale per un momento di crisi improvvisa, si è rivelata non essere completamente adatta sul lungo periodo. Da uno studio condotto dall’Istituto di ricerca IARD in collaborazione con l’associazione “Laboratorio Adolescenza” emerge che tanto gli insegnanti quanto gli studenti sentono la mancanza della relazione umana e “in presenza”, aspetto che prevale anche sulla stessa paura del contagio. Il 64.3% degli studenti ha dichiarato che il primo desiderio da esaudire una volta “liberi” è quello di rivedere i propri amici. Il digitale non è in grado di portare quel “calore” che solo la presenza dal vivo può trasmettere. Questo era abbastanza prevedibile, ma è opportuno evidenziarlo.

Un altro aspetto problematico emerso dalla ricerca riguarda alcuni disturbi fisici ricorrenti negli intervistati di ogni età. Trascorrere, infatti, lunghi periodi di tempo davanti a uno schermo e soprattutto in modo ripetuto e costante, ogni giorno della settimana, ha causato un notevole incremento di episodi di emicrania, bruciore agli occhi, mal di schiena e fastidio alle orecchie causato da cuffie e auricolari. Un ruolo rilevante lo giocano anche  i numerosi disturbi di natura psicologica. Secondo le ultime indagini condotte dal centro studi del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, risalenti a gennaio 2021, i genitori dei ragazzi/e di età compresa tra i 3 e i 14 anni hanno rilevato che i propri figli sono molto più irritabili, hanno spesso sbalzi di umore, sono più tristi e hanno molta difficoltà a concentrarsi. Il fatto di non andare a scuola ha causato, quasi paradossalmente, un forte incremento di noia e stress negli studenti stessi. 

La didattica a distanza non è uguale per tutti 

Un altro risvolto negativo della nuova didattica a distanza è stato il fatto di aver accentuato ulteriormente le disuguaglianze sociali. Non tutti gli studenti, per esempio, hanno a disposizione un PC o un tablet da cui seguire le lezioni. Alcuni sono costretti a collegarsi dal proprio smartphone, ma lo schermo di questo dispositivo non è certamente adeguato per le applicazioni didattiche. Negli USA, secondo una ricerca di dicembre 2020 condotta dalla società di consulenza McKinsey & Co., il passaggio alla DAD ha “portato indietro in matematica gli studenti bianchi da uno a tre mesi mentre quelli di colore da tre a cinque”. Un simile dato evidenzia come le differenti disponibilità di mezzi, abbia influito ancora una volta negativamente e in modo pesante sul futuro delle nuove generazioni, creando disparità culturali ancora più complesse da colmare.

In conclusione

Alla luce dei dati, delle ricerche e del panorama così delineato è evidente che il digitale ha avuto, ed è destinato ad avere anche in futuro, un ruolo sempre più “da protagonista” nella vita degli studenti fin dai primi anni del percorso scolastico. Di conseguenza, un’attenzione al disagio, e ai rischi che la troppa presenza davanti a uno schermo può portare, dovrà costituire sempre di più materia di studio, nell’ottica di trovare soluzioni adeguate e preservare così la salute di tutti i coinvolti.  Infine è poi evidente che avvicinare bambini/e e ragazzi/e al contesto digitale è oggi una missione di primaria importanza. L’educazione e la formazione orientata a un corretto utilizzo del digitale permettono ai più giovani di “muoversi” in autonomia e con consapevolezza nel mondo online, acquisendo così conoscenze preziose e indispensabili per il proprio futuro formativo prima e lavorativo poi.


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(Conduce l’intervista: Francesco Ronchi, Founder e President di Synesthesia)

[Guarda versione completa dell’intervista – 20 min]

Professor Saracco, dal 17 marzo del 2018 lei è Rettore del Politecnico di Torino, con un passato di studi e di ricerca nel campo della chimica, cosa l’ha portata a questo punto? Qual è stato il “carburante” del suo percorso professionale?

“Da ricercatore a professore associato, occupandomi di un gruppo di ricerca che è cresciuto progressivamente, sono diventato professore ordinario abbastanza in fretta, a 37 anni. Da quel momento in poi ho avuto occasione di occuparmi di temi sempre più rilevanti fino ad arrivare alla dirigenza dell’Istituto Italiano di Tecnologie dove il mio capo era il Prof. Cingolani;  attualmente al capo del Ministero della Transizione Ecologica. In seguito, mi sono candidato nella campagna per diventare rettore del Politecnico di Torino. Si è trattata di un’esperienza che mi ha appassionato molto: mi ha fatto travalicare i confini di quella che era la mia area culturale (la chimica, la fisica, l’ingegneria chimica e le scienze applicate) e mi ha fatto conoscere un Ateneo che per quanto settoriale e tecnologico ha un ampio spettro di competenze. Per esempio, l’architettura, che è una parte che dialoga con le scienze dell’uomo e della società, mi ha arricchito tantissimo. La campagna elettorale che mi ha portato a diventare rettore divenne anche un gran progetto che poi con il supporto dei miei colleghi divenne il piano strategico del Politecnico di Torino: “Polito for Impact”. Siamo a metà mandato e la nostra Università sta diventando foriera di impatto sociale. Custodisce e favorisce la formazione di architetti, designer e pianificatori nel modo tradizionale, come piace all’industria e come piace alla società. Adesso riesco a dialogare con l’interezza di tutto ciò che vive al di fuori delle nostre “mura”. Tutto questo è molto bello. In questo momento credo che il Politecnico di Torino venga percepito molto più di prima come una delle forze di questo territorio”.

Il Politecnico ha subito un cambiamento molto significativo nel corso degli anni. Mi ricordo, una ventina di anni fa, i corridoi un po’ grigi del Poli e riscoprirli negli ultimi anni è stata una sorpresa. Questa trasformazione che il Politecnico ha fatto recentemente è stata molto interessante. Difficile da riscontrare in altre istituzioni. Prendiamo, per esempio, il tema della sostenibilità. Mi pare di capire che sia centrale in questo percorso. Giusto?

“Sì, ne è testimonianza il fatto che la mia Prorettrice è la coordinatrice della rete delle Università  per la Sostenibilità. Lei è in contatto con il Prof. Giovannini che in questo periodo è al Ministero del Trasporto e delle Mobilità Sostenibili. La transizione ecologica, cioè quella energetica che va verso un’economia circolare, è il primo cardine di cambiamento attuale, seguito dalla transizione digitale e poi dall’inclusività che dobbiamo garantire per rimarginare i disagi e le ferite profonde nella società. Questa transizione va di pari passo con il cambio di assetto di un’economia  fortemente liberista che ha portato a quello “schianto“ di cui parla Adam Tooze del 2008.

Adesso dobbiamo ripartire in modo sostenibile. Tutto va in questa direzione: sostenibilità, transizione digitale e inclusività.  Questi in fondo sono i cardini del Next Generation EU, il grande fondo approvato dal Consiglio europeo per sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di COVID-19. Oggi l’Europa ci chiede di fare esattamente questo. Siamo contenti di aver anticipato un po’ i tempi. Pensi che il centro di ricerca dell’IT, che ho ripreso a dirigere in quei due anni prima di fare il rettore, era dedicato inizialmente alla robotica umanoide nello spazio. Poi l’abbiamo convertito in  un centro di tecnologie per un futuro sostenibile, che sono state per un po’ il mio cavallo di battaglia come ricercatore. 

Questo Istituto rappresenta un po’ il motore per lo sviluppo sostenibile della transizione ecologica insieme a tutte le infrastrutture che ha messo a disposizione il Politecnico. Si tratta di un modello che stiamo riproponendo anche a Mirafiori nell’ambito dell’Industria 4.0 dell’autoveicolo e alla Cittadella dello Spazio. 

Abbiamo, poi, avviato anche altri importanti progetti come Tech Stars con le OGR, Smart Beta, il nostro centro interdipartimentale, il piano di ex Fiat Engineering in Corso Ferrucci dedicato alla Cyber Security, all’intelligenza artificiale, all’IoT e allo sviluppo. 

Pianifichiamo di ospitare aziende che si occupano della conversione digitale di tutti quei servizi che vanno dalla burocrazia alla salute, alla mobilità sostenibile e alla domotica. Il mondo delle infrastrutture smart è un mondo molto interessante, dove tutto è collegato a tutto. Ci sono molte opportunità da cogliere rapidamente. Il vantaggio di quel mondo, che voi conoscete molto bene, è che si può “penetrare” con l’innovazione concreta in tempi molto più rapidi rispetto a quelli della transizione ecologica che, come noto, richiedono primariamente un cambio di mentalità e di paradigma di lunga durata”. 

È molto interessante questo spostamento di focus dallo spazio alla terra, ai problemi della sostenibilità, ai problemi che dobbiamo affrontare con una certa urgenza. Trovo molto interessante, inoltre, tutte queste opportunità  e iniziative che lei ha appena elencato legate alla città di Torino e alla crescita tecnologica che danno fiducia verso il futuro. Per noi questa città ha la possibilità di rilanciarsi proprio attraverso le tecnologie del digitale e l’attenzione all’inclusività e a un approccio diverso all’imprenditoria. Questi temi sono al centro del nostro modo di fare impresa. Molte altre aziende si sono accorte che questa è la strada giusta per potersi assicurare un futuro solido.  Alla luce di questo scenario, che impatto avrà la trasformazione digitale nella formazione dei giovani professionisti di domani? 

“Anche il mondo della finanza sta andando verso questa direzione, grazie anche ad una maggiore consapevolezza. Le banche hanno cominciato a capire che occorreva investire in vie che non dessero immediato profitto, ma avessero un impatto sociale, una crescita. Penso a tutte quelle iniziative di social impact che promuovono certi fondi di matrice UniCredit. Io ho avuto l’onore di far parte del board di indirizzo Nord-Ovest di Unicredit e ho visto dietro le quinte come ci si stava orientando verso quel tipo di investimenti. Oggi se non si va a creare uno sviluppo che porta avanti le imprese insieme alla società collassano i conti correnti. Tutti ormai si sono resi conti quanto da soli si è deboli e di quanto occorra fare sistema e progettare insieme. Questo è quello che sta succedendo nel Politecnico di Torino perché ci siamo resi conto che se avessimo continuato a formare ingegneri molto forti sui fondamenti e sulle conoscenze tecnologiche, ma meno sulle scienze dell’uomo e della società, sul saper gestire le persone (le soft skill), sulla capacità di un pensiero critico, questi non sarebbero stati in grado di intervenire nella società.

Mi sono chiesto che significato avesse fare tutto questo per le università italiane. Abbiamo deciso di invertire la rotta e ci siamo occupati di formazione professionalizzante, molto più esperienziale, soprattutto per quanto riguarda i laureandi in triennale, non ancora ingegneri ma molto utili alle piccole e medie imprese. Ci siamo occupati di reskilling e upskilling perché cambia tutto così velocemente che è necessario istruire continuamente le persone. Abbiamo cambiato profondamente il modo in cui formiamo gli ingegneri e gli architetti: più scienze dell’uomo e della società per gli ingegneri e più challenge in cui gruppi di ingegneri e architetti affrontano problemi complessi e opportunità di innovazione. Abbiamo appena varato un progetto che si chiama “Grandi sfide” in cui, già nelle triennali, i ragazzi possono accedere a sei macro gruppi di sfide (la salute, l’ambiente, la digitalizzazione, i cambiamenti climatici) affiancati da due mentori: un tecnologo e uno  scienziato della società. 

All’interno del Politecnico, poi, abbiamo creato un Centro di Studi Umanistici per aiutare i ragazzi ad avere anche altri punti di vista. Si tratta di un approccio che abbiamo preso dall’ EPFL di Losanna. Non ci sono altre università italiane che ce l’abbiano. Si tratta di un tipo di formazione disegnato sull’individuo e sulle sue capacità. La visione tradizionale non ti consente di customizzare nulla su te stesso. 

Un’altra cosa interessante che stiamo cercando di fare è la contaminazione delle filiere della formazione primaria e secondaria. Paradossalmente c’è bisogno di  più scienze e tecnologie nelle scuole dell’obbligo tanto quanto nella scuola del Politecnico c’è bisogno di scienze della società”.

L’apertura mentale è utile per il proprio percorso personale. Proprio a proposito di future generazioni, il Politecnico “sforna” tantissimi professionisti di cui il mercato oggi è affamatissimo ed è importante per tutti evitare che queste persone vadano via ma, al contrario, assicurarsi che restino sul territorio. Come è cambiato il panorama? Quali sono state le sfide da affrontare e come è il mondo oggi?

“Le rispondo in modo molto diretto. In questo momento non ne possiamo più. In 10 giorni l’università italiana è diventata virtuale. Ogni settimana facevo video motivazionali. Adesso se facessi un video mi “spernacchierebbero” immediatamente tutti quanti ed è comprensibile. Non c’è più tolleranza e quindi bisogna resistere. Questo è davvero il semestre più complesso, ho fatto un appello a essere vicini al rettore, a chi non può mollare, a chi rappresenta un po’ la “chiave di volta” su cui si scaricano tutte le tensioni. Però sono anche orgoglioso di essere in questa posizione e di fare ciò che devo. 

Non so cosa succederà, ci riscopriremo dopo il lockdown con un nuovo modo di incontrarci. Sicuramente saremo più poveri. Vedo tante storie di sofferenza, richieste di lavoro, genitori in difficoltà con le tasse universitarie. È molto complesso in questo momento stare dietro questi temi.  Ci siamo dotati di strumenti informatici più “forti”, siamo in grado di offrire in simultanea in ogni parte del mondo lezioni. Abbiamo ragazzi che dal Sud America alla Cina, all’Europa, all’Africa collaborano insieme in classi che fanno progetti di architettura e design. Abbiamo il 15% di studenti stranieri e abbiamo avuto un incremento nell’ultimo periodo proprio grazie alle nuove modalità di erogazione delle lezioni. Non si sa ancora se il prossimo semestre ci sarà la deroga per continuare a erogare da remoto. Abbiamo circa 1200 studenti cinesi, sono la comunità straniera più grande. Ho fatto un appello alle mamme di mandarci i loro studenti che troveremo un modo per vaccinarli e abbiamo aperto anche un canale Wechat in Cina per essere più veloci nell’erogare la didattica verso di loro.

Freak Antoni degli Skiantos diceva “mentre gli altri sono arrivati al fondo della buca e iniziano la risalita, io mi ritrovo a scavare”. Il Covid-19 ci ha fatto scavare e toccare con mano come solo insieme si riesce a ripartire. Il pensiero di Stiglitz che mi ha ispirato, a cui abbiamo dato una laurea honoris causam in occasione del festival della tecnologia per i nostri 160 anni nel 2019: lui ritiene che in questo periodo sono le università, le fondazioni, le associazioni no profit, io aggiungo anche le multi-utility come IREN che possono dare un impulso. Società che hanno un buon bilancio e che ci possono portare a fare il cambio verso uno sviluppo sostenibile perché ne hanno la potenzialità economica e possono indirizzare il cambiamento.

Io collaboro con Iren, con EGEA nel Cuneese che sta facendo una “Granda CO2 free”.

In questi 10 anni il mondo è cambiato soprattutto dal punto di vista della tecnologia. Abbiamo visto il mondo trasformarsi. La parola di oggi è la trasformazione digitale, appunto. Come vede i prossimi 10 anni? Come saremo in una sua ipotetica visione tra 10 anni? Che cosa dobbiamo aspettarci in futuro? Quali scenari ci attendono? 

“Non ho la bacchetta magica, ma quello che ho visto capitare nell’industria chimica è incredibile. La Solvay che si trova a Spinetta Marengo applicando dei criteri di Big Data, Intelligenza Artificiale, multi-sensoristica sullo stesso identico impianto ha cominciato a regolarlo rispetto a quello che erano le sane e tradizionali regole dell’ingegneria dei controlli hanno ottenuto un + 20% di produttività. Questo vuol dire che  dietro le quinte ci sono una marea di opportunità da cogliere grazie alla gestione dei dati non convenzionale attraverso questi algoritmi che siamo pur sempre noi a creare. In futuro qualunque cosa potrà diventare un generatore di dati messi a disposizione in modo del tutto nuovo e funzionale a dare quel cambio di modalità di vita. Io credo che ci saranno dei cambiamenti forti legati essenzialmente a quanto ho appena detto e che non sappiamo ancora dove arriveremo. Certamente conseguiremo prima del 2050 gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Io di questo ne sono ormai convinto. La situazione che abbiamo appena vissuto potrebbe aver accelerato questo processo. Di dati c’è un bisogno enorme. Dietro i dati si nasconde una enorme potenzialità in ogni settore. Penso che Torino andrà molto veloce e che saremo presto un esempio per il resto del Paese”. 

Grazie!

Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.

Ascolta “Digital Transformation / Prof. Guido Saracco” su Spreaker.

Il rapporto che abbiamo quotidianamente con gli oggetti d’uso comune è di natura prevalentemente sensoriale. Tuttavia, per comprendere la natura degli “oggetti digitali”, la mera sensazione non basta. Che cosa differenzia l’usabilità di un oggetto di design da un oggetto digitale?

“Che si tratti di oggetti materiali o immateriali le cose non cambiano molto e la usabilità è sempre una parte specifica del design. L’usabilità è una norma ISO, la 9241-11, e si definisce come:

“l’efficacia, l’efficienza e la soddisfazione con le quali determinati utenti raggiungono determinati obiettivi in determinati contesti”

In questa definizione ci sono sei elementi fondamentali per il concetto di usabilità e per i metodi che portano a produrla nelle fasi di design e a controlla su quanti prodotto. Le caratteristiche dell’utente, gli obiettivi perseguiti usando il frutto della progettazione e il contesto d’uso sono le condizioni al contorno, efficacia, efficienza e soddisfazione sono gli obiettivi del nostro lavoro.

Il fatto che si tratti di oggetti immateriali, se da una parte rende meno difficile e immediato valutarne l’usabilità, dall’altra ci offre grandissime possibilità perché liberi dai vincoli della materia abbiamo una scelta di possibili alternative non solo enorme, ma anche spesso molto più semplice da adottare.

Quando progetto un oggetto fisico, cambiare idea facendo test sugli oggetti finiti o realizzarne diverse versioni è molto costoso, modificare i prototipi di una pagina web o di un’app è molto più immediato e significativamente meno costoso. A chi progetta è richiesta però una profonda conoscenza delle regole che governano la comunicazione tra la pagina e la mente degli utilizzatori e la capacità di scegliere tra le numerosissime possibili soluzioni quelle che hanno senso e che porteranno a interazioni usabili e non confuse. Serve una preparazione specifica, troppo spesso questa non c’è e si lascia che siano i programmatori a fare le cose con il solo buon senso.  

In una catena la resistenza di tutto l’insieme è in carico all’anello più debole, spesso, troppo spesso, si spende molto denaro per le parti interne del sistema (nessuno farebbe mai progettare i database o la sicurezza da dilettanti), ma si lascia che siano i dilettanti a progettare l’interfaccia: un sistema meraviglioso con un’interfaccia modesta sarà percepito come modesto. Senza contare che i difetti di usabilità moltiplicheranno, per esempio, gli errori degli utenti sovraccaricando in modo assolutamente inutile il sistema. Molte delle tragedie degli ultimi tempi su sistemi che prevedevano numerosissimi accessi sono state amplificate dal fatto che non si sia presa nemmeno in considerazione una progettazione ergonomicamente corretta delle pagine!”

Quanto conta in questo caso il fatto che a rapportarsi con un essere umano ci sia un’altra intelligenza (seppur artificiale) in grado di comprendere il nostro linguaggio, di intuire le nostre emozioni e di compiere azioni in relazione al contesto entro il quale si trova ad operare?

“Questa cosa se usata bene è una grandissima opportunità! Le dimensioni delle basi dati disponibili, la potenza di calcolo dei server e la velocità della connessione permettono oggi di realizzare interazioni molto efficaci ed efficienti dove l’intelligenza” e la “cultura” (leggi potenza di calcolo e base dati) dei sistemi che ospitano rendono possibile un’efficacia senza precedenti.

Due esempi tra tutti: i motori di ricerca anche all’interno delle applicazioni mirati all’ambito specifico e l’individuazione e la gestione degli errori possono essere estremamente potenti e possono aiutare gli utenti in modo determinante”.

Nel corso degli anni l’aspetto del World Wide Web è cambiato radicalmente. In quale misura la rivoluzione mobile ha spinto i web designer a stravolgere le loro concezioni di usabilità?

“Qui probabilmente sono un po’ controcorrente. La proliferazione dei diversi “device” è stata certamente determinante nell’evoluzione e nel modificarsi delle tecnologie di interfaccia, si è fatto moltissimo per poter disegnare interfacce responsive e oggi possiamo fare cose fino a qualche anno fa semplicemente impensabili. L’evoluzione delle tecnologie su device diversi ha trasmesso per osmosi nuove possibilità da un ambiente all’altro e questo è stato un gran bene. Io credo però che sia stato spesso travisato il concetto di “mobile first”.

Questa indicazione nasce dall’idea che progettando il sistema per un piccolo display, dove tutto è generalmente più difficile, permetta poi con facilità il trasporto del design  sul display medio e/o grande, dove, in termini di dimensioni, è in generale più semplice concepire spazi, funzioni e ingombri. Purtroppo, in moltissime circostanze, per esempio: importanti banche e importanti società di servizi, si nota chiaramente una grande attenzione sul mobile e una scarsa attenzione sugli stessi sistemi applicati ad altri device, come per esempio il PC desktop. Si è spesso passati dal “mobile first” a una sorta di “mobile only” piuttosto fastidioso.

Dal punto di vista dell’usabilità, e non solo, è vitale dare la stessa importanza ai diversi device sui quali i nostri clienti lavorano differenziando le cose che devono essere diverse e unificando al massimo possibile le “liturgie” delle interfacce. Le stesse cose devono chiamarsi allo stesso identico modo nelle varie versioni dei sistemi, le stesse azioni devono avere lo stesso comportamento ovunque.

Sembra una cosa banalissima, ma spesso, ahimè, non è seguita, a grande discapito della usabilità (purtroppo)”. 

Suo Padre, Luigi Dadda, fu tra i primi a occuparsi di calcolatori elettronici in Italia. Lei ha scritto di essersi “occupato di software prima e di siti internet poi”. In quale misura le idee di suo padre hanno inciso sul suo percorso di ricerca e professionale?

“Mio padre lo portò dagli USA, dove aveva contribuito a progettarlo e costruirlo. Fu il primo calcolatore elettronico acceso nell’Europa continentale (il secondo a distanza di pochi mesi rispetto al Ferranti, avviato nel Regno Unito). L’interfaccia era una semplice telescrivente e, già allora, ricordo che mio padre mi raccontò che si era cercato di rendere l’immissione dei dati il più semplice possibile e la rappresentazione dei risultati comprensibile. Un grande insegnamento che ho avuto da mio padre, un professore vero che ha insegnato per 65 anni, è che per capire i bisogni degli utenti vanno ascoltati gli utenti stessi, troppi si dimenticano di non essere utenti e cercano di indovinare qualcosa che appartiene a un dominio di conoscenza del quale non capiscono nulla. Ricordo mio padre discutere con passione delle modalità di rappresentazione dei dati con i progettisti della diga Edison di Santa Cristina, tra i primi al mondo a utilizzare un calcolatore elettronico per i calcoli strutturali.

Un insegnamento che non ho mai dimenticato e che mi è stato di grande aiuto per tutta la mia vita di progettista”.

Quali sono i fattori determinanti che decretano il successo di un sito web (o di un’app) rispetto a un altro in termini di usabilità? Quali sono le caratteristiche principali che un sito web deve assolutamente avere?

“Un ottimo modo per identificare le caratteristiche di un sistema usabile è una check list di euristiche, ne esistono moltissime, personalmente mi piace questa proposta da Wikipedia che ci dice cosa l’usabilità può fare per il nostro sistema.

È importante adattare la lista scegliendo gli elementi corretti per il sistema che si sta disegnando e applicare controlli periodici relativi a ognuno degli elementi considerati. Non è importante quali parametri di controllo si usino, è importante averne, e considerare le verifiche come un passo molto importante. Ovviamente parlo di usabilità, una condizione necessaria, ma non sufficiente. È vitale che il sito per avere successo offra qualcosa che la gente cerca e della quale ha bisogno in modo efficace ed efficiente”.

Le andrebbe di farci qualche esempio di usabilità ben riuscita? Che cosa ha funzionato e cosa no?

“Il primo sito che mi viene in mente è Google: semplice ed efficace; ha tutto quello che serve, solo quello di cui l’utente ha bisogno e nulla di più. Risolve un solo problema e lo fa benissimo”.

E qualche esempio di pessima usabilità?

“Credo che tutti abbiamo bene in mente i siti non usabili, quelli dove trovi qualcosa la sera e la mattina dopo non riesci più a trovarla, che fanno la stessa cosa in modi diversi in diverse situazioni, che chiamano le stesse cose in modi inspiegabilmente diversi, dove i messaggi di errore non ti fanno capire come porre rimedio a quello che non è andato bene  e così via. Solo per vicinanza all’ultimo utilizzo posso, ahimè, citare quello dei servizi al cittadino della Regione Lombardia, ma non vorrei sparare sulla Croce Rossa. Come esempio di pessima realizzazione dal punto di vista dell’usabilità posso citare quasi tutti i siti sui quali prenotare la vaccinazione anti COVID-19. Al di là del fatto che non si capisca come mai non ci sia una pagina sola per tutti gli italiani, l’usabilità, inspiegabilmente, non è stata nemmeno presa in considerazione. Si tratterebbe quasi sempre di interventi relativamente piccoli che possono portare grande beneficio, ma è una cultura che purtroppo ancora manca”.

Cosa possiamo vedere dietro l’angolo? L’usabilità sta diventando un pilastro con cui disegnare il futuro o le barriere sono ancora troppe?

“Io credo che le possibilità tecnologiche e i metodi ci siano da tempo, serve la consapevolezza della necessità della usabilità e la coscienza che si tratta sempre di più di un fattore critico per il successo praticamente in ogni iniziativa.

Guardando più lontano, io vedo l’evoluzione dei sistemi, e di conseguenza delle interfacce e della loro usabilità come una cosa parallela all’evoluzione delle grandi ondate tecnologiche che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. All’inizio c’è stata l’evoluzione della potenza dei sistemi di calcolo, che è cresciuta seguendo puntualmente la legge di Moore. A questa è poi seguita l’ondata della disponibilità di memoria e  oggi possiamo tranquillamente dire che lavoriamo praticamente con potenza di calcolo infinita e memoria infinita. La terza ondata è stata quella della disponibilità di connessione, oggi praticamente infinita, che ha dato luogo per esempio al fenomeno del cloud.

La prossima ondata sarà quella della disponibilità di sistemi di intelligenza artificiale che, tra le altre cose, ci permetteranno di realizzare interfacce adattabili con reazioni eccezionali al comportamento dell’utente. Una cosa che oggi possiamo solo immaginare.

Il cervello dell’utente potrà utilizzare le proprie capacità per occuparsi solo delle cose veramente importanti e “umane” lasciando alla macchina, o meglio alle macchine, perché collaborano tra loro sempre di più, tutto il resto. Il bello deve ancora venire, credetemi!”

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[Guarda versione completa dell’intervista – 30 min]

Musicista, autore, produttore, sperimentatore. Chi è Max Casacci?

Nelle varie sfaccettature che mi hanno portato dentro la musica come tecnico del suono, chitarrista, compositore, produttore, paroliere ho sempre cercato di rispondere a un’idea artistica che viene da un’altra epoca. Senza nessun intento nostalgico, ma sono molto affezionato all’idea dell’artista manager, che sa barcamenarsi tra uno sponsor e l’altro. Ecco, io rimango attaccato al “non tradir la mia giovinezza” per dirla con le parole di una canzone di Fossati. In tutte le varie applicazioni che compongono il mio essere musicista, a tutto campo, cerco di mantenere quell’immagine lì, quella di un artista che si interroga sulla relazione con il proprio tempo e che cerca un significato in tutto quello che fa. 

Nel 2015 vieni invitato come relatore a una TEDx Conference, sul tema “strade rivoluzionarie”. Bel concetto. Cos’è rivoluzionario per te?

Esistono alcuni fattori, come il talento, che sono molto più diffusi di quanto si immagini. In certi momenti e in certi luoghi questi doni diventano un fattore collettivo che ha lascia il segno. Questo fenomeno è riferibile a ogni contesto culturale. La creatività in genere è legata al fatto che varie discipline entrano in contatto tra di loro amplificando le potenzialità espressive di ciascuna. Se mettiamo una lente di ingrandimento a certe fasi storiche e in certi luoghi precisi, scopriamo che esiste una costellazione di luoghi che favoriscono questo incrocio moltiplicando le potenzialità espressive e il talento dei vari protagonisti.

Questo è uno dei motivi per cui sono molto affezionato alla stagione che questa città (Torino) ha vissuto sulle rive del fiume con i Murazzi. Quel luogo riusciva davvero a “fertilizzare” il talento. Alcune infiorescenze riuscivano a svilupparsi in modo molto più evidente. Quello era il luogo in cui Torino imparava a conoscere se stessa, un luogo in cui ci si incontrava. Lì è nata una scena musicale che si è incrociata con scrittori e artisti visivi, con i narratori degli anni settanta, che nella loro verbosità portavano una serie di preziose testimonianze e racconti. C’era una Torino collinare che si mescolava con i disoccupati. Il tutto era armonizzato in un contesto incredibile. Non è un caso che in un luogo come quello sono nate esperienze artistiche che continuano a vivere ancora oggi.

Nel caso di Revolutionary Road, titolo del TEDx di Lecce, io analizzavo quella bowery, quella “terra di nessuno”, sostenendo che alla fine ciò che oggi risulta essere più rivoluzionario risponde in realtà alle necessità umane. Abbiamo attraversato una fase storica nella quale il mezzo era diventato una finalità. Passare con una canzone in una radio non era solo uno strumento per arrivare al fruitore, ma era diventato il fine. Il numero di passaggi radiofonici era praticamente l’obiettivo a dispetto del fatto che la tua musica finisse per snaturarsi. Quindi interrogarsi sull’esigenza che ti spinge a fare musica era diventata una cosa sconosciuta. Questo vale anche in contesti e ambiti più grandi in realtà.

Papa Francesco è senza dubbio una delle figure più rivoluzionarie di questi tempi, per esempio, ha preso la dottrina cristiana e l’ha applicata in una forma lineare risultando un uomo straordinario. Questo spiega cosa vuol dire quando affermo che oggi essere rivoluzionari vuol dire semplicemente capire cosa significa essere umani. 

Come vedi la situazione oggi in Italia rispetto alla creatività? 

Oggi esiste sempre una vivacità che si auto alimenta sotterraneamente e che poi lancia la sfida al contesto attuale, alle ostruzioni e in alcuni casi riesce anche a vincerla questa sfida. Che piacciano o meno alcuni protagonisti, bisogna ammettere che c’è una rivoluzione generazionale della musica in atto, fatta da musicisti che hanno cominciato a scrivere canzoni, a orientare i codici della propria estetica in una certa direzione. Solo alcuni di questi arrivano dal contenitore dei talent. I più significativi sono cresciuti sotterraneamente, si sono creati i propri codici e hanno imparato a fare musica, e oggi incarnano i punti di riferimento di intere generazioni. 

Dal mio punto di vista, alcuni di questi artisti hanno il talento per superare anche la stagionalità di certe forme estetiche, altri forse sono più imprenditori e un po’ meno capaci di affrontare il lungo periodo. Tutto questo, però, non lo vedo supportato da un contesto culturale che in qualche modo invogli e che sia in grado di dare nuovi strumenti di crescita. In Italia la musica passa sempre attraverso tanti canali che sembrano poi lo stesso canale. La musica è vista come un sottofondo, un tessuto sonoro da inserire tra uno spot e l’altro. 

Non esiste un canale televisivo unicamente votato ad approfondire la musica. Esistono canali televisivi per la cucina, per la storia, per la religione, qualsiasi cosa, ma non per la musica. Si tratta di una cosa che tende un po’ a sacrificare il talento del Paese in cui viviamo, che trova sempre comunque il modo di uscire, fra troppe difficoltà. Andrebbero create le coordinate di un contesto culturale un po’ più valorizzante capaci di esaltare il talento che c’è. 

Due anni fa avete festeggiato il ventennale dell’album “Microchip emozionale” e lo avete fatto con dei talenti che si sono adattati a un capolavoro della musica. Tra quegli artisti ci sono degli artisti che rispecchiano quello che ci dicevi sulla capacità di “superare la stagionalità”? 

Indubbiamente sì. Il criterio con cui abbiamo scelto questi artisti innanzitutto era un criterio anagrafico. Abbiamo scelto tra quelli che oggi hanno l’età che avevamo noi al tempo di “Microchip emozionale” e poi artisti che hanno dichiarato loro stessi di essere stati ispirati da questo album. Per alcuni di loro il concerto dei Subsonica è stato l’incoraggiamento per poi decidere di fare musica nella propria vita. Non c’è niente di più gratificante di capire che quello che hai fatto ha lasciato un segno nella vita di altre persone. Quel tributo racconta anche un po’ questa storia.  

Innovare quindi vuol dire anche guardarsi indietro e cercare di prendere spunto per poter fare meglio rispetto a chi ha già avuto altre esperienze e poi guardare avanti?

Innovare vuol dire lasciare un segno che sia il tuo, diverso da quello di qualcun altro. Il tuo segno è fatto di ciò che sei, delle tue scelte e delle tue ispirazioni; è fatto del bagaglio che porti sulle spalle. È importante come si vive la musica, come la si ascolta; come la si interpreta, come la si fa propria. Tutto questo determina alla fine chi sei e di conseguenza l’unicità del tuo segno. 

Esci spesso dalla tua comfort zone musicale per inoltrarti nei suoni del mondo: ambienti urbani, natura, e adesso le api. Perché?

Questo è un album fatto con i suoni della natura e senza strumenti musicali. Penso che un’esperienza del genere si possa definire tale solo in presenza di uno smarrimento, quando devi attingere alle tue risorse e metterti a confronto con qualcosa che in quel momento ti appare sconosciuto. Lì si creano le condizioni base per un’esperienza. A maggior ragione questo vale nell’ambito artistico e creativo. Sono molto attratto dallo esplorazione di questo tipo di condizione di disorientamento.

La musica senza strumenti musicali nasce dall’esigenza di astrarre i suoni dalla natura e creare nell’ascoltatore un legame empatico con l’ecosistema, inteso anche nella sua fragilità. L’assenza di strumenti mi mette nella condizione di non essere colui che governa il processo creativo. Quando uno come Michelangelo Pistoletto ti chiede di mettere in musica un fiume e di fare di questo fiume una melodia, una tessitura quasi orchestrale, tu gli rispondi di sì e cominci a sudare freddo dopo e ti ritrovi con i microfoni ad aggirarti tra le sorgenti e cerchi di capire quei luoghi e cerchi di capire che storia sonora raccontare (guarda il video).

Ti ritrovi così ad ascoltare la natura come uno spettatore e non come un protagonista. Tutti questi fattori provocano una reazione che mi piace, che mi proietta in quella terra di nessuno dove cerchi di mettere insieme cose che fanno parte del tuo passato e sono un’esplorazione verso un futuro che ancora non conosci. Questo accadeva anche quando collaboravo con gli Africa Unite con quel tipo di reggae molto contaminato. Con i Subsonica in qualche modo abbiamo fatto un percorso analogo: da un lato c’era la scrittura delle canzoni, dall’altra c’era la sintesi di qualcosa che non proveniva solo dal mondo musicale, ma che ci univa e appassionava. Anche un lavoro di sintesi può essere quindi un lavoro estremamente creativo. 

Cultura digitale o Digital transformation. Che suono ha?

Un suono giusto e un suono digitale. Le rivoluzioni tecnologiche in atto hanno stravolto il modo di fare musica, hanno abbattuto i costi di produzione e hanno accelerato i tempi di lavorazione, ma non necessariamente hanno fatto bene alla musica. Far interagire gli artisti a distanza ha eliminato le occasioni di suonare dal vivo insieme, in cui si provava insieme, si facevano errori insieme. Tutto questo ha semplificato molto, ma se paragoniamo la musica dell’altro secolo a quella di oggi non possiamo dire che ci siano stati enormi passi in avanti.

I passi in avanti si sono prodotti dove la tecnologia ha cominciato a suonare “nella sua specificità”, come in certi ambiti di musica elettronica dove si sono creati dei generi musicali in cui il suono digitale è stato usato in quanto tale, non come emulazione di qualcosa di precedente. Io oggi posso permettermi di mettere un’orchestra in un brano risparmiando del budget, ma non necessariamente questa scelta farà del bene alla mia musica. Pensa che sono stati fatti dei generi musicali  sull’errore, sulla disfunzione, su quel linguaggio afasico che certe volte le macchine ogni tanto producono spontaneamente. È lì che ci si muove in un ambito molto diverso dal normale e significativo.

Secondo me il termine di paragone per capire quello che sto dicendo sono i Radiohead, l’ultimo grande gruppo della storia del rock, che a un certo punto (nel 2000) ha iniziato a stravolgere la sintassi musicale usando una sintassi digitale inedita e affacciandosi su una modernità nuova. Hanno cominciato cioè a utilizzare i nuovi strumenti con il loro linguaggio proprio, quello della nuova tecnologia. In questo senso spiego perché la cultura digitale suona digitale.  

“Italy in a day”, la versione italiana diretta da Gabriele Salvatores ha un tuo brano (2014). Quale suono aveva quel giorno l’Italia?

L’Italia aveva un suono molto colorato. Viviamo in un luogo che ha una grande quantità di sfaccettature: dalla disperazione più totale all’amore più viscerale. Tutto questo si rifletteva in una tessitura cromatica di suono pazzesca.

Quale suono avrebbe oggi?

Se i Deproducers facessero una colonna sonora oggi sarebbe più ricca di silenzi perché stiamo vivendo un momento molto più silenzioso. 

“Planetario” tessuto sonoro per la narrazione scientifica dell’astrofisico Fabio Peri è andato in orbita sulla Stazione Spaziale. Mi sveli la ricetta, cosa c’era in quell’album?

È stata ed è tutt’ora una vera esperienza. Siamo partiti in un gruppo di 4 musicisti-produttori (io, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma) e da un’idea di musica di insieme slegata dalla canzone. Volevamo recuperare una dimensione un po’ anni 70 e ci siamo chiusi in un luogo dove si poteva fare musica anche 24 ore al giorno. A un certo punto si trattava di capire dove collocare questa esperienza creativa. L’idea di unire la musica con la scienza ci è sembrata la cosa più opportuna. Da lì è partita quest’idea di sintesi.

Ci siamo esibiti davanti a teatri pieni e abbiamo realizzato un album e uno spettacolo sull’astrofisica, poi sulla botanica con Stefano Mancuso e sulla genetica con Telmo Pievani. Gli scienziati venivano messi provocatoriamente al posto dei frontman. L’idea era evidenziare come il dato scientifico avesse una valenza poetica pari o superiore alle parole del testo di una canzone. Durante lo spettacolo poi il dato veniva veicolato nelle sue forme più quotidiane per darne una fruizione diversa attraverso la musica. Veniva proposta una fruizione diversa della musica, che diventava così il vettore di qualcos’altro.   

Max, siamo arrivati all’ultima domanda, forse quella più difficile: cosa succede nei prossimi dieci anni? Nella tua vita e nella società?

Partiamo dai dati. Nei prossimi dieci anni io vedo la nascita dell’Europa, perché si va in quella direzione ed è un’esigenza percepita soprattutto dalle persone più giovani. Molti ragazzi che abbiamo incontrato durante il nostro tour europeo ci hanno mostrato un’idea di Europa forte. 

Credo che in questo momento rispetto alla tecnologia stiamo vivendo una fase di transizione legata al fatto che i cosiddetti “nativi digitali” sono oggi persone non ancora ammesse nei luoghi dove si prendono le decisioni. Questa cosa spero accada quanto prima, magari alla fine di questi dieci anni. E quindi dal punto di vista del rapporto culturale con questo scenario tecnologico, credo che oggi ancora non capiamo i reali benefici perché ci sono due culture che si stanno compenetrando. Tra dieci anni avremo risposte più nette in termini di benefici, quando la generazione che è nata sarà capace di dare delle risposte e di armonizzare tutte le nuove opportunità tecnologiche con le nostre radici culturali. 

Grazie Max!

Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista di Max Casacci? Nessun problema, c’è la versione podcast!

Ascolta “Creatività / Max Casacci” su Spreaker.

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Avete mai provato a leggere una informativa privacy? 

Quel “muro di testo” con il quale quasi nessuno ha voglia di confrontarsi, ma dentro cui si trova ogni informazione relativa all’utilizzo dei nostri dati da parte di qualsiasi piattaforma o app che utilizziamo quotidianamente. Io  sì, ma d’altra parte lo faccio per lavoro. Sono Maurizio Bulgarini esperto di privacy e Data Protection Officer di Synesthesia. 

Voglio cominciare facendo “coming out”: anche io mi sono iscritto a qualche servizio senza leggere con attenzione l’informativa, o i “Termini e Condizioni”. I testi sono troppo prolissi, scritti in “legalese” e solitamente presentati in maniera tale che è difficile coglierne il contenuto.

Il mio lavoro sarebbe estremamente più semplice se le persone con cui vengo a contatto fossero più consapevoli dell’utilizzo dei propri dati personali da parte di terzi. Alcune delle compagnie tech più in vista provano a realizzare infografiche o video per avvicinare il navigatore alla consultazione delle informative, ma non si può contare solo su questi supporti.

Lo scorso autunno, in una mattina come un’altra, complice uno dei canali Telegram che seguo abitualmente, scopro l’esistenza di Legal Hackers. Curiosando sul loro portale, mi imbatto nel bando di “Hack the Doc”. L’obiettivo della challenge del primo legal design europeo è “hackerare” i documenti, ossia le informative privacy presenti sui siti e sulle app che navighiamo, per renderle più fruibili da parte degli utenti. 

Gli organizzatori hanno previsto tre ruoli per i partecipanti alla challenge: esperti legali, consulenti di comunicazione e designer, per ridisegnare graficamente, oltre che concettualmente, le informative prese in esame.

Il Collegio del Garante della Privacy italiano ha promosso questa manifestazione al fine di contaminare la cultura giuridica rendendola accessibile agli utenti comuni e facendo valere, allo stesso tempo, il loro diritto di essere informati sui motivi e le modalità di trattamento dei loro dati. “L’Autorità per essere tale deve risiedere in mezzo alla società” – ha dichiarato Guido Scorza, avvocato e membro del collegio – “e sgretolare formalismi burocrazia e lentezza”.

L’idea mi conquista e inizio a parlarne col mio team. Poi, al termine di una riunione con Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi, per integrare l’offerta di Synesthesia con servizi sulla compliance al GDPR, accenno loro la questione. Francesco, in appena cinque minuti, condivide un concetto estremamente interessante: perché non usare l’intelligenza artificiale per decifrare le privacy policy e trarre le informazioni più importanti?

La realizzazione del progetto 

La proposta mi affascina perché si tratta di un’idea ben diversa dal modificare il design di un’informativa. In breve tempo la macchina si mette in moto: Francesco mi presenta Matteo Grella, suo amico e grande esperto di trattamento automatico del linguaggio naturale (Natural Language Processing) e relativi modelli di apprendimento automatico (Machine Learning). 

Il motore fornitoci da Matteo ci permetterebbe di masticare e restituire ogni tipo di testo. I modelli di apprendimento automatico funzionano molto bene quando, all’interno di un dominio conosciuto, esistono esempi da cui la macchina può apprendere. Proprio come nel caso delle informative privacy.

Abbiamo giusto il tempo di fare una riunione per presentarci e iscriverci: è già il 10 dicembre e la manifestazione sta partendo. La partecipazione è numerosa, inaspettata e attivissima, nonostante il conseguente disagio per la gestione su Zoom di un evento di questo genere. 

I due giorni successivi sono febbrili e scanditi dal ritmo frenetico dei compiti da portare a termine. 

L’informativa privacy di Instagram (4769 parole) è il nostro punto di partenza. 

Dopo 48 ore dall’inizio della sfida presentiamo ai giudici il volto del nostro prodotto, Informa.me,  una Social Knowledge Base con funzionalità di ricerca in linguaggio naturale e Speech to Text, interrogabile dai navigatori. In questo modo diventa possibile conoscere tipologie di dati raccolti da qualsiasi piattaforma, finalità, diritti e comunicazione. Il nostro portale spicca tra gli altri progetti per la natura originale e diversa dell’approccio all’obiettivo della challenge. Abbiamo anche ridotto la lunghezza dell’informativa del testo originale (che ora conta solo 1205 parole, circa il 75% in meno). Il risultato è ampiamente raggiunto.

I giudici decidono di promuovere il nostro team al giorno successivo, per il round finale con i big boss tra cui proprio Guido Scorza, in rappresentanza dell’Autorità Garante della Privacy. Domenica mattina sfidiamo altri 8 team che presentano altrettanti progetti interessanti e molto ben curati. Non siamo stati premiati dalla giuria in finale (qui l’elenco dei vincitori), ma abbiamo potuto confrontarci con realtà istituzionali e sociali interessate al tema della data protection al di là della mera logica commerciale.

In conclusione 

Il nostro lavoro rimane attuale e coinvolgente per chiunque abbia interesse e consapevolezza dell’importanza dell’argomento. Si tratta di un punto di partenza per allargare il cono di visibilità del tema anche a coloro che navigano su siti e app senza preoccuparsi di “che fine faranno” i propri dati, perché “a me non interessa della privacy”, “io non ho niente da nascondere”.

Noi di Smart Flow ringraziamo ancora una volta Francesco e Matteo per averci voluto sostenere e aiutare in questa iniziativa: al prossimo hackathon, sperando sia “dal vivo”!


Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR. 

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Guarda la presentazione integrale

Ieri eravamo

Quando compi gli anni ti chiedi se davvero te li senti, ti chiedi se ci siano cose che ti hanno arricchito negli ultimi mesi. Qualcosa cambia, ma dentro ti senti sempre uguale. Come vedi te stessa o te stesso è molto diverso dalla realtà, da come ti vedono gli altri. Nello scorrere veloce del tempo ti chiedi se “invecchiare” ti faccia sentire una persona diversa, più matura, o almeno più pronta ad affrontare nuove sfide.

Questo vale per le persone, ma possiamo provare ad applicarlo a un’azienda e capire cosa è davvero successo da quella fiamma che, 10 anni prima, ha dato vita a un’idea, la sfida di un singolo e di pochi entusiasti, per poi crescere: decine di persone, amici, professionisti che in alcuni casi hanno spento molte candeline con Synesthesia.

Synesthesia compie oggi 10 anni (Wow!). Il primo giorno di Primavera di dieci anni fa i “fondatori” si trovarono a firmare per dare vita a un’idea.

10 anni. Per un’azienda che si occupa prevalentemente di digital è come parlare di due ere geologiche. 10 anni fa il mondo era completamente diverso. Digitalmente parlando, da poco tempo avevamo in mano degli smartphone straordinari e sempre più ricchi. Da poco sapevamo cosa voleva dire “fare e pensare in mobilità”. Synesthesia nasce da questo: da l’intuizione di Francesco (Ronchi) e dal desiderio di inventare qualcosa di nuovo in un mondo che stava iniziando a muoversi sempre più velocemente, quasi in modo frenetico.

Nel nostro caso non tiriamo in ballo la legge di Moore, ma quella di Murphy (i primi due postulati): “Niente è facile come sembra” e “Tutto richiede più tempo di quanto si pensi”.

Perdersi nella strada della produzione massiva e concentrarsi, invece, sulla qualità, preservando la curiosità e la voglia di sperimentare? 

Be’ se ci conoscete almeno un po’, sapete bene che abbiamo scelto la seconda strada e che, orgogliosi, cerchiamo sempre di fare di Synesthesia qualcosa di diverso: un’azienda che fa business, ma anche un’idea e un insieme di valori che per noi sono imprescindibili. 

Inclusione, correttezza, sostenibilità, uguaglianza, trasparenza, empatia, innovazione, cultura. Quando li racconti davanti a un interlocutore che non ti conosce nasce quasi sempre quell’espressione che un po’ dice “e questo con un’azienda cosa c’entra?”. 

Eccome se c’entra! Sono i nostri valori che fanno la differenza. 

Oggi siamo

21 marzo 2011, da quel giorno tante cose sono cambiate. Oggi Synesthesia rappresenta un modello di crescita unico nel campo del digitale, ma non solo. È diventata un’azienda che si occupa di informatica, di comunicazione, di marketing e di molto altro. E in quel “molto altro” ci piace sempre dire che in realtà ci occupiamo “di persone”. Di crescita e di sviluppo. 

Sin dalla sua fondazione rappresenta un luogo di aggregazione per progetti votati al futuro, alla realizzazione di un diverso rapporto tra le aziende e il territorio. Negli ultimi anni abbiamo lanciato tante iniziative. Volete degli esempi? 

Synesthesia ha una digital factory con professionisti di altissimo profilo nel mondo del mobile e del web e del digitale in generale. Ha una sua academy molto attiva e utilizzata anche per realizzare corsi di formazione per donne contro il gender gap e per bambini e ragazzi in età scolare. Synesthesia organizza eventi e tavole rotonde anche a livello internazionale, partecipa a progetti europei su tematiche di alto profilo, cerca in tutti i modi di diffondere sul territorio e in rete il concetto di “tecnologia per tutti”, ma anche di un futuro diverso in cui la formazione e la conoscenza siano alla portata di tutti. 

Synesthesia opera anche (e in modo molto attivo) nel terzo settore con la sua no-profit SYX. Cerca di distinguersi sul mercato diffondendo i valori che le sono propri e che contraddistinguono l’azione imprenditoriale dei suoi fondatori. Durante la prima fase COVID tramite SYX sono stati lanciati due progetti no-profit che hanno avuto molto successo: Tutticonnessi (dispositivi ricondizionati regalati alle scuole del Piemonte) e SpesaSospesa.org (raccolta fondi e derrate alimentari per famiglie in difficoltà). E, come diciamo spesso, speriamo che questi progetti presto non ci sia più bisogno. Sono nati durante la pandemia e non vediamo l’ora di scrivere “la data di fine” al fondo della loro scheda descrittiva. 

“10 anni sono un traguardo importante, perché significa che siamo più maturi e consapevoli.Non abbiamo mai perso di vista neanche un giorno i nostri obiettivi: rendere Synesthesia il posto in cui desideriamo lavorare, il luogo in cui realizzare i nostri desideri professionali, dando al futuro la forma dei nostri sogni.Vogliamo sviluppare il talento e curiamo il nostro team, che riteniamo il bene più prezioso, difendendo i nostri valori etici e alimentando la passione e la curiosità, che sono il motore quotidiano della nostra vita e del nostro lavoro. Le energie positive che ci muovono, il coraggio delle nostre scelte, la visione della bellezza sono insiti nel nostro nome: unire la tecnologia con le emozioni, rendere il digitale più umano.Siamo orgogliosi del nostro progetto e non vediamo l’ora di vedere quale storia scriveremo negli anni a venire. Auguri Syn!” (Francesco Ronchi, Riccardo Recalchi).

La festa per noi per voi. 10 mesi di festeggiamenti

Nonostante le restrizioni imposte dall’attuale pandemia, grazie al digitale e allo spirito di unione che contraddistingue questa grande famiglia, abbiamo ideato un modo di festeggiare questo compleanno così speciale per la durata di ben 10 mesi.

I festeggiamenti non si limiteranno pertanto al semplice giorno del compleanno (oggi), ma si svolgeranno da marzo a dicembre con coinvolgenti iniziative e un viaggio a tappe che condivideremo  con tutti, dal team interno, ai clienti e i partner di Synesthesia e voi sarete i nostri ospiti d’eccellenza.

“Synesthesia world in ten words”. Alle origini del futuro

Per celebrare questo anniversario Synesthesia ha pensato di realizzare un format innovativo e coinvolgente: raccontare il futuro attraverso un percorso “a tappe” caratterizzato da 10 parole chiave che scopriremo insieme ad alcuni “amici autorevoli” che ci aiuteranno a scoprire nuovi scenari e a pensare al futuro partendo da un presente che pensiamo sia già un incredibile punto di partenza. 

Parliamo di un “viaggio” perché sarà proprio un percorso da scoprire di volta in volta, insieme. Lo termineremo con un regalo per tutti, ma non possiamo raccontarlo ora. Sarà una sorpresa.

Domani, saremo

Pensare al futuro per noi significa esplorare territori sconosciuti, battersi con determinazione e con la forza dell’immaginazione per qualcosa che ancora non esiste. Siamo dei pionieri digitali che guardano al “possibile” per renderlo un posto più accessibile e ospitale per tutti. 

Dove saremo tra 10 anni? Saremo qui a raccontarvi come sono stati gli ultimi 20 anni. Abbiamo intenzione di continuare a crescere insieme a tutti coloro che durante questi 10 anni di vita hanno segnato la nostra storia e continueranno a farlo da ogni parte del mondo con le proprie idee. 

Siamo una grande famiglia, #WeAreSynesthesia.

Che i festeggiamenti abbiano inizio. Buon compleanno a noi!

Avviare un business completamente online o sbarcare, con la propria attività già esistente, nel mondo digitale può essere oggi un’occasione importante di crescita e innovazione per qualsiasi azienda. La piattaforma Magento, nata del 2008, rappresenta una risposta su misura a queste esigenze. Scopriamo allora più nel dettaglio di cosa si tratta e quali sono i vantaggi che esso comporta nel settore dell’e-Commerce.

Cos’è Magento?

Oggi, più che mai, è evidente la necessità per le aziende orientate al mercato di garantire e curare la propria presenza online. È sotto gli occhi di tutti il trend di crescita costante che interessa le vendite in rete (come riporta l’Osservatorio eCommerce B2C, il settore in Italia nell’ultimo anno ha registrato un incremento del 26% rispetto al 2019). Un’occasione, dunque, quella del digitale, da cogliere “al volo” per essere competitivi e attivi sul mercato. Magento nasce con l’intento di costituire una soluzione funzionale al raggiungimento proprio di questo obiettivo.

Il Content Management System (CMS) open source per l’eCommerce, che ha preso vita nel 2008, permette a tutti coloro che hanno avviato un business di ampliare la sfera di azione facendo il proprio ingresso nel contesto virtuale. Il tutto con uno strumento molto flessibile ed efficace.

Caratteristiche e vantaggi 

Magento è una piattaforma open source, caratteristica che la rende estremamente flessibile, adattabile e personalizzabile secondo le esigenze di ciascun utilizzatore. Dall’inserimento delle schede di prodotto alla gestione del catalogo, fino alla possibilità di accettare diversi metodi di pagamento, Magento permette di creare un sito di eCommerce modellato sulle proprie preferenze e priorità. Infine, l’elemento che indubbiamente attribuisce alla piattaforma un vantaggio competitivo forte sulle concorrenti è la sua ottimizzazione in termini di SEO: le schede prodotto corredate di URL e immagine tratte dal sito web aziendale sono molto “apprezzate” dai motori di ricerca, primo fra tutti ovviamente Google. È evidente che un posizionamento tra i primi posti nella SERP costituisce un risultato fondamentale per un sito web dedicato alle vendite online: aumenta, infatti, notevolmente la possibilità che l’azienda venga trovata dai clienti interessati ai suoi prodotti e servizi.

In conclusione

“Abitare” il mondo delle vendite online con Magento è un’opportunità da non perdere. Una vetrina virtuale completamente personalizzata è proprio quello che permette a un business di crescere, andando a raggiungere nuovi clienti, nuovi mercati e aumentando, al contempo, la visibilità. In un mondo sempre più digitale, l’eCommerce è l’integrazione necessaria al punto vendita fisico più “tradizionale” per essere al passo con i tempi.

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Synesthesia aiuta le aziende più ambiziose a essere competitive sul mercato globale attraverso una consulenza completa in ambito e-commerce. Si prende cura delle loro idee e delle loro attività online.

Nel gennaio 2014 il social network di Mark Zuckerberg, Facebook, si ingrandiva acquisendo Whatsapp, app di messaggistica tra le più diffuse a livello mondiale. L’annuncio suscitò da subito grande preoccupazione negli utenti che facevano ampio ricorso all’app bianca e verde, ma avevano, allo stesso tempo, poca fiducia nel social network americano. Nel 2016 venne introdotta la crittografia end-to-end, un modello di protezione dei dati. Recentemente Whatsapp ha divulgato un nuovo aggiornamento alla propria informativa sulla privacy: la novità riguarda la possibilità, per le aziende, di utilizzare i servizi di Facebook al fine di conservare e gestire le proprie chat su Whatsapp. Gli utenti si sono nuovamente “sollevati” e la modifica, che sarebbe dovuta entrare in vigore l’8 febbraio 2021, è stata rimandata.

Ma ci saranno davvero dei cambiamenti? E in caso di risposta affermativa, in che misura sarà coinvolta la privacy? Telegram diventerà (come pare già essere) una buona alternativa a Whatsapp?

Andiamo dunque ad analizzare meglio queste domande, con l’obiettivo di trovare risposte concrete, corrette e chiare.

Le modifiche di Whatsapp alla luce del GDPR

Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), emanato nel 2016 dal Parlamento Europeo, ed entrato ufficialmente in vigore il 25 maggio 2018, realizza un regime di tutela dei dati personali applicabile a tutti i cittadini dell’Unione e non derogabile dalle normative nazionali. I regolamenti europei costituiscono, infatti, uno strumento legislativo direttamente applicabile e vincolante per tutti gli Stati membri dell’UE. Ciò significa che qualunque azienda, anche con sede in un Paese extra-UE, come nel caso di Whatsapp, è tenuta a rispettare le norme del GDPR (General Data Protection Regulation) ogni qualvolta tratti dati appartenenti a cittadini comunitari. 

Le ricadute di una simile previsione sono evidenti e molto concrete qualunque modifica o aggiornamento Whatsapp, in futuro, decida di apportare ai propri termini e condizioni d’uso non potrà mai ledere il regime di tutela imposto dal GDPR. In caso contrario, infatti, incorrerà inevitabilmente nelle pesanti sanzioni previste dallo stesso regolamento. 

Alla luce delle presenti considerazioni, dunque, si può affermare che i dati degli utenti europei raccolti da Whatsapp non potranno mai essere trattati in modo tale da ledere il regime di tutela attuale. L’app di messaggistica continuerà a non poter condividere le informazioni con Facebook come avviene dal 2018, anno in cui il GDPR è entrato in vigore. 

Il posticipo nell’applicazione della modifica, che sarebbe dovuta avvenire l’8 febbraio, è stato determinato da una richiesta avanzata dall’Autorità garante europea per la protezione dei dati personali che ha portato il “caso” all’attenzione del corrispondente Comitato europeo, l’EDPB (organo che riunisce le Autorità garanti di tutti i Paesi membri). L’Autorità ha ritenuto infatti che l’informativa emanata da Whatsapp sia poco leggibile e non permetta agli utenti, come si legge dalla nota, di “manifestare una volontà libera e consapevole”. Whatsapp dovrà rispondere in merito a questo richiamo. 

Lo “scudo” del regolamento europeo non protegge comunque tutti gli utenti extra-UE e quindi la questione a livello mondiale resterà aperta. 

È importante tuttavia sottolineare, come ha specificato la stessa piattaforma sul proprio sito ufficiale, che la modifica di Whatsapp riguarderà solo ed esclusivamente la messaggistica “business” ovvero la comunicazione gestita dalle aziende tramite profili commerciali. L’app intende facilitare l’operato delle imprese mettendo a disposizione i servizi di hosting di Facebook anche su Whatsapp. 

Telegram e Whatsapp a confronto 

A fronte delle modifiche, per ora solo annunciate, di Whatsapp, pare che, negli ultimi tempi, molti utenti abbiano deciso di abbandonare l’app bianca e verde per migrare su altre soluzioni analoghe e (forse) più “sicure” come Telegram. Ma cerchiamo di analizzare più a fondo le reali differenze tra i due servizi.

La piattaforma di messaggistica e broadcasting di origini russe, a differenza della concorrente americana, utilizza un codice sorgente opensource e non adotta la crittografia end-to-end di default. Offre, in compenso, la possibilità di avviare chat segrete e in grado di autoeliminarsi in un intervallo di tempo deciso dall’utente (che va da 1 secondo a 1 settimana). Questa funzionalità costituisce “un’arma a doppio taglio”: se da un lato, infatti, garantisce un elevato standard di privacy e segretezza delle conversazioni, dall’altro rappresenta lo strumento ideale per coloro che perseguono scopi illeciti (dalla distribuzione di contenuti vietati alla pedofilia) e che grazie al sistema dell’autodistruzione della chat possono nascondere facilmente le tracce del proprio operato. 

Telegram, poi, non mostra l’orario preciso dell’ultimo accesso degli utenti ma solo un più generico “pochi minuti fa”. 

I dati degli utenti raccolti da Whatsapp sono decisamente più numerosi rispetto a quelli collezionati da Telegram. La prima, infatti, raccoglie una quantità enorme di informazioni, dalla posizione geografica precisa alla lista dei contatti, dall’indirizzo email alla cronologia degli acquisti effettuati tramite l’app. Dall’altro lato, invece, Telegram individua “solo” nome, numero di telefono, contatti, user ID e indirizzo IP dell’utente.

In conclusione 

All’esito dell’analisi che abbiamo tracciato, si può affermare che tanto Whatsapp quanto Telegram (e altre app concorrenti) hanno punti di forza e punti di debolezza in tema di privacy e sicurezza nel trattamento dei dati raccolti. La scelta migliore, dunque, dipende dalle esigenze dell’utente. Quel che è certo, però, è che la tutela garantita dal Regolamento europeo rappresenta un mezzo di protezione effettivo ed efficace importante per tutti i cittadini europei. Una tutela omogenea per il territorio comunitario è la soluzione migliore, anche allo scopo di evitare differenze o carenze ingiustificate. Il GDPR rappresenta, quindi, un modello virtuoso che potrebbe essere fonte di ispirazione anche per altri sistemi legislativi nel mondo. 

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Synesthesia ha da sempre supportato le iniziative di CUS Torino per la valorizzazione del territorio, dello sport, del dialogo volto a progettare un futuro più sostenibile, solidale, equo e ricco di occasioni per tutti, non solo in ambito sportivo, ma anche sociale, economico e professionale.

Just The Woman I Am 2021 è una bellissima iniziativa e Synesthesia è lieta di supportare anche quest’anno il CUS per la realizzazione di un evento unico nel suo genere, nato dall’idea di eguaglianza e di superamento di tutte le forme di discriminazione. 

Synesthesia è da anni impegnata in iniziative contro il gender gap in ambito di formazione e di accesso alle professioni legate al mondo STEM con l’iniziativa Girls Tech, giunta quest’anno alla sua terza edizione (www.girlstech.it).

Le tecnologie più moderne affiancate a operazioni intelligenti e inclusive di comunicazione possono permettere a un evento come JTWIA 2021 di assumere un’identità “virtuale” che, affiancata alla fisicità reale della performance sportiva, consentirà un’esperienza davvero unica e originale.

La pandemia Covid-19 ha creato e crea tantissimi problemi, ma ha dimostrato che unendo le forze si possono superare limiti e sfide, ma soprattutto puntare a risultati ancora più ambiziosi.

Per favorire tutto questo il team eventi di Synesthesia metterà a disposizione di CUS Torino tutte le sue competenze coprendo l’evento del 7 marzo con un’iniziativa innovativa di live experience.  

L’attività principale sarà rappresentata da supporto tecnologico digitale che consentirà ai tantissimi ambassador di JTWIA 2021 di rilasciare in real time la loro testimonianza di corsa dalle diverse città italiane in cui il CUS opera. 

L’evento live condotto dalla showgirl Cristina Chiabotto e da Riccardo D’Elicio, Presidente del CUS Torino, permetterà di “unire” l’Italia in un unico running in rosa, ripreso live e disponibile sui canali social e web di CUS Torino, JTWIA e Advento.live.

Synesthesia si occupa di sviluppo tecnologico e di comunicazione in modo completo: idea, progetta, disegna, sviluppa e promuove soluzioni ad alto valore aggiunto a supporto di imprese, eventi e organizzazioni di tutte le tipologie per garantire la migliore user experience. L’era della “digital transformation” sta cambiando in modo dirompente il mondo in cui viviamo. Il modo di imparare, lavorare, emozionarsi, vivere è caratterizzato ogni giorno da cambiamenti sempre più frequenti.

In tutto questo sono centrali le competenze professionali che Synesthesia mette in campo, gestendo con successo progetti per clienti locali, nazionali e internazionali. Sono più che mai differenzianti le competenze umane: la relazione, la fiducia, la “vision” di un mondo che crede nell’innovazione in modo consapevole, e che tiene fermo il timone puntando in modo concreto al miglioramento sociale. 

«Crediamo fortemente da anni in questa partnership, che è valoriale e strategica. Per noi è occasione per entrare in contatto con tanti ragazzi di differente età, da quelli più giovani e magari interessati alla nostra scuola di tecnologia FuturMakers fino agli studenti universitari, che rappresentano per noi i veri talenti su cui fare scouting costante per elevare il nostro know how. In questo senso sostenere una squadra, ma anche una borsa di studio, è prima di tutto un giveback, un riconoscimento verso un ecosistema culturale che ci ha dato e ci sta dando moltissimo. Non ultimo, il CUS è un contesto integrato di aziende e relazioni con il territorio di elevatissima qualità, con cui vogliamo rafforzare sinergie e accordi. 

È in quest’ottica che abbiamo scelto di essere partner di “Just the Woman I Am” uno degli eventi più coinvolgenti per la nostra città (e ora d’Italia) e di partecipare ai campionati di volley femminile attraverso la nostra sponsorizzazione».

Con queste parole di Riccardo Recalchi, CEO dell’azienda, ha accompagnato l’avvio del progetto di supporto rivolto a CUS Torino e a tutto lo staff di Just the Woman I Am.

Per info e partecipazione clicca qui.


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