La tecnologia del QR Code nel Green Pass
Oggi, grazie all’impiego dei QR Code (Quick Response Code), abbiamo assistito a una notevole riduzione delle occasioni di contatto. Questi codici a barre a risposta rapida fanno ricorso alla tecnologia di AR per dare accesso a una quantità maggiore di informazioni attivate digitalmente a seguito della scansione con un apposito software (oggi integrato nella fotocamera di quasi tutti i dispositivi mobile).
Di fatto, i QR Code condensano una quantità più o meno grande di informazioni in un simbolo, caratterizzato da tre quadrati disposti negli angoli, che funzionano da punti di riferimento per il software di decodifica (che può così raddrizzare l’immagine e leggerne bit con un sistema per cui il bianco è 0, il nero è 1). Nel caso del QR Code presente nel Green Pass è stato inserito un elemento ulteriore: una procedura specifica per evitare contraffazioni.
L’applicazione che scansiona e “legge” il codice del Green Pass è rilasciata dal Ministero della Salute e utilizza la chiave pubblica del sigillo di firma per verificare la provenienza e l’integrità del dato. Il codice sorgente delle applicazioni usate per la lettura dei dati è open source e disponibile su Github.
Il QR Code presente nel Green Pass contiene le informazioni relative ai dati identificativi del soggetto (nome, cognome, data di nascita), il numero di dosi di vaccino ricevute, la tipologia e la data della vaccinazione. Pertanto, non vi sono ulteriori informazioni relative allo stato di salute o altri dati sensibili che entrerebbero in conflitto con la tutela europea dei dati personali.
“VerificaC19”: l’app per controllare il Green Pass
Dal 6 agosto sarà obbligatorio l’uso del Green Pass dai 12 anni in su per andare al ristorante, nei bar al chiuso, nei cinema, nelle palestre, per andare allo stadio e in molti altri luoghi aperti al pubblico. Solo coloro che erogano i servizi potranno verificare la validità della certificazione grazie all’applicazione “VerificaC19”, sviluppata dal Ministero della Salute in collaborazione con il Ministero per l’Innovazione Tecnologica.
L’app, utilizzabile anche in modalità offline, è conforme alla versione europea (diminuisce il numero di dati visualizzabili dall’operatore, per minimizzare le informazioni trattate). È possibile scaricare gratuitamente VerificaC19 sia dal Playstore di Google per dispositivi Android dalla versione 8, sia dall’AppStore di Apple con iOS versione 12.1 o superiore. Per avere maggiori informazioni sull’app è possibile consultare il seguente link del Governo.
Verso una maggiore tutela dei dati personali
L’utilizzo dei QR Code in numerosi ambiti della nostra quotidianità suggerisce come la tecnologia spesso fornisca gli strumenti più idonei e utili per affrontare le sfide quotidiane, anche in situazioni imprevedibili di emergenza sanitaria come quella dettata dall’attuale pandemia. Come abbiamo visto, i dati coinvolti durante l’attività di riconoscimento del Green Pass, in pieno accordo con la tutela europea dei dati personali, non riguarderanno i dati sensibili e non ci sarà alcun rischio per la nostra privacy.
Come avere il Green Pass sul tuo smartphone: ecco alcuni consigli pratici
In futuro, dunque, sarà sempre più utile avere a portata di smartphone il QR code del Green Pass. Esistono diverse soluzioni. Noi ve ne segnaliamo due: una per i dispositivi Apple e una per quelli Android. Su iPhone è possibile salvare il Green Pass digitale nel Wallet insieme a tanti altri documenti fondamentali per le attività quotidiane come carte di credito, bancomat, biglietti dei treni e molto altro. È, inoltre, possibile mostrare il Green Pass anche dal Wallet dell’Apple Watch senza neanche la necessità di utilizzare lo smartphone.
Per il “mondo” Android, una soluzione può essere l’app Stocard (disponibile anche per Apple) alla quale è possibile aggiungere il Green Pass.
Bastano poche semplici “mosse”:
- premere il “+”, selezionare la voce “carta generica”,
- verrà poi data la possibilità di accedere a una foto o alla fotocamera,
- si seleziona l’immagine di interesse,
- si viene indirizzati verso una schermata in cui, se si scrive il nome della card (Covid…) viene recuperata la dicitura “Certificazione verde Covid-19”.
In questo modo si potrà avere sempre a disposizione la documentazione necessaria senza bisogno di documenti cartacei o di una connessione a internet stabile. Un piccolo cambiamento che entrerà a far parte della nostra quotidianità per migliorare la sicurezza di tutti.
Ogni giorno, Synesthesia, grazie al lavoro di team esperti sviluppa applicazioni all’avanguardia per i propri clienti e per i propri partner. Scopri le nostre Creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 31 min]
Tetra Pak è una grande realtà attiva in numerosi settori, ma oggi ci concentreremo sulla sostenibilità.
“La sostenibilità è molto importante per Tetra Pak. Prendiamo in considerazione questo tema in tutti gli ambiti dell’azienda, a 360 gradi: dall’ambiente alle persone, qualsiasi cosa che abbia a che fare con la sostenibilità e ovviamente anche un modello di business sostenibile”.
Tetra Pak è un’azienda multinazionale che ha una rilevanza notevole in Italia e in particolare a Modena. Quanto conta l’integrazione con il tessuto sociale ed economico locale per un’azienda?
“Direi che è cruciale per diverse ragioni. Prima di tutto, il motivo per cui Tetra Pak Packaging Solutions ha sede a Modena è proprio la connessione con la realtà locale. Ci troviamo nella “motor valley” , la “patria dell’ingegneria”, dove Tetra Pak può trovare quelle competenze tecniche e ingegneristiche che sono i pilastri e le basi di partenza per la nostra azienda in Italia e nel resto del mondo.
Questa è la ragione per cui la connessione è così importante. Tutto sta nell’avere i legami con le aziende giuste, con i fornitori giusti, con le persone giuste, con le università e poi mettere insieme tutte le competenze necessarie per ricerca e sviluppo nel nostro campo legato alle soluzioni di confezionamento.
Ci sono poi anche altre ragioni per cui la connessione con il tessuto locale è così rilevante. Tetra Pak è una realtà davvero molto importante per l’Emilia-Romagna e per la città di Modena. Si tratta di un supporto reciproco. Da un lato, quindi, c’è la connessione con tutta la catena produttiva: Tetra Pak non è da sola, collabora con tanti fornitori, centri di ricerca, università. Dall’altro lato, questa azienda sta davvero contribuendo alla crescita positiva dell’ecosistema locale con iniziative nelle scuole, nella municipalità e in supporto alle persone in difficoltà. Direi, quindi, che questa connessione è davvero un “prendere e dare” in entrambe le direzioni e credo che funzioni piuttosto bene.
Faccio ancora un altro esempio: Modena è una piccola città, ma è in prima linea nell’ambito della sostenibilità: emissioni di CO2, la riduzione dell’inquinamento e altri temi come la sostenibilità nel settore alimentare e la riduzione degli sprechi. Diventa naturale muoversi “mano nella mano” e collaborare su questi temi, che per noi sono centrali nella nostra agenda”.
Questa partnership con il tessuto economico locale sembra davvero geniale.
“Credo che questo sia uno dei punti di forza della nostra azienda. Abbiamo molte sedi e lavoriamo in tutto il mondo e di conseguenza anche la nostra catena di fornitura o i rapporti di collaborazione vanno oltre i singoli Paesi. A ogni modo la connessione con l’economica locale, con le autorità locali è forte e penso che che sia forte ovunque in tutte le diverse zone in cui Tetra Pak è attiva nel mondo. Io ovviamente posso parlare per Modena, dove questa partnership è attiva da molto tempo. È una sorta di “matrimonio” felice”.
D’altra parte le cose funzionano al meglio solo quando i vantaggi sono gli effetti reciproci per tutti i soggetti coinvolti. Qui in Synesthesia crediamo che sia possibile vivere in armonia con la natura se ci sforziamo di contrastare l’impatto negativo che il genere umano ha avuto sulla biodiversità e agiamo in accordo con quanto stabilito nell’agenda per il 2030 per uno sviluppo sostenibile. Qual è la visione tua e della tua azienda in questo ambito? Quali sono le scelte che avete preso?
“Prima di tutto, posso senz’altro confermare che Tetra Pak crede fermamente che possiamo cambiare e vivere in armonia con l’ambiente che ci circonda. Questa è la ragione per cui riteniamo che una confezione sostenibile può fare la differenza.
Un packaging sostenibile, a livello generale, può contribuire a ridurre o a limitare i cambiamenti climatici, può aiutare ad affrontare molte altre questioni climatiche e a sfamare una popolazione in costante crescita. Le previsioni ci dicono che entro il 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9.7 miliardidi persone e questo significa che avremo bisogno di avere almeno il 70% in più di cibo. Dunque il confezionamento diventa fondamentale. La protezione degli alimenti è molto importante.
Un altro elemento che dobbiamo considerare è che ogni anno il 33%, più o meno, del cibo è sprecato e in questo ambito una confezione con un’alta performance gioca un ruolo cruciale nell’attuale sistema globale di distribuzione e vendita degli alimenti. In. tal senso il packaging di carta, per esempio, secondo noi rappresenta una soluzione molto interessante. Crediamo nella necessità di investire in questa economia circolare a basso consumo di CO2. Noi stiamo lavorando molto in questa direzione.
Cerco di riassumere un po’: ci sono cinque sfide chiave per un packaging alimentare sostenibile.
Prima di tutto, le materie prime e il loro reperimento. Per quanto riguarda il tema della riciclabilità, sono la produzione e la distribuzione che devono essere sostenibili perché l’uso e la distribuzione hanno un grande impatto sulle emissioni di CO2.
In secondo luogo, c’è la conservazione e il consumo dell’alimento. Se si pensa alla conservazione del cibo, questo punto è fondamentale: è utile per le persone e la popolazione. Nella misura in cui troviamo soluzioni di packaging che, per esempio, non necessitano di essere conservate in frigorifero o che conservano il cibo per molti mesi. Questo potrebbe davvero contribuire davvero a ridurre gli sprechi.
Lavoriamo poi anche molto sulla riciclabilità. Questa è la ragione che giustifica la stretta collaborazione con coloro che si occupano del riciclo dei materiali al fine di trovare la formula che renda le nostre confezioni utili. Stiamo lavorando con chi si occupa del riciclo per migliorare la produttività e l’efficienza dei processi di riciclo con nuovi investimenti, nuove attrezzature più efficienti.
Poi stiamo lavorando anche sulle materie prime e sui materiali lavorati per renderli più facili da riciclare.
Infine, un altro importante aspetto su cui siamo molto concentrati ha a che fare con la “fine della vita” del packaging. Al momento la nostra capacità nel riutilizzare o ridurre il completo spreco delle nostre confezioni non è ancora arrivato al punto in cui vorremmo.
C’è, quindi, un motivo preciso alla base della nostra ricerca così approfondita, degli investimenti e del grande sviluppo nel settore della rinnovabilità. Andiamo costantemente alla ricerca di una via per prolungare quanto più possibile la data di scadenza dei nostri packaging e poterli riutilizzare il più possibile. La nostra ambizione, dunque, è soprattutto quella di fornire packaging sostenibili per alimenti e ricercare e sviluppare nuove soluzioni. Il focus al momento è diretto proprio su nuove soluzioni di confezionamento riciclabili e nuovi materiali. Questo è il motivo per cui instauriamo partnership con numerosi produttori di carta, cerchiamo di ridurre l’utilizzo della plastica e di rimuovere possibilmente l’alluminio.
Non so quanto conoscete della composizione di un packaging di Tetra Pak, ma normalmente il 70% è costituito da carta, il 25% da plastica a base vegetale, il 5% da alluminio. Il nostro obiettivo, passo dopo passo, è di arrivare a una soluzione il più possibile realizzata interamente in carta. Teniamo a mente, in ogni caso, che dobbiamo conservare il cibo e quindi dobbiamo assicurarci che la luce e l’aria non alterino le proprietà degli alimenti”.
È molto interessante ascoltare queste cose. Il tuo background in disegno industriale quanto ti è stato utile nel momento in cui si devono risolvere i problemi che si presentano per l’azienda?
“Sicuramente ci vuole un bilanciamento. Ma posso dire che ci sono tante competenze che devono essere unite e quindi senz’altro il background aiuta, ma la parte più importante è quello che hai davvero imparato “sul campo”, perché quando si parla di sostenibilità, così come in molti altri ambiti direi, si parla di un mondo in continua evoluzione: ci sono sempre novità che “saltano fuori” molto velocemente in termini di nuove idee, nuove soluzioni e nuovi materiali. Devi essere in grado di intuire su cosa valga la pena investire e su cosa no.
C’è il rischio di perdersi e non concentrarsi su cosa deve essere fatto come primo passo ma è un mondo fantastico e il livello di innovazione e investimenti, non solo da parte di Tetra Pak, ma anche da parte di altre aziende, è sorprendente. Questo significa che c’è un reale interesse e c’è un futuro in cui tutti crediamo. Poi ovviamente si deve considerare l’aspetto economico, dobbiamo pensare ai nostri clienti e prendere in considerazione tutti quegli aspetti un po’ meno “divertenti”: quanto può investire un cliente? Come assicurarsi che ci sia un ritorno sull’investimento? A ogni modo, il focus, l’interesse generale sul tema della sostenibilità evidenzia realmente il fatto che l’industria è impegnata nel contribuire positivamente alla tutela dell’ambiente.
Tetra Pak ha un focus principale dedicato alla sostenibilità ambientale in agenda e questo è chiaro dagli investimenti che stiamo facendo nello sviluppo delle competenze, nelle partnership con aziende più esperte di noi, nelle materie prime, ma anche tutti gli investimenti che abbiamo nelle fonti sostenibili, nella riforestazione, nel rendere tutti i processi davvero sostenibili nel settore alimentare”.
C’è la necessità che gli stessi consumatori cambino le proprie abitudini e siano messi al corrente di come poter riutilizzare i packaging e come riciclarli correttamente?
“Abbiamo bisogno che i consumatori capiscano perché è importante e quali sono i benefici. Vogliamo che comprendano come riciclare nel modo corretto perché non è così scontato. Credo che sia nostro compito illustrare ai consumatori quali sono i benefici di lungo termine. Non possiamo pensare alla sostenibilità come a qualcosa che solo certe persone possono permettersi. Dobbiamo renderla accessibile per tutti. Questa è l’altra sfida che ci poniamo: come innovare, come introdurre soluzioni sostenibili che possano essere accessibili per tutti i consumatori e convenienti per i nostri clienti”.
“Prodotti sostenibili, ma anche innovativi da un punto di vista di funzionalità e performance”, prendiamo in prestito le sue stesse parole in una recente intervista per La Stampa. La sostenibilità dunque che passa anche attraverso l’innovazione, qual è il collegamento tra questi due ambiti per Tetra Pak?
“Farò un esempio molto pratico. I packaging di Tetra Pak sono realizzati per conservare il cibo e renderlo disponibile ovunque. Questo è il nostro obiettivo, la nostra mission.
Dobbiamo assicurarci che le nostre confezioni siano davvero in grado di preservare il cibo che contengono e a lungo: quindi una lunga vita sullo scaffale e senza conservanti aggiunti. Questo è il nostro primo impegno, la nostra priorità.
Quando passeremo dalla soluzione attuale a quella nuova, sarà importante non solo che il packaging sia interamente di carta e completamente riciclabile, ma anche che la conservazione del cibo contenuto possa durare per molti mesi, senza l’aggiunta di conservanti. Per questi motivi, dunque, dobbiamo sempre pensare all’innovazione come un principale facilitatore per realizzare nuove soluzioni, ma le nuove soluzioni, anche nell’ambito della sostenibilità, devono funzionare bene.
Innovazione e sostenibilità devono andare, quindi, di pari passo. La domanda è: “tu, come consumatore, compreresti una confezione che da un punto di vista ambientale è super, ma non ti garantisce il latte sano e salutare che vuoi dare alla tua famiglia?”. Penso che ovviamente la risposta sarebbe: no.
Questa quindi è la formula: l’innovazione è la chiave, l’innovazione è un nostro asset. Innoviamo continuamente, ma dobbiamo trovare soluzioni che performano davvero in tutti gli aspetti, in termini di conservazione degli alimenti, di riduzione degli sprechi di cibo e di sostenibilità e ovviamente con meno emissioni di CO2”. Tutto cambia e noi vogliamo avere soluzioni sempre migliori, non ci sono scuse. Occorre assicurarsi che quello che si sta fornendo incontri davvero le richieste dei consumatori, da quelli più esigenti che sono anche disposti a spendere un po’ di più per salvaguardare l’ambiente, a quelli meno esigenti (più attenti alle soluzioni più “a buon mercato”). Il tutto tenendo a mente che questo pianeta è di tutti e dobbiamo proteggerlo per noi stessi indipendentemente dalle possibilità che abbiamo in termini economici. Questo è ciò che abbiamo in mente ogni giorno”.
Il cambiamento dipende da noi e c’è equilibrio tra il cambiamento dell’individuo consumatore e quello che si realizza a livello di governo e di aziende. È un incontro tra i due mondi?
“Questo cambiamento deve iniziare dai governi, dalle aziende, dalle scuole ma poi è un viaggio che coinvolge tutti e a tutti i livelli. Credo che questo cambiamento non avverrà se non coinvolgiamo tutti nella catena di creazione del valore. Ovviamente è un processo graduale, non è qualcosa che avviene rapidamente, ma dobbiamo dare il buon esempio alle persone e poi supportare questo cambiamento con buone soluzioni e buone iniziative”.
Sostenibilità anche nella società. L’UNESCO ha dichiarato che la diversità culturale rappresenta una fonte indispensabile per ridurre la povertà e raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile. Abbiamo tutti il dovere di impegnarci in un dialogo culturale in modo che il mondo possa fiorire nella sua diversità. Secondo te, in quali aree dobbiamo ancora migliorare?
Prima di tutto direi che Tetra Pak è davvero un pioniere quando si parla di diversità culturale e di diversità in generale. Diversità e inclusione sono due importanti temi in Tetra Pak. Diversità vuol dire differenza in termini di età, background, esperienza, cultura, nazionalità, genere e questo è un ambito su cui Tetra Pak si è concentrata e ha lavorato molto. La diversità porta con sé molti vantaggi, differenti prospettive, modi i pensare e di affrontare il contesto innovativo nella ricerca e nello sviluppo.
La diversità aiuta davvero a esplorare, senza barriere che ostruiscono le diverse opinioni. È solo esplorando diverse opzioni, con una mente molto aperta, che alla fine avremo la possibilità di concentrarci sulla soluzione migliore. Si tratta di un processo molto impegnativo perché è più lungo e complesso rispetto a dire: “andiamo là, scegliamo noi la soluzione, è deciso, andiamo”. Richiede più sforzo perché si deve ascoltare, capire, aprirsi a differenti contesti, ma posso dire che nella mia esperienza, dopo quasi 21 anni in Tetra Pak, questa scelta ripaga tutti i sacrifici.
Vorrei aggiungere che insieme alla diversità culturale e la diversità in generale, c’è anche la questione sull’inclusione che in Tetra Pak è molto rilevante. L’inclusione è estremamente importante in un’azienda, non solo perché è giusto da un punto di vista umano, ma anche perché l’inclusione comporta numerosi vantaggi da un punto di vista aziendale.
Se c’è un ambiente di lavoro dove le persone si sentono coinvolte, apprezzate, dove possono lavorare bene insieme, un giusto ambiente insomma, va da sé, e ne abbiamo molti esempi, che la produttività aumenta e le idee fioriscono.
Questo, quindi, è un ambito su cui stiamo investendo molto e migliorando continuamente la nostra mentalità, perché anche per Tetra Pak il viaggio non è concluso, ci sono ancora tante questioni da affrontare sulla diversità e sull’inclusione”.
Sara, hai toccato così tante parole chiave e argomenti molto importanti per noi e su cui riflettere con attenzione. Dieci anni a partire da oggi, come ti immagini il futuro? La sostenibilità e l’innovazione rappresentano davvero le chiavi per costruire il futuro che desideriamo?
“Diciamo che io sono sempre stata un persona molto ottimista. Credo davvero nell’innovazione, credo davvero che attraverso la tecnologia e le persone riusciremo a costruire un futuro florido. Occorre mantenere l’attenzione, l’impegno, a livello di governi e di aziende nel ridurre sempre di più l’impatto ambientale. Le Nazioni Unite ci hanno dato un obiettivo ben preciso da raggiungere nel ventennio 2030-2050. Al fine di rendere i prossimi 10 anni davvero positivi e belli da vivere dobbiamo continuare a innovare in questa direzione, continuare a investire in soluzioni a basso impatto ambientale in termini di emissioni di CO2.
Dobbiamo investire nelle persone perchè, come dicevamo, è un cambiamento generale e le persone devono accogliere il cambiamento, comprendere le ragioni del perché è necessario. Quindi penso davvero che comprendere le ragioni del cambiamento, investire nell’innovazione, dare il buon esempio e mettere in pratica quanto si dice a parole ci darà, nei prossimi dieci anni, grandi vantaggi. Vedo un trend positivo in termini di riduzione delle emissioni di CO2 e di comportamenti collettivi. Penso davvero che le aziende come Tetra Pak giochino un ruolo di primo piano. Non è un passaggio che si realizza da solo. Dobbiamo unirci affinchè tutto questo accada. Un’unione a tutti i livelli: a livello mondiale e a livello locale. Spero davvero che questo accada per le future generazioni e anche per noi. Speriamo tra 10 anni di poter beneficiare di tutto questo”.
Ascoltando le tue parole mi sono sentita davvero ottimista anche io. Avere qualcuno in una posizione di leadership come te con tutte queste idee e con l’impegno in queste sfide, penso sia grandioso anche per noi.
“Dobbiamo fare in modo che tutto questo accada. Il mio ottimismo è realmente unito al fatto che vedo quante possibilità abbiamo a disposizione: la tecnologia è uno dei principali facilitatori, insieme al cervello e il cuore delle persone, con l’obiettivo finale di unirsi e far accadere il cambiamento”.
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Sara De Simoni!
Ascolta “Sostenibilità / Sara De Simoni [agosto2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
Un algoritmo per prevedere il decorso della malattia
Le strutture ospedaliere raccolgono quotidianamente grandissime quantità di dati, originati da esami e test sanitari effettuati sui pazienti. Le informazioni, una volta raccolte, costituiscono una fonte preziosa di “dati di addestramento” per gli algoritmi di Intelligenza Artificiale. Questo binomio di tecnologia e scienza medica ha già portato grandi vantaggi in numerosi settori della medicina.
Da qui nasce, dunque, l’idea di ingegneri, ricercatori e medici di tutto il mondo di applicare le tecnologie di AI alla lotta contro il Coronavirus. “Abbiamo un team di radiologi, medici, ingegneri e data scientist che, in collaborazione con il Certh (Centre for Research & Technology-Hellas), stanno lavorando a un algoritmo per l’identificazione rapida dei pazienti che necessitano di un trattamento immediato, in modo da accelerare il percorso diagnostico-terapeutico, soprattutto per coloro che necessitano il ricovero in terapia intensiva”, così Arturo Chiti, direttore dell’Unità Operativa di Medicina Nucleare spiega l’innovativo progetto avviato da Humanitas.
L’Intelligenza Artificiale, dopo esser stata adeguatamente “addestrata” con i dati raccolti dalle TAC e da altri esami di screening effettuati su pazienti affetti da Covid-19, è in grado di identificare già in una fase molto precoce la gravità della malattia, consentendo così ai medici di applicare immediatamente le cure più adeguate alle esigenze del singolo paziente. I vantaggi di una simile soluzione sono molto evidenti, in modo particolare per coloro che contraggono l’infezione virale nella forma più aggressiva. Poter sapere subito se un paziente si aggraverà nel decorso della malattia, fino al punto di necessitare di terapie intensive, porta ad anticipare le cure scongiurando il peggio.
AI e varianti: nella lotta al Covid-19
Gli algoritmi di Intelligenza Artificiale si sono rivelati molto utili anche nello studio delle varianti della SARS-CoV-2 e dei meccanismi che conducono alla loro generazione.
Nel momento in cui un soggetto contrae la malattia viene contagiato da una grande quantità di particelle virali che presentano sottili differenze tra loro in termini di sequenza genomica: queste sono le varianti. La loro identificazione è possibile grazie a esperimenti di sequenziamento, ma la vera sfida oggi consiste nel predire i meccanismi di diffusione di queste varianti nella popolazione. Una volta compreso questo aspetto, infatti, sarebbe possibile arrivare alla “radice” del problema, escogitando un modo per impedirne la propagazione.
Una risposta interessante è arrivata da un team di scienziati italiani. Alex Graudenzi (Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate), Marco Antoniotti (Dipartimento di informatica, Sistemistica e Comunicazione dell’Università di Milano-Bicocca) e Rocco Piazza (Dipartimento di medicina e chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca) sono gli autori della progettazione di due algoritmi in grado di prevedere la generazione di nuove varianti e la loro evoluzione nel tempo.
“Il primo metodo, chiamato VERSO (Viral Evolution ReconStructiOn) permette di ricostruire la storia evolutiva del patogeno, di trovare collegamenti epidemiologici tra due persone infette, ossia un potenziale contatto tra due individui, e di intercettare varianti possibilmente pericolose prima che si diffondano nella popolazione”, spiega Alex Graudenzi.
Il secondo, invece, permette di quantificare i meccanismi che si trovano alla base della generazione delle varianti stesse.
In conclusione
La collaborazione tra due settori diversi, quello della tecnologia e quello della medicina, può rappresentare una soluzione molto vantaggiosa nella lotta al Coronavirus. L’innovazione tecnologica e le nuove scoperte in ambito scientifico vanno sempre più “di pari passo” e, se unite, offrono opportunità sempre più grandi di miglioramento del benessere collettivo e di tutela della salute di tutti.
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Nuove possibilità di crescita nel mondo delle corporate: sono queste le basi della partnership tra Synesthesia e Wibo, la start-up torinese che ha lanciato sul mercato una piattaforma innovativa capace di trasformare eventi formativi in esperienze interattive di condivisione dal valore unico. Un concept che ha portato la start-up a crescere in pochi mesi di attività e che deve il suo successo a un team dinamico e al pivot realizzato in periodo di lockdown, quando le richieste delle aziende e le esigenze della formazione da remoto hanno portato alla realizzazione di uno strumento in grado di rendere divertenti i momenti di apprendimento grazie alla gamification.
Applicando le dinamiche del gioco, Wibo consente a chiunque di creare velocemente quiz educativi personalizzati da condividere e far giocare in diretta o in differita a studenti e colleghi: il coinvolgimento creato dal quiz consente di veicolare più facilmente le informazioni, che saranno quindi più facilmente assimilate. Uno strumento dalle grandi possibilità di business e un nuovo modo di concepire l’education che ha spinto Synesthesia a credere nel “progetto” Wibo” sia con un investimento in equity sia mediante un piano di accelerazione del business che vedrà coinvolti i suoi esperti a supporto della start-up in termini di strategia, ricerca, sviluppo e distribuzione del prodotto.
Quest’ultimo rappresenta infatti un significativo punto di contatto tra le due realtà, che si rivolgono a un target simile di aziende clienti: grazie a questa partnership Synesthesia includerà Wibo in progetti di open innovation all’interno delle corporate per supportare la formazione dei dipendenti e aumentare il coinvolgimento durante gli eventi interni.
“Abbiamo conosciuto Wibo quasi per caso: serendipity!, nel giro di pochissimi giorni è nata subito una grandissima complicità: l’idea alla base dell’iniziativa imprenditoriale è molto brillante, semplice ed efficace e siamo rimasti affascinati dalla capacità dei due founder, Alessandro e Tommaso, di diffondere un nuovo modo di fare formazione e intrattenimento: il loro entusiasmo ci ha contagiato. Il nostro team di comunicazione interno è diventato tester della piattaforma e abbiamo iniziato a pensare che potesse essere perfetta per i nostri scopi. L’idea di partecipare è stata immediata e ne siamo molto felici”. (Riccardo Recalchi, CEO di Synesthesia)
“L’investimento di Synesthesia in Wibo è l’inizio di un importante percorso di crescita. L’esperienza imprenditoriale e le loro competenze, trasversali tra le aree di lavoro di Wibo, saranno di grande aiuto per le sfide che dovremo affrontare nei prossimi mesi.” (Tommaso Seita, co-founder & CEO di Wibo)“Un ringraziamento a Francesco Ronchi e Riccardo Recalchi, che hanno permesso che questa partnership si concretizzasse credendo in noi e nelle opportunità del nostro mercato, rivoluzionato in tempo di lock-down, e oggi alla continua ricerca di soluzioni per mantenere elevato l’engagement dei dipendenti durante i momenti di formazione.” (Alessandro Busso, co-founder & COO di Wibo)
L’obiettivo sarà quindi rafforzare una linea di business che ha già visto Wibo collaborare negli scorsi mesi con grossi brand tra cui Deliveroo, Invesco e KFC, a dimostrazione di un’esigenza formativa e di engagement a cui le aziende dovranno continuare a far fronte e che rientrerà come standard negli strumenti interni aziendali per una comunicazione interattiva e integrata tra impresa e dipendenti.
Le modifiche di Tik Tok
Con i suoi 689 milioni di utenti attivi, di cui 5,4 milioni solo in Italia, Tik Tok è il settimo social network più popolare al mondo. Attualmente è più utilizzato nel sud-est asiatico, ma la sua popolarità è in aumento anche in occidente. Dopo neanche 4 anni dal lancio iniziale, ha superato la quota di due miliardi di download, registrando nel primo quadrimestre del 2020 la cifra di 350 milioni di download in tutto il mondo. Ma la piattaforma dai numeri stratosferici ha di recente attuato alcune modifiche che interesseranno i suoi utenti:
“Potremmo raccogliere identificatori biometrici e informazioni biometriche, come definito dalle leggi statunitensi, come impronte facciali e impronte vocali, dai contenuti utente. Laddove richiesto dalla legge, chiederemo all’utente tutte le autorizzazioni necessarie prima di tale raccolta”.
Con questa breve nota il celebre social network cinese ha annunciato la modifica alla propria informativa sulla privacy.
Un cambiamento non indifferente che interesserà direttamente la vita e la privacy di tutti gli utenti (per ora) di nazionalità statunitense. La raccolta di dati biometrici da parte di Tik Tok consiste nell’attività eseguita dal social di identificare oggetti e scenari, l’esistenza e la posizione all’interno di un’immagine di caratteristiche del corpo e del viso e il testo delle parole pronunciate. In realtà non è l’unico social che elabora i dati degli utenti in questo modo, ma ne esistono già altri che utilizzano la stessa strategia per ottimizzare gli annunci pubblicitari. Tik Tok, inoltre,sembrerebbe voler soltanto migliorare le proprie funzionalità, per questo la nuova privacy policy avverte che la raccolta di immagini e audio sarà utile per abilitare “effetti video speciali per la moderazione dei contenuti, per la classificazione demografica, per i contenuti e i consigli sugli annunci e per altre operazioni non di identificazione personale“.
La “questione” della privacy
L’annuncio da parte dell’app sulla raccolta dei dati biometrici, per quanto vaga, ha già suscitato numerose preoccupazioni. Tik Tok, infatti, non ha specificato lo scopo di questa raccolta, né tantomeno le modalità con cui chiederà il consenso per il trattamento dei dati. Ha soltanto svelato che inizierà con i dati degli utenti statunitensi e non è sicuramente un caso, considerando che in pochi Stati sono presenti delle leggi che tutelano la privacy biometrica. Per questo motivo, laddove non esista una legislazione specifica, molte persone potrebbero non essere avvisate sulla raccolta dei dati. Sembrerebbe però non essere questa l’intenzione di Tik Tok, che assicura di essere sempre molto attenta alla privacy del suo pubblico. La piattaforma che per tutta la durata dell’Amministrazione Trump era stata considerata come una minaccia per la sicurezza nazionale, ora sta cercando di riconquistare la fiducia degli utenti statunitensi. Per questo motivo ha più volte dichiarato di archiviare le loro informazioni in data center degli US e di Singapore, assicurando di non averli mai condivisi con il governo cinese.
Il futuro di Tik Tok
Tik Tok raccoglie già moltissime informazioni dal profilo dei suoi utenti, come i contenuti da loro creati, i cookie, le app e i file presenti sul loro smartphone, la posizione del dispositivo utilizzato e addirittura lo stato della batteria e i ritmi di battitura. Per cui, a cosa serviranno i dati biometrici?
Per il momento restano i dubbi e le polemiche di molti utenti di Tik Tok. Nei prossimi mesi scopriremo se l’app avrà fatto una scelta sbagliata, spaventando e facendo “scappare” dalla piattaforma tutti quelle persone preoccupate per la loro privacy, o se gli utenti saranno riusciti a digerire questa novità mantenendo attiva la loro presenza sull’app.
Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.
I nostri servizi di marketing e social media trasformano idee brillanti ma complesse in soluzioni digitali semplici, rapide e innovative, che proponiamo e progettiamo insieme al cliente per aiutare la sua azienda in modo concreto a raggiungere importanti obiettivi di brand e di mercato. Grazie al lavoro di team esperti sviluppiamo strategie di comunicazione social e piani editoriali all’avanguardia per i nostri clienti e partner.
Scopri le nostre strategie all’interno di questa pagina dedicata.
L’Horacio Pagani di 13 anni, che creava modelli con materiali di fortuna, cosa direbbe all’Horacio Pagani di oggi? Sarebbe orgoglioso del modo in cui ha rispettato e seguito quel sogno?
“Diciamo che è un percorso che sto continuando ancora oggi. Ho sempre lavorato con la stessa energia, serietà, entusiasmo e passione. Credo che tutto stia andando avanti com’è nato 50 anni fa. Non ci sono grandi differenze, se non quella di avere adesso una compagnia che richiede una responsabilità molto superiore rispetto a quando ero da solo ed ero un ragazzino. Il concetto è sempre quello”.
Per essere liberi bisogna avere radici. Quanta Argentina c’è stata e c’è ancora oggi nei progetti e nei modelli che crea?
“L’Argentina mi ha dato tante cose, ho vissuto molti meno anni in Argentina che in Italia. Ho 65 anni e sono arrivato qui a 27, perciò c’è tanto di Italia nella mia vita. I miei figli sono italiani, la mia famiglia l’ho formata in Italia. Sicuramente più che l’Argentina, è l’educazione che ho ricevuto dalla mia famiglia, dai miei genitori, dai miei nonni a darmi le basi per poter camminare e andare avanti”.
La sua storia è un esempio di quanto valga investire sulle proprie passioni. Talento, ingegno e creatività, in quale misura queste tre componenti diventano fondamentali nel perseguire un progetto?
“Partiamo dalla passione. In qualsiasi area è la passione che dà l’energia a tutto. Più passione hai più energia hai per andare avanti a prescindere da quello che fai. Le persone che hanno fatto delle cose e che storicamente sono ricordate anche in diverse discipline, sono persone che hanno soprattutto passione e sanno trasmettere questa passione agli altri cioè sanno coinvolgere gli altri.
Quali sono gli ingredienti per fare delle cose nella vita in qualsiasi settore? La disciplina. Essere rigorosi, essere molto costanti, avere un enorme dose di pazienza e amare il proprio lavoro.
Il nostro lavoro ci dà la possibilità di progredire, di far crescere i nostri figli e dare un contributo alla società. Non importa quello che fai, l’importante è che lo fai bene, con impegno e con serietà. Poi se devo dire quanto talento e quanto sudore, 10% talento e 90% sudore”.
Maggiore è il sogno, più grande è dunque la sua forza inclusiva. Il suo sogno è stato in grado di ispirare non solo intere generazioni di designer, ma anche tutti coloro che rincorrono ogni giorno le proprie aspirazioni. Che effetto le fa questa cosa?
“Io quello che ho fatto, l’ho fatto perchè era la mia passione. Non l’ho fatto per diventare famoso, ma perché amo il lavoro, amo le macchine, amo le cose che faccio. Mi è sempre piaciuto interagire, lavorare in team e nel lavorare in team devi avere rispetto per gli altri, devi stimolarli, devi avere una certa capacità di leadership. Se questo oggi può essere utile a qualcuno, meglio. Diciamo che io non sono mai stato uno studente brillante, non ero il migliore della classe. Ho fatto fatica persino a disegnare, a imparare a disegnare. Vengo dall’Argentina, dalla Pampa, un posto in cui non c’era una cultura automobilistica del design. Non era né Modena, né Torino, né Detroit o Stoccarda. Se può essere utile agli altri che una persona, piccola, senza nemmeno tanta forza o energia fisica, senza nemmeno essere stato bravo a livello scolastico è riuscito a fare questo, vuol dire che per chi nasce in un mondo come quello di oggi dove le informazioni, le conoscenze, le opportunità sono di molto superiori rispetto alle mie, sicuramente ha mille volte più possibilità di quelle che ho avuto io”.
Da pioniere nell’utilizzo di materiali compositi su vetture di serie, cosa significa per lei il termine “innovazione”? È solo un processo tecnico o diventa un modo per evolversi come persona e professionista?
“Credo che la curiosità quotidiana sia la cosa che ti permette di imparare. Nella misura in cui tu hai curiosità, osservi le cose, hai voglia di studiare e vuoi aumentare le tue conoscenze.
La vita in fondo è un esperimento, un percorso, un viaggio sperimentale dove puoi trovare delle cose che non ti aspettavi nel bene e nel male. In questo percorso devi sperimentare. Quello che ho fatto e quello che facciamo con tutti i miei colleghi è portare avanti delle attività che sono sperimentali, di ricerca. Poi lo devi sempre fare con passione. Se ti accompagna lei tu sei sereno”.
Quindi l’innovazione è una necessità?
“L’Innovazione vuol dire progresso in ogni area.
Se l’uomo è arrivato alla Luna e vuole arrivare a Marte si deve dare da fare per capire come far arrivare queste navicelle fino a Marte. Per fare quello ci vuole innovazione. Se vogliamo migliorare il pianeta dobbiamo metterci a lavorare, studiare, aumentare le conoscenze per poi vedere come trovare i mezzi per salvare questo pianeta, un tema molto caldo oggi”.
Come vede le nuove generazioni nel futuro? Ci saranno più donne in questo lavoro?
“Allora, verso le nuove generazioni sono molto ottimista. Se pensiamo che la Pagani ha un’età media di 31-32 anni, è una azienda molto giovane. Temo che però in generale oggi la gente sia molto distratta, pensa troppo all’informazione. Si alza la mattina e vuole o leggere il giornale o guardare la TV. Hanno bisogno quotidianamente di informazioni e invece l’informazione dovrebbe essere rimpiazzata dalla conoscenza e dallo studio.
Credo nei giovani assolutamente, però ci deve essere anche una consapevolezza di sviluppare di più il senso del dovere che non quello del dovuto. Per quanto riguarda le donne, io credo fortemente nelle donne, nutro un grande rispetto e credo che oggi abbiano più energia rispetto agli uomini. I ragazzi giovani sono bravi, ma sono estremamente fragili. La donna ha più coraggio, più energia. Questo è quello che vedo nella media. Qui ci sono stati momenti in cui le donne occupavano posti nell’ufficio commerciale, nella produzione, nel personale. Credo molto nel lavoro delle donne.
Prendiamo per esempio la tecnologia dei materiali compositi. Da noi ci sono tante donne che si occupano anche della lavorazione del carbonio con estrema precisione. Riescono a fare qualcosa che prima era solo appannaggio degli uomini Realizzano cioè anche un telaio di un’auto, ovvero un lavoro che in passato veniva svolto esclusivamente da uomini perché comportava saldare, piegare una lamiera, ecc. Oggi, invece, da noi, le donne fanno anche il telaio e la carrozzeria di una vettura”.
Quali consigli darebbe a un giovane designer che vuole diventare l’Horacio Pagani del futuro?
“Io non ho mai lavorato per diventare Enzo Ferrari o Ferruccio Lamborghini.
Ognuno deve seguire un suo percorso. Se poi hai dei punti di riferimento e ispirazione importanti – come per me sono stati Pininfarina, Gandini, Bertone, Giugiaro, Enzo Ferrari, ma anche Einstein e Leonardo Da Vinci – penso che sia naturale e anche molto bello perchè è comunque un premio. Ognuno, però, deve diventare se stesso.
Quello che suggerisco è di imparare a disegnare bene con le mani e poi studiare per quanto possibile la storia di Leonardo e la sua filosofia, perché studiando Leonardo puoi davvero imparare come seguire la tua carriera, che tu sia un architetto, un ingegnere, un designer, un ricercatore. Leonardo ti dà più o meno la risposta a tutto. Era un tipo molto semplice, una persona molto molto positiva e creativa. Era un genio perché era umile, perché sapeva parlare con le altre persone. Si metteva alla prova continuamente, era una persona che soffriva anche molto, una persona con una marcata sensibilità. Lui è stato probabilmente, credo, il primo che ha detto che arte e scienza sono due discipline che possono camminare mano nella mano”.
Come vede il futuro del design e dell’automotive nei prossimi 10 anni?
“Tutti i costruttori di automobili, noi compresi, lavoriamo molto per cercare di fare in modo che le macchine siano più pulite per la salvaguardia dell’ambiente.
In ogni modo bisogna lavorare tutti insieme per cercare prima di tutto di trovare il modo di produrre energia elettrica con delle fonti che non siano inquinanti come il petrolio e come il carbone.
Ci vorrebbe gente con conoscenze tecniche e scientifiche per dare un supporto a chi deve prendere delle decisioni. Non deve essere una questione demagogica. Deve essere una questione veramente oggettiva, altrimenti rischiamo di farci del male. Credo che la macchina elettrica sia molto importante per il trasporto all’interno delle città perché la concentrazione demografica è molto alta. All’interno della città non ti serve una macchina con mille cavalli, nemmeno con 350 o 500 cavalli. Ti serve una macchina che faccia i 50 o i 60 km all’ora, a due posti perché la maggior parte della gente si sposta con poche persone e poi bisogna abituarsi a usare le bicicletta e a camminare. Io abito a 3 km di distanza da qui e vengo a lavorare o a piedi o in bicicletta perchè il mezzo di trasporto più è semplice più è economico. Quando sono a Milano mi muovo in bicicletta o a piedi perchè è il mezzo di trasporto più comodo. Bisogna cominciare a prendere delle abitudini che siano più sagge”.
Questo richiede un cambio culturale?
“Einstein diceva che i giornali vanno letti alla rovescia e io sono d’accordo con Einstein”.
Grazie!
Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Horacio Pagani!
Ascolta “People and inclusion / Horacio Pagani [giugno 2021]” su Spreaker.Come scoprire chi sono i tuoi nuovi potenziali clienti
Si chiama Client Finder il servizio che consente di trovare nuovi potenziali clienti interessati a un prodotto o servizio offerto e di capire quale area del sito web è più performante rispetto alle altre. Dopo l’installazione del programma sul proprio dominio, Client Finder registra gli utenti che “atterrano” sul sito e memorizza la loro provenienza, tempo che dedicano alla navigazione e quanto rimangono su ogni singola pagina.
I dati utili che si ricavano grazie al programma sono:
- nome dell’azienda/organizzazione dell’utente che atterra su sito,
- numero di visite,
- la data, l’ora e la durata della navigazione,
- quali pagine sono visualizzate e per quanto tempo l’utente rimane su ogni pagina,
- la provenienza o le keyword che hanno portato l’utente al sito.
Lo strumento genera, inoltre, due dati significativi: lo score filmografico (punteggio assegnato all’utente in base alle sue informazioni di business) e lo score comportamentale (punteggio attribuito all’utente in base al comportamento sul sito).
Il prospect ideale è definito buyer persona: la rappresentazione del cliente che si desidera attirare al proprio brand. La buyer persona racchiude in se obiettivi, sfide, criticità e obiezioni comuni a un segmento di pubblico target, per cui possono esistere diverse buyer persona per ogni azienda.
L’obiettivo di Client Finder è quello di convertire utenti in contatti commerciali, qualificare i lead, trasformarli in clienti e fidelizzare o potenziare i rapporti con un cliente già esistente. È utile, infine, supportare Client Finder con un’adeguata strategia operativa di inbound marketing, creando connessioni e proponendo prodotti o servizi a un pubblico interessato al brand.
I grandi vantaggi di Client Finder
Client Finder ha un approccio orientato al risultato: accresce la capacità della forza vendita, genera un numero crescente di occasioni e aumenta il tasso di conversione. Questo servizio gioca un ruolo fondamentale nei team pre-sales/sales, così come nell’aumentare l’efficacia delle strategia di lead generation dell’azienda, portando la rete vendita a raggiungere il suo massimo potenziale.
Synesthesia, grazie al lavoro di team esperti, sviluppa applicazioni all’avanguardia per i propri clienti e per i propri partner. Scopri le nostre Creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata. Continuate a seguirci per essere aggiornati costantemente sulle novità dei nostri servizi di digital marketing.
Instagram nel corso degli anni: cambiamenti e novità
Quando è stato lanciato per la prima volta nel 2010, Instagram era un semplice raccoglitore di foto in ordine cronologico. Con il tempo e l’aumento della popolarità del social, molte più persone hanno cominciato a iscriversi e pubblicare contenuti, rendendo sempre più complicata la gestione della piattaforma. Era diventato ormai difficile per gli utenti vedere i post dei loro amici e parenti, finendo così per tralasciare molti contenuti potenzialmente interessanti. Nel 2016 le persone si perdevano circa il 70% dei post della home, inclusa quasi la metà dei post delle persone a loro più vicine. La soluzione è arrivata poco dopo: Instagram ha sviluppato e introdotto un aggiornamento che ordinava i post in base ai loro contenuti preferiti.
È doveroso chiarire che esiste un algoritmo e quali sono i suoi compiti. A differenza delle false credenze degli utenti, l’algoritmo non “spia” cosa fanno o vedono le persone sull’app, ma fornisce dei dati in base all’utilizzo di ciascun utente. Ogni parte dell’app – Home, Esplora, Reel e Stories – ha cominciato a utilizzare un proprio algoritmo realizzato in base alle preferenze dell’utente, classificando i contenuti da mostrargli e personalizzando le varie sezioni. Senza un algoritmo che riordini questi contenuti, il sistema di fatto non potrebbe funzionare. Utilizzando Instagram ogni utente manda quelli che la piattaforma definisce “segnali”, ovvero tutte le informazioni circa la sua attività sull’app.
In base a cosa Instagram decide quali contenuti mostrare?
La home e le stories sono i due “luoghi” in cui gli utenti vogliono vedere i contenuti dei loro amici, familiari e tutte le persone a loro più vicine. In queste due sezioni Instagram presenta determinati post in base all’interesse che l’utente dimostra nei confronti del contenuto stesso. Da queste due sezioni, le informazioni più rilevanti che la piattaforma riceve sono quelle sull’attività dell’utente che ha interagito con il post, la popolarità che riesce a raggiungere e le informazioni della persona che ha postato. Successivamente elabora alcune ipotesi sulle probabili interazioni che un utente potrebbe eseguire di fronte a un post.
Le 5 interazioni a cui Instagram dà più importanza sono: il tempo che un utente spende su un post, se un utente lascia un commento o un like, se un post è salvato e se l’utente è così interessato alla persona che ha pubblicato quel contenuto da visualizzare il suo profilo Instagram. Più un utente compie quelle azioni, più vedrà quel post in alto: ecco su cosa si basa l’algoritmo di Instagram.
L’originalità dei contenuti e la costante ricerca del “nuovo” sono concetti che Instagram considera fondamentali, motivo per il quale ultimamente ha cominciato a svantaggiare le Stories ri-postate dalla home. Come descritto, inoltre, nelle linee guida della Community, Instagram combatte la disinformazione e la divulgazione di contenuti che compromettano la sicurezza delle persone. Per questo motivo, tutti gli utenti che non rispettano le regole saranno penalizzati e noteranno una diminuzione della visibilità del loro profilo. Instagram potrebbe, infatti, arrivare a oscurare i loro post o, addirittura, sospendere l’account.
Le sezioni esplora e reel, a differenza della home e delle stories, sono i due luoghi in cui Instagram mostra i nuovi contenuti, derivanti dagli account che l’utente non segue. Per scegliere foto e video da mostrare, Instagram si basa sui like che l’utente lascia, sui salvataggi e sulle foto che commenta, alla ricerca di contenuti di suo interesse. I reel, pensati per intrattenere le persone, permettono anche ai piccoli creatori di raggiungere una grande visibilità.
Unico consiglio: creare contenuti di alta qualità deve essere sempre una priorità, per questo i reel con poca risoluzione, così come quelli che trattano temi politici, sono penalizzati e oscurati da Instagram.
Un altro punto che Instagram riconosce di non aver mai definito con chiarezza è relativo allo Shadow banning. Letteralmente significa “ban ombra” ed è utilizzato per riferirsi a un’azione di moderazione che consente di nascondere un utente da una comunità online. Molto spesso, questo termine è impiegato in modo inappropriato dalle persone per descrivere alcune situazioni spiacevoli che hanno vissuto su Instagram, come per esempio il fatto di ricevere meno like o commenti. Come ha spiegato il team di Instagram, la diminuzione della visibilità di un post non dipende dalla piattaforma, ma dai follower di quell’utente e dalla loro attività, poiché solitamente i contenuti che sono visualizzati sulla home sono meno della metà.
Le promesse di Instagram
Nell’ultimo anno gli utenti delle piattaforme social sono aumentati del 13%, con quasi mezzo miliardo di nuove persone, per un totale di 4,2 miliardi. Mentre il tempo speso sulle piattaforme continua a crescere, attestandosi a 2 ore e 25 minuti al giorno. Motivo per il quale Instagram promette a tutti i suoi affezionati, e ai nuovi arrivati, di essere continuamente al lavoro per aggiornare e risolvere i problemi esistenti sull’app.
I nostri servizi di marketing e social media trasformano idee brillanti ma complesse in soluzioni digitali semplici, rapide e innovative, che proponiamo e progettiamo insieme al cliente per aiutare la sua azienda in modo concreto a raggiungere importanti obiettivi di brand e di mercato.
Grazie al lavoro di team esperti sviluppiamo strategie di comunicazione social e piani editoriali all’avanguardia per i nostri clienti e partner.
Scopri le nostre strategie all’interno di questa pagina dedicata.
[Guarda la versione completa dell’intervista – 26 min]
Mago, illusionista, autore e conduttore televisivo, scrittore, formatore, ingegnere e consulente. Walter, ti andrebbe di raccontarci qual è il minimo comun denominatore tra queste professioni che hai svolto e svolgi nella tua vita?
“Tutto nasce da bambino. Ho iniziato a fare il mago, ma continuo a essere “lucidamente schizofrenico” perché sono nato mago e mi sono evoluto – “involuto” ingegnere. Quindi vivo un po’ confuso, con la bacchetta magica nella mano destra, con la quale inseguo i sogni e un foglio Excel nella mano sinistra, con i quali cerco di realizzarli. Mentre i miei amici giocavano, si divertivano e correvano all’aria aperta, io mi chiudevo in camera, affinché nessuno mi spiasse, per cercare di trovare il segreto per far sparire la moneta nella mia mano.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi e se li conti anche i minuti finché a un certo punto la moneta sparì. Il dono più grande che ho ottenuto non è stato il trucco per far sparire la moneta, ma l’insegnamento che, se insisti e non ti arrendi mai, puoi realizzare l’impossibile. Ecco, questo è il dono più grande che mi abbia fatto la magia e credo sia il filo conduttore di tutto quello che ho fatto perché da quel momento in poi ho inseguito mille vite. Sono andato in america a fare Mago in un casinò, poi sono tornato in Italia e ho iniziato a lavorare in televisione e sono diventato Capo Progetto /autore in RAI.
A unire tutto è stata dunque questa convinzione. La vera difficoltà è capire dove andare, ma poi il metodo si troverà sempre. Se dovessi dare un consiglio, quindi, vi direi: capite prima dove andare. Se avete un impegno profondo con voi stessi e con gli altri dichiaratelo, perché se lo dichiari poi per coerenza cerchi anche di raggiungerlo.
L’impossibile non esiste, ma è fondamentalmente un limite della nostra mente”.
Più volte tu stesso hai affermato che “devi uccidere delle parti di te per costruirne altre”. Come riesci a fare questo? Quando capisci che è arrivato il momento giusto per dar spazio a nuove forme di te stesso? Che cosa succede in quel momento?
“Io credo che si debba prendere coscienza che c’è un’età per tutto. Molte volte noi cerchiamo di rubare anni alla vita e non ci rendiamo conto che, invece, ogni età ha un modo di essere, un modo di fare, un lavoro, una famiglia, delle persone con cui vivere e non c’è niente di sbagliato nel vivere al meglio quello che hai come occasione in quel momento.
Devi renderti conto che magari non tutto può essere per sempre. Ho iniziato a fare il mago da piccolo e quando poi sono diventato capo progetto in RAI, il direttore di RAI 2 mi disse: “Rolfo, adesso devi prendere una decisione, perchè già la gente crede poco ai giornalisti se fanno pure i maghi non ci crede nessuno”.
Lì ho “appeso le carte al chiodo”, perchè c’è un’età per tutto e mi sono reso conto che se a 40 anni avessi fatto il mago come facevo da bambino sarei stato un dissociato. Il problema è vivere un’età che non ti appartiene più. Aver coraggio di cambiare ha una valenza in tutto. Scherzando dico che ho ucciso il mago per poi nascere ingegnere, formatore, conduttore, fondatore di Masters of Magic.
Nella vita personale bisogna avere il coraggio di uccidere il bambino o il ragazzo che c’è in ognuno di noi per diventare uomo, perchè devi prenderti delle responsabilità. Devi avere il coraggio di uccidere rami di business per intraprenderne di nuovi, perché se non prendi tu questa decisione sarà la vita a prenderla per te.
Quando sei al massimo di quello che stai vivendo devi capire che è arrivato il momento di saltare. Se non vivi nel futuro, alla fine il futuro ti riporta con i piedi per terra.
Si chiama “Sindrome del Concorde”. Le cifre che vi dico non sono vere, ma sono solamente degli esempi. Il progetto del Concorde è stato il frutto di una co-produzione franco-britannica. Si trattava di un aereo bellissimo che doveva andare più veloce del suono. Furono spesi 100 milioni di sterline per realizzarlo. Quando è stato costruito si resero conto che faceva troppo rumore e quindi spaccava tutti i vetri delle case vicine agli aeroporti. Allora si pensò di riprogettare i motori con un ulteriore costo di 50 milioni di sterline. Avendone già spesi 100 si decise di andare avanti per un totale di 150 milioni. Dopo aver costruito i nuovi motori si resero conto che il costo per volare era troppo elevato.
L’aereo, essendo stato progettato per avere un numero limitato di posti a bordo, non garantiva un rientro delle spese. Occorreva quindi aggiungere nuovi posti, ma questo comportava la riprogettazione di tutto l’aereo. Ci volevano altri 50 milioni. E poi i freni non andavano bene, ci volevano piste più lunghe. In sintesi, alla fine di tutto fu speso il 400% dell’investimento iniziale fino a quando il Concorde precipitò tragicamente. Ecco, se avessero il coraggio di buttare via i primi 100 milioni non avrebbero speso il 400% in più e avrebbero salvato delle vite.
Molte volte nella vita ci incaponiamo in processi, in attività, in relazioni che sono palesemente fallimentari perché non abbiamo il coraggio di cambiare e di perdere”.
Per noi in Synesthesia i temi dell’inclusione e della centralità delle “persone” costituiscono i pilastri del contesto lavorativo. Secondo te, quanto è importante questo tema nelle realtà aziendali di oggi? Come definiresti la situazione attuale in Italia?
Da ingegnere parto dai numeri. Le aziende che sono realmente inclusive, hanno un fatturato maggiore del 16% rispetto ad aziende simili. L’80% delle persone in Italia è più propensa ad acquistare prodotti di aziende realmente inclusive. Quindi vuol dire che solo 1 su 5 in Italia è insensibile al concetto di inclusività. Dal punto di vista delle performance è oggettivo che essere inclusivi sia un vantaggio. Dal punto di vista delle persone c’è un clima aziendale migliore, attiri di più i talenti. C’è una maggiore proliferazione di idee perché c’è una maggiore creatività.
È oggettivamente un vantaggio essere un’azienda inclusiva. Questo è importante perché se poni delle basi importanti sui numeri è possibile costruire tutto il resto. In realtà, credo che oggi:
per essere un’azienda migliore non si debbano solamente realizzare performance migliori. Ciò che fa la differenza sono le persone da cui essa è formata. Un’azienda è migliore perché è formata da persone migliori.
Le persone migliori sono quelle persone che trattano meglio il cliente, che hanno cura delle altre persone con cui lavorano, che se devono fare una notte in più per creare un progetto che possa essere utile lo fanno volentieri.
C’è una frase molto carina di Groucho Marx che dice: “io non farei mai parte di un circolo che accettasse uno come me tra i soci”. Vuol dire che in questo circolo, che è quello delle persone inclusive, non entrano le persone che in qualche modo non sono inclusive. È un automiglioramento.
Per quanto riguarda l’Italia, è una Nazione con mille sfaccettature e mille variabili. È ovvio che se vai in grandi città e grandi metropoli, dove hai grandi aziende multinazionali con un’attenzione particolare alle persone in quanto tali, è più facile trovare un ambiente maggiormente inclusivo con una migliore gestione delle persone.
L’inclusività ha mille sfaccettature e non è soltanto di razza e di genere, ma è anche, per esempio, accettare che un papà abbia del tempo per curare i figli. Noi banalizziamo un po’ questa idea, pensando solo alla razza e al genere, ma l’inclusione è accettare anche una persona che in quel momento magari non è tanto felice e ha bisogno di un’attenzione in più. L’inclusione è qualcosa di molto più profondo di quanto i media in questo momento stanno raccontando”.
Dare forma alle proprie aspirazioni è un po’ come trasformare l’impossibile in qualcosa di possibile. A tuo avviso “è possibile” pensare a un futuro più inclusivo che valorizzi maggiormente le differenze culturali e di genere?
Credo di sì e credo che sia una “valanga” ormai iniziata, con velocità diverse e non si possa – né sia giusto – fermare. Credo che sia un bisogno. Vedendo le nuove generazioni, ti rendi conto che sia già qualcosa che appartiene a loro più di quanto appartenga a noi. Questo è dato anche dal fatto di avere background diversi. Ho amici che hanno figli e mi dicono che a scuola non c’è più differenza di niente. È tutto molto più libero e meno male che sia così.
Uno dei punti di svolta fondamentali per quanto riguarda il concetto di inclusione fu la scoperta della Luna. Quando l’uomo è arrivato sulla Luna sono cambiate tre cose: una è il concetto di impossibile, perchè prima una simile impresa sembrava impossibile. Da quando Armstrong posò il primo piede sulla Luna nel 1969 si radicò il concetto che nulla fosse impossibile e quindi la differenza si è espressa anche nel modo di parlare. Non si dice più “è impossibile”, ma si dice quando si farà? Nessuno ha il dubbio che andremo su Marte è solo una questione di quando. Nessun ha il dubbio che ci saranno delle nuove tecnologie che cambieranno totalmente il nostro modo di vivere.
Il secondo grande cambiamento riguarda la sostenibilità perché ci si è resi conto che per quanto a noi sembri grande il nostro pianeta, in realtà è un piccolo pallino perso nell’infinito. Per Armstrong la Terra era comeuna barca in mezzo all’oceano, circondata dalle acque dove nessuno può scendere né salire, dove non ci sono altre risorse da prendere e non ci sono risorse da buttare. Tutto quello che c’è è lì e questa è la Terra. Da quel momento in poi sono nati i movimenti ambientalisti in Australia. Abbiamo capito che dovevamo iniziare a far fortuna con quello che avevamo.
Il terzo cambiamento riguarda di più le persone. In quegli anni sui pullman c’erano ancora le zone per persone di colore e per i bianchi. Siamo stati così bravi da andare sulla Luna e, in quegli anni, c’erano ancora delle scuole dove c’erano queste divisioni. Ma cosa siamo veramente? Da lì è poi partita la grande rivoluzione che ha portato Obama, dopo 40 anni, alla presidenza degli Stati Uniti.
Si tratta quindi di una valanga che è partita. I giovani sono parte di questa valanga e la guidano. Questa è una grande fortuna e una speranza per il futuro e se non riusciremo noi che siamo più adulti a fare dell’inclusività, della condivisione, dell’accettare le persone il nostro mantra, avremo sprecato tanta vita e tante battaglie”.
Che cosa manca, a tuo avviso, nella aziende e nella società per evolvere dal punto di vista sociale e culturale?
“Molte aziende fanno “inclusion washing”. Fa “cool” dire che siamo inclusivi, dire che per noi è tutto uguale. Poi, però, non c’è la convinzione profonda di farlo perché non è solo dirlo, ma va poi anche messo in atto con la formazione, con l’atteggiamento, con premi che valorizzino chi realmente lavora nell’inclusione. Ci vuole la convinzione profonda che vada fatto ed evitare l’inclusion washing. Ci vogliono capi, leader che abbiano veramente a cuore l’idea di portare nella propria azienda il credo dell’inclusività. È necessario ascoltare ciò che viene dal basso, dalla base, perché soprattutto i giovani neoassunti saranno un volano importante. Per restare in tema, vi consiglio di vedere il film “Il diritto di contare”, candidato al premio Oscar, con Kevin Costner. Il film racconta la storia vera di Catherine Johnson, la prima donna di colore a entrare in un team della NASA, dove erano tutti uomini e bianchi. È stata trattata malissimo, ghettizzata. Il film racconta che per andare in bagno la Johnson doveva fare un chilometro perché non c’erano bagni per lei nelle vicinanze. Pensa com’è cambiato il mondo e come vivevamo male prima.
C’è una bella scena del film che ci mostra la volontà da parte del capo, interpretato da Kevin Costner, di battersi per una maggiore integrazione abbattendo il cartello con una spranga dove c’era scritto “bagni solo per bianchi”. Quindi ci vogliono convinzioni profonde, ci vuole la volontà di farlo e ci vogliono capi, manager che non lo dicano soltanto, ma credano profondamente che l’inclusione sia importante e che soprattutto abbiano le orecchie aperte perché dalla base, dai giovani, da chi in qualche modo lavora con te, vengono segnali importanti che vanno ascoltati se vuoi veramente cambiare le cose”.
Al TEDx di Trastevere hai detto che “per realizzare l’impossibile bisogna pensare come un mago”. Come ragiona un mago davanti a una simile sfida?
Noi tutti pensiamo che un mago sia un problem solver, uno che risolve problemi impossibili. Un mago, invece, è qualcosa di più perché il fatto che risolva problemi è scontato, ma in realtà un mago è un problem setter: cioè “setta” dei problemi che sembrano impossibili e quindi lui deve prevedere già la soluzione nel preparare il problema. Il prestigiatore crea, dunque, delle premesse false che generano dei problemi apparentemente impossibili. Se io metto una moneta nella mano, la moneta non può sparire. Dov’è la falsa premessa? Che probabilmente la moneta non è nella mano. Oppure che la moneta non sia una moneta, magari la moneta è di ghiaccio e si scioglie. Ma se io ti radico la convinzione che io abbia una moneta vera nella mano in questo istante, ovviamente non può sparire. La falsa premessa quindi ti porta a un problema apparentemente impossibile. Sono tutte false premesse che tu ti dai e, come nel concetto di magia, generano problemi apparentemente impossibili.
Quindi per realizzare l’impossibile devi operare sulle premesse. Le premesse sbagliate sono quelle che mutano il ragionamento. Nel nostro caso quindi per avere aziende più inclusive vanno cambiate le premesse.
Attualmente le premesse con le quali viene veicolato questo discorso sono: se tu non sei inclusivo va molto male. Nel cambiare le premesse tu non devi dire che è male non essere inclusivi, ma devi dimostrare i grandi vantaggi dell’essere inclusivi.
Raccontando questi vantaggi le persone sono più portate a cambiare le premesse. Se io vedo un vantaggio concreto, reale, ovviamente sono più portato ad andare verso quella strada. E quindi visto che alla fine le persone sono motivate da degli obiettivi da raggiungere, da dei vantaggi da ottenere, da delle mete da conquistare, allora diamo degli obiettivi.
Non diciamo solo che è male e sei una brutta persona se non sei inclusivo, diciamo piuttosto perchè sei speciale se invece hai il coraggio di essere inclusivo.
Walter, quali sono gli insegnamenti che ti piacerebbe lasciare alle future generazioni?
“Io credo che l’insegnamento più importante sia aiutare le persone a trovare un sogno. Non esistono sogni giusti e sogni sbagliati. Esistono persone che hanno sogni e persone che non hanno sogni e il vero motivo per cui le persone non realizzano i propri sogni è perché non ne hanno. Ogni volta che io chiedo a qualcuno quali sono i suoi sogni, il 90% delle persone mi risponde con indecisione. Man mano che si cresce si ha sempre meno contezza che si possano realizzare i sogni. Quindi sia per le future sia per le passate generazioni il mio consiglio è createvi sogni continuamente, ispirate sogni nelle persone che amate, regalate sogni alle persone perchè in tantissimi non sono in grado di trovare un proprio sogno. Io poi, da ingegnere, amo chiamare i progetti sogni perché non mi alzerei mai al mattino per realizzare un progetto, ma mi alzo volentieri per inseguire un sogno. Quindi da ingegnere non parlo di sogni come se fossero la manna dal cielo o la pioggia che scende e ti bacia, oppure l’energia che ti guida alla conquista di chissà cosa. No. Io parlo di cose concrete. Createvi dei progetti e una volta trovato un progetto, trovate il modo di realizzarlo. Questa è per me la più grande lezione: trovare qualcosa che ci faccia battere il cuore. Come fare? Scrivete su un foglio mille sogni. Scrivete qualunque cosa, anche la più folle e poi seguite quella che vi accende di più. Questo è il primo grande consiglio che mi permetto di lasciare. La seconda cosa è “martellare come dei fabbri”, cioè il vero segreto per realizzare i propri sogni è non arrendersi mai. La vita è semplice. Va giù e va su per tutti. Non esiste un’unica e costante ascesa verticale verso il successo. Diamo valore ai picchi e facciamo che le valli siano più piatte possibili. La vita deve essere una sinusoide alla quale noi tagliamo la parte bassa. Io mi sono reso conto che tutto quello che ho fatto nella vita, piccolo o grande che sia, deriva da un “martellamento”, del non mollare mai. Quando la vita ti butta giù il segreto è insistere. C’è sempre un modo di realizzare questo sogno. Anche se non lo realizzi, sarai stato sulla strada che porta alla felicità”.
Walter, come ti immagini il futuro nei prossimi 10 anni?
“Sono un ottimista pazzesco. Penso al futuro come un posto meraviglioso.
Sarà casa. Sarà il posto dove stiamo andando. È come se noi stessimo facendo un viaggio verso un luogo dove dovremmo stare. Mi piace pensare che questo luogo debba essere bello. Mi piace pensare che sia un luogo che io contribuisco a creare bello. Sarà il posto dove io vivrò e devo trovare dentro questo tutti i motivi per vivere al meglio.
Il futuro non torna mai indietro, questo è importante. Non siamo mai tornati indietro. Non è mai successo che una volta inventata la macchina siamo tornati a utilizzare la carrozza. Quando è stato inventato l’MP3, non abbiamo più utilizzato la cassetta. Pensare che se il futuro non ci piaccia si possa tornare avanti e indietro è anacronistico, folle e anche stupido. Quindi, noi andremo nel futuro. Ci stiamo andando. Immagino il futuro come un treno che viaggia veloce e tu non puoi scendere a meno che tu non ti faccia molto male. Quindi puoi o starci in piedi scomodo oppure sederti e goderti questo viaggio. Secondo il Financial Times, noi faremo un salto in avanti nei prossimi 10 anni, dal punto di vista della tecnologia, più grande rispetto a quello che è stato fatto dalla prima rivoluzione industriale fino a oggi. Perciò, dal punto di vista del nostro modo di vivere dobbiamo essere pronti a cambiare, godere del fatto che stiamo vivendo in un’epoca straordinaria e piena di sorprese. Non dire “questa cosa mi spaventa” perché non c’è più tempo, non è più un futuro è un adattamento continuo. C’è un aneddoto bello raccontato da McLuhan, il più grande massmediologo del secolo scorso che racconta di due giovani pesciolini che nuotano. A un certo punto si avvicina un pesce più grande che si rivolge a loro chiedendo come fosse l’acqua dentro la quale nuotavano. I due pesciolini stupiti non avevano più la percezione del contesto. Chi è giovane non ha la percezione che le cose cambino. Anche perché va tutto così veloce. Il futuro va veloce e per me è un posto meraviglioso. Per noi che dobbiamo andarci, ritengo che per quanto dobbiamo avere a che fare con l’intelligenza artificiale non sarà un sostituirsi all’uomo, ma un collaborare con l’uomo. Le emozioni saranno quanto mai importanti perché in un futuro, tutto quello che non farà battere il cuore ai nostri clienti o alle persone con le quali collaboriamo sarà una commodity e le commodity si comprano su Amazon. Quindi,
qualunque lavoro voi facciate, qualunque sia la vostra vita, la vostra attività, chiedetevi che cosa potete fare voi oggi che non potrà fare una macchina domani, in questa risposta c’è il nostro futuro”.
Walter grazie, grazie per aver partecipato a questa nostra festa!
Grazie a te, grazie a voi. È stato un piacere essere qui a parlare di futuro, di persone e di impossibile.
Non hai tempo di vedere o di leggere l’intervista a Walter Rolfo? Nessun problema, c’è la versione podcast!
Ascolta “People and inclusion / Walter Rolfo [giugno 2021]” su Spreaker.Per conoscere le nostre soluzioni, scrivici. Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
Il video diffuso dalla multinazionale di Cupertino lo scorso 26 aprile 2021 spiega come, grazie al nuovo sistema operativo di iOS, sarà direttamente l’utente a decidere quando consentire alle app di collezionare i dati per creare un profilo personale e un’identità digitale.
Se questo ha scatenato qualche flashback proveniente da Matrix, l’immagine mentale è voluta.“What is the Matrix? The Matrix is a computer-generated dream, built to keep us under control. In order to change the human being into this” (immaginate i vostri dati personali al posto della pila) – Morpheus che si rivolge a NEO all’inizio di Matrix.
Facebook sta cercando le misure da adottare nel momento in cui Apple consentirà ai suoi utenti di negare il consenso per la pubblicità targetizzata. Molte compagnie, come il noto social network si difendono, affermando che il targeting ADS rende migliore l’esperienza degli utenti sulle applicazioni. Apple, invece, su questo tema si schiera apertamente contro l’azienda rivale: una vera e propria “guerra fredda” tra le due multinazionali, come si può intuire anche dalle continue dichiarazioni rilasciate dai rispettivi CEO.
Come si è arrivati a questa situazione?
Prima del 2011, il rapporto tra Steve Jobs e Mark Zuckerberg era quasi “idilliaco”: incontri privati raccontati in libri e biografie e un legame simile a quello condiviso tra Obi Wan Kenobi e Anakin Skywalker.
Facebook era una piattaforma già usata da milioni di persone e Apple sviluppò il device che consentì la fruizione della piattaforma nel miglior modo possibile. Il 2011 fu l’anno di svolta: Tim Cook prese il posto di Jobs dopo che questi fu costretto a lasciare la guida di Apple per motivi di salute. Il nuovo CEO adottò immediatamente una direzione diversa per l’azienda, più incline alla protezione dei dati personali.
A livello aziendale, il rapporto tra le due Big Tech si raffreddò nel 2012 quando “Zuck” decise di creare, insieme a HTC e AT&T, il suo telefono, l’HTC First, con un sistema operativo differente e un proprio servizio di messaggistica istantanea. Il progetto naufragò nel 2013 ma la vicenda conteneva già in sé i punti di futuro contrasto tra le aziende.
Gli avvenimenti politici della seconda parte del decennio furono influenzati pesantemente dalle campagne di comunicazione organizzate da gruppi di influenza sulle piattaforme social. Il caso di Cambridge Analytica, scoppiato all’inizio del 2018, è stato emblematico: l’azienda britannica aveva raccolto i dati personali di 87 milioni di account Facebook senza il loro consenso e li aveva usati per scopi di propaganda politica.
A metà marzo 2018 il New York Times fornì le prove della raccolta non autorizzata delle informazioni, mentre il The Guardian scoprì che Facebook era a conoscenza delle attività illecite del gruppo da almeno due anni, ma non aveva fatto niente per proteggere i dati dei suoi utenti.
Non è tutto: Tim Cook fu ospite dell’emittente MSNBC nei giorni in cui Zuckerberg venne convocato dal Senato USA per rispondere alle accuse di non aver impedito la manipolazione dei dati personali sulle sue piattaforme. Alla domanda su come si sarebbe comportato lui di fronte alla Commissione, Cook dichiarò: “Io non mi sarei mai trovato in quella situazione: la privacy è un diritto costituzionale degli USA, un diritto umano”. Tim Cook decise così di fare della privacy una colonna portante del business model di Apple. In larga parte la decisione fu presa tenendo in considerazione il trend del momento.
Ogni anno, Apple organizza la Worldwide Developers Conference: un evento in cui sono presentati i prodotti in uscita per l’anno successivo. Nel 2018 Tim Cook presentò un’estensione per Safari che bloccava i cookies di tracciamento. Quale fu il portale usato come esempio per promuovere questa nuova feature? Instagram, mettendo così Facebook in disparte.
Nel 2019, in occasione della conferenza annuale organizzata dalla banca d’investimento Allen&Company a Sun Valley, in Idaho, e riservata a mogul delle aziende tech e media, si consumò la deriva finale.
Da quanto emerso di recente Mark Zuckerberg provò a “sporgere un ramoscello d’ulivo” a Tim Cook chiedendo come lui avrebbe affrontato le conseguenze del caso Analytica.
Tim, gelido, rispose che si sarebbero dovute cancellare tutte le informazioni collezionate con le piattaforme di Facebook nel corso degli anni. In pratica, Cook, di fronte al gotha della Silicon Valley, disse a Zuckerberg che il suo business model era “tossico”. E l’offerta di pace fu rispedita al mittente.
A questo punto “Zuck” perse definitivamente la pazienza, dichiarò che Facebook avrebbe sviluppato una piattaforma per tutti, senza necessità di sborsare migliaia di dollari.
Apple, paladina della protezione dei dati personali?
Anche da parte del colosso di Menlo Park la strategia di comunicazione si divise tra critiche personali rivolte a Tim Cook e valutazioni sull’operato della multinazionale concorrente.
Facebook iniziò a diramare migliaia di annunci su come, in tutto il mondo, ci fossero imprese che avevano prosperato grazie alle attività sulle piattaforme social e in particolare attraverso la funzione di pubblicità target.
Può risultare credibile che Facebook si erga a paladino di piccole medie imprese? Il controsenso può trovare consistenza nei dati e nel giro d’affari prodotto nell’ultimo anno, in cui migliaia di imprese effettivamente si sono rese conto dell’importanza della pubblicità sui canali digitali e, convertendo la business organization, hanno potuto sopravvivere.
La migliore freccia nella faretra di Facebook però risiede tuttora nell’ipocrisia di Apple. L’azienda di Cupertino, infatti, vende in Cina ogni anno centinaia di milioni di dispositivi, realizzando utili considerevoli. Non solo, assembla nel Paese asiatico la maggior parte dei device e soprattutto condivide con il governo locale tutti i dati che transitano nei server e sui dispositivi, incluso l’App Store.
Al contrario di altre compagnie (Google Search, per esempio) che hanno rinunciato a condividere le informazioni, Apple ha deciso di affidare il trattamento dei dati personali degli utenti cinesi a Guizhou-Cloud Big Data, una compagnia di proprietà del Governo cinese.
Un altro argomento che spesso viene portato all’attenzione dai detrattori di Apple è che Siri funziona con il motore di ricerca di Google, la cui politica sui dati personali è tanto invasiva quanto quella di Facebook (se non di più) .
Sebbene i temi sollevati siano di primaria importanza, senza ombra di dubbio è l’azienda di Menlo Park che sta accusando i colpi inferti dalla concorrenza.
In fin dei conti, per l’utente delle piattaforme digitali è semplice sposare i temi sollevati da Apple (privacy è buona cosa), sebbene purtroppo sia altrettanto facile chiudere più di un occhio sul rispetto dei diritti umani in altri contesti del globo.
Gli argomenti fatti emergere da Facebook sono percepiti come frammentati e raggiungono gli utenti più tardi rispetto al messaggio lanciato dall’azienda di Cupertino.
In conclusione: il paradosso della privacy
Ma quanto interessa davvero l’argomento alle multinazionali? Forse l’unica risposta è “nella misura in cui possono trarne un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza”.
Apple sta capitalizzando sulla tensione costruita negli ultimi anni e ha “stravinto” questo round. Facebook deve trovare un altro modo per risalire la china (una china che ha prodotto 27 miliardi di dollari di ricavi nell’ultimo quadrimestre).
Perché non siamo più nel panorama del 2011? Per amore della competizione insita nella Silicon Valley dove se non stai crescendo stai recedendo. La competizione tra CEO è l’unica regola tra chi vive quella situazione: l’economia americana è fondata sull’assunto “Go big or go home”.
Seguendo questo ragionamento possiamo dedurre che l’immagine pubblica di Zuckerberg sia in declino, offuscata dalla diatriba con Tim Cook e dall’ascesa di altri personaggi nel mondo Tech che ne stanno appannando la dimensione pubblica.
Quando lasciamo alle corporazioni il compito di tutelare i nostri diritti va a finire male. Quali saranno i prossimi campi di battaglia? Possiamo ipotizzare: messaggistica istantanea, piattaforme di gaming, podcast e soprattutto realtà aumentata e virtuale.
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