Da quando è entrato in vigore nel 2014 il provvedimento del Garante della Privacy per l’acquisizione del consenso ai cookie sui siti web sembra passata “un’era geologica”. All’epoca di internet, infatti, i cambiamenti sono continui e molto rapidi. 

Quasi tutti vivono con sofferenza, e a ragione, il momento in cui devono aprire una pagina web di un nuovo sito. Leggere la ricetta per la “vera amatriciana” dietro un banner per il consenso ai cookie potrebbe essere “una nuova disciplina sportiva” e non una di quelle più divertenti e appaganti.

I cookie sono stringhe di testo che i siti web (indicate come “prime parti” nei testi di legge) visitati dall’utente oppure siti o web server diversi (le cosiddette “terze parti”) posizionano e archiviano all’interno del dispositivo di navigazione dell’utente.

Le informazioni codificate nei cookie possono contenere dati non personali come le impostazioni della lingua o informazioni sul tipo di dispositivo che una persona sta utilizzando per navigare il sito. Spesso però possono includere dati personali, come un indirizzo IP, un nome utente, un identificativo univoco o un indirizzo e-mail.

I browser possono memorizzare i cookie e poi trasmetterli nuovamente ai siti web che li hanno generati in occasione di una successiva visita del medesimo utente, mantenendo così memoria della sua precedente interazione con uno o più ambienti web.

I cookie possono, per esempio, essere impiegati per tenere traccia degli articoli in un carrello degli acquisti online o delle informazioni utilizzate per la compilazione di un modulo informatico. Sempre attraverso di essi è possibile veicolare anche la pubblicità comportamentale (behavioural advertising) e misurare l’efficacia del messaggio pubblicitario.

Tutti i cookie devono essere classificati e dettagliati in una specifica pagina del sito che deve contenere il testo dell’informativa cookie estesa (quella presente sui banner, quando è presente, è solo un breve riassunto) e l’opzione che consente di modificare il consenso al tracciamento.

Sì. In buona sostanza, il provvedimento precedente, così come le buone pratiche consigliate dall’EDPBoard (l’organismo che riunisce tutti i Garanti della privacy europei) sono stati in buona parte disattesi, rendendo la navigazione internet una frustrante impresa per tutti.

Lo scopo di queste linee guida è circoscrivere il perimetro di azione delle misure già esistenti. Non sono state introdotte delle novità significative per quanto riguarda le regole da rispettare, ma è stato messo al centro il concetto di legal design: per l’utente deve essere chiaramente e facilmente comprensibile ciò che accetta o rifiuta.

Anche l’approccio del Garante cambia e diviene molto più deciso e fermo in materia di controlli e potenziali multe. Il tracciamento dei dati in sé è lecito e utile, a condizione che avvenga nel rispetto delle norme contenute nel GDPR. Per questo motivo, oggi nella maggior parte dei siti web, troviamo opzioni di tracciamento pulsanti come “Accetta tutti” o “Personalizza”. Nel primo caso, ovviamente, clicchiamo quando siamo “con il sugo che brucia sul fuoco” e non sappiamo se nella vera amatriciana ci voglia la panna o no. Il secondo caso è un trucchetto per farci pentire di non aver cliccato “Accetta tutti”.

Le linee guida che entrano in vigore da gennaio 2022, invece, invertono il paradigma della scelta. Lo stravolgimento imposto serve a riportare in primo piano il concetto di privacy by design espresso nel GDPR: il fornitore del servizio (chi possiede il dominio) può imbastire il proprio percorso di tracciamento senza “approfittarsi” a tradimento dell’utente. Questi, infatti, non deve essere forzato a una scelta negoziale ma deve essere, invece, tranquillo di poter entrare e uscire senza lasciare “tracce”.

È stato promesso un controllo totale delle difformità: è ovvio che sarà così, perché altrimenti non si sarebbe arrivati a queste linee guida più rivolte all’esperienza utente che alla facilità della profilazione marketing. Il Garante della privacy italiano sta cercando di rendere più difficile per le aziende di data brokering continuare a fare incetta di informazioni personali senza controllo.

Al momento del primo accesso in un sito web nessun cookie o altro strumento di tracciamento diverso da quelli tecnici deve essere posizionato all’interno del dispositivo dell’utente.

Sarà poi sempre necessario richiedere il consenso all’utilizzo di cookie di profilazione attraverso un banner ben visibile. Il banner dovrà dare agli utenti la possibilità di proseguire la navigazione senza essere tracciati. Basterà, infatti, chiudere il banner cliccando su una “X” riconoscibile.

La “X” indicherà dunque la scelta di “rifiuto del tracciamento” e non la semplice eliminazione del banner. Come succede per tutte le altre X nelle finestre di dialogo dei sistemi, il click chiude il pop up del consent banner senza però far partire nessun tipo di tracciamento. 

Questa si può ritenere come l’unica vera novità delle linee guida: si può, dunque, salutare il già citato scrolling in pagina (che non è mai stata peraltro una forma legittima di acquisizione del consenso per il tracciamento e per i cookie). Attraverso il semplice scrolling, infatti, non si può distinguere se l’utente stia dando il consenso al tracciamento o stia piuttosto cercando un’informazione in basso nella pagina.

Adesso, con il fatto che l’accettazione al tracciamento deve essere un’azione univoca, è chiarissimo che lo scrollbar non può essere espressione del consenso informato.

Per chi non l’avesse ancora fatto, è necessario consentire al browser di rivedere le preferenze nella pagina dedicata alla cookie policy implementando una sezione in cui è possibile modificare le opzioni precedentemente espresse. Nella stessa pagina deve essere pubblicata per intero l’informativa cookie con dati e funzionalità dei sistemi di tracciamento.

Il documento evidenzia le informazioni circa gli altri soggetti destinatari dei dati personali e i tempi di conservazione di questi dati. Decade quindi la possibilità di “propinare”, per legittimo interesse, l’elenco con migliaia di data broker che cercano di speculare sui dati personali. Come da Regolamento europeo, il legittimo interesse non è (e non è mai stato) una base giuridica per il trattamento dei dati e non si può utilizzare per tracciare gli utenti. 

Le linee guida sottolineano che l’accesso e l’espressione di un consenso o un rifiuto al tracciamento deve essere fruibile facilmente anche a portatori di disabilità. Questa parte coinvolge non solo centinaia di siti web della pubblica amministrazione che avrebbero dovuto rendere fruibili i loro portali da tempo, ma tutti i domini.

Per questa necessità vogliamo evidenziare il lavoro di Accessiway, il nostro partner che commercializza un servizio utile a dare accessibilità ad app e siti internet a coloro che sono affetti da disabilità permanenti o temporanee. Insieme con Synesthesia, stiamo lavorando per realizzare sistemi informatici fruibili con piena accessibilità a tutti e, di conseguenza, anche strumenti per la registrazione del consenso adatti.

La scelta dell’utente, infine, deve essere registrata e conservata per un periodo prolungato di tempo. È errato, quindi, presentare il banner di richiesta del consenso a ogni accesso: un cookie tecnico dovrà ricordarsi le nostre preferenze per almeno sei mesi.

Mettiamo un punto fermo

Da tempo ci si interroga sul futuro dei cookie che tutti i browser già limitano e Google intende eliminare dal 2023 con il progetto FloC. Apple ne fa un cavallo di battaglia da anni e anche noi abbiamo trattato l’argomento parlando di campagne pubblicitarie.

L’evoluzione del tracciamento degli utenti sul web potrà passare da una profilazione individuale e personale, come nella situazione attuale, a un metodo per informazioni aggregate sul comportamento di consumo, come sarà in futuro.

Come esperti di privacy e utenti della rete interessati, osserviamo il panorama digitale trasformarsi sotto i nostri occhi. Offriamo soluzioni efficaci per approcciare tanto queste recenti linee guida quanto il cambiamento che sarà proposto dalle Big Tech. Smart Flow e Synesthesia hanno creato un servizio di adeguamento dei portali che comprende la gestione relativa a policy e consenso a profilazione marketing per app e siti web.

Desideriamo che tutti abbiano la possibilità di prendere coscienza dell’impatto che questo insieme di regole dovrà esercitare affinché navigare sul web continui a essere un piacere per chi lo fa come utente e profittevole per chi propone il proprio business.

A gennaio 2022, quando inizieranno i controlli da parte del Garante privacy sull’implementazione delle nuove linee guida, potremo guardare la ricetta della vera amatriciana senza essere interrotti da fastidiosi pop up. Se hai dei dubbi o necessiti di un aiuto, rivolgiti a noi: Smart Flow e Synesthesia hanno team di esperti qualificati per risolvere ogni tua necessità.


Se hai domande o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere le tue richieste o le tue opinioni.

L’evento internazionale di riferimento in Europa sul sistema operativo mobile di Google torna online l’11 e il 12 novembre 2021.

Non c’è distanza che possa dividere una community che condivide idee e passioni: è questo lo spirito con cui droidcon Italy ha esteso ancora una volta i propri “confini” per raggiungere la platea di utenti interessati a partecipare alla più grande conferenza Android organizzata in Italia.

Riferimento indiscusso per la community globale del sistema operativo mobile di Google, l’evento targato Synesthesia spegne quest’anno otto candeline e lo fa creando un’occasione unica di formazione, condivisione e networking attraverso un’esperienza all digital.

L’11 e il 12 novembre 2021, oltre che dai prestigiosi speaker collegati da ogni angolo del pianeta, l’evento sarà arricchito da un format che prevede sessioni mattutine e pomeridiane dedicate a speech, tavole rotonde e occasioni di business. Un programma intenso che ha portato alla selezione di interventi in grado di coinvolgere attivamenti gli utenti, attraverso esempi concreti e aggiornamenti del sistema operativo a marchio Google. 

«Da otto anni ci impegniamo a selezionare speaker di grande valore, individuati da un comitato di 8 esperti del mondo Android (droidcon committee), in grado di coinvolgere attivamente gli utenti. A ogni nuova edizione siamo sempre più sorpresi della qualità degli speech e della partecipazione entusiasta della community. Tutti l’impegno del lavoro annuale è ripagato dai feedback positivi dei partecipanti e anche dell’entusiasmo e dalla passione del team di lavoro», dichiara Francesco Brocero, Technical Director di droidcon Italy.

Grazie al contributo di oltre 40 speaker tra cui Francesco Stranieri (Lead Developer Advocate Huawei CBG Italia), Franco Meloni (Senior IOS developer  in American Express), Fabio Collini (Android Engineer at New York Times) e molti altri provenienti da tutto il mondo, saranno affrontati diversi temi. Si spazierà, infatti, da una tavola rotonda dedicata alla diversity and inclusion nel team di sviluppatori, ai test e alle sfide dell’interfaccia utente Android per arrivare alle possibilità di utilizzo di ESP32 e Android per creare sorprendenti esperienze IoT (Internet of Things).

A seguito dell’esperienza positiva dello scorso anno, Huawei rinnova il proprio ruolo di main sponsor di droidcon Italy, partecipando attivamente all’evento attraverso la round table “Meet the developer relations team at Huawei” e il keynote di apertura del secondo giorno “Journey around HMS 6.0 passing  by 3D models”.

A guidare l’evento è ancora una volta Advento.live, la divisione eventi di Synesthesia, nata per creare eventi digitali e ibridi con un’elevata componente di interazione con il pubblico. 

Enrico Beraldo, Advento.live Director e Synesthesia Head of Events, specifica che:

«la scelta di replicare un’esperienza ALL DIGITAL è stata dettata non dalla situazione mondiale, ma dal riscontro positivo a livello internazionale che abbiamo ricevuto dalla precedente edizione svoltasi interamente in remoto. Un successo reso possibile grazie al team specializzato e alle soluzioni tecniche proposte».

La conferma del successo di droidcon Italy arriva anche dai partner di spicco che supportano l’evento: tra i prime sponsor troviamo, infatti, Telepass digital, Subito e Bluetooth, accompagnati da feature sponsor come Prima, Postpickr e Talent Garden. Queste sono solo alcune delle realtà che rappresentano la volontà di informare e informarsi sui cambiamenti e le possibilità date dal sistema operativo di Google, partecipando attivamente alla descrizione, al confronto e al cambiamento. 

La vocazione digital, l’attenzione alle tendenze e il focus sulla community è parte fondante dello spirito di droidcon Italy che è pronto ad aprire le porte a un evento che rappresenta un punto di riferimento internazionale per il settore. L’ edizione italiana del format più famoso tra gli sviluppatori Android costituisce un orgoglio e un successo dal sapore di rivalsa e ripartenza, simbolo di un mondo che seppur in digitale ha deciso di rimettersi in moto. Android è il tuo pane quotidiano? Ti emozioni ogni volta che vedi il piccolo droide verde? Allora droidcon 2021 è la risposta giusta per te. droidcon Italy è tra pochi giorni ed è tutto on line.

Cosa può rendere un brand “amato”

Con la crisi dettata dalla pandemia di Covid-19 tutti ci siamo trovati improvvisamente di fronte a situazioni nuove, sconosciute e del tutto imprevedibili. La popolazione mondiale ha espresso, fin dagli inizi della pandemia, una generale esigenza di trovare conforto e distrazione per poter affrontare le difficoltà.

Per questi motivi, le aziende che per prime sono state in grado di rispondere a queste forti richieste sono state anche quelle di cui gli utenti si sono “innamorati” di più, fino al punto di considerare i prodotti e servizi, da esse offerti, insostituibili. Ma è evidente che un tale rapporto va al di là della semplice offerta commerciale ed è questa una delle caratteristiche principali che contraddistingue i Love Brand.

Per creare una “relazione” di fedeltà con il pubblico entrano in gioco elementi complessi che fanno leva sulla sfera emozionale e valoriale. Nel report realizzato da TalkWalker sui Love brand del 2021 sono stati evidenziati alcuni “ingredienti” essenziali per costruire una relazione di fedeltà in questo New Normal. 

Responsabilità sociale d’impresa

Nella “nuova normalità” i consumatori hanno una sensibilità e un’attenzione molto marcata nei confronti di determinate tematiche: dalla sostenibilità ambientale, alla salute collettiva e all’importanza crescente di adottare azione concrete per ridurre gli sprechi e l’impatto ambientale delle attività umane.

Le aziende possono, dunque, scegliere di essere “protagoniste” attive di questi cambiamenti, assumendo ruoli concreti di responsabilità. In questo modo sarà più facile andare incontro alle aspirazioni e ai valori del pubblico. Un consumatore, infatti, sarà più propenso a “innamorarsi” di un’organizzazione con cui condivide non solo un rapporto commerciale di domanda-offerta ma anche scelte valoriali di fondo. 

Sponsorizzazione dei contenuti

Un altro ambito che intercetta le sfere emotive del pubblico è quello degli hobby: sport, musica, cinema, cucina, turismo, videogame, auto, solo per citarne alcuni.

Creare una campagna di advertising digitale tramite sponsorizzazioni può consentire a un brand di intercettare gli utenti proprio quando costoro coltivano le proprie passioni. In questo modo sarà possibile intercettare il pubblico nei momenti di svago e arrivare a “toccare” così direttamente la loro sfera emozionale.

Influencer marketing

I social media hanno occupato le giornate di tutti durante i prolungati periodi di lockdown. In un anno (da agosto 2020 ad agosto 2021) i dati registrati da Hootsuite e da We are social hanno evidenziato una crescita del 13,2% del pubblico sui social pari a 490 milioni di nuovi utenti. Questo trend è direttamente collegato alla crescita costante di popolarità e diffusione della figura degli influencer, protagonisti del cosiddetto infotainment. Si sono create community consistenti e molto ampie attorno a queste figure, che condividono valori, idee, stili di vita e molto altro. 

Di conseguenza, per entrare in contatto con un pubblico target, gli influencer rappresentano una via “privilegiata”. I brand possono scegliere di intercettare una determinata community proprio attraverso questi personaggi, sfruttando la notorietà, lo stile di vita e il pensiero che di cui essi si fanno portatori. 

I Love Brand nel New Normal

In questa “epoca” di New Normal alcuni brand hanno adottato strategie che hanno condotto a grandi risultati in termini di fidelizzazione e “amore” del pubblico. Prendiamo in considerazione alcuni esempi utili per le aziende che vogliano consolidare il rapporto con il pubblico come brand più “amati”.

Moulinex

La nota azienda di elettrodomestici per cucina ha registrato, durante la pandemia, una crescita rilevante in termini di notorietà del brand e fidelizzazione della clientela. Nel periodo del lockdown legato al Covid-19 le persone, costrette a rimanere a casa, hanno trascorso  più tempo in cucina e si sono dedicate a conversazioni online alla ricerca di nuove ricette. Moulinex ha sfruttato questa situazione condividendo idee creative di cucina sui propri canali social. Con questa strategia, l’azienda ha aumentato notevolmente la notorietà del brand entrando così in contatto diretto con la clientela. 

M.A.C. Cosmetics

M.A.C., celebre brand di cosmetici, si è rivolto all’influencer marketing e al coinvolgimento diretto di fandom per rafforzare la propria brand awareness e consolidarsi come Love Brand. L’azienda canadese ha scelto di coinvolgere le Blackpink, gruppo musicale sudcoreano, scegliendo la rapper della band, Lisa Manobal, come ambasciatrice globale. La strategia ha condotto a un aumento del 9.2% delle menzioni sui social e del 9.15% degli engagement provenienti dall’associazione di Lisa.

L’esperienza insegna 

Il New Normal porta con sé nuove opportunità e occasioni per intercettare gli interessi e i valori del pubblico. Un tratto comune che caratterizza le strategie “vincenti” dei brand è sicuramente l’innovazione unita all’utilizzo dei giusti strumenti digitali che sono ormai protagonisti della nostra vita quotidiana. 

È essenziale, dunque, per le aziende e le organizzazioni andare alla ricerca delle modalità più innovative e adeguate per incontrare la propria clientela e instaurare un rapporto di fedeltà forte e duraturo nel tempo.


Vuoi saperne di più su come poter elaborare una strategia di digital marketing efficace e customizzata per raggiungere i tuoi obiettivi? Synesthesia elabora soluzioni di marketing sulla base delle necessità del cliente con l’obiettivo di supportare la sua attività nel raggiungimento di concreti risultati di crescita sul mercato globale. Scopri le nostre strategie all’interno della pagina dedicata o chiedi ai nostri esperti.

Quello che “dicono di noi” i nostri smartwatch

I dispositivi indossabili che utilizziamo ogni giorno semplificano molti aspetti della nostra vita quotidiana, ma per farlo devono raccogliere grandi quantità di dati anche sensibili. 

Prendiamo in considerazione, per esempio, i dati sanitari (che costituiscono, inoltre, una categoria di dati definiti “sensibili” e per cui è necessario un grado di protezione ancora maggiore) raccolti dagli smartwatch per contare i passi e monitorare il battito cardiaco. Il tracciato che rappresenta questo dato viene registrato, entrando così a far parte del “patrimonio” di dati a disposizione di giganti del digitale come Google o Apple, per i quali i dati degli utenti costituiscono una fonte molto preziosa di ricchezza. 

In un’intervista risalente del 4 marzo 2021, Pasquale Stanzione, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, ha evidenziato un ulteriore aspetto di rischio collegato proprio ai dati sensibili: “alcuni smartwatch idonei alla rilevazione biometrica possono, poi, rivelare le reazioni emotive dell’utente alla visione di determinate immagini. Il controllo cui ci esponiamo può superare, dunque, persino la dimensione corporea e attingere al pensiero, condannandoci a vere e proprie “servitù volontarie”. 

I dati raccolti possono dire di noi molto di più di quello che potremmo immaginare. Una semplice app per contare i passi potrebbe rivelare anche i nostri stati d’animo, cosa influenza le nostre emozioni nell’arco della giornata e non semplicemente quante calorie abbiamo bruciato. È evidente che questo tema è un punto di attenzione di cui tutti gli utenti dovrebbero essere adeguatamente informati al fine di poter scegliere sui dispositivi le impostazioni meno invasive per la privacy. 

I Ray-Ban Stories “invadono” la privacy?

Il problema della privacy è rappresentato dall’app che collega gli occhiali a Facebook: dopo che un utente scatta foto e registra video, può caricarli in modalità wireless su Facebook View e, successivamente, può decidere se condividere i contenuti sui suoi social network o salvarli nel rullino del telefono senza passare tramite app. Dunque, tutti i dati biometrici presenti nelle immagini, sia dell’utente stesso sia di terzi ripresi senza saperlo, sono caricati sull’app di Facebook. In teoria, per tutelare la privacy, quando è in corso la registrazione si accende una spia luminosa sugli occhiali, avvisando le persone che sono state fotografate o filmate. Ma, secondo il parere di molti, l’indicatore si noterebbe solo da vicino, impedendo così ai terzi di accorgersi di esser stati ripresi. 

Secondo l’informativa sulla privacy aggiuntiva per l’utilizzo di Facebook View, la società dichiara che i contenuti rimarranno archiviati negli occhiali fino a quando non saranno caricati nell’app dall’utente. Inoltre, raccoglieranno i metadati relativi ai contenuti, come data e ora di creazione, e tutte le informazioni del dispositivo raccolte tramite cookie, pixel e dati di utilizzo. Le condizioni d’uso dell’app indicano la licenza concessa a Facebook e include i contenuti condivisi, pubblicati o caricati dall’utente su Facebook View. Questo implica, ovviamente, che Facebook riceva l’autorizzazione dell’utente per poter memorizzare, copiare e condividere i contenuti sulla piattaforma.  

Che cosa significa dunque innovare nel rispetto del GDPR?

Se da un lato la tecnologia ha sempre più bisogno di dati per progredire, dall’altro gli utenti hanno bisogno di una tecnologia che garantisca loro una maggiore tutela della privacy. Per difenderci dall’esponenziale dispersione dei nostri dati non ci resta che avvalerci della tecnologia stessa, perché alla base del GDPR ci sarà sempre la chiara e irremovibile volontà di proteggere i nostri dati personali. 

Per rispondere ai numerosi dubbi sulla questione, il Garante per la protezione dei dati personali ha richiesto all’Autorità Garante irlandese (DPC- Data Protection Commission, competente in quanto la sede europea di Facebook si trova in Irlanda) maggiori chiarimenti riguardo alla base giuridica secondo la quale Facebook tratterà i dati personali degli utenti e le misure per tutelare le persone riprese occasionalmente. Il social network ha deciso di avviare alcune iniziative con l’obiettivo di responsabilizzare tutti i cittadini che acquisteranno gli occhiali. L’Autorità, intanto si riserva di valutare l’efficacia delle proposte operative che saranno presentate. 

Non ci resta che attendere per verificare gli ulteriori sviluppi della vicenda. 

Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.

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L’offerta della nostra Academy

Lo sviluppo di nuove tecnologie incide su ogni aspetto della nostra quotidianità: cambiano le connessioni tra individui e nascono nuovi luoghi dove incontrarsi. I manager devono essere in grado di rispondere alle sfide che l’evoluzione tecnologica in corso pone.

Synesthesia Academy è una “scuola” specializzata nell’erogazione di corsi in ambito digitale. L’offerta formativa mette a disposizione delle organizzazioni un ricco catalogo di corsi frutto delle competenze acquisite negli anni dal nostro team di formatori, progettisti ed esperti. 

I corsi prevedono l’introduzione di metodologie didattiche innovative e hanno l’obiettivo di implementare le competenze di studenti e collaboratori.

Nella sezione human solution troverai tutti i nostri corsi dedicati al potenziamento delle soft skills e nella sezione digital solution quelli che approfondiscono le competenze tecnologiche e di marketing. Ecco una selezione dei nostri nuovi corsi del catalogo 2021.

Problem solving e decision making

La capacità di affrontare i problemi in modo razionale ed efficace è una risorsa fondamentale per chi svolge un ruolo di responsabilità in ogni ambito lavorativo. Il giusto approccio permette di raggiungere i propri obiettivi ottimizzando costi e risorse, creando al contempo un ambiente di lavoro produttivo e sereno.

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Progettare una Content Strategy

Le tecniche di narrazione e una content strategy efficace sono in grado di aiutare  le aziende a rendere maggiormente accattivante il modo in cui si rivolgono ai propri clienti, fornitori e competitor. Con il nostro corso imparerai a organizzare, progettare e creare contenuti della tua azienda utilizzando innovative tecniche di scrittura creativa e di storytelling.

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Gamification & Applied Games

La gamification rappresenta un’opportunità concreta per consolidare l’apprendimento e creare nello studente la curiosità nei confronti dell’argomento trattato. Durante il corso imparerai a progettare e utilizzare i videogiochi per raggiungere in modo interattivo ed efficace gli obiettivi dell’apprendimento.

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Cos’è la cyber security? Quali sono i suoi benefici per le aziende? Il corso della nostra academy offre ai partecipanti una vera e propria simulazione di quello che solitamente accade nel corso di un attacco informatico.

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Il nostro team ti saprà consigliare al meglio per scegliere i corsi che sono più adatti alle tue esigenze e a quelle della tua azienda.


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[Guarda la versione completa dell’intervista – 30 min]

Liz, lavori nella cronaca giornalistica da più di 20 anni. Nel tuo ultimo ruolo, alla BBC News, hai gestito una redazione composta da oltre 100 giornalisti internazionali. Ora sei Vice Direttrice dei media e Direttrice delle news per  European Broadcasting Union (EBU) e fornisci notizie a più di 115 membri dell’organizzazione, che raggiungono un pubblico di oltre un miliardo di persone in tutto il mondo. In questi anni molte cose sono cambiate: dai servizi a consumo, agli smartphone abilitati per l’IoT e alle disruptive technology. In che modo la tecnologia ha interagito nel campo delle notizie e dei servizi di cronaca? E quali cambiamenti ha portato nel tuo ambiente lavorativo? 

“Ci sono stati grandi cambiamenti negli ultimi 20 anni. I telefoni non servono più solo per telefonare e i servizi giornalistici non sono più girati sui nastri. Ora tutto è in digitale, esistono piattaforme con cui la gente può accedere alle notizie in modo semplice e immediato e questo rappresenta un cambiamento radicale”.

Parliamo un po’ della tua esperienza: come fai di solito a scoprire nuove news? 

“All’inizio della mia carriera ho lavorato nei telegiornali. Al tempo la maggior parte delle notizie erano trasmesse dalla televisione, poi, di recente, sono passate in forma digitale.Quando ho cominciato a lavorare nel giornale locale, il modo in cui trovavamo le news dipendeva dalla storia che dovevamo raccontare e che sarebbe, successivamente, entrata a far parte dell’edizione stampata e trasmessa sia dalla radio sia in televisione. Avevamo cicli di notizie di 24h (o settimanali), ma ora i tempi e i modi con cui si possono reperire le notizie sono completamente diversi. Dal punto di vista delle trasmissioni, il notiziario serale è ancora un appuntamento ordinario e molto seguito nella maggior parte dei paesi. 

Le persone, per tenersi aggiornate, attivano le notifiche sul telefono, trascorrendo molto tempo sulle piattaforme digitali per l’informazione. Per questo, il modo in cui facciamo giornalismo è inevitabilmente cambiato”.

Una delle cose che hai accennato prima è il cambiamento nel consumo di notizie. Ora, secondo te, la disruptive technology ha in qualche modo cambiato la “competizione naturale”?   

“I media di servizio pubblico hanno ovviamente un numero enorme di concorrenti, poiché si sono diffusi di recente e arrivano al pubblico in modo più diretto. Alcune persone descriverebbero i media come un filtro di informazioni, un “luogo affidabile” di cui potersi fidare, vedendo i giornalisti come dei “curatori di notizie”. Il problema è che oggi le notizie si diffondono molto rapidamente, le persone hanno accesso a ogni tipo di informazione, ma non sono tutte affidabili. Per il nostro settore, navigare su internet e informarsi sulle notizie che stanno circolando è fondamentale tanto quanto sapere se il pubblico consuma contenuti di qualità. 

Le famose “fake news”, un tempo, le avremmo semplicemente ignorate, ora non possiamo più. Dobbiamo occuparci di quel contenuto ed è nostro compito aiutare il pubblico a distinguere l’enorme quantità di notizie”.

Prima hai detto che preferisci vedere il giornalista dei media come il “curatore di notizie”, o forse sarebbe più appropriato dire “curatore responsabile di notizie”, poiché ha la responsabilità di selezionare le notizie in base alla loro veridicità. 

“Esatto. Alcune persone utilizzano internet come strumento per ottenere le informazioni “non filtrate”, pensando di avere accesso alle fonti reali per distinguere le notizie vere da quelle false. E poi ci sono, al contrario, tante persone che non si fidano di quello che leggono su internet. Per questo motivo, apprezzano il fatto che i siti delle testate giornalistiche verifichino e filtrino le news prima di pubblicarle. Il telegiornale è, per molti versi, una specie di intrattenimento, ma la competizione e il consumo nel nostro settore sono cambiati. Quando venivano trasmesse le notizie, solitamente dalle 18.00 alle 19.00, lo spettatore aveva l’opzione di passare da un canale all’altro e la concorrenza si limitava ai diversi canali televisivi. Adesso, sui nostri telefoni, abbiamo a disposizione tantissime piattaforme di social media, musica, giochi o provider di streaming e la concorrenza è aumentata in modo esponenziale.

Per questo noi giornalisti abbiamo la responsabilità di rendere i contenuti il più possibile “attraenti””. 

Mi faresti degli esempi di modifiche, apportate al notiziario delle 18.00/19.00, di stile, forma o contenuto, per combattere questo ambiente altamente competitivo e riuscire a mantenere viva l’attenzione dello spettatore?     

“Negli ultimi 5/10 anni abbiamo cambiato molte cose, grazie agli insegnamenti ricevuti dai contenuti digitali che abbiamo prodotto. La televisione permette di ricevere un feedback sul numero approssimativo di persone che stanno guardando il tuo notiziario. Invece, quando si pubblica un contenuto online, si riceve una grande quantità di dati che rivelano molto sulle preferenze del pubblico. Quello che abbiamo fatto per l’industria della televisione è stato introdurre nel notiziario televisivo alcuni insegnamenti derivanti dal mondo digitale. Ho lavorato per circa 10 anni nei notiziari e saprei esattamente come strutturare un servizio, o un “pacchetto televisivo” come lo definiamo noi, in modo impeccabile. L’unico feedback che avrei ricevuto sarebbe stato quello dei miei colleghi, i quali avrebbero approvato il mio lavoro. Una volta lanciato il servizio sulle piattaforme, però, ci saremo resi conto che quel modulo televisivo non funzionava affatto online. 

La televisione è un prodotto “appiccicoso” perché ha il compito di incollare allo schermo il pubblico, il quale è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e può decidere da un momento all’altro di cambiare canale. L’online, invece, è un luogo in cui se non ti piace quello che stai guardando puoi cliccare su qualche altro contenuto. È una user experience molto diversa, che ci ha insegnato a realizzare i video televisivi con tecniche differenti. Così la televisione ha cominciato a cambiare come mai prima d’ora. Anche la tecnologia ha aiutato sotto vari punti di vista: fotocamere più piccole e software di editing più sofisticati hanno aperto nuove frontiere. Ricordo ancora quando mi dividevo tra film in cassetta e video sugli schermi e non è passato molto tempo da allora, ma quella progressione è stata davvero veloce. Improvvisamente dall’esterno sono arrivate nuove regole, che hanno portano con loro sfide affascinanti”.

Hai reso perfettamente l’idea generale, ma potresti farmi qualche esempio più specifico?

“Quando realizzi un servizio televisivo, potresti avere dei problemi nella struttura o nel “pensiero chiave” del pezzo, ma aprendo il servizio con una magnifica immagine di un paesaggio o di un’alba riusciresti a catturare l’attenzione del pubblico. In digitale, invece, hai davvero pochissimi secondi per rapire l’occhio dell’utente e non serviranno a nulla le foto di paesaggi, se perdi la loro attenzione se ne andranno.  Ricorda: hanno il mouse in mano e rischi di perderli da un momento all’altro. Quindi il coinvolgimento tra l’online e la televisione sono molto diversi. I notiziari televisivi sono tra i più prestigiosi, ma anche tradizionali e leggermente a rischio a causa di questi cambiamenti, nonostante godano di un pubblico di affezionati.

Alcune volte bisogna correre il rischio di sperimentare e commettere qualche errore”.

Quando penso a come viene solitamente trasmessa una notizia, mi viene in mente ciò che fa da sfondo a quella notizia. Questo aspetto è ancora così importante?  

“Il reporting avrebbe bisogno di entrare in un’altra mentalità. Non serve più fare un elenco di tutte le notizie, ma bisognerebbe raccontarle ed esplorarle insieme alle persone. Questo è il tipo di atteggiamento che il digitale sta incentivando a cambiare, perché il pubblico non è stupido e sa di poter trovare le informazioni che cerca dove vuole. Se in un paese ci sono solo 4 o 5 canali televisivi disponibili, la limitata possibilità di scelta porta le persone a fidarsi. Internet invece ha cancellato questo privilegio di cui godevano le trasmissioni. Per cui riuscire a costruire un legame di fiducia con il pubblico è fondamentale”.

Hai notato dei cambiamenti nel linguaggio dei giornalisti?

“Sì, c’è stato un cambiamento consapevole. Il pubblico apprezza di più se ci rivolgiamo in modo amichevole e cordiale, rispetto al tono più “predicatorio” che utilizzavamo precedentemente. Per questo, se pensiamo ai notiziari televisivi del mattino, il tono di voce utilizzato è tradizionalmente più “delicato”, più colloquiale, motivo per il quale hanno avuto grande successo. Da decenni i notiziari del mattino hanno un ruolo molto particolare, grazie a quel tipo di approccio confidenziale”. 

Tornando al discorso della disruptive technology, ci sono stati dei cambiamenti nel modo in cui si registrano i contenuti? Mi piacerebbe sentire alcune critiche tecniche su ciò che è cambiato.

“Chiunque abbia uno smartphone ora può registrare e trasmettere contenuti multimediali. Fino a 20 anni fa non era assolutamente così, mentre oggi chiunque è in grado di registrare servizi improvvisati di qualità. Ogni giornalista può utilizzare uno smartphone per la produzione di foto e video, ma sono anche dotati di apparecchiature più sofisticate e costose, con le quali realizzano bellissime  immagini per telegiornali e documentari. Oggi disponiamo di computer, schermi e software che rendono il nostro lavoro davvero stimolante e creativo. Anche il modo di registrare è cambiato: oggi, grazie al registratore, un giornalista è in grado di produrre un servizio in autonomia, fungendo da troupe televisiva e tecnico del suono. Ma, in realtà, nell’ambito della televisione e della creazione di video,

lavorare in team rappresenta ancora un valore aggiunto, collaborare è molto importante. Per cui il lavoro può essere svolto da una sola persona, ma nel complesso è un lavoro di squadra”.

Parliamo di concorrenza: la tecnologia ha apportato dei cambiamenti nella produzione di notizie o nel modo di trasmettere le notizie dell’ultima ora? 

“Sì, ma la base è ancora la stessa: un giornalista dalla sua scrivania trasmette e condivide una notizia con la radio e la televisione. Quindi il lavoro di per sé non è cambiato, ma la velocità con cui dobbiamo lavorare è completamente diversa. Questa progressione, iniziata alla fine degli anni ‘90 con i canali di notizie a rotazione, è stata ulteriormente incoraggiata dal digitale, soprattutto con l’esordio delle app che ci tengono aggiornati sulle notizie dell’ultima ora. Anche tra noi giornalisti si sono diffusi gli avvisi per trasmetterci le storie in arrivo, ma quando non ci sono nuove storie da raccontare, non dobbiamo cadere nella tentazione di “riempire gli spazi vuoti”. Alcune volte capita di trasmettere un servizio di cui non si conoscono molti dettagli e, nonostante il pubblico voglia sapere di più, possiamo solo limitarci a dare la notizia. Il problema è che le informazioni richieste sono insaziabili, le persone vogliono sapere tutto e subito, senza capire perché non riusciamo a rispondere alle loro richieste nell’immediato. Quindi il nostro compito non è solo dire ciò che sappiamo, ma anche comunicare al pubblico che non abbiamo tutte le risposte alle loro domande.    

È curioso il fatto che oggi la televisione sia considerata uno strumento di comunicazione piuttosto vecchio, ma le persone si rivolgono ancora in gran numero ai telegiornali televisivi per avere le notizie dell’ultima ora. L’immediatezza offerta dalla televisione, però, ha trovato un rivale: le notifiche del telefono”. 

Riesci a farmi qualche esempio di notizie che, negli ultimi anni, hanno avuto un impatto nel cambiamento nella cronaca giornalistica?

“Non c’è stato solo un evento, ma direi che il conflitto in Siria ha cambiato considerevolmente il modo in cui i giornalisti operano sul campo. Non necessariamente dal punto di vista tecnologico, ma da quello della sicurezza e del modo in cui si trasmettevano le notizie, nonostante l’ambiente pericoloso.

I giornalisti tendevano a collaborare tra loro scambiandosi racconti sulle esperienze vissute, tenendosi fuori dal conflitto.

Per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, posso fare l’esempio di un servizio andato in onda sull’impiego dell’intelligenza artificiale per identificare i VIP. Era stata utilizzata, per la prima volta, in occasione di un matrimonio nel Regno Unito per riconoscere i volti degli invitati e fu una novità enormemente apprezzata dal pubblico.

Certi avvenimenti portano a fare dei grandi passi avanti, dopodiché non si torna più indietro”.

Tornando al discorso della disruptive technology, prima hai parlato delle notizie dell’ultima ora: dopo aver ricevuto e verificato una notizia, la mandate a tutti i membri dell’organizzazione della BBC. Quindi anche in questo mondo moderno, dove tutto è flessibile, quelle strutture consolidate sono ancora importanti? 

“Esattamente, l’organizzazione funziona ancora così: riceve le informazioni dai suoi membri e le distribuisce a tutti gli altri. Quindi le news provenienti dal mondo intero giungono a Ginevra per essere controllate e successivamente scambiate con tutti gli Stati Membri. Questo tipo di collaborazione è fondamentale, lavoriamo così da oltre 60 anni. Anche se le cose cambieranno molto nei prossimi decenni perché non avremo molte risorse per trovare nuovi modi di condividere i contenuti, dato che la maggior parte dei nostri membri utilizza il denaro pubblico. In questo momento stiamo lavorando per trovare il modo di condividere contenuti online tra noi Stati Membri. È una sfida enorme, se si considera la quantità di lingue che ogni membro rappresenta. Per semplificare il lavoro stiamo utilizzando la traduzione automatica, nell’intento che gli utenti di tutto il mondo possano avere l’accessibilità al giornalismo digitale”. 

Dopo aver parlato delle notizie dell’ultima ora, vorrei che mi raccontassi qualcosa sulle “esclusive”. Esistono ancora oggi? Come sono? 

“Certo, le esclusive esistono ancora e la loro esclusività dipende davvero dalla natura della notizia. Molto spesso i giornalisti vanno alla ricerca di un’esclusiva, ma spesso la loro “caccia” non dà risultati. È davvero difficile assicurarsi di avere una storia senza che qualcun altro ne venga a conoscenza. Nel mondo in cui viviamo, possiamo avere un vantaggio sui competitor di un paio di ore, per trasmettere la notizia, ma richiede una grande pianificazione del lavoro e in ogni caso non sarà una storia esclusivamente nostra. 

Posso dire di avere un’esclusiva solo nel caso in cui l’intervistato abbia deciso di riservare quell’intervista solo a me. Tutto ciò richiede un grande lavoro, poiché prima bisogna modificare l’intervista, poi dobbiamo crearne una versione ridotta per il telegiornale, per il notiziario radiofonico e per i social media. Alla fine si troveranno una decina (o più) versioni della stessa storia.

È molto importante adattare il contenuto alla piattaforma su cui viene pubblicato, perché il pubblico è sempre più diversificato.

Il giornalismo richiede numerosi investimenti, non solo per la produzione di contenuti di qualità, ma anche per la lotta alle fake news. Quindi, mentre alcune persone inventano notizie false dalla loro camera da letto, noi mettiamo in guardia il pubblico da questo tipo di contenuti, spendendo molti soldi per raggiungere il maggior numero degli utenti. Grazie ai feedback ricevuti sui media abbiamo capito di cosa la gente ha realmente bisogno: accessibilità e chiarimenti. 

Spesso su internet si trovano notizie poco chiare o non classificate, ma se si investe nel giornalismo bisogna pensare strategicamente alle notizie che si pubblicano, in modo da creare una sorta di viaggio per il pubblico”.  

A proposito di viaggi, come sarà il viaggio nel futuro che ci attende? Che aspetto avranno le notizie e dove ci condurrà la disruptive technology nei prossimi 10 anni? 

“Sicuramente le cose continueranno a cambiare e dovremo abituarci a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione. Si discute molto sull’uso dell’intelligenza artificiale e delle macchine coinvolte nella selezione di notizie e nella successiva fase di controllo. Ma perché non utilizzare tutto ciò che di utile ci offre la tecnologia? I vantaggi permetterebbero di semplificare il nostro lavoro e investire in aree più complesse. Lo vedo come un cambiamento continuo, non come un “non ritorno”. Anche la pandemia ha cambiato molto del nostro lavoro. Abbiamo fatto dei grandi cambiamenti, sotto alcuni punti di di vista, in un periodo di tempo molto breve. Credo che gli utenti continueranno a voler accedere alle notizie, per questo noi dobbiamo continuare a essere presenti e fornire loro tutte le informazioni che desiderano. Le cose cambieranno rapidamente e per rimanere in vita dobbiamo continuare a essere flessibili e disponibili”. 

È un grande lavoro quello che fai e che l’industria dell’informazione ha svolto per molte decine di anni. Un lavoro complesso e continuerà a esserlo sempre di più nel futuro. Grazie davvero per averci dedicato il tuo tempo e la tua esperienza.

È stato un piacere.

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Liz Corbin!

Ascolta “Disruptive Technologies /Liz Corbin. [Ottobre 2021]” su Spreaker.

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[Guarda la versione completa dell’intervista – 31 min]

Nella tua vita hai seguito tantissime strade. Sei imprenditore, hai co-fondato “Digital Magics”, ma hai anche lavorato in TV, hai avuto una band, una carriera davvero “disruptive”, ma sicuramente con un filo conduttore ben preciso. Qual è questo filo e come ti puoi definire oggi? Chi è oggi Bibop? 

“Al di là delle identità che secondo me non contano molto, nessuna etichetta e nessuna identità può definirci. Io credo che il filo conduttore, che ha “suonato” come un leitmotiv in background in tutta la mia vita, è stata la visione dell’uomo rinascimentale. Mi ha sempre colpito il fatto che Leonardo fosse uno scienziato, ma anche un artista. 

Non c’era una distinzione tra la figura di un artista e quella di uno scienziato. Lo scienziato inventava le soluzioni più innovative ma allo stesso tempo dipingeva, suonava… Era un tutt’uno. È così che abbiamo reso grande l’Italia nel mondo, grazie a questo concetto rinascimentale.

Poi sono arrivati elementi di influenza esterna per cui i due ambiti, scienza e arte, hanno preso direzioni diverse. Io ho iniziato come programmatore. Avevo 9 anni. Poi con i soldi che mettevo da parte compravo strumenti musicali, computer e così mi sono appassionato al mondo digitale, che per me comunque era costituito sempre da note musicali. Questo quindi mi ha accompagnato per tutta la vita. Ho fatto il mio primo disco. Sono arrivato in Europa con il mio gruppo, con la musica dance degli anni ‘90 ed è stato molto divertente.

Ho quindi dovuto lasciare il mio lavoro di programmatore perché abbiamo fatto 21 dischi, di cui 6 primi in classifica. Da lì è partita la mia passione per i media.

Ho fondato “Bibop” e l’ho venduta a Telecom Italia. Ho iniziato così la mia carriera con questa vendita per 11 miliardi delle vecchie Lire (4 milioni di Euro circa). Ho poi co-fondato “Digital magics” insieme a Enrico Gasperini.

Alcune delle startup che abbiamo fondato hanno avuto grande successo come, per esempio, “Talent garden”. Le prime exit in Italia le abbiamo fatte noi. Poi ho deciso che a un certo punto era il momento di andare in California perché il sogno della California è sempre stato il mio “pallino” e se non l’avessi fatto a 40 anni non lo avrei mai più fatto. È in quella situazione che è nata la scintilla con Elon Musk e il progetto Hyperloop. Siccome lui aveva detto che non lo voleva realizzare, io e il mio socio abbiamo deciso di farlo.

Il resto è storia. Abbiamo creato la più grande società di Hyperloop al mondo, abbiamo depositato il brand in 56 Paesi. Non tutti sanno che il marchio “Hyperloop” lo detengo io nella maggior parte dei Paesi.

Da lì è partito, lo scorso anno, il progetto italiano”.

Quindi il progetto italiano è più avanti rispetto a molti altri progetti nel mondo? Siamo tra i primi? Abbiamo qualche vantaggio?

“Con enorme sorpresa. L’Italia fa sempre questi slanci. Si chiamano “leapfrog”. È sempre indietro di tutti fino a quando non si trova davanti. È stato così in tanti ambiti: per quanto riguarda i cellulari, l’mp3, ecc.

Tutta una serie di settori sono stati innovati improvvisamente. Pensiamo anche ai computer con Olivetti, l’abbiamo creata noi la Silicon Valley. 

Una grande sorpresa c’è stata nel 2019 quando le delegazioni del Veneto e dell’ANAS mi vennero a trovare in California, dove ha sede la mia società, e volevano assolutamente parlare con me. Io avevo bandito qualsiasi rapporto con l’Italia, me ne ero un po’ distaccato per 14 anni.

La loro insistenza mi aveva molto colpito. Ricordo che mi illustrarono una cosa che io non sapevo: l’Italia nel dopoguerra sviluppò tutto il piano di ricostruzione con un approccio unico. Hanno previsto un corridoio “relitto” da 20 a 60 metri lungo tutte le autostrade e le ferrovie per un totale di 30.000 km e 10.000 km di parallelismo. Cioè 10.000 km di questo corridoio sono in parallelo con un’autostrada e una ferrovia contemporaneamente di fianco. Questa è una cosa pazzesca perché significa avere un corridoio naturale di 20 metri, quando a noi, per Hyperloop, al massimo ne servono 18. Sembra quasi fatto apposta. È come se al tempo si fosse intuito che sarebbe arrivato Hyperloop. 

Questo ha fatto accendere una lampadina e abbiamo dato il via ad alcuni workshop con ANAS e con Ugo Di Bernardo, direttore generale di ANAS, che con molta lungimiranza mi ha convinto a guardare all’Italia come possibile target in un momento particolarmente favorevole perché stavamo decidendo dove implementare la prima linea Hyperloop. Avevamo già costruito a Tolosa mezzo km di “certification track”, ma ci siamo resi subito conto che eravamo dentro un vecchio aeroporto militare bombardato dopo la guerra mondiale e tutto lo sminamento ci ha fatto capire che quella situazione non poteva essere ampliata. 

E quindi mentre ci stavamo guardando intorno una serie di governatori in Italia ci ha dato a disposizione del terreno per lavorare e implementare una linea Hyperloop in Italia”.

Possiamo sognare quindi di essere i primi in Italia ad avere una linea Hyperloop? 

“Per me volere è potere. Tra sognare e realizzare l’unica differenza è lo step. Cioè se riesci a immaginare ogni step necessario per arrivare a quel sogno vuol dire che è possibile e lo puoi realizzare. Noi oggi ce li siamo immaginati tutti.

Oggi stiamo lavorando a una cosa molto bella per l’Italia”.

Immagino che ci siamo state molte sfide difficili da risolvere proprio dal punto di vista tecnologico. “Hyperloop” è qualcosa di “disruptive” appunto, che non esisteva prima. Lo stesso Musk forse aveva sottovalutato alcune difficoltà tecniche…

“In realtà il discorso di Hyperloop non lo aveva fatto proprio Elon. È un concetto che arriva dal 1800. Il primo sistema Hyperloop è stato concepito sotto la metropolitana di New York nel 1889 da un imprenditore, Ely Beach, che concepì un treno a ridotta pressione sotto quella che sarà poi chiamata la metropolitana di New York tra Warren e Broadway. Non tutti sanno che 1 km della prima metropolitana di NYC era Hyperloop. Lui ha creato per 7 anni, illegalmente, sotto Broadway, questo tunnel dove ha posizionato una carrozza funzionante. Lo comprò poi JP Morgan e costruì la metropolitana di NYC. 

Il concetto di Hyperloop fu tentato più volte. Anche il padre della Rocket Science Robert Goddard, nel 1904 pubblicò un brevetto su “Popular mechanics”, la “bibbia” delle invenzioni mondiali. Lui dimostrò come si poteva collegare New York a Los Angeles in meno di due ore con questo vactrain sotterraneo.

La comunità scientifica si schierò contro, affermando che l’uomo non poteva viaggiare sopra i 100 km/h. Il progetto venne quindi abbandonato. E così oggi abbiamo i missili che vanno su Marte ma non abbiamo ancora Hyperloop.

Più di una volta, quindi, questo concetto fu studiato. Il gravity vacuum e il vactrain erano molto simili a Hyperloop. Quando Elon pubblica il “White paper” realizzato da due suoi stagisti (uno dei due lo abbiamo poi assunto noi), non ha inventato niente di nuovo, ha solo dato l’input per guardare oltre a un modello efficiente, sostenibile ed economicamente realizzabile. Ci ha dato così l’opportunità di puntare un gigantesco riflettore su questa tecnologia e permetterci di lanciare Hyperloop nel mondo. Da lì, poi, più di 800 scienziati si sono uniti alla nostra società da 52 Paesi, creando uno dei più grandi progetti di crowdsourcing al mondo”. 

La dimostrazione che volere è potere. Risolvere cose credute infattibili semplicemente perché nessuno è riuscito prima, le rende fattibili. Qual è la cosa più difficile che avete dovuto risolvere? Qual è stato l’ostacolo più grande? 

“Dal punto di vista tecnico devo dire che tantissime delle tecnologie che abbiamo utilizzato (la maggior parte) erano già state inventate. In realtà la cosa straordinaria che abbiamo fatto è stato proprio questo nuovo modo di costruire l’azienda. È facile parlare otto anni dopo, quando sono stati fatti due case study a Harvard e si insegna proprio lì il nostro modello. Alcuni grandi temi di oggi come housing, food, energy sono approcciati proprio attraverso questo nostro nuovo modello di azienda.

Ma immaginiamo di essere nel 2013 quando ancora non si parlava di crowdfunding, dove l’intuizione è stata quella di dare a chiunque volesse contribuire stock dell’azienda in cambio di ore di lavoro. Questa cosa ci ha permesso da subito di avere grandi aziende come Leybold, inventore delle pompe a vacuo, che è subito intervenuta proponendo le sue soluzioni già in uso (come l’hadron collider del CERN), alcune utilizzate in ambiti dove si raggiunge la pressione di dieci alla meno dieci, mentre noi ci fermavamo a dieci alla meno tre (1 pascal). Loro potevano garantire sistemi in grado di funzionare a questo tipo di pressioni e anche di più.

Un’altra tecnologia di cui si parlava era quella della levitazione magnetica, consistente nello spingere l’aria sotto la capsula. Ma in un tubo a ridotta pressione questa soluzione provocava degli “air flow”, creando così instabilità sia sul tubo sia sulla stessa capsula e non era quindi fattibile. Il professor Richard Post, scienziato che ha lavorato nel laboratorio Lawrence Livermore National Lab di Einstein, ora in pensione, ci ha scritto dicendo: “negli anni ‘90 ho sviluppato un sistema di levitazione passiva che poi è stato secretato e attualmente è utilizzato dal governo americano per stabilizzare i proiettili dentro i cannoni. A voi serve la stessa cosa: un sistema che all’aumentare della velocità, generi levitazione in maniera passiva”.

Ci ha mostrato questo sistema. Aveva 2 km già sviluppati a San Diego, alla General Atomics, dove c’era un track in disuso che aveva già dimostrato di funzionare con un peso di 80 tonnellate e noi non abbiamo fatto altro che ammirare questo prototipo che si muoveva avanti e indietro perfettamente.

Tutti i brevetti che abbiamo acquisito sono stati presi grazie alla segnalazione e al lavoro di questi scienziati in giro per il mondo.

Abbiamo avuto scienziati come l’inventore della missione Apollo della NASA, provenienti dal MIT, da Stanford, ecc..”.

È veramente una cosa bellissima il fatto che siate riusciti a coinvolgere le migliori menti dell’Umanità in una modalità completamente interdisciplinare, mettendo insieme competenze di mondi completamente differenti. Questo dimostra come l’umanità possa fare cose meravigliose semplicemente decidendo di lavorare a un progetto comune. L’interdisciplinarietà mi riporta a quello che dicevi tu all’inizio: la tecnologia e tutte le scienze sono spesso accompagnate dalla creatività. Non c’è solo la competenza dell’ingegnere che fa il suo lavoro, ma spesso c’è anche una grande creatività. Sarebbe bello riunire proprio questi aspetti. Noi in Synesthesia abbiamo un’iniziativa, “FuturMakers”, costituita da corsi di tecnologia STEM a cui abbiamo aggiunto anche la “A” di arte, facendoli diventare così STE(A)M. Puntiamo tanto a stimolare la creatività artistica dei ragazzi che seguono i nostri corsi perché l’interdisciplinarietà e la diversity sono gli ingredienti che fanno emergere poi le potenzialità umane migliori. 

“È fondamentale quello che stai dicendo. Noi dobbiamo partire dalle scuole, dalle università. Quando parlo di “nuovo Rinascimento” o di quarta rivoluzione industriale non è un claim, ma bisogna pensare proprio a un nuovo uomo. Sono temi sviluppati a livello mondiale e trattati in maniera molto seria anche da grandi aziende come Unilever, P&G. 

Stiamo passando da homo sapiens a homo “evolutus”, dove la differenza sta proprio nella capacità di “aumentarci” tramite il knowledge, ma anche tramite i device. Pensiamo anche a quello che sta facendo Elon, l’idea di “iniettare” chip nel cervello (Neuralink), che spaventa molto il pubblico. Io credo che la tecnologia ci aumenterà, ma lo deve fare in maniera funzionale all’uomo. Quando noi parliamo di riformare la scuola, dobbiamo partire proprio da questo. 

Mi piace il tuo concetto di STE(A)M che ti ruberò subito perché è proprio quello che sto cercando di realizzare con “L’oasi della quarta rivoluzione industriale”: un progetto che stiamo per presentare proprio per ripartire dalle scuole. 

Oggi se devo cercare un “ingegnere Hyperloop” non esiste, lo devo formare io e lo devo fare in un modo completamente nuovo. Sono molto contento, quindi, che un’azienda come la vostra stia guardando e capendo questi concetti. Bravissimi”. 

Una curiosità: Elon Musk più volte è entrato nel nostro discorso, ma che tipo è? È davvero questo “genio folle” che viene descritto? 

“Io ho una stima enorme per lui e non saremmo partiti con questo progetto se non fosse stato per lui e per il suo input iniziale.

Ci sono milioni di “Elon Musk” in giro per il mondo che stanno solo aspettando di avere la loro occasione. Io credo che in Italia dobbiamo cercare di avere questi modelli e abbiamo un bisogno fondamentale di questi modelli. Quindi ben venga Elon, ma anche il suo estro e la sua “discontinuità”. 

Oggi le nuove generazioni iniziano ad avere dei modelli che sono i nuovi imprenditori. Bisogna, quindi, avere tanto rispetto di Elon e apprezzare quello che sta facendo: ci sta portando su Marte e lo sta facendo in una maniera spettacolare. Io, nel mio piccolo, per ora sono rimasto “a Terra”. Partiamo dalla Terra. Io sono un “presentista” non sono un “futurista””. 

Bisogna seminare oggi per il futuro. Io sono molto d’accordo con te sul fatto che le nuove generazioni sono anche migliori di quelle presenti e passate. Hanno una marcia in più. Vedo proprio una coscienza rispetto al mondo e all’ambiente che noi non abbiamo più. Questo mi rende molto ottimista rispetto al futuro. Purtroppo quello che stiamo lasciando è un mondo che ha un sacco di problemi, ma loro per fortuna hanno la volontà e forse anche i mezzi per cambiare.

“Noi abbiamo il dovere di essere ottimisti. Basta con queste “etiche della crisi”, che poi loro non sanno neanche cosa voglia dire crisi. Vuol dire rinascita. Io sono un fanatico delle persone “che fanno” invece di lamentarsi e basta. I giovani non possono non essere ottimisti.

Hanno un libro bianco da scrivere, hanno possibilità che noi non avevamo. Noi cercavamo le informazioni, loro le devono solo filtrare, selezionare.

Hanno lo scibile umano a disposizione e non hanno più scuse. Non c’è una possibilità di non avere successo perché con l’accesso all’informazione non ci sono limiti. Magari sbagli, una, due, tre volte, ma non importa, si va avanti.

Io sono un entusiasta del momento e secondo me la pandemia ci ha anche riportato un po’ “con i piedi per terra”. È stata una grande batosta però è stata anche una grande “doccia di realismo” per rimetterci davanti a noi stessi e spero che le persone si stiano chiedendo: ma sto facendo ciò che mi piace? Sto facendo il lavoro giusto? Sto pensando a me?

Secondo me questo periodo ci deve servire proprio a ri-bilanciarci e far ri-iniziare la voglia di fare”. 

Sono pienamente d’accordo con te. Bibop, lasciamoci con un’ultima domanda. Tu prima hai detto che sei un “presentista” ma se dovessi pensare al mondo tra 10 anni, cosa vedi? Come te lo immagini? 

Non potrà che essere migliore di oggi. Abbiamo tecnologie che stanno “spaccando” tutto, stanno arrivando a toccare i centri nevralgici dell’essere umano. Tutti gli “-ismi” che abbiamo costruito (capitalismo, socialismo, comunismo,…) scompariranno sotto i colpi inesorabili del progresso. Il progresso dice, per esempio, che dovremmo lavorare di meno e tornare a quello che ci riesce meglio. Magari lavoreremo solo una, due, tre ore ma faremo tanto altro. 

Torneremo a vivere, torneremo ad amare in maniera libera, con le nostre famiglie. Io credo che l’umanità sia di fronte a uno dei suoi momenti più belli perché la tecnologia ci permetterà di non lavorare più, perchè non ci sarà un lavoro. I computer ci prenderanno tutti i lavori principali. 

Ci servirà cambiare proprio anche tutte le regole.

“Il concetto di economia, concepito sulla scarsità, implica che a un certo punto sarà tutto in mano allo 0,5% della popolazione e tutto il resto è tralasciato. Quindi qualcuno si deve porre il problema che forse c’è qualcosa che non funziona in questo modello.

Troveremo, spero, un “-ismo” nuovo, a misura d’uomo, dove ci sarà finalmente un equilibrio tra l’empatia e l’amore che dovremmo avere e su cui dovremmo impostare tutta la nostra società, se no ci autodistruggiamo. Quello che Elon, infatti, sta cercando di fare è conquistare Marte perché così se sulla Terra non ce la facciamo, su Marte magari resistiamo come “specie multi planetaria”.

Ma al di là di questo, io credo che queste nuove generazioni ci consentiranno di non autodistruggerci e di trovare nuove soluzioni sempre migliori“.

È stato veramente un piacere e ti ringrazio tantissimo per le parole e le idee condivise. 

“Grazie a voi”. 

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Bibop Gresta!

Ascolta “Disruptive Technology / Bibop Gresta [Ottobre 2021]” su Spreaker.

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Il 29 luglio 2021 è stato annunciato Quickload powered by OGR, un programma di accelerazione e sviluppo di startup in ambito gaming. Il programma, nato dall’unione di realtà torinesi e internazionali, ha come obiettivo quello di aiutare un gruppo di startup nella realizzazione dei loro progetti. Per supportare concretamente le idee più creative, Microsoft stanzierà con il programma ID@Xbox un finanziamento di 100.000 euro. 

Cos’è Quickload? 

Il 2021 è l’anno del debutto di Quickload, il primo programma Made in Italy per l’accelerazione 4.0 promosso da OGR Torino, 34BigThings e Microsoft, rivolto a startup provenienti da tutta Europa. Il programma, in partenza il 6 dicembre 2021, durerà 6 mesi e terminerà il 27 maggio 2022. 

Una commissione internazionale di esperti avrà il compito di selezionare i migliori team e nel mese di novembre annunceranno i nomi dei partecipanti in un evento dedicato. Le startup vincitrici dovranno accettare il contratto e trasferirsi a Torino per poter iniziare il percorso formativo, che prevede lo svolgimento delle attività sia in presenza alle Ogr, sia online. Tra gli investor partner sono presenti anche Digital Magics, dpixel e Sellalab. 

Marco Mazzaglia tra i mentori di Quickload powered by OGR

Ogni team sarà affiancato da un mentore che avrà il compito di aiutarli nella realizzazione del progetto, fornendo loro l’opportunità di stabilire un contatto diretto con investitori e partnership. Per ricoprire il ruolo di mentore, sono stati selezioni grandi nomi nazionali e internazionali: tra questi ci sarà anche il Prof. Marco Mazzaglia, esperto di gaming che aiuterà il team a inserirsi nel contesto di video game industry, secondo un programma personalizzato in base alla startup che gli verrà assegnata. 

Il fiore all’occhiello dell’evento è sicuramente la partecipazione ID@xbox, la sezione di Microsoft dedicata alla pubblicazione dei titoli indipendenti, che ha garantito un investimento iniziale di €100.000. La partecipazione diretta di un manufacturer come Microsoft alza l’asticella, perché sostiene e accompagna gli studi dei team, affinché vengano prodotti titoli di qualità che qualifichino ulteriormente il successo della console.

Alla fine dei 6 mesi si terrà l’evento finale, nel quale sarà decretato il team vincitore del finanziamento messo in palio da Microsoft. Inoltre, le migliori startup potranno essere selezionate per accedere al programma globale Microsoft for Startups, oltre che avere l’opportunità di proseguire il proprio percorso per ulteriori 6 mesi presso OGR Tech, l’hub dedicato all’innovazione. L’avvio del programma Quickload powered by OGR Torino, contribuisce a posizionare Torino come una città focalizzata sull’innovazione e il digitale, a supporto dei migliori talenti internazionali in settori trasversali e ad alto grado di sviluppo. 

Siamo molto orgogliosi di questa nuova impresa di Marco. Negli anni ha sempre rappresentato in modo eccellente in Italia e all’estero quello che noi chiamiamo “spirito synesthesico”. La capacità di mettere passione, competenze ed empatia in tutto quello che facciamo. 

Synesthesia si occupa anche di formazione con la sua Academy

Synesthesia Academy è una “scuola” specializzata nell’erogazione di corsi in ambito digitale. L’offerta formativa mette a disposizione delle aziende, della formazione terziaria professionalizzante, delle agenzie formative e delle scuole, un ricco catalogo di corsi frutto delle competenze acquisite nel corso di anni di esperienza. I corsi prevedono l’introduzione di metodologie didattiche innovative e hanno l’obiettivo di accrescere le competenze di studenti e collaboratori. Scopri i nostri corsi.

Echo Show 15

Il nuovo hub di Amazon per la domotica e l’assistenza smart a casa è arrivato: Eco Show 15 è uno smart display full HD da 15,6” che si può appendere alla parete in orientare in orizzontale o in verticale. Il chip che comanda Eco Show 15 è di nuovissima generazione. Stiamo parlando di Amazon AZ2 Neural Edge. 

Nuova è anche l’interfaccia, completamente ridisegnata e con più libertà di personalizzazione. È possibile, infatti, utilizzare l’hub come supporto visivo per le varie funzioni di Alexa e può tornare molto utile in ambienti come la cucina per le liste della spesa e promemoria, ma può anche diventare una piccola tv collegandosi a Prime Video, Netflix e altri servizi. 

Eco Show 15 può diventare l’hub per comandi vocali, per la multimedialità e per controllare gli altri dispositivi a esso connessi. Dal punto di vista del design, il nuovo display full HD da 15,6” lo rende il più grande smart speaker di Amazon. La nuova schermata “home” prevede, inoltre, nuovi strumenti basati su Visual ID che consentono all’utente di personalizzare tutte le informazioni che appaiono sullo schermo.

Questa funzione è in grado di riconoscere l’utente: in base all’identità di chi interagisce con lo schermo saranno mostrati promemoria, appuntamenti del calendario, brani musicali preferiti e note di tutti i membri dell’abitazione. 

Il Visual ID può essere cancellato in qualsiasi momento e le immagini abbinate al proprio profilo saranno criptate e memorizzate solo dal dispositivo. Il suo prezzo attuale è di poco superiore a 200 euro.

Eero Pro 6

Eero Pro 6 è il nuovo modello di router Wi-Fi con tecnologia TrueMesh lanciato da Amazon. È dotato di due porte gigabit ethernet con modulo Wi-Fi a tre bande e una copertura fino a 190 mq con un solo dispositivo. Il router integra le funzionalità di hub Zigbee e, insieme con lo standard Matter, può diventare il centro per gestire e coordinare tutti i dispositivi della smart home. 

Amazon offre sul mercato pacchetti costituiti da 3 Eero per consentire agli utenti di estendere la copertura della connettività fino a 560 mq, supportando fino a 75 dispositivi connessi simultaneamente. La tecnologia mesh, inoltre, è compatibile con le versioni precedenti di Eero, consentendo così agli utenti di continuare a utilizzare i modelli già posseduti insieme con Eero Pro 6: in questo modo è possibile allargare la copertura Wi-Fi dei propri spazi.

È il nuovo campanello smart presentato da Amazon. Il videocitofono, realizzato da Blink, colpisce per la sua semplicità di installazione e utilizzo. Il dispositivo, infatti, può essere installato anche senza cavi, è dotato di telecamera con video a 1080p e audio direzionale visualizzabile direttamente sullo smartphone. 

Grazie all’app realizzata ad hoc, l’utente può visualizzare tutte le notifiche ogni volta che qualcuno suona alla porta o la videocamera registra movimenti. L’audio bidirezionale consente di interagire con i visitatori. Blink Video Doorbell, inoltre, è compatibile con i dispositivi Echo e Fire: collegando il videocitofono ad Alexa, l’utente può gestire facilmente il sistema Blink con comandi vocali grazie alla Skill Blink Smart Home.

Amazon Glow

Si tratta di un dispositivo pensato per i bambini, dotato di un piccolo smart display (un lcd da 8 pollici) e un proiettore integrato. Smart Glow è progettato come supporto per le attività didattiche e ricreative dei più piccoli, poiché in grado di creare un display virtuale sensibile al tocco fino a 19 pollici. Questo nuovo dispositivo, inoltre, vanta la collaborazione con Disney, Mattel, Nickelodeon e Sesame Street.

Smart Thermostat

Si tratta di un termostato intelligente, realizzato in collaborazione con la società Honeywell. Smart Thermostat è un dispositivo di facile utilizzo: sarà controllabile da app o da Alexa tramite dei comandi touch presenti sul dispositivo e utilizzerà la tecnologia Home. 

Amazon Astro

L’ultima grande novità presentata da Amazon si chiama “Astro”, un robot di 10 kg e 160 cm di altezza. Presenta un display lcd al posto del “volto”, dove si possono vedere le sue espressioni e reazioni. Si muove in modo autonomo o su richiesta (dal vivo o a distanza), grazie a un braccio periscopo che gli consente di interagire con manopole e pulsanti. 

Come spiega Amazon: “Astro può essere utilizzato per controllare le persone o gli animali tra le pareti domestiche, o per pattugliare la casa inviando ai proprietari degli avvisi, se scopre qualcosa di inusuale, ma anche per portarci una birra o comunicare con altre persone in video mentre ci segue”. 

Grazie alle sue telecamere integrate, riesce a riconoscere i volti umani ed è in grado di mostrare in tempo reale ciò che sta accadendo in quel momento. Arriverà sul mercato americano a fine 2021.

Oggi, dunque, grazie anche a questi nuove prodotti, i dispositivi smart home svolgono un ruolo fondamentale per rendere ancora più intelligenti, sicure e connesse le nostre abitazioni e i luoghi di studio e di lavoro.

Synesthesia sviluppa software intelligente e semplice da usare per TV, termostati, contatori, frigoriferi, sistemi di videosorveglianza, automobili connesse e molto altro, ed è al fianco delle aziende nel mondo dell’Industria 4.0, con servizi e piattaforme che aiutano a migliorare processi e produttività. Scopri le nostre creazioni digitali all’interno di questa pagina dedicata.

Immagini fonte: Amazon

[Guarda la versione completa dell’intervista – 26 min]

Paola Allamano, ingegnere per l’ambiente e per il territorio. Una passione che diventa professione. Cosa c’è all’origine di queste scelte? 

“La passione per l’ambiente nasce dalla mia infanzia, riempivo lo zaino di mio papà di pietre da esaminare una volta a casa. Ce l’avevo nel sangue e diventare ingegnere per l’ambiente e il territorio è stata una scelta naturale. Trasformare poi tutto questo in una start up non è stato un passaggio del tutto consapevole, anzi, è stato abbastanza frutto del caso: lavoravo al Politecnico di Torino a un progetto nel contesto dell’ingegneria idraulica, che si occupava di studiare l’acqua sotto vari punti di vista, sia come elemento di pericolosità, sia come risorsa. Questa scienza si occupa di studiare i fenomeni alla base del ciclo dell’acqua per riuscire a gestirli con gli strumenti a disposizione. 

Nell’era della digitalizzazione conoscere un fenomeno con una precisione ridotta è un “collo di bottiglia” importante. Ho provato quindi a immaginarmela in maniera diversa. Di notte mi chiedevo se potesse essere una buona idea cercare di rappresentare i fenomeni atmosferici (che sono l’input di quello che avviene sulla Terra) in un modo del tutto diverso.  

Mi è venuta così l’idea di misurarli e conoscerli attraverso un’immagine, al posto di utilizzare la strumentazione tradizionale.

Ho pensato “chissà se con una fotografia, un video, un’immagine si può effettivamente misurare e captare quello che sta accadendo”, così da avere molti più occhi sul fenomeno e saperlo riconoscere in tempo reale? Questo abbiamo fatto in Waterview. Abbiamo creato una soluzione software che usa strumenti di visione (come le telecamere di sorveglianza)  per rappresentare i fenomeni atmosferici. Così la stessa telecamera che controlla il traffico è in grado di capire se piove, nevica o se i fenomeni che si stanno verificando stanno impattando sul contesto videosorvegliato.  

Avere un punto di vista estremamente capillare su un fenomeno che può essere disruptive per l’infrastruttura, consente di prendere decisioni tempestive o di anticiparle”.

Quindi l’innovazione, ovviamente, oltre a utilizzare le immagini, utilizza anche degli strumenti impiegati per altro. Una sorta di economia circolare del dato, un vero progetto sostenibile. Tra l’altro leggevo che nelle immagini vengono rilevate le scie create dalle gocce di pioggia o dai fiocchi di neve che scendono.

“Sì, tutti sappiamo che la pioggia e la neve lasciano nell’immagine una striscia luminosa molto evidente (succede anche nelle foto che facciamo con il telefono). Queste scie sono quantificabili e le loro caratteristiche dipendono da come la telecamera sta acquisendo la fotografia in quel momento e dal fenomeno che sta osservando. I nostri algoritmi trasformano queste tracce in misure di intensità e severità dei fenomeni stessi attraverso un mix di computer vision e artificial intelligence. Successivamente si compone il quadro della situazione grazie alle varie telecamere. La singola telecamera è “un punto” che collabora in rete con tutte le altre. In questa connessione sta l’importanza di costruire un quadro complessivo sfruttando tutti i dispositivi”. Sulla base del quadro complessivo si può innescare la catena decisionale”.

Ormai questi fenomeni sono sempre più particolari, nel senso che all’interno di una città nello stesso momento si verificano fenomeni diversi a breve distanza. 

“Sicuramente. II fenomeno intenso è di per sé locale, perché la cella convettiva temporalesca è sempre molto concentrata nello spazio e nel tempo. Adesso, però, le intensità possono essere estremamente severe anche come conseguenza del cambiamento climatico. Le videocamere, quindi, diventano uno strumento importante perché sono molto diffuse e consentono di essere tempestivi nella reazione”. 

Nella reazione così come nella prevenzione e nell’analisi successiva, giusto?

“Non tanto nella prevenzione perché noi operiamo in “tempo reale. “Addestriamo” le telecamere che sono su grandi infrastrutture come le strade. Abbiamo realizzato un sistema di monitoraggio meteorologico per le strade pubbliche italiane e facciamo una sorta di previsione nello spazio: l’utente, avvicinandosi alla tratta interessata, sa in anticipo che tipo di fenomeno potrà verificarsi, oltre a fornire una storicizzazione del dato, per esempio, per sapere se l’asfalto sarà rovinato e quindi pianificare cicli di manutenzione”. 

Paola, tu arrivi dal mondo della ricerca accademica, fare un prodotto “disruptive” per la ricerca è un fattore essenziale. Che differenza c’è tra la ricerca accademica e quella che viene fatta nella tua start up, per poter raggiungere gli obiettivi che non sono solo “accademici” ma anche di business? 

“Io vengo dalla ricerca accademica, prima dottoranda, poi ricercatrice del Politecnico così come i miei soci fondatori. La ricerca accademica sicuramente è un elemento fondante di una start up che deve avere una tecnologia robusta, dei fondamenti importanti. Però, certamente la differenza tra la ricerca accademica e quella aziendale è abissale. Perché la ricerca accademica si può permettere anche “la ricerca del bello” e della soluzione che potrà essere portata a terra tra 20 anni. Quando poi si passa al mercato e a cercare di avere un fatturato bisogna fare ricerca con delle condizioni estremamente più stringenti perché dev’essere realizzabile. 

Noi oggi investiamo tantissimo nella ricerca e nello sviluppo, ma lo facciamo secondo l’esigenza del cliente, con le infrastrutture e i dispositivi che sono disponibili oggi. Lo facciamo anche in maniera market-driven, quindi lo si fa opportunisticamente andando nella direzione che il mercato richiede. La ricerca del bello, purtroppo, la si abbandona un po’ e si portano a terra le cose in un’altra maniera, che è molto divertente in realtà”. 

Dover portare avanti un’azienda è però mitigato dal fatto che l’argomento che trattate riguarda effettivamente la sostenibilità.

“Assolutamente sì, WaterView parla di sostenibilità, di ambiente. È una tecnologia che si colloca nell’ambito dell’adattamento al cambiamento climatico. Il termine “sviluppo sostenibile” può avere varie declinazioni: c’è chi mitiga, chi ottimizza l’uso delle risorse. Una variazione, un peggioramento delle condizioni ci sarà e noi siamo tra quelli che cercano di “parare i colpi”. Quindi , siamo tra quelle tecnologie che difendono e consentono una gestione controllata di questo cambiamento. In questo senso ci poniamo nell’ambito della sostenibilità. 

Lo sviluppo sostenibile consiste nel garantire una vita equa e un utilizzo giusto delle risorse alla nostra generazione e alle prossime. La nostra tecnologia vuole contribuire al  rispetto del cosidetto patto generazionale, cercando di ottimizzare l’uso delle infrastrutture e delle risorse. Inoltre le tecnologie creano posti di lavoro, creano aziende e anche questo va nella direzione di consentire una vita equa, giusta e sostenibile agli esseri umani, la sostenibilità è anche questo”. 

Tecnologia e innovazione sono proprio necessari per raggiungere questo tipo di approccio totale, quindi attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità.

“La disruptive technology, o la tecnologia che cambia il paradigma, cerca di risolvere in modo totalmente nuovo un problema vecchio e da qui non si scampa, dobbiamo trovarla questa soluzione, per far sì che nei prossimi  50 o 100 anni non rovineremo il mondo in cui vivremo. L’Europa carbon neutral nel 2050 è un bell’obiettivo. Il mondo carbon neutral entro il 2050, anche con i Paesi in forte sviluppo, è un obiettivo enorme,che per essere raggiunto deve per forza passare da tecnologia e innovazione. È un must e dobbiamo in qualche modo realizzarlo, attraverso la tecnologia”. 

Paola rappresenti una donna in un ambiente, quello STEM, che è per la maggioranza rappresentato da uomini, anche nelle posizioni diciamo di “potere”. Tu sei una donna, CEO di una start up che sta funzionando e che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, gli investitori hanno creduto in voi. Come vedi il ruolo delle donne nel contesto  STEM? 

“Sicuramente è un contesto molto maschile, ma credo che le donne abbiano molto da dare nelle imprese e nel mondo aziendale. 

Racconto sempre l’aneddoto della nostra presentazione al primo network di investitori che abbiamo avuto in Waterview. È successo che alle mie spalle è stata proiettata la presentazione sbagliata, così ho cominciato a frugare nella mia borsa (al tempo la mia bambina aveva 2 anni e all’interno della mia borsa c’era di tutto) e ho cominciato a tirare fuori qualunque cosa per trovare la chiavetta. La gestione di questo momento credo che sia servito per rompere il ghiaccio e sia stato alla fine uno degli elementi fondamentali del successo di quella serata.

Quello che ho dovuto superare da donna, e credo che sia una delle nostre più grosse maledizioni, è voler essere sempre “perfetta”. La ricerca della perfezione, l’incapacità di lasciare qualcosa imperfetto, è uno dei limiti delle donne. Un uomo si fa molti meno problemi. Invece noi no, dobbiamo sempre essere perfette. E nel mondo dell’impresa si dice “meglio fatto che perfetto”: rilascia quella cosa, falla funzionare all’80% e poi la migliorerai. Se le donne sapessero venire a patti con questa cosa secondo me sarebbero veramente le CEO ideali del prossimo futuro”. 

Un altro aspetto di cui si parla in questo periodo in maniera importante riguarda proprio la diversità e l’accettazione della diversità non solo di genere ma, in generale, culturale, religiosa. Pensi che anche all’interno delle aziende questa diversità possa essere fondamentale, anche nella creazione di un prodotto che diventa poi disruptive? 

“Assolutamente. L’approccio culturale diverso non può che arricchire l’oggetto finale che si crea. Waterview ovviamente è un’azienda ancora piccola e integra componenti diverse, anche se statisticamente la diversità all’interno non è così elevata perché si parla di un nucleo molto piccolo. Però ci definiamo una start up italo-turca perché su 8 persone 2 sono Turchi ed effettivamente anche il loro differente punto di vista, il modo di porsi di fronte a un cliente o di vedere lo sviluppo e le tempistiche scandite in maniera differente è sicuramente un valore per noi. Chiaramente poi crescendo si potranno integrare tante altre componenti, però avere due anime porta anche a essere autocritici in maniera più consapevole e sicuramente arricchente, è un valore da preservare”. 

Uno dei vostri obiettivi è anche l’internazionalizzazione, che ovviamente pone una serie di sfide culturali.

“Noi ci stiamo muovendo a livello europeo e stiamo cercando di gettare qualche amo verso la lontana Cina e lì davvero si parla di mediazione culturale. Ai tavoli non si parla solo di prodotti e tecnologia, ma di dinamiche comportamentali completamente diverse. Infatti ci facciamo aiutare da un mediatore culturale, perché non è solo questione di lingua ma è una cosa che richiede integrazione culturale. L’internalizzazione passa attraverso dei connettori che devono colmare questo gap, perché è complesso interloquire con il mondo partendo da qui”. 

Adesso ti faccio una domanda difficile: non abbiamo una sfera di cristallo ma vogliamo immaginarci come sarà il nostro futuro. Tu cosa vedi tra 10 anni nel mondo delle tecnologie emergenti, disruptive? Che cosa ci sarà secondo te?   

“Che bella domanda. Non ambisco a rispondere su tutta la tecnologia, ma le tecnologie nel contesto ambientale e della sostenibilità deve necessariamente e con urgenza rivolgersi agli obiettivi che ci siamo dati in termini di contrasto al cambiamento climatico e all’efficientamento energetico. Il tutto mirato a contenere il trend che stiamo vivendo e che porterebbe a uno scenario inaccettabile e invivibile, infrangendo il patto con i nostri figli di consegnargli un mondo accettabile. Quindi credo che la nostra parte la si debba fare in quel settore. 

Vedo tre grandi filoni per quanto riguarda questo settore: il filone dell’efficientamento energetico, che deve condurre a un utilizzo delle risorse del pianeta più ottimizzato; il filone delle tecnologie per la riduzione delle emissioni, che puntano alla carbon neutrality, cioè al pareggio delle emissioni. E, infine, il filone delle tecnologie come la nostra, che consentiranno ai nostri figli di convivere con un mondo leggermente cambiato. 

La tecnologia nel settore ambientale deve necessariamente trovare delle risposte rapide a queste sfide, consapevoli del fatto che tra 10, 20 o 30 anni sarà troppo tardi. Ci sarà un momento in cui questa cosa sarà irreversibile e il trend non sarà più controllabile.

Per cui credo che sia questa l’urgenza e che la tecnologia debba impegnarsi per contrastare questa grande ondata. L’abbiamo visto succedere con il Covid: la scienza si è messa all’opera e ha trovato delle risposte, bisogna fare altrettanto nel settore dell’ambiente e del clima”. 

Quindi passerà sicuramente attraverso questi canali il futuro?

“La mia visione è questa. Per avere un futuro anche nel resto si deve passare attraverso questa strettoia e si devono trovare le soluzioni e gli strumenti per consegnare un pianeta vivibile alle prossime generazioni”.

Grazie!

Non hai tempo di vedere o di leggere? Nessun problema, c’è la versione podcast dell’intervista a Paola Allamano!

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