Short Bio
Mi chiamo Michele Forchione, sono uno sviluppatore web. Ho iniziato a lavorare in questo settore nel 2014, in seguito a corsi di formazione professione e studi personali, dopo essermi laureato al Politecnico di Torino in Architettura. Inizialmente mi occupavo di sviluppo Backend in PHP, ma in breve tempo ho spostato la mia attenzione verso le tecnologie Frontend, in particolare verso l’ambiente Javascript e i suoi framework. Nel 2017 è iniziata la mia avventura in Synesthesia come sviluppatore frontend. Negli anni mi sono occupato dello sviluppo di molti applicativi, pannelli di amministrazione, siti e web application, anche per clienti molto importanti. La continua voglia di migliorarmi e la formazione, mi hanno permesso di accrescere il mio background e le mie skills, portandomi a occuparmi di alcuni progetti come team leader. Oggi, in Synesthesia, mi occupo principalmente di sviluppo Fullstack, in particolare con tecnologie Nodejs, React, AWS e della formazione di figure junior che fanno parte del team web.
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Siamo sempre alla ricerca di talenti e di nuove figure da inserire nei nostri team.
Short Bio
Classe 1989, sono riservata, equilibrata e riflessiva, pronta a offrire a chi ne avesse necessità tutto quello che possiedo. Ho un approccio pratico ma, come ogni buon Sagittario, tendo a viaggiare con la mente quando il corpo me lo impedisce e sono sempre alla ricerca del “senso della vita” e del mio scopo nel mondo. Ambizioso, quasi da malattia psicosomatica. Infatti, per mantenere la calma e lenire la mia psoriasi, ho bisogno di scoprire sempre cose nuove, ma soprattutto circondarmi di persone positive con cui condividere discussioni “filosofiche” e stimolanti. Dopo 8 anni da pizzaiola durante gli studi universitari in (“No, non la so cucinare la pizza fatta in casa!”) ho iniziato a lavorare nell’ambito della comunicazione del marketing alternando comunicati stampa, social media management e piani editoriali, a trekking e cammini di oltre 300 km. Se vi domandate cosa hanno in comune il project management in un team marketing e l’escursionismo, forse è perché non vi siete mai infilati un paio di scarponi.
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Paolo, come possiamo oggi migliorare il nostro modo di comunicare attraverso l’email marketing?
Il tema della “qualità” è molto importante in quest’ambito. Negli anni ci siamo chiesti che cosa significasse questa parola per quello che facciamo. L’email marketing è un canale dove è possibile misurare le performance. È fondamentale per noi capire bene quali sono i risultati e come una newsletter performa.
Inviare “email intelligenti” per noi significa inviarle nel momento esatto, con l’oggetto corretto, con le cose che il cliente si aspetta di ricevere, con la giusta creatività, con i dati personalizzati, con le informazioni che il cliente mi ha richiesto.
Se ci pensi bene, tutto questo altro non è che la metafora del marketing: il marketing deve un po’ prevedere il contenuto che il cliente vuole ricevere. L’email marketing è un canale che ha gli strumenti adatti per dare valore a tutto questo.
Noi cerchiamo di farlo con la tecnologia dando, per esempio, ai nostri clienti strumenti per clusterizzare, per inviare al momento giusto, per essere più creativi (con degli editor in “drag and drop”). Noi consentiamo di fare tutto questo nel totale rispetto della privacy. Il nostro modello di business si basa sulla quantità di mail che vengono spedite.
Per noi dire “solo mail intelligenti” significa: spedisci il meno possibile, ma più di qualità. Questo è quasi un “ossimoro” per noi, però è fondamentale per migliorare la qualità del servizio.
L’email marketing è un attimo che diventa volantinaggio e spam, bisogna prestare attenzione a queste cose.
Paolo, finora hai toccato una serie di temi molto interessanti. La qualità rispetto alla quantità, cercare di portare un messaggio di valore e poi anche il tema della privacy (tema caldissimo in questi giorni). Un altro tema che mi piacerebbe approfondire con te oggi è quello della misurazione: “se non puoi misurarlo, non puoi migliorarlo”, si dice. Ecco, quali sono i KPI, i temi che vai a misurare secondo le best practices in una campagna di email marketing?
Anche questo è un tema in forte evoluzione. L’email marketing è uno dei canali più vecchi, ma è anche uno dei canali che cresce di più negli anni: nel 2025 si stima una crescita del 25% degli utilizzatori, delle aziende che ne faranno uso. Oggi, inoltre, l’89% dei marketer usa l’email marketing come primo canale di comunicazione e di conversione. L’innovazione di questo strumento si basa anche sui dati. I dati di partenza, lo sappiamo, sono le aperture e i click. Nel mezzo ci sono tutti i dati che una piattaforma può acquisire autonomamente attraverso i dati che l’utente inserisce. Noi, per esempio, abbiamo creato delle liste che sono basate di più sul CRM che sul dato email. Le nostre liste potrebbero anche non avere l’indirizzo email all’interno.
Questo apparentemente può sembrare strano per una piattaforma di email marketing. Questo significa che però potranno avere numeri di telefono, partite IVA, ecc. perché il dato è quello che ti consente di costruire le KPI, le metriche, che partono dalle aperture, dai click e dall’engagement.
Tornando un po’ al discorso di prima. Come definisci una “email intelligente”? Quali sono gli elementi che non possono assolutamente mancare?
È quella che parte da un ragionamento. E qui potrei portare un tema da Osservatorio. Noi abbiamo milioni di email spedite ogni mese. Abbiamo migliaia di utenti che utilizzano la piattaforma e vediamo i comportamenti, che sono quelli del “bisogna spedire”. Si tratta di un comportamento che non tiene tanto conto del “perché” lo si deve fare, del cluster, dei tag comportamentali degli utenti, del loro comportamento sul sito, dell’incrocio con altre variabili. Il vero valore sta nella clusterizzazione.
L’email intelligente è quella che arriva a poche persone, con dei contenuti personalizzati, dove anche la creatività viene pensata per quel tipo di email.
Quindi una email che riesce ad andare direttamente a segno in questo periodo in cui l’attention economy fa sì che il tasso di attenzione degli utenti sia così basso, è meglio colpirne pochi, ma in modo estremamente preciso e mirato.
Anche questo è una derivazione del marketing. L’email marketing è un canale di direct marketing che, però, si basa sulle regole del marketing e della comunicazione. Quindi una creatività che faccia stupire le persone, che sia in equity con il brand, che abbia appeal dal punto di vista del contenuto. A tutto questo aggiungi la possibilità di profilazione, di essere diretti. Questo è qualcosa che altri canali non lo possono fare.
Certo, magari cercando di dare del valore nel contenuto, portando qualche informazione che possa essere mirata e che possa generare delle interazioni successive.
Come tutti i canali di comunicazione richiede un investimento che non è sempre economico, ma che è di tempo, di contenuto, di pensiero, di valore, dato non solo dal canale.
Il valore non è spedire, ma permettere a chi riceve di rimanere ingaggiato perché è stato colpito dalla creatività, dal contenuto, dal gadget (es. un white paper di alto livello).
L’email marketing è cambiato durante e dopo la pandemia?
Sì, certo. Intanto, però, occorre ricordare che è cambiato il 25 maggio 2018, quando è entrato il GDPR. Si tratta di un cambiamento importante per le aziende, non per noi che facciamo questo di lavoro. La piattaforma di fatto non è mai cambiata, era complaint prima ed è complaint adesso. Con la pandemia c’è stato un tasso di evoluzione e di acquisizione dell’esigenza. Le persone e le aziende si sono accorte che se non puoi essere fisicamente attivo, devi essere virtualmente attivo. L’email marketing fa parte di questo fenomeno.
Questo si aggancia al discorso sul GDPR, alla tendenza di eliminare i cookies. L’email marketing è tornato fortemente al centro perché è l’unico canale che ti consente di avere un database tuo che nessuno ti può togliere. Se vai su altre piattaforme, se vai sui social, i dati non saranno mai tuoi, sono di qualcun altro che te li da in gestione.
L’email marketing è l’unico canale, invece, che ti consente di possedere questi dati e di custodirli come se fossero un tesoro. Questo concetto è stato particolarmente potenziato durante la pandemia.
Quindi, far crescere il CRM, sostanzialmente, qualificarlo, segmentarlo, aggiungere più informazioni possibili e poi puntare su una comunicazione di valore che abbia anche creatività al suo interno.
“Tu pensa che il 75% delle aziende in Italia non ha un ufficio marketing strutturato, figurati se ha un database strutturato”.
In molti non hanno un CRM, hanno un approccio digitale ancora molto limitato. Sappiamo bene che gran parte delle PMI, che costituiscono il tessuto imprenditoriale italiano, sono ancora molto indietro da questo punto di vista. Questo, però, è anche una grande opportunità perché significa che hanno molta possibilità di crescere.
Tornando sul tema della privacy, che cosa ne pensi delle ultime notizie che arrivano dal Garante per la Privacy che ha stabilito che Google Analytics non è legale?
Il tema è spinoso più per gli utilizzatori. Il tema della privacy è sempre visto come qualcosa di simile al “sì, ma poi lo faccio”. È vista un po’ come una seccatura. Noi in azienda abbiamo un DPO interno e investiamo tanto non solo sulla sicurezza dei dati, ma abbiamo anche la competenza per gestire la responsabilità e i processi.
Bene, Paolo. Un ultima domanda. Diamo uno sguardo al futuro. Quali sfide ci aspettano in questo settore? Verso che direzione stiamo andando? Paolo, puoi anticiparci qualcosa?
Recentemente ad un evento mi è capitato di fare un intervento dove ho affrontato proprio questo tema. È in previsione un incremento notevole sull’user adoption dell’email marketing, dell’utilizzo dello strumento, del fatto che l’email marketing è in crescita. Questo si vede anche da altri punti di vista, basti pensare a Substack, che è uno dei servizi di newsletter a pagamento negli Stati Uniti. Oggi ci sono persone che sono disposte a pagare per ricevere delle newsletter. Questa è davvero qualità, cioè scrivere bene, dare contenuti di valore, provare a dare valore aggiunto ad un servizio. I nostri migliori clienti oggi sono quelli che utilizzano l’email marketing nel modo giusto. In futuro, credo che si andrà in quella direzione.
Il web gratis non esisterà più. Si punterà sempre più sulla qualità e meno sulla quantità e questo ovviamente vale anche per l’email marketing.
Interessante. Io ci vedo una una convergenza: da una parte l’email marketing che aumenta la quantità di valore che porta e quindi il contenuto e dall’altro queste newsletter che nascono come contenuto addirittura a pagamento che poi possono convergere anche verso contenuti sponsorizzati.
Certo. Non è un caso che il New York Times abbia paragonato la newsletter ai nuovi social.
Grazie Paolo per essere stato con noi.
Grazie a voi che ci avete seguito fin qui. Alla prossima!
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Autore: (Francesco Ronchi, Presidente e fondatore di Synesthesia).
Come organizzare una call
1) La migliore call è nessuna call: prima di organizzare una call pensa se è davvero necessario o se il tema può essere affrontato in modo asincrono o più rapido (una mail, una chat?). Questo è ancora più importante per le call “ricorrenti”, ovvero che si ripetono nel tempo.
2) Focalizza l’argomento e scrivi un “ODG”: per non perdere tempo è importante che ogni call sia accompagnata da un ordine del giorno sull’argomento/i da discutere. Cerca di essere focalizzato riducendo gli argomenti al minimo e mantieni il focus durante la call. L’ODG può essere inserito direttamente nell’invito o essere un documento condiviso (utile per le call ricorrenti). Se la call prevede di prendere decisioni, il focus deve riguardare esclusivamente questi obiettivi.
3) Valuta di tenere un verbale: nella call più strutturate puoi definire un “segretario” (l’organizzatore o un altro partecipante) incaricato di prendere appunti sui temi trattati e le eventuali decisioni prese. Invialo poi in una email di riepilogo includendo anche eventuali altri stakeholder che devono essere informati su quanto discusso.
4) Coinvolgi solo le persone necessarie: prima di inviare una call a un gruppo allargato di persone, pensa chi realmente è necessario coinvolgere. A chi deve solo essere informato delle decisioni prese è meglio mandare solo una email di riepilogo.
5) Comprimi il tempo e lascia spazi di recupero: il tempo è la risorsa più preziosa e limitata in nostro possesso. Cerca di stabilire una durata per le call adeguata, cercando di comprimere i tempi per spingere i partecipanti a concentrarsi e a non divagare (specialmente per le call ricorrenti). Lascia sempre idealmente 10-15 minuti tra una call e l’altra. Se gli argomenti vengono esauriti prima della fine del tempo previsto, ringrazia tutti e chiudi la call in anticipo, complimentandoti per l’ottimo risultato!
6) Pianifica bene i momenti di pausa: il lavoro non può essere fatto solo di call. Pianifica e fissa nel tuo calendario momenti durante la giornata e la settimana dedicati al “deep work”, alla lettura delle email e altre attività che devi portare avanti. La dimensione di questi periodi di tempo dipendono dal tipo e della durata delle attività di cui ti devi occupare, e devono essere considerati “sacri” e protetti dalle interruzioni.
7) Scegli con cura il luogo dove fare la call: cerca un luogo silenzioso e tranquillo, dove non sarai disturbato e non importunerai nessuno. Prenditi cura anche dell’illuminazione, privilegiando quella frontale (evita di avere luci o finestre alle spalle).
Durante una call…
8) Rispetta la puntualità: a differenza dei meeting tradizionali, anche pochi minuti di ritardo possono essere percepiti molto negativamente. Se possibile, effettua il log-in con leggero anticipo e assicurati che il microfono e la telecamera che usi funzionino bene. Fai tutte le prove necessarie.
9) Usa una strumentazione adatta: spesso i PC portatili hanno un sistema audio di scarsa qualità, è importante procurarsi cuffie e/o microfoni di qualità (disponibili oggi a prezzi accessibili). Evita i vivavoce e, se puoi, evita di connetterti da telefono o tablet.
10) Disattiva o riduci la visualizzazione personale: si corre il rischio di passare il tempo a fissare se stessi costantemente durante una call, e questo può provocare distrazione e stress. Mantieni la visualizzazione attiva se possibile per i tuoi interlocutori, magari con un effetto sfocatura dello sfondo, per proteggere la privacy (gli sfondi personalizzati possono essere divertenti, ma tendono a loro volta a distrarre ed essere poco professionali).
11) Evita il multitasking e le distrazioni: “il multitasking riduce le prestazioni del 40% nella maggior parte dei casi”. Se svolgi altri compiti mentre sei in call, probabilmente lo farai male, e rischierai di apparirai disinteressato e maleducato. Resta sempre concentrato sull’obiettivo della call, e se pensi che la tua presenza non sia opportuna o utile, valuta di informare l’organizzatore della call per eventualmente disconnetterti e ricevere un riepilogo finale scritto.
12) Riposa gli occhi ogni 20 minuti: segui la regola del “20-20-20”. Ogni 20 minuti di lavoro al computer è consigliabile fare una pausa di 20 secondi fissando un oggetto ad una distanza di almeno 20 piedi (che sono circa 6 metri). Riposare gli occhi contribuisce anche a mantenere alto il livello di concentrazione, e puoi cogliere l’occasione per bere un po’ d’acqua e mantenerti idratato.
13) Fai interventi chiari e focalizzati: cerca di essere sintetico e rispetta il turno di chi deve parlare senza interrompere gli altri. È inoltre molto importante durante una call che ciò che stai raccontando sia comprensibile a tutti. Non dare informazioni per scontate ed evita di usare troppe abbreviazioni, slang e tecnicismi. Usa un linguaggio semplice, chiaro e adeguato alle competenze tecniche di chi sta al tavolo con te.
14) Silenzia il microfono quando non stai parlando: se il luogo che hai scelto per la tua call non è sufficientemente silenzioso usa la funzione di spegnimento del microfono quando non devi parlare. Così facendo, potrai focalizzarti esclusivamente sull’ascolto di ciò che dicono i tuoi interlocutori senza disturbare.
15) Evita di fare commenti ad alta voce una volta terminata la call: prima di concludere la conversazione assicurati di spegnere il software utilizzato per evitare di rimanere connesso.
Se hai richieste o feedback, scrivici. Saremo contenti di leggere i tuoi quesiti o le tue opinioni.Ti proponiamo, inoltre, il kit completo di 3 moduli per lo smart working dedicato alle aziende che stanno riorganizzando il proprio lavoro a distanza. Il kit completo consentirà ai partecipanti di acquisire metodi e tecniche per un’interazione a distanza professionale efficace. Potenzieranno, inoltre, tutte quelle competenze emotive, organizzative e progettuali necessarie per lavorare in modo efficiente e profittevole anche da remoto.
Che cos’è l’email marketing?
L’email marketing è lo strumento di comunicazione diretta con i propri contatti che sfrutta la posta elettronica. Per aumentare le vendite del proprio e-commerce ci sono diverse strategie da poter attuare con questo canale.
La parte fondamentale e preliminare è la definizione degli obiettivi, che vanno a determinare quale strategia occorre intraprendere. Una volta definiti gli obiettivi, infatti, sarà più semplice stabilire la metodologia da utilizzare per raggiungerli.
Ma quali sono le diverse strategie da utilizzare per aumentare le vendite con l’email marketing?
Offri uno sconto per l’iscrizione alla newsletter
La prima via che può essere percorsa è quella di offrire uno sconto di benvenuto al momento dell’iscrizione alla newsletter. Questo espediente non solo invoglia i visitatori a iscriversi per ricevere comunicazioni, facendo così aumentare al brand il proprio database di contatti, ma fornisce anche un incentivo a effettuare un primo acquisto.
Grazie alla piattaforma di email marketing 4Dem puoi creare un form di compilazione da inserire all’interno del tuo sito web a cui poter collegare una lista. Quest’ultima, inserita all’interno di un flusso di automazione creato ad hoc, invia una email di benvenuto a tutti coloro che si iscrivono alla newsletter, inviando il codice sconto.
Questa strategia genera nuovi iscritti interessati ai prodotti dell’e-commerce, ai quali poter inviare successivamente comunicazioni via newsletter.
Profila il database
Ogni iscritto alla lista ha le sue necessità e preferenze. Proprio per questo è bene inviare comunicazioni mirate sulla base dei bisogni e gusti. Per fare questo la profilazione del database effettuata sulla base del comportamento degli utenti è fondamentale per conoscere le loro preferenze e inviare comunicazioni mirate.
Tutto questo è possibile grazie ai tag comportamentali: particolari tag da inserire nei link all’interno della comunicazione da inviare. Così facendo saremo in grado di inviare comunicazioni più intelligenti a diversi gruppi di utenti con caratteristiche differenti.
Per fare un esempio, potremmo inviare comunicazioni su prodotti per gatti solo a chi ha già mostrato interesse verso questi prodotti, evitando di inviare a loro le promozioni relative ai prodotti per conigli.
In questo modo è possibile non inviare newsletter generiche che rischiano di abbassare l’interesse dell’utente nei confronti delle comunicazioni del brand.
Email di buon compleanno
Un metodo sottovalutato ma molto efficace è quello di inviare una email di buon compleanno con all’interno un codice sconto dedicato. Questo tipo di comunicazione fa sentire l’utente apprezzato, oltre che a indurlo a effettuare un acquisto in breve tempo.

Ricorda sempre che soprattutto le email di compleanno devono avere un campo personalizzato come per esempio il nome del destinatario. Il codice sconto, inoltre, deve avere una scadenza a breve termine, tale da instaurare un senso di urgenza nel fruitore.
Recupera i carrelli abbandonati
Un problema di molti e-commerce sono i carrelli abbandonati, dovuti agli utenti che, navigando sul sito, hanno aggiunto alcuni prodotti al carrello senza procedere all’acquisto vero e proprio.
Comunicazioni a questi utenti per ricordare loro il carrello abbandonato è, inoltre, un’ottima strategia per finalizzare gli acquisti e aumentare le vendite. Inviando queste email automatiche e personalizzate, è possibile comunicare la disponibilità dei prodotti e far leva sul senso di scarsità.
Grazie al software di email marketing automation 4Dem è possibile integrare il proprio e-commerce con la piattaforma, realizzando in modo facile e veloce un flusso automatico per recuperare un carrello abbandonato. Basterà inserire il trigger sulla tipologia dell’evento scatenante e definire l’arco di tempo da aspettare prima di far partire l’automazione.
Synesthesia da anni è partner di 4Dem, la piattaforma all-in-one che ti aiuta a gestire l’intero funnel di digital marketing. Vuoi intraprendere una strategia di email marketing, ma non sai da dove iniziare? Synesthesia elabora soluzioni di email marketing efficaci supportando i propri clienti nel raggiungimento di concreti risultati di crescita sul mercato globale. Chiedi ai nostri esperti.
Anna Vaccarelli originaria di Taranto, si è laureata all’Università di Pisa in Ingegneria Elettronica. Oggi è dirigente tecnologo dell’Istituto di informatica e telematica del CNR (Cnr-Iit) di Pisa e responsabile delle relazioni esterne di Registro .it. È stata premiata dall’Italian computer society presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) come “miglior informatica d’Italia”.
Intervista a cura di Francesco Ronchi (Presidente e Fondatore di Synesthesia)
Anna, alla fine degli anni ‘80, lei si è laureata in Ingegneria Elettronica all’Università di Pisa, un fatto non ordinario per una donna in quegli anni. Da cosa nasce questa scelta di studi prima e professionale poi?
“Sono sempre stata portata per le materie tecniche e scientifiche. Ho fatto il liceo scientifico, mi piacevano la matematica, la fisica ma anche il disegno. Per un periodo, infatti, ho avuto anche un’idea di dedicarmi all’architettura. Poi sono nate le facoltà di ingegneria elettronica. A Bari non c’era ancora questa facoltà e quindi mi sono dovuta trasferire.
Seguendo la mia passione per tutte queste materie, pensai che la facoltà di ingegneria elettronica potesse essere un buon compromesso, dal momento che mi piaceva la matematica, ma mi interessava molto anche la parte più applicativa di questa disciplina.
Quando mi sono iscritta, ricordo che i primi giorni di lezione eravamo 300 matricole suddivise in due corsi. C’erano quattro ragazze per ogni corso. Abbiamo resistito al destino avverso.
Ricordo in particolare il professore di analisi del nostro corso che ci invitò subito a cambiare facoltà, suggerendoci di iscriverci a quella per assistenti sociali, che faceva lezione nelle aule a fianco. Ci disse: “Il cervello delle donne è diverso da quello degli uomini e quindi non ce la potete fare”.
Nonostante questo ci siamo laureate in 7 su 8, in tempi mediamente più brevi rispetto a quelli dei colleghi maschi e abbiamo fatto la nostra strada in questa professione.
A completamento di questo aneddoto del primo giorno di lezione, ricordo che dopo che mi sono laureata ho lavorato per alcuni anni all’università e ho di nuovo incontrato questo professore.
Lui mi riconobbe e mi disse: “ buongiorno signorina, cosa ci fa qui?” E io gli risposi: – contrariamente alle sue aspettative io ci lavoro qui. Grazie e arrivederci –
Mi sono tolta il sassolino dalla scarpa. Alla fine questo giudizio negativo non ha impedito nè a me nè ad altre mie colleghe di proseguire nella nostra carriera.
I numeri delle iscrizioni femminili a ingegneria elettronica per fortuna sono aumentati nel tempo. Ancora oggi continuano a esserci indirizzi meno frequentati dalle donne come ingegneria meccanica o aeronautica. Noi eravamo 4 studentesse, a civile erano 12, a meccanica in 2 e ad aeronautica 1. Sono percentuali che rendono bene l’idea.
La situazione è andata poi negli anni migliorando. Secondo alcuni docenti, soprattutto nella facoltà di informatica, c’è stato un momento di aumento delle presenze femminili intorno agli anni ‘80-’90. Oggi pare ci sia di nuovo un calo. È un tema, dunque, su cui bisognerebbe interrogarsi e riflettere”.
Per quale motivo, secondo lei, alcuni settori professionali, come per esempio quello della tecnologia e del digitale, sono ancora “occupati” principalmente da uomini? Quali sono le difficoltà che riscontrano le donne oggi per entrare in questo mondo?
“Ci sono molti fattori. Uno degli strumenti principali che viene citato sempre è la formazione per le ragazze: bisogna convincerle che sono brave e possono fare tutto come i maschi, che non si devono far intimorire, che devono comunque essere convinte di poter riuscire in un settore a cui sono interessate.
Tuttavia, bisognerebbe lavorare sui ragazzi. Occorre cambiare la loro mentalità. Se i ragazzi si abituassero fin da bambini a considerare le proprie compagne di scuola alla pari sotto tutti i punti di vista e sospendessero una serie di atteggiamenti “maschilisti” ereditati dalla famiglia o dalla società, questo consentirebbe di fare davvero un grande balzo in avanti.
Non dovremmo solo lavorare sulle ragazze per convincerle che sono brave, ma dovremmo invece partire dal presupposto che questo è un dato certo. L’investimento sui ragazzi, invece, ci consentirebbe di avere un domani uomini che non hanno più comportamenti “maschilisti”, frutto di abitudini, retaggi e pregiudizi, negli ambienti di lavoro.
Io sono stata per anni contraria alle quote rosa. Mi rendo conto però che in certe circostanze è l’unico modo per imporre la presenza femminile in alcuni contesti in modo che ci sia l’apporto di un punto di vista diverso. Purtroppo le quote rosa servono per lavorare in questi ambienti e fare in modo che possano essere le donne ad avere poteri decisionali. Comincerebbe a esserci un approccio diverso.
Rispetto al fatto che le donne possono essere più o meno valorizzate, devo dire che anche questo è un concetto “da prendere con le pinze” perché non tutti gli ambienti sono uguali. Faccio parte da alcuni anni della community Women for Security, un gruppo di professioniste della cybersecurity con vari ruoli, da quelli tecnici a quelli di marketing, alla comunicazione, ecc. Abbiamo fatto una survey per cercare di capire qual è la situazione delle donne nei vari ambienti di lavoro relativamente alla cybersecurity. Da questa ricerca, a cui hanno risposto circa 200 donne, non è emerso in modo evidente che le lavoratrici siano discriminate o poco valorizzate nell’ambiente di lavoro. Ci aspettavamo, in effetti, numeri più alti. Quelle che lamentano di essere trascurate sono una minoranza. Probabilmente, quindi, non tutti gli ambienti sono uguali.
Nel CNR non c’è una discriminazione tra uomini e donne perchè sono concorsi pubblici con accesso per titoli. A livello di entrata dei ricercatori la quantità di uomini e donne è simile. Il numero delle donne è un po’ superiore negli indirizzi umanistici e quello degli uomini negli indirizzi più tecnici, ma parliamo comunque di cifre intorno al 50%.
La situazione cambia molto se si sale di livello. Via via che si arriva ai ruoli apicali, ai C-level, la quantità di donne diminuisce e tende a sparire. Nel CNR abbiamo circa un centinaio di istituti, credo che ci siano circa 3 o 4 direttrici, tutti gli altri sono uomini. La portabandiera di questa “sfida” è il nostro presidente Maria Chiara Carrozza, prima presidente donna del CNR che sta dimostrando di voler cambiare proprio alcune situazioni con riferimento a questo tema”.
Anna, dal 2010 lei coordina e promuove attività di diffusione della cultura di internet nelle scuole. A livello scolastico e formativo come si pone l’Italia nei confronti del gender gap in ambito STEM? Come si colloca l’attività di sensibilizzazione rispetto a questo tema?
“Ci sono delle iniziative che sono più che altro fuori dall’ambiente scolastico. Per esempio iniziative di diverse università ed enti formativi. Quello che manca, però, a queste attività è il fatto che restino fuori dal sistema scolastico nazionale. Noi, da 10 anni, organizziamo diversi laboratori nelle scuole con strumenti diversi e contenuti diversi, dalle primarie alle secondarie di secondo grado. Utilizziamo strumenti ludico-didattici per le primarie mentre alle superiori forniamo veri e propri mini corsi di cybersecurity. Abbiamo scelto di fare questa esperienza attraverso le scuole, inserendoci così nei percorsi didattici previsti.
Nelle scuole entriamo con le ore di cittadinanza digitale. Oggi tutti gli insegnanti si trovano di fronte alla necessità di fornire agli studenti 33 ore di educazione civica, di cui 4 di educazione digitale. Noi proponiamo un percorso per coprire queste 4 ore e così otteniamo lo scopo di riuscire a parlare di questi temi con i ragazzi. Questo vale per tutti i livelli di educazione.
Nelle scuole superiori c’è anche lo strumento del PCTO che ci consente di entrare nella programmazione didattica. Nelle scuole è più facile intercettare i ragazzi.
L’altro problema per svolgere questa attività nelle scuole, oltre a potenziare queste ore di cittadinanza digitale, è che spesso i docenti non sono in grado di seguire questi temi. Non hanno una preparazione adeguata e approfondita e alla prima domanda che fanno gli studenti (che 90 su 100 ne sanno più di loro) non sanno come rispondere e si sentono messi in discussione nel loro ruolo di insegnanti ed educatori.
Questo comporta due cose:
La prima è che per ovviare a questo inconveniente noi abbiamo messo a disposizione dei docenti, attraverso il portale “presente digitale”, dei corsi di formazione: sono corsi online gratuiti che danno diritto ai crediti MIUR e che trattano temi come coding, cyber security, ecc.
La seconda riguarda gli adulti in generale che dovrebbero avere un atteggiamento diverso nei confronti dei ragazzi quando si parla di questi temi. Occorre partire dal fatto che per tante cose loro ne sanno di più. Quindi non ci dovremmo vergognarci di dire: – mi spieghi come si fa questo? – . Qual è il nostro vantaggio? L’esperienza che possiamo dare. Perché i ragazzi sono smart però a loro manca l’esperienza per capire le situazioni in cui si trovano e per affrontare le difficoltà che si possono presentare nella navigazione in rete. Se l’adulto, quindi, viene guidato dal ragazzo nella navigazione, si può accorgere prima del ragazzo se c’è un problema o un contenuto non consono.
Può mettere a disposizione la sua esperienza e il suo ruolo di educatore senza che questo venga messo in discussione. Si tratta di un insegnamento reciproco senza che nessuno venga sminuito nel proprio ruolo”.
E i ragazzi come accolgono queste attività? Sono interessati?
“Noi vediamo che effettivamente i livelli di competenza tra i ragazzi sono molto migliorati. Le ragazze in particolare migliorano maggiormente ma occorre anche specificare che c’è una loro percezione di non essere così brave con la tecnologia come i loro coetanei maschi. Partono quindi all’inizio dandoti delle risposte in cui loro si sentono meno capaci. I maschi generalmente si sentono più sicuri.
Perciò alla fine del percorso le ragazze acquistano, in proporzione, più consapevolezza dei maschi. Il loro miglioramento è maggiore rispetto a quello dei maschi. Non solo perché hanno imparato di più, ma anche perché si sentono più sicure nel dare alcune risposte rispetto a quanto non lo fossero prima di cominciare.
Il bilancio è dunque positivo sia dal punto di vista della soddisfazione e dell’interesse per i ragazzi, sia da un punto di vista oggettivo come notiamo dalla somministrazione dei questionari”.
Anna, lei ha ricevuto recentemente dallo CNEL il premio come migliore informatica d’Italia. Che cosa rappresenta per lei questo riconoscimento?
“Non me lo aspettavo, non avevo mai pensato di ottenere un simile riconoscimento. Ho cercato di capire le motivazioni che stavano alla base del premio e l’ho preso come un premio alla carriera. L’insieme dei contributi che posso aver dato evidentemente ha spinto la giuria a darmi questo riconoscimento.
Questo evento ha avuto molti risvolti positivi, non solo dal punto di vista della soddisfazione personale, ma mi ha consentito anche di svolgere il ruolo di “mentore” nei confronti di altre donne e ragazze con le mie stesse inclinazioni professionali.
Mi sembra un aspetto molto positivo per portare avanti questi argomenti di cui abbiamo parlato finora”.
Per concludere cosa consiglierebbe oggi a una ragazza che decide di iniziare un percorso di studi in ambito STEM?
“Consiglierei di andare sempre avanti e non farsi scoraggiare. Prima di tutto occorre decidere di intraprendere questo percorso senza pregiudizi, senza preoccuparsi di quello che gli altri le possono dire. Le direi di seguire sempre la propria strada se è ciò che le piace fare.
Vorrei poi sottolineare che seguire un percorso di studi di tipo tecnico-scientifico offre molte più possibilità di lavoro rispetto ad altri percorsi. Potrebbe essere anche questo “un peso da mettere sulla bilancia in un momento di scelta tra una facoltà più umanistica o più tecnica. Una formazione più tecnica garantisce maggiori possibilità di lavoro, di carriera nel settore dell’ICT e della cyber security dove la domanda è infinitamente più alta dell’offerta: al mondo si parla di 3 milioni di posizioni da coprire e solo in Italia sono oltre 100.000. È un problema molto sentito nel mondo dell’informatica. Rinnoviamo, quindi, l’invito a tutte le ragazze e ragazzi appassionati di questo mondo a seguire questo tipo di carriera”.
Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.
Che cos’è EcoVadis?
Ecovadis, uno dei principali fornitori di valutazioni di sostenibilità aziendale a livello mondiale, si occupa di analizzare e valutare l’impatto delle aziende a livello di sostenibilità.
La metodologia di valutazione della sostenibilità si basa sull’analisi del modo in cui un’azienda integra i principi di Sostenibilità / CSR nel proprio sistema aziendale e gestionale.
Le valutazioni si basano, inoltre, su standard internazionali di sostenibilità, tra cui la Global Reporting Initiative, il Global Compact delle Nazioni Unite e l’ISO 26000.
La Sustainability Scorecard, ovvero il documento di analisi realizzato da Ecovadis per ogni realtà oggetto di analisi, illustra la performance delle aziende attraverso diversi indicatori raggruppati in quattro temi principali:
- ambiente,
- lavoro e diritti umani,
- etica,
- acquisti sostenibili.
La medaglia d’argento è il primo passo
Synesthesia, che nel gennaio 2022 ha concluso l’iter legale e societario diventando Società Benefit, ha ottenuto un punteggio molto soddisfacente per la sostenibilità, grazie al quale Ecovadis ci ha attribuito il primo riconoscimento: la medaglia d’argento.
È per noi un traguardo importante che testimonia il nostro impegno quotidiano sul fronte della sostenibilità e delle questioni sociali, ambientali ed etiche. Intendiamo continuare a percorrere questa strada con sempre maggiore determinazione e impegno per raggiungere obiettivi condivisi e importanti per tutti.
L’evoluzione dei social
La nascita dei social media ha segnato un cambiamento nelle dinamiche sociali e relazioni della popolazione mondiale. Oggi possiamo affermare che è praticamente impossibile essere “fuori” dall’ecosistema che queste piattaforme hanno creato. Non si tratta più, infatti, solo di canali di comunicazione tra singoli utenti privati come poteva essere Facebook ai suoi albori. La presenza delle aziende e delle istituzioni sui social è oggi evidente e in alcuni casi predominante (e invadente). Pensiamo, per esempio, a Twitter dove la componente istituzionale è molto forte: quotidianamente le più importanti organizzazioni a livello mondiale rilasciano dichiarazioni proprio utilizzando i ben noti Tweet, molto più diretti e veloci dei vecchi comunicati e lanci d’agenzia.
Per quanto riguarda le aziende, la loro presenza sui social è evidenziata dal fatto che quasi tutte le piattaforme stanno implementando sempre più le funzionalità legate al settore dello shopping online. TikTok marketing è un esempio molto emblematico della diffusione crescente del Social Commerce, ovvero della scelta dei consumatori di fare acquisti direttamente sui social.
Dall’informazione allo shopping, dunque, passando per la condivisione di contenuti e la creazione di relazioni (che sono le basi su cui si fonda la nascita stessa dei social media), le piattaforme social sono oggi i principali attori e artefici dei cambiamenti e delle evoluzioni che si muovono in seno alla società. Ma quali sono i rischi connessi a un panorama così “fluido”, libero e in continua evoluzione?
La disinformazione nel mondo digitale
Come abbiamo già avuto modo di accennare, i social media sono oggi uno dei principali canali di comunicazione e informazione a livello globale. La libertà di pensiero è senz’altro uno dei pilastri su cui, almeno in teoria, si fondano queste piattaforme. Gli utenti possono, infatti, condividere in ogni momento messaggi di testo, immagini o video con la propria rete e non solo. Ma la libera manifestazione del pensiero, se portata all’eccesso ed esercitata senza limiti, può avere ricadute negative anche molto gravi sulla società a livello globale. In un mondo interconnesso come il nostro, infatti, è praticamente impossibile fermare o arginare un’informazione nel caso in cui sia scorretta o addirittura dannosa.
Per questi motivi la lotta alla disinformazione oggi è un tema sempre più urgente che coinvolge tutti. Un interessante saggio di Jonathan Haidt, psicologo americano, intitolato “Why the past 10 years of american life have been uniquely stupid” analizza gli ultimi 10 anni della storia statunitense proprio alla luce della possibile dannosità dei social media. L’autore utilizza un paragone con la vicenda biblica della Torre di Babele: un esempio emblematico di frammentazione della comunicazione con la conseguente impossibilità di far circolare le informazioni.
Haidt afferma che, a partire dal 2010, i social media hanno “armato di frecce” le istituzioni degli USA che a loro volta hanno iniziato ad attaccarsi a vicenda a “colpi di tweet”. Spesso i contenuti di questi messaggi diffusi online si basano su un’informazione modificata e piegata agli interessi ora dell’una ora dell’altra parte. Si è creata così sempre più disinformazione sotto gli occhi dei cittadini americani, come un circolo vizioso. Le conseguenze principali sono state la perdita di credibilità e l’indebolimento della stabilità della stessa democrazia.
Estendendo la riflessione al contesto globale, possiamo affermare che oggi ci sentiamo quasi spaesati, in un mare di informazioni in continua evoluzione, senza riuscire ad approdare nel “porto sicuro” di un’informazione corretta e veritiera. Pensiamo, per esempio, alla disinformazione che ha avvolto quasi totalmente questi ultimi anni di pandemia e che ha creato grandi difficoltà nella gestione della situazione di crisi. Una disinformazione che si è autoalimentata a partire soprattutto dai profili di istituzioni e enti non ufficiali.
Per concludere prendiamo in prestito una frase di Chris Wetherell, l’inventore del bottone del Retweet, che con riferimento proprio alla funzionalità da lui sviluppata disse:
“We might have just handed a 4-year-old a loaded weapon” (potremmo aver appena dato in mano a un bambino di 4 anni una pistola carica).
I social sono uno strumento di manifestazione della libertà di pensiero, ma sono necessarie delle guide e dei limiti stabiliti nell’interesse della collettività. È importante evitare che un’arma carica e pronta a sparare finisca nelle mani di persone sprovvedute e inconsapevoli dei danni che potrebbero causare.
Una possibile strada da percorrere
I social media, però, sono anche un insieme di strumenti che racchiudono grandi opportunità per utenti, aziende e organizzazioni: dalla possibilità di mettersi in contatto con persone in tutto il mondo e di condividere esperienze con un’app sul proprio smartphone, all’occasione per le aziende di raggiungere un pubblico sempre più ampio grazie al social commerce fino alla possibilità di far circolare l’informazione con un semplice clic. La soluzione non è abolire i social media, ma comprendere l’importanza di farne un uso consapevole e rispettoso del bene comune.
Gli effetti positivi di questi strumenti, infatti, sono altrettanto evidenti e numerosi. Pensiamo per esempio alle competenze digitali che i bambini, “nativi digitali”, sviluppano sin da piccoli. E poi è proprio grazie ai social se i ragazzi di oggi hanno a disposizione una grande quantità di fonti di informazione, anche molto diverse tra loro, aspetto che favorisce maggiormente lo sviluppo di un pensiero critico proprio.
I social media, infine, possono costituire uno strumento a disposizione di tutti per sensibilizzare su una causa particolare (si pensi per esempio a tutte le iniziative che nascono “dal basso” in tema di sostenibilità ambientale), riunire persone che condividono gli stessi valori e avere così un impatto nel mondo reale. Per tutti questi motivi è importante combattere la disinformazione a vantaggio di un’informazione libera, veritiera e utile per tutti. È una battaglia condivisa che siamo chiamati a combattere, ciascuno con i mezzi che ha a disposizione.
Vuoi saperne di più su come poter utilizzare i social media in modo efficace per la tua attività? Synesthesia elabora soluzioni di marketing e Social Commerce customizzate sulla base delle necessità del cliente con l’obiettivo di supportare l’attività nel raggiungimento di concreti risultati di crescita e KPI sul mercato globale. Scopri le nostre strategie nella pagina dedicata o chiedi ai nostri esperti.
La decisione del Garante della privacy in Italia
Come abbiamo già avuto occasione di analizzare nel nostro precedente articolo “Google Analytics e GDPR: i rischi per gli utenti dell’UE”, la questione del trattamento dei dati da parte della nota azienda americana ha attirato l’attenzione di numerose Autorità Garanti di diversi paesi Europei.
Le garanzie, infatti, previste dalle leggi americane in questo ambito sono molto più deboli e meno “protettive” nei confronti dei titolari dei dati, rispetto a quelle previste dalle normative europee e dal GDPR. Con il comunicato del 23 giugno 2022, il Garante della privacy italiana ha espresso un punto critico già sollevato da molti utenti e Autorità anche in altri Paesi Europei. Si legge che:
“il Garante ha evidenziato, in particolare, la possibilità, per le Autorità governative e le agenzie di intelligence statunitensi, di accedere ai dati personali trasferiti senza le dovute garanzie, rilevando al riguardo che, alla luce delle indicazioni fornite dall’EDPB (Raccomandazione n. 1/2020 del 18 giugno 2021), le misure che integrano gli strumenti di trasferimento adottate da Google non garantiscono, allo stato, un livello adeguato di protezione dei dati personali degli utenti”.
La nota del nostro Garante è molto chiara e si colloca perfettamente in linea con la precedente decisione dell’Autorità austriaca che aveva dichiarato, a sua volta, che le “clausole contrattuali standard firmate dalle parti (nel caso di specie il gestore di un sito austriaco e Google) non offrono un livello di protezione adeguato” rispetto alle norme previste dal Regolamento Europeo per protezione dei dati personali.
A seguito di questa decisione, dunque, è evidente che i gestori di siti web in Italia dovranno fare a meno dei servizi finora offerti da Google Analytics.
L’Autorità italiana, infatti, ha stabilito un termine di 90 giorni entro il quale
“tutti i titolari del trattamento sono tenuti a verificare la conformità delle modalità di utilizzo di cookie e altri strumenti di tracciamento utilizzati sui propri siti web, con particolare attenzione a Google Analytics e ad altri servizi analoghi, con la normativa in materia di protezione dei dati personali”.
Allo scadere di questo periodo, l’Autorità Garante si riserva di verificare la conformità al Regolamento Europeo dei soggetti interessati e, in caso di esito negativo, di procedere con le sanzioni previste dalle normative applicabili.
Gli effetti negativi che simili decisioni producono anche sulle stesse attività di Google non sono difficili da immaginare. È probabile, infatti, che con il susseguirsi di queste restrizioni da parte delle Autorità europee, la stessa azienda americana proceda presto con modifiche ai suoi standard di sicurezza per essere in linea con le disposizioni del GDPR.
Un’altra strada potrebbe anche essere quella per cui Stati Uniti e Unione Europea scelgano di modificare i propri accordi in materia di privacy e protezione dati in modo da facilitare le attività delle aziende che operano in questo settore.
Possibili strade alternative: Matomo
I servizi offerti da Google Analytics costituiscono oggi una fonte di informazioni essenziale per tantissime aziende in Italia e in Europa.
Per questo motivo occorre trovare soluzioni alternative che consentano ai soggetti interessati di continuare a usufruire di tutti i vantaggi e i servizi che Analytics ha sempre fornito.
Una di queste soluzioni è Matomo: un software libero open source grazie al quale i gestori di siti web possono ottenere report dettagliati e in tempo reale sui visitatori, sui motori di ricerca utilizzati di questi ultimi, sulle parole chiave cercate, sulla lingua e anche sulle pagine di maggiore interesse.
Le funzionalità del software sono estendibili e personalizzabili secondo le esigenze dell’utilizzatore con la semplice installazione di un plugin. In questo modo si migliora ulteriormente la compliance con le specifiche normative sulla privacy e sulla tutela dei dati.
Un elemento molto importante, infine, che differenzia Matomo da Google Analytics è il fatto che questo software si installa sul server del gestore/owner del sito web e di conseguenza i dati sul traffico sono memorizzati nel proprio database e non vengono trasferiti in paesi terzi.
Grazie all’esperienza maturata sul campo e alla professionalità dei nostri team, in Synesthesia siamo in grado di mettere a disposizione dei nostri clienti nuove soluzioni come Matomo, per far fronte nel modo migliore alle esigenze di ogni progetto. Contattaci! Saremo contenti di trovare insieme la risposta migliore alle tue esigenze.
Il metaverso sarà davvero la “prossima versione” di Internet?
Prima di Facebook e della sua operazione di rebranding nell’ottobre 2021, il termine “metaverso” non era molto presente in rete. Secondo le statistiche di Google Trends degli anni precedenti, le poche persone che ne parlavano attivamente avevano tutti a che fare con il mondo delle criptovalute, dei token e con quello della blockchain.
A causa della pandemia da Covid-19 negli ultimi anni molte cose sono cambiate: il tempo trascorso online è aumentato in modo esponenziale e buona parte della nostra quotidianità improvvisamente è stata proiettata (molto più di prima) dentro uno schermo di uno smartphone o di un computer.
Questo fenomeno ha stimolato fortemente il mercato tecnologico dando il via a un’imponente ondata di investimenti che sono andati verso la nascita di una nuova versione del web, più immersiva e in realtà aumentata. I segni di questo cambiamento, tuttavia, erano intuibili già da molto tempo, probabilmente da quando nel 2014 Zuckerberg acquistò Oculus, la più importante società produttrice di visori per realtà virtuale. Questo episodio probabilmente è stata una tappa importantissima che ha influenzato gli altri operatori indicando quale strada percorrere per il futuro.
Oggi le “Big Tech” (e non solo), con Meta in testa, sono impazienti di capire se gli ingenti investimenti economici fatti finora per la realizzazione di nuovi mondi virtuali (o metaversi) e innovativi modelli di business stiano andando nella giusta direzione. I dubbi da sciogliere e le perplessità che ruotano a questo tema sono ancora tanti.
Quale metaverso?
Recentemente l’articolo di Wired “Il metverso non esiste” (10 giugno 2022, a firma di Andrea Signorelli) ha creato non poco scalpore sollevando forti perplessità sulla reale esistenza del metaverso inducendo i suoi lettori a riflettere e a soffermarsi sul profondo significato e sull’utilità del metaverso.
Secondo l’autore, quotidianamente assistiamo al proliferare di comunicati stampa che annunciano l’ingresso di nuove aziende nel metaverso.
“C’è un solo problema: il metaverso non esiste. E allora come fanno le aziende a entrarci? E come fanno – stando a una miriade di articoli pubblicati in ogni angolo del globo – le persone a sposarsi nel metaverso? A speculare nel metaverso? A partecipare a eventi nel metaverso? A lavorare nel metaverso e addirittura a subire molestie nel metaverso?” (Andrea Signorelli, “Il Metaverso non esiste”, Wired).
Sempre secondo l’autore attualmente esistono, tante, troppe piattaforme che non sono collegate l’una all’altra. Le aziende che decidono, inoltre, di “entrare” nel metaverso si limiterebbero ad adottare una piattaforma già esistente per organizzare eventi brandizzati o fare riunioni, team building o formazione in realtà virtuale.
Il metaverso: un addio alla realtà?
Le questioni che ci pongono “in dubbio” nei confronti di questo “paradigma digitale” fanno riferimento non tanto al suo essere troppo parcellizzato, quanto al modo di organizzare la vita collettiva delle persone.
Stando alle previsioni di Gartner entro il 2026 il 25% delle persone passerà almeno un’ora al giorno nel Metaverso. Siamo davvero sicuri in futuro di voler trascorrere tutto questo tempo chiusi in casa indossando dei visori che ci isolano completamente dal resto del mondo per compiere azioni quotidiane all’interno di un mondo virtuale popolato da avatar? Siamo davvero sicuri di voler vivere dentro una realtà dove le emozioni sono espresse in modo stereotipato e dove niente diventa davvero emozionale e imprevedibile?
Per funzionare davvero il metaverso forse richiederebbe tutta una serie di presupposti “sociali” e antropologici legati per molti aspetti a situazioni e a contesti emergenziali (come per esempio una pandemia). Con questo non vogliamo dire che il metaverso rappresenti una scommessa che siamo disposti a perdere (in partenza). Come abbiamo visto nel precedente articolo, tante sono le opportunità e i benefici che ne potrebbero derivare (in ogni ambito). Il metaverso così come ci è stato raccontato finora si farà, ma presumibilmente ci vorrà tempo. Forse non siamo ancora pronti per dare definitivamente addio alla realtà (o anche solo a parte di essa). Probabilmente in futuro non molto distante riusciremo a fare esperienza di nuovo world wide web più immersivo, in 3D e in realtà virtuale. Forse un domani riusciremo a spostarci da una piattaforma all’altra con la stessa facilità con cui oggi ci muoviamo nel web con il nostro browser. Ma c’è ancora tanto da fare, proprio a partire da ciò che ci è più vicino, l’individuo e i suoi bisogni concreti e reali.
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Autore: Luca Greco (Copywriter di Synesthesia).