Il keynote di apertura della Apple WWDC 2021: iOS 15 e tutte le novità all’insegna della “condivisione”
Giugno per Apple è il mese degli annunci. Che cosa dobbiamo aspettarci nel futuro prossimo dal mondo Apple? A causa della pandemia anche quest’anno la settimana della Worldwide developer conference 2021 si svolgerà in streaming globale dall’Apple Park di Cupertino, California. Fino a venerdì 11 giugno si susseguiranno incontri, seminari, approfondimenti e lezioni dedicate agli sviluppatori. Il keynote di apertura del 7 giugno si è aperto con una presentazione video di Tim Cook sul palco dello Steve Jobs Theater. L’amministratore delegato di Apple è stato accolto da una platea di developer impersonificati da avatar colorati. A seguire, Craig Federighi (il Vice Presidente del reparto software di Apple) ha introdotto il tanto atteso iOS 15. Vediamo insieme quali sono state le novità introdotte.
FaceTime sarà una piattaforma ancora più evoluta
Le novità sono tantissime, a partire da quelle previste per FaceTime, l’applicazione Apple che consente di chiamare o videochiamare attraverso la videocamera frontale dello smartphone. Stando alle anticipazioni FaceTime diventerà una piattaforma di comunicazione a tutto tondo, ancora più evoluta, che punterà alla condivisione dei contenuti. Notevoli miglioramenti sono stati fatti per il video e l’audio, come l’isolamento della voce per ridurre al minimo i rumori ambientali grazie al machine learning. Sarà, inoltre, possibile condividere un link della chiamata di gruppo (come accade con Zoom e Teams) per far partecipare anche altri utenti alla video-call. Non sarà necessario utilizzare un iPhone o un iPad per partecipare, la videochiamata potrà essere effettuata anche da Android e da Windows e manterrà la crittografia end-to-end. Ma le novità per FaceTime non finiscono qui perché grazie alla funzione “ShareTime” sarà possibile addirittura condividere film o ascoltare musica, in perfetta sincronizzazione, tra due o più persone.
“Focus Mode”, “Live text” e le nuove mappe
Molta curiosità ha suscitato tra gli sviluppatori anche l’aggiornamento che consente di dividere letteralmente l’iPhone in due, tra lavoro e vita privata: grazie alla funzionalità “Focus Mode” sarà possibile infatti decidere che tipo di notifiche mantenere attive e quali disabilitare nei diversi momenti della giornata. Saranno gli utenti noi ad avere il pieno controllo del nostro iPhone scegliendo le app che potranno rimanere attive e le persone con le quali vogliamo ancora continuare a comunicare.
Altra novità degna di nota introdotta è il “Live text”: grazie all’intelligenza artificiale, sarà possibile selezionare il testo che compare dentro una foto e copiarlo, oppure fare un tap (per esempio nel caso di un numero di telefono, per far partire subito la chiamata).
Per quanto riguarda le nuove mappe, invece, la grafica tridimensionale, estremamente dettagliata e rifinita, è cambiata moltissimo: compaiono semafori, corsie ciclabili e strisce pedonali. I nuovi aggiornamenti prevedono interazioni con i servizi pubblici. Per esempio l’Apple Watch sarà in grado di dire quando è il momento di scendere da un autobus.
“iPad OS 15: come cambiano gli iPad
L’evoluzione intrapresa da Apple coinvolge (finalmente) anche gli iPad. Il nuovo sistema operativo per i tablet di iOS si chiamerà iPad OS 15 e cambierà non poco il nostro modo di interagire con i tablet di casa Apple Tale cambiamento avvicinerà sempre di più il dispositivo a un ambiente desktop, mantenendo ovviamente le specifiche distintive date dall’’interfaccia touch. Questa segna un cambio di passo molto importante pensato per sfruttare al meglio la potenza offerta dai nuovi device con chip M1. Per migliorare la user experience dell’utente sono state potenziate, infatti, le capacità di multitasking attraverso una significativa semplificazione della gestione di più applicazioni allo stesso tempo (per esempio è possibile passare da un’app all’altra col gesture intelligenti e intuitive). Notevoli miglioramenti sono stati fatti anche per quanto riguarda l’app Note: sarà possibile iniziare a prendere appunti su iPad iniziando a “scrivere” direttamente con l’Apple Pencil sullo schermo, senza lanciare l’applicazione.
Novità anche per iCloud: la “Digital Legacy”
Per quanto riguarda il servizio di archiviazione online di Apple, iCloud, sarà possibile recuperare in caso di emergenza i propri dati anche grazie a un elenco di contatti fidati scelti precedentemente dall’utente. La funzionalità “Digital Legacy” consentirà di accedere a un account iCloud anche dopo che l’utente è venuto a mancare, così da non perdere i dati, foto e altro.
WatchOS 8. Monitoraggio salute e domotica: le novità
Il nuovo sistema operativo WatchOs 8 consentirà agli utenti di prestare maggiore attenzione al proprio stato di salute attraverso un monitoraggio attento e costante: le nuove funzionalità integrate nell’app “Sonno”, per esempio, consentiranno di tenere sotto controllo anche la respirazione.
Infine, grazie all’arrivo di “Home”, sarà più semplice gestire in modo sempre più “smart” la propria abitazione. Per esempio sarà possibile rispondere al campanello smart direttamente da Apple Watch e si potranno visualizzare i video di sorveglianza su Apple Tv. Tali miglioramenti fanno parte di un’integrazione ancora più stretta tra l’hub centrale e gli apparati domotici e la possibilità per Siri di arrivare anche su dispositivi di terze parti. E questa è una novità estremamente significativa.
macOS Monterey: il nuovo sistema operativo per Mac
Il nuovo sistema operativo per Mac si chiamerà macOS Monterey. È stato progettato ad hoc per gli ultimi mac con processore M1, ma funziona perfettamente anche sugli altri. Le sue caratteristiche principali sono quelle legate all’interazione con altri device Apple. Grazie alla Universal Control, infatti, il cursore del mouse è in grado di passare in automatico da iPad a Mac quando si sta lavorando su entrambi i dispositivi e l’utilizzo della tastiera passa da un dispositivo all’altro a seconda della posizione del cursore del mouse.
E la privacy?
L’interazione di più sistemi e la maggiore condivisione di spazi e contenuti tra gli utenti pone molte riflessioni sulla privacy. A tal proposito Apple ha precisato che nessun dato sarà memorizzato dall’azienda. Già con iOS 14.5 gli utenti erano in grado di controllare la gestione dei loro dati grazie all’App Tracking Transparency. Le novità introdotte con iOS 15 apporteranno notevoli miglioramenti: sarà possibile, infatti, nascondere l’indirizzo IP e accedere a un nuovo report settimanale che fornirà a tutti gli utenti un resoconto in sull’esposizione dei loro dati verso app e sviluppatori. Sono state, inoltre, aggiornate anche molte policy legate alla pubblicazione delle app: ci sarà l’obbligo per tutte le applicazioni che permettono di effettuare una registrazione di un account di prevederne sempre la cancellazione. Anche senon è stato reso noto con esattezza quando entrerà in vigore questo aggiornamento, occorre sapere che tale modifica varrà anche per le app già pubblicate.
“Integrazione”, “condivisione” e tutela della privacy: la nuova linea della Apple
La linea intrapresa da Apple sembra essere, dunque, quella dell’“integrazione” e della “condivisione” che punta ad andar oltre le differenze delle singole piattaforme, applicazioni, device e sistemi. Si tratta di una vera e propria “apertura” per molti aspetti rivoluzionaria di iOS. Che questa linea votata all’integrazione e alla condivisione sia il frutto di quello che abbiamo vissuto non è dato saperlo. Ciò che possiamo però affermare con certezza è che condividere è meglio, farlo in modo evoluto e sicuro lo è ancora più. Apple con iOS15 sembra essere nella giusta direzione. Le premesse sono piuttosto interessanti e per gli amanti del brand, finalmente appaiono come un sostanzioso passo in avanti.
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I mezzi di comunicazione: dove si incontrano domanda e offerta
Trovare il mezzo giusto per veicolare un messaggio – e intercettare così un pubblico target – è un obiettivo essenziale per le aziende che operano sul mercato. Le spese pubblicitarie, si sa, costituiscono una voce importante di costo nel bilancio complessivo di un’azienda e se non sono correttamente indirizzate possono tradursi in sprechi e perdite rilevanti. È utile, prima di tutto, capire dove “sta” il pubblico che si vuole raggiungere per poi trovare i mezzi per arrivare proprio in quel “luogo”. Secondo il “Total Audience Report” di marzo 2021 realizzato da Nielsen, i media su cui gli utenti statunitensi maggiorenni trascorrono più tempo nell’arco della settimana sono la televisione e le app/siti web da smartphone, con un tempo rispettivamente di quasi 31 ore per la prima e di 20 ore per i secondi. È la radio, però, il mezzo di comunicazione che raggiunge il pubblico più ampio con un’audience pari all’88%, seguita da app/web su smartphone (85%) e dalla TV (80%). La risposta delle aziende allo scenario appena descritto è “speculare” e laddove si trova il pubblico arrivano le aziende. La televisione costituisce, infatti, la voce principale della spesa pubblicitaria complessiva negli USA, coprendo il 68% del totale, seguita dal digitale con il 15%. La pandemia, inoltre, costringendo tutti a trascorrere molto più tempo nelle proprie abitazioni, ha favorito ancora di più l’utilizzo di mezzi di intrattenimento e comunicazione da sempre molto diffusi come la TV, anche sotto “nuove vesti” (si pensi per esempio alla diffusione delle internet TV). Non stupisce allora il dato che conferma questo medium come il più efficace per intercettare il pubblico di ogni età.
Baby boomers: un pubblico che fa la differenza
L’individuazione del mezzo pubblicitario giusto non basta per far crescere la propria attività. Occorre individuare il pubblico, capire quale siano i clienti più “appetibili”, quale siano le loro caratteristiche, esigenze e desideri per poter poi plasmare un messaggio efficace. Per approfondire il tema prendiamo in considerazione una recente ricerca condotta da Hootsuite che ha evidenziato una presenza sempre più consistente nel mondo digitale dei “baby boomers”, persone nate a cavallo degli anni ‘40 e ‘60 del secolo scorso. Si tratta di una generazione che, nonostante abbia risentito anch’essa delle conseguenza economiche della pandemia, gode mediamente di una situazione finanziaria più “solida” rispetto alle generazioni successive. Secondo i dati riportati da Hootsuite, il 70% degli utenti del web, di età compresa tra i 55 e i 64 anni, afferma di aver effettuato acquisti online nell’ultimo mese e il 37% dichiara di voler continuare, con maggiore frequenza, anche una volta che la pandemia sarà conclusa. Si tratta di un pubblico molto “appetibile” per le aziende di numerosi settori. Trascurare questi dati potrebbe tradursi in un grave errore. La pandemia, inoltre, ha indotto sempre più utenti “baby boomers” a “frequentare” i social network, Facebook primo fra tutti. Secondo i dati in esame, negli ultimi 4 anni, c’è stato un aumento del 66% nella scoperta di nuovi brand da parte dei baby boomers attraverso i social e oltre un quarto trascorre oggi ancora più tempo sui social a causa della situazione pandemica. È fondamentale quindi per le aziende attive sul mercato tenere in considerazione tutti questi aspetti quando si compiono scelte per interagire con il pubblico.
In conclusione: unire il mezzo al pubblico
Dopo aver raccolto informazioni accurate in merito alla distribuzione del pubblico sui vari mezzi di comunicazione e aver individuato la clientela potenzialmente più propensa all’acquisto, non resta che “mettere insieme tutti i pezzi” per elaborare una strategia pubblicitaria e di comunicazione efficace. Si è visto come la televisione e il digitale costituiscano oggi i mezzi che riescono a intercettare la quota maggiore di pubblico. Abbiamo individuato il pubblico dei baby boomers come quello più disponibile a fare acquisti anche online e nel lungo periodo. Nel realizzare la propria campagna di comunicazione non resta, dunque, che elaborare il messaggio giusto, che catturi l’attenzione degli utenti più “interessanti” e interessati, tenendo in considerazioni gli elementi (pubblico e mezzo) analizzati e le loro caratteristiche.
Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
[Intervista a cura di Lucy James, Event Manager di Synesthesia]
Dalla Louisiana alla Florida. Dal jazz alle stelle. Alyssa, come è nata la tua passione per lo spazio?
“Fin da piccola lo spazio mi ha sempre affascinata. Ovviamente non ricordo tutto di quando ero una bambina, ma mio padre mi racconta sempre che arrivavo e iniziavo a fare tantissime domande sullo spazio e su Marte. Non sapevo niente a quel tempo e nessuno della mia famiglia aveva un background in astronomia. Mio papà allora mi raccontava qualcosa delle missioni sulla Luna e poi aggiungeva
“un giorno andremo su Marte”.
Tutto questo ha davvero dato una spinta alla mia curiosità sullo spazio e così ho iniziato a cercare libri, video, poster e ogni genere di informazioni che potessi avere sotto mano riguardato lo spazio. E la passione così è nata e ha continuato a crescere”.
“Perseverance” è il rover della NASA arrivato su Marte. Quanto hanno contato la tenacia e la perseveranza per raggiungere i tuoi obiettivi?
“Sicuramente tanto in tutto quello che ho fatto e faccio. Essenzialmente quello che sto facendo è cercare di costruire un CV adeguato per candidarmi nel processo di selezione degli astronauti. Ci sono, comunque, tante vie per raggiungere questo obiettivo. Non esiste una checklist per cui si può dire: “hai fatto questo… questo… e questo… allora puoi diventare astronauta”. Non funziona così.
Quando ero piccola la perseveranza significava per me cercare di capire cosa volessi fare, cercare di fare qualcosa di diverso, fuori dagli schemi. Questo è quello che ho fatto per tutto questo tempo andando alla ricerca di quelle opportunità per emergere fino al momento in cui mi candiderò per diventare astronauta, ma penso che tutto questo tempo costituisca la parte più importante.
Tantissime persone si candideranno. Per questo motivo penso che sia molto importante credere in se stessi, nelle proprie capacità. Se tu stessa pensi che puoi farlo, allora certamente è tutto un po’ più raggiungibile”.
Come hai ricordato tu, è un processo di selezione molto impegnativo. È un questione di carattere e, immagino, di conoscenze tecniche. Qual è stato per te il giusto equilibrio tra l’ambizione e il carattere da un lato e la preparazione scientifica dall’altro?
“Certamente. È necessario che ci sia sempre un equilibrio. Una cosa molto importante durante la mia crescita è stata proprio il mantenere uno stile di vita “bilanciato”. Amo lo spazio, ma desidero anche mantenere un equilibrio e fare tutte le “cose normali”. E ci sono molte ragioni per fare questo: una è mantenere il mio interesse per lo spazio. Penso che se parlassi sempre e solo di questo probabilmente alla fine mi stuferei. Ma dal momento che faccio anche tante altre attività, non mi è mai successo. Sono sempre entusiasta di fare qualsiasi cosa che riguardi lo spazio. Cerco di mantenere sempre l’equilibrio tra lo studio e il carattere personale. Per essere un astronauta senza dubbio devi essere molto preparata e brava in quello che fai.
E di solito quello che fai ha a che fare molto con la scienza e la matematica, può essere anche difficile a volte. Questo tipo di studi può diventare molto intenso, ma penso che ci siano molti aspetti del carattere che devono essere messi in gioco come il saper lavorare bene in team con altre persone. Ti troverai a lavorare con le stesse persone per un certo periodo. Devi imparare a risolvere i problemi, a non lasciarti troppo sconvolgere dalle piccole cose. E quindi tutti questi aspetti sono molto importanti per il carattere.
Infine, credo che ci siano moltissimi aspetti che devono essere presi in considerazione per affrontare il processo di selezione. Non è un percorso “lineare” come a scuola. Occorre prendere in considerazione anche quello di cui loro hanno bisogno, cosa sta succedendo adesso nell’industria dello spazio, che tipo di persona occorra oggi a questo settore e poi di sicuro le tue conoscenze e la tua personalità. Quindi è sempre una questione di equilibrio”.
Sicuramente ci sono tanti aspetti diversi da considerare. Un tema che tu hai evidenziato è l’evoluzione in corso nei programmi spaziali, delle ambizioni dei vari team. Sappiamo che sui social ti chiami “NASA Blueberry” e sei solita definirti “Future Mars Walker”. Come ti immagini il tuo primo passo su Marte? Ci hai mai pensato?
“Ho aggiunto “Future Mars Walker” nella mia biografia. Marte sarà davvero molto diverso rispetto alla vita sulla Terra, avremo un nuovo stile di vita.
Sarà come uscire di casa indossando la tuta spaziale.
È un modo divertente di immaginare la vita in quel pianeta. Certo ci sarà lo studio scientifico, ma allo stesso tempo faremo anche un sacco di “faccende domestiche”, come quando devi fare le pulizie, arieggiare le stanze, coltivare l’orto per avere il cibo, cose semplici. Mi immagino lo stile di vita su Marte molto rilassante: solo io e poche altre persone che passeggiamo sul pianeta rosso. Ci dedicheremo all’orto e faremo un po’ di esperimenti scientifici. Parlando di come appare Marte e, tornando al rover Perseverance, abbiamo trovato molte immagini straordinarie. Guardando alcune di queste, è bellissimo avere uno scenario più realistico del pianeta. L’atmosfera di Marte non è così “consistente”, così possiamo vedere una quantità incredibile di stelle che dalla Terra non riusciamo ad ammirare. Penso, quindi, che ci saranno spettacoli incredibili”.
Le faccende domestiche su Marte sembrano molto rilassanti anche a me. Hai dato vita alla fondazione “Blueberry” dedicata alle ragazze in ambito STEM, ti va di parlarci di questo progetto? Che cosa significa per te combattere il gender gap in ambito STEM?
“Sì, ho fondato “Blueberry” (Blueberry è il mio “nome in codice”, un nickname che mi è stato dato). L’idea di realizzare questo progetto è nata quando ho visitato lo Space Camp per la prima volta e questo avvenimento ha dato una svolta ai miei interessi per lo spazio. Voglio davvero che anche altre persone abbiano la stessa opportunità.
Recentemente abbiamo organizzato molte attività anche con altri Paesi esteri, come il Messico e l’Argentina, dando a giovani ragazzi e ragazze la possibilità di conoscere davvero quale scelta sia adatta di più a loro per avere la possibilità di lavorare nell’industria spaziale, di diventare astronauta o comunque fare qualcosa in questo ambito. E quindi proprio per questi motivi ho voluto fondare “Blueberry”.
Poi, certamente, incoraggiare le ragazze a intraprendere una carriera nelle materie STEM è molto importante. Penso che non solo l’incoraggiamento, ma anche mostrare loro tutte le strade che hanno a disposizione in questo ambito sia essenziale. Quando siamo piccoli, bambini, di solito diciamo che vogliamo fare un po’ sempre gli stessi lavori: l’insegnante, il medico, l’avvocato. Tutte queste professioni sono bellissime, ma penso che a volte rischiamo di rimanere bloccati sempre sugli stessi lavori. Anche nel settore spaziale accade lo stesso: scienziati, astronauti e ingegneri. Invece, c’è molto più di questo. Ci sono persone che disegnano le tute spaziali; persone che devono progettare le confezioni per il cibo degli astronauti; ci sono psicologi, giornalisti. Dietro questo mondo ci sono così tante professioni che sono altrettanto importanti come le più “rigorose” professioni matematiche e scientifiche.
Penso che l’aspetto più bello consista nel fatto che
non devi per forza essere appassionato di matematica e di scienza per lavorare nell’industria spaziale. È bello mostrare alle bambine e ai bambini tutte le opportunità che hanno a disposizione e come possono combinare i loro interessi per realizzare quello che più desiderano. Pensare fuori dagli schemi è un’esperienza straordinaria”.
Tornando sulla Terra, come ti immagini il nostro futuro nei prossimi anni?
“Penso che l’ambito STEM crescerà molto nei prossimi anni. Certamente le materie STEM sono molto numerose e diversificate, così come i percorsi di carriera. L’industria spaziale sta crescendo molto perché abbiamo tante novità in arrivo. tante idee da attuare: tornare sulla Luna, andare su Marte. Non solo questo, ma anche lo spazio in ambito commerciale, tutte queste altre compagnie, non solo le principali grandi agenzie spaziali, ci sono anche SpaceX, Virgin Galactic, Blue Origin, Boeing e molto altre compagnie che sono così attive nel settore spaziale e continuano a fare ricerche e attività. E io penso che SpaceX potrebbe cominciare ad avere i propri astronauti, il proprio processo di selezione. Stiamo diffondendo anche l’idea del turismo spaziale, rendendolo più consistente di una semplice idea. Credo che nei prossimi anni, nello spazio in generale e nell’ambito STEM collegato allo spazio, ci sarà una grande crescita di opportunità di lavoro, perché ci saranno grandi novità e tante bellissime professioni a cui dedicarsi. Nel turismo spaziale, per esempio, avremo i bagagli dei passeggeri, gli assistenti di volo… Chi lo sa? Queste “strane” idee stanno diventando sempre di più una realtà. Penso che piano piano vedremo qualcosa di questo genere”.
A proposito della tua Fondazione “Blueberry”, tu lanci un chiaro messaggio a favore dell’inclusione delle ragazze nell’ambito STEM, incoraggiandole ad avere una mente aperta. Qual è il tuo messaggio rivolto alle istituzioni su questo tema dell’inclusione?
“Guardando a queste grandi compagnie e alle istituzioni, penso che ci sia molto da affrontare. Parlando delle donne in ambito STEM, negli ultimi anni in cui abbiamo lavorato per includere più donne, abbiamo fatto grandi progressi. Io penso, per esempio, che ci siamo molte più donne astronaute scelte nel processo di selezione. L’idea di mandare una donna sulla Luna, penso che molte di queste idee siano davvero fantastiche.
Credo che il prossimo passo per tutte queste compagnie sia davvero avere più donne in tutte le professioni. Ci sono decine di migliaia di persone per un solo astronauta che va nello spazio. Io penso che sia importante non solo includere più donne come astronaute (il ruolo pubblicamente più visibile), ma anche donne in tutti questi capi differenti. Posso assicurarvi che c’è più di un dipartimento con una sola donna che vi lavora.
Ogni livello e ogni dipartimento ha bisogno di questa inclusione e ogni livello necessita di più donne coinvolte e così io credo davvero che questo sia il nostro prossimo passo. Questo discorso deve valere anche per tutte le altre professioni”.
Grazie Alyssa e buona fortuna!
Grazie a te Lucy, grazie a voi.
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[Guarda la versione completa dell’intervista – 24 min]
Dal mondo del volley a quello della scrittura. Ti va di raccontarci brevemente questo percorso? Quali sono state le tappe più significative?
“Mi sarebbe piaciuto moltissimo dirti: sai, ero molto forte a giocare a pallavolo, poi mi sono fatto male e ho cominciato ad allenare. Invece io ero sano come un pesce e non avevo il talento dell’atleta quindi la mia formazione e il mio background scolastico è di tutt’altro genere. Mi sono laureato in filosofia. La fortuna mia è stata quella di allenare in contesti culturalmente molto diversi l’uno dall’altro. Oltre a tutte le città dove ho vissuto in Italia, porto i due estremi come esempio, che sono i tre anni che ho passato in Grecia e poi i sei che ho trascorso in Finlandia, prima della Nazionale italiana. È chiaro che il mestiere è lo stesso, cioè tu devi cercare di vincere le partite, ma allenare un atleta greco e uno finlandese non è la stessa cosa.
Tutto nasce da due cose fondamentali: da una curiosità infinita e dalla bellezza di una parola che negli ultimi anni è stata usata tanto, ma con un significato sempre negativo. Sto parlando della parola “contaminazione”. Dovremmo riappropriarci della bellezza di questa parola. Questo è un lavoro che dovremo fare post-pandemia, cioè tornare a convincerci che la relazione, il contatto, la mescolanza delle culture, delle esperienze è un fatto generativo”.
La parola di oggi è “cultura” e mi sembra che il tuo discorso sia perfettamente centrato perché fa parte proprio della cultura saper contaminare le esperienze differenti per andare meglio, raggiungere risultati migliori, cambiare in meglio.
Mauro, nel corso della tua carriera sei stato l’allenatore di pallavolo della Nazionale Olimpica maschile, ottenendo importanti risultati (un secondo posto agli Europei del 2011 e del 2013 e la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra nel 2012). Qual è l’insegnamento più importante che porti con te da questa esperienza?
“Mi ha lasciato una delle lezioni più grandi della mia vita. Non solo della mia carriera sportiva. Già solo partecipare ai Giochi Olimpici rappresenta una sorta di benzina che genera e tiene vivo il motore degli atleti. Spesso ti accorgi che, lavorando tanto, quel sogno impossibile da realizzare può diventare più “a portata di mano”. Rappresenta il culmine di ogni esperienza sportiva. Io ho avuto la fortuna di partecipare due volte ai Giochi Olimpici: una da assistente allenatore nel 2004, vincendo una medaglia d’argento con Gianpaolo Montali e l’altra a Londra nel 2012, dove ero capo allenatore.
In entrambe le occasioni quello che ho imparato è la meravigliosa ispirazione che ti restituisce l’idea che tu prepari ossessivamente un appuntamento con un’attenzione ai protocolli, ai dettagli, veramente totalizzante. Arrivi perfettamente consapevole e pronto grazie al lavoro che hai fatto nei 4 anni prima e lì scopri che nessun parametro è uguale a quello che pensavi, che preparavi.
Scopri che esiste una meravigliosa dimensione dell’ “inallenabile” nella prestazione, che a noi allenatori piacerebbe eliminare perché ci piacerebbe avere tutto sotto controllo, avere tutte le soluzioni pronte per qualunque imprevisto succeda e, invece, la differenza la fa quell’area “inallenabile”, perché è vero per definizione che non si può allenare l’inallenabile, ma si può allenare quello che tu fai, il modo in cui tu reagisci quando ti si presenta di fronte una situazione che non potevi prevedere.
Mi verrebbe da riflettere sul fatto che 13 mesi fa ci è capitata la stessa cosa: naufragati su un’isola deserta. Il naufragio non è una decisione, è una cosa che ti capita. Quello che tu puoi fare quando scopri che sei ancora vivo e ti svegli sulla spiaggia e non hai magari le cose che avevi sulla barca è decidere di rispondere in maniera proattiva a quello che ti è capitato. Questa cosa io l’ho imparata certamente ai Giochi Olimpici, dove qualunque parametro è qualcosa di completamente diverso e nuovo, a partire dall’esperienza del villaggio”.
Tu hai allenato tantissimi atleti nel corso della tua carriera sportiva. Chi è stato l’atleta più “inallenabile”, cioè quello che ti sorprendeva di più?
“Tra i 120 atleti con passaporto italiano che giocano in Serie A, io ti assicuro che la differenza non è più nei 5 o 6 centimetri che uno salta in più, nella qualità tecnica che un atleta può avere di più rispetto a un altro. Maggiore è il talento, maggiore è il rischio che il processo di allenamento possa essere messo in discussione. Più una cosa ti viene facile e naturale, meno è naturale immaginarci di dedicare del tempo per migliorarla. Poi c’è sempre chi abbina queste due caratteristiche. Questi sono i campioni assoluti. A me piace sempre ripetere che il talento è un dono e l’allenamento è una scelta.
A me piacciono i campioni e i talenti che decidono di validare quella scelta. Quindi se tu mi chiedi quali sono i grandi campioni che ho avuto l’onore di allenare mi vengono in mente certamente 2 o 3 nomi. Uno fra tutti: il capitano della mia Nazionale che si chiama Cristian Savani, un meraviglioso esempio di talento non assoluto, ma messo completamente a disposizione dell’allenamento.
Poi mi vengono in mente altri campioni che avevano un talento decisamente inferiore, ma che sono riusciti a tirare fuori tutto il loro potenziale grazie alla qualità e al lavoro dell’allenamento. Se tu pensi alla Nazionale che avevo a Londra c’erano due liberi: uno era Andrea Bari e l’altro Andrea Giovi che sono due ragazzi che per varie situazioni hanno avuto una carriera molto limitata in Serie A1. Sono però due giocatori che hanno saputo mettere a disposizione della squadra il 100% del loro potenziale.
La capacità di un allenatore di pallavolo è quella di mettere insieme queste tipologie di atleti. La pallavolo ha un grande vantaggio: è l’unico sport al mondo dove è obbligatorio passare la palla. Se ci pensi bene, non esiste in nessun altro sport questa regola. Nella pallavolo non è possibile fermare la palla e toccarla due volte consecutivamente. La cosa interessante di questa regola è che capovolge l’immagine del campione. Mentre in altri sport di squadra (calcio, rugby, basket, ecc.) esiste per un singolo la possibilità di determinare in maniera decisiva la partita, nella pallavolo questa cosa è vietata dal regolamento”.
Sport e cultura. Due ambiti che hanno caratterizzato la tua carriera e la tua vita fino a ora. È possibile rintracciare delle analogie tra questi due mondi?
“Guarda, ti rispondo trasformando quella “e” congiunzione nella “è” con l’accento, nel verbo. Sport è cultura e viceversa. A me piace tanto parlare di “cultura del movimento”. Qui le due parole trovano una sintesi diversa. Io raccontavo prima che ho avuto la fortuna di lavorare per tanti anni in Finlandia, dove la cultura del movimento è immediatamente percettibile. C’è una grande attenzione per lo sport guardato, ma lo sport è prima di tutto praticato. Io credo che questa cultura del movimento debba diventare un diritto costituzionale. È evidente che lo sport è un generatore di risparmio al servizio sanitario nazionale, quindi dialoga direttamente con il “diritto alla salute” (che è previsto dalla Costituzione). È altrettanto evidente che una cultura del movimento vada insegnata nelle scuole, in particolare nella scuola primaria, cioè nel posto dove i nostri bambini dovrebbero imparare ad appassionarsi a qualcosa (alla storia, alla matematica, alle scienze, ecc.). La stessa cosa dovrebbe succedere con lo sport. La cultura del movimento dovrebbe essere un bene e un diritto del cittadino, ovviamente democratico e accessibile.
La parola sport scritta nella Costituzione cambia un paradigma, una dignità nuova e permette a quel diritto di dialogare, come dicono a Siena durante i giorni del Palio, “per forza e per amore” con altri due diritti fondamentali che sono quelli all’istruzione e alla salute. Una nuova dignità della disciplina ci permette di mettere a fuoco un’enorme potenzialità dello sport che da un lato fa muovere i corpi e dall’altra ha questa grande capacità di ispirare le persone”.
Nella tua autobiografia “Capolavori” (2019, add editore) c’è una storia meravigliosa che ti riguarda. Sto parlando dell’episodio dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montichiari. Durante questo momento il tuo concetto di “allenare”- come tu dichiari – è cambiato tanto. Mauro, che cosa significa allenare?
“Io sono molto legato al sottotitolo di quel libro. Un capolavoro può essere una medaglia olimpica, ma può essere anche il fatto che io quasi cinquantaduenne preparo la maratona iniziando adesso e riesco a farla in 3 ore e mezza realizzando il mio potenziale. Per me quello è un capolavoro. Però dicevo il sottotitolo del libro che sono treverbi fondamentalmente: “allenare”, “allenarsi” (lo stesso verbo al riflessivo perché l’allenamento riguarda sempre anche noi allenatori) e poi c’è un terzo verbo che è “guardare altrove”. Si tratta di un concetto molto antropologico che in qualche modo torna alla nostra prima domanda: questa idea di sapersi misurare e andare a confrontarsi con dei mondi diversi. Che cos’è il gesto dell’“allenare”? C’è una parte di competenze tecniche e tattiche che si imparano, però io credo che fondamentalmente allenare non sia altro che “allenare il desiderio di…”. C’è una bellissima frase che io uso sempre quando voglio spiegare che cosa sia per me allenare. È una frase non di uno sportivo, ma del poeta Antoine de Saint-Exupéry che recita più o meno così:
“Se vuoi costruire una nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato”.
Questo per me è allenare. Per quanto riguarda invece quell’episodio di cui tu parlavi, in quel periodo io allenavo a Montichiari nella Serie A1 e allenavo anche la Finlandia nella stagione estiva e venni avvicinato dai responsabili della struttura sanitaria dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione di Montichiari. Loro volevano proporre un progetto di sport a un gruppo di detenuti. Mi piaceva l’idea, mi piaceva l’idea di usare anche la pallavolo. Io decisi di impegnarmi a ospitare queste persone nel Palasport di Montichiari il lunedì, quando il Palasport era chiuso. Il contesto era quello della massima serie: palloni di cuoio, le magliette della prima squadra. Per sei mesi, tutti i lunedì, questi ragazzi venivano ad allenarsi in quelle condizioni. Questa esperienza finì con un momento hollywoodiano, in un torneo con delle squadre composte dalle scuole superiori di Montichiari dove questa squadra riuscì a vincere un set. Ci sembrava già qualcosa di straordinario, ma la cosa più straordinaria successe qualche mese dopo la fine di questa esperienza. Tornarono a trovarmi gli operatori dell’Ospedale con dei report dove era scritto che i partecipanti a quel progetto aveva dimezzato le necessità farmacologiche alle quali erano sottoposti. Entrambi gli obiettivi raggiunti erano esclusivamente legati alle condizioni di bellezza all’interno dei quali quei ragazzi avevano operato, cioè il palazzetto della serie A con le luci, i palloni, l’attrezzatura e anche io ero parte di quella scenografia.
Quest’episodio ha cambiato il mio modo di di vedere lo sport. Io da giovane allenatore avevo un po’ la presunzione di avere l’esercizio più bello degli altri e la capacità di costruire un allenamento “perfetto”. Poi più passa il tempo, più hai esperienze diverse, scopri davvero che “allenare” significa “allenare al desiderio di”, risvegliare quel quella nostalgia del mare aperto e infinito di cui parlavamo prima necessario per far costruire la barca. Tutto questo cambia tutto, cambia il modo in cui tu guardi alla tua professione e cambia anche il modo in cui tu guardi fuori la tua professione”.
Una delle personalità più competitive del mondo dello sport, Michael Jordan, diceva: “Mai dire mai, perché i limiti, come le paure, sono spesso soltanto illusioni”. Che valore ha il “limite” all’interno di tutto questo? Come definisci questo concetto? Come affronti i limiti nel tuo lavoro?
“Io credo che i limiti siano lì per farci capire quanto fortemente vogliamo una cosa. Mi viene da sorridere perché se penso alla mia carriera sportiva e alla mia vita, io mi sono sempre messo di fronte a cose che non conoscevo. Dalla filosofia alla pallavolo. Dopo la pallavolo la Scuola Holden, in un ruolo amministrativo e da amministratore delegato dovevo imparare tutta una serie di nozioni che non mi appartenevano. Poi ancora il tiro con l’arco, una disciplina che non conoscevo, e tante altre esperienze. È chiaro che di fronte a quelle situazioni tu hai due scelte: una è quella di dire “di fronte a queste situazioni nuove non voglio ulteriori problemi” e l’altra è dire “bene, questo è il contesto in cui voglio muovermi”. Se tu sostituisci la parola “problema” con la parola “contesto” sei già nel campo della ricerca delle soluzioni perché un problema può essere dato dalla sfortuna, da qualcosa che non ti meritavi. Se invece definisci il problema come contesto inizi a ricercare le soluzioni per muoverti in quel contesto lì con efficacia. Per me il limite è sempre la capacità di misurarti in un contesto in cui puoi esserti trovato oppure perché lo hai deciso. Questo ti spinge prima di tutto a studiare e quindi a conoscere quel contesto e poi a volerti muovere in un ambito che non è completamente il tuo. Per me quella è davvero la spinta vitale che ci fa proseguire.
Io, a 52 anni, sono felice di dirti che non so che cosa farò per i prossimi 3 anni.
Nella nostra azienda superare i limiti vuol dire “innovare” come un atleta che superando i limiti si migliora. Per noi il limite è un’opportunità di crescita, di trasformazione e di impegno.
“Sì. Tra l’altro l’innovazione si trova sempre all’incrocio delle competenze. Tu puoi essere un bravissimo tassista e poi puoi avere la passione per la programmazione sullo smartphone. Se incroci quelle due competenze e inventi Uber, allora hai fatto innovazione”.
Mauro, arriviamo all’ultima domanda, che è la domanda più difficile. Che cosa dobbiamo ancora aspettarci secondo te nel futuro? Come ti immagini il futuro dello sport e della cultura nei prossimi 10 anni?
“Questi ultimi mesi sono per noi un’occasione di discontinuità gigantesca. Ci sono due possibilità: la prima è di resistere a quello che succede caparbiamente e di tornare uguale a prima. Questo significherebbe aver avuto la tragedia del Coronavirus senza aver imparato niente. La seconda possibilità è quella di calarci in un contesto generativo di una serie di nuovi modelli che vadano a sostituire i modelli precedenti che sono andati in crisi anche grazie al Coronavirus, ma che non andavano bene neanche prima.
Perdonami l’altezza del riferimento, è come quando Altiero Spinelli scriveva il Manifesto dell’Europa a Ventotene e lì fuori c’erano i lager, il fascismo e il nazismo. È proprio in quel momento lì che lui ha alzato lo sguardo e ha immaginato un’Europa diversa.
Noi dobbiamo fare la stessa cosa nelle nostre rispettive competenze. Nell’epicentro del problema dobbiamo alzare lo sguardo e immaginare dei modelli diversi questo vale per quanto riguarda la transizione ecologica, vale per l’innovazione, per la digitalizzazione, vale per la parità di genere, vale per lo sport, per la salute. Non a caso sono tutte aree di missione del Recovery Fund che sarà una gigantesca occasione “once in lifetime”.
Se noi interpretiamo questa situazione con gli strumenti novecenteschi rischiamo davvero di buttare via tutto. Non voglio fare retorica perché non ci sono più oltre 110.000 persone. Ci sono categorie commerciali in ginocchio. Non voglio dire che questa è stata una benedizione dal cielo. Ci mancherebbe altro. Però questo è un momento di discontinuità e noi da questo momento possiamo scegliere come uscire. Mettere le lancette indietro e sperare che tutto torni come prima, oppure costruire davvero modelli nuovi”.
Grazie Mauro, sei stato davvero inspirational!
“Grazie a voi. Ribadisco gli auguri per il compleanno che è sempre un bel modo di guardare un po’ indietro, alla storia che uno ha alle spalle, ma è anche una grande occasione per guardare avanti. Synesthesia è una delle eccellenze della nostra città, è un luogo dove si fa innovazione. Buon compleanno. Dieci, venti, trenta, cinquant’anni di futuro da costruire insieme!”
Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.
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Il progetto
L’e-commerce di Prezzemolo e Vitale nasce dall’intuizione di Giuseppe Prezzemolo e Giusi Vitale che, insieme ai loro figli, hanno dato vita a uno spazio virtuale dove fare la spesa quotidiana con la possibilità di scegliere tra prodotti di alta qualità, anche di piccoli produttori locali e Presidi Slow Food.
L’e-Commerce si aggiunge ai punti vendita, 7 a Palermo e 3 a Londra, portando l’esperienza della visita in negozio, in cui trovi familiarità e tradizione, anche online e accessibile a tutti.
La soluzione
La soluzione di e-commerce elaborata da Synesthesia con il contributo di Droplet consente al cliente che accede alla piattaforma di trovare consigli personalizzati sulla spesa. Tra le migliaia di prodotti sono presenti quelli a marchio “Giù Giù” e “Le eccellenze di Prezzemolo e Vitale”, una linea di specialità siciliane di Prezzemolo & Vitale dedicata alle private label.
Tutti i prodotti, a eccezione dei freschi sono disponibili in tutta Italia con consegna a domicilio entro 24 ore. La spesa può essere effettuata anche tramite app o via Whatsapp.
La strategia della nuova versione dell’e-Commerce ha dato spazio a una categorizzazione molto efficace e tool ad hoc per garantire un’esperienza utente personalizzata nel pieno rispetto delle norme che regolano l’utilizzo dei dati.
La grande attenzione riservata al design della user experience ha condotto gli esperti team di lavoro a escogitare un sistema intuitivo che consente al cliente di scegliere la quantità di prodotto desiderata semplicemente selezionando il prezzo che si desidera pagare.
I tre sistemi di navigazione previsti per la piattaforma consentono, infine, all’utente di trovare con estrema facilità ciò che desidera. Questi sistemi consistono in:
- categorie e sottocategorie direttamente nella homepage che riproducono la struttura dei reparti e degli scaffali dei negozi fisici;
- filtri che permettono di raggiungere i prodotti, specificando le loro caratteristiche;
- ricerca in auto-complete che consente di visualizzare i prodotti più pertinenti e di inserirli direttamente nel carrello per una spesa più veloce.
Grazie alla funzionalità di “Quick View” l’utente può, inoltre, avere immediatamente un’anteprima dettagliata del prodotto.
I risultati conseguiti
La strategia di comunicazione mirata, la realizzazione di una User Experience intuitiva e “familiare”, lo sviluppo dell’app mobile dedicata e la realizzazione della piattaforma Magento sono stati gli ingredienti essenziali per raggiungere l’obiettivo dell’intero progetto di e-commerce: far sentire “a casa” il cliente di P&V.
Il sito, inoltre, è completamente responsive: la spesa può essere fatta sia da mobile sia da desktop o attraverso le app Android e iOS dedicate. Ogni opzione è messa a disposizione dell’utente per garantire un’esperienza soddisfacente, facile e immediata.
Visita Prezzemolo & Vitale
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Un “passaporto verde” per ripartire
Il turismo è da sempre per l’Italia una delle principali fonti di guadagno e crescita. Nel 2019 rappresentava il 13% del PIL. Ed è altresì ben noto come proprio il settore turistico sia stato uno dei più colpiti dalla pandemia di Coronavirus. L’impossibilità di viaggiare e visitare Paesi esteri ha sottratto a moltissime realtà la loro principale fonte di guadagno. Basti pensare alle località sciistiche che per la stagione 2020 sono rimaste integralmente chiuse, senza alcuna possibilità di lavorare e recuperare le entrate stagionali di solito conseguite.
Andando verso la stagione calda, con l’avvicinarsi delle ferie estive e nell’ottica di contenere i danni, l’Italia prima e l’Europa poi si sono attivate introducendo il “Green Pass”. Con questo documento, che attesta l’avvenuta vaccinazione o comunque la guarigione dalla malattia o la negatività a essa, sarà possibile viaggiare in Europa e non solo (rientrano nel programma infatti anche gli USA e Israele, dal momento che le vaccinazioni in questi Stati hanno raggiunto numeri rassicuranti) senza dover rispettare alcun periodo di quarantena. Una svolta importante, dunque, per tutti coloro che desidereranno viaggiare per piacere e svago e non perché costretti da esigenze lavorative.
Le osservazioni del Garante
Il nuovo passaporto verde nazionale presenta, secondo il Garante per la protezione dei dati personali, alcune criticità. All’indomani, infatti, dell’emanazione del D.L. n.52, il 23 aprile 2021 il Garante ha sottoposto all’attenzione del Governo un provvedimento di avvertimento con alcune osservazioni rilevanti .
Secondo il Garante, innanzitutto, il provvedimento normativo non definirebbe, con precisione e chiarezza, le finalità per il trattamento dei dati sulla salute, lasciando ampio spazio a possibili utilizzi futuri non autorizzati. Un simile difetto viola il principio di proporzionalità previsto dall’art. 6 del GDPR. Secondo l’Autorità il decreto legge n.52 sarebbe in contrasto anche con l’art. 5 del Regolamento europeo e quindi con il principio di minimizzazione per cui i dati raccolti “devono essere adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario” (come si legge nello stesso provvedimento).
È stata sollevata poi anche un questione riguardante l’esattezza e l’aggiornamento dei dati raccolti. Il testo normativo predisposto dal Governo, infatti, non stabilisce, secondo il Garante, un meccanismo chiaro e preciso per l’aggiornamento, la cancellazione o la rettifica dei dati sanitari che richiedono di essere costantemente corretti e attuali per rispettare i diritti dei cittadini (titolari dei dati) stabiliti dallo stesso GDPR.
Il Garante evidenzia, infine, una criticità legata al principio di trasparenza. Nel testo di legge non viene indicato il titolare del trattamento dei dati né i soggetti che vi hanno accesso o che sono responsabili di controllare la validità e l’autenticità delle certificazioni verdi. È evidente che una simile mancanza può comportare conseguenze molto gravi: è molto difficile, infatti, se non addirittura impossibile, per i cittadini sapere a chi rivolgersi in caso di violazioni dei propri diritti riguardanti i dati contenuti nel passaporto verde.
In conclusione
Il Green Pass rappresenta senz’altro un tentativo importante di tornare alla normalità pre-pandemia e di limitare il più possibile i gravi danni subiti da tutto il settore turistico italiano ed europeo. Tuttavia, come abbiamo visto, le sfide da affrontare sono ancora molte e di grande impatto e rilevanza. Nei prossimi mesi dovranno essere prese scelte importanti e ponderate da parte dei governi nazionali e delle autorità comunitarie al fine di non ledere i diritti dei cittadini europei in materia di dati personali e privacy, garantendo allo stesso tempo un ritorno efficace alla normalità.
Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR. Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 24 min]
Professore, come si diventa Alessandro Barbero?
“Per una concatenazione di fattori in parte casuali, come tutto quello che ci succede nella vita, secondo me. Quando ci sono dei fattori che vanno a rivelare delle potenzialità o delle capacità che uno neanche sospettava di avere poi, pian piano, si viene instradati e alla fine si rimane incastrati nel ruolo che ci si è cuciti addosso. Io ero un ragazzino timidissimo e poi mi sono avviato a una carriera di studioso. Ho fatto lo studioso, ho scritto. Mi è capitato di scrivere un romanzo 25 anni fa, di vincere un grande premio e di diventare famoso per pochi giorni, come succede in quei casi, e poi di ritornare a essere uno studioso completamente sconosciuto al grande pubblico. Non c’era predestinazione. Durante gran parte della mia vita non mi è mai venuto in mente che una delle mie capacità dovesse essere quella di parlare in pubblico o di raccontare la storia al grande pubblico”.
Quindi i nuovi media e in qualche modo anche Internet hanno contribuito alla diffusione. Come è cominciato questo successo e come la fa sentire questa notorietà?
“È cominciata in realtà con un vecchio medium, cioè con la televisione. Il primo passo verso questa direzione è stato quando Piero Angela, dopo avermi chiesto qualche consulenza mi ha proposto di andare in trasmissione. Superquark è uno degli appuntamenti annuali fissi. È nata con le “Lezioni di Storia” da parte di Giuseppe Laterza prima all’Auditorium di Roma e poi nei teatri di tutta Italia. È nata, infine, con gli inviti al Festival di Sarzana, dove ho cominciato poi ad andare regolarmente. Internet è stato il moltiplicatore di ciò che stava accadendo, più ancora della televisione direi perché il grande pubblico segue Superquark, ma io in una puntata della trasmissione parlo per 5 minuti, poi viene qualcun altro. Le lezioni possono aver davanti anche 1000, 1200 persone in presenza come mi è capitato per esempio all’Auditorium Sinopoli a Roma. Io non produco niente per Internet. Sono completamente assente dai social. Ci sono delle pagine Facebook con il mio nome, ma le gestiscono altri. Ci sono delle raccolte di podcast miei, ma lo fanno altri.
Solitamente l’aggettivo “medievale” viene utilizzato per connotare negativamente qualcosa che non è “al passo con i tempi”. In realtà, penso che il medioevo come ogni epoca storica abbia avuto i suoi momenti di luce. Le andrebbe di raccontarci almeno tre scoperte tecnologiche che hanno cambiato la storia dell’uomo e che si sono verificate in questo periodo?
“Premetto che il medioevo è molto lungo. La stragrande maggioranza dei nostri antenati sono vissuti nel medioevo. Mi capita spesso di raccontare questa cosa a lezione. Immagina di trovarti davanti Giulio Cesare o Cicerone e di raccontargli la tua giornata in questo modo:
Oggi mi sono svegliato, mi sono vestito, mi sono sbottonato la camicia, mi sono messo gli occhiali, ho sfogliato un libro per un po’. Poi avevo degli impegni, sono uscito, sono andato a lezione all’Università, sono andato da un notaio per un contratto, sono andato in Comune (avevo una pratica anche lì). Poi sono anche un credente, e quindi sono andato a messa e ho fatto due chiacchiere con il parroco, sono tornato a casa; ho cucinato una pastasciutta e ci ho grattugiato un po’ di parmigiano sopra. Poi ho sfogliato un libro e ho fatto una partita a scacchi.
Ecco. Immagini di raccontare tutto questo a Giulio Cesare o Cicerone. Non capiranno una parola. Non sapranno niente di tutto quello che gli hai appena raccontato. Non sapranno neppure che cosa voglia dire sfogliare un libro, perché a quei tempi si srotolavano rotoli e rotoli di papiro. Non hanno idea di che cosa siano gli occhiali e di che cosa siano gli scacchi, che cosa voglia dire andare a lezione all’università, andare dal notaio. Se invece provi a raccontare tutto questo a un fiorentino ai tempi di Dante Alighieri capisce perfettamente tutto, compreso grattugiare il parmigiano sulla pastasciutta. Nel medioevo ovviamente non sanno che cosa voglia dire accendere un PC o preparare un caffè però sanno che cosa significa fare un assegno, fare un’assicurazione. Forse non c’è hardware, ma è tecnologia anche quella. Il libro con le sue pagine da sfogliare, che nasce alla fine dell’antichità e all’inizio del medioevo, è un salto di qualità tecnologico enorme, visto che tutt’ora il libro di carta è la tecnologia più efficace che noi abbiamo per conservare informazioni e testi. I nostri modi di vita moderni, i nostri paesi, i centri storici delle nostre città, le nazioni, le lingue che parliamo sono nati nel medioevo”.
La diffusione della cultura, può avvenire attraverso i mezzi più disparati. L’utilizzo di social, podcast e altri mezzi meno “tradizionali” per coinvolgere un pubblico più ampio può fare realmente la differenza secondo lei?
“L’evoluzione futura che ci sarà sicuramente è molto difficile da prevedere. Non dimentichiamo che nessuno scrittore di fantascienza aveva previsto e immaginato Internet. Gli scrittori di fantascienza di 50 anni fa credevano che saremmo andati in giro con automobili volanti e che avremmo passato il weekend su Marte, che avremmo mangiato cibo in pillole. Quanto a Internet, nessuno aveva immaginato una cosa del genere. Quello che posso dire è che attualmente nel campo della produzione culturale e della comunicazione della cultura a me sembra che Internet sia in una fase in cui sia più efficace come un immenso magazzino dove andare a trovare cose che non sono state pensate per la rete. Voglio dire che, in base alla mia esperienza personale, quando si tratta di contenuti culturali la meraviglia di Internet è che tu ritrovi in un istante qualunque canzone che vuoi sentire, un vecchio film degli anni ‘30, un vecchio manoscritto medievale della Biblioteca Nazionale di Parigi, un saggio per la tua ricerca. Anche in questo senso Internet rappresenta un grandioso moltiplicatore e potenziatore di contenuti non nati per Internet. Là dove andiamo a vedere le cose specifiche di Internet mi sembra di poter dire che lì non c’è ancora e non c’è stata ancora la creazione di contenuti culturali tipici. YouTube è grandioso perché ti mette a disposizione le cose prodotte al di fuori di questo contesto.
Vedere il video del gattino che fa le fusa non è proprio allo stesso livello che vedere un film diĖjzenštejn. A costo di sembrare spudoratamente snob, ma se parliamo di cultura non mi sembra che i vari social ne producano allo stesso livello con cui la rete conserva e ripropone ciò che è stato già prodotto prima. In futuro, certamente, nasceranno nuove forme d’arte e di cultura integralmente nate per Internet, ma siamo solo all’inizio”.
Professore, lei prima diceva che nessuno ha previsto Internet, nessuno ha previsto una rivoluzione di questo tipo. Effettivamente abbiamo vissuto una rivoluzione incredibile nel giro di poco tempo: dalla nascita dei PC fino ad arrivare alla connettività globale, agli smartphone e agli altri dispositivi mobili. Tutto ciò ha effettivamente impattato molto sulla nostra cultura. Questo probabilmente è qualcosa che probabilmente non abbiamo mai vissuto. Secondo lei c’è stata nella storia qualcosa di simile in cui l’umanità è passata dai cambiamenti come quelli che abbiamo vissuto oggi, oppure è una novità assoluta?
“L’umanità è sempre passata attraverso cambiamenti e ha sempre dimostrato di avere una grande capacità di adattarsi ai cambiamenti. Ci sono vari tipi di cambiamenti: sociali, politici, economici. Noi adesso stiamo parlando di un grandioso cambiamento tecnologico, che ci mette a disposizione tecnologie inimmaginabili fino a pochi anni fa, lasciando più o meno uguale tutto il resto (rapporti di potere nella società, gerarchie sociali). C’è chi costruisce nuove fortune sulla base delle nuove tecnologie, ma l’esistenza di Internet non ha cambiato il rapporto tra il disoccupato e il miliardario. Ha certamente creato qualche passatempo in più per il disoccupato per tenerlo tranquillo. Di quello che stiamo vivendo è l’aspetto prettamente tecnologico che colpisce. Direi che quelli che, verso la fine dell’Ottocento o inizio Novecento, hanno visto comparire l’automobile, il telefono, hanno visto scavare le metropolitane nelle viscere delle loro città, hanno visto i loro aeroplani staccarsi da terra, hanno assistito a un cambiamento tecnologico pazzesco. Un cambiamento diverso dal nostro perché più hardware che software. Noi non ci facciamo neppure più caso perché l’Umanità si abitua con una facilità incredibile ai nuovi giocattoli che ha a disposizione”.
Come i nativi digitali daranno per scontato tutta una serie di cose che per noi oggi sono incredibili come risultati della tecnologia, pensiamo ai bambini che oggi prendono in mano un tablet e in pochissimo tempo sono in grado di usarlo meglio dei loro genitori.
“Alla grande domanda – se il bambino che cresce usando un tablet cresca diverso rispetto ai bambini di una volta – io tenderei a dire di no. Non è che gli esseri umani cambiano così facilmente”.
Questo forse è uno dei problemi dell’Umanità: gli esseri umani non si evolvono altrettanto velocemente con le tecnologie che creano diventandone un po’ succubi.
“Questo diventa un problema nella misura in cui non sappiamo sfruttare bene quello che abbiamo. D’altro canto il fatto che gli esseri umani fondamentalmente non cambino lo trovo molto rassicurante”.
Durante la “Notte dei Ricercatori 2020” ha raccontato come le grandi epidemie del passato abbiano spinto la storia dell’Umanità in una direzione diversa. Allo stesso modo, la pandemia che stiamo attraversando come potrebbe influenzare l’epoca attuale?
“Premetto che mi avventuro su un terreno che non è il mio. Noi storici è già tanto se riusciamo a raccontarvi qualcosa del passato. La prima cosa che si impara è che tutti coloro che vogliono prevedere qualcosa del futuro non ci azzeccano. Detto questo, si possono intravedere delle direzioni, lì dove dove si mescolano la previsione e il desiderio. Credo che possiamo essere molto felici se il mondo uscisse dalla pandemia con qualche dubbio sull’ideologia unica – che ha dominato gli ultimi 40 anni – del privato, del profitto, della rendicontazione, del pareggio di bilancio, del risparmio sul welfare e così via. Se dovessimo uscire con qualche dubbio sul fatto che conviene smantellare il pubblico perché non serve a niente; che nella sanità dal punto di vista dello stato l’importante è risparmiare chiudendo gli ospedali; che assumere medici o infermieri e ricercatori è meglio non farlo perché così si risparmia e si può presentare all’Europa il pareggio di bilancio, potremmo essere contenti. Ovviamente non dobbiamo muoverci solo in una prospettiva italiana. È forse a livello mondiale che c’è la possibilità di un nuovo keynesismo di un nuovo New Deal. Non dico che il vecchio Joe Biden possa essere il nuovo Roosevelt, però insomma un po’ di spinta che gli Stati devono spendere, investire e assumere e che si sta tutti meglio così; forse quella potrebbe essere la vera svolta culturale che potrebbe portare con se la pandemia”.
Professore, speriamo davvero che la politica e la coscienza comune sia spinta in qualche modo a investire sul lungo periodo. Finora si è sempre guardato al breve periodo e forse questo, la mancanza di lungimiranza politica e la capacità di investire su quello che è importante per costruire il futuro ci ha portati anche ad arrivare a una Pandemia che stiamo vivendo. Cosa succederà nei prossimi 10 anni nel mondo della cultura?
“Io rimango sempre molto diffidente e in attesa. Non mi aspetto niente per carattere. Nel febbraio dell’anno scorso all’Università Statale di Milano in un grande auditorium strapieno, mi è capitato di chiacchierare con gli studenti sul fatto che la storia sembrava quasi essersi fermata a livello di grandi avvenimenti, intesi come quelli che rimangono nei manuali di storia, di quelli che rimangono legati a una data. Non parlo ovviamente dell’evoluzione storica sotterranea, che ovviamente non si ferma mai, ma facevo riferimento a un grande avvenimento memorabile. Ricordo di aver detto loro che dopo l’11 settembre 2001 apparentemente non è accaduto niente. Quello che ho detto è agli atti: è su Internet e chiunque può recuperarlo. È accaduto nel febbraio 2020. Più smentito di così”.
Noi in Synesthesia abbiamo una Academy, abbiamo dei professori che raccontano e insegnano principalmente tecnologia STEM, quindi scienze “dure” e una serie di corsi anche per bambini e per ragazzi. Puntiamo molto sulla gamification e sulla creatività, ma se dovesse dare un consiglio ai nostri professori per coinvolgere ed essere più efficaci, che cosa direbbe loro?
“È difficile dirlo perché secondo me i modi di insegnare e le tecniche d’insegnamento non sono facilmente svincolabili dai contenuti, anche se forse esiste una pedagogia che pensa che si possano separare le due cose. Io non ci credo. Ho un’esperienza nell’insegnamento di materie umanistiche e mi sentirei di dire che…
l’unica cosa che conta per rendere efficace l’insegnamento è che l’insegnante provi passione per quello di cui parla. Sono convinto di questo. Lo scopo nelle materie umanistiche è quello di appassionare e di far capire una cosa che a prima vista non è ovvia, cioè che la storia è importante, che la letteratura e la filosofia sono importanti per la nostra vita, che se si vive senza si può vivere meno bene.
Queste non sono cose ovvie e non è facile andare a raccontare al figlio di una famiglia operaia che ha il problema del lavoro che farà in futuro che anche la filosofia può avere un posto nella sua vita. È così, e bisogna legittimare tutto questo. Io mi immagino che chi insegna cose scientifiche o tecniche abbia meno questo problema”.
Penso che sia un ottimo consiglio e che questo sia un problema che accomuna anche chi insegna materie più scientifiche perché a volte ci si trova in situazioni dove ci sono dei pregiudizi. Per esempio, troppo spesso ci troviamo di fronte a situazioni di gender gap, in cui le le ragazze non sono avviate a questo tipo di scienze perché ritenute “cose da maschi”. Il tema è quindi anche quello di coinvolgere e appassionare verso questa direzione, verso queste scienze che hanno molti usi pratici e che costituiscono un bagaglio culturale che serve trasmettere. La passione che lei trasmette è assolutamente contagiosa. Questo è il risultato più bello per chi fa il suo lavoro.
Grazie!
Continuate a seguirci per scoprire le prossime tappe di questa avventura e i prossimi temi che affronteremo insieme ai nostri compagni di viaggio.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista ad Alessandro Barbero!
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[Guarda versione completa dell’intervista – 21 min]
Arturo, trasformista, attore, illusionista e regista teatrale. Come nasce questa passione? Qual è il termine che senti più tuo?
“Mi piacerebbe essere immaginato come un “fantasticattore”, cioè un attore della fantasia. Diciamo che io ho cominciato come illusionista. A 11 anni i miei genitori mi hanno messo in seminario. Fortunatamente a 14 anni ho conosciuto un prete che faceva giochi di prestigio e lì è cominciato tutto. Sono uscito dalla mia timidezza grazie a questi spettacoli. Poi mi travestivo perché avevo paura del palcoscenico. Ho cominciato a giocare con i costumi: prima tre, poi sei e così via. Adesso ne ho 450. Quindi sono diventato trasformista e regista molto più tardi, quando negli anni ’90 hanno cominciato a chiedermi di realizzare le cose che facevo per i miei spettacoli anche per gli altri. Tipo Aldo, Giovanni e Giacomo…”
Hai avuto il grande merito di aver riportato in auge, in Italia e in parte d’Europa, l’arte teatrale del trasformismo. Qual è stata la difficoltà maggiore incontrata nel tuo percorso professionale? L’arte del trasformismo cosa rappresenta secondo te dal punto di vista dell’arte e dei valori della società?
“Innanzitutto è un arte italiana perché era una delle gag utilizzate nella commedia dell’arte del ‘500 e ‘600. E poi per me è stata una rivincita sociale: travestirsi e fare giochi di prestigio per dimostrare agli altri che non ero una mezza cartuccia. In collegio mi bullizzavano, mi mettevano nel bidone dell’immondizia, mi prendevano in giro… Per loro ero il più piccolo, il più magro, il più sfigato… Poi a un certo punto grazie a quest’arte è cambiato tutto.
Il trasformismo è una componente della mia vita comune. Io mi rendo conto che in fondo siamo un po’ tutti vittima del trasformismo. Ci vestiamo a seconda dell’occasione. L’abito fa il monaco e dà l’autorità a una certa azione. Spesso noi mettiamo l’abito e recitiamo una parte ”.
Quindi anche nella vita sei trasformista?
“A volte esco di casa vestito da prete e vado in giro per il mio quartiere. Quando c’è stata l’esposizione della Sindone lo facevo ogni tre giorni. Mettevo una parrucchina bellissima cinematografica che ho preso in prestito a Jean-Paul Belmondo.
Ricordo che quando sono arrivato al Teatro Marigny di Parigi, nel 2000, prima di me c’era lui che faceva l’Otello. Quindi entro in camerino metto in ordine tutte le mie cose e apro un cassetto pieno di parrucche. Allora chiedo alla sarta del teatro di chi fossero. Lei mi rispose: “C’est Jean-Paul che qui l’a oublié”. Tra queste parrucche ce n’era una un po’ cinematografica, un po’ riccia… Si trattava di una parrucca da 3.000 euro. La sarta mi disse di non sapere nulla e che sarebbero venute a riprendersele. Io ho semplicemente cambiato la parrucca di cassetto. Dopo esser stata lì per ben due mesi, non è più venuto nessuno. A quel punto la sarta mi disse: “je n’ai rien vu, je n’ai rien vu” (non ho visto niente, non ho visto niente), allora je n’ai rien vu ciapa su. Ecco”.
Arturo, Synesthesia si occupa di digitale e di tecnologia. Nella tua vita e nel tuo lavoro, la tecnologia che ruolo ha?
“Io sono vittima dei gadget tecnologici da sempre. Nei miei spettacoli abbiamo il video mapping. Tutto il mio ultimo spettacolo è in videomapping, però il protagonista dello spettacolo devo essere io, cioè un essere umano. Il video mapping è una cosa in più. La fregatura di queste fantastiche Ferrari tecnologiche è che quando tu le hai vuoi andare sempre ai 250. La tecnologia va usata con parsimonia, non deve sovrastare l’’arte, se no diventi come in quel film di fantascienza in cui la testa è praticamente immersa in un monitor e tutto intorno è “Černobyl”. A volte sento dire: “facciamo le cose in Internet; il futuro del teatro è in Internet”. Ma per me è come far l’amore. È qualcosa che devi vivere lì”.
Per Synesthesia le persone rappresentano il cuore pulsante dell’azienda, con i loro valori, le loro caratteristiche e in totale clima di inclusione. Quanto conta per te l’empatia, il legame emozionale, che si crea con il pubblico durante i tuoi spettacoli? Per te quanto è finzione?
“L’empatia è necessaria a tutti i livelli. Non solo in teatro o nei mestieri dove uno lavora con il pubblico. L’empatia è alla base della nostra società. E poi è scientificamente dimostrato che noi attiviamo questi neuroni specchio fin dalla prima età grazie ai quali impariamo la compassione, la generosità, dai nostri genitori. Loro ce la trasmettono con le mani, con gli occhi, con il fisico e non attraverso uno schermo.
L’empatia poi smuove le montagne perché tu sei disposto ad ascoltare un individuo che la pensa all’opposto di te solo perché è simpatico, ti è simpatico.
Io penso che ognuno di noi viaggi a una certa velocità. È come se ognuno di noi avesse un proprio voltaggio. Tu hai 220, uno ha 12 volt, l’altro ha 380 ecc ecc. Se io voglio parlare con te è inutile che ti parli a 380 e tu rimani indietro. Devi trovare e capire il tuo voltaggio. Questo è un meccanismo empatico. Con il teatro tutto questo è addirittura esagerato perché il meccanismo empatico è portato su molte più persone che hai davanti. Però è uguale. Per me mille persone o una è uguale. Io so, per esempio, che ho un’ora e mezzo di spettacolo per affascinare queste persone con le mie magie e i racconti. So che ho tutti gli assi nella manica. Quindi per me conquistare un pubblico vasto oppure due persone ad una cena o ancora una sola che ti vuoi rimorchiare è uguale. Anzi, è più difficile una da sola. Molti lo fanno inconsciamente perché c’è gente dotata di natura. Per loro la vita è più facile”.
Siamo quindi noi a porci dei limiti?
“Sicuramente. Perché magari “sogniamo corto”.
Bisogna provare a immaginare di più perché se arrivi a metà è già tantissimo. L’empatia è un meccanismo di comunione, che poi è la base del teatro.
Si tratta di qualcosa che facciamo da 250 mila anni. Da quando c’è un vecchio davanti a un fuoco che racconta la storia degli antenati”.
Arturo, torniamo a parlare di trasformazione. Nel mondo della tecnologia si parla di trasformazione digitale. Che cosa significa per te “trasformare”? Trasformare vuol anche dire includere?
“L’evoluzione del mondo, che è durata 3.000 milioni di anni è una storia che racconta la trasformazione di una cellula che si è trasformata fino a diventare un essere umano. L’uomo rappresenta gli ultimi 250 mila anni, cioè proprio un rutto. E anche noi durante questi 250 mila anni ci siamo trasformati. Ma anche negli ultimi 30 anni ci continuiamo a trasformare. E quindi è così, non puoi farci niente. Questa è la legge, è il quotidiano, è la natura. Trasformazione vuol dire accettare che per andare avanti bisogna trasformarsi. È anche mettere in gioco i propri credi, le proprie convinzioni. Per esempio, 50 anni fa non pensavamo al pianeta, alla salute del pianeta. Adesso ci pensiamo quotidianamente.
Noi ci trasformiamo comunque per sopravvivere. Accettare e prevenire la trasformazione è la cosa ideale. Io guardo sempre al futuro. Per me il più bel giorno è domani perché lo posso immaginare e idealizzare”.
Parlando di futuro. Come vedi il mondo nei prossimi 10 anni? Quali saranno i valori che guideranno, secondo te, la società e le relazioni tra gli esseri umani? Saremo più vicini?
“Se guardo a quello che ci fanno vedere nelle piattaforme streaming sono un po’ preoccupato. Ti ricordi quell’episodio di Black Mirror dove tutti siamo misurati con i like? Forse lo facciamo per scaramanzia a creare queste serie. Secondo me il futuro viaggerà a diverse velocità: da un lato la tecnologia avanzerà in modo esponenziale, dall’altro continueremo ad apprezzare quelle cose fatte a mano come venivano realizzate dagli artigiani con gli scalpelli. Per vedere il futuro basta andare in Cina adesso, dove succedono delle cose tecnologiche impensabili per noi. Quindi, da un lato la Cina è fantascienza, dall’altro lato però magari certe cose manuali non le sanno risolvere come facciamo noi Italiani. Noi Italiani siamo specializzati a risolvere i problemi, nel mettere a posto le cose. Mi sono accorto di questa cosa quando facevo le tournée internazionali con i miei tecnici italiani che riuscivano sempre a trovare le giuste soluzioni ai problemi come se fosse qualcosa di normale. L’Italiano sta sempre a galla perché è abituato a essere sempre alla deriva. Siamo sempre abituati a trovare il salvagente. Penso che anche con l’avvento della tecnologia super all’avanguardia noi resteremo sempre un popolo di artisti perché ce lo abbiamo nel DNA. Un po’ ce l’abbiamo perché noi la nostra cultura lo assorbiamo fin da piccoli. Io mi sono trovato a fare delle tournée negli Stati Uniti, in città come Boston, Denver, Oklahoma, Detroit. In quei posti c’erano solamente centri commerciali e distributori di benzina. I centri erano deserti. Dopo 8 mesi mi sentivo alienato. Mancava la mia cultura, che non è solo leggere libri o andare per musei, ma è tutto ciò che ci circonda. Un bambino di 8 anni in Italia gioca a pallone davanti a una chiesa del ‘600. Lui non lo sa che è una chiesa del ‘600, ma questo ‘600 gli entra negli occhi, in testa, nel sangue. Il gusto, il senso della proporzione e della bellezza gli entrano per forza nel carattere. Questo, per fortuna è difficile da rubare”.
Qual è l’Arturo che porterai nel futuro?
“Io ho previsto che il mio fisico può tenere così ancora per 10 anni. Per un po’ cercherò di fare gli spettacoli dove c’è da faticare fisicamente al massimo. Poi ho incominciato già adesso a usare la parola: ho cominciato a programmare dei podcast, cose di storytelling o show telling. Voglio raccontare e immaginare cose per altri”.
Mi parlavi poi di altri progetti per aziende. Giusto?
“Sì, adesso realizziamo una formula che si chiama Transform – action in cui parliamo della trasformazione, della metamorfosi e di altri aspetti. Molte aziende hanno la necessità di trasformarsi, devono rinnovarsi. E chi sono quelli che remano maggiormente contro? Quelli della mia età”.
Chi non si trasforma si estingue. Per le aziende la trasformazione è fondamentale. Continuamente c’è la necessità di evolversi. Lo sappiamo bene. Arturo, un’ultima domanda. Se dovessi dire a un bambino cos’è la creatività, cosa gli racconteresti?
“La creatività è un giardino. C’è un posto nel tuo cervello dove tu ci metti tanti semini, che sono dei libri che leggi, delle informazioni, degli spettacoli che vedi, dei film che vedi.
Poi dopo, in questo giardino le piante crescono. Tu le lasci lì e dopo tanti anni ti ritrovi un giardino pieno di frutti. Sei diventato ricco di qualcosa perché hai piantato i semi 10, 20 anni prima. Io mi accorgo che la mia creatività funziona così. È come un software che digerisce per anni informazioni, per cui lo nutri continuamente e dopo 10 anni ho un’idea che sembra originale, ma è il frutto di un semino piantato precedentemente. D’altronde anche Steve Jobs diceva che in fondo la creatività non esiste. Se tu parli con gente creativa ti diranno: “no, ma io in fondo ho solamente visto quelle cose lì e le ho messe insieme. L’abilità sta nel mettere insieme cose preesistenti”.
Anche questo è trasformazione?
“Certo, perché crei una cosa che è nuova perché con gli stessi ingredienti fai una cosa nuova e poi nel futuro qualcun altro farà con i tuoi ingredienti qualcosa di nuovo.
Grazie!
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Il progetto Children Digi-CORE affronta il tema dei diritti dei bambini, quanto mai attuale e importante. Lo fa attraverso la progettazione e la creazione di un’app intuitiva e innovativa di sensibilizzazione, informazione e denuncia, che consente ai bambini di segnalare le violazioni ai difensori civici locali.
Synesthesia si occuperà della fase di co-progettazione partecipativa e sviluppo dell’app. Il progetto, finanziato dall’Unione Europea, vede il coinvolgimento di partner come l’Università degli Studi di Torino, il Consiglio Regionale del Piemonte e organizzazioni del settore sia italiane che internazionali, tra le quali anche l’associazione Agevolando e l’associazione Hope for Children.

Lo scenario
Secondo la Commissione Europea oggi un minore su tre nell’UE ha subito qualche forma di maltrattamento: dalla disparità di accesso alla tecnologia alla mancanza di protezione dagli abusi in ambiente domestico, ancora troppi bambini/e e adolescenti hanno bisogno di aiuto. Per questi motivi, lo scorso 24 marzo 2021, l’UE ha presentato una strategia generale sui diritti dei minori con l’obiettivo di offrire questo aiuto.
L’innovazione per Synesthesia passa soprattutto attraverso la formazione delle future generazioni.
Crediamo nei valori e nei principi esposti nella Carta delle Nazioni Unite tracciando concretamente da anni percorsi formativi di avvicinamento in modo consapevole al mondo digitale per bambini/e e ragazzi/e. La formazione in tutti gli ambiti attraverso la creatività e il gioco rappresenta la nostra risposta concreta alla disparità di accesso alla tecnologia e a qualunque forma di discriminazione e violazione dei minori.
Tutti gli stakeholder che collaborano a qualsiasi titolo con Synesthesia sono pienamente consapevoli dell’importanza di rischi di abuso e sfruttamento che il mondo digitale può comportare per i più giovani e di quale sia il corretto utilizzo degli strumenti tecnologici da parte loro.
La soluzione: Children Digi-CORE
Il progetto consiste nello studio e nello sviluppo di un’app per i minori di età compresa tra i 12 e i 17 anni.
Si pone i seguenti obiettivi:
- rendere maggiormente fruibili le informazioni sui diritti dei minori, indicando i casi in cui un danno configura una violazione dei loro diritti;
- contattare il Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza in maniera intuitiva, semplice e sicura.
La finalità ultima è quindi quella di proteggere da ogni forma di maltrattamento e abuso, i minori direttamente o indirettamente coinvolti dai servizi, dalle attività e dai progetti di Synesthesia.
L’applicazione mobile sviluppata per smartphone (iOS e Android) consentirà di ricevere informazioni comprensibili, ma rigorose e dettagliate, su quali situazioni configurino violazioni di diritti:
- attraverso un sistema di ricerca per parole chiave, con riconoscimento del testo (es. descrivo il problema e ricevo una lista di possibili “match”);
- consultando i contenuti direttamente da un elenco.
L’app fornirà, infine, le informazioni su quali siano le autorità giudiziarie competenti a cui rivolgersi e consentirà di inoltrare una richiesta direttamente all’attenzione dei Garanti regionali per l’infanzia e l’adolescenza. L’invio di una mail agli indirizzi delle istituzioni competenti consisterà nella compilazione di un form con i dati necessari.
La user interface sarà semplice e adatta al target di riferimento. Saranno coinvolti i ragazzi nella fase di progettazione (design con focus group mirati). La progettazione della user experience sarà realizzata attraverso attività di “design thinking” e portata avanti in un design sprint che coinvolgerà utenti finali e operatori (selezionati a cura dell’Università) insieme ai designer per la prototipazione rapida dell’app.
In conclusione
Children Digi-CORE rappresenta un’importante occasione per affrontare l’attualità in modo più concreto e vicino al benessere dei più giovani. Siamo fieri di far parte di questo progetto e non vediamo l’ora di cominciare al fianco dei nostri partner e a tutti coloro che decidono quotidianamente di sposare questa battaglia.
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È necessario e urgente allora trovare una via per semplificare e rendere fruibili queste informazioni così importanti che ci toccano molto da vicino. Occorre trovare un modo per far sì che chiunque leggendole anche rapidamente possa avere un’idea chiara del contenuto. In questo senso il contest “Informative privacy più chiare grazie alle icone? È possibile” lanciato dal Garante italiano per la Protezione dei Dati personali rappresenta una proposta creativa e accattivante. Cerchiamo allora di capire lo “stato dell’arte” attuale e l’importanza dell’iniziativa per il futuro di tutti.
Lo scenario degli artt. 13 e 14 GDPR
In un mondo sempre più digitalizzato e interconnesso, le “tracce” che lasciamo online sono numerosissime al punto che è quasi impossibile mantenerne il controllo. I problemi sorgono quando queste “tracce” contengono dati personali, più o meno sensibili, che ci appartengono e in grado di ricondurre i terzi a noi. L’esigenza, dunque, di proteggere queste informazioni da un uso distorto e non autorizzato a opera di estranei è evidente. Per questi motivi l’UE ha emanato un regolamento ad hoc, il General Data Protection Regulation 2016/679 o GDPR, con l’obiettivo, appunto, di tutelare i dati personali dei propri cittadini.
Gli artt. 13 e 14 del GDPR costituiscono il cuore della normativa di tutela. Contengono un elenco di informazioni che chi tratta i dati altrui deve obbligatoriamente fornire all’interessato. Queste informazioni riguardano, per esempio, l’identità e i dati di contatto del titolare del trattamento e, ove applicabile, del suo rappresentante, le finalità del trattamento, il periodo di conservazione dei dati personali, il diritto dell’interessato di chiederne la cancellazione o la rettifica e molto altro.
È evidente che si tratta di un elenco corposo, tecnico e poco leggibile da un pubblico ampio, disomogeneo e spesso di fretta. Basti pensare che tutte queste informazioni devono essere contenute nel volantino del supermercato che compiliamo per iscriverci a un “programma fedeltà”. Non leggeremo mai una normativa sulla privacy così strutturata in quelle circostanze.
Semplificare le informazioni sulla privacy, ma come?
Una possibile risposta alla questione arriva dall’Autorità Garante nazionale con un’idea creativa e innovativa allo stesso tempo: lanciare un contest rivolto a grafici, designer, sviluppatori, avvocati, tecnici del settore e più in generale a chiunque voglia mettersi in gioco nel tentare di tradurre la normativa del testo europeo in icone, simboli o immagini. È risaputo che una grafica efficace è in grado di catturare la nostra attenzione molto più di un eccellente romanzo. Le immagini sono più immediate e fruibili da tutti. E questo vale ancora di più nel nostro quotidiano in cui siamo bombardati di informazioni e abbiamo sempre meno tempo per leggere. Per non dimenticare che la nostra stessa comunicazione passa sempre di più attraverso emoticon, gif e icone di ogni tipo.
L’iniziativa lanciata dal nostro Garante è, dunque, davvero “al passo con i tempi”. Sul sito del GPDP, nella sezione dedicata al contest, leggiamo che “le proposte ritenute più efficaci e coerenti con le norme del Regolamento saranno rese disponibili, in licenza CC BY a chiunque voglia utilizzarle, con l’indicazione dell’autore”. Il progetto ha quindi anche il grande pregio di coinvolgere in prima persona i cittadini e i risultati potrebbero tradursi in un’importante conquista condivisa sulla via della semplificazione per tutti.
In conclusione
Anche le leggi, come tutto ciò che riguarda da vicino la società e le sue dinamiche, necessitano costantemente di essere aggiornate soprattutto nel momento in cui devono essere “messe in pratica”. Le norme, infatti, per poter essere efficaci e raggiungere gli obiettivi per cui sono state emanate devono essere prima di tutto conosciute dagli interessati. La vera sfida, dunque, consiste nel trovare il modo migliore per renderle fruibili dal grande pubblico, comunicandole in modo veritiero, chiaro, trasparente e anche un po’ “accattivante”. L’iniziativa dell’Autorità Garante Italiana è un primo passo importante in questa direzione. Una direzione innovativa e che tiene conto delle sensibilità e delle preferenze che contraddistinguono la nostra società.
Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.
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