Euroskills 2021: le olimpiadi delle professioni  

Dopo due anni di rinvii a causa della pandemia, finalmente il momento è arrivato. L’intera area parco dello Schwarzl Leisure Centre riunirà all’interno dello Skill Village 400 lavoratori qualificati, rappresentanti di tutti i mestieri del mondo, che si sfideranno in una sorta di “Olimpiadi delle professioni” per dimostrare chi è il migliore nel proprio campo di specializzazione. Nei tre giorni di evento sarà chiesto ai partecipanti di preparare alcuni moduli per aggiudicarsi una delle ambite medaglie. Il 26 settembre, infine, la manifestazione si concluderà con la premiazione dei progetti migliori e la cerimonia di chiusura. Nell’edizione di quest’anno saranno rappresentate 48 professioni, di cui 10 “presentation skills”, ovvero quei mestieri particolari o ancora da testare che potranno essere inseriti, successivamente, tra le competizioni effettive. Un ottimo trampolino di lancio per tutte quelle professioni ancora poco conosciute.

Non si tratta solo di una competizione fine a sé stessa, ma c’è molto di più: ciò che caratterizza l’evento è sicuramente lo spirito europeo e di condivisione che si respira nel villaggio. Infatti, il vero obiettivo di Euroskills è raccogliere le competenze di tutta Europa e condividere differenti modi di lavorare per arricchire la qualità dei mestieri rappresentati. L’idea che è alla base è aprire una finestra di incontro tra i vari paesi, per permettere la conoscenza di alcune competenze, come quelle in campo tecnologico, ancora sconosciute in alcuni paesi in via di sviluppo.

Per partecipare alla diretta streaming della cerimonia di apertura dell’evento (ore 19:00) clicca qui.

Marco Mazzaglia in rappresentanza di ITS e della delegazione italiana 

Ad aumentare il prestigio dell’evento si aggiunge la presenza di numerosi esperti chiamati a giudicare i lavori dei partecipanti. Tra questi, degna di nota sarà anche la partecipazione di Marco Mazzaglia di Synesthesia che, in qualità di docente di architettura software per il web e per il mobile presso ITS e di “Game Design e Gamification” il Politecnico di Torino, è stato chiamato da ITS e dalla delegazione italiana per entrare nel team di esperti di Web Development. In particolare si occuperà della parte di sistemi, cioè tutto ciò che riguarda la configurazione dei server e i computer che servono per far funzionare le applicazioni web dalle più complesse alla più “normali”.

Per Marco Mazzaglia si tratta del primo anno di partecipazione. Per far parte di questo team di esperti ha seguito i corsi di formazione previsti dal regolamento e sostenuto e superato le prove durante i mesi di giugno e settembre. 

Come Synesthesia siamo molto orgogliosi di questa nuova impresa di Marco. Negli anni ha sempre rappresentato in modo eccellente in Italia e all’estero quello che noi chiamiamo “spirito synesthesico”. La capacità di mettere passione, competenze ed empatia in tutto quello che facciamo. 

Synesthesia si occupa anche di formazione con la sua Academy

Synesthesia Academy è una “scuola” specializzata nell’erogazione di corsi in ambito digitale. L’offerta formativa mette a disposizione delle aziende, della formazione terziaria professionalizzante, delle agenzie formative e delle scuole, un ricco catalogo di corsi frutto delle competenze acquisite nel corso di anni di esperienza. I corsi prevedono l’introduzione di metodologie didattiche innovative e hanno l’obiettivo di accrescere le competenze di studenti e collaboratori. Scopri i nostri corsi. 

Quest’anno festeggiamo 10 anni e  sin dalla nostra nascita abbiamo sempre prestato molta attenzione al miglioramento costante e continuo della qualità dei servizi offerti ai nostri clienti e partner. Negli ultimi anni di attività, nonostante la pandemia covid-19, siamo cresciuti molto rapidamente e oggi la nostra realtà è formata da oltre 100 professionisti appassionati in Italia e all’estero. Siamo passati dall’essere una piccola azienda, nata da un’idea innovativa, alla realtà dinamica, solida e distribuita (grazie anche allo smart working) che rappresentiamo oggi. 

Per guidare nel migliore dei modi questo processo di crescita, abbiamo deciso di strutturarci meglio consolidando il nostro sistema di gestione. Lo scorso 3 agosto abbiamo ottenuto le certificazioni che attestano che il nostro sistema di gestione è conforme alle norme internazionali ISO 9001:2015 Sistema di gestione per la qualità e ISO/IEC 27001:2013 Sistema di gestione per la sicurezza delle informazioni per le attività di sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti e servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

Le certificazioni sono state rilasciate dall’ente di certificazione Associazione Svizzera per Sistemi di Qualità e di Management (SQS) partner di IQNET Association – The International Certification Network.

Come racconta Felice Di Luca (Responsabile del sistema integrato di gestione di Synesthesia), le radici di questa certificazione arrivano da molto lontano: 

“Da oltre 25 anni ho avuto a che fare con i sistemi di gestione aziendale. Entrando in Synesthesia ho subito notato come molti processi fossero già ben strutturati. Il mio lavoro è stato quello di armonizzarli all’interno di un unico sistema di gestione. Chiaramente questi risultati rappresentano solamente il punto di partenza. Il nostro obiettivo è il miglioramento continuativo”. 

Il raggiungimento di questo traguardo rappresenta per Synesthesia un presupposto importante per far fronte ai continui e rapidi cambiamenti che caratterizzano il mercato. Una scelta necessaria. Come racconta Riccardo Recalchi (CEO di Synesthesia):

“Le certificazioni sono un ulteriore passo avanti per Synesthesia: la crescita molto veloce degli ultimi anni ci ha imposto uno sforzo organizzativo importante, una continua revisione dei processi per sostenere il nostro business. Lavorando alla certificazione abbiamo “messo a terra” il lavoro fatto e questo ci permetterà di operare in modo strutturato per migliorare continuamente la nostra organizzazione, con l’obiettivo di essere sempre più produttivi e di rispondere velocemente ai cambiamenti del mercato, supportare al meglio il percorso di crescita che abbiamo impostato nel nostro piano triennale”.

Siamo molto orgogliosi dei risultati finora ottenuti. Grazie a questo traguardo siamo pronti a guardare al prossimo futuro con una prospettiva ancora più ampia: continueremo a far crescere ulteriormente i nostri standard di qualità. I presupposti ci sono tutti. Noi siamo pronti.

We Are Synesthesia!

Le certificazioni sono disponibili seguendo questo link.

Vuoi saperne di più su quello che facciamo? Visita la nostra area dedicata alle soluzioni Web, App, e-commerce.

L’evento: tante conferme e un’interessante sorpresa: molte cose previste e qualche sorpresa interessante

Se ne parlava ormai da settimane: per l’evento del 14 settembre erano attesi quattro nuovi iPhone 13 e la settima generazione di Apple Watch, ma Apple ha spiazzato tutti i pronostici della vigilia presentando anche l’iPad di ultima generazione e iPad Mini 6.  Più prodotti di quanti ne fossero attesi, dunque. Un vero effetto a sorpresa per tutti gli appassionati del mondo Apple che hanno seguito con attenzione l’evento in streaming. 

Semplicità del design, forme più arrotondate e sottili, processori più performanti, fotocamere con standard elevatissimi, attenzione ai dettagli. Scopriamo insieme la nuova linea dei prodotti Apple per il mondo mobile. 

Le quattro versioni dell’iPhone 13

Il dispositivo più atteso dell’evento è stato certamente l’iPhone 13. La presentazione del nuovo smartphone ha confermato tutte le indiscrezioni che nei giorni precedenti erano circolate. Come è accaduto per versioni precedenti, anche la nuova generazione di iPhone prevede 4 configurazioni: oltre a quella tradizionale (con schermo da 6,1″), troviamo una versione Mini (da 5,7″), un iPhone 13 Pro (con batteria maggiorata del 20% e una Gpu 5-core aggiuntiva) e un Pro Max che, oltre a essere più potente, unisce lo schermo da 6,7″. Il nuovo dispositivo porta con sé ulteriori miglioramenti anche per quanto riguarda le fotocamere, con standard innalzato fino a 12 megapixel e sensori da f/1,6 (grandangolare e f/2,4) che consentono di catturare più luce. Per quanto riguarda il design, il nuovo iPhone 13 è molto simile a quello del 2020, con il notch (una parte dello schermo che ospita la fotocamera frontale e Face ID) più piccolo del 20%.

“L’iPhone più “pro” di sempre

“Questo è l’iPhone più ‘pro’ di sempre”, con queste parole Tim Cook ha presentato le due versioni di punta di iPhone, il 13 e il 13 Pro Max. 

Le evoluzioni introdotte sono tante. I nuovi modelli hanno un sistema di camere molto più evoluto e presentano una batteria che ha una durata maggiore. Le tre fotocamere posteriori (un teleobiettivo, una ultra-grandangolare e una grandangolare) sono state ottimizzate per il funzionamento con iOS 15 e sono basate sul nuovo processore ISP del chip A15 Bionic. Anche per quanto riguarda questo modello è presente una tecnologia di stabilizzazione evoluta delle immagini, mentre per quanto riguarda lo scatto notturno la funzionalità è stata estesa su tutte le lenti. Tra le tante novità presenti nel nuovo modello, degna di nota sono i miglioramenti per quanto riguarda la fotografia macro: il nuovo sensore ultra-angolare può scattare foto con distanza focale ravvicinata. 

In arrivo ci sono anche gli stili fotografici, che consentono agli utenti di portare su ogni immagine le proprie preferenze, applicando così alle diverse parti della foto le stesse regolazioni. L’altra importante novità si chiama ProRes, cioè un codec video professionale che offre una maggiore fedeltà cromatica con una compressione minore. 

Novità anche per quanto riguarda il display che è un Super Retina XDR con tecnologia ProMotion: per la prima volta su iPhone questa tecnologia permette un aggiornamento dello schermo dai 10Hz fino ai 120Hz per immagini e scroll sempre più fluidi nel rispetto della batteria. 

Tutti i prodotti saranno disponibili dal 24. I colori sono quattro: grafite, oro, argento e Azzurro Sierra. In Italia l’iPhone 13 Pro ha un prezzo di partenza di 1.189 euro mentre il prezzo dell’iPhone 13 Pro Max parte da 1.289 euro.

Non solo iPhone 13

Oltre ai quattro modelli di iPhone hanno fatto la loro apparizione a sorpresa anche il nuovo iPad e l’iPad Mini 6 che non erano pronosticati nelle anticipazioni della vigilia.

Il nuovo iPad

Il nuovo iPad di nona generazione è quello più economico. Ha un chip A13 Bionic con Neural Engine e stando alle previsioni sarebbe più veloce del 20% rispetto alla sua versione precedente. Miglioramenti in vista sono previsti anche per quanto riguarda l’apparato fotografico (sia posteriore che anteriore) grazie a una fotografia ultra-grandangolare da 12 megapixel. Grazie a questi miglioramenti sarà possibile usufruire della funzionalità Center Stage (già presente su iPad Pro). Questa funzione durante le videochiamate consente di mantenere sempre chi sta parlando (che sia una persona o un gruppo) al centro dell’inquadratura. Il nuovo iPad ha un display True Tone da 10,2” di tipo Retina e arriverà con il nuovo sistema operativo iPad OS 15. Sarà disponibile dal 24 settembre nelle versioni grigio siderale e argento. Gli iPad supporteranno anche la Apple pencil.

Prezzo di partenza 389 euro (nella versione wi-fi), mentre il modello da 64 giga con connettività cellulare ha un costo di 529 euro.

L’iPad Mini 6

Non solo l’iPad tradizionale, ma anche la nuova generazione di pratici iPad Mini, forse la vera notivtà di questo evento La nuova versione sarà ben dieci volte più veloce del suo predecessore e avrà una batteria molto più performante. Il suo display Liquid Retina da 8,3” è in grado di garantire una luminosità da 500 nits e il design sarà molto simile a quello dell’iPhone (con bordi molto sottili e angoli smussati). 

Gli iPad Mini manterranno l’amato TouchID incastonato nel tasto sul lato superiore per il riconoscimento biometrico sul tasto di accensione (come per l’iPad Air). La sua fotocamera posteriore è da 12 megapixel con apertura f/1,8, tecnologia Focus Pixels, smart hdr, video 4k e true tone flash. Sono disponibili ben 4 colori (rosa, galassia, viola, grigio siderale). IPad Mini è un device tutto nuovo che si va a inserire in modo più deciso tra iPad e iPhone come device di riferimento soprattutto per i professionisti, che vedono comparire finalmente anche l’abilitazione per la Apple pencil di II generazione. 

Il prezzo di partenza in Italia è di 559 euro (per quanto riguarda il modello Wi-fi) e 729 euro (per quello con connettività cellulare). Entrambi i modelli saranno disponibili dal 24 settembre.

Apple Watch 7

Come già avevano annunciato i rumors, il design dei nuovi Apple Watch Series 7 non è stato rivoluzionato. Tutte le novità più significative riguardano il display (di tipo retina), in grado di contenere il 50% di testo in più rispetto alla passata generazione. La cornice più sottile arriva fino a 1,7 mm per massimizzare l’area dedicata allo schermo. I pulsanti virtuali sono più grandi e il display offre il 70% in più di luminosità in always-on. 

La batteria dura 18 ore e carica il 30% più velocemente tramite usb type-c. Durante la cerimonia di presentazione sono state citate le versioni Hermes e Nike. Al momento non vi sono informazioni sulla disponibilità e sui prezzi in Italia. Quello che sappiamo, però, è che negli Stati Uniti i prezzi partono da 399 dollari.

Ogni giorno, Synesthesia, grazie al lavoro di team esperti sviluppa applicazioni all’avanguardia per i propri clienti e per i propri partner. Scopri le nostre Creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata.

Immagini fonte: Apple.

L’evento Wibo per l’“Italian Tech Week 2021”: le novità 

Per l’edizione di quest’anno i suoi organizzatori hanno scelto Wibo come partner tecnologico che, per dare la possibilità al grande pubblico di partecipare all’evento, ha messo in palio 20 biglietti: 10 per il 23 settembre e 10 per il 24 settembre, quando sarà presente come ospite speciale Elon Musk. Le richieste di partecipazione sono state molto numerose. La conferenza, accessibile esclusivamente su invito è stata riservata principalmente a un’audience di professionisti del settore, per un totale di 500 posti. 

Per l’assegnazione dei biglietti, dunque, la modalità scelta è stata quella del quiz: 16 domande in totale, divise in due momenti di gioco, 4 opzioni di risposta, il tutto a tema “Elon Musk”. Una modalità meritocratica di assegnazione dei biglietti, che ha premiato coloro che nei giorni precedenti al 9 settembre hanno seguito con attenzione i contenuti pubblicati sulla pagina IG e sito di Italian Tech e su La Repubblica. Le risposte alle domande erano, infatti, nascoste tra le pillole della serie online “Essere Elon Musk”, scritta da Pier Luigi Pisa.

A presentare l’evento di assegnazione dei biglietti c’era Riccardo Luna, noto volto di La Repubblica e tra i più influenti giornalisti tech italiani, che per una sera si è trasformato in conduttore del quiz, commentando le domande e premiando i vincitori.

I risultati 

L’evento è stato un successo ee aspettative sono state ampiamente raggiunte. Il format è riuscito a creare un elevato livello di engagement per tutta la durata del quiz. Come racconta Tommaso Seita (co-founder & CEO di Wibo):

“Siamo felici che Wibo sia stato scelto dagli organizzatori dell’Italian Tech Week per dar la possibilità alla loro community di vincere i biglietti dell’evento. Un grazie particolare va a tutto il team di Wibo che ha lavorato durante l’evento per garantire il successo dello spettacolo e a Riccardo Luna per aver presentato il quiz”

Synesthesia e Wibo collaborano per trasformare eventi corporate in esperienze interattive uniche. Per saperne di più contattaci.

L’utilizzo di TikTok per le aziende: i dati  

Da tempo, per incrementare il proprio business attraverso il web, le aziende pianificano strategie di marketing su piattaforme come LinkedIn e Facebook. Queste piattaforme, infatti, permettono alle imprese di trovare nuovi potenziali clienti, ma sono utili anche per affermare la propria identità e per pubblicare annunci di lavoro.

Ora a competere con questi due social c’è TikTok e i suoi numeri parlano chiaro. Secondo il rapporto Digital 2020, condotto da Hootsuite e We Are Social, l’app cinese, in soli 12 mesi, ha raggiunto oltre 800 milioni di utenti. Ecco il motivo per cui il TikTok Marketing è diventata la materia del momento e sempre più aziende (soprattutto rivolte a un pubblico giovanile) stanno approdando su questa piattaforma.  

Come funziona l’app?

Anche su TikTok, come nella maggior parte dei social media, gli utenti possono mettere like, commentare e cercare contenuti per argomento. Per la creazione dei video, il social mette a disposizione molti strumenti come i filtri AR, gli effetti visivi, la musica e suoni per il doppiaggio o per il karaoke. L’app si fonda principalmente sul cosiddetto User Generated Content (UGC), ovvero i contenuti sono generati dagli stessi utenti della piattaforma. Un’altra caratteristica fondamentale di TikTok è il Lip-Sync che, in fase di registrazione, permette all’utente di sincronizzare il movimento delle sue labbra con la colonna sonora di un video musicale, canzone o qualsiasi altra traccia audio.

Quasi tutti i contenuti di TikTok sono stati pensati per intrattenere, ma di recente sono stati inseriti anche dei canali informativi, come la sezione dedicata al Covid-19 o quella di “TikTok for Good”, creata appositamente per spronare i giovani a sostenere una buona causa. L’ecosistema dell’app, dunque, sta aprendo le porte ai brand, introducendo alcune importanti novità. Ora, infatti, è possibile effettuare campagne pubblicitarie e includere i link nelle biografie, due azioni che fino a poco tempo fa non erano disponibili, ma che sono fondamentali per trasformare un potenziale cliente in un cliente reale. Un’altra importante novità, ancora in fase di sperimentazione, è il pulsante “shop now”, una piattaforma di e-commerce del social stesso.  

Occorre, però, fare attenzione a non esagerare con la pubblicità: gli utenti di Tik Tok si aspettano contenuti unici e originali. Se un video è percepito come pubblicità sarà ignorato, motivo per il quale alcune aziende sono scettiche nei confronti di questa novità. Ma a tal proposito, TikTok offre la possibilità di pubblicizzare il proprio brand con iniziative alternative, in modo da creare interazione con gli utenti. Una è la Branded Hashtag Challenge, che “sfida” gli utenti a creare i loro video utilizzando un hashtag (riconducibile al brand); mentre i Branded Stricker permettono agli utenti di utilizzare, appunto, sticker “brandizzati” nei contenuti da loro creati. 

I Case Study più originali di marketing su TikTok

La sezione dell’app che mostra le idee e le soluzioni di marketing più creative dei brand è TikTok for Business. Si tratta di una piattaforma dedicata specificamente alle aziende dove si possono trovare soluzioni specifiche e creative per il marketing. Dal suo lancio (giugno 2020) questa funzionalità è oggi disponibile in oltre 150 paesi e in 75 lingue diverse. La campagna “You’re On” lanciata da Ray Ban è solo uno dei numerosi esempi di aziende che hanno utilizzato con successo questo strumento. Il celebre brand di occhiali ha fatto ricorso a una soluzione di Gamified Branded Effect con l’utilizzo della realtà virtuale. Gli utenti potevano, quindi, realizzare contenuti divertenti e di intrattenimento “indossando” gli occhiali da sole Ray Ban. 

È evidente l’effetto di “promozione” dei prodotti stessi dell’azienda e l’incremento di popolarità soprattutto tra i più giovani che costituiscono la parte principale degli utenti del social network (il 41% degli utenti ha meno di 24 anni).

Perché scegliere il TikTok marketing

Sono, dunque, moltissimi i vantaggi e le soluzioni pensate per le aziende da TikTok, “luogo” ancora poco esplorato “sul fronte business” e per questo vantaggioso. Uno degli aspetti principali che le aziende dovrebbero tenere in considerazione consiste proprio nella tipologia di pubblico che possono intercettare con il marketing su TikTok: i giovani compresi tra i 16 e i 24 anni, la cosiddetta Generazione Z, sono gli utenti principali del social network e rappresentano la generazione che avrà il maggiore potere di acquisto nei prossimi dieci anni. 

Un’altra caratteristica vantaggiosa di creare campagne pubblicitarie su TikTok consiste nel fatto che si tratta di una “terra ancora in parte inesplorata”. È, infatti, possibile creare campagne di marketing senza dover (per ora) fare i conti con una concorrenza “spietata”. Lo spazio pubblicitario disponibile sul social network è ancora abbastanza “libero” e rappresenta una possibilità di crescita interessante per le aziende più intraprendenti e pronte a esplorare nuovi “terreni” di sviluppo.


Vuoi saperne di più su come poter utilizzare i social media per far crescere in modo efficace la tua attività? Synesthesia elabora soluzioni di marketing e social media customizzate sulla base delle necessità del cliente con l’obiettivo di supportare la sua attività nel raggiungimento di concreti risultati di crescita sul mercato globale. Scopri le nostre strategie all’interno della pagina dedicata o chiedi ai nostri esperti.

Da dove proviene lo schwa e come si pronuncia?

Lo schwa, corrispondente al simbolo Ə, fino a oggi non era un carattere molto utilizzato nelle lingue europee. I linguisti di tutto il mondo, però, ne hanno sempre fatto ampio ricorso per descrivere alcuni suoni specifici presenti nelle singole parole delle lingue nazionali.  È indicata dai linguisti con il simbolo /ə/. L’attuale diffusione di questo carattere è dovuta alla necessità di rendere i termini che usiamo per comunicare più rispettosi dei valori dell’inclusività e della parità di genere. Per questa ragione si è sentita la necessità di abolire la predominanza dell’utilizzo del genere maschile con riferimento ai plurali di sostantivi e aggettivi riferiti a gruppi di soggetti misti. Nell’alfabeto fonetico internazionale lo schwa è utilizzato per identificare correttamente la pronuncia di alcune parole anche molto diffuse. Per fare un esempio, lo Ə corrisponde al suono della “u” nella parola inglese survive o ancora alla “a” di “about”. Nella lingua inglese, infatti, quasi tutte le vocali hanno un suono che corrisponde a quello dello schwa. Ma ci sono anche altri esempi di utilizzo dello schwa che riguardano alcuni dialetti locali: quelli parlati in centro Italia, per esempio, per cui “bello” diventa “bellƏ” con l’ultima vocale che è quasi aspirata, non pronunciata. Le origini dello schwa risalgono alla lingua ebraica diffusa nel Medioevo. Sulla storia del significato ci sono versioni differenti: alcuni ritengono che l’etimologia risalga alla parola ebraica “shav” che significa niente, altri che sia legata al concetto di “uguale”, “pari”. Oggi lo schwa nella lingua ebraica è utilizzato per identificare i due puntini posti sotto una consonante che indicano una vocale brevissima che quasi non è pronunciata. 

Le ragioni della scelta linguistica “inclusiva”

I linguisti hanno individuato diverse opzioni per ovviare alla questione dei plurali maschili riferiti a gruppi misti di persone. Le proposte principali riguardano l’impiego dell’asterisco, che però presenta evidenti difficoltà di lettura (è infatti impossibile attribuire un suono a questo carattere grafico), l’utilizzo della vocale “u” o della lettera “x” al fondo delle parole per cui l’aggettivo “belli” riferito a un gruppo misto diventerebbe rispettivamente “bellu” o “bellx”.

Ma quali sono le ragioni a favore dello schwa per rendere più inclusiva (e meno legata all’utilizzo predominante del genere maschile) anche la lingua italiana scritta e parlata? Uno dei temi a favore dell’impiego della Ə è stato la sua somiglianza grafica a una forma intermedia tra la “a” e la “o”, vocali che tradizionalmente identificano il genere femminile e maschile. La celebre linguista Vera Gheno ha affermato che lo schwa ha un suono intermedio, a differenza della “u”, per esempio, che in alcuni dialetti locali identifica il genere maschile. “Le sperimentazioni non mi spaventano”, afferma la Gheno in un’intervista per la rivista online MicroMega, “ho iniziato a studiare le soluzioni che erano già in uso come l’asterisco, la chiocciola, la x ecc… che hanno tutte un forte limite: si possono scrivere, ma non si possono pronunciare. Da qui l’idea di iniziare a sperimentare lo schwa”. Michela Murgia, nota scrittrice italiana, è stata pioniera in questo ambito, distinguendosi come una delle prime autrici a scrivere un articolo con ampio uso di questo carattere. 

Ma perché proprio lo schwa?

Per risalire alle origini della proposta dell’uso dello Ə, occorre tornare indietro di alcuni anni, ad aprile del 2015, quando Luca Boschetto, attivista e appassionato di temi riguardanti l’inclusività di genere e linguistica, ha dato vita al progetto “Italiano Inclusivo”. Il sito contiene preziosi spunti di riflessione riguardanti proprio i motivi a sostegno dell’uso dello schwa nella lingua.

Luca Boschetto aveva già evidenziato alcuni elementi, ripresi poi successivamente anche dalla stessa Gheno, tra cui la somiglianza dello Ə tanto alla “a” quanto alla “o” e la sua pronunciabilità (a differenza dell’asterisco, per esempio, che è scrivibile ma non pronunciabile). Su “Italiano Inclusivo”, inoltre, si legge anche la proposta di utilizzare un altro segno, la schwa lunga, /з/, per i plurali, circoscrivendo così l’utilizzo di quella breve ai soli sostantivi singolari che indicano soggetti che non si riconoscono in uno dei due sessi storicamente esistenti, maschile e femminile.

Le risposte del mondo digitale

Con il diffondersi progressivo dell’utilizzo dello Ə è emersa immediatamente la necessità di consentire agli utenti di utilizzare questo carattere sui dispositivi usati quotidianamente per scrivere. Nonostante a prima vista sembri difficile da trovare, esistono diversi modi per inserire lo Ə a seconda del sistema operativo che si utilizza. Microsoft è stata tra i primi ad attivarsi, rendendo immediatamente disponibile lo schwa sulla propria tastiera Swiftkey. Su Word è possibile inserire lo schwa dal menù simboli. Per quanto riguarda il mondo Apple, l’azienda di Cupertino ha annunciato, in occasione dell’ultimo WWDC, che l’aggiornamento iOS 15, in uscita a ottobre, potrebbe contenere questo carattere nelle tastiere dei dispositivi mobile. Al momento, quindi, il modo più semplice per inserire lo schwa su un dispositivo Apple è il metodo del “copia-incolla” o nel caso del Mac scaricare la tastiera alternativa che contiene anche la schwa. .

Al di là dei problemi tecnici, però, la specialista di sociolinguistica Vera Gheno ha sottolineato ancora, in occasione di un’intervista per GQ, l’esistenza di altre due grandi criticità:

«La prima, che è risolvibile, è che i software per la lettura ad alta voce dei testi destinati soprattutto alle persone ipovedenti in linea di massima non leggono questo suono. Quello che non si può risolvere è che lo schwa aumenta le difficoltà di lettura di chi è dislessico: è un simbolo graficamente molto simile alla e “e” alla “o”. Sono limiti che occorre tenere in conto perché una formula davvero inclusiva deve considerare i soggetti che potrebbe involontariamente tagliare fuori».

 Strettamente connesso a queste questioni c’è il tema dell’accessibilità del web, che comprende le pratiche tecnologiche per la fruizione di contenuti digitali anche da parte di soggetti con esigenze particolari, come coloro che necessitano di lettori schermo per la comprensione di testi. Nel caso dei computer Mac, il Voice Over interpreta lo schwa come un suono muto, così come il TalkBack di Android e il Read Aloud di Firefox. Lo schwa, quindi, rappresenta ancora un’opzione non accessibile per tutti e dunque non pienamente inclusiva.  

Quale sarà il futuro dello schwa?

Le lingue sono costantemente in evoluzione e le questioni di genere sono dibattute in tanti paesi. Alcuni valori, come l’inclusività e la parità di genere, sono sempre più centrali nel mondo di oggi e i cambiamenti che si stanno verificando sono dettati dalle trasformazioni sociali. Con particolare riferimento allo Ə, possiamo notare come un’evoluzione strettamente legata all’ambito linguistico incida profondamente anche nel settore della comunicazione digitale e, di conseguenza, in quello della tecnologia e dei dispositivi. Quest’ultima, infatti, deve evolvere tenendo soprattutto in considerazione gli aspetti innovativi e di trasformazione della società, al fine di rispondere al meglio alle esigenze degli utenti di tutto il mondo.  

Le numerose difficoltà legate al tema dell’accessibilità costituiscono ancora un ostacolo per ritenere questa soluzione pienamente inclusiva: nel momento in cui, infatti, lo schwa si riuscirà a scrivere con facilità dalle tastiere di tutti i dispositivi e sarà riconosciuto dalle tecnologie assistive, sarà davvero inclusivo.

[Guarda la versione completa dell’intervista – 27 min]

Chet, Chief Developer Advocate per Google, com’è cambiato il tuo ruolo negli ultimi anni?

“Raduno un po’ le idee di questi quasi vent’anni di esperienza. Ho iniziato a parlare di tecnologia quando lavoravo per la precedente azienda, la Sun Microsystem. Ricordo che a un certo punto ho pensato “Hey questo è un lavoro davvero divertente: programmare con la tecnologia e poi parlare con gli sviluppatori su come funziona la tecnologia stessa”. Certamente ho visto un’evoluzione in questo settore. Non solo nell’ambito delle piattaforme su cui ho lavorato e nella tecnologia in sé, ma anche nel settore della “developer advocacy” e in generale dei software. Penso che il più grande cambiamento consista nel fatto che le sfide stanno diventando sempre più grandi e complicate. C’è molta più tecnologia in tutto, ci sono più piattaforme, ci sono più tipi di tecnologie. Quando ho iniziato il mio percorso professionale, il mobile o gli smartphone non esistevano. Si poteva forse intravedere la nascita di qualcosa, ma certamente non tutte le funzionalità che abbiamo oggi.

Una cosa, però, non è cambiata: credo fermamente che i developer advocate non siano solo persone che salgono sul palco o scrivono un articolo o parlano di questi argomenti. Questo è un plus, un piccolo dettaglio in più della professione. Il nostro vero lavoro consiste nell’essere ingegneri, nel comprendere a fondo le dinamiche di funzionamento della piattaforma che presenterai poi agli sviluppatori. Scrivi un codice, lo studi a fondo e poi esci e vai dalle persone per spiegare come funziona, cosa la piattaforma può fornire in risposta alle varie necessità.

Aggiungerei comunque che ci sono stati importanti cambiamenti nell’ultimo anno a causa di questa terribile situazione in cui ci troviamo tuttora. Per i developer advocate parte del lavoro consiste proprio nel viaggiare, incontrare gli sviluppatori di tutto il mondo a eventi come “droidcon Italy” e scoprire quali sono i temi “più caldi”, aiutando tutti a comprenderli meglio. Sono lati della professione che implicano, appunto, viaggiare, incontrare persone ed entrambi questi aspetti sono stati bloccati in modo pesante da ormai più di un anno. Tutto questo implica che siamo stati costretti a privilegiare nuovi incontri online come stiamo facendo anche adesso. È stato un cambiamento interessante: sempre più contenuti video, sempre più coinvolgimento online, conferenze online. Dall’altro lato, però, penso penso che non abbiamo ancora scoperto come raggiungere lo stesso livello di coinvolgimento che si ottiene negli eventi “di persona”. Abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”.

Sono pienamente d’accordo con te riguardo la situazione globale, ci sono stati molti cambiamenti nel settore della tecnologia. A parte il lavoro da remoto, in quale misura, secondo te, tutti questi cambiamenti hanno influito sul ruolo di uno sviluppatore?

“Le cose stanno diventando più diversificate, non necessariamente più complesse, ma ci sono più opportunità, più tecnologie, più strumenti da usare, più linguaggi, più approcci, più piattaforme sulle quali programmare. Per alcuni aspetti sta a noi comprendere molte di queste nuove possibilità per poter prendere decisioni su quale sia la cosa migliore da fare. Se torniamo indietro a venti o trenta anni fa, a quel tempo potevi concentrarti solo su una materia, studiarla a fondo, diventarne un esperto. Ecco io credo che questo oggi non rappresenti più un reale vantaggio perché quella cosa che hai studiato può cambiare come ogni aspetto della tecnologia che muta in modo incredibilmente veloce.

Tutto questo può spaventare un po’, ma francamente lo vedo come un vantaggio, dal momento che agli ingegneri piace giocare con le novità. Il fatto che ci siano sempre giochi nuovi nel settore ingegneristico è molto divertente. 

Occorre avere il giusto approccio mentale per dire “io ho davvero bisogno di uscire e imparare come funzionano queste novità”, “di giocarci” un po’ e capire come possono essere integrate con il lavoro di sviluppatore”. 

Come ci hai ricordato il mercato si è evoluto, diventando più ampio e complesso. Leggendo tra le righe, però, mi sembra di capire che è anche più interessante, vero? Qual è stato il tuo dispositivo o applicazione preferiti, su cui hai lavorato? Quali sono stati, secondo te, i veri highlight della tua professione? 

“Il mio dispositivo preferito è stato il “Nexus One” e ci sono un paio di ragioni per cui dico questo: la prima è che è stato il mio primo smartphone. Non ero mai stato nel mondo degli smartphone fino a quando mi sono unito al “team Android” a metà del 2010. Mi sono unito al team e ho iniziato a giocare un po’ con i vari device, ne ho avuto alcuni tra cui appunto il Nexus One: un dispositivo molto carino, che stava bene tra le mani, aveva tutte queste incredibili funzionalità ed era molto veloce per quei tempi. Poi lo schermo era enorme, una cosa che sembra ridicola rispetto ai dispositivi di adesso. Mi ricordo la gioia e l’entusiasmo per quei device. Certo adoro il mio Pixel 4 che uso tutti i giorni, è un device fantastico, ma non ha quel velo di nostalgia che i miei primi Nexus avevano.

Per quanto riguarda le app, direi che la mia preferita è Calendar. Io tendo a essere un po’ sbadato, per anni e anni ci sono state riunioni a cui avrei dovuto partecipare e che puntualmente mi perdevo. Le scrivevo sul calendario o su un pezzo di carta (quando usavamo ancora la pergamena e la piuma), ne segnavo altre sul mio pc, ma questo non implicava necessariamente che io avessi sott’occhio gli appuntamenti al momento giusto. Mi perdevo costantemente i meeting perché non ricevevo un promemoria dell’evento. Lo smartphone oggi può connettere tutte queste informazioni della nostra vita cosicché qualcuno può creare un evento per me nel suo calendario, mandarlo a un server e il server spedisce nuovamente indietro l’informazione al mio telefono che mi notifica l’impegno”.

L’esempio della tecnologia che risolve i problemi è davvero molto importante. È così che la tecnologia fa la differenza. In quest’ottica che cosa significa per te “think mobile”?

“Torno all’esempio di Calendar, ma ce ne sono molti altri, quando connettiamo servizi, informazioni e device nella nostra vita. È tutto intorno a noi e possiamo avere le informazioni necessarie ovunque ci troviamo. Tornando a qualche tempo fa, per il mio lavoro come developer advocate, viaggiare costituiva la parte principale della mia professione. Dovevo radunare tutti i dettagli utili insieme: sapere quale fosse il mio volo, quale fosse la mia corrispondenza, dove sarei atterrato, dove si trovasse l’aeroporto, l’hotel, come spostarmi da un posto a un altro, quali fossero i mezzi pubblici disponibili, dove fosse la mia destinazione, chi fossero le persone che dovevo incontrare, ecc. Mettere insieme tutto questo era davvero molto stressante. Oggi vai all’aeroporto, sali sull’aereo, sbarchi, prendi il tuo smartphone e hai tutte le informazioni di cui hai bisogno. Ci sono le informazioni sull’hotel, puoi visualizzare la mappa, capire dove ti trovi e come spostarti con i mezzi pubblici. Hai le email con le indicazioni sulla meta e le persone che devi incontrare. Puoi connetterti con chiunque per avere ulteriori informazioni. Oggi questi dati non sono più in tanti posti differenti, ma sono custoditi ovunque, “galleggiano” magicamente nel cloud e puoi scaricarli sul tuo dispositivo quando vuoi. 

La mia vita è molto meno sotto stress, sapendo che posso sempre avere tutte le informazioni che mi servono sul mio smartphone o su un qualunque dispositivo connesso alla rete”. 

Mi ricordo quando viaggiavo con una mappa stampata sulla carta, camminavo per le strade, parlavo con le persone in una lingua che non conoscevo. È così diverso dalla realtà che tu hai appena descritto. Pensi che la realtà di adesso, racchiusa nel palmo della mano sia in qualche modo migliore?

“Ci sono un paio di approcci diversi. Mi piace l’immagine idilliaca che hai descritto. Ho vissuto la stessa esperienza quando viaggiavo per il mondo, ma farei una distinzione tra un viaggio di lavoro, dove hai degli appuntamenti da rispettare ed è importante che tu sia puntuale ed efficiente e un viaggio “di piacere”, in cui è bello atterrare in un luogo, guardarti intorno e parlare con le altre persone. L’esempio che facevo prima, quindi, era riferito più all’aspetto lavorativo“.

Parlando di mobile, quali sono le più grandi opportunità del settore al momento?

“Penso di poter rispondere a questa domanda solo per quanto riguarda la mia esperienza personale e conoscenza del settore perché io ho sempre pensato al software. Ci sono, tuttavia, anche altre opportunità nell’hardware e in tutto il settore del mobile. Per me tutto riguarda il software perché penso che fornisca infinite possibilità.

Tutto è possibile con il software che programmi. Hai solo bisogno di un’idea e del tempo per scrivere il codice che possa realizzarla.

È straordinaria la quantità di cose che possiamo realizzare. Una volta che hai a disposizione gli elementi di connessione, i dati e i servizi, li colleghi insieme e così hai un enorme potenziale di crescita0. Abbiamo solo bisogno di tempo per scrivere un codice e poi possiamo fare di tutto. Quindi non vedo l’ora che ci siano innovazioni sempre più sorprendenti. Non so quali saranno. Ma saranno fantastiche“.

Un altro tema che mi interessa molto sono i comportamenti umani legati al mobile. Secondo te c’è qualcosa che dovrebbe essere cambiato o migliorato nel comportamento o nell’uso dei dispositivi?

“Mi auguro che non saremo più tutti così “incollati” agli schermi dei nostri telefoni. È un po’ spiacevole passeggiare vicino a una fila di persone quando vedi tutti fare la stessa cosa. In tempi più felici di solito prendevo il bus per andare a lavoro e c’erano con me altre trenta persone che aspettavano di salire e tutte, compreso me, fissavano il telefono. Potevi leggere le ultime notizie, dare uno sguardo a Twitter o qualsiasi altro social. Mi auguro, però, che cambieremo questo comportamento, che interagiremo di più fra noi e spenderemo più tempo “fuori” dai nostri schermi“.

Parlando ancora di questo argomento, secondo te, ci sono delle particolari opportunità o cambiamenti che debbano essere fatti a favore delle minoranze, come chi ha handicap visivi, uditivi o semplicemente è più avanti nell’età?

“Certamente. Credo che si siano fatti molti passi avanti e ce ne sono ancora molti da fare. C’è un’attenzione costante da parte dei fornitori delle piattaforme e da parte delle stesse applicazioni che sono sviluppate con l’obiettivo di fornire strumenti abilitanti per questo tipo di audience. Mia mamma, per esempio, attualmente è ipovedente, la sua vista peggiora a causa dell’età avanzata e per questi motivi lei apprezza molto le funzionalità che evidenziano le icone, su cui io ho lavorato per anni e che consentono di ingrandire ogni singola parte dello schermo. 

Prima potevi ingrandire il testo ma questo non implicava necessariamente che anche i comandi fossero più grandi o le icone sullo schermo, con cui hai bisogno di interagire. Ma adesso che puoi ingrandire l’area interattiva di ogni applicazione è molto più facile per lei utilizzare il dispositivo come facciamo tutti. Allo stesso tempo ci sono anche funzionalità che leggono i testi: puoi cliccare sulle icone e una voce le legge per te. Non siamo ancora arrivati “al traguardo” comunque. Ci sono numerosi team di persone che lavorano in questi ambiti in Google e in molte altre compagnie perché è molto importante non solo per le persone che sono là fuori oggi, ma per tutta la popolazione che costantemente invecchia”.

Abbiamo già parlato dello scenario dell’ultimo anno, della pandemia e di come essa abbia dato una forte spinta alla presenza del mobile nella quotidianità. Tutto questo ha contribuito anche a creare una forte disparità: se non avevi il giusto dispositivo non potevi lavorare o studiare da casa. Quali sono stati, dal tuo punto di vista, i cambiamenti più rilevanti nel mobile?

“Credo che questo contesto abbia, in gran parte, enfatizzato l’importanza della interconnessione e di avere a disposizione tutti i dispositivi necessari. È bello che i device negli ultimi anni siano diventati sempre più accessibili a livello di prezzo. Agli inizi gli smartphone erano prodotti riservati a un’élite che poteva permetterseli. Oggi invece ci sono questi dispositivi che sono molto più economici e comunque molto potenti nonostante ci siano ancora grandi disparità di mezzi, anche in termini di capacità di utilizzare questi device.

Non puoi fare i compiti su uno smartphone, ma hai bisogno di un PC che però molti non si possono permettere. Ci sono sistemi scolastici che non hanno tutte le infrastrutture di cui avrebbero bisogno.  All’improvviso tutti i bambini sono rimasti a casa, a seguire le lezioni scolastiche dalle proprie abitazioni e dovevano, dunque, avere tutti gli strumenti per ricevere le informazioni dalla scuola, dagli insegnanti, per seguire le lezioni, per fare i compiti e consegnarli. 

Penso che la pandemia abbia accelerato molte competenze e abbia contribuito a potenziare molte funzionalità nel mobile per aiutare le persone, ma penso anche che abbia contribuito a causare molte disparità con le persone che questi mezzi non li avevano o con le scuole che non avevano le infrastrutture per far fronte a tutto adeguatamente. 

Credo che molte persone abbiano sofferto per questo: per non essere in grado di imparare abbastanza e per non poter lavorare perché non avevano questi strumenti. Una volta usciti da questa situazione, sarà interessante vedere dove saranno i “gap” e come potremo prepararci meglio ad affrontare le circostanze avverse“. 

Ci ha aperto gli occhi questa pandemia. Una questione molto banale, ma che si collega con tutto quello di cui abbiamo parlato finora. Tutto ciò non esisterebbe senza i telefoni ricaricabili. In futuro, potrà diventare più semplice ricaricare i telefonini? 

“Spero proprio di sì. Credo che ci stiamo arrivando. Alcuni anni fa, non mi ricordo quale device fosse della linea Nexus, c’era un sistema di ricarica wireless. Il mondo non era ancora pronto per questo, per il compromesso tra la dimensione di cui hai bisogno per un device e la dimensione necessaria per una batteria grande, per lo schermo e per tutti gli accessori. I caricabatterie erano molto costosi, non c’erano molti dispositivi. E oggi i device di fascia alta o almeno i livelli medio-alti hanno questo sistema di ricarica wireless che è molto più comodo. La possibilità che ho di camminare per casa e posizionare questa ricarica ovunque è molto più facile. 

Mi ricordo i vecchi tempi con il cavo USB, lo collegavi e poi ti accorgevi che non era il verso giusto allora lo staccavi e lo collegavi di nuovo e ti rendevi conto che in realtà era di nuovo sbagliato e guardavi il dispositivo e poi il cavo. Ci volevano sempre almeno tre tentativi. E poi dovevi essere abbastanza vicino al cavo e alla presa di corrente, ricordarti di prenderlo quando viaggiavi. Almeno una volta è successo a tutti che al momento dell’atterraggio ti accorgevi che non avevi il cavo USB e andavi a comprarne un’altro. Credo che la situazione migliorerà con i caricabatterie wireless”.

La parola “compromesso” sintetizza bene molti concetti di cui abbiamo parlato. E il compromesso sembra essere la chiave quando ci sono delle novità e dobbiamo capire cosa perdiamo o sacrifichiamo. I prossimi dieci anni come saranno? Cosa accadrà?

“Per intuito penso che saremo tutti ancora seduti nelle nostre case aspettando che questa pandemia finisca perché sembra che questo ultimo anno sia già durato secoli. Mi auguro che potremo uscire da tutto questo nei prossimi mesi e tornare a un certo senso di normalità, qualsiasi cosa essa sia, ma è molto difficile prevedere il futuro della tecnologia. Se fossi vissuto a metà degli anni ‘90 probabilmente avrei fatto difficoltà a prevedere la nascita degli smartphone o fino a dove potessero arrivare, così come l’avvento dei dati mobili insieme a tutte le capacità delle CPU. Qual è il prossimo passo? Dove può andare il mobile a partire da qui?

Oggi i dispositivi connessi non sono più solo gli smartphone. Abbiamo preso la potenza dei computer desktop di dieci o quindici anni fa e l’abbiamo messa nelle tue tasche. Oggi puoi anche avere tutto questo sul polso o in una forma più grande come un tablet“.

Grazie mille Chet e arrivederci alla prossima intervista!

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Chet Haase!

Ascolta “Mobile / Chet Haase [settembre 2021]” su Spreaker.

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[Guarda la versione completa dell’intervista – 35 min]

Pietro, nella vita fai tantissime cose. Per citarne solo alcune: sei IBM Italy Executive Architect, Chief Scientist and Strategist for Active, Intelligence, Member of IBM Academy of Technology Leadership, Head of IBM Italy Center for Advanced Studies. Come trascorri il tuo tempo libero?

“Bella domanda. All’aumentare del numero dei titoli diminuisce mediamente il tempo lavorativo, è tutto molto condensato. Qualche anno fa sul mio profilo Twitter ho scritto: “vivo a dieci anni da qui”, nel futuro evidentemente. Questo fa sì che possa vedere  l’attualità e tutto quello che mi circonda da una prospettiva diversa. Ho tanto tempo per i miei trulli, il mio ulivo e il mio orto. Sto scrivendo un libro “Lo zen e l’arte di riparare il motozappa”: è un’avventura”. 

Quindi per vedere meglio le cose che succedono bisogna sempre cercare di guardare avanti per poter poi vivere al meglio il presente?

“Questa è l’ambizione. L’esatto contrario di ciò che fa l’Intelligenza Artificiale, dove si cerca di guardare al passato e di trovare le regolarità per il futuro. Io faccio esattamente il contrario: cerco di mettermi nei panni del futuro per capire e modificare il presente”.

La parola di oggi quindi è “Intelligenza Artificiale”. Se dovessi spiegarla a un bambino, quale metafora useresti?

“Che bello questo esercizio. Chiaramente quando si è in grado di spiegare questo concetto a un bambino significa che lo si masticato molto bene. Il bambino lo capisce immediatamente. Se dovessi spiegarlo a mia figlia Greta, che ha 9 anni e che frequenta peraltro GirlsTech le direi che…

Si tratta di un modo per cui le macchine diventano meno antipatiche.

Tutte le macchine, non solo i computer anche l’ascensore, sono “antipatiche”. Sono molto distanti da noi. L’Intelligenza Artificiale aiuta a impedire di essere innaturali. Per esempio, noi quando parliamo con le macchine schiacciamo dei tasti, muoviamo delle leve. L’AI non è altro che una sofisticazione della macchina che l’aiuta a essere più vicina a noi, a capire la nostra voce, i nostri gesti, a essere proattiva in qualche modo, anticipando qualche nostro bisogno. L’AI renderà le macchine sempre meno antipatiche. Attenzione però che questa AI è qualcosa che sta dentro le macchine, non si tocca, non si vede. È quasi un ingrediente, uno dei tanti, della ricetta complessiva che crea un sistema. È così pervasiva e lo diventerà sempre di più,che quasi non ce ne accorgeremo”.

Perché oggi è così di interesse? Che differenza c’è tra le intelligenze artificiali che usiamo tutti noi come utenti e quella che usano le industrie al proprio interno?

“Dal mio punto di vista non c’è nessuna differenza: così come non c’è alcuna differenza tra il cellulare che usi in azienda e quello che usi a casa. Cambiano i problemi a cui viene applicata l’AI. L’industria richiede un’Intelligenza Artificiale “più robusta”, ovvero deve resistere a maggiori problematiche di errore che potrebbe ricevere quel sistema, ma la percezione è la stessa. Gli algoritmi sono gli stessi. L’Intelligenza Artificiale che sta dietro al tocco di un tasto sullo smartphone o sulla smart TV è la stessa che sta dietro a un’azienda: invia le e-mail per catturare l’attenzione dei propri clienti.

Cambiano i casi d’uso e quindi i tipi di utilizzo. L’Intelligenza Artificiale è sempre più una questione di pubblico dominio, non è solo “per addetti ai lavori” perché tutti ormai cominciamo a vedere gli effetti di questi algoritmi. Non stiamo parlando di magia, di nuovi esseri animati, ma stiamo parlando di oggetti artificiali, che rendono, in qualche modo, le cose che ci circondano molto più “simpatiche”. 

Oggi è possibile fare una traduzione simultanea da una lingua a un’altra, o addirittura riuscire a “parlare” a un oggetto che abbiamo sulla scrivania o a un frigorifero senza commettere errori. Questi sono gli effetti eclatanti che la maggior parte delle persone vede. Nasce, quindi, anche il bisogno dei consumatori di comprendere quello che accade.

Ciò che sta avvenendo, sia dal punto di vista industriale sia dal punto di vista dei governi, è che ci stiamo rendendo conto che questa informatica di nuova generazione -di cui l’Intelligenza Artificiale fa parte insieme ad altre macro tecnologie che aiutano a creare sistemi complessi – può contribuire a rendere la nostra società complessivamente molto più efficace nei confronti dei propri cittadini. Cominciamo a vedere dei piani strategici a livello anche sovranazionale”.

Parliamo di responsability computing. Che relazione c’è tra Intelligenza Artificiale  e sostenibilità? L’industria IT sta diventando più responsabile? Perché si dice che l’Intelligenza Artificiale “consuma” energia più di altre tecnologie?

“Questo è un discorso chiave che siamo arrivati a fare dopo che la quantità di applicazioni dell’Intelligenza Artificiale che ci circonda è aumentata. L’AI nasce tanti anni fa con tecnologie che si sono nel tempo rinnovate. Specialmente nell’ultimo periodo, con il deep learning o “apprendimento profondo”, le tecnologie non fanno altro che una grande, enorme sintesi dei dati di addestramento che hanno avuto in ingresso. Questa sintesi altro non è che una funzione matematica. È come se la macchina avesse avuto un imprinting dei dati di addestramento che può riutilizzare per classificare altri dati nuovi rispetto a questa funzione. 

Nel momento in cui siamo entrati in contatto con sistemi che pervadono sempre più la nostra società come consumer, come industria e come governi, ci siamo resi conto che questi sistemi per lavorare hanno bisogno di enormi quantità di dati. Dati che noi stessi generiamo come individui o che sono raccolti dall’ambiente. A questo punto, tutto quello che è questo patrimonio immateriale del dato viene sfruttato nel modo opportuno. La questione dell’uso responsabile di questo elemento di sintesi dipende non solo dallo strumento, ma anche da come i dati sono stati utilizzati per realizzarlo, se contengono o no dei bias, dei pregiudizi. 

Una delle dimensioni di questa responsabilità, che i sistemi di AI – anche conosciuta come “etica delle AI”- stanno ponendo sul tavolo degli addetti ai lavori, è proprio questo: fin dove ci si deve spingere nell’accettare un sistema di AI in modo responsabile o no rispetto, per esempio, ai dati che sono stati acquisiti e utilizzati. 

Il responsible computing è un discorso molto vasto che impatta anche l’ambiente, il consumo energetico. L’intera bolletta energetica dell’intera informatica di tutti i sistemi tecnologici, del computer, dello smartphone, di tutto quello che noi schiacciamo e si accende con l’energia elettrica, consuma qualcosa tra il 5 e il 10% dell’intera bolletta energetica mondiale. Alcune proiezioni portano a dire che il consumo energetico nei prossimi anni andrà quasi a rasentare il 20%. I sistemi IT, nel loro complesso, assorbono davvero tanta energia e quindi dobbiamo essere responsabili, per esempio, nella loro efficienza. 

All’interno di questi sistemi, ritornando alle AI, i consumatori più “ingordi” di energia sono gli algoritmi di Intelligenza Artificiale di ultima generazione, cioè quelli che fanno riferimento a questo deep learning. Sono calcoli matematici molto intensi, sistemi computazionali o acceleratori hardware che assorbono molta energia. Per dare un esempio: il nostro cervello consuma più o meno 20 Watt. Puoi accendere un piccolo led, una lampadina. 

Per fare l’equivalente: per far muovere fisicamente la mia auto ibrida, per fare 30 km,si esauriscono i 10 kW di batteria che ho e devo fare una ricarica di 10 kW per fare altri 30 km.

Se io prendo un solo algoritmo di AI, per esempio, uno dei più famosi è il GTP 3, un algoritmo in grado di sintetizzare una marea di dati testuali, puoi chiedergli quello che vuoi e lui ti risponde, in qualche modo, estraendo cose più o meno sensate da questo amalgama di dati che si è fatto. Ecco, per addestrare questo algoritmo open AI ha consumato quasi 190.000 kWh, per il solo addestramento. Quindi il mio cervello 20 watt, la mia auto 10.000 watt per fare 30 km, per addestrare questo algoritmo, invece, ci hanno messo 190.000 kW che sarebbe l’equivalente di prendere un’auto e farla viaggiare velocissima fino alla Luna e ritorno. E sto parlando solo dell’addestramento. Poi tutti gli usi che vengono fatti di quell’algoritmo, magari, hanno un ordine di grandezza ulteriore di questo consumo. E poi ci sono tutte le varianti di questo algoritmo sparse in tutte le aziende”.

Questo dà un’idea di come l’Intelligenza Artificiale dal punto di vista energetico fagociti sostanzialmente le risorse energetiche. Ecco perché insieme al tema dati, al tema energetico e di produzione di CO2 è importante fare un ragionamento di tipo responsabile.

Si dice che l’Intelligenza Artificiale  amplifichi le nostre capacità di percepire e predire. Per quanto riguarda gli aspetti creativi o artistici possiamo dire che funziona allo stesso modo? 

“Questo è uno degli argomenti più affascinanti e suggestivi. Prima abbiamo parlato dell’Intelligenza Artificiale che aiuta a rendere le macchine meno antipatiche e più smart. 

Noi siamo circondati da tante cose, abbiamo visto tanti esempi interessanti, specie negli ultimi anni, di tante cose che hanno a che fare con la sigla “fake”: fake news, fake face, fake music, ecc. Nel corso degli anni gli algoritmi utilizzati sono diventati sempre più “indipendenti”, essendo in grado di generare essi stessi nuovi dati sintetici che addirittura non erano presenti in quelli di addestramento. Si tratta, quindi, di una “faccia sintetica” verosimile. È come se fosse una faccia vera, ma è completamente finta. Una notizia verosimile, ma completamente falsa perché generata. Si tratta di un processo creativo, come se in un universo fatto di pianeti e di stelle, qualcuno stesse lì a riempire i buchi neri con ulteriori idee: non riesci più a distinguere il falso dal vero. Anche questo è creatività, completamente diversa dall’idea di creatività che noi vediamo, per esempio, nel realizzare un quadro, un dipinto o una canzone. 

L’Intelligenza Artificiale sta cominciando a essere applicata su qualcosa che si trova esattamente nell’intersezione tra umanesimo e tecnologia, nel mondo dei creativi. Per quale ragione si è arrivati fin lì? Non stiamo parlando solo di un programma che aiuta ad automatizzare dei task di ritocco delle foto, aiutandoti a migliorare il tuo lavoro. Qui entriamo in una sorta di “Photoshop creativo”,  dove addirittura l’algoritmo è in grado di suggerirti delle nuove possibilità, dei nuovi spazi esplorativi e creativi da investigare. Tu parti da uno schizzo e poi lasci proseguire l’algoritmo che può inventare un soggetto e sintetizzare uno stile (dati tutti i quadri di Van Gogh l’algoritmo incamera quello stile). Quando fai il tuo dipinto puoi dire all’algoritmo “trasformalo in un Van Gogh”. 

Cos’è allora l’AI rispetto alle arti creative musicali, visive e altro? È un acceleratore della possibilità che l’uomo possa esplorare spazi, che, in alcuni casi, ci sono voluti secoli per scovare.

Qualche giorno fa ho visto un bel lavoro svolto dal Politecnico di Milano: hanno realizzato un’analisi sull’acustica, sulla curvatura e sullo spessore del legno che deve avere lo Stradivari. Hanno costruito degli algoritmi in grado di predire, dato un legno, data la composizione e la reattività di quel materiale, il giusto spessore dei vari elementi del piatto del violino, per fare in modo di replicare le frequenze naturali di quel particolare oggetto. L’artigiano per capire quale spessore dare a quel legno ci ha messo la sua maestria e anni di sperimentazione per arrivarci. In questo caso, per l’artigiano, l’AI rappresenta quasi una bacchetta magica per esplorare spazi ulteriori.

Per creatività  non intendo solo l’opera d’arte, ma anche l’arte applicata all’industria, al design del prodotto. C’è un bel sistema, per esempio, fatto da open AI che si chiama “Dalè” che è stato addestrato con foto le più disparate. In questo sistema tu immetti una query testuale e puoi chiedere semplicemente di disegnare anche una poltrona a forma di avocado. Questo sistema ti fa vedere tante varianti di poltrone che uniscono i due concetti di poltrona e avocado in tutte le forme possibili. Gli strumenti di Intelligenza Artificiale nelle mani di un creativo saranno come una una terza mano che permetterà di accedere più rapidamente a una quantità maggiore di elementi creativi a disposizione.

Rinnovare il metodo scientifico è veramente diventata la priorità di tutti noi che lavoriamo nel mondo tecnico, per cercare di combinarlo con aspetti umanistici. Il nostro metodo scientifico è andato avanti per secoli e secoli allo stesso modo, procedendo sempre nel solito ciclo: raccolgo dati, osservo e faccio ipotesi. Con l’AI abbiamo una sorta di generazione di ipotesi che può essere molto più rapida e vasta di quella che potremmo fare con il metodo classico.

Pensiamo alla pandemia Covid-19 e a quanto è successo nella farmaceutica, al concetto del riuso del farmaco per scopi diversi da quelli per cui è nato. È un esempio classico di riapplicazione e accelerazione del metodo scientifico. Per arrivare a un farmaco ci vogliono solitamente dieci anni. Poi arriva  Sars-Cov2. Come è fatto questo virus? Con cosa interagisce a livello biologico? Troviamo qualcosa nella nostra libreria tra tutte quelle che avevamo prima di inventarci una medicina nuova. Troviamo una medicina compatibile che in qualche modo interferisce con gli stessi “bersagli del Covid”. 

È quello che è stato fatto all’inizio della pandemia quando ci sono stati tanti modelli di simulazione, per capire se i vecchi farmaci che già usavamo per altre patologie potevano essere riusati in qualche misura come “candidati” ad affrontare la patologia. Questo è un esempio di creatività industriale”. 

AI e apprendimento: impariamo più rapidamente o impariamo più cose?

“C’è una doppia valenza. È l’uno e l’altro, nel senso che è sia larga sia alta. Ti permette di andare sia in altezza sia in ampiezza. Ovviamente noi adesso stiamo usando il termine Intelligenza Artificiale per una pluralità di concetti. Come dire, stiamo applicando l’intelligenza umana allo stesso modo dell’Intelligenza Artificiale. Dietro queste tecnologie ci sono decine e decine di anni di ricerca fatta da ricercatori, accademici, industriali. 

L’Intelligenza Artificiale quindi non è una cosa, ma è tantissime cose: ci aiuta ad andare più velocemente e a fare più cose.

In questo paniere andiamo a  trovare non solo algoritmi che vengono scritti da noi umani, ma anche algoritmi che sono generati per forza “bruta” partendo dai dati.  L’effetto che ci permette di andare più velocemente nell’apprendere conoscenze lo stiamo vedendo con i nostri figli: i programmi didattici e gli stimoli multimodali che i bambini hanno ricevuto anche durante il periodo Covid con la DAD, hanno permesso loro di acquisire più velocemente una quantità maggiore di concetti rispetto alle generazioni precedenti. In definitiva gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale ci permetteranno di fare ginnastica mentale e sempre di più ci consentono di ampliare le nostre conoscenze e i concetti da tenere a mente”.

Tu hai detto che vivi 10 anni avanti. Allora noi ti chiediamo: come vedi il mondo nei prossimi 10 anni? Il nostro futuro sarà più automatizzato? Come conviveremo con le macchine?

“Io vedo con gli occhi di 10 anni fa. Alla fine la nostra società è questa e resterà più o meno immutata. A livello microscopico non vedo grandi cambiamenti. In Giappone hanno cercato di formulare una prospettiva particolare per indirizzare l’intero sviluppo del Paese. Questo modello, lanciato nel 2017, si chiama “Società 5.0”. Secondo questa visione si tratta di una società  che pone al centro le persone, gli individui, le famiglie. Quindi l’essere umano e poi tutte le altre cose attorno. Tutto quello che ci circonda sarà “automatizzato”. Noi staremo lì. Anziché andare a cercare le informazioni, saranno le informazioni stesse, utilizzando gli stessi corrieri dell’online, a bussare alla nostra porta. Non saremo noi a cercare le informazioni, ma saranno le informazioni stesse a cercarci. Tutto ciò che ci circonda non solo sarà automatizzato, ma potrà essere reso proattivo per farci stare complessivamente bene. Io amo definire questo sistema come “sistema di intelligenza attiva” , nel senso che attivamente il sistema si fa carico – con opportune deleghe – di prendere decisioni per noi, addirittura perché tiene a cuore il nostro benessere. È un po’ come il GPS: quando entriamo in macchina entriamo in una logica alla quale oggi ci siamo anche un po’ assuefatti. Ci affidiamo al GPS, ci lasciamo guidare”. 

Qual è il confine e quali sono i rischi di tutto questo? 

“Ritorniamo un po’ sulla questione della responsabilità dei sistemi computazionali. Questo avverrà: saremo circondati sempre più da cose autonome a cui noi delegheremo pezzettini della nostra vita, a livello aziendale e individuale. Nello stesso tempo dovremo avere sempre più sistemi industriali “robusti” anche da un punto di vista etico, affinché tu possa delegare. Proprio recentemente l’Unione Europea ha prodottoil primo draft di un framework regolamentare che ha l’obiettivo di fornire le indicazioni sul quale dovranno nascere le leggi, i regolamenti più opportuni e operativi per disciplinare l’uso dei sistemi di Intelligenza Artificiale. Quindi tra 10 anni io vedo quantomeno la traiettoria  molto simile a quella della società 5.0 dei giapponesi con dei sistemi di regolamentazione molto forti. Noi in Europa per quanto riguarda questo argomento siamo degli apripista. È un po’ come il traffico a inizio secolo. Se tu ci pensi bene, all’inizio del secolo scorso, quando sono state introdotte le automobili, le città di quegli anni erano estremamente popolate da macchine e persone che viaggiavano a destra e a sinistra senza regole e semafori. C’era una gran confusione che poi ha portato a una regolamentazione del traffico (semafori, strisce pedonali, cinture di sicurezza, ecc.) che aiuta a evitare che questa eccessiva delega verso le macchine diventi un boomerang che vada verso di noi”.

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Pietro Leo!

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Emilio, nel tuo sito web parli di te come scrittore, narratore e giornalista. Forse sono tanti lati di una stessa medaglia? Cosa ti occupa di più in questo momento? 

“La mia vita e la mia esperienza sono una declinazione continua e credo che sia proprio il segno dei tempi. Una volta avevamo lavori molto fissi per cui eravamo preparati fin da piccoli e li portavamo avanti fino alla fine. Oggi non solo siamo nell’epoca della singularity dove tutto cambia velocemente, ma siamo anche noi stessi a cambiare. Io continuo a “evolvermi” molto velocemente, assecondando quello che succede intorno a me. 

Mi occupo di valorizzazione della bellezza e di strumenti di narrazione dell’identità. Sono consulente per i territori, con l’obiettivo di andare alla ricerca dei modi migliori per raccontare un’identità, perché quando hai qualcosa che ha valore, devi conoscerlo e raccontarlo prima a chi vive in quel luogo e poi offrirlo anche agli altri. Questa è narrazione, è un racconto di quello che sei e del valore che hai. Serve per creare un valore aggiunto, lavoro e benessere. 

Mi sto poi occupando anche di una cooperativa di comunità a Sciacca, in provincia di Agrigento, dove sono il direttore creativo di un progetto che si chiama “Museo diffuso dei cinque sensi”. Sciacca è una cittadina di 40.000 abitanti, con un centro storico molto carino, ma poco valorizzato. La comunità locale ha deciso insieme di raccontarsi e di organizzarsi per accogliere un turismo di qualità. L’obiettivo è creare una forma di accoglienza “famigliare” e in amicizia con persone con cui condividere la propria identità. È un progetto molto grande, che sta crescendo. 

Mi occupo, inoltre, di un programma televisivo che è andato in onda nel 2019 con 5 puntate che si chiama “Generazione bellezza” su Rai Tre. È andato molto bene, ci siamo poi bloccati per il Covid, ma adesso riprenderemo a girare e andremo in onda a dicembre”. 

Effettivamente è tutto connesso e il filo conduttore è molto chiaro: la bellezza e la sostenibilità legate a questo progetto turistico. Mi viene in mente quella frase di Peppino Impastato che diceva: “Se insegnassimo alla gente la bellezza, gli daremmo un antidoto all’omertà, alla depressione”, a tutta una serie di condizioni negative. Perché è importante raccontare la bellezza? Si può insegnare la bellezza alle persone?

“La frase di Peppino Impastato porta a un tema che è quello della consapevolezza: non riuscirai mai a convincere qualcuno davvero dell’importanza della sostenibilità finchè non ne capisce il valore. Puoi imporgli quello che vuoi, ma finchè non lo capisce, il sacchetto della spazzatura, per esempio, lo butterà sempre fuori, sulla strada. Finché non c’è uno switch mentale, è inutile imporre un concetto con la forza o con multe e sanzioni. Tutto diventa diverso quando capisci il valore delle cose.

La bellezza è una specie di paradigma che mette insieme tutto. Parlo di un modo di essere belli non esteticamente, ma soprattutto dentro. È un modo di migliorare il nostro sistema di vita. È un modo di considerare tutto quello che ci circonda come un valore: dall’ambiente alle risorse materiali e immateriali. Nel momento in cui capisci il valore di questo contesto generale, di conseguenza aumenti la consapevolezza che porta poi all’azione. E quindi tu stesso diventi un autore. 

Ecco perché è così importante la narrazione della bellezza secondo me. Per fare un esempio pratico pensiamo a quando gli italiani viaggiano all’estero e dicono “guarda questi che non hanno niente cosa hanno combinato, che bravi che sono a raccontarlo. Pensa noi cosa potremmo fare…”Perché non lo facciamo?”. Allora ecco il mio ruolo oggi è questo: “rispondiamo alla domanda”. Non lo facciamo perchè siamo viziati e siamo un popolo circondato dalla bellezza, quindi essa va da sé. Noi non dobbiamo sforzarci per trovarla, è tutto troppo facile. È come se vivessi accanto a un albero che dà frutti buonissimi. Allunghi la mano e mangi. Perchè devi impegnarti a fare qualcosa? Noi siamo più o meno sulla stessa linea, andiamo avanti per inerzia, ma oggi questo “accontentarsi” non basta più.

La narrazione della bellezza è la presa di consapevolezza del valore di quello che siamo, del patrimonio materiale e immateriale creato dall’uomo, del patrimonio naturale che non abbiamo fatto noi. Prendiamo consapevolezza di noi stessi, delle nostre skills, dei nostri talenti. Mettere insieme questi “saperi” e trasformarli in azione è la realizzazione della bellezza”.

Quindi la bellezza va narrata ancora di più rispetto al semplice mostrare i momenti in cui questa rischia di essere rovinata o denunciare situazioni di pericolo. Occorre far innamorare le persone di questa bellezza?

“Io ho lavorato per tantissimi anni con “Report”, un programma straordinario di denuncia. Dopo questo primo step di denuncia, però, deve esserci anche una fase di costruzione. Nel mio nuovo programma voglio raccontare “quelli che fanno”. Tutti diciamo sempre: “bisogna fare questo e quest’altro” poi però a muoversi davvero sono in pochi.

Per secoli, quando lavoravi, o puntavi al mero guadagno di denaro o agivi per il solo scopo di fare del bene. Le due cose raramente andavano bene insieme. Oggi invece sono stati realizzati tantissimi progetti ed è cresciuta la consapevolezza delle aziende dell’importanza di assumere un ruolo “morale” perché tutti facciamo parte sempre di più di una connessione globale.

Oggi, dunque, devi ragionare in termini di comunità. Se tu ti senti connesso con gli altri, inizi a lavorare meglio per te stesso e per gli altri. Quello che stiamo facendo a Sciacca è qualcosa di concreto. Faccio un esempio: siamo un territorio che ragiona per turismo. Il turismo è una straordinaria opportunità a livello aziendale perché protegge il territorio, deve preservarlo il meglio possibile, è un’economia diffusa e tendenzialmente antimafia, è contro le organizzazioni criminali collettive perché è capillare, difficile da controllare, pieno di iniziative veloci, di soldi che arrivano e sono subito reinvestiti.

La pandemia ha acceso la luce su un tessuto davvero debole e inefficiente. Abbiamo una “coperta piena di buchi”. I borghi, per esempio, sono il futuro ma devi imparare a strutturarli.

Se non c’è narrazione, se non c’è comunicazione, non ci sono infrastrutture, non c’è accoglienza, è molto difficile attrarre turisti e visitatori. Noi a Sciacca stiamo lavorando per un centro storico che è molto bello, considerato come un museo a cielo aperto, circondato, però, dalle tante “montagne di cemento” che contraddistinguono le nostra città.

Abbiamo radunato ceramisti e corallari per offrire un turismo esperienziale: vieni con noi e realizzi il tuo gioiello, imparando l’arte del corallo. Il corallo di Sciacca, inoltre, è integralmente sostenibile perché è fossile. Le strutture ricettive lavorano in gruppo, collettivamente. Abbiamo creato chat ad hoc dove ciascuno scrive le prenotazioni che ha e se non ha posto per tutti i clienti chiede aiuto agli altri albergatori. La comunità che si muove insieme così ci guadagna, potendo ospitare sempre più persone e in modo sempre più accogliente e di alta qualità.

I ristoratori raccontano il territorio e raccontano i contadini: le arance che assaggi a colazione, le possiamo spedire, per esempio, fino a Londra per tutto l’anno. 

Questo meccanismo complessivo, anche in periodi di crisi come quello attuale, ti fa sentire parte di una comunità coesa. Per rispondere, quindi, alla tua domanda: la bellezza è la nostra identità. È tutto quello che siamo noi e abbiamo il dovere di proteggerla, facendola diventare qualcosa di concreto. Per me, il concetto di comunità in questo momento è estremamente moderno, lontano da qualsiasi stereotipo del passato ed è cooperazione, gestione della complessità: hai tanti soggetti diversi in gioco. 

Oggi, quindi, l’impresa sociale è gestione della complessità”.

Mi vengono in mente altri progetti che negli anni passati sono stati fatti, per esempio negli anni ‘70 erano nate comunità attorno ai borghi che poi però nel tempo si sono un po’ perse. Avete già pensato a un modello di sostenibilità ma anche di replicabilità, in altri posti d’Italia, di questa attività che state portando avanti a Sciacca? 

“Sì, è tutto pensato e concepito sia per essere ultra sostenibile, sia per essere totalmente scalabile. Abbiamo strutturato un percorso in quattro fasi fondato sulla comunità: awareness, engagement, empowerment e management. Le persone così diventano consapevoli innanzitutto del valore di quello che posseggono e che le circonda. È un percorso di comunità che si fa insieme: i singoli prendono consapevolezza di quello che hanno per poterlo condividere come comunità.  

Poi c’è una forma di empowerment per cui si riesce a capire cosa fare e con quali strumenti. Il percorso non è top-down, ma neanche bottom-up. È un percorso peer-to-peer, tra pari. Ti organizzi e ti procuri gli strumenti necessari e ovviamente ricevi competenza. All’artigiano che non ha mai fatto turismo esperienziale occorre spiegare come fare. 

Per questi motivi, abbiamo aperto 10 infopoint ospitati in 10 negozi (pub, locali, librerie) nel centro storico, che avranno a disposizione cartine geografiche e Google Nest Translator per poter dialogare in diverse lingue.

Poi c’è l’engagement: ti connetti agli altri e offri il tuo valore al mondo, imparando a gestire la complessità.

È un modello che passa innanzitutto attraverso il capire quanto è utile lavorare insieme in una concezione moderna, non di buonismo. Lavoriamo insieme perché serve a entrambi, siamo troppo fragili da soli. 

In questo percorso di lavoro insieme, dove sta la sostenibilità? Rientra in una sostenibilità ambientale: i dispenser dentro le strutture ricettive, per esempio, hanno consentito di ridurre l’utilizzo delle saponette e di trasformarlo in sapone liquido. I dispenser sono fatti dal ceramista di Sciacca secondo un modello disegnato dalla struttura ricettiva stessa. Il sapone è fatto in Sicilia con prodotti naturali che valorizzano il territorio. E quindi con un QR code, inquadrando il dispenser, puoi acquistarlo, avendo a disposizione il catalogo dei prodotti sulla piattaforma. 

Abbiamo realizzato un sito (www.museodiffusosciacca.it) che racconta quello che siamo e stiamo lavorando a una piattaforma, un marketplace, per creare anche un luogo dove tutta la comunità offre sé stessa e si racconta. Con il QR code quindi entri nella piattaforma e compri il dispenser, ma se vuoi puoi prenotare anche l’esperienza per andare tu stesso a disegnare il tuo dispenser.  Così hai creato connessioni sociali tra l’artigiano e la struttura ricettiva e hai creato un nuovo intreccio di comunità. In questo modo la sostenibilità non è più solo quanto risparmiamo di sapone o di imballaggi, ma è anche il percorso che facciamo per arrivare al prodotto e alla soluzione finale. 

Facciamo capire che ci guadagniamo tutti: il singolo risparmia, si alza il profilo qualitativo della struttura ricettiva, arrivano clienti che pagano di più perché sanno che ha valore quello che si sta offrendo. Tutto il percorso si estende poi agli altri. È una sostenibilità ambientale e anche economica, nel senso che stiamo creando un percorso che ha un futuro anche finanziario”. 

La sostenibilità ambientale non può prescindere da quella economica. Sono esattamente come dicevi tu prima: interconnesse. Una cosa sostenibile ha sempre comunque bisogno di un apporto dall’esterno. Il vostro modello mi pare molto interessante perché concilia tutti questi aspetti: la sostenibilità economica, il km 0, il rispetto per il territorio, la bellezza e la valorizzazione delle eccellenze locali. 

“Spesso sento dire “potremmo vivere della nostra bellezza”, ma poi questo accade solo in minima parte. Allora siccome io faccio inchieste, voglio capire perché c’è questo riscontro così piccolo nei fatti. 

Ho scritto il libretto “Rifondata sulla bellezza”, dove, dopo 4 anni di studio, ogni elemento è analizzato per capire cosa non funziona (la narrazione, i cartelli stradali sbagliati, i musei che hanno delle narrazioni “da psicopatici” con parole incomprensibili ed etichette microscopiche). 

Come fai a valorizzare un patrimonio culturale immenso come il nostro se poi l’unico strumento che utilizzi è un’etichetta illeggibile appiccicata su qualche muro qui e là? È impossibile. Ma per fortuna tutto questo sta cambiando. Mi è capitato un episodio emblematico: a Villa Adriano leggevo un cartello dove c’era scritto “questa bellissima sostruzione” e subito pensavo a un errore di battitura. Poi ho capito che l’ignorante ero io, perchè esiste la parola sostruzione, ma ho dovuto cercare su internet per capirlo.

Ma se sei il Paese con la più grande concentrazione di patrimonio culturale del mondo, dovrai lavorare su questo e risolvere simili problemi. Ecco la narrazione. Pensiamo alle nostre case. Perchè su AirBnB gli utenti/offerenti caricano foto brutte? Devi “vendere” la tua casa e fai una foto che nemmeno un bambino di tre anni con un telefono di media fascia farebbe così male. In realtà con una bella foto pubblicizzi meglio quello che hai. 

Allora inizi a tutelare la casa bella, poi capisci che la casa non è bella solo dentro ma anche fuori e allora cominci a preoccuparti anche della facciata. Magari se siete in tre interessati a valorizzare quella zona, allora i risultati si conseguono prima e meglio. È un circolo virtuoso e così cominciano a cambiare le cose”. 

Prima dicevi che stanno cambiando alcune cose: nei musei cominciano a esserci più temi come la gamification, cioè le logiche di gioco che conducono a interessarsi di qualcosa.  Come vedi la possibilità effettivamente di uscire da questo circolo vizioso in cui è stata l’Italia fino a oggi e cominciare a vivere davvero della nostra bellezza?

“Io sono ultra ottimista. Secondo me non poteva andarci meglio. Siamo i privilegiati del mondo. Per quello che hanno fatto i nostri antenati e quello che si è creato nel nostro paese, abbiamo una “strada in discesa” davanti a noi.

Non è merito nostro, abbiamo una biodiversità culturale che è unica”.

Non ce ne rendiamo conto. Questo accade forse solo quando andiamo fuori a visitare altri Paesi.

“Esatto. La cosa incredibile è che nel momento in cui iniziamo a trasformarlo in valorizzazione tutto cambia. Citavi prima la gamification. Nel film tu sei spettatore, nel videogame tu sei l’attore protagonista, non c’è più uno storytelling ma c’è uno story doing. Sei tu che agisci da protagonista. Allora la tua interpretazione di un luogo è nuova. Non è solo il gaming in quanto tale, ma è proprio l’approccio che sta dietro il gaming. L’obiettivo è coinvolgere lo spettatore, coinvolgerti. Guarda cosa ha fatto il direttore degli Uffici Schmidt, ha coinvolto una influencer, Chiara Ferragni, e se n’è parlato per settimane sui social e non solo. 

Quando è scoppiata la pandemia sono usciti dopo un paio di mesi siti di musei orgogliosi perché avevano messo online la visita virtuale. Ma solo nel 2020 si è arrivati a questo traguardo? Perché non lo hai fatto per dieci anni?

La pandemia è stata, quindi, una “botta” pazzesca che ha fatto saltare una quantità di calcificazioni “incrostate” nel vecchiume mentale diffuso. 

Io sono stra ottimista perché la nostra biodiversità culturale oltreché enogastronomica (del cibo, della gastronomia, della lingua, del patrimonio di questa identità diffusa)  è una ricchezza enorme. Tra quei paesini, uno accanto all’altro, dove noi pensiamo soprattutto alla rivalità hai la biodiversità e quindi in ogni luogo c’è qualcosa di nuovo.

Il sistema di Sciacca si può trasferire ovunque perché si fonda sulla  valorizzazione dell’identità, qualunque essa sia. Noi non abbiamo tante cose belle che costituiscono la nostra identità e questo riguarda ogni posto d’Italia. Valorizzare quello che abbiamo, offrirlo al mondo, mantenendo un controllo sulla sostenibilità. È un rapporto molto equilibrato.

Andiamo alla ricerca degli strumenti giusti per gestire la complessità: devi sapere quanti soggetti coinvolgere e come. La cosa bella è che quanto tu attivi tutti, trovi soluzioni e idee completamente imprevedibili.

Faccio un esempio: abbiamo attivato delle esperienze con un’attenzione particolare all’accessibilità. Abbiamo fatto un colloquio con Stefano Tortorici che è il responsabile dell’Unione Ciechi di Sciacca ed è non vedente. Una volta mentre chiacchieravamo, lui mi chiese “ma tu sai guidare la barca?” Io risposi:“no” e lui: “domani allora ti insegno”. Al mattino arrivo, mi copre gli occhi con delle bende e mi insegna a guidare. Come fa lui a guidare? Mi dice: “Emilio, portaci verso Sud Ovest”, ma io non sapevo orientarmi e lui mi dice: “Dov’è il Sole? E il vento? E le voci del porto?”. Mi aveva fatto scoprire tutti gli elementi per orientarmi.

E oggi noi abbiamo, tra le nostre esperienze, la blind sailing experience, (ne abbiamo in totale 54 di esperienze che offriamo ai nostri turisti) in cui si insegna a guidare alle persone senza vedere. È come se ti insegnassero a usare i super poteri: super udito, super sensibilità ed è una grande emozione.

Chi allora, facendo turismo esperienziale, avrebbe mai potuto anche solo pensare una cosa del genere? Ma in realtà quando apri a tutti quanti, saltano fuori persone come Stefano che si inventano queste idee geniali. È anche un gioco e ci stiamo divertendo un sacco”. 

Prima parlavamo di strumenti digitali, delle “nuove” tecnologie. Queste tecnologie, che poi sono quelle che noi come Synesthesia “dominiamo”, contribuiscono anche al supporto della sostenibilità? Vedi delle opportunità in questo? Come possono aiutare a emozionare e, nello storytelling, a trasmettere un messaggio in modo coinvolgente e diretto?

“Partiamo da Sciacca. Tutti realizzano molte piattaforme che poi riempiono di contenuti. Si fa il contenitore e poi si cercano i contenuti. Noi abbiamo fatto la scelta opposta e la nostra piattaforma è costruita sui nostri bisogni. Noi quindi non siamo concorrenziali con Booking o AirBnB.

Siamo unici perché raccontiamo il nostro territorio e diamo uno strumento per uscire nel mondo comprendendone il valore e la bellezza. In realtà stiamo connettendo le persone attraverso lo strumento digitale.

Il nostro percorso ha una potenzialità straordinaria, incalcolabile. Neanche la più grande corporazione del pianeta può avere le risorse per attivare tutto un territorio. Il territorio che si attiva, invece, connettendosi, sì. 

Allora immaginiamo la quantità di esperienze possibili per esempio sul cibo. Noi abbiamo tutte le strutture ricettive che usano cibo locale. Lo fanno assaggiare e si trasformano così in “tester”. Allora tu assaggi l’arancia e poi ti chiedo “dove vivi? Nei sobborghi di Londra?”, allora alla sesta giornata di pioggia una cassetta di arance può tirare su il morale. C’è così una narrazione anche del territorio che diventa connessione e si esprime a livello digitale: prenoti le arance, l’olio, il miele, tutto quello che vuoi. 

Noi insegniamo a fare la pasta, ma partiamo dal contadino, ti insegniamo a fare la cassata ma partiamo dal pastore. Nel momento in cui hai tutto il territorio che si valorizza ed è iperconnesso, come fai a tenerlo insieme? Ti servono gli strumenti digitali. Anche qui in realtà c’è una dinamica di gaming perchè cominci a costruirti la tua vacanza attraverso una  pre experience di racconto che noi ti diamo e lì entrano in gioco le piattaforme gratuite. Abbiamo izi.Travel per i racconti dove puoi caricare i contenuti e diventa tutto interattivo. Noi siamo no-profit e i nostri guadagni vengono redistribuiti sul territorio.

Tutto questo costituisce la piattaforma digitale che valorizza il territorio stesso. Immagina questo modello che si realizza ovunque: per esempio nei 10 territori intorno a noi. Di colpo la stessa cosa non è concorrenziale, ma semplicemente si apre il bacino e hai un altri soggetti che offrono altri servizi dal karting, alle gite in kayak e molto altro.

Ecco che il digitale si trasforma in uno strumento per prendere consapevolezza del valore di quello che hai e per offrirlo al mondo fuori. 

Diventa così anche un mezzo straordinario per la gestione della complessità. Siamo tanti (abbiamo 54 protocolli di intesa firmati) e abbiamo coinvolto anche la sovraintendenza ai beni culturali che ha firmato un protocollo con noi. 

Quando arrivano fondi da un piccolo bando noi attiviamo gli artigiani e la soprintendenza arriva velocemente e decidiamo subito cosa fare: questa scalinata la rivestiamo in ceramica ed è fatto. Ci si mette molto meno tempo, tutti sono soddisfatti e una parte della città  è migliorata. Questa è la sostenibilità del territorio. 

L’esempio che facevi prima di Peppino Impastato è quotidiano. Lui diceva: “se non riesci a spiegare il valore, a farlo capire e sentire, metteranno sempre solo due tendine per abbellire e si illuderanno di aver migliorato il tutto”. Quando inizi a vedere davvero la bellezza, ammiri una scalinata piena di maioliche e ceramiche fatte dai tuoi artigiani ed è bellissimo! Viene anche a te voglia di fare un foto, anche se è casa tua e prima non l’avresti mai fatta. 

Il digitale serve per tenere insieme tutti questi pezzi di comunità. 

Io ho dato il mio contributo, ma la cosa davvero bella è che c’è una comunità vera dietro le spalle, che sta crescendo e il contributo di tutti non è retorica, ma è fondamentale. Ci sono due ragazze, Anna e Desirè, due neolaureate di 24 anni in valorizzazione dei beni culturali, che sono le colonne del progetto. Stanno investendo tutto perché credono nella possibilità di vivere nel loro territorio e che questa valorizzazione collettiva darà degli stipendi.

Quando sarà a regime noi prenderemo come cooperativa di comunità una percentuale sulla vendita che non va a Booking.com o ad altro, ma rimane sul territorio e dà lavoro a chi ci vive. Alla testa di tutto questo poi c’è una donna, Viviana Rizzuto, che è tornata dopo 15 anni di carriera come program manager per multinazionali di tutto il mondo, USA, Giappone, Svizzera. Tornata in Sicilia, Viviana applica le sue competenze sul territorio. Ecco perché abbiamo bisogno delle competenze.

Allora questa magia che si sta creando è perchè si stanno attirando sempre più persone. Tu parti e poi la cooperativa di comunità nasce da Viviana che mette insieme le persone e pensa a come poter valorizzare l’identità collettiva.

È la bellezza di competenze che si aggregano e che trasformano tutto questo in valore reale, sostenibile ma anche di visione. 

Si vede l’entusiasmo e io mi sto divertendo molto. C’è una potenza anche emozionale dietro questo che smuove tutto. Per anni si sono combattuti tra ceramisti, per esempio, di località vicini. Io lavoro anche in Toscana e quando vai tra Pisa e Livorno la rivalità è fortissima. Invece quando si capisce il valore di questa dinamica, si vede che è una meraviglia quello che accade e le persone partecipano volentieri. Unisci così etico e utile, la competenza e gli approcci di un’azienda uniti ai valori di una famiglia.

Non facciamo i soldi per farli, ma dobbiamo avere quel confronto reale per funzionare bene. Tutte le nuove tecnologie combaciano con la creatività italiana e con la valorizzazione dell’identità. Ecco che questo diventa un progetto che ha molto da dire sulla sostenibilità e sul valore della bellezza”. 

Emilio, rimarrei delle ore ad ascoltarti e mi auguro che in futuro anche come Synesthesia, con il nostro team, potremo avere occasioni per collaborare a questo progetto. Un’ultima domanda. Questo ottimismo proiettiamolo nel futuro. Proviamo a immaginare il mondo che sarà fra 10 anni. Come vedi queste evoluzioni di cui abbiamo parlato in un futuro lontano? Prima hai citato la “singularity” che rende molto difficile guardare nel futuro in questo periodo storico, cosa ne pensi? 

“Io vedo un periodo veramente affascinante dove la conoscenza è uno strumento di valorizzazione di quello che siamo noi come persone e dell’identità.

È un’epoca in cui inventeremo continuamente ruoli, cambieremo. Non si tratta più di cercare un lavoro, ma di capire qual è il tuo ruolo in questo contesto, in quella rete incredibile di complessità.

I prossimi 10 anni serviranno sempre di più, secondo me, a riassettare il sistema in cui ci troviamo. Non abbiamo più nessuna certezza sul lavoro futuro. Oggi un ragazzino di 16 anni non sa nemmeno se ci sarà quel tipo di lavoro”.

Oggi molti ragazzi stanno facendo lavori che dieci anni fa neanche esistevano.

“Questo accadrà molto più velocemente ed è una grandissima opportunità perché se non hai riferimenti all’esterno, l’unico riferimento giusto sei tu. Oggi è l’epoca in cui essere sognatori è una garanzia di razionalità.

Io penso, quindi, che i prossimi dieci anni saranno straordinari soprattutto perchè siamo in Italia ed è incredibile il potenziale che abbiamo in termini di valore. Non parlo solo di turismo, ma anche di design, economia, bellezza. È tutto connesso in questo concetto di identità e di valore.

Io spero in decine, centinaia di “modelli Sciacca”, ovvero la comunità che si attiva e diventa un corpo coeso, competente e consapevole del proprio valore. Poi connettendosi come macro aree si crea un’offerta straordinaria e di valorizzazione non solo del territorio, ma anche di noi stessi. Io credo che sarà una corsa meravigliosa nel “diventare finalmente un cigno”. 

Grazie infinite Emilio, in bocca al lupo e a presto. 

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Emilio Casalini!

Ascolta “Sostenibilità / Emilio Casalini [agosto 2021]” su Spreaker.

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Turismo digitale e la figura dell’influencer-turista

Per comprendere il rapporto che c’è tra il mondo del turismo e quello degli influencer occorre, innanzitutto, fare un passo indietro e analizzare il fenomeno legato alla digitalizzazione di questo settore. Quando si parla di turismo digitale solitamente si fa riferimento all’utilizzo di nuovi strumenti tecnologici per pianificare, gestire il proprio viaggio “in modo intelligente”. Oggi la digitalizzazione del settore turistico sembra essere diventata l’unica via per la ripresa dopo la pandemia. Inizialmente, però, molte furono le perplessità legate a questo fenomeno. Ci si interrogava sul ruolo che avrebbe potuto acquisire all’interno dello scenario economico italiano e, solo con il tempo, si è capito che turismo digitale e trasformazione digitale andavano di pari passo.

In un’epoca in cui internet e i social media rappresentano la fonte principale d’informazione, non deve stupire, dunque, la stretta relazione che si sta delineando sempre di più tra il turismo digitale e la professione dell’influencer. Oggi, infatti, per reperire informazioni di qualsiasi genere su viaggi, città artistiche e mete paradisiache, il “turista digitale” si basa molto spesso sulle opinioni di amici, familiari, ma anche sconosciuti. È qui che entra in gioco la figura dell’influencer-turista. Grazie alla visibilità e notorietà di cui gode, è in grado di raggiungere un grande numero di persone, diventando veicolo di informazioni e consigli utili per chi viaggia. 

L’opinione pubblica si divide: pro o contro l’influencer-turista?

Il piano che prevedeva di utilizzare gli influencer per rilanciare il turismo ha già visto numerosi protagonisti. Dalle visite alla Cappella Sistina e alla Galleria degli Uffizi di Chiara Ferragni, alla promozione di una mostra a Bologna dello youtuber Luis Sal. Dal video promozionale sull’Emilia Romagna affidato alla voce narrante di Stefano Accorsi, alla campagna promozionale del Museo Archeologico di Napoli con la partecipazione del gruppo satirico The Jackal. Tanti sono gli esempi di questo nuovo fenomeno già messi in campo, quanto numerose le opinioni discordanti. 

All’interno di questo dibattito, c’è chi sostiene che questa strategia di marketing rappresenti il modo più semplice e immediato per far conoscere l’arte e le bellezze del nostro paese ai più giovani e chi, invece, considera queste “figure” poco idonee.  

L’estate scorsa, per esempio, ha fatto molto discutere il caso di Chiara Ferragni. Tante sono state le critiche che sono arrivate da diversi studiosi e appassionati in materia, che hanno definito l’accostamento della Venere del Botticelli alla Ferragni come una scelta impropria, paragonando il canale social degli Uffizi a quello di una marca di costumi. La questione resta tuttora molto aperta e dibattuta.

Il caso “Ferragni-Uffizi”: un indiscutibile successo di comunicazione e marketing 

Che si facciano gli shooting di moda all’interno dei musei non rappresenta certo una novità. Occorre, tuttavia, precisare che Chiara Ferragni non è stata appositamente chiamata dalle Gallerie degli Uffizi per risollevare la popolarità del museo, ma si trovava lì per lavoro. Come ha dichiarato il direttore Eike Schmidt, si è trattata di un’operazione molto vantaggiosa per il museo, che non ha comportato alcuna spesa.

Nei giorni successivi ai post della Ferragni, gli ingressi alle Gallerie degli Uffizi hanno fatto segnare un +27% di visitatori (con un +3600 ingressi under 25 nel weekend successivo ai post). L’eco mediatico generato ha ottenuto milioni di apprezzamenti in tutto il mondo, posizionando per molti giorni gli Uffizi tra i trend topic su Twitter, Instagram e nelle ricerche Google.

Turismo digitale senza confini. Cosa ci attende nel futuro?

Il fatto che il turismo sia stato uno dei settori più colpiti a livello mondiale dall’attuale pandemia è indiscutibile. Nel 2019, l’Italia aveva raggiunto il quinto posto nella classifica dei Paesi più visitati al mondo, con 94 milioni di turisti stranieri: cifra che nel 2020 ha registrato un -55% di presenze. Tuttavia, la recente riapertura delle frontiere e i primi flussi di turisti, fanno ben sperare: secondo l’Enit (Agenzia Italiana per il Turismo), nel 2022 non solo si tornerà ai livelli pre-Covid, ma si registrerà un’ulteriore crescita di due punti percentuale. 

Per questo motivo il digitale, che ha già cominciato a rivoluzionare il settore turistico, diventerà essenziale per concretizzare queste stime. L’utilizzo delle tecnologie è sempre più diffuso e i dati parlano chiaro: il 22% dei turisti italiani usa strumenti digitali, come i tour virtuali, per scegliere l’alloggio o la località di destinazione prima della prenotazione. Inoltre, la percentuale dei turisti che, rientrati dal viaggio, comprano on-line un prodotto legato alla località visitata è passata dal 4% nel 2015 al 12% nel 2019. Infine, il 30% dei turisti, una volta terminata la loro esperienza, decidono di raccontarla online, lasciando delle recensioni sui luoghi da loro visitati. 

Se già all’inizio del 2020 l’innovazione tecnologica nel turismo si riteneva fondamentale per la sua crescita, oggi, con l’esigenza di rilanciare un settore pesantemente danneggiato, lo è ancora di più. Come abbiamo visto, si tratta di una tendenza in costante aumento che porta con sé infinite opportunità di crescita. In tal senso il turismo digitale e la figura dell’influencer-turista possono fare la differenza.

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